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	<title>Edmondo De Amicis &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ineguaglianza sociale, razzismo, neofascismo: sui fatti di Tor Sapienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2014 13:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese .1. “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di Matthew effect, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span><strong>1.</strong><br />
“Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell&#8217;abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Così recita un passo del Vangelo di San Matteo. Nella sociologia statunitense si parla di <em>Matthew effect</em>, per designare quella legge sociale, verificata nell’ambito della ricerca scientifica o dell’apprendimento, per cui chi parte con un vantaggio non farà che cumularlo rispetto a dei soggetti concorrenti, che muovono invece da una posizione iniziale di svantaggio. <span id="more-49747"></span>Sociologi marxisti come <strong>Immanuel Wallerstein</strong> hanno mostrato la pertinenza dell’effetto di San Matteo anche nel campo della ripartizione delle ricchezze, ossia la tendenza, nelle società capitalistiche, a una polarizzazione accresciuta tra ricchi e poveri, sia all’interno di una stessa nazione, sia nel sistema dell’economia-mondo, in virtù dello scambio ineguale tra Nord e Sud del pianeta. Non è difficile applicare questo paradigma alle condizioni di vita di una popolazione metropolitana, come il caso di <strong>Tor Sapienza</strong> illustra.</p>
<p>Se avete un quartiere periferico, dove si concentra l’edilizia popolare, allora avrete anche uno scarso collegamento, da parte dei trasporti pubblici, con il centro della capitale. E questo non accresce l’insediamento e la prosperità dei commerci di quartiere, ma al contrario la desertifica. Se i palazzoni popolari pongono non semplici problemi di gestione degli spazi comuni, allora ci sarà anche una diminuzione della qualità del servizio raccolta rifiuti, e un territorio poco curato e sporco non sollecita nessuna cura e attenzione individuale. Dove c’è sporco sarà ancora più sporco. Se la popolazione del quartiere è tagliata fuori da un collegamento facile con il centro città, anche saranno assenti quelle forze dell’ordine che vegliano quotidianamente, invece, sui quartieri più ricchi, e di conseguenza, nel quartiere povero, l’illuminazione sarà scarsa, alimentando così sentimenti d’insicurezza e favorendo l’eventuale radicamento di fenomeni di micro-criminalità. Un quartiere scollegato, sporco, non frequentato dalle forze di polizia, poco illuminato, in cui già vi è una concentrazione di ceti popolari, con relativi disagi dati dalla scarsità di risorse economiche e culturali, funziona da magnete per tutti quei gruppi sociali marginali, che hanno bisogno, per sopravvivere, d’insediarsi in zone invisibili e abbandonate dall’autorità. E avremo, allora, nelle pieghe dei palazzoni popolari, gli insediamenti abusivi, e negli spazi comuni o abbandonati la prostituzione. Poiché, sull’onda neoliberista, nata negli Stati Uniti, e oggi in via di diffusione in Europa, <a href="http://www.deriveapprodi.org/2006/10/punire-i-poveri/">lo Stato sociale si è trasformato in uno Stato penale</a> , dove i poveri vanno non aiutati ma puniti, allora i più poveri, invece di cercare appoggi presso lo Stato, rifuggono dalle sue maglie, e si concentrano laddove esso è più assente, ossia là dove già esistono altri poveri. Ad accentuare la condizione di ghetto, la costruzione ad anello degli edifici, che sono serviti dall’unico accesso viario di Viale Morandi. Su di un terreno sociale e urbano di questo tipo, gli interventi più visibili dell’istituzione sono l’insediamento di uno Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e un Centro di prima accoglienza per minori. A ciò va aggiunta, poco lontano, la presenza di un campo nomadi (via Salviati).</p>
<p>Di fronte a un tale scenario, è del tutto comprensibile che i residenti del quartiere dicano: perché lo Sprar e il Centro di accoglienza non li piazzate nei quartieri del centro? E perché da noi non avviate un progetto di riqualificazione urbana, ossia non investite dei soldi per migliorare le nostre condizioni di vita? Ciò che risulta, invece, incomprensibile, è perché, muovendo da tali premesse, gruppi di residenti abbiano deciso che la responsabilità del cumulo di svantaggi sociali che il loro quartiere totalizza sia attribuibile a dei rifugiati stranieri, e non si capisce, quindi, perché invece di organizzare manifestazioni davanti al comune, indirizzate ai responsabili politici dell’amministrazione della città, essi si siano diretti contro il Centro di accoglienza con l’intenzione di spopolarlo con la violenza fisica e scandendo slogan razzisti.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
