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	<title>Edizioni Effigie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Omar Viel</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/26/overbooking-omar-viel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Effigie]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Omar Viel]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Massimo Rizzante “Il romanzo breve di Omar Viel è un’eccezione nel panorama italiano. Anzi, non sembra proprio un romanzo italiano. Non ci sono morti ammazzati, né commissari, né il tipico colore locale a tinte forti delle nostre faide, né quello a tinte pastello delle nostre genealogie famigliari tanto Kitsch quanto amate dall’import-export editoriale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/book01.jpg 1100w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nota</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>“Il romanzo breve di Omar Viel è un’eccezione nel panorama italiano. Anzi, non sembra proprio un romanzo italiano. Non ci sono morti ammazzati, né commissari, né il tipico colore locale a tinte forti delle nostre faide, né quello a tinte pastello delle nostre genealogie famigliari tanto Kitsch quanto amate dall’import-export editoriale. Il cosmopolitismo non è un valore, ma lo diventa se, in un certo momento storico, il provincialismo letterario di una nazione si vanta di avere l’esclusiva su quella che di solito viene definita “la rappresentazione della realtà”. Come se la realtà fosse l’oggetto esclusivo del romanzo, e non invece l’esistenza dei singoli personaggi che di quella realtà cercano di sperimentare le molteplici possibilità.“</p>
<p><strong><br />
</strong><span id="more-91551"></span></p>
<div>da<a href="https://effigiedizioni.wordpress.com/2021/05/20/cene-al-veleno/"> Cene al veleno</a></div>
<div>di <strong>Omar Viel</strong></div>
<div></div>
<div>&#8220;Presero alloggio fuori <em>hora</em>. Due letti, un fornello elettrico e, oltre il giardino, quell’isola custode di meraviglie. Ace affittò uno scooter, Luna si occupò delle provviste. Visitarono spiagge e promontori, salirono e discesero le chine di quell’isola arenata come un cetaceo sulle secche del Mediterraneo.</div>
<div>Solo al tramonto si resero conto che Mick non era più nei loro pensieri.</div>
<div>Ace, dopo settimane di apatia seguite alla causa di divorzio, sentiva di nuovo battere nel petto i tamburi dell’esaltazione. Umile, curioso, si interessava alle conchiglie corrose dal salso, ai ciottoli levigati, alla leggerezza oracolare dei rami spezzati che affioravano dalla sabbia.</div>
<div>Presero l’abitudine di frequentare un ristorante del porto, dove pranzavano con <em>mezedes</em> e <em>ctapodaki</em>. Poi, la sera, si stendevano dove capitava, nel baricentro delle costellazioni, gli occhi fissi sul fulcro della galassia, finché Luna puntava il dito verso la stella che annunciava l’alba.</div>
<div>Con il passare dei giorni il corpo della ragazza si fece più muscoloso. Era possibile che Ace conservasseancora gli album per schizzi su cui annotava le misure di quel fisico. L’equilibrio delle forme nascondeva una regola e lui sapeva dove trovarla. Almeno finché Luna non smetteva di fargli da modello, si alzava e riprendeva a camminare. Allora lo stupore di Ace andava oltre ogni spiegazione, oltre ogni scienza. Le forme perdevano la loro armonia normativa e il canone si sviluppava in meccaniche imprevedibili.</div>
<div>Trascorsero sull’isola sei settimane. Nei giorni di mal tempo, quando il mare schiumava in una luce incostante, dedicavano intere giornate alla ricerca di Mick. Nessuno dei due pensò mai di chiedere al porto se da quelle parti si fosse visto un inglese con la pipa e i capelli rossi. Probabilmente si aspettavano di incontrarlo in un oliveto o seduto su una roccia, il <em>Lexicon</em> di Roscher posato sulle ginocchia, sfogliato dal vento. Non si preoccuparono nemmeno di nascondere a se stessi che cercarlo era solo un modo per rivedere una strada già percorsa nella luce sbagliata, un panorama invisibile dalla dorsale o il punto più impervio per osservare il tramonto. Se fossero stati una coppia di entomologi, si sarebbero limitati a cercare Mick Hornby sotto un sasso.</div>
<div>Mick, in realtà, non si era spinto a Lipsí. Non aveva nemmeno pensato seriamente di andarci. A Mykonos era balzato da un letto all’altro, immaginando che ogni amante occasionale fosse un barbaro superbo e balbettante, prostrato davanti ai suoi lombi di ellenista. Si era dimenticato di aver parlato con Ace. Londra era lontana e lui si sentiva in pace con se stesso. Aveva pensato persino di adottare un nuovo nome, Cleobi o Bitone &#8211; sì, il sereno Mick Hornby come Bitone, ma soltanto fino a sera, prima di scivolare nelle oscurità del mito e trasformarsi in un Atride, truce e infantile.</div>
