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	<title>Edizioni Miraggi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Blandine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Miraggi]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo De Gennaro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Quando vado a Roma, che l&#8217;editore, la libreria, o l&#8217;associazione, non includono nella proposta un minimo di ospitalità, la prima cosa che faccio è – nel senso che lo faccio qualche giorno prima – chiamare il mio amico Riccardo De Gennaro, torinese, che vive a Roma da anni in un appartamento al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77525" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura-160x225.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/la-realta-pura.jpg 1000w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" /></a>Quando vado a Roma, che l&#8217;editore, la libreria, o l&#8217;associazione, non includono nella proposta un minimo di ospitalità, la prima cosa che faccio è – nel senso che lo faccio qualche giorno prima – chiamare il mio amico Riccardo De Gennaro, torinese, che vive a Roma da anni in un appartamento al terzo o quarto piano sul Lungo Tevere, proprio davanti a un famoso ponte e con la vista su una villa molto bella di là del fiume. Naturalmente ogni volta lo invito a una presentazione, tempo fa ad esempio lo invitai a una cosa che si fece a Casalpalocco, ma Riccardo non ha mai tempo, ha sempre da chiudere il numero in uscita di Reportage, la rivista molto bella di cui è editore, e dice non posso, figurati. In genere dopo l&#8217;evento vado da lui e finiamo per farci un piatto di pasta. Ma anche quando, raramente, trova uno spicchio di tempo il pomeriggio tardi e accetta di accompagnarmi,  come dai Trapezisti – io in quei casi per educazione lo invito a cena, un posto normale &#8211; finiamo per girare mezz&#8217;ora senza trovare parcheggio o per chiamare una trattoria e farci dire che non c&#8217;è posto, e allora, a tempo scaduto, gli dico: Riccardiño, maledizione, siamo costretti a farci un piatto di pasta da te, fermati da qualche parte che prendo un tubo di vino&#8230; No, quello ce l&#8217;ho&#8230; Bene. Da buon ligure.<br />
Ma l&#8217;ultima volta non l&#8217;avvisai. Dissi che ero stato in Abruzzo e che avevo una mezza idea di saltare sull&#8217;inter city per Genova, ma se ci scappava un riposino&#8230; “Dove sei?”, chiese.<br />
Gli dissi che ero sotto casa, col trolly.<br />
“Asp&#8230; Ti vedo, anche se questa volta è rischioso”.<br />
Il palazzo ha le finestre sul lungofiume, si attraversa la strada, ci sono dei platani e il muretto, qualche metro sotto il muretto la ciclabile e la riva del Tevere. Alzai la mano, anche lui, ma distratto, guardava in giro, come se cercasse qualcuno sul marciapiede. Poi lo vidi che chiamava e mi squillò il telefono. “Sali su, prima suona al citofono naturalmente, e se uno con la giacca finta di pelle e il berretto e il giornale sotto il braccio ti chiede dove vai non rispondere, si vuol infilare dentro casa, non permetterglielo&#8230;”. Ubbidii, chiamai l&#8217;ascensore, entrai (nessuno mi chiese nulla) col trolly e al quarto piano mi accolse Riccardo. In casa, andò alla finestra della sala (dove stanno le scatole dei numeri di Reportage, con le foto di Dondero, i racconti di Bravi e Voltolini, le rubriche di Magrelli), guardò in strada, sorrise e col mento mi indicò il divano. Ci sedemmo.<br />
“Chi è l&#8217;uomo con la giacca di pelle, Riccardiño?”<br />
“Un bastardo&#8230; Non puoi rimanere a lungo, mi spiace, ma stavolta è così”.<br />
“Così come?”.<br />
Aprì una scatola, che stava accanto al divano. Pensai fosse una delle solite scatole piene di Reportage, invece era piena di libri con la copertina azzurro cenere. Ne prese uno, e prima di porgermelo ci passò la mano come si fa per togliere la polvere, ma si vedeva bene che i libri erano freschi di stampa. L&#8217;oggetto in copertina assomigliava a una radio o a uno sbobinatore, collegato a un microfono, come copertina catturava, proprio per quel fatto che non si capiva l&#8217;oggetto, che agli occhi appariva come dovrebbero apparire gli oggetti dei nostri bagagli quando passano attraverso i detector dei filtri aeroportuali. Il titolo, La realtà pura (Miraggi, collana Scafiblù, euro 12, pagine 128). Glielo feci notare, l&#8217;effetto aeroportuale della copertina, probabilmente da collegare al suo recapito. Riccardo De Gennaro, Lungo Tevere&#8230;. Forse tutt&#8217;attaccato. Mi avvicinai alla vetrata. “Che c&#8217;entra quello di sotto col libro?”.<br />
“Vedrai&#8230;”<br />
Non avevo ancora perso le speranze sull&#8217;ospitalità, e dissi che l&#8217;avrei letto volentieri, anche subito, ma ero stanco, e affamato. “Non insistere&#8230; Un piatto di pasta però non posso negartelo, ho anche quel formaggio che ti piace&#8230; Poi lo so che vuoi lavare i piatti, e sai che è una cosa che amo veder fatta in fretta, perché si fa appunto più in fretta, solo con acqua, prima che il sugo entri nei pori della ceramica&#8230; Se vieni di là, mentre faccio il sugo, ti racconto giusto qualcosa, poi con calma lo leggerai&#8230; Anzi, prima leggiti la cosa che sta sul sito&#8230;”. Estrassi dal trolly il portatile, accesi, mi collegai, andai su Miraggi e lessi.<br />