I fatti di Tor Sapienza hanno scoperchiato un inferno urbano e sociale. L’inferno delle condizioni di vita degli abitanti che vivono in quel quartiere popolare e periferico di Roma, l’inferno delle reazioni violente e razziste che quelle condizioni hanno in parte alimentato, l’inferno della strategia d’intervento neofascista su quei territori e su quelle situazioni di sofferenza e rabbia. Uno scenario in grado di pietrificare chiunque. Ma la stupefazione raggelata non è utile a nessuno. Eppure, anche sulla stampa che una volta si sarebbe detta progressista, e che oggi è sempre più <em>cautamente</em> progressista, ho notato un generale agnosticismo, una tendenza a sospendere il giudizio, di fronte all’inquietante intreccio di questioni sollevate dai fatti di Tor Sapienza. Anche se poi, più che prudente scetticismo, abbiamo a che fare con un consapevole e preventivo diniego: l’editoriale dell’ultimo numero dell’&#8221;Espresso&#8221; a firma di <strong>Luigi Vicinanza</strong> s’intitola “Attenti a chiamarlo razzismo”. Nello stesso numero, anche il sociologo <strong>Marzio Barbagli</strong>, nell’intervista che ha concesso al settimanale, ci tiene a precisare: “Gli italiani non sono razzisti. Dai dati che abbiamo raccolto sappiamo che la maggioranza è favorevole a regole più semplici per fare ottenere la cittadinanza agli immigrati”. Sul blog dell’“Espresso”, già il 12 novembre, un altro opinionista, <strong>Alessandro Gilioli</strong>, si era mostrato particolarmente scrupoloso nell’intervenire a caldo su un contesto da lui poco conosciuto, e aveva scritto: “Anche se forse qualcuno se ne stupirà, non è nelle intenzioni di questo post prendere le difese degli uni o degli altri, né al momento accusare i primi di razzismo: non conosco infatti le condizioni sociologiche in cui si vive in via Giorgio Morandi, e mi rifiuto di emettere giudizi su cose che al momento apprendo solo per superficiali letture”. Magnifiche parole, che vorremmo leggere in esergo al 90% degli editoriali che ogni giorni si stampano a milioni di esemplari. Strano, però, che il così tanto consapevole Gilioli sospenda il giudizio sul “razzismo”, per titolare disinvoltamente il suo pezzo <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/11/12/prove-di-guerra-civile/?ref=HEF_RULLO">“Prove di guerra civile”</a>. Tutti si sono premurati di catalogare l’assalto armato al Centro per rifugiati di Viale Morandi come un episodio della guerra tra poveri, sperando in questo modo di esorcizzare il fantasma del razzismo. Il problema è che, molto spesso, ciò che trasforma una guerra tra poveri e ricchi – un episodio della lotta di classe – in una semplice guerra tra poveri è proprio una visione razzista della società. Quindi nei fatti di Tor Sapienza il razzismo è un elemento centrale, e che varrebbe la pena di analizzare e non semplicemente in un’ottica morale, bensì politica. Ripetere che, se la gente grida “negri maiali” o “negri di merda”, e aggiunge “bruciamoli”, ciò non ha niente a che vedere con il colore della pelle, ma con il disagio sociale, significa dimenticare che anche i pogrom, storicamente, sono stati favoriti da forme di disagio sociale. Cito da “<a href="http://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10005183">L’Enciclopedia dell’Olocausto</a>”: “In Germania e nell&#8217;Europa dell&#8217;est, durante il periodo dell&#8217;Olocausto, così come già durante l&#8217;epoca zarista, al tradizionale risentimento verso gli Ebrei dovuto all&#8217;antisemitismo religioso, si aggiunsero ragioni economiche, sociali e politiche che vennero usate come pretesto per i pogrom”. Oggi non credo che nessuno, salvo qualche audace revisionista, si permetterebbe di dire che l’antisemitismo è un aspetto non pertinente nell’analisi dei pogrom.</p>
<p>Non solo il razzismo è un elemento centrale nella vicenda di Tor Sapienza, ma lo è in stretta relazione con l’intervento neofascista, che ha giocato senz’altro un ruolo nell’orientamento “razzista” imboccato dalla protesta. La questione non è quindi riducibile a una semplice aggressione razzista inconsulta. Proprio il carattere razzista di quella reazione è la spia di un probabile lavoro a monte, che non sarà stato determinante in assoluto, ma che è un fattore importante da considerare, soprattutto per il futuro. In anni come questi, di crescente polarizzazione sociale, i minoritari neofascisti hanno mostrato più volte di sapere trasformare il disagio diffuso e un retroterra culturale fragile e permeato da stereotipi razzisti in un tipo di azione collettiva, che essi sono in grado di nutrire di contenuti e di coordinare nella sua realizzazione violenta.</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Riporto qui un passo di <strong>Furio Jesi</strong> sul razzismo, che faceva parte di uno studio mai completato. Il brano è tratto dal primo capitolo intitolato <em>Lo sporco selvaggio</em> e incluso in <em>Cultura di destra</em> apparso per Nottetempo nel 2011. Jesi propone due esempi di razzismo, che nel caso specifico si traducono nell’associare “sporcizia” e “diverso”. Nel primo esempio, una signora torinese parla della sporcizia che i meridionali portano nei quartieri popolari, che un tempo abitavano i torinesi poveri, però con decoro e pulizia. L’altro riguarda <strong>Edmondo De Amicis</strong>, che vede una “sporcizia” inevitabile ma sana, nel povero laborioso, e una “sporcizia” disgustosa e connessa alle origini etniche, che s’incontra nel quartiere ebreo di Amsterdam. Scrive Jesi:</p>
<p>“La sporcizia degli ebrei poveri di Amsterdam ripugna a De Amicis perché non è dovuta al lavoro. Altrettanto si può dire dell’autrice della lettera alla &#8220;Stampa&#8221;: la sporcizia degli immigrati meridionali poveri e delle loro case non è dovuta al lavoro. Nell’uno e nell’altro caso, la sporcizia è dovuta alla miseria che l’ordinamento della società impone a quei poveri. Ma tanto De Amicis quanto l’autrice della lettera si rifiutano di indagare le vere cause di quella sporcizia, e dimostrano così di non volere rivolgere accuse contro ordinamenti della società che evidentemente sono per loro giusti e graditi. L’unico modo di evitare di accusare l’ordinamento sociale e di riconoscergli la responsabilità di quella sporcizia consiste nell’adottare convinzioni razziste e dichiarare: quella gente, gli ebrei poveri di Amsterdam e gli immigrati meridionali e poveri di Torino, è sporca perché per “razza”, per “sangue”, non possiede il senso della pulizia; ed è misera perché per “razza”, per “sangue”, non ha voglia di dedicarsi al lavoro (…).”</p>
