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	<title>Eduardo Galeano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>El picaro de oro: Diego Armando Maradona, romanzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
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		<category><![CDATA[poetica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni Di Benedetto </strong> <br /> All’interno di quel particolare sistema di distribuzione collettiva del lavoro che è una squadra di calcio, il numero dieci rappresenta colui che è in grado di risolvere dialetticamente e in senso gramsciano l’antitesi manicheista dell’individuale e del collettivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-weight: 400;">A proposito di </span></em><span style="font-weight: 400;">In campo la vita sparisce </span><em><span style="font-weight: 400;">di Loris Caruso</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-103661 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo.jpg" alt="" width="507" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo.jpg 309w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo-300x178.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo-150x89.jpg 150w" sizes="(max-width: 507px) 100vw, 507px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giovanni Di Benedetto</strong></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;">Prologo. L’uno e il molteplice: fenomenologia del numero 10</li>
</ol>
<p style="font-weight: 400;">Nell’insieme che individua l’infinita successione dei significanti del linguaggio numerico, almeno tre svolgono appieno la funzione propria di un ipersegno: lo Zero, l’Uno e l’unione di questi nel numero Dieci. All’interno di quel particolare sistema di distribuzione collettiva del lavoro che è una squadra di calcio, il numero dieci rappresenta colui che è in grado di risolvere dialetticamente e in senso gramsciano l’antitesi manicheista dell’individuale e del collettivo: il fantasista è l’attante che attraverso il proprio genio e le proprie capacità creative individuali <em>inventa</em> il gioco. Allo stesso tempo, il fantasista è anche colui che <em>organizza</em> il gioco della squadra subordinando <em>l’inventio </em>alla <em>dispositio </em>al fine di elaborare un’<em>elocutio </em>performativa nel quale l’<em>actio </em>è sempre al servizio del collettivo. Il fantasista, come un poeta orfico-pitagorico, inventa geometrie in grado di creare dal nulla lo spazio entro il quale si manifesta il movimento che, portando al gol, altera la materia e, così facendo, il reale. Queste due qualità dell’invenzione e dell’organizzazione del gioco si concretizzano nel concetto che identifica l’idea stessa del fantasista: l’uomo-squadra, colui che, da solo, attraverso la fantasia, è capace di risolvere e capovolgere le sorti di una partita. Ma, allo stesso tempo,  l’uomo-squadra è colui che mette il suo talento al servizio della squadra organizzando il lavoro dei differenti reparti e dei singoli membri in una costruzione comune. L’imperativo categorico del numero Dieci, <em>Fare gol, </em>è per il fantasista una frase infinitiva principale che contiene, al suo interno, una subordinata finale: segnare un gol, oppure, <em>far (fare) gol, </em>mettere gli altri compagni di squadra nella situazione di segnare distribuendo <em>assist.</em>  L’uomo-squadra è un’opera-mondo nella quale i destini collettivi sono rappresentati nella traiettoria tracciata da un destino individuale. In questo, il fantasista è simile al poeta e al rivoluzionario. La vita, la morte e i miracoli di Diego Armando Maradona non solo rappresentano il manifesto più compiuto della fenomenologia del fantasista ma anche i cardini di una parabola propria soltanto agli eroi romanzeschi. La vita di Maradona non è come un romanzo. Diego Armando Maradona è romanzo.</p>
<ol start="2">
<li style="font-weight: 400;">«Giocò, vinse, pisciò, perse»: vita e gesta di Diego Armando Maradona, donnaiolo, chiacchierone, ubriacone, divoratore, irresponsabile, bugiardo, fanfarone</li>
</ol>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>En una villa nació, fue deseo de Dios</em><br />
(Rodrigo, <em>La Mano de Dios</em>)</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-103662 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo2.jpg" alt="" width="524" height="305" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo2.jpg 309w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo2-300x175.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo2-150x87.jpg 150w" sizes="(max-width: 524px) 100vw, 524px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella sua <em>Poetica</em>, Aristotele stabilisce le convenzioni letterarie che, per secoli, avrebbero definito la teoria dei generi: uno stile elevato per la tragedia e l&#8217;epica, e uno stile basso e umile per la commedia. Il genere è così codificato con la sua forma. La lingua che narra le gesta degli eroi è condizionata dalla loro posizione sociale, la quale a sua volta determina le situazioni narrative in cui i personaggi si trovano. La nascita del romanzo moderno è spesso attribuita all&#8217;emergere del romanzo picaresco spagnolo del XVI secolo, poiché rappresenta la prima forma narrativa a rompere le convenzioni letterarie aristoteliche. Il romanzo picaresco è