<em>La realtà pura è un romanzo-metafora dell’Impedimento, esistenziale e metafisico, che ci impedisce di essere ciò che vorremmo essere e ottenere ciò che desideriamo. Quali sono le forze che si oppongono ai nostri disegni? Chi ci impedisce di realizzare i nostri sogni? Il romanzo tenta di spiegarlo, o meglio tenta di dipanare i fili del destino che non riusciamo a sciogliere, fili che – nella finzione romanzesca – sono retti da una fantomatica Organizzazione criminale.</em><br />
Un uomo di cui non si conosce la provenienza sorveglia e pedina il protagonista, Carlo Gozzini, un economista innamorato di una giovane donna, Blandine, di professione attrice,  ricoverata in manicomio, la quale non ricambia (se non nella mente dello stesso Gozzini) l’amore dell’uomo. L’economista, l’io narrante, tenta di difendersi dalla morsa dell’Organizzazione, che non gli consente il pieno controllo della propria vita e, naturalmente, di raggiungere l’amata. Gozzini vive così una duplice ossessione di matrice paranoide: la “prigionia” e la passione per Blandine, due situazioni che potrebbero essere le facce della stessa medaglia. Il romanzo si conclude con il disvelamento della verità: in forma non di discesa, bensì di ascesa all’inferno.<br />
Mentre preparava il soffritto (ma ogni tanto andava in sala e prendeva il binocolo e lo puntava, credo, oltre il  ponte, sulla villa rossa, poi tornava e riprendeva a parlarmi della Realtà pura) venni a sapere che la storia era ben più complessa e inquietante di come si presentava in quella dozzina di righe. Blandine era un&#8217;attrice in cerca di parti e provini, ben consapevole del fatto che il professor Gozzini, con la sua ventina di anni in più, ne era perdutamente innamorato; per questo lei sapeva di poter disporre di lui come e quando voleva. Il romanzo iniziava con un buon respiro fino a stringere le aperture e a costringere il lettore come si fa quando si ospita qualcuno a casa e man mano che costui è lì gli si stringono gli spazi, il corridoio, le camere, la sala, con nuove librerie e nuove pile di libri. Una scrittura stupenda, sorvegliatissima, ma angosciante. Gozzini, l&#8217;io narrante, dopo un po&#8217; ci fa penetrare da quel mondo che all&#8217;apparenza rasentava la comicità, a un mondo “realmente” comico, fatto di strani uomini con la giacca di finta pelle che ci seguono, comprano il giornale e tornano a piazzarsi sui nostri usci, e strani custodi di una clinica dove, pare, sia stata ricoverata Blandine. E su tutto appunto, appunto, Blandine che è sparita, Blandine che Gozzini rivuole anche se lo umiliava, Blandine da liberare, ma Blandine prigioniera&#8230; Nel mentre la pasta era nel piatto, ci sedemmo e mangiammo, bevemmo, anzi, facevo tutto io perché Riccardo De Gennaro seguitava a raccontare. Era quasi sera, e speravo ancora parecchio in un ripensamento e in un invito. Dissi: “Riccardiño, i piatti li lavo dopo, anche il caffè lo prendo dopo&#8230; Ora se permetti, mi siedo in sala e leggo&#8230;”. Alzò il mento.  Mi portai in sala con La realtà, prima di sedermi mi avvicinai alla vetrata. L&#8217;uomo con la giacca in finta pelle ecc. da giù probabilmente si aspettava di vedermi, in fatti teneva la faccia alta e quando mi vide sorrise.<br />
Gozzini ogni tanto fa dei sogni e si sveglia con dei dolori ai piedi e alle ginocchia. Non esce più, ma controlla il suo controllore, al quale non chiede spiegazioni, perché ha scoperto che il burattinaio che tiene collegato pedinatore e Custode della clinica che non lo fa entrare a cercare Blandine, risponde a un entità, all&#8217;Organizzazione. Non appena Gozzini sta meglio progetta una vendetta, ma non è facile, anche perché ogni tanto, dopo il ginocchio, a patire sono gli occhi, una strana punizione che gli in qualche modo gli viene inflitta dall&#8217;Organizzazione, ma Gozzini è forte e la coscienza di esserlo non l&#8217;abbandona mai &#8230;<br />
<em>&#8220;Gli dimostrerò che anch’io, un intellettuale, posso essere cattivo, molto cattivo, più cattivo di loro, malato e molto cattivo, non immaginano quanto io possa essere malato e cattivo. Ci sono momenti in cui, se mi concentro, raggiungo livelli di collera senza uguali, le pareti dello stomaco diventano dure come il cuoio, la dentatura superiore va a incastrarsi davanti a quella inferiore e preme e schiaccia e digrigna, come la macina di un frantoio. Il cranio, poi, diventa una boccia di ferro, la cassa toracica una fornace. Potrei attraversare i muri, saltare dal terzo piano e rimanere incolume&#8230;&#8221;</em><br />
A pagina 96 leggo che <em>“i medici – mi è stato riferito dal mio anonimo informatore – non le consentono di uscire per nessuna ragione, nemmeno per una passeggiata&#8230;”.</em><br />
Mi alzo, il tipo giù non c&#8217;è. Informo in fretta Riccardo: “Sparito”.<br />
“Sì, fa orari da cartellino”.<br />