<p>Ho citato Jesi qui per due motivi. Uno per mostrare come il “razzismo” sia un discorso “magico”, perfettamente autoreferenziale, che scivola sulla varietà delle circostanze storiche come un liquido su di una superficie impermeabile. Gli aspetti odiosi che il razzista attribuisce fatalmente a delle razze o a delle culture di popolazioni determinate si ripetono come una litania uguale a se stessa nel corso del tempo e nel mutare dei luoghi e dei contesti. “Sporco” è stato l’ebreo in Europa, è stato il meridionale a Torino, è il rifugiato d’origine asiatica o africana a Tor Sapienza. Il discorso razzista – e qui vengo al secondo motivo della citazione – funge quindi da schermo opaco nei confronti della realtà sociale e storica, annichilisce ogni determinazione e nella sua plasticità infinita si presta, invece, ad ogni abuso. Il discorso razzista è sempre vero, perché non esige prove, ragionamenti, analisi. Esso quindi offre un’immediata e sempre identica soluzione, ancor prima che si siano analizzati i termini sociali del problema che viene posto. La soluzione alla sofferenza sociale di Tor Sapienza è l’allontanamento dei rifugiati stranieri perché essi sono portatori di “sporcizia”, di “violenza sessuale sulle donne”, di “ladreria”. La sofferenza sociale non nasce, quindi, nel cuore del nostro sistema sociale, all’ombra delle istituzioni statali rispetto a cui, dalla nascita e alla morte, siamo quotidianamente confrontati. La sofferenza è causata da un piccolo gruppo di “dannati della terra”, alcuni minorenni, spesso di origini geografiche diverse, in fuga da guerre e persecuzioni, isolati in un paese che non conoscono. Questo gruppo di persone, catapultati dalle istituzioni italiane in un edificio di periferia, diventano d’un tratto il motore di tutte le ineguaglianze sociali. Non c’è bisogno più che l’analisi risalga la catena delle responsabilità, che si individuino i multiformi nemici di un sistema sociale, e che si debba così far fronte alla lucida considerazione di un’inesistente soluzione magica e istantanea, tutta concentrata in uno sfogo di violenza indiscriminata.</p>
<p>Leggo in una <a href="http://hurriya.noblogs.org/post/2014/11/14/roma-corrispondenza-da-tor-sapienza/">testimonianza importante</a> , pubblicata sul sito <em>Hurriya</em>, queste righe: “Parlando della famosa guerra tra poveri [con i residenti del quartiere], abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà”.</p>
<p>Emerge qui una ancora diversa ipotesi. Il discorso razzista sarebbe usato in modo consapevolmente strumentale, sarebbe un discorso fatto senza crederci. Passiamo qui dall’uso incantatorio, obnubilante, del discorso razzista, al suo uso cinico e deliberato: attacco chi è vulnerabile e <em>innocente</em>, <em>sapendo</em> che è innocente, per ricattare chi è responsabile e chi è forte. Siamo qui nei dintorni della guerra asimmetrica, che ben conosciamo attraverso tutte le forme storiche e contemporanee di terrorismo. Faccio saltare in aria dei civili, per colpire i vertici politici e militari dell’esercito che non posso affrontare sul campo.</p>
<p>Per parte mia, non ho minimamente la pretesa di imporre una lettura definitiva di questi eventi. E questo non perché credo che sia <em>impossibile</em> parlare di questi eventi se non siano stati <em>vissuti direttamente</em>. Credo che, con un minimo lavoro di incrocio delle fonti, alcune linee di forza si disegnino all’interno di eventi sociali come quello di Tor Sapienza, pur nella lacunosità delle testimonianze e nell’ambiguità semantica connaturata a tali dinamiche sociali. Mi sembra, però, ancora una volta, che il razzismo, come discorso circolante, non come vizio caratteriale delle persone, sia uno dei fattori determinanti degli accadimenti, un fattore la cui portata resta da analizzare e comprendere, ma che negare con disinvoltura e in apertura di analisi mi sembra assurdo e irresponsabile.</p>
<p>Il discorso razzista è sempre disponibile. Nel ventennio berlusconiano, questo discorso in Italia è stato diffuso, nutrito, ribadito dalla destra al potere, con la Lega nel ruolo di centro propagandistico, e ha avuto mille sponde in diverse realtà politiche, sociali e culturali. Il grado di razzismo degli italiani dipende, secondo le circostanze, dalla loro disponibilità a fare uso di questo discorso, <em>a crederci</em>, nel momento in cui forze politiche, come i neofascisti a Roma, glielo scodellano sul piatto. Le istituzioni, quanto gli organi d’informazione, hanno poi una responsabilità enorme nel permettere e favorire la costituzione di <em>discorsi alternativi</em>, costruiti attraverso pratiche associative e militanti, o attraverso saperi e analisi, capaci di far presa sulla complessità del reale. L’ondata neoliberista, però, che condiziona tutti i piani alti delle istituzioni oggi in Europa, predica di abbandonare non solo economicamente gli strati sociali più deboli, ma invita anche a ridurre la circolazione di strumenti culturali che possano essere utili nell’analisi critica della realtà. La cultura serve a chi già ce l’ha, e gli serve quindi come strumento per incrementare quei privilegi sociali che già possiede. A chi quei privilegi sociali non ha, verranno tolti e delegittimati anche tutti gli strumenti di conflitto e d&#8217;emancipazione che più di un secolo di lotte sociali e operaie hanno sedimentato. Secondo la legge di San Matteo, a chi non ha prospettive e vocabolario politico per difendersi, verrà reso disponibile il magico e inefficace discorso razzista, e per chi ha più stomaco la pratica del linciaggio.</p>