caratterizzato da uno stile misto in cui il registro della lingua e le situazioni narrative alternano l&#8217;alto e il basso, l&#8217;eroico e il comico, il tragico e la farsa. Il protagonista, il picaro, racconta la sua vita adottando uno stile volutamente epico: le <em>gesta</em> della sua vita quotidiana diventano imprese, avventure, un succedersi di situazioni narrative, un romanzo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche se non avessimo mai visto un solo gol, un solo dribbling, né ascoltato un suo aforisma, né visto una sola immagine che lo rappresentasse, la semplice e rapida lettura della cronologia di Maradona sarebbe sufficiente per identificarlo come il personaggio principale di un romanzo picaresco. Con un&#8217;abilità paragonabile a quella utilizzata da Flaubert nel penultimo capitolo de <em>L&#8217;educazione sentimentale </em>per racchiudere la parabola esistenziale di Frédéric Moreau &#8211; in una rapida successione di passati remoti che condensano in poche righe i sedici anni di vita che separano il vuoto bianco tra il quinto e il sesto capitolo [1] (e dunque tra la giovinezza e l’età adulta) -, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, mediante un movimento sintattico che collega una serie di passati remoti con la stessa fluidità di un <em>enjambement </em>(leggasi <em>dribbling</em>), così racconta l’episodio dei Mondiali di Usa ’94 che forse più fa da metonimia all’intera vita romanzesca di Maradona: «Jugó, venció, meó, perdió». Giocò, vinse, pisciò, perse. Di fatto, l’infanzia di Diego Armando Maradona finisce quel giorno lì: da lì in poi, il pallone sarebbe stato come la treccia di capelli bianchi che Madame Arnoux regala a Frédéric Moreau al termine del romanzo [2]. E cosa ha fatto Maradona dal 1994 al giorno della sua morte il 25 novembre 2020? Viaggiò. Conobbe la malinconia delle panchine a bordo campo, i freddi risvegli su una brandina di una clinica cubana, l’incanto dei paesaggi de La Havana e delle rovine del deserto di Sinaloa in Messico, l’amarezza delle ginocchia troncate. Ritornò; frequentò la società, ed ebbe ancora altri amori. Ma il ricordo costante del primo calcio al pallone glieli rendeva insipidi; e poi la violenza del desiderio di segnare, la freschezza della condizione fisica era perduta. Anche le ambizioni da allenatore si erano ridotte. Passarono gli anni; e gli pesò l’inerzia del suo corpo e l’indifferenza del suo piede sinistro. Giocò, vinse, pisciò, perse. L’alto e il basso. Il cielo e la terra. Gli dèi e gli uomini. Come chiosa ancora Galeano, Maradona è «un Dio sporco che ci assomiglia: donnaiolo, chiacchierone, ubriacone, divoratore, irresponsabile, bugiardo, fanfarone». Il <em>Pibe de oro </em>è un autentico <em>Picaro de oro.</em></p>
<ol start="3">
<li style="font-weight: 400;"><em>In campo la vita sparisce</em></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">Diego Armando Maradona eroe romanzesco, dicevamo. Eppure le gesta di Maradona sembrano ispirare i poeti e non tanto i romanzieri (perché sia chiaro: Galeano è un grandissimo poeta, uno dei più grandi della letteratura ispano-americana). Oppure sembrano prestarsi a una forma narrativa ibrida, tra il giornalismo, il saggio e il racconto breve. Sembrerebbe che Maradona sia un oggetto narrativo fin troppo romanzesco per poterlo adattare in una forma romanzesca propriamente detta nella quale l’<em>inventio </em>e la <em>dispositio </em>riorganizzano il materiale biografico della sua esistenza. Un ulteriore ostacolo è dovuto al fatto che il suddetto materiale biografico è ormai entrato a far parte delle pagine dell’<em>Enciclopedia Universale</em> e che chiunque, bene o male, è a conoscenza delle gesta di Maradona. Lo spazio disponibile all’immaginazione per reinventare la narrazione della <em>chanson de geste </em>del ciclo maradoniano sembra essere pressoché inesistente. E allora, come scrivere un romanzo su Maradona? Se lo sarà chiesto per notti intere Loris Caruso, autore di <em>In campo la vita sparisce </em>(Castelvecchi). Il libro è un romanzo su Diego Armando Maradona. Lo ripeto: non una biografia romanzata, ma un vero e proprio romanzo che ha come protagonista un personaggio che all’inizio del racconto scopriamo chiamarsi Diego Armando Maradona e di cui scopriamo le gesta dall’infanzia all’adolescenza, le imprese, le peregrinazioni, i successi, la vita adulta, la sconfitta, la caduta, le sue innumerevoli morti, le resurrezioni, l’ascensione al cielo e al mito. <em>In campo la vita sparisce </em>si può leggere proprio come un romanzo di formazione. Le quattro parti nelle quali è suddiviso il libro &#8211; Principe, Re, Dio, Demone &#8211; permettono al lettore di seguire le peripezie di Maradona in una maniera che ricorda da vicino quella con la quale seguiamo l’avventura spirituale di Adrian Leverkuhn, il protagonista del <em>Doctor Faustus</em> di Thomas Mann.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-103663 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo3.jpg" alt="" width="347" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo3.