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	<title>elezioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sogno di una notte di mezza primavera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 07:40:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gino Strada]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani (Notte, stanza con due brandine nella sede del Partito, sotto i cuscini niente Kalashnikov ma cellulari silenziati, le tre del mattino) Pierluigi: Ehi, Enrico! Enrico (che dorme, come quasi sempre): Eheee? P.: Ma che fai, mica vorrai dormire? E.: Ma senti, capo, almeno Palmiro ai tempi suoi dormiva con la Nilde e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
(Notte, stanza con due brandine nella sede del Partito, sotto i cuscini niente Kalashnikov ma cellulari silenziati, le tre del mattino)<br />
Pierluigi: Ehi, Enrico!<br />
Enrico (che dorme, come quasi sempre): Eheee?<br />
P.: Ma che fai, mica vorrai dormire?<br />
E.: Ma senti, capo, almeno Palmiro ai tempi suoi dormiva con la Nilde e semmai svegliava lei, ma tu adesso cosa vuoi?<br />
P.: Ho sognato il giaguaro<span id="more-45449"></span><br />
E.: Ah sì? Ma io mica sono lo psicotizio che ti dà una dritta ogni tanto, che poi la mia opinione è che quello bene certo non ti fa<br />
P.: Ma va’, era un giaguaro simpatico, che diceva, e se facessimo strada?<br />
E.: Ma dài, capo, ce lo chiedono tutti da mesi di fare strada, ma è che ognuno vuole una strada diversa . . .<br />
P.: Ma no, scemo, Strada con la esse maiuscola!<br />
E.: Eh, appunto, una bella strada con la esse maiuscola, ma quale?<br />
P.: Enrico, quando capisci anche meno del solito non ti sopporto, ma Strada, Gino Strada, no?<br />
E.: Capo, cos’hai mangiato a cena?<br />
P.: Ascoltami e non fare domande idiote. Se provassimo a chiedergli di farlo sul serio?<br />
E.: Ma capo, a parte tutto, ha già rinunciato.<br />
P.: Sì, sì, ma vedrai che se gli dico due paroline io si convince subito. Gli dico che gli dò mano libera.<br />
E.: Capo, non so se ti ricordi bene, ma una volta che sarà eletto, sarà lui che darà o non darà mano libera, a te, o a chi crederà lui, comprendi?<br />
P.: Orpo, hai ragione, allora gli propongo un patto di do ut das<br />
E.: Guarda capo che si dice do ut des, e comunque, ti pare tipo che pratica questa espressione?<br />
P.: Mmmmh, è vero, ma c’è una cosa che mi è piaciuta di quelle che ha detto, che se facesse il presidente non sarebbe il presidente di tutti<br />
E.: Ma come, capo, perfino Pertini aveva detto . . .<br />
P.: Eh sì, appunto, ma questo qui è più in là di Pertini, questo qui gli fa vedere i sorci verdi a quello là . . .<br />
E.: Ma dài capo, se ci andavi abbracciato fino a ieri, che t’han fotografato tutti . . .<br />
P.: Ah, anche tu ci sei cascato, Enrico, si vede che sono stato proprio bravo. Nessuno si è accorto che l’ho abbracciato per infilargli una cimice sotto il bavero della giacchetta, così adesso io, capisci, io, so tutto quello che si dicono, col capo quello vero e gli faccio la contromossa del giaguaro, gli faccio. Gli telefono io a Beppe e gli propongo Gino, vedrai che dopo mi permette anche di fare un governo di cambiamento.<br />
E.: Capo, ti ha mai sfiorato l’idea che il cambiamento potrebbe sfiorare anche la, ehm, segreteria del Partito?<br />
P.: Chi? Io?</p>
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		<title>Le elezioni in Francia, la politica marketing, la sinistra omeopatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 May 2012 18:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[campagna elettorale]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Strauss-kahn]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Se c’è un vincitore defilato ma incontestabile delle elezioni presidenziali francesi, questo mi sembra essere, all’ombra dell’acclamato successo del neopresidente Hollande, la politica stessa. E nella fattispecie, ma ci tornerò sopra, la politica altamente tecnica e performante, quasi scientifica, di questa campagna elettorale. Uno dei dati salienti è infatti il grande e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Se c’è un vincitore defilato ma incontestabile delle elezioni presidenziali francesi, questo mi sembra essere, all’ombra dell’acclamato successo del neopresidente Hollande, la politica stessa. E nella fattispecie, ma ci tornerò sopra, la politica altamente tecnica e performante, quasi scientifica, di questa campagna elettorale. Uno dei dati salienti è infatti il grande e crescente seguito che ha avuto la lunghissima battaglia elettorale: il lento crescendo, invece di stancare ha saputo attrarre e anche sommuovere gran parte dei cittadini. Ne sono una riprova l’altissimo seguito dei dibattiti televisivi e l’alta affluenza alle urne. Anche tenendo conto delle preoccupazioni legate alla crisi economica, questo successo popolare non era affatto scontato, visto il diffuso e crescente discredito che la classe politica francese, presa nel suo complesso, gode nella società civile.</p>