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		<title>BATTAGLIE CULTURALI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 15:14:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili”.<br />
Credo che mai come oggi, per comprendere il senso profondo dello scontro in atto tra chiesa cattolica e modernità, queste parole meritino di essere meditate. Che cosa significa perdonare il delitto come se fosse peccato? Significa che sul sacramento della confessione &#8211; oggi ribattezzato “della penitenza” &#8211; il cattolicesimo post tridentino ha costruito i fondamenti di quel potere che oggi il mondo moderno disconosce: il potere che concede l’assoluzione al delitto in presenza di “vero pentimento”.<span id="more-41085"></span><br />
Nel mio libro GUERRA (Mondadori, 2005) pubblicai un testo concepito come una reazione alle reiterate richieste di “perdono” per i “delitti” commessi in nome di santa romana chiesa: richieste avanzate da Giovanni Paolo II in occasione dell’anno giubilare 2000.</p>
<p><em>Non costa nulla chiedere perdono</em><br />
<em> Per archi trionfali popolati</em><br />
<em> Di allegorie screziate</em><br />
<em> Consustanziate in lame ed armature,</em><br />
<em> Tasse sul miele al papa-re per S. Michele</em><br />
<em> Spade pugnali attrezzi di tortura</em><br />
<em> Non costa nulla chiedere perdono.</em></p>
<p><em>Per il potere di sciogliere e legare</em><br />
<em> Convertire reprimere annientare</em><br />
<em> Non è possibile chiedere perdono.</em></p>
<p>Non ha senso &#8211; scrivevo &#8211; chiedere perdono per avere esercitato il potere di sciogliere e legare, convertire, reprimere e annientare nel momento in cui A QUESTO POTERE NON SI E’ RINUNCIATO E NON SI HA ALCUNA INTENZIONE DI RINUNCIARE. Anzi, tali richieste di perdono suonano ad orecchie laiche e moderne come un ulteriore atto di violenza e di arroganza. Non è possibile chiedere perdono se non si rimuovono le cause che portarono ai crimini. Ma la chiesa cattolica – ovviamente – non può rinunciare al proprio potere di sciogliere, legare, convertire e concedere l’assoluzione, se non rinunciando a se stessa.</p>
<p>Scandali recenti come quello dei cosiddetti preti pedofili, o più circoscritto quello relativo al ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nel sottotetto della parrocchiale di Potenza, o più indietro nel tempo quello relativo al triplice omicidio-suicidio che coinvolse a Roma il comandante delle guardie svizzere, o persino la mancata autopsia sul cadavere di papa Luciani, presentano tutti un denominatore comune: l’urgenza a non fare chiarezza, a non indagare, a non denunciare, a soffocare qualunque voce si levi (o si levasse, come quella della madre della povera guardia svizzera sulla cui memoria pesano due omicidi) a chiedere una indagine seria, circostanziata, libera da condizionamenti. Troncare, sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare…</p>
<p>Perché questo denominatore comune? Perché la prima preoccupazione non è scoprire il colpevole e condannarlo o farlo condannare. Queste sono logiche illuministiche e liberali. La prima preoccupazione è che l’affaire non trapeli, o se trapela che se ne sappia il meno possibile, e soprattutto che ne parlino il meno possibile i nemici là fuori, sempre pronti a puntare il dito contro i depositari del bene assoluto e della verità rivelata. Il segreto come dimensione istituzionale. Il colpevole come il minore dei mali: se si confessa e si pente, si legherà ancora di più alla sacra istituzione, e sarà grato e servo umilissimo. Lo si può perdonare e assolvere, riammettere nei ranghi, rimettere in circolazione, magari proprio tra quei fanciulli che lo attraggono. Sarà una “prova”. E se “cadrà” di nuovo? Dovrà nuovamente pentirsi. Perché ciò che più conta non è l’adolescenza violata, ma il confratello da proteggere, salvare e conservare.</p>
<p>Qual è l’elemento istituzionale che favorisce e giustifica l’omertà? Nel 1996, riferisce il New York Times, il cardinale Tarcisio Bertone diede istruzioni ai vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare alla riduzione allo stato laicale di padre Murphy (stupratore di oltre duecento bambini sordomuti). Lo stesso Bertone, tuttavia, pochi mesi dopo fermò il processo, perché padre Murphy aveva scritto al cardinale Ratzinger: “Vorrei solo vivere il tempo che mi resta nella dignità del mio sacerdozio. Chiedo il vostro aiuto in questa vicenda”. Fu accontentato. Padre Murphy non ricevette alcuna punizione o sanzione e fu trasferito in segreto in altre parrocchie e scuole cattoliche. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha risposto che “il diritto canonico non prevede punizioni automatiche”.<br />
Fuori da ogni logica istituzionale, semplicemente inconcepibile, sarebbe in questi casi pensare ad una denuncia alle autorità civili da parte ecclesiastica. Questo compito spetta sempre e solo alle vittime, dopo qualche anno, quando sono cresciute, se riescono a vincere vergogne e timori, se qualcuno le sostiene. E quando un procuratore della repubblica italiano (è accaduto a Milano) si azzarda a dichiarare: “Riceviamo le denunce sempre e soltanto dalle vittime, mai dalle autorità ecclesiastiche”, il ministro della giustizia italiano pensa subito ad inviargli un’ispezione ministeriale.<br />