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo3-150x210.jpg 150w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il pregio del libro di Loris Caruso è proprio quello di aver colto il grande potenziale narrativo di un uomo che sembra aver vissuto più vite: l’utilizzo costante di prolessi e analessi all’interno della narrazione permettono al testo di distaccarsi dalla cronaca  e diventare un elaborato meccanismo romanzesco nel quale ritrovare le caratteristiche del genere: ai dialoghi si alternano le descrizioni, alle descrizioni le azioni (e decisamente riuscite sono le descrizioni delle azioni calcistiche); le digressioni permettono inoltre al testo delle aperture saggistiche a proposito di storia, mito, religione e sociologia. In alcune situazioni, l’armonia tra le parti è perfetta. Si veda ad esempio lo scambio tra un giovanissimo Maradona a 11 anni, <em>portrait of the artist as young man</em>, e il suo allenatore delle giovanili dell’Argentino Juniors, Don Francis:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">            &#8211; Mister, in partita si possono fare i dribbling, o bisogna sempre passarla?</p>
<p style="font-weight: 400;">            &#8211; Scusa Pelusa, non ho sentito, puoi ripetere?</p>
<p style="font-weight: 400;">            &#8211; Ho chiesto… ho chiesto se possiamo fare i dribbling oppure… dobbiamo fare sempre i                                  passaggi don Francis</p>
<p style="font-weight: 400;">            &#8211; Ragazzi, il dribbling è l’arte del calcio. La più grande. Se al calcio togliamo il dribbling gli togliamo tutto. Ci sono squadre che dicono ai giocatori di non dribblare perché il dribbling è rischioso, sai se perdi la palla rischi il contropiede e il gol. Ma io piuttosto che vedere una partita senza dribbling preferisco farmi una pennica al sole o mangiarmi un buon Casado con gli amici. Il calcio senza dribbling è come un asado crudo: ti sfama ma non sa di niente.</p>
<p style="font-weight: 400;">            I ragazzi risero ma si ricomposero subito. Francis aveva un tono tra epico, il paterno e il militare.</p>
<p style="font-weight: 400;">            &#8211; L’arte nel calcio è superare l’avversario, aprire uno spazio che prima non c’era, inventarlo dal nulla come quando alla fine di una foresta compare una radura e vedi l’orizzonte.</p>
<p style="font-weight: 400;">            Ma non si può vivere solo di arte. Sarebbe bello, a me piacerebbe, ma non si può. Noi faremo i dribbling quando servono i dribbling, i passaggi quando servono i passaggi, i contrasti quando servono i contrasti e i tiri quando servono i tiri. Gli attaccanti devono dare una mano alla difesa, tutti devono dare una mano a tutti, soprattutto quando sembra che la barca stia affondando, chiaro? [3]</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Quella di Don Francis non è una lezione di calcio. È una lezione di stile: come costruire una situazione romanzesca. Come costruire un romanzo su Diego Armando Maradona.</p>
<ol start="4">
<li style="font-weight: 400;">Epilogo</li>
</ol>
<p>Nella sezione dedicata alle <em>Vite degli uomini illustri</em> della Grande Enciclopedia Universale edita a Napoli nel 2123, la biografia di Diego Armando Maradona apparirà al fianco di quella di Arthur Rimbaud, celebre mercante d’oppio e trafficante d’armi francese del diciannovesimo secolo. Quanto a Maradona, le fonti lo citeranno come «il più grande poeta argentino del ventesimo secolo».</p>
<ol start="5">
<li style="font-weight: 400;"><em>Post-Scriptum. </em>Parigi, gennaio-maggio 2023</li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho iniziato a leggere il libro di Loris Caruso nel gennaio 2023. Poche settimane prima l’Argentina aveva vinto il suo terzo mondiale. Ho assistito alla finale contro la Francia a Parigi, in un pub con solo argentini (essendo napoletano avevo diritto di cittadinanza). Al fischio finale, l’immensa gioia degli argentini mi ha scosso profondamente facendomi immaginare cosa avrei potuto provare se il Napoli fosse riuscito a vincere nuovamente lo scudetto, senza Diego, proprio come aveva appena fatto l’Argentina. Poche settimane fa, l’ho vissuto. È successo per davvero. Il Napoli ha vinto. Sono sceso in strada e ho chiamato il mio amico Boris che abita a Saint-Denis. Boris insegna storia, è un sindacalista della CGT e l’estate scorsa è venuto in pellegrinaggio a Napoli. Mentre gli mostravo le immagini in diretta Boris mi ha detto più o meno così: «è a questo che assomiglierà la vittoria della rivoluzione e del socialismo». Poche settimane prima, durante una delle giornate di sciopero contro la riforma delle pensioni del governo Macron, eravamo insieme Boris ed io. Nel corteo, come un’apparizione, abbiamo visto sorgere il profilo di Diego:</span></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-103664 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4.jpg" alt="" width="642" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4.jpg 1462w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-300x173.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-1024x592.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-768x444.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-150x87.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-696x402.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-1068x617.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo4-727x420.jpg 727w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></p>