<p>Nelle pubblicazioni specialistiche come nei documentari (per esempio il persuasivo<a href="http://www.lesnouveauxchiensdegarde.com/"><em> Les nouveaux chiens de garde</em></a>, di Balbastre e Kergoat) e nella satira, molto vivace e seguitissima, la classe dirigente d’oltralpe si configura e è percepita sempre di più come un’unica elite, senza più una linea di demarcazione tra destra e sinistra, formata nelle stesse scuole d’eccellenza, frequentante gli stessi giri di persone influenti, legata in modo incestuoso al mondo dei media (a loro volta di proprietà dei grandi gruppi economici e finanziari), e distante anni luce dalla gente comune. Non è un caso che Sarkozy abbia festeggiato la sua vittoria nel 2007 prima in un locale di lusso e poi sullo yacht dell’amico miliardario e proprietario di televisioni, cosa che è piaciuta pochissimo ai suoi connazionali, i quali non hanno mai davvero dimenticato la rivoluzione che hanno fatto. Come non è piaciuta la sua gestione accentratrice e assolutistica del potere, che lo ha portato ai minimi storici della popolarità. Ma come è noto il candidato socialista dato dai sondaggi per favoritissimo, Strauss-Kahn (che tra parentesi era stato imposto alla testa dell’FMI proprio da Sarkozy), si è fatto prendere con le mani nel sacco nel suo agghiacciante menage, una miscela di compulsione sessuale, lusso, maltrattamenti e abusi di potere. A dispetto dei penosi sforzi dell’interessato di ricondurre il proprio operato nell’alveo della blasonata tradizione libertina, queste pratiche niente hanno a che fare con essa, e sono anzi filosoficamente agli antipodi, come anche sono agli antipodi dei valori fondamentali della sinistra: l’eguaglianza e il rispetto della dignità dell’individuo. Ma appunto non è un caso che i due protagonisti principali della tenzone &#8211; uno ha un po’ esagerato e ci ha rimesso le penne &#8211; abbiano flirtato quasi alla luce del sole con il diavolo delle tentazioni monarchiche e assolutiste (anch’esse mai davvero estinte nel DNA politico francese).</p>
<p>Lo sforzo precipuo dei due principali contendenti, o meglio delle impressionanti equipe di esperti mediatici e comportamentali che li fiancheggiavano, è stato quindi quello di far dimenticare agli elettori questo baratro. Anzi, Hollande, che si è aggiudicato le primarie socialiste dopo il forzato ritiro del satiro, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, presentando se stesso, in aperta contraddizione con il ruolo dato al presidente dalla costituzione della quinta repubblica, e con il suo stesso modello esplicito (Mitterand), come “l’uomo normale”. Nell’altro campo ci si è messa nel suo piccolo anche la nostra Carlà, con la sua allucinante dichiarazione  &#8211; enunciata con la sua spudorata vocina e subito ripresa da tutti i media &#8211; “noi siamo gente modesta”. Dall’una e dall’altra parte la cosa ha funzionato fino a un certo punto, perché Le Pen (figlia) a destra, con i suoi ritornelli xenofobi e nazionalisti, Mélenchon a sinistra, con la sue vacue ma indubbie doti oratorie, e Bayrou al centro, hanno cavalcato i potenti venti di protesta, con un unico comune denominatore “anticasta”, diremmo noi (ma la nostra casta, antiquata e arraffona, è altra cosa). Nell’insieme quasi due elettori su cinque, al primo turno, hanno scelto la protesta radicale. Il che non è poco, se si tiene conto che moltissimi hanno appoggiato i due candidati favoriti come una volta in Italia tanti votavano democristiano, vale a dire scegliendo il meno peggio, o addirittura (nel caso di Sarkozy) tappandosi il naso.</p>
<p>Per sembrare più vicini, o comunque più appetibili, per la gente comune (quella vera), entrambi i candidati hanno cambiato radicalmente la loro apparenza e la loro gestualità. I coach di Sarkozy sono riusciti non si sa come a fargli passare i frenetici tic e scossoni delle spalle e della testa che lo facevano sembrare a ogni intervento pubblico un cavallo imbizzarrito e potenzialmente pericoloso. E quelli di Hollande lo hanno dimagrito di trenta chili, gli hanno lobotomizzato il senso dell’umorismo (sviluppatissimo), gli hanno reso seriosi e compunti (presidenziabili) l’eloquio e l’espressione del viso, e hanno educato al galateo della telegenia le sue mani. Perché la vera lotta, i due campi lo hanno capito bene, era basata sull’aspetto del candidato, sulla sua capacità di apparire convincente, sul suo (costruito) profilo psicologico.</p>