Mentre il ministro della giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, l’8 marzo scorso, ribadendo la richiesta di una urgente tavola rotonda tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema degli abusi sessuali e delle violenze, ha accusato il Vaticano di avere a lungo coperto numerosi casi con un muro di silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001, quando era presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.</p>
<p>Il cadavere di Elisa Claps fu scoperto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza da due addette alle pulizie, Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, nel gennaio 2010, due mesi prima del ritrovamento ufficiale avvenuto il 17 marzo. Interrogate, le due signore hanno fatto mettere a verbale che, una volta scoperto il cadavere, avvisarono immediatamente sia il parroco, don Ambrogio Apakta, che il suo vice, Don Vagno. Entrambi sono stati ascoltati a lungo in questura e dai loro interrogatori sono emerse gravi contraddizioni. Un’ulteriore conferma del comportamento omertoso della curia potentina in merito alla tempistica del ritrovamento è giunta dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo. Il quale, dopo un drammatico colloquio con il questore, ha dichiarato ai giornalisti: “Chiedo perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia di Elisa e per la ricerca della verità”.<br />
Chi scrive non pensa minimamente che Apakta, Vagno e Superbo siano in qualche modo implicati nel delitto. Ma questo fatto, se possibile, rende ai nostri occhi ancora più grave il loro comportamento omertoso. Costoro, di fronte a qualsiasi istanza, non si comportano da cittadini, ma da membri di una setta, di un privatissimo club, di un potere altro e superiore, che può ricorrere &#8211; certo &#8211; alle leggi dello stato italiano quando conviene, ma che non si ritengono affatto tenuti a farlo di norma.</p>
<p>Se io commetto un crimine o sono complice di altri in un grave crimine; se, accusato, respingo le accuse, mi proclamo innocente, non collaboro con la giustizia per la ricerca della verità, anzi cerco di deviare le indagini o addirittura dileggio i famigliari della vittima; se, anche dopo una condanna da parte della magistratura dello stato italiano, continuo a negare e mi proclamo innocente, anzi vittima di una macchinazione, e mi rifiuto di risarcire la vittima o la sua famiglia; se continuo a comportarmi in questo modo anche dopo le condanne in appello e in Cassazione; se, infine, passati molti anni, quando ormai la verità fosse lampante e fosse tardi per qualsiasi riparazione, io chiedessi “perdono”… tutti giudicherebbero le mie scuse tardive e inutili. Questo è il comportamento che i detentori della verità rivelata e del bene assoluto pongono in essere. Di fronte a tanta ipocrisia &#8211; avente il solo scopo di non perdere adepti, privilegi e potere &#8211; occorrono forza e fermezza.<br />
Consigliamo vivamente, al riguardo, la lettura del volume Il peccato nascosto, a cura di Luigi Irdi, apparso nel 2010 per le edizioni Nutrimenti, che raccoglie numerose denunce presentate in varie procure italiane su violenze sessuali compiute da preti su minorenni. Vi si narra, per esempio, la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, in provincia di Ferrara, ma ricadente nella diocesi di Bologna, abusate da don Andrea Agostini, responsabile della struttura, condannato nel 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione e al risarcimento di ventottomila euro. Secondo le testimonianze rese in aula da maestre, bidelle e cuoche, Agostini &#8211; loro superiore &#8211; era solito palpeggiare le bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi leccarla. Le vittime avevano tutte tra i tre e i sei anni. Nel novembre 2004 le educatrici informarono i genitori di quanto accadeva nell’asilo e avvisarono i superiori del prete. La direttrice, insieme a un rappresentante dei genitori, venne convocata a Bologna nel gennaio 2005 da monsignor Ernesto Vecchi, in nome e per conto del cardinale Carlo Caffarra. Secondo quanto riportato dalla stessa direttrice, Vecchi disse: “Quell’uomo è malato e questo incontro non è mai avvenuto”. Ma quando seppe che la denuncia contro Agostini era già stata presentata, si inalberò e urlò alla direttrice: “Non dimentichi che lei è pagata da noi!”. I giudici Caruso, Oliva e Bighetti, nella sentenza di condanna di Agostini, scrivono che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto di Agostini equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”. E aggiungono che “il muro di gomma delle autorità ecclesiastiche influì anche sulla tempestività delle denunce e quindi direttamente sul numero di bambine che rimasero vittime di molestie sessuali”. In seguito alla sentenza, l’avvocato delle parti lese Claudia Colombo scrisse al cardinale Carlo Caffarra, chiedendo una ammissione di responsabilità da parte della curia locale. Non ebbe alcuna risposta, mentre Agostini, presto scarcerato, venne promosso da Caffarra arciprete presso il Santuario della Beata Vergine di San Luca: continua dunque ad essere a contatto con i bambini e le bambine in visita al santuario più amato dai bolognesi. Per la cronaca, Caffarra ha avuto recentemente modo di confermare il proprio alto spirito caritativo chiedendo con veemenza al presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani di NON estendere anche alle coppie di fatto &#8211; debitamente registrate in comune &#8211; i diritti e i benefici del welfare.<br />