<p>Boris mi ha citato una frase dello storico marxista Eric J. Hobsbawn secondo il quale i tre elementi costitutivi della coscienza di classe operaia sono il calcio, il pub e il sindacato. Ho abbracciato Boris e gli ho detto in napoletano: «Maradò, miettece ‘a mana toja».</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-103665 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo5.jpg" alt="" width="236" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo5.jpg 165w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/Senza-titolo5-150x234.jpg 150w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></p>
<p>___</p>
<p>Note</p>
<p>[1] Loris Caruso, <em>In campo la vita sparisce, </em>Roma, Castelvecchi, 2022, pp. 55-56.</p>
<p>[2] «Viaggiò. Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto una tenda, l’incanto dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle simpatie troncate. Ritornò; frequentò la società, ed ebbe ancora altri amori. Ma il ricordo costante del primo glieli rendeva insipidi; e poi la violenza del desiderio, la freschezza della sensazione era perduta. Anche le sue ambizioni intellettuali si erano ridotte. Passarono gli anni; e gli pesò l’inerzia della sua mente e l’indifferenza del suo cuore». (G. Flaubert, <em>L’educazione sentimentale, </em>trad. it. di Lalla Romano, Torino, Einaudi, 1984, p. 579).</p>
<p>[3] «Emir, sai che giocatore sarei stato senza la cocaina? che giocatore ci siamo persi. Avrei potuto essere molto più di ciò che sono stato». (D. A. Maradona, in <em>Maradona by Kusturica, </em>di Emir Kusturica, 2008).</p>
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		<title>Manuel Maria Perrone: &#8220;To Ben Lerner&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/11/manuel-maria-perrone-to-ben-lerner-inedito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jul 2021 10:05:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[To Ben Lerner di Manuel Maria Perrone Vorrei che tutte le poesie difficili fossero profonde. Suonate il clacson se anche voi vorreste che tutte le poesie difficili fossero profonde. Ben Lerner &#160; Caro Ben, Da dove iniziare? Forse dovrei iniziare dal fatto che questa è una vera lettera anche se ha meno valore di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><strong>To Ben Lerner</strong></h2>
<p style="text-align: center;">di Manuel Maria Perrone</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-91474 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-300x252.jpeg" alt="" width="300" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-300x252.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1024x860.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-768x645.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1536x1291.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-2048x1721.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-150x126.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-696x585.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1068x897.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1920x1613.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-500x420.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vorrei che tutte le poesie difficili fossero profonde. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Suonate il clacson se anche voi vorreste che tutte le poesie difficili fossero profonde.</em></p>
<p style="text-align: right;">Ben Lerner</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caro Ben,</p>
<p>Da dove iniziare?</p>
<p>Forse dovrei iniziare dal fatto che questa è una vera lettera anche se ha meno valore di una finta?</p>
<p>Forse dovrei iniziare dall’assurdità di scrivere a una delle promesse della letteratura americana senza neanche parlare inglese? (mi farò tradurre, forse dal fruttivendolo indiano, all’angolo).</p>
<p>Potrei iniziare scrivendoti in modo allegorico, citando un episodio in cui si mischiano in modo trovo perfetto realtà e finzione, episodio che forse conosci, tra <em>Cortazar</em> (che lo cita nel suo <em>Sentimiento de lo fantastico</em>) e <em>John Howell: Cortazar</em> scrive un racconto, anche molto bello, in cui un personaggio, l’immaginario <em>John Howell</em>, si scopre protagonista di uno spettacolo che era andato a vedere annoiato; anni dopo uno studente della Columbia, che si chiama anche lui <em>John Howell</em> e che è un fervido ammiratore di <em>Cortazar</em>, vola a Parigi, lo vuole contattare, poi desiste, scrive un racconto con <em>Cortazar</em> protagonista, in omaggio alla Parigi che ha scoperto, senza però sapere che anche l’autore l’ha già trasformato, tempo prima, in personaggio.</p>
<p>Forse anch’io, che sono rimasto sconvolto per la sincronicità tra i tuoi scritti ed episodi della mia biografia, dovrei solo vendicarmi creando un fittizio Ben Lerner, a cui far vivere cose mie che diventino sue, magari le più scabrose e imbarazzanti.</p>