<p>Proprio per non provocare reazioni o idiosincrasie, i programmi sono stati invece presentati con il contagocce. Era evidente che ogni proposta era messa lì come un potente marchio commerciale introduce sul mercato un nuovo prodotto, certo con alle spalle solidissime ricerche di marketing, ma pronto a aggiustare il tiro sul gusto o sul colore della confezione, o al limite anche a ritirare la novità. Nel caso di Sarkozy, sceso in campo ufficialmente solo poche settimane prima del voto, questa ritenzione aveva dell’avarizia di Arpagone. E comunque sia da una parte che dall’altra la forma, era sempre più importante del timido contenuto. Il quale più che verosimile &#8211; spesso i commentatori lo bollavano unanimemente come velleitario &#8211; doveva rivelarsi ben digesto e sondaggio-genico.</p>
<p>Il dato paradossale è che in questa guerra che in entrambi i campi adopera la stessa prudenza e le stesse tecniche commerciali, e nella quale le idee e i programmi sono diventati pura decorazione, a differenza di quanto poteva ancora accadere nell’ormai lontanissimo 2007, non si potrebbe dire che ci sia un completo appiattimento tra destra e sinistra. Nel programma di Hollande ci sono due elementi che si possono definire senza ambiguità di sinistra: una politica fiscale concentrata sulle grandi ricchezze piuttosto che sui meno abbienti, e la proposta, quasi uno scampolo di welfare, anche se il termine nel frattempo è diventato tabù, di un aumento degli effettivi nella scuola. Ai quali si aggiunge la volontà dichiarata del nuovo presidente di rinunciare alla facoltà di nominare personalmente molte importanti cariche (per esempio della televisione di stato), di voler rendere più autonoma la magistratura, e di perseguire in tutti i campi una maggiore giustizia. Una sinistra insomma ormai adattata alle leggi dell’era dello spettacolo, e nella quale quindi lo stile e la faccia del candidato sono altrettanto importanti delle omeopatiche proposte concrete, ma pur sempre una sinistra.</p>
<p>Ma appunto le non sostanziali differenze tra destra e sinistra, entrambe sottomesse ai dettami della crisi economica e degli obblighi internazionali, non devono nascondere secondo me il dato più importante. Con le sue nuove tecniche mediate dal marketing la politica francese è riuscita nel complesso, seppure in extremis, a venircene fuori bene, è riuscita a rinsaldare, almeno per il momento, il suo legame con il paese. Resta da vedere come fronteggerà la crisi economica, che tutti i candidati, compreso quello vincente, e proprio per non spiacere a nessuno, hanno minimizzato.</p>
<p><em>(pezzo pubblicato sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 07.05.2012)</em></p>
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		<title>Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:04:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall&#8217;altro.</p>
<p>Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un&#8217;alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La &#8220;pacifica Europa degli affari&#8221; potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.<span id="more-40670"></span></p>
<p>In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una <em>alternativa </em>politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’<em>ipocrisia</em> del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.</p>
<p>Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici <em>apolitici</em> e <em>anazionali</em>. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.</p>
<p>Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.</p>
<p>Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.</p>
<p>Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)</p>
<p>Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, <em>realisticamente</em>, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi <em>non vogliono pagare</em>, e nel mondo attuale <em>hanno tutti gli strumenti</em> per non pagare.</p>
<p>Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.</p>
<p>Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.</p>