Porta Pia &#8211; è vero &#8211; cancellò dalla storia una delle più ottuse monarchie assolute dei tempi moderni, che motivava la sua intolleranza e il suo dominio sulle coscienze e sui corpi non solo con il richiamo ad un generico diritto divino, ma con la pretesa che il sovrano fosse il vicario del figlio del dio unico degli abramitici.<br />
Cancellando dall’Europa, come scrisse Gladstone, uno stato che “ha condannato la libertà di parola, la libertà di stampa, la tolleranza del non-conformismo, il libero studio di questioni civili e filosofiche”, quel giorno, l’Italia avrebbe dovuto cancellare per sempre anche i privilegi della chiesa cattolica. Invece diede subito inizio, con la legge delle Guarentigie e “l’assegno di congrua”, alla lunga serie di concessioni al Vaticano culminata in anni recenti nella vergognosa clausola dell’8 per mille.<br />
I clericali, per altro, pensarono bene di mostrarsi sempre e solo offesi, proclamandosi vittime: L’unità cattolica, celebre periodico diretto da don Margotti, cominciò a uscire listato a lutto e lo fece per ben 28 anni. Come osservò Edmondo De Amicis, fogli di tal fatta ingenerarono nei cattolici di tutta Europa il timore che “gli italiani” (definiti “facinorosi” e “tigri assetate di sangue”) volessero “far man bassa sulle chiese e sui preti”.<br />
Porta Pia, quindi, ha sì cancellato dalla storia lo stato pontificio, portando a naturale conclusione il Risorgimento, ma ha anche aperto le porte dell’Italia tutta alle ingerenze vaticane. Perduto il potere temporale in un’area ristretta del paese, i clericali lo hanno recuperato di fatto e con ben maggiore efficacia in tutto il Paese, spacciandolo per potere spirituale, grazie all’ignavia e all’opportunismo dei governanti italiani.</p>
<p>Ricorrendo nuovamente alla strategia del vittimismo, “prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l&#8217;offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo VI per l’Humanae vitae”, ha affermato la Santa sede per bocca del cardinale Angelo Sodano, a proposito dei numerosi processi contro i preti pedofili che in molti paesi del mondo costringono la chiesa a versare cospicui risarcimenti alle vittime. In particolare il cardinale ha condannato l’“accanimento” dei media tedeschi e statunitensi.<br />
Si dia pace, eminenza, rispondiamo, quello che lei definisce “accanimento” in realtà è solo serietà: la serietà dei paesi moderni e civili di fronte all’arretratezza, alla sessuofobia, alla menzogna e all’ipocrisia. Ma si consoli, eminenza, avrà sempre al suo fianco i servizi di Raiset e Bruno Vespa. Avrà al suo fianco anche il governo italiano nella difesa di un Vaticano arroccato come una monarchia medievale mentre affonda agli occhi del mondo civile.</p>
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		<title>LE OMERTA&#8217; VATICANE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 21:17:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili”.<br />
Credo che mai come oggi, per comprendere il senso profondo dello scontro in atto tra chiesa cattolica e modernità, queste parole meritino di essere meditate. Che cosa significa perdonare il delitto come se fosse peccato? Significa che sul sacramento della confessione – detto anche della “penitenza” o della “riconciliazione” &#8211; il cattolicesimo post tridentino ha costruito i fondamenti di quel potere che oggi il mondo moderno disconosce: il potere che concede l’assoluzione al delitto in presenza di “vero pentimento”.<span id="more-33335"></span><br />
Nel mio libro GUERRA (Mondadori, 2005) pubblicai un testo concepito come una reazione alle reiterate richieste di “perdono” per i “delitti” commessi in nome di santa romana chiesa: richieste avanzate da Giovanni Paolo II in occasione dell’anno giubilare 2000.</p>
<p>Non costa nulla chiedere perdono<br />
Per archi trionfali popolati<br />
Di allegorie screziate<br />
Consustanziate in lame ed armature,<br />
Tasse sul miele al papa-re per S. Michele<br />
Spade pugnali attrezzi di tortura<br />
Non costa nulla chiedere perdono.</p>
<p>Per il potere di sciogliere e legare<br />
Convertire reprimere annientare<br />
Non è possibile chiedere perdono.</p>
<p>Non ha senso &#8211; scrivevo &#8211; chiedere perdono per avere esercitato il potere di sciogliere e legare, convertire, reprimere e annientare nel momento in cui a tale potere NON SI E’ RINUNCIATO E NON SI HA ALCUNA INTENZIONE DI RINUNCIARE. Anzi, siffatte richieste di perdono suonano ad orecchie laiche e moderne come un ulteriore atto di violenza e di arroganza. Non è possibile chiedere perdono se non si rimuovono le cause che portarono ai crimini. Ma la chiesa cattolica – ovviamente – non può rinunciare al proprio potere di sciogliere, legare, convertire e concedere l’assoluzione, se non rinunciando a se stessa.</p>
<p>Scandali recenti come quello dei cosiddetti preti pedofili, o più circoscritto quello relativo al ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nel sottotetto della parrocchiale di Potenza, o più indietro nel tempo quello relativo al triplice omicidio-suicidio che coinvolse a Roma il comandante delle guardie svizzere, o persino la mancata autopsia sul cadavere di papa Luciani, presentano tutti un denominatore comune: l’urgenza a non fare chiarezza, a non indagare, a non denunciare, a soffocare qualunque voce si levi (o si levasse, come quella della madre della povera guardia svizzera sulla cui memoria pesano due omicidi) a chiedere una indagine seria, circostanziata, libera da condizionamenti. Troncare, sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare…</p>