“Senti, sono a pagina 96&#8230; Mi sono perso chi è l&#8217;anonimo informatore&#8230;” Riccardo muove gli ossicini della mandibola. “La ami ancora molto?”. Gli ossicini. “Ma è un romanzo&#8230; Che c&#8217;entra? C&#8217;è una documentazione pazzesca. C&#8217;è tutto uno studio sui quadri di Magritte e tu mi chiedi se la amo&#8230; C&#8217;è la condanna  senza reato, capisci&#8230;”. Mi prese di mano il libro, ossicini, e lesse:<br />
<em>Provo ormai compassione per questa persona, una compassione suscitata dal fatto che nessuno si sceglie il proprio destino, ci si finisce dentro e spesso il dramma è già contenuto nella vita della vittima senza che se ne renda conto. Quanto a Blandine, è la distanza sentimentale che mi preoccupa, non quella geografica.</em><br />
Era a pagina 105 e iniziai a leggere da pagina 104, prima che mi dicesse: “Non eri lì, te l’ho preso di mano che eri a 98&#8230;”.<br />
In realtà gli occhi erano caduti su una parola di pagina103-104 e a tutti i costi volevo leggere la frase. La parola era in corsivo. <em>Uscirne.</em> La frase:<br />
<em>Non ne uscirai facilmente, non ne uscirai se non saremo noi a deciderlo, dicevano ancora i suoi pensieri. Sul momento provai una certa inquietudine, ma una volta a casa considerai che un omicidio permette in ogni caso alla vittima di uscirne, dunque se io non dovevo uscirne facilmente, non sarei stato ucciso.</em><br />
Tornai a pagina 98, finii il libro e, dopo qualche minuto, la caffettiera. Non ci dicemmo nulla. Volevo dirgli che era un romanzo incredibile, e lo pensavo davvero, che mai più sarei riuscito a leggerlo se non fosse che tentavo di fermarmi a dormire, ma ora che l&#8217;avevo finito e probabilmente mi prendevo il trolly e salivo sul 170 diretto a Termini e mi cercavo un b&amp;b a buon prezzo, o saltavo sul treno delle undici per la Liguria, avrei voluto dirgli che era davvero una grande esperienza quella scrittura. “Ma tu mi vuoi dire che l&#8217;uomo con la giacca di finta pelle ecc. è apparso da quando ti sei messo a scrivere questa storia?”.<br />
“Dal giorno in cui il libro è uscito, esatto”.<br />
“E lei?”.<br />
“ Lei cosa, a volte fai davvero delle domande sceme&#8230; L&#8217;hai letto il libro? Abbi pazienza, ma non ti capisco”.<br />
“Hai ragione&#8230; Sì, l&#8217;ho letto. Mi è piaciuto molto. E ora me ne vado ma tornerei domani, fosse solo per andare alle spalle dell&#8217;uomo con la giacca eccetera e prenderlo per il bavero”.<br />
“Puoi prenderti la soddisfazione fin da ora. Nel romanzo lo facevo abbandonare la postazione verso le 18 e dopo qualche ora, a volte due, a volte tre, ma mai più di quattro, lo facevo tornare&#8230; E lui ora fa esattamente così”.<br />
Andarci a guardare era ammettere che non ci credevo. “Ne sei convinto ora?”. Presi con me la copia de “La realtà pura” e, come facevo di solito anche con gli ultimi numeri di Reportage, infilai tutto nel trolly, Riccardo mi disse che i piatti li lavava lui, e così ci salutammo. In strada mi diressi verso l&#8217;uomo, che se ne stava sul marciapiede a guardare le acque fangose del Tevere, che trasportavano giunchi, illuminati qua e là dai lampioni.<br />
Affiancai l&#8217;uomo, mollai il trolly, non ci dicemmo nulla. Di là del fiume c&#8217;era la grande villa rossa, la clinica in cui nel romanzo lavorava il Custode. Era lui che impediva l&#8217;ingresso a Gozzini e non faceva uscire Blandine dal reparto in cui si trovava ricoverata.<br />
“Lo volete lasciare in pace?”.<br />
“Parli con me?”.<br />
“Sì, con te, con la tua cazzo di giacca di finta pelle”. Si guardò la giacca, posò il giornale sul muretto, si aggiustò il berretto.<br />
“Credi ci prenda gusto, a star qui all&#8217;umidità?”. Non aggiunsi nulla, mi avviai verso il ponte, e prima di imboccarlo alzai gli occhi. Riccardone era lassù alla vetrata, non poteva sapere cosa ci eravamo detti, ma a quel punto intuiva che stavo imboccando il ponte, che tante volte avevo attraversato con lui, e mi dirigevo alla villa. Credevo che mi avrebbe chiamato, ma mi sbagliai. Giunsi alla villa con l&#8217;entrata come il quadro di Magritte. Dissi al Custode: “Senta, vorrei parlare con Blandine, so che è ricoverata qui”. Mi aspettavo mi dicesse si sbaglia, in questo luogo non ci sono ricoverati. Invece si fece una risatina. “Impossibile, lei pensa di venir qui con un cazzo di trolly e di poter far visita ai pazienti?”.<br />
“Per chi lavora?”.<br />
Si alzò, zoppicava. Andò a chiudere il cancello che dava sul cortile interno, lasciandomi al bancone. Da lì non sarei potuto andare da nessuna parte se non uscire. Alla piccola televisione della videocamera che stava sul tavolino oltre il bancone vidi il movimento del Custode&#8230; E tre numeri di telefono sul foglio accanto al cordless. Veloce, estrassi il mio, allungai la mano, feci una foto&#8230; Se ne accorse, lasciò perdere il cancello e si avventò su di me, all&#8217;apparenza senza alcun problema di locomozione.<br />
“Ma tu non zoppichi”.<br />