<p>Forse l’inizio di questa lettera dovrebbe invece cercare radici biografiche, appunto, per dare il giusto Pathos alle mie parole. Mio padre è morto a 33 anni <em>– Eh si aveva barba e capelli lunghi–</em> 3 anni prima, quando gli hanno dato la sentenza di pochi mesi da vivere, ha avuto voglia di viaggiare con noi, ma avevamo pochi soldi. Ha scritto a molti autori che gli piacevano: <em>Ivan Illich, Eduardo Galeano, Jean Paul Sartre</em>. Alcuni hanno risposto. Non era sorpreso perché in cuor suo sapeva che gli autori, anche affermati, vivono e lavorano nella solitudine delle proprie parole. Abbiamo approfittato della risposta entusiasta di <em>Illich </em>per viaggiare in Messico tutta la famiglia e istallarci a <em>Cuernavaca</em>. Non ti sto chiedendo un posto sul tuo divano, non preoccuparti, ma anche adesso, che sono ormai più vecchio di mio padre, mi è rimasto il vizio di osare lettere improbabili. Ho scritto a <em>David Lynch e Jean Luc Godard </em>per proporgli un ruolo (non lo stesso, né per lo stesso film), mi sono presentato in un bar a far vedere un mio cortometraggio a <em>Jean Claude Carrière</em>, lo sceneggiatore tra gli altri di <em>Bunuel.</em></p>
<p>E proprio <em>Jean Claude Carrière,</em> intrigato, mi ha risposto di fargli vedere il lavoro finito e fargli leggere le mie sceneggiature. Cosa che ho fatto, arrivando, purtroppo, con una mail il giorno dopo un’operazione a cuore aperto che gli aveva tolto la definitiva voglia di scrivere e pensare cinema. Più o meno come se fossi riuscito ad avere un appuntamento privato con <em>Kennedy</em> per i primi di dicembre del ’63. E ammetto che a lungo ho rigirato quella mail tra le mani pensando di mettere per iscritto quello che aveva solo detto a parole, soprattutto da quando è morto ed entra nella biblioteca degli antenati, con cui invece non ho nessun problema a dialogare.</p>
<p>Potrei iniziare questa lettera dicendoti giusto che l’estate scorsa, in piena pandemia, dopo una dura rottura di cuore, mia madre ha trovato un rimedio offrendomi <em>Topeka school.</em></p>
<p>Potrei dirti che i libri sono il feticcio rituale della mia famiglia, a metà strada tra una cura e una malattia: sono cresciuto condividendo la stanza con mio fratello maggiore perché ce n’era un’altra in cui le pile di libri salivano fino al soffitto, mio fratello nelle sue prime emancipazioni onanistiche si è trasferito li in mezzo, sfidando la polvere, ricavandone un problema alle adenoidi che durano fino ad oggi; 4 anni fa ci siamo ritrovati all’aeroporto di Napoli, con mia mamma dalla svizzera, mio fratello dalla spagna e io dalla Francia , per riportare a casa mio padre sotto forma liofilizzata in un’urna, e il nostro primo gesto rituale è stato entrare insieme nella libreria dell’aeroporto (lo scambio bilanciato tra peso dell’urna all’andata e peso dei libri al ritorno mi è apparso più evidente quando ho visto poi mia madre richiudere la valigia, prima di ripartire ) .Potrei anche dirti che quest’estate mio fratello mi ha rubato il mio libro (cioè il tuo, non fraintendermi) e se l’è letto ridendomi in faccia, quando in diretta in quei giorni mi è venuta a trovare la donna che mi aveva fatto piangere a vent’anni e cambiare continente, <em>Nathalie,</em> e che non rivedevo da quindici anni.</p>
<p>Potrei dirti che ho capito molto di più sulla mia emicrania (che mi ha bloccato a lungo e mi ha fatto scampare l’esercito) con te più che con <em>Oliver Sacks.</em></p>
<p>Potrei dirti che forse non c’è nulla di strano e a questo servono i grandi autori, che riassumono meglio di altri tutto quello che viviamo.</p>
<p>Forse giusto un po’ di affetto in più, perché il tuo Kansas (con i suoi provincialismi di bulli e intellighenzia al riposo) sta alla mia Svizzera, come Buenos Aires alla tua New York.</p>
<p>Potrei parlarti del polipo, filo rosso in diversi miei lavori, raccontarti anch’io una storia divertente che mi è appena successa sul lavarmi le mani, chiederti se anche tu pensi che <em>Caroline</em> – anche se l’ho chiamata <em>Giselle</em> in un racconto &#8211; ha finto un tumore per farmi affezionare, oppure sottolineare punto per punto le nostre similitudini e attaccarti in tribunale.</p>
<p>Ma le tue storie non sono né tue né mie, sono forse solo la testimonianza acuta di una generazione che è confusa perché il manuale di istruzioni che gli avevano consegnato gli è subito scivolato via di mano e lo inseguono come un <em>Buster Keaton</em> impassibile lungo cascate e incroci ferroviari.</p>
<p>O forse potrei scriverti come si scrive a un Panda o a un Koala, stupito che esistano ancora i poeti, anche li, in mezzo ai grattacieli… .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con affetto</p>
<p>Manuel Maria Perrone</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>chi dice che è morto, mente!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/14/52910/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo Galeano]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi (Eduardo Hughes Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015, un grande uruguayano) E i giorni si misero in cammino. E loro, i giorni, ci fecero. E così fummo nati noi, i figli dei giorni, gli indagatori, i cercatori della vita. (la Genesi, secondo i Maya) Sta ancora leggendo le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Tina Nastasi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-52911" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano-300x242.jpeg" alt="Magritte per Galeano" width="300" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano-300x242.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano.jpeg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
(Eduardo Hughes Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015, un grande uruguayano)</p>