<p>Perché questo denominatore comune? Perché la prima preoccupazione non è scoprire il colpevole e condannarlo o farlo condannare. Queste sono logiche illuministiche e liberali. La prima preoccupazione è che l’affaire non trapeli, o se trapela che se ne sappia il meno possibile, e soprattutto che ne parlino il meno possibile i nemici là fuori, sempre pronti a puntare il dito contro i depositari del bene assoluto e della verità rivelata. Il segreto come dimensione istituzionale. Il colpevole come il minore dei mali: se si confessa e si pente, si legherà ancora di più alla sacra istituzione, e sarà grato e servo umilissimo. Lo si può perdonare e assolvere, riammettere nei ranghi, rimettere in circolazione, magari proprio tra quei fanciulli che lo attraggono. Sarà una “prova”. E se “cadrà” di nuovo? Dovrà nuovamente pentirsi. Perché ciò che più conta non è l’adolescenza violata, ma il confratello da proteggere, salvare e conservare.</p>
<p>Qual è l’elemento istituzionale che favorisce e giustifica l’omertà? Nel 1996, riferisce il New York Times, il cardinale Tarcisio Bertone diede istruzioni ai vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare alla riduzione allo stato laicale di padre Murphy (stupratore di oltre duecento bambini sordomuti). Lo stesso Bertone, tuttavia, pochi mesi dopo fermò il processo, perché padre Murphy aveva scritto al cardinale Ratzinger: “Vorrei solo vivere il tempo che mi resta nella dignità del mio sacerdozio. Chiedo il vostro aiuto in questa vicenda”. Fu accontentato. Padre Murphy non ricevette alcuna punizione o sanzione e fu trasferito in segreto in altre parrocchie e scuole cattoliche. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha risposto che “il diritto canonico non prevede punizioni automatiche”.<br />
Fuori da ogni logica istituzionale, semplicemente inconcepibile, sarebbe in questi casi pensare ad una denuncia alle autorità civili da parte ecclesiastica. Questo compito spetta sempre e solo alle vittime, dopo qualche anno, quando sono cresciute, se riescono a vincere vergogne e timori, se qualcuno le sostiene. E quando un procuratore della repubblica italiano si azzarda a dichiarare:  “Riceviamo le denunce sempre e soltanto dalle vittime, mai dalle autorità ecclesiastiche”, il ministro della giustizia italiano pensa subito ad inviargli un’ispezione ministeriale (ma di quanti ispettori dispone il ministro Alfano?).<br />
Mentre il ministro della giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, l’8 marzo scorso, ribadendo la richiesta di una urgente tavola rotonda tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema degli abusi sessuali e delle violenze, ha accusato il Vaticano di avere a lungo coperto numerosi casi con un muro di silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001, quando era presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.</p>
<p>Il cadavere di Elisa Claps fu scoperto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza da due addette alle pulizie, Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, nel gennaio 2010, due mesi prima del ritrovamento ufficiale avvenuto il 17 marzo. Interrogate, le due signore hanno fatto mettere a verbale che, una volta scoperto il cadavere, avvisarono immediatamente sia il parroco, don Ambrogio Apakta, che il suo vice, Don Vagno. Entrambi sono stati ascoltati a lungo in questura e dai loro interrogatori sono emerse gravi contraddizioni. Un’ulteriore conferma del comportamento omertoso della curia potentina in merito alla tempistica del ritrovamento è giunta dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo. Il quale, dopo un drammatico colloquio con il questore, ha dichiarato ai giornalisti: “Chiedo perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia di Elisa e per la ricerca della verità”.<br />
Chi scrive non pensa minimamente che Apakta, Vagno e Superbo siano in qualche modo implicati nel delitto. Ma questo fatto, se possibile, rende ai nostri occhi ancora più grave il loro comportamento omertoso. Costoro, di fronte a qualsiasi istanza, non si comportano da cittadini, ma da membri di una setta, di un privatissimo club, di un potere altro e superiore, che può ricorrere &#8211; certo &#8211; alle leggi dello stato italiano quando conviene, ma che non si ritengono affatto tenuti a farlo di norma.</p>
<p>Se io commetto un crimine o sono complice di altri in un grave crimine; se, accusato, respingo le accuse, mi proclamo innocente, non collaboro con la giustizia per la ricerca della verità, anzi cerco di deviare le indagini o addirittura dileggio i famigliari della vittima; se, anche dopo una condanna da parte della magistratura dello stato italiano, continuo a negare e mi proclamo innocente, anzi vittima di una macchinazione, e mi rifiuto di risarcire la vittima o la sua famiglia; se continuo a comportarmi in questo modo anche dopo le condanne in appello e in Cassazione; se, infine, passati molti anni, quando ormai la verità fosse lampante e fosse tardi per qualsiasi riparazione, io chiedessi “perdono”… tutti giudicherebbero le mie scuse tardive e inutili. Questo è il comportamento che i detentori della verità rivelata e del bene assoluto pongono in essere. Di fronte a tanta ipocrisia &#8211; avente il solo scopo di non perdere adepti, privilegi e potere &#8211; occorrono forza e fermezza.<br />