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		<title>Partito democratico. Arrivato chissà come.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Oct 2007 10:08:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[anonimo napoletano]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[partito]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anonimo Napoletano [ricevo, e pubblico volentieri, in forma anonima, come richiesto per la tutela dell&#8217;autore, questa cronaca, di primissima mano, di una giornata di votazioni su un seggio delle Primarie in provincia di Napoli] Tre milioni e mezzo di votanti. La gente ci ha creduto davvero. Ma quanto ci hanno creduto i politici? Questa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anonimo Napoletano</strong></p>
<p><img align="left" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/urna.thumbnail.jpg" hspace="5" alt="voto alle primarie" /></p>
<p>[<em>ricevo, e pubblico volentieri, in forma anonima, come richiesto per la tutela dell&#8217;autore, questa cronaca, di primissima mano, di una giornata di votazioni su un seggio delle Primarie in provincia di Napoli]</em></p>
<p>Tre milioni e mezzo di votanti. La gente ci ha creduto davvero. Ma quanto ci hanno creduto i politici?</p>
<p>Questa è la cronaca di una giornata elettorale su un seggio della provincia di Napoli.</p>
<p><span id="more-4625"></span></p>
<p>Già alle 06.45, un quarto d’ora prima che la giostra partisse, sembrava che il meccanismo cominciasse a sgretolarsi.</p>
<p>“Stai molto attento – mi avevano detto – queste elezioni non sono un gioco”.<br />
Ma io sono ingenuo, e non ci credevo.</p>
<p>Pensavo che il peggio fossero quei fac-simile che giravano all’interno dei seggi, con i ragazzi che istruivano le persone su come votare.<br />
Ma ancora una volta mi sbagliavo.<br />
I baroni non potevano permettersi incidenti di percorso o inciampi, e così, come sempre, accoglievano gli elettori fuori al seggio, distribuivano abbracci, baci, pacche sulla spalla. Euro.</p>
<p>È tutta gente perbene, li vedi fermarsi in piazza a prendere un caffé, hanno grossi sorrisi, sono gentili con tutti, sono professionisti, se non fossero politici sarebbero la tanta decantata società civile.<br />
Passa qualche ora, le file si allungano, l’attesa per votare sale, prima dieci, poi venti, fino a un’ora e più. Lo vedo su una poltrona, un cellulare in mano, attorniato da elettori e faccendieri, gente che cerca lavoro, che deve <em>sposare </em>la figlia, che deve qualche favore o che in futuro farà pesare il suo voto. Roba che sembra uscita dritta dritta da un film di Merola.<br />
“Guarda che ci sono voci di irregolarità” dico.<br />
“Si vede che sei giovane – risponde – pensavamo di poterla fare pulita anche noi. Ci siamo sbagliati”.<br />
Le file si allungano ancora, i più anziani protestano, ma c’è il nipote a cui dare il voto. Il gioco vale la candela. Alcuni sorpassano la fila. Qui siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.<br />
Altri non sono anziani, e non hanno nipoti, ma semplicemente bisogno di lavoro.<br />
Gente con fogli in mano. <em>Curriculum vitae</em>.<br />
CV…Chi Voti?<br />
Entri, voti, prendi la ricevuta, dai il curriculum, saluti.</p>
<p>Questo seggio non è grandissimo, o almeno non tanto quanto gli energumeni che lo presidiano.<br />
“Sai già per chi votare no?”dice a una ragazza bionda.<br />
“Certo, è una settimana che me lo ricordate”.<br />
“E tu?” domanda al ragazzo che l’accompagna.<br />
“Ovvio, tranquillo”. Dopo una ventina di minuti i ragazzi escono, mostrano la ricevuta dell’euro donato, la danno all’energumeno, e lui dà loro indietro due euro.</p>
<p>I ragazzi in fila ridono, scherzano, i più grandi li prendono in giro, ci si conosce quasi tutti da queste parti, anche solo di vista. Le schede cominciano a mancare, si mandano ragazzi a fotocopiarle. Mi allontano dalla fila e vedo un ragazzo col cellulare. Mi avvicino fingendo di parlare al telefonino, ma a differenza sua non ho la mano davanti alla bocca.<br />
“Sì la <em>X </em>la devi mettere lì”, forse suggerisce un risultato di qualche partita.<br />
Dove non arriva il telefonino, però, arriva la persona. Lo stesso che parlava al telefonino, infatti, rientra nel seggio. Sono tutti intenti a controllare la fila, le firme, i registri e lui prova ad infilarsi nella stanza dove le persone stanno votando. Qualcuno lo nota e urla.<br />
“Cercavo solo una matita” dice.</p>
<p>A tratti tutto diventa manifesto, sfacciato, esplicito, dichiarato, gli euro vengono distribuiti mentre le persone sono in fila. Un ragazzo parlotta con una coppia di anziani e con i nipoti, ha il famoso fac-simile in mano e spiega chi deve votare. La signora anziana dice qualcosa, il ragazzo fa sì con la testa e manda un amico in macchina. Pochi secondi ed è di ritorno. Ha dieci euro in mano. Li passa alla coppia.</p>