<p style="text-align: right;"><em>E i giorni si misero in cammino.</em><br />
<em> E loro, i giorni, ci fecero.</em><br />
<em> E così fummo nati noi,</em><br />
<em> i figli dei giorni,</em><br />
<em> gli indagatori,</em><br />
<em> i cercatori della vita</em>.<br />
(la Genesi, secondo i Maya)</p>
<p>Sta ancora leggendo le sue storie ad alta voce. Lo sentite o non lo sentite?<span id="more-52910"></span></p>
<p>La sua scrivania &#8211; le sue carte, le sue penne, i ninnoli su cui osare lo sguardo tra un pensiero e l&#8217;altro che si rincorrono, tra una parola e l&#8217;altra che ruzzolano assieme come giocando a palla &#8211; adesso l&#8217;ha traslata in un angoletto dell&#8217;universo, a metà strada tra chissà dove e chissà quando.</p>
<p>Sta dicendo:</p>
<p>Il fatto è che i defunti non se ne vogliono mai andare. Ad Haiti, un&#8217;antica tradizione proibisce di portare la bara in linea retta al cimitero. Il corteo la porta a zig-zag e facendo molti giri, di qua, di là e ancora di qua, per depistare il defunto in modo che non possa trovare la strada per tornare a casa.<br />
Ad Haiti, come dappertutto, i morti sono moltissimi più dei vivi.<br />
La minoranza vivente si difende come può.</p>
<p>Sta scrivendo un nuovo libro &#8211; adesso solleva lo sguardo dal pasto delle parole che leggeva un momento fa e racconta &#8211; cacciatore di storie lo vuole intitolare, perché questo è nella vita.</p>
<p>Confessa che quando l&#8217;avrà terminato non saprà che farsene del vuoto che seguirà, così se lo cesella ancora un po&#8217; per tenerselo vicino, minuziosamente, carta dopo carta, spazio dopo spazio &#8211; ché si sa: la scrittura sta negli spazi vuoti tra i caratteri. Questo suo pupo appena nato: non gli riesce proprio di lasciarlo andar via.</p>
<p>E non sa se mai riuscirà: intanto ha ceduto alla tentazione delle nuvole, le vagabonde del cielo, come le chiamava Basho. Si è trasformato nel Viaggiatore, sta blaterando: uno scrittore camminante.</p>
<p>Adesso si è incaponito a voler bussare alle porte dell&#8217;infinito, cavalcando un raggio di luce: si sarà montato la testa, figurandosi di essere Einstein?</p>
<p>Alla ricerca del L&#8217;incontro, ci lascia il suono della sua voce nelle orecchie e la grazia di assaporare ancora una volta la parola &#8220;ricordare&#8221;. Ripasso per le parti del cuore.</p>
<p>Sta leggendo, lo udite o non lo udite?</p>
<p>La porta era chiusa:<br />
&#8220;Chi è?&#8221;<br />
&#8220;Sono io.&#8221;<br />
&#8220;Non ti conosco.&#8221;<br />
E la porta rimase chiusa.<br />
Il giorno dopo:<br />
&#8220;Chi è?&#8221;<br />
&#8220;Sono io.&#8221;<br />
&#8220;Non so chi sei.&#8221;<br />
E la porta rimase chiusa.<br />
E il giorno dopo:<br />
&#8220;Chi sei?&#8221;<br />
&#8220;Sono te.&#8221;<br />
E la porta si aprì.</p>
<p>Che il delirio ti sia compagno di questo tuo folle viaggio, Eduardo. Quaggiù brindiamo alla tua salute e ti abbracciamo così.</p>
<p>Nota: Eduardo Galeano sta leggendo dal suo &#8220;I figli dei giorni&#8221;, Sperling &amp; Kupfer, 2012, pp. 5; 342; 392.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ultima corsa all&#8217;Avana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/03/29/ultima-corsa-allavana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2008 11:15:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Dante Castro]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo Galeano]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ottaiano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dante Castro traduzione di Marco Ottaiano Gli proposi di fondare insieme il marxismo magico: metà ragione, metà passione, e una terza metà di mistero. Eduardo Galeano Quella notte fu dura per entrambi. Decisi di dirle la verità, che nel giro di una settimana me ne sarei tornato a Lima, che non ci saremmo più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/dantecastro.jpeg" title="dantecastro.jpeg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/dantecastro.thumbnail.jpeg" alt="dantecastro.jpeg" /></a></h3>
<h3>di <strong>Dante Castro</strong></h3>
<p>traduzione di <strong>Marco Ottaiano</strong></p>
<h5 align="right">Gli proposi di fondare insieme il marxismo magico: metà ragione, metà passione, e una terza metà di mistero.<br />
Eduardo Galeano</h5>
<p>Quella notte fu dura per entrambi. Decisi di dirle la verità, che nel giro di una settimana me ne sarei tornato a Lima, che non ci saremmo più rivisti. Avevamo in sospeso un viaggio verso le province orientali, prima Santa Clara, Ciego De Ávila, Camagüey, e infine Santiago de Cuba. Avevamo dunque un sogno difficile da realizzare. Difficile almeno quanto trovare un autobus all’Avana dopo le undici di sera. Ed erano le undici.<br />
Avevamo visto passare l’ultimo una mezz’ora prima. Avevamo provato a prenderlo al volo, inutilmente.<span id="more-5590"></span> Assieme a noi, agile come una gazzella, c’era un giovane nero che aveva urlato oscenità quando l’autista se n’era andato senza aspettarci. “Prendilonelculooo!”, aveva detto rallentando la corsa, vedendolo partire avvolto da una nera nuvola di fumo. Era come il viaggio a Santiago che non avremmo mai fatto. Quel giovane nero sembrava abituato alla quotidiana frustrazione del trasporto pubblico: si pulì uno spazio nei pressi della fermata, si distese sul marciapiede e avvoltosi dentro un vecchio impermeabile, magrissimo, provò ad abbandonarsi al sonno. Noi preferimmo camminare.<br />