Consigliamo vivamente, al riguardo, la lettura del volume Il peccato nascosto, a cura di Luigi Irdi, apparso nel 2010 per le edizioni Nutrimenti, che raccoglie numerose denunce presentate in varie procure italiane su violenze sessuali compiute da preti su minorenni. Vi si narra, per esempio, la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, in provincia di Ferrara, ma ricadente nella diocesi di Bologna, abusate da don Andrea Agostini, responsabile della struttura, condannato nel 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione e al risarcimento di ventottomila euro. Secondo le testimonianze rese in aula da maestre, bidelle e cuoche, Agostini &#8211; loro superiore &#8211; era solito palpeggiare le bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi leccarla. Le vittime avevano tutte tra i tre e i sei anni. Nel novembre 2004 le educatrici informarono i genitori di quanto accadeva nell’asilo e avvisarono i superiori del prete. La direttrice, insieme a un rappresentante dei genitori, venne convocata a Bologna nel gennaio 2005 da monsignor Ernesto Vecchi, in nome e per conto del cardinale Carlo Caffarra. Secondo quanto riportato dalla stessa direttrice, Vecchi disse: “Quell’uomo è malato e questo incontro non è mai avvenuto”. Ma quando seppe che la denuncia contro Agostini era già stata presentata, si inalberò e urlò alla direttrice: “Non dimentichi che lei è pagata da noi!”. I giudici Caruso, Oliva e Bighetti, nella sentenza di condanna di Agostini, scrivono che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto di Agostini equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”. E aggiungono che “il muro di gomma delle autorità ecclesiastiche influì anche sulla tempestività delle denunce e quindi direttamente sul numero di bambine che rimasero vittime di molestie sessuali”. In seguito alla sentenza, l’avvocato delle parti lese Claudia Colombo scrisse al cardinale Carlo Caffarra, chiedendo una ammissione di responsabilità da parte della curia locale. Non ebbe alcuna risposta, mentre Agostini, presto scarcerato, venne promosso da Caffarra arciprete presso il Santuario della Beata Vergine di San Luca: continua dunque ad essere a contatto con i bambini e le bambine in visita al santuario più amato dai bolognesi. Per la cronaca, Caffarra ha avuto recentemente modo di confermare il proprio alto spirito caritativo chiedendo con veemenza al presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani di NON estendere anche alle coppie di fatto &#8211; debitamente registrate in comune &#8211; i diritti e i benefici del welfare.<br />
Porta Pia &#8211; è vero &#8211; cancellò dalla storia una delle più ottuse monarchie assolute dei tempi moderni, che motivava la sua intolleranza e il suo dominio sulle coscienze e sui corpi non solo con il richiamo ad un generico diritto divino, ma con la pretesa che il sovrano fosse il vicario del figlio del dio unico degli abramitici.<br />
Cancellando dall’Europa, come scrisse Gladstone, uno stato che “ha condannato la libertà di parola, la libertà di stampa, la tolleranza del non-conformismo, il libero studio di questioni civili e filosofiche”, quel giorno, l’Italia avrebbe dovuto cancellare per sempre anche i privilegi della chiesa cattolica. Invece diede subito inizio, con la legge delle Guarentigie e “l’assegno di congrua”, alla lunga serie di concessioni al Vaticano culminata in anni recenti nella vergognosa clausola dell’8 per mille.<br />
I clericali, per altro, pensarono bene di mostrarsi sempre e solo offesi, proclamandosi vittime: L’unità cattolica, celebre periodico diretto da don Margotti, cominciò a uscire listato a lutto e lo fece per ben 28 anni. Come osservò Edmondo De Amicis, fogli di tal fatta ingenerarono nei cattolici di tutta Europa il timore che “gli italiani” (definiti “facinorosi” e “tigri assetate di sangue”) volessero “far man bassa sulle chiese e sui preti”.<br />
Porta Pia, quindi, ha sì cancellato dalla storia lo stato pontificio, portando a naturale conclusione il Risorgimento, ma ha anche aperto le porte dell’Italia tutta alle ingerenze vaticane.  Perduto il potere temporale in un’area ristretta del paese, i clericali lo hanno recuperato di fatto e con ben maggiore efficacia in tutto il Paese, spacciandolo per potere spirituale, grazie all’ignavia e all’opportunismo dei governanti italiani.</p>
<p>Ricorrendo nuovamente alla strategia del vittimismo, “prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l&#8217;offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo VI per l’Humanae vitae”, ha affermato la Santa sede per bocca del cardinale Angelo Sodano, a proposito dei numerosi processi contro i preti pedofili che in molti paesi del mondo costringono la chiesa a versare cospicui risarcimenti alle vittime. In particolare il cardinale ha condannato l’“accanimento” dei media tedeschi e statunitensi.<br />
Si dia pace, eminenza, rispondiamo, quello che lei definisce “accanimento” in realtà è solo serietà: la serietà dei paesi moderni e civili di fronte all’arretratezza, alla sessuofobia, alla menzogna e all’ipocrisia. Ma si consoli, eminenza, avrà sempre al suo fianco Augusto Minzolini con i servizi del tg1 e Bruno Vespa. Avrà al suo fianco anche il governo italiano nella difesa di un Vaticano arroccato come una monarchia medievale mentre affonda agli occhi del mondo civile.</p>
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