<p>Sono le venti, i seggi dovrebbero chiudere, ma alle otto e mezzo qualcuno ha ancora parenti da far votare. I rappresentanti delle altre liste provano a far chiudere, ma ci riescono, con gran fatica, solo un’ora dopo, alle nove. Prima però c’è ancora il tempo di un ultimo voto. Un signore sulla quarantina, una giacca di pelle marrone e l’affanno dovuto alla corsa, arriva davanti al banco. Il presidente é vistosamente stanco. Comincia a dare nome e cognome, finché il ragazzo che controllava la scatola delle schede grigie si gira, lo squadra tre secondi e quasi gli si scaglia addosso. Ne nasce una mezza rissa.<br />
“Tu hai già votato stronzo, ma per chi ci hai preso, per fessi?”.<br />
Il signore con la giacca di pelle fa in tempo a riprendere la carta d’identità e scappa via.<br />
Il padrone del seggio sorride, sornione. “Su, su, vogliamo fare casino proprio alla fine?”</p>
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		<title>Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #4</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2007 03:33:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ballarò]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Novelli]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Prodi]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[vespa]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Edoardo Novelli    Quarta parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Questa volta, intervista a Giovanni Floris, conduttore di Ballarò. Qui la prima e la seconda parte, qui l&#8217;intervista a Gianluca Luzi. gv. Chi sono i vostri interlocutori, quelli con cui trattate per avere i politici in trasmissione? Noi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p>di <strong>Edoardo Novelli </strong></p>
<p><img alt="ballaro011.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/ballaro011.jpg" /> </p>
<p><em>Quarta parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Questa volta, intervista a <strong>Giovanni Floris</strong>, conduttore di Ballarò. Qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-1/#comments">prima</a> e la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/22/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-2/">seconda</a> parte, qui l&#8217;intervista a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/25/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-3/">Gianluca Luzi</a>. gv.</em></p>
<p><strong>Chi sono i vostri interlocutori, quelli con cui trattate per avere i politici in trasmissione?</strong></p>
<p>Noi abbiamo tentato fin da subito di specializzarci, quindi nel nostro gruppo autorale abbiamo due persone incaricate di tenere i rapporti con i portavoce, gli uffici stampa o, quando ci sono, i responsabili delle relazioni istituzionali. Comunque i nostri interfaccia sono quasi tutti istituzionali. <span id="more-3411"></span><br />
<strong>Quali sono gli elementi per voi più importanti e decisivi per scegliere gli ospiti?<br />
</strong></p>
<p>La competenza e, in secondo luogo, la capacità comunicativa. Poi la contingenza, cioè la disponibilità a venire in trasmissione.<br />
<strong>Quali sono gli elementi che vi facilitano il lavoro?<br />
</strong></p>
<p>L’apertura e la disponibilità. Si è creata in cinque anni una capacità di incassare le brutte risposte, per cui alla fine riusciamo ad avere in tempi rapidi e con sincerità la risposta reale. Non ci tirano in avanti a lungo: ci dicono sì o no. Sappiamo incassare un addio all’ultimo minuto e sostituirlo senza farne una questione personale.<br />
<strong>Quali sono gli elementi che vi complicano il lavoro?</strong><br />
Così come la trasparenza e l’immediatezza ci aiutano, l’opacità e la lentezza ce la complicano. Tutto quello che tira in lungo per noi è un problema, sia nelle relazioni con gli ospiti, sia nella realizzazione dei servizi. La stessa cosa accade nel dibattito in studio, che da noi è molto ritmato, concreto. L’ospite buono è quello che dà la risposta efficace. I nostri tipici ospiti sono Bersani, Letta, Tremonti, Tabacci, loro non sono per la chiave economica, ma per l’economicità del linguaggio, per la concretezza. È un approccio differente da quello più riflessivo di trasmissioni come “l’Infedele” o “Otto e mezzo”. Tutto<br />
ciò che allunga e disperde è nostro nemico, tutto ciò che concentra e realizza è nostro amico.<br />
<strong>Il mondo politico comprende le vostre esigenze e vi facilita nel lavoro?</strong><br />
Riusciamo ad avere quello che ci serve perché ormai il potere culturale di “Ballarò” è molto forte. È una trasmissione troppo seguita dal pubblico: è meglio farci entrare nei loro spazi e contestarci, piuttosto che lasciarci fuori.<br />