“Cancella quella foto ed esci immeditamente”. Ripresi il mio trolly e uscii. Non mi seguì, ma dal ponte vidi che di là, il pedinatore stava parlando al telefono e immaginai lo stesse chiamando il Custode. Guardai su, le finestre. Riccardo non c&#8217;era. Passò un taxi, lo fermai, saltai su. Dissi che andavamo a Termini. Il tassista mi chiese se volevo mettere il trolly nel bagagliaio, dissi di no.<br />
Dopo un po&#8217;, nel mezzo di Trastevere, in mezzo a una serie di gracchianti chiamate della centrale, immagino, alle quali il tassista non rispose, giunse un messaggio diverso, e allora il tassista afferrò il ricevitore. Mentre guidava e ascoltava mi guardava nello specchietto. Quanto a me, facevo caso solo a lui, provando a capire anche solo una parola di cosa gli stessero dicendo, e non mi accorsi che anziché proseguire verso Termini, stavamo tornando al ponte.</p>
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		<title>Il fascismo  secondo Romain Gary</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Aug 2018 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Dominique de Roux]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Miraggi]]></category>
		<category><![CDATA[Romain Gary]]></category>
		<category><![CDATA[Tamizdat]]></category>
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					<description><![CDATA[Lettera a Dominique de Roux di Romain Gary (traduzione di Francesco Forlani) Romain Gary mi scrive. Ho letto il suo Gombrowicz. Contiene dei forti ‘pezzi di scrittura’. Le dico allora&#8230; esiste in lei un autentico scrittore, indubbiamente degno di nota che però, me lo conceda, dà l’impressione di essere scampato soltanto per un banale inconveniente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="size-full wp-image-75237 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/schiaffo.jpg" alt="" width="233" height="230" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/schiaffo.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/schiaffo-200x197.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/schiaffo-160x158.jpg 160w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" />Lettera a Dominique de Roux</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Romain Gary</strong></p>
<p>(traduzione di Francesco Forlani)</p>
<p><em>Romain Gary mi scrive.</em></p>
<p>Ho letto il suo Gombrowicz. Contiene dei forti ‘pezzi di scrittura’.</p>
<p>Le dico allora&#8230; esiste in lei un autentico scrittore, indubbiamente degno di nota che però, me lo conceda, dà l’impressione di essere scampato soltanto per un banale inconveniente anagrafico, al vortice dei contraddittori eventi del &#8217;45.</p>
<p>Leggendo Dominique de Roux, è impossibile non chiedersi cosa avrebbe provato nel &#8217;41. La resistenza, forse umanamente, ma dal punto di vista letterario l’ira.</p>
<p>Non si tratta per nulla di una questione di fascismo di fondo:  è il gusto eccessivo della forma che sfiora il vuoto, l&#8217;aura del ‘detto’ che sembra esigere, reclamare, sbattendo e puntando i piedi per terra, il fondo fascista, il contenuto nazista.</p>
<p>Il fatto è che non esiste, né è esistito mai un contenuto fascista. Il fascismo è sempre stato un contenitore che soffre del vuoto interiore, del suo vuoto, ecco perché può trasformarsi facilmente in fossa comune. I cadaveri fanno sempre molto ‘contenuto’.</p>
<p>Che nel vostro caso si tratti solo di cadaveri letterari -J-J.S;-S, Nabokov o X,Y,Z, la musica non cambia.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-75238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933.jpeg" alt="" width="376" height="388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933.jpeg 580w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933-290x300.jpeg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933-250x258.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933-200x207.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/QUIZ_Tout-sur-Romain-Gary_7933-160x165.jpeg 160w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /></p>
<p><strong>Quando si è nel 1971 e si è troppo intelligenti per fare il <em>Rebatet</em>, ci si ammanta d’anarchia; è una nudità che immediatamente riveste. Quando si rifiutano del fascismo delle idee troppo vuote, in realtà le si sostituiscono con facce da prendere a schiaffi, anche quando non si prova niente per quelle facce: è questo che « fa contenuto ». Qualsiasi faccia andrà bene, poiché in base allo stile in questione, non sono le facce ad attirare gli schiaffi, ma gli schiaffi a creare e inventare le facce. A tutto ciò va aggiunta la sua mania di fare appello senza sosta alla faciloneria letteraria più vecchia del mondo, Céline o Gombrowicz: <em>il nulla</em>. Perfino il nulla -senza paradossi- fa &#8220;contenuto&#8221;. Eppure il nulla </strong><strong>basta a tal punto a sé stesso da generare</strong><strong> in filosofia o in letteratura  soltanto altro nulla.</strong></p>
<p>Poiché reputo il talento del suo ‘scrivere’ degno di nota, e che da osservatore quale sono la trovo simpatico – mi piace starmene a guardare giovani talenti letterari che a ogni nuova generazione ricominciano questi balletti parigini, questi «Pomeriggi di un fauno» &#8211; e poiché l&#8217;avere sperimentato in svariate occasioni simili trabocchetti fa di me un esperto in materia, la metto semplicemente in guardia dal pericolo.</p>