&#8211; È l’ultimo 174 &#8211; le dissi. &#8211; È meglio che cerchiamo un 79…<br />
&#8211; Fino a Miramar? &#8211; protestò lei.<br />
&#8211; Beh sì, se non vuoi aspettare la confronta.<br />
Che incubo la confronta: l’ultimo autobus degli ultimi autobus, alle tre del mattino, sempre se passava. In caso contrario, bisognava aspettare quello delle cinque. Significava passare dall’essere nottambuli al condividere l’autobus con i più accaniti mattinieri. Preferimmo il malecón. Era meglio che andare per calle Linea o per calle Calzada con il loro panorama di case ed edifici, invidiando quelli che dormivano serenamente. Sul malecón nessuno dorme né si annoia: né le coppiette che provano a fare l’amore, non viste, sul muro, né le jineteras che aspettano i turisti mostrando le loro grazie, né i venditori neri della borsa nera.<br />
Ed era meglio non parlare, altrimenti si riprendeva il solito discorso. Se torni dalla tua famiglia. Certo, ritorno da loro, tu lo sapevi che ero sposato. Sì certo, lo sapevo, però una spera sempre che… Adesso non fare quella faccia che mi fai stare male. Che faccia tosta che hai. Io ti ho detto sempre la verità. Sì ma pure con la verità uno si abitua. Porca puttana! E che cazzo!! Perciò, meglio starsene in silenzio.<br />
Se si presentava il caso, l’avrei invitata a sognare il viaggio verso le province orientali; alla fine avevamo ancora una settimana. Saremmo passati per Santa Clara, Ciego de Ávila, Camagüey; non avrei fatto visita agli amici e non ci saremmo trattenuti a Holguín, in casa di quel mulatto che odiava i neri.<br />
&#8211; Immagino che sarai felice &#8211; mi disse. Aveva le braccia incrociate mentre camminava facendo finta di guardare il mare.<br />
&#8211; Beh… non posso negarlo. Perdonami.<br />
&#8211; Non devo perdonarti. Non sto più lottando, ormai.<br />
&#8211; Allora comprendi… Non ti ho ingannato. Hai sempre saputo.<br />
&#8211; Certo, sono stata io a creare il pasticcio, e alla fine sono sempre io quella che si mangia la merda, no?<br />
Eravamo già in Quinta Avenida, e camminavamo sui fiori morti che il vento aveva sparpagliato sul marciapiede centrale. Quei fiori soffocati, calpestati, che sprigionavano aromi sensuali come quelli delle jineteras di cui si udiva il tacchettio solitario lungo la strada. D’improvviso mi fecero ricordare le assemblee per esaminare la condotta della compagna che si era compromessa con uno straniero. E lei, innamorata di un amore impossibile, che doveva difendersi contro tutti per un forestiero che alla fine se ne sarebbe andato. Incriminata, segnalata, innamorata. Perché con le compagne è diverso, compagno; loro non sono jineteras. E l’amore è l’equazione più difficile in tutti i sistemi.<br />
Non avremmo ripetuto ancora una volta la stessa scena. Con quel silenzio imposto fra noi il cammino da El Vedado a Miramar era più lungo. Osavamo romperlo soltanto occasionalmente per chiedere un passaggio gridando verso qualsiasi auto passasse. Ma anche l’autostop era impossibile a quell’ora: nessuno voleva caricarci. Arrivammo a Miramar trenta minuti più tardi e ci sedemmo sul muretto della fermata. Lì avremmo atteso il 79.<br />
&#8211; Compagno… è già passato l’autobus? No? Non ce ne sono per la nostra direzione? No, amico?<br />
&#8211; Che ora fai, Pishtaco? – finalmente mi rivolse la parola.<br />
&#8211; Mezzanotte meno venti – È un sacco di tempo che non mi chiamavi così.<br />
&#8211; Devo scordarmi anche di questo, eh? Adesso che so che te ne vai… ne sto prendendo coscienza. Dicono che quando qualcuno sta per morire ricorda tutto quanto.<br />
&#8211; Almeno non dovrai più prendere l’autobus a quest’ora…<br />
&#8211; Stronzo.<br />
Ancora una volta venne a punirci il silenzio. Nelle case i televisori annunciavano la chiusura dei programmi; subito dopo si sarebbero congedati gli annunciatori e sarebbero cominciate le prime note dell’inno nazionale. Un inno che ormai era diventato il mio. Nella scura solitudine della strada 42 danzavano tranquilli i pipistrelli e la brezza marina portava i lascivi aromi della Quinta Avenida. Era del tutto inutile parlare del viaggio nelle province orientali che mai avremmo realizzato. Nel giro di pochi giorni sarei stato in volo verso Lima, la mia casa, e mi sentivo colpevole di essere felice.<br />
Continuava a contemplare il vuoto, seduta sopra le ginocchia a braccia conserte, e col mento che ci riposava sopra. Ogni tanto si sentiva il rumore di una moto in lontananza: lei si alzava in piedi con un salto, lo sguardo trepidante, credendo che fosse l’autobus. Questo accadeva all’Avana in piena crisi dei trasporti, la disperazione del viaggiare aveva reso la gente credulona; al primo rumore notturno di motori si alzavano con inquietudine per poi tornare, delusi, al loro posto.<br />
Stavo meditando di inventare qualcosa per lei, prenderle una stella dal cielo per farla sorridere, e pensai a quel rumore lontano che ci faceva alzare ogni volta credendo che si trattasse del 79.  Quell’autobus che sentivamo bramire nel mezzo della notte, ma che non vedevamo comparire: forse un’illusione acustica, forse un altro bus d’incerta destinazione, magari completamente vuoto e che procedeva spedito verso il deposito. Aspettai che si mettesse nuovamente in piedi e restasse di nuovo delusa.<br />