<div>Dopo la telefonata, era rimasto a Mykonos solo un’altra settimana. Sei giorni in tutto, il tempo di imbarcarsi sul volo per casa in compagnia di un’infezione che in quegli anni seminava il panico tra gli dèi, senza spegnere la sete di Afrodite.”</div>
<div></div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="s_NICgMdu84"><iframe loading="lazy" title="Cene al veleno" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/s_NICgMdu84?start=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I poeti appartati: Massimo Rizzante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2020 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Effigie]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe montesano]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho provato una vera felicità  quando Massimo mi ha dato la bella notizia di questa nuova uscita &#8211; a dire il vero si dovrebbe dire entrata per queste occasioni, perché una pubblicazione significa proprio questo, la  parola che entra nel mondo. E credo che il titolo di questa mia longeva rubrica, I poeti appartati, nel caso di Massimo diventi tanto eloquente quanto il silenzio che circonda la sua opera. In un&#8217;epoca dominata dai poeti tromboni e non avari in decaloghi di penna e di pena dei lettori, a noi rimane questo salutare venirci incontro delle vere poesie.</em> effeffe</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-86579" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-768x1113.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-250x362.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-200x290.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1-160x232.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Rizzante-Cover_page-0001-1.jpg 835w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tre poesie di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Stato di grazia</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non si può entrare nello stato di grazia</p>
<p>se non dopo una lunga abluzione nella vasca</p>
<p>dell’idromassaggio, una sauna e un infuso al ginepro,</p>
<p>naturalmente nudi, sotto lo sguardo severo dei giardinieri</p>
<p>delle terme, un pomeriggio all’ombra della vallata,</p>
<p>in cima c’è una fortezza, siamo solo alla metà di giugno,</p>
<p>la guerra non è finita, dopo aver lasciato il sentiero</p>
<p>del sottobosco e il lago incustodito – del resto</p>
<p>c’è un dio là sotto –, i loro sguardi sono solo passerelle</p>
<p>provvisorie sull’infinito, mentre ora, nell’acqua,</p>
<p>sembrano talee, forme vegetali dalle parti mancanti,<span id="more-86576"></span></p>
<p>foglie, frasche, frange immerse per rigenerarsi</p>
<p>e dare vita a opere d’arte, a cui poi i giardinieri</p>
<p>daranno un nome – <em>lylium</em>, <em>asphodelus</em>, <em>chionanthus</em>,</p>
<p>in fondo è questa la loro missione: proteggersi</p>
<p>dalla natura che li coglie di sorpresa a ogni istante,</p>
<p>del resto, si dicono, non si è mai visto un ciliegio</p>
<p>suicidarsi, né una farfalla diventare collezionista,</p>
<p>inutile chiedere soccorso a Rudolf, il luogo</p>
<p>da cui vengono non è la Svizzera, le frontiere</p>
<p>sono chiuse, nessuno sa come siano giunti sin qui,</p>
<p>perché si siano messi a guardare il lago,</p>
<p>non si sono accorti che c’è una guerra?</p>
<p>devono averlo scambiato per il loro anno di nascita,</p>
<p>l’innatalità, infatti, li perseguita, ogni giorno tornano</p>
<p>sui lori passi, ma non lasciano tracce e,</p>
<p>quale sarà la loro sorte, varcheranno insieme</p>
<p>la soglia, così, dopo la morte, si ricorderanno</p>
<p>del loro trapasso l’una nel corpo dell’altro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Dogs in the night</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>«<em>I am Providence</em>», scrisse una volta quel tale antisemita,</p>
<p>scrittore di storie macabre, con il pallino della fantascienza</p>
<p>e inventore, prima di Borges, del <em>pseudobiblion</em>: un libro mai</p>
<p>scritto, ma preso sul serio in tutti i campus del Connecticut</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e non aveva torto! Dopo un secolo siamo tutti</p>
<p>così stanchi dell’umanità che la nostra attenzione</p>
<p>sembra ridestarsi solo se leggiamo di due omicidi al giorno,</p>
<p>o di innominabili orrori provenienti dallo spazio</p>
<p><em> </em></p>
<p>brutti tempi, poi, quelli in cui nessuno sa più rubare</p>
<p>una frase senza farsi scoprire, finendo nella lista d’oro</p>