<strong>Vi vedono come alleati o come antagonisti?</strong><br />
È un potere che vede in noi un contropotere, non sovversivo, ma lecito. Duro, ma onesto. Direi che è un rapporto di legittima contrapposizione.<br />
<strong>È facile raccontare il governo Prodi?<br />
</strong></p>
<p>Nel centrosinistra ci sono buoni comunicatori, mi vengono in mente Bersani, Letta, Bindi, e poi Fassino e Rutelli, ma anche tanti altri. Il fatto vincente è che loro hanno tra i rappresentanti una generazione molto attenta alla concretezza delle cose.<br />
<strong>Non starà dicendo che nel centrosinistra ci sono comunicatori più efficaci che nel centrodestra?<br />
</strong></p>
<p>Anche il governo Berlusconi aveva degli esponenti sia di maggioranza che di governo con questa abilità però, secondo me sbagliando, da noi si sentivano come se fossero fuori casa, e risultavano spesso contratti e timorosi. Adesso che sono all’opposizione, si rendono conto che il metro di “Ballarò” è lo stesso anche con il governo di centrosinistra. L’unica chiave di linguaggio e di interpretazione della nostra trasmissione, almeno secondo noi che la facciamo, è la trasparenza. O la si teme o se ne approfitta. Il centrosinistra ne ha approfittato spesso, il centrodestra talvolta. Adesso sta diventando una chiave accettata da entrambi. Da noi non si hanno sconti, ma non si hanno nemmeno scorrettezze.<br />
<strong>Per voi che dovete raccontare la politica, com’è lavorare con questo governo?<br />
</strong></p>
<p>Noi non raccontiamo la politica, noi raccontiamo i problemi. Chiamiamo la politica ad interpretarli o a darne soluzione, cosa che è differente da quello che fa Vespa. Lui racconta la politica, noi raccontiamo i problemi e chiediamo alla politica di risolverli.<br />
<strong>D’accordo, ma è facile da seguirlo, da interpretarlo?</strong><br />
Non è facilissimo seguire Prodi. A differenza dell’Inghilterra, dell’America o della Francia, in Italia il governo non ha un’unica interfaccia con la stampa. Ci sono i vari ministri. E non è facile avere un rapporto diretto con la Presidenza del Consiglio per quanto concerne il punto di vista istituzionale dell’organizzazione del lavoro.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Come mai Romano Prodi non è mai intervenuto a “Ballarò”?<br />
</strong></p>
<p>Non voglio mettermi a ragionare da studioso della comunicazione perché non lo sono. Il fatto di non esser mai riusciti ad avere in studio Prodi, come capo dell’opposizione o in qualità di capo del governo, un pochino mi lascia perplesso. Noi abbiamo avuto tantissimi ospiti, italiani e internazionali. Siamo a circa 130 puntate, il che vuol dire più di 300 ore di trasmissione. Siccome non penso sia una cosa personale contro di noi, anche perché non c’è ragione di crederlo, mi immagino che sia una scelta verso un tipo di trasmissioni basate sulla dialettica. Una scelta legittima, che però ha come conseguenza il fatto che<br />
il pubblico di “Ballarò”, in media tre milioni e ottocentomila persone, non l’ha mai visto.<br />
<strong>Una scelta figlia di una strategia di scavalcamento dei media o semplice riflesso di difesa?</strong><br />
Questo non lo so. Io ho avuto occasione di intervistare Prodi diverse volte nelle feste o in dibattiti organizzati per le elezioni, dove veniva interrogato da opinionisti e dalla gente su temi difficili come la guerra. Questo per dire che l’ho visto in situazioni anche dure, e devo dire che sa rispondere, è uno che si fa apprezzare per la chiarezza del suo ragionamento politico. Quindi è probabilmente una strategia, perché io sono sicuro che lui in un faccia a faccia è bravo. Con Berlusconi ha vinto tutte e due le volte, l’ha fatto a modo suo, però ha vinto.<br />
<strong>Quindi fa bene a comportarsi così?</strong><br />
Io non voglio dare un’interpretazione al suo comportamento perché non lo conosco a tal punto. Certo, se devo stare ai fatti, è uno che alla televisione va poco, è uno che alla radio va poco, è uno che si trova in difficoltà alle volte con la stampa. Però…<br />
<strong>Però?</strong><br />
Però c’è da fare una riflessione: siamo sicuri che i problemi che Prodi incontra con la comunicazione diventino dei problemi anche con il suo elettorato? Siamo sicuri che ogni contrasto o incidente che abbia col mondo dei media si trasmetta poi nel mondo di chi vota e chi decide? Io non so quanto i giornali e la televisione influenzino l’elettorato, e se la gaffe con i giornalisti arrivi poi a esser giudicata negativamente dall’elettorato. Potrebbe dunque essere una scelta vincente, perché più volte si è dimostrato che l’immagine che danno i media non è poi quella che la gente ha sul serio.<br />