&#8211; È l’autobus fantasma &#8211; mormorai.<br />
&#8211; Eh?<br />
&#8211; Non lo sai? Esiste un autobus fantasma e noi ora ci troviamo proprio nell’ora dei morti. Sta per scoccare mezzanotte.<br />
&#8211; Questo è proprio un finale degno di te. Già non riesco a tornarmene a casa, e tu te ne esci pure con la cazzo di metafisica.<br />
“La cazzo di metafisica”, certo. E il camerata Afanasiev, l’ultimo cazzone che ha semplificato il materialismo, ha detto che l’idealismo contraddice la scienza e che è legato a doppio filo con la religione &#8211; Puttana la miseria, la storia che m’invento deve sembrare seria -. E la cazzo di metafisica viene sola, come quando uno si siede a scrivere. L’aria fresca della notte l’avvicinò alla mia spalla, entrambi seduti sulla strada con le ginocchia all’altezza del mento senza osare abbracciarci.<br />
&#8211; Lo Stato vi nasconde queste cose. Immàginati il panico, in questo periodo, se la gente lo venisse a sapere. L’autobus fantasma esiste, anche se non vogliono ammetterlo. Ti alzi continuamente in piedi credendo che sia il tuo autobus, no? Lo senti, ma non lo vedi. Ti rendi conto? E quello che veramente succede è che la tua ora non è ancora arrivata… L’ora che ti raccolgano per sempre nel corpo e nell’anima.<br />
&#8211; Non dire sciocchezze. Chi ti crede?<br />
&#8211; Quando sarà la tua ora, lo vedrai arrivare. Sarà mezzanotte passata e penserai di avere avuto la fortuna di non aspettare tutta la notte. Perciò salirai in fretta e all’inizio non ti accorgerai di nulla.<br />
&#8211; Finiscila, ragazzo. È meglio che mi parli di calcio…<br />
&#8211; Aspetta, che sto per finire. L’autobus fantasma ti porta a gran velocità e non fa nessuna fermata una volta che ti ha raccolto. Penserai che è meglio così – corri, autista, corri – che così arriverai prima a casa… Ma non ci arriverai mai.<br />
&#8211; Ma tu guarda uno che deve sentire. Come se non avessimo già abbastanza pensieri per la testa.<br />
&#8211; Aspetta: quando vorrai scendere non potrai farlo. Dirai all’autista di fermare l’autobus ma lui… come se non ti sentisse. Nemmeno la gente seduta ti sente perché altrimenti… lo sai, ti darebbero ragione, protesterebbero assieme a te. Ti dirigi verso la porta anteriore, provi a richiamare l’attenzione dell’autista: “Ehi, compagno, non hai sentito che devo scendere?” E solo allora ti renderai conto. L’autista si sta scarnificando, i passeggeri pure. Sono tutti morti che ridono della tua ingenuità. Quest’autobus ad alta velocità prosegue il suo cammino. Non si fermerà mai… sarà davvero l’ultimo… Mi segui?<br />
&#8211; Sentimi tu… Io credo proprio che sei fuori di testa… Completamente matto. Da ricovero psichiatrico d’urgenza.<br />
Non discutemmo più, Si udivano le ultime note dell’inno nazionale cubano dai televisori delle case. Le dodici in punto. Il fresco della brezza marina, la strada scura e solitaria, i pipistrelli che danzano nelle onde del vento. E non osavamo abbracciarci. Lei era sempre nella stessa posizione: col mento appoggiato sulle ginocchia e con le mani che reggevano le caviglie. Pensai che poteva averle fredde come le mie, così le mie dita cercarono le sue là sotto. Mani simili a pesci sorpresi dalle onde, perquisizione del cuore con i polpastrelli di ogni dito, collo di gattino nero che puoi toccare dolcemente, inizio di qualcosa che…<br />
&#8211; Mio Dio! – gridò spaventata, in piedi d’un colpo.<br />
&#8211; Ehi, che ti ho fatto? Che ti prende?<br />
Tremava. Panico nei suoi occhi. Allora seppi che il mio racconto non era così male e che Afanasiev non era mai servito tanto in tutti questi anni. Che una mano fredda mi ha toccato, come facevo a immaginare che era la tua, perché diavolo inventi queste storie.<br />
E alla fine arrivò il 79, l’ultimo autobus della notte. Era di quelli nuovi, donazione del governo spagnolo, tutto pieno di lampadine e con molti posti vuoti. Lei non volle salire.<br />
&#8211; Guarda che questo è l’ultimo. Dopo non ce ne sono altri.<br />
&#8211; No, tesoro. Io non salgo.<br />
&#8211; Ma così non torni a casa.<br />
&#8211; No, amore mio. Lascialo partire.<br />
&#8211; E il tuo lavoro, domani mattina? Deciditi, sta partendo.<br />
&#8211; Al lavoro ci penso io, caro. Che parta pure, io non salgo.<br />
Dice Afanasiev, in una pagina degna d’oblio, che nel socialismo non ci sono sfruttatori, perciò non esiste gente interessata all’idealismo e quindi questo non si diffonde. A Cuba i babalawos raccontano che Ochún si unse di miele per tentare Oggún e far sì che scendesse dal monte. La mia coscienza dice che inventai la storia dell’autobus fantasma affinché camminassimo fino alla spiaggia per ripassare alcuni concetti.<br />
Ed Eleguá ci faceva strada, e Changó e Yemayá aiutavano a riposare… Perché Ochún  voleva che la notte finisse lì.</p>
<h4>[Il racconto è tratto dall&#8217;antologia <em>Voci migranti. Storie di esili e di esiliati</em>, Marotta&amp;Cafiero, 2008.]</h4>
<p><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 14pt; color: olive"><em><br />
</em></span></font></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><o> </o></p>
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