<p>Lasci perdere questi regolamenti di conti personali per interposte personalità.</p>
<p>La vaghezza di contenuti che la mette in collera la spinge a riempire quel vuoto con facce che calpesta con l’impressione di sentire finalmente qualcosa di consistente sotto i tacchi.</p>
<p>Non ho mai conosciuto nessuno in letteratura che convinto di danzare sulla testa dell’ennesimo capro espiatorio della propria consapevolezza del vuoto interiore, dell’angoscia da derviscio turbinante, non si trovasse alla fine la propria faccia sotto i piedi.</p>
<p>Lei ha più talento di quanto non creda, e merita di più dell’essere il Tom Woolf delle piccole lettere francesi, del resto, come traspare nel suo Gombrowicz, lei passa per le armi Nabokov come il nano Woolf ha appena fatto con Leonard Bernstein in <em>Radical chic</em>.</p>
<p>In altre parole, lei dovrebbe affrontare non altri ma sé stesso con ferocia, coraggio e senza pietà.</p>
<p><em>Io</em> è un contenuto che la chiama, il grande appuntamento letterario è con lui. Però non si va da nessuna parte se si è presi nel balletto intorno alla propria testa.</p>
<p style="text-align: right;"><i><span lang="EN-US">(</span></i><em><span lang="EN-US">21</span> <span lang="EN-US">octobre 1971</span></em><i><span lang="EN-US">.)</span></i></p>
<p><strong>Nota al passo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-75240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement.jpg" alt="" width="285" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement-250x395.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement-200x316.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/derouximmediatement-160x253.jpg 160w" sizes="(max-width: 285px) 100vw, 285px" />Questo testo di Romain Gary è contenuto nel libro pamphlet <em>Immédiatement </em>di Dominique de Roux e che uscirà nella collana <a href="http://www.miraggiedizioni.it/collana/tamizdat/">Tamizdat</a> (ed Miraggi) quest&#8217;autunno. Di Dominique de Roux avevo già pubblicato su Nazione Indiana alcuni frammenti che è possibile leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/24/les-infrequentables-dominique-de-roux/">qui</a>. Ho ritenuto importante pubblicare questa lettera in questi concitati giorni di furia post fascista perché con quasi mezzo secolo di anticipo sui nostri tempi, troviamo nelle parole del grande scrittore francese Romain Gary la migliore risposta a quanto sta accadendo in Italia. L&#8217;errore maggiore che si possa commettere  è allora quello di ostinarsi a pensare il fascismo come un contenuto e soprattutto tentare di riempire quel vuoto consustanziale al fascismo con la più fascista delle reazioni, ovvero, cercarsi delle facce da prendere a schiaffi.</p>
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		<title>Philippe Muray c&#8217;è!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2016 05:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lakis Proguidis* traduzione di Francesco Forlani (Saluto con estrema gioia la pubblicazione da parte delle coraggiose Edizioni Miraggi, (Tamizdat) di Cari jihadisti di Philippe Muray. Una gioia che ha due ragioni ben precise: la prima è che si tratta della prima in Italia di una delle voci più contre- courant del dibattito politico e letterario [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-64816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/muray-727x1024.jpg" alt="muray" width="305" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/muray-727x1024.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/muray-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/muray-768x1081.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/muray.jpg 1230w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></p>
<p>di</p>
<p><strong>Lakis Proguidis*</strong></p>
<p><em>traduzione di Francesco Forlani</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Saluto con estrema gioia la pubblicazione da parte delle coraggiose Edizioni Miraggi, (<a href="http://www.miraggiedizioni.it/categoria-prodotto/tamizdat/">Tamizdat</a>) di Cari jihadisti di Philippe Muray. Una gioia che ha due ragioni ben precise: la prima è che si tratta della prima in Italia di una delle voci più contre- courant del dibattito politico e letterario francese; la seconda è che questo è avvenuto grazie all&#8217;Atelier du Roman che ce lo ha fatto conoscere e amare, e a Nazione Indiana che in questi anni per mio tramite ha proposto delle traduzioni tamizdat di alcuni suoi testi. Ho chiesto ai ragazzi di Miraggi di pubblicare la Postface al libro sperando di fare cosa a voi gradita. Sempre a proposito di Cari jihadisti… segnaliamo  la pubblicazione in contemporanea del testo di Olivier Maillart, traduttore con Francesca Lorandini dell&#8217;opera di Muray, <a href="https://giacomoverri.wordpress.com/2016/10/19/dire-quasi-la-stessa-cosa-olivier-maillart-e-philippe-muray/">sul sito </a>diretto da Giacomo Verri.