<strong>È un dubbio legittimo, ma se si ritengono i media poco influenti, perché poi lamentarsi di come si viene trattati?</strong><br />
La denuncia nei confronti della stampa è rivolta ai media o agli elettori? Bisogna vedere chi ne è il destinatario. Io non ho chiaro chi sia il destinatario del comportamento di Prodi. Mi limito a valutare i fatti: in televisione c’è poco, l’immagine è sempre la stessa. L’impressione che mi dà è quella di una persona chiusa col mondo dei media, non so se questo corrisponda all’essere chiuso col mondo più in generale. Penso che lui stia scommettendo sul fatto che non lo sia. È chiuso verso di noi? Sì, è indubbio. Questo esser chiuso verso di noi risponde all’aver l’immagine di una persona chiusa con un mondo più ampio? Lui pensa di no. Se giusto o sbagliato si valuterà alle elezioni.<br />
<strong>Cosa pensa del modo in cui è stata comunicata la Finanziaria?</strong><br />
Innanzitutto voglio capire perché non la fanno spiegare alle persone giuste. Perché il governo Prodi non spende più Enrico Letta, un politico giovane e brillante, che sa parlare e comunicare? Invece ultimamente ha ridotto le sue presenze in televisione. Questa Finanziaria è comunque poco gestibile dall’enunciante, è una Finanziaria in cui fanno notizia le tasse, c’è poco da fare. Però il governo sull’economia si gioca tutto, esattamente come è successo con Berlusconi. Deve riuscire a comunicarla. Ma è strano che una delle due componenti dell’anima riformista, Letta appunto, rimanga nascosta.<br />
Perché? Non lo so.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Feb 2007 10:07:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Novelli]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Novelli    (con sentimento &#8220;postumo&#8221; pubblico la seconda parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Dell&#8217;ex governo Prodi. La prima parte è qui. gv.)  La concretezza comunicativa che Romano Prodi, più per affinità caratteriale che per strategia, ha evocato e praticato nel corso della campagna elettorale, sembra portarlo invece a una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Edoardo Novelli</strong> </p>
<p><img loading="lazy" height="403" alt="altan.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/altan.jpg" width="296" /> </p>
<p><em>(con sentimento &#8220;postumo&#8221; pubblico la seconda parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Dell&#8217;ex governo Prodi. La prima parte è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/il-fattore-c-la-comunicazione-del-governo-alla-prova-dei-sei-mesi-1/#comments">qui</a>. gv.) </em></p>
<p>La concretezza comunicativa che Romano Prodi, più per affinità caratteriale che per strategia, ha evocato e praticato nel corso della campagna elettorale, sembra portarlo invece a una sorta di idiosincrasia per l’uso di frasi evocative e di espressioni immaginifiche, come di parole simbolo. “La fase due è una terminologia che non conosco, che ignoro e non uso” (26/10/96). Non che nessuno si potesse innamorare di un’espressione che suona più come una formula chimica che come un progetto politico ma, talvolta, segnare almeno a parole un cambiamento, indicare una nuova direzione, è un segnale importante. <span id="more-3363"></span></p>
<p>Si pensi alla fortuna e alla funzione politica svolta da formule e invenzioni linguistiche quali le <em>convergenze parallele</em>, gli <em>equilibri più avanzati</em>, la <em>stanza dei bottoni</em>, gli <em>opposti estremismi</em>, il <em>patto della staffetta</em>, il <em>made in Italy</em>, il <em>partito di lotta e di governo</em>. Nel corso di questi mesi, uno dei pochi slogan, una delle rare frasi forti ed evocative usate da Prodi è stata quella rivolta ai suoi ministri: “Serve il coraggio di stupire” (5/6/06). Il che, almeno in parte, è sicuramente successo. </p>
<p>L’uso di slogan e <em>sound bites </em>– brevi frasi a effetto – da rilasciare sistematicamente, sulla vicenda del giorno, sull’ultima polemica o sulla nuova iniziativa del governo, risponde alle esigenze di brevità e rapidità richieste dalla stampa e dall’informazione, ed è il modo tramite il quale ci si inserisce nei resoconti giornalistici, si fa agenda, si offre la propria interpretazione degli avvenimenti. Quello che in gergo viene definito dare lo <em>spin </em>(l’effetto) voluto ai fatti. Rilasciare alla stampa una frase, una battuta forte, significa avere buone probabilità di ritrovarla nel titolo del giorno dopo, dargli articolate spiegazioni e posate considerazioni, significa complicargli il lavoro. Conferenze stampa