<p>dei post-modernisti. La libertà non è più di questo mondo!</p>
<p>Così pubblicare libri mai scritti non si paga a caro prezzo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per questo, forse, mi ritrovo da non so quanto tempo – vita</p>
<p>ai margini, sodomia, ubriachezza, versi di scherno ai progressisti</p>
<p>– a Città del Messico, a percorrere il circolo di Amsterdam,</p>
<p>avendo come unica compagnia una muta di cani</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>al guinzaglio di alcune grandi ombre che qui hanno intinto</p>
<p>i loro sogni nell’inchiostro dell’esilio. Ma i morti odono</p>
<p>quel che dicono i vivi? Oppure i loro tentativi, assediati</p>
<p>dal non-essere, passano al setaccio di questi mugolii canini?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non so se esista una fede animale che, senza garantirci nulla,</p>
<p>ci separi dalla demenza. Se l’assenza influenzi la presenza</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Ricordi della natura umana</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ti hanno infilato in tasca un biglietto:</p>
<p>non creda con il suo anti-darwinismo</p>
<p>di rubarci il progresso! Non glielo permetteremo.</p>
<p>La risposta avrebbe dovuto essere istantanea</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>invece, come dicevi, «bisogna attraversare in tutta</p>
<p>la sua larghezza un fiume ingombro di giunche cinesi</p>
<p>spinte in diverse direzioni». Il vento le fa strambare</p>
<p>troppo spesso perché si possa decifrarne il senso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>in ogni caso, non te l’hanno permesso e, deglutendo</p>
<p>a fatica, «il noioso progresso barbuto» ha seguito la rotta</p>
<p>dei porcellini di terra (cochinillas), discendendo</p>
<p>tutti i gradini della scala fino al disastro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per difendersi secernono gocce rosso sangue</p>
<p>e così, declassati da insetti a vittime, allettano</p>
<p>il più grande dei predatori, l’eterna crisalide,</p>
<p>a cui la natura ha voltato le spalle, ma non le stigmate</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Benvenute, vertigini!</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratta di indossare – capita spesso –</p>
<p>la maschera dell’ossigeno.</p>
<p>E le maschere, come è noto, sono, con l’assenza,</p>
<p>l’unico collante. Di qui società, valori,</p>
<p>comportamenti. Sebbene, in fondo, il più delle volte</p>
<p>siamo spasmi, svenimenti, sudori freddi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci aggiriamo attorno al prossimo</p>
<p>come funesti anelli di Saturno,</p>
<p>mostrando i nostri siderali impulsi,</p>
<p>mentre, a frotte, generazioni di burocrati</p>
<p>si legano gli uni agli altri per non lievitare, o sparire</p>
<p>addirittura nell’ozono assorbiti dalle loro occupazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Malgrado le migliori previsioni dei medici,</p>
<p>oltre all’udito, ho perso il gusto.</p>
<p>Così mi vesto come un pezzente, e la mia lingua,</p>
<p>che non ha mai fatto le ore piccole con l’eterno,</p>
<p>può parlare con ironia anche maggiore</p>
<p>a chi riduce la poesia al lamento del suo ombelico.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Agli asceti gourmet,</p>
<p>direi che leggiamo troppo.</p>
<p>Se anche questo non fosse il menù del giorno</p>
<p>– lo stesso da decenni. Ma ora che il mio sistema</p>
<p>neurovegetativo si è arreso al mondo vegetale, preferisco</p>
<p>all’acre profumo dell’intelligenza il ronzio primordiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>Fedele a una modernità troppo spesso sbertucciata dai post-qualcosa, Massimo Rizzante dà forma a una<br />
poesia che racconta e fa entrare il tempo narrativo della prosa nel verso in modo originale proprio perché<br />
volutamente pieno degli echi dei Maestri. La sua poesia è un vademecum per resistere alle mitologie<br />
del presente e ingaggia una terribile battaglia frontale contro l’oscena volontà di potenza sposata al<br />
capitalismo spettacolare che è la sola religione del nostro tempo. Ma è anche un taccuino sui cui foglietti<br />
sono segnati i luoghi dove abbeverarsi alla poca sapienza che ci resta.</p>
<p>La voce profonda che qui parla con il tono inconfondibile di chi è in viaggio verso l’essenziale chiede che sia fatto spazio a una civiltà fuori dalla sopraffazione, una civiltà che chiede sogni per vivere e non incubi per morire. Raccogliendo in questo volume la sua opera poetica, Massimo Rizzante ha scritto semplicemente uno dei più bei libri di questi anni di miseria dei sentimenti e della mente.</p>
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