</em> <strong>effeffe)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cari jihadisti…</em> non è un pamphlet, né una beffa mediatica, né tantomeno una provocazione di quelle a cui hanno preso gusto in questi ultimi anni intellettuali e pubblico, non è neppure un ciclostilato militante di quelli che fanno la felicità dei blogger e ingrossano i ranghi degli eterni ottimisti. È un libro che fa appello al buon senso. È una profonda riflessione sulla morte della nostra civiltà occidentale, preparata, programmata e infine messa in opera da un’altra civiltà detta anche quella occidentale. Non sono giochi di parole. Muray parla dell’Occidente vampirizzato. Della civiltà che è riuscita in mezzo secolo ad autoconsumarsi, a fagocitare la propria forza vitale, a sbarazzarsi di qualsiasi cosa avesse in avversione, a disertare totalmente i propri valori, ovvero «lo spirito critico, la conflittualità, la capacità di assorbire il Male o il demoniaco e di comprenderli per combatterli».</p>
<p style="text-align: justify;">Che ci siano voluti quindici anni per tradurre e togliere dal francese questo saggio di Philippe Muray, nonostante la sua attualità, come dire, scottante, mette in luce la carenza essenziale delle nostre società sovrainformate. Gli opinionisti che si agitano senza sosta ai quattro angoli del pianeta per i diritti dell’uomo e per la sovrabbondante letteratura che ne consegue, sono apparentemente poco inclini alla facoltà umana più elementare: riflettere. Ma può succedere, eccone la prova. Per goderselo, bisogna prendersi la parentesi del tempo della lettura e isolarsi dal chiacchiericcio mediatico, concentrandosi sull’attualità dello sguardo di Muray sulla nostra civiltà.<br />
Di tutta questa storia, lunga tre millenni, non si è saputo mantenere, o, per meglio dire, non si è voluto mantenere che un’etichetta: Occidente. <em>Cari jihadisti…</em> spiega questa transustanziazione diabolica, questa negazione di se stessi senza essere stati costretti da un nemico esterno, da una forza ostile. E ora è questo Occidente per così dire post occidentale che si propaga dappertutto, che conduce l’umanità intera verso la globalizzazione, se necessario col fuoco e col sangue. Ma – si potrebbe pensare con cognizione di causa – l’Occidente non doveva a detta di tutti essere sul punto di esalare l’ultimo respiro, privato delle sue qualità intrinseche, di queste armi immateriali? Ricrediamoci, e ricredetevi «cari jihadisti», colui che si è rivelato capace di succhiare il proprio sangue è imbattibile. Muray dixit.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente <em>Cari jihadisti…</em> non è il solo libro di Philippe Muray a non essere stato tradotto. L’insieme della sua opera, infatti, romanzesca, saggistica, poetica e critica, già mantenuta ai margini in Francia, attende il giorno in cui gli editori degli altri paesi d’Europa (nel senso geografico del termine) si sovverranno del fatto che il loro mestiere non consiste preminentemente nel riprendere e diffondere le opere degli autori di ampio consenso e dei sovversivi di servizio. La voce di Philippe Muray è unica, inimitabile. Nei decenni che sono seguiti in Francia ai «trenta gloriosi» (1945-75), Muray è stato uno dei rari scrittori a non partecipare, consapevolmente, alla grande carnevalata della commercializzazione dell’arte e dello spirito, annunciata a suon di tromba come imprescindibile. Si è battuto fino alla sua morte prematura nel 2006 per non diventare come gli altri, per non soccombere alla seduzione della vita mediatica – televisione, presentazioni, cocktail di lancio e compagnia bella –, per non scrivere una parola senza essere in prima analisi convinto che quella parola sarebbe servita alla sua impresa demistificatrice, al suo sforzo di guardare concretamente il nostro mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’uscita del primo romanzo,<em> Chant pluriel</em>, nel 1973, fino al suo «lessico» <em>Le portatif</em>, uscito nel 2006, Philippe Muray ha pubblicato quattordici opere, di ogni genere letterario, e più di trecento articoli per riviste e giornali. Questi articoli, li ha raccolti in sei volumi di cui quattro intitolati <em>Exorcismes spirituels</em> e due <em>Après l’Histoire</em>. Non si può certo dire che una tale attività creativa ininterrotta durata trentatré anni, sorprendente, e sempre fuori dai sentieri battuti, sia passata così inosservata. Il suo primo grande saggio, Le XIX éme siècle à travers les âges (1984) – un affondo intellettuale formidabile a proposito dell’oscurantismo che generano lo scientismo e la razionalizzazione forzata della vita umana – è stato notato e accolto favorevolmente dalla critica alla sua pubblicazione. Però generalmente e in buona parte perché, come ho appena detto, non ha mai voluto stare al gioco, Muray è rimasto uno scrittore di nicchia, amato e difeso soltanto da alcuni scrittori anch’essi dotati dello stesso autentico spirito critico. Eppure va detto che il vero divorzio tra Muray e l’ambiente artistico e letterario francese è sopraggiunto nel 1991 con <em>L’Empire du Bien</em>, vera e propria matrice