sovraffollate, talvolta senza microfono; dichiarazioni in mezzo alla strada in condizioni ambientali poco favorevoli; scarsa attenzione agli aspetti rituali e scenografici quali palchi, fondali, coreografie: nel corso di questi sei mesi sono diventati una situazione abituale tanto per i giornalisti che per i telespettatori. Tre esempi per tutti. La disorganizzata conferenza stampa del vertice di Roma sulla crisi israelo-palestinese descritta dai giornalisti e cameramen costretti a bivaccare in 800 in una stanza torrida e male attrezzata come un suk; l’assenza dalla foto ufficiale del vertice del G8 di Romano Prodi, in quel momento impegnato a telefonare; l’intervista televisiva rilasciata da Prodi all’arrivo in Cina in una situazione di sovraffollamento e con in sottofondo le melodie italiane suonate dall’orchestra di benvenuto. Una trascuratezza così evidente delle forme, delle logiche e della cerimonialità della comunicazione, che viene difficile pensare che non faccia parte di una precisa strategia. Lo spontaneo, il naturale, anche a rischio dell’imperfetto, contrapposto allo studiato, all’artificiale, di Berlusconi? Se però questa è la tattica, problemi d’errata ricezione, incomprensioni con i destinatari, rumori e disturbi di fondo, devono essere messi in conto. Soprattutto se si ritiene che per risultare spontanei sia sufficiente comportarsi spontaneamente, e che agire in modo studiato infici la veridicità e la sincerità della comunicazione. Nell’attuale palco della turbopolitica, esattamente come su quello cinematografico o teatrale, risulta più naturale non chi non recita affatto ma colui che è più bravo a interpretare quel ruolo. </p>
<p>Questioni di forma, alle quali se ne aggiungono altre di sostanza, con dirette e fragorose ricadute politiche. La questione Telecom che esplode in concomitanza del viaggio in Cina e della delegazione italiana, offuscandone la ricaduta d’immagine, è un fuori programma che scombussola l’agenda e l’ordine delle priorità del governo. Gli inviati, comprensibilmente più attratti dallo scontro fra Prodi e Tronchetti Provera che dagli incontri ufficiali, dai discorsi e dalle visite ai comparti produttivi cinesi, incalzano, fanno domande fuori scaletta, accorciano quella distanza di sicurezza e quel <em>fair play </em>che Prodi ama mantenere con la stampa. Ed è proprio in questo generale “fuori programma” che anche la comunicazione sembra perdere il controllo della situazione. “Il governo non era a conoscenza dei piani Telecom” (13/09/06). “Dimissioni di Rovati? Non se ne parla proprio” (15/09/06). “Riferire in Parlamento? Ma siamo matti?” (15/09/06). “Per il governo riferirà il ministro Gentiloni” (18/09/06). “Prodi parlerà alla Camera” (19/09/07). Un crescendo di scivolate, smentite e correzioni, che per alcuni giorni dà l’idea di essere inarrestabile. Quando infatti la scomparsa di Oriana Fallaci e le polemiche seguite alla citazione di Benedetto XVI su Maometto allentano la morsa sul caso Telecom, che esce dalle prime pagine e dai primi posti delle scalette dei tg, ecco un’altra domanda “fuori tema” sulla sicurezza del Papa nel suo viaggio in Turchia, ed ecco un’altra risposta “fuori registro”. Cosi riportata e commentata da <em>La Stampa</em>: “«Cosa vuole che ne sappia io? Vedranno le sue guardie, non so … Scusi non che io non rispondo alle domande ma non lo so, non lo so …, non lo so … Non so dove abbia preso questa fonte il Vaticano, non so perché devo rispondere a una domanda di cui non so assolutamente nulla. È per rispetto a voi». La risposta di un uomo stanco” (21/09/06). </p>
<p>L’impressione è che alle difficoltà comunicative basate su aspetti caratteriali del Premier, si sommino anche problemi organizzativi nel rapporto con la stampa che, come è noto, non ama essere mantenuta a distanza di sicurezza, non gradisce smentite e rettifiche e non tollera essere bypassata. Episodi come quello accaduto nel corso della visita in Spagna dove, dopo aver più volte ribadito agli inviati che il Premier non avrebbe incontrato i vertici della società autostradale Abertis, un giornalista riconosce l’amministratore delegato della società spagnola uscire dall’albergo di Prodi, reduce dall’incontro, non è sicuramente il modo migliore per mantenere un rapporto sereno e collaborativo con l’informazione. Il tutto rincarato da una sorprendente giustificazione: “Infatti mica ci siamo visti. Se lui mi ha visto mica posso impedirglielo” (17/10/06). Eppure Prodi è una figura che, anche se istintivamente non sintonico con le logiche dei mass media e le procedure dell’arena elettronica, avrebbe le caratteristiche necessarie per attirarