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	<title>Elena Rapisardi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Terremoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Elena Rapisardi «Qualche volta una specie di gloria illumina lo spirito di un uomo. Succede quasi a tutti. Lo si può sentir venire su o prepararsi come il detonatore che sta per dare fuoco alla dinamite. È un sentimento nello stomaco, un piacere dei nervi, degli avambracci. La pelle gusta lʼaria e ogni respiro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elena Rapisardi</strong><br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-18870" title="rapisardi1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rapisardi1.png" alt="rapisardi1" width="536" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rapisardi1.png 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rapisardi1-300x113.png 300w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></p>
<p style="text-align: right;">«Qualche volta una specie di gloria illumina lo spirito<br />
di un uomo. Succede quasi a tutti. Lo si può sentir<br />
venire su o prepararsi come il detonatore che sta per<br />
dare fuoco alla dinamite. È un sentimento nello<br />
stomaco, un piacere dei nervi, degli avambracci. La<br />
pelle gusta lʼaria e ogni respiro profondo è dolce.<br />
I suoi inizi danno il piacere di un bello sbadiglio aperto;<br />
balena nel cervello e tutto il mondo se ne accende<br />
davanti agli occhi. [&#8230;] E io credo che lʼimportanza di<br />
un uomo nel mondo possa essere misurata dalla<br />
qualità e dal numero delle sue glorie. È qualcosa di<br />
solitario ma ci mette in rapporto con il mondo.<br />
È madre di ogni creatività, e separa ogni uomo dagli altri»<br />
[John Steinbeck, <em>la Valle dell’Eden</em>]
</p>
<p style="text-align: right;">
<p>Quando, dopo il terremoto del 6 aprile, decisi di partire per prestare servizio come volontaria di protezione civile, non sapevo a cosa sarei andata incontro, sapevo però perché avevo deciso di partire. E già questo non è poco, visto che spesso capita di decidere di compiere azioni senza una vera ragione.<br />
Partivo perché banalmente ero colpita da questa tragedia umana, perché volevo rendermi utile anche pulendo cessi e zappando.<span id="more-18869"></span> Perché pensavo che potevo esserci io al loro posto e avrei voluto tante persone vicine e intorno a me, per pensare che la vita può andare avanti.<br />
E questo è il «perché».<br />
Ma c’è anche il «come», il come emotivo beninteso.<br />
Partivo in un momento in cui la realtà quotidiana mi stava schiacciando: delusioni, insoddisfazioni, difficoltà e, a seguire, qualsiasi altra parola capace di vestire la depressione. La perdita di senso può diventare malattia e condurre un individuo normale a una condizione esistenziale stupida e mediocre.<br />
Quando ti accorgi che non esiste grazia o bellezza capisci che la realtà è un oggetto del quale vorresti sbarazzarti il più in fretta possibile. Un rifiuto a conferimento speciale, che genera anch’esso un’economia della cura per farti tirare avanti, per fare «come se» tutto andasse per il meglio.<br />
Ma non va nulla per il meglio. Il lavoro con regole clientelari, attori con facce da competizione, assenza di qualità, o meglio qualità nemmeno richiesta. Lo sappiamo tutti, diciamo che in fondo è così, e non facciamo nulla. Non votiamo nemmeno come vorremmo. Il «Tanto non cambia nulla» è il moderno monito del principe di Salina.<br />
Tristemente siamo ancora lì.<br />
Si rabbercia una cosa qui e una cosa lì, tirando a campare. Per non parlare delle relazioni umane o delle relazioni affettive. Si non parliamone.<br />
Scrive Roberto Saviano «Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento bravura, maestria, impegno vengono fusi in unʼazione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa.»<br />
E così invece di affondare nelle sabbie mobili, invece di stendermi nel nulla, decisi di partire per l’Abruzzo.<br />
Non racconterò del terremoto con magnitudo 6.3, della situazione che trovai, sappiamo già tutto, o delle difficoltà quotidiane delle persone che in qualche minuto hanno perso casa, lavoro, amici, luoghi, abitudini, futuro. No, non lo racconterò, per rispetto, perché non saprei trovare le parole adeguate.<br />
Non racconterò di quel terremoto, ma del terremoto di anime che ha colto di sorpresa un’umanità variegata: campione casuale di una specie che sembrava avesse smarrito qualcosa.<br />
Cosa succede quando persone, le più eterogenee e disparate, da parti diverse del paese, si trovano, si incontrano, dormono con persone sconosciute, maschi e femmine, stanno insieme, lavorano per raggiungere un obiettivo comune e condiviso?<br />
Succede che i volontari, perché proprio di loro vorrei parlare, si alzano alle 5 del mattino per fare la doccia negli orari consentiti, si riuniscono per l’affidamento dei compiti giornalieri; chi apre l’ufficio della segreteria del campo, chi va a fare i lavori di manutenzione, chi prepara la colazione e poi il pranzo, chi comincia a occuparsi di burocrazie oscure, chi va ad occuparsi degli approvvigionamenti, chi accoglie le forze dell’ordine in visita al campo e offre una tazza di caffè, chi parla con i vigili del fuoco, chi ordina la bacheca, chi pulisce i bagni, chi sistema il cancello di legno, chi apre i magazzini.<br />
Un piccolo paese in grande attività, dove ognuno alla fine si ritaglia il proprio spazio in base a competenze vere o presunte, che farà più o meno bene il proprio lavoro, che prenderà una pausa chiacchierando con l’uno o l’altro, che farà il bucato per il proprio gruppo, che fumerà una sigaretta al sole, che scherzerà parlando di uomini o di donne.<br />
Una comunità attiva dove però, per alcuni, si produce un particolare fenomeno. La caduta di tutte quelle sovrastrutture che nella società, diciamo reale, sembrano tenere insieme le relazioni sociali.<br />
Persone sconosciute che capisci se sono amiche o nemiche nei primi 30 secondi, persone alle quali confidare pezzi della tua vita in totale fiducia e libertà, persone che vuoi conoscere, persone che capisci con un semplice sguardo o una stretta di mano.<br />
È come se tutti i sensi si fossero improvvisamente svegliati, mentre la logica e la razionalità ritornano ad essere ciò che sono: strumenti utili che non possono governare le cose degli uomini. È come quando vai in treno e ti trovi a raccontare al vicino la tua vita. Poi tanto si scende e non ci si vede più. Ma qui è diverso.<br />
Scopri piano piano che altre persone intorno a te sono lì con il fardello di qualche frattura, di qualche dubbio sulla propria esistenza, o che proprio stando lì conoscono mondi nuovi, mai esplorati, mondi di persone che forse non avrebbero mai conosciuto, o che capiscono di essere alla ricerca di senso. E il trovarlo non è perché si è lì per aiutare qualcuno, e di questo non me ne vogliano le genti di Abruzzo, ma per differenza.<br />
La vita del campo ti mette di fronte a cose concrete e reali, ti forza ad un contatto umano senza ruoli e condizionamenti. Esseri umani il cui unico bagaglio è il proprio modo di essere, con pregi e difetti, incertezze e sicurezze, cultura e ignoranza. Lo stesso fatto di avere tutti una divisa è come annullare lʼultimo baluardo del riconoscimento per ceto, per classe. Inizialmente l’effetto è di perdita degli orientamenti che nel mondo conosciuto, ci fanno da censori nelle relazioni: questo si, questo no, questo è bene questo è male, questo è fico questo no.<br />
Invece dopo, questa forzatura costringe a vedere la persona, al di là di tutto. Bastano la voce, gli occhi, la fisicità per capire chi abbiamo di fronte e se è il caso di entrare nel cerchio dell’altro o fare entrare l’altro nel nostro.<br />
Di quei giorni ricordo i volti e le energie di ognuno. E vi assicuro, alcune erano bellissime, tanto da portarle come un tesoro al rientro a casa.<br />
Un rientro difficile e duro, perché ti prende il Mal d’Africa, perché sei estraneo alla tua vita quotidiana, perché vorresti tornare lì e fermare il tempo, perché ti manca anche lo scomodo letto e le tende da otto persone, o il russare o la mancanza totale di intimità. Ti manca in fondo una dimensione di libertà e naturalezza che la vita «a casa» ha perso senza nemmeno che ce ne accorgessimo. Ti manca una cosa importante l’essere felice. Si perché lì siamo stati felici. E non è retorica.<br />
Perché «a casa» ci sono obblighi, responsabilità, abitudini e doveri che forse ci hanno stancato, o che non capiamo più, perché in fondo non li abbiamo mai capiti. Il desiderio di una vita «altra» è palpabile.<br />
Diciamo di voler tornare alle cose essenziali e alle relazioni vere, lo diciamo sempre, ma poi, alla fine, ci pieghiamo al «come se», come se tutto andasse bene. Non ascoltiamo la voce della felicità. Non osiamo nemmeno scrivere o parlare della felicità, perché ha poca attrattiva. La depressione, invece, le nevrosi il dolore assumono un peso, uno status che ci da addirittura un ruolo sociale.<br />
Pensate a quante volte qualcuno vi dice che va in vacanza, quasi sentendosi in colpa, scusandosi.<br />
Gioire e godere non sono ammessi da coloro che faticano-per-andare-avanti, che guardano con sospetto alle manifestazioni del piacere vero e profondo, alla gratuità, a incontri dove non ha importanza che-lavoro-fai, da-dove-vieni, dove-abiti, ma solo quello che hai di fronte e quello che sei capace di donare senza voler ricevere in cambio nulla.<br />
La dimensione della felicità per me è quella che ora mi fa dormire con le braccia aperte e non raggomitolata e chiusa, che mi tira fuori un sorriso per affrontare giornate pesanti, che rallenta il ritmo dei giorni, che mi fa gustare piccoli istanti, che tiene a bada una quotidianità ansiogena e sterile, semplicemente infelice, che mi fa ritrovare la passione e la carnalità dell’esistenza.</p>
<p>Cambiare significa a volte, cambiare le prospettive, dichiarare ciò che ci piace o non ci piace, desiderare senza possedere, mettere le giuste distanze tra sé e il mondo che ci circonda. È difficile? Si, assolutamente difficile. Ma tentare ne vale la pena. Oggi comprendo che viviamo una solitudine delle emozioni così profonda e strutturale da averci fatto perdere la dimensione vitale. Erranti, ci affanniamo a tenere insieme i pezzi. A volte reagiamo violentemente, ma senza forza. Cerchiamo certezze al di fuori di noi, ma in fondo siamo liquefatti da questa società-dei-consumi-senza-valori. Se il caso e la fortuna ci assistono potremo andare in pensione e forse vivere mestamente i nostri ultimi giorni. Ma come potrai essere sereno se in tutti questi anni cisiamo fatti consumare da vampiri: datori di lavoro, burocrazie, politici, televisione, figli, mariti, mogli, genitori, amanti, amici, economie, illegalità?<br />
Quello che bisogna cambiare è purtroppo solo e dentro di noi; capirlo non è poco, farlo è forse da matti.<br />
Tutti noi, che abbiamo vissuto quel momento di «gloria che illumina lo spirito», siamo tornati confusi e dubbiosi. Abbiamo svelato ciò che avevamo paura di scoprire: la nostra infelicità. Alcuni di noi lo hanno capito e stanno creando percorsi diversi e nuovi, stanno cambiando prospettive, è un meraviglioso cantiere aperto. Gli altri non so.<br />
Oltre al presente, abbiamo da vivere il futuro e questo non ci lascia scampo. Il futuro è tra un minuto, un mese, tra un anno o anche tra dieci anni. Ed io non voglio perdermi il “mio” futuro.<br />
Per questo nella vita ogni tanto bisogna fare qualche follia, e rischiare.<br />
Se a volte non fai qualcosa da matto la vita si dissolverà tra le tue mani, per svanire al primo soffio di vento. Bisogna correre il rischio, quello più grosso: fare quel che si desidera fare.<br />
E questo nessuno ce lo porterà mai via.</p>
<h6>(<em>dedicato a C. per aver ispirato questa scrittura</em>)</h6>
<p>[Elena Rapisardi nasce nella<em> </em><em>generosa terra di Sicilia</em>, ma dopo pochi anni viene catapultata a Milano, <em>dove quando c&#8217;è la nebbia non si vede</em>. Intravede la fine del 68, passa indenne per gli anni 70 e si astiene per tutti gli 80, non ritenendoli esteticamente corretti. Studia lingue, agraria, si sposa, pratica la fotografia, scrive di politica, divorzia. Traumatizzata da un&#8217;entrata precoce nel mercato del lavoro, decide di laurearsi in sociologia della letteratura, teorizzando l&#8217;inutilità della statistica nell&#8217;interpretazione della realtà, tanto da dedicarsi alle ricerche di marketing e di mercato, solo per denaro. Passa alla ricerca qualitativa, poi scopre il multimediale e internet. Si trasferisce nella capitale dove, oltre a scoprire la pasta alla gricia, è complice del sodalizio tra web, telefonia e televisione.<br />
Oggi si occupa di architettura delle informazioni, contenuti per il web e di community management; quando gli amici la chiamano le chiedono &#8220;in quale parte di mondo sei?&#8221;. <em>a.s.</em>]</p>
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