delle sue opere ulteriori, compresa <em>Cari jihadisti…</em>, pubblicata pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1991 non è un anno a caso. È il momento dell’insediamento di Eurodisney ottanta chilometri a est di Parigi. (Da allora, nelle guide turistiche vendute ai visitatori di questo gigantesco asilo nido, Parigi è segnalata come una tappa che merita davvero una sosta.) Ci sono in apparenza delle coincidenze che, viste da Marte, non lo sono affatto. Nel momento storico in cui l’Europa (per mano della Francia socialista) apriva il proprio cuore, geograficamente e metaforicamente, per accogliere in pompa magna l’industria infantilizzante americana, Muray pubblicava il suo Empire du Bien in cui scandagliava l’irresistibile ascesa dell’infantocrazia in tutti i campi della vita, pubblica e privata. La qual cosa non data certo da ieri. Tale culto dello stato infantile, di cui Eurodisney non è che il simbolo più esplicito, sopraggiunge per chiudere, probabilmente in modo trionfale, una lunga serie di tentativi che l’Occidente aveva intrapreso già da un secolo per liberarsi del patrimonio della propria civiltà: l’individuo libero, autonomo e creatore, altrimenti detto, l’uomo che cerca di evolversi. Vale la pena allora riportare un passaggio dell’opera citata in cui il lettore riconoscerà tra l’altro le origini di <em>Cari jihadisti..</em>:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il telecollettivismo filantropico è l’erede perfetto e pacifico del dispotismo comunista, tutto un dispiegamento virtuoso di letteratura edificante, con tanto di pastorali alla Aragon e di idilli alla Éluard. I cervelli sono kolchoz. L’Impero del Bene attinge a piene mani da quell’antica utopia: burocrazia, delazione, esaltazione appassionata della giovinezza, smaterializzazione del pensiero, abolizione dello spirito critico, addestramento osceno delle masse, annientamento della Storia a forza di attualizzazioni, appello kitsch al sentimento contro la ragione, odio del passato, uniformazione degli stili di vita. È successo tutto in fretta, estremamente in fretta. La Milizia delle Immagini occupa il campo a suon di sorrisi e anchegli ultimi focolai di resistenza si stanno disperdendo. Sono stati abrogati i capitoli più risibili del programma delle grandi ideologie collettiviste (la dittatura del proletariato, in primis), ma il cuore del progetto rimane lì, gregario, nessun rischio che scompaia. Il trionfo dell’individualismo è un grande bluff, è una di quelle tante amene verità giornalistico sociologiche di consolazione, quelle che ci sciroppano quotidianamente in un mondo in cui ogni singolarità, ogni particolarità è in via di estinzione. Individuo dove? Individuo quando? In quale angolo recondito del nostro ridicolo globo trovarlo? </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea centrale intorno a cui si costruisce l’opera romanzesca e saggistica di Philippe Muray è che noi viviamo nel mondo dopo la Storia. Tale mondo somiglia del resto a tal punto al vero mondo storico d’un tempo che rischiamo di trascorrere la nostra vita lì dentro senza rendercene conto. Il che non esclude il fatto che un abisso incolmabile li separi. Il mondo storico include al suo interno il Male (il negativo, il granello che fa inceppare la macchina, il rifiuto dello stesso, lo spirito critico, il rovescio della medaglia ecc.). Il mondo poststorico si ostina a ignorarne l’esistenza. Il primo è costituito da una successione d’incarnazioni della lotta incessante tra il Bene e il Male, il secondo, si identifica solo nella lotta tra il Bene e il Bene. Sarà mai possibile? Sì, dice Muray.<br />
Attraverso la festa non stop, il rumore di fondo mediatico, la diserotizzazione dei rapporti umani, la persecuzione implacabile dei piaceri individuali (supposti come nocivi alla salute), la svalorizzazione totale del passato e attraverso mille altre furbate dello stesso calibro, il mondo poststorico è riuscito ad ammazzare sul nascere qualunque idea secondo cui possa diventare esso stesso oggetto di critica e refutazione in blocco. Anime belle e malintenzionate hanno voluto accostare Philippe Muray a Francis Fukuyama che, negli stessi anni, parlava della «fine della storia».</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che per i due scrittori il cuore dell’affaire è lo stesso: la Storia è finita. Confonderli sarebbe però davvero una mostruosità. Fukuyama è colui che danza intorno alla vittima, ben contento di essersene sbarazzato, ben lieto di vivere d’ora in poi nell’ultima era di un’umanità unificata (leggi: globalizzata) che non conoscerà più guerre nazionali (la nazione americana basta e avanza) néopposizioni ideologiche (il pragmatismo americano basta e avanza) né scarti di civiltà (il melting pot americano basta e avanza). Quanto a Muray, lui invece è lo sconfitto, al fianco della vittima. Si sente soffocare. Si batte con tutte le sue forze. Di questa nuova era dell’uomo sotto trasfusione «iperfestiva» e «ipersecuritaria» non ne vuole sapere, a nessun costo. Dieci anni sono trascorsi nell’euforia iperfestiva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 settembre 2001 l’Occidente (l’Impero del Bene) si risvegliava per scoprire sconvolto che il suo grandioso progetto di realizzare un mondo senza frontiere, lanciato l’indomani del crollo del blocco sovietico, in conclusione aveva ottenuto come unico risultato un terrorismo senza frontiere. Fuori discussione, per l’Impero del Bene, rimettere in causa le sue mire geostrategiche e culturali. Fuori discussione, ben inteso, riflettere anche solo per un istante sul legame profondo che esiste tra la trasformazione della terra tutta intera in supermercato e la follia assassina dei gruppi che si richiamano all’Islam. «Spiegare è giustificare» ha dichiarato il Primo Ministro francese subito dopo la recente carneficina del Bataclan, per sgombrare subito il campo da ogni idea d’un esame specifico di questo tipo di terrorismo, che imperversa sull’intero pianeta da almeno una trentina d’anni. Era fuori discussione perfino prendere in considerazione l’idea del Male come parte integrante dei nostri ideali e delle nostre opere. In compenso, si è optato per la guerra. Varrebbe la pena sapere, quantomeno, che senza una riflessione sulle cause principali di tale conflitto, quest’ultimo rischia di tramutarsi in rivalità mimetica, come direbbe René Girard, uno degli autori preferiti da Philippe Muray. Vincerà colui che sarà il più morto, ovvero noi, dice Muray. E mi preme sottolineare che non si tratta affatto d’una provocazione, di una di quelle trovate di spirito tipiche degli scrittori francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">È un aforisma che condensa una ricerca spirituale e artistica condotta per almeno tre decenni, un giudizio morale, maturato, ponderato in ogni suo dettaglio, analizzato in tutti i suoi aspetti, sulle sorti della nostra civiltà. In tal senso possiamo dire che Muray prolunga la messa in questione che Husserl e Valery avevano intrapreso tra le due guerre a proposito della crisi della civiltà europea. Inequivocabilmente.<br />
Va tuttavia precisato che sia in Husserl che in Valery, si trattava di premonizioni, segnali d’allarme, segni che annunciavano la catastrofe in arrivo. In Muray la morte è sopraggiunta. Solo che il cadavere si crede più vivo che mai. Miracolo? Non direi proprio. L’elisir del Bene ci è stato fatto ingoiare a dosi massicce.<br />
Eppure Muray non viene fuori dal nulla, non è senza precursori. Un anno prima della sua morte, nel 1947, Georges Bernanos aveva tenuto una serie di conferenze pubblicate postume e intitolate <em>La libertà, per farne cosa</em>? È la critica rigorosa di una civiltà che, al risveglio dall’incubo da lei stessa provocato su scala planetaria, rifiuta ostinatamente di trarne la benché minima lezione in vista di moderare i suoi immensi desideri di comfort e beni materiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di qui le sue conclusioni: per ogni organismo la decomposizione comincia dopo la morte, per le civiltà da molto prima.<br />
Philippe Muray ha fatto l’elogio di Georges Bernanos a più riprese in saggi e articoli. Come di Flannery O’Connor, Philip Roth, Milan Kundera e di tanti altri scrittori, soprattutto romanzieri, il cui sguardo obliquo sul mondo ha stimolato il suo. Eppure i suoi maestri, i veri maestri, rivendicati, ripresi ininterrottamente nei suoi scritti e commentati alla luce del presente, rimangono Balzac e Céline. Muray si richiama molto spesso alla loro eredità, alla loro arte di racchiudere in un abbraccio il mondo nella sua interezza. Nondimeno, mi preme sottolineare che supera i suoi maestri in un punto cruciale, esteticamente parlando. La sua risata tocca vette che farebbero sognare i suoi grandi modelli. Il che non significa che in tale campo sia stato solo e isolato, che tale risata prima di allora non sia risuonata. È risuonata eccome! È proprio con una risata che iniziano i tempi moderni. È la risata di Rabelais. Salvo che, nel caso di Philippe Muray, la risata non è soltanto l’elemento proprio dell’uomo come era stato per il suo nobile antenato. In un’epoca oscura come la nostra è d’obbligo servirsene come di uno strumento di tale finezza da permetterci di orientarci con la riflessione nella nebbia di tutte quelle idee che sembrano fatte con lo stampino e da cui siamo stretti in assedio.</p>
<p>* <em>Lakis Proguidis scrittore e critico lettrario. Nel 1993 ha fondato e dirige la rivista L’Atelier du roman, con cui Philippe Muray ha collaborato in modo assiduo fino alla morte nel 2006.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-64812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Muray-Cari-jihadisti-cover-1024x375.jpg" alt="muray-cari-jihadisti-cover" width="883" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Muray-Cari-jihadisti-cover-1024x375.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Muray-Cari-jihadisti-cover-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Muray-Cari-jihadisti-cover-768x281.jpg 768w" sizes="(max-width: 883px) 100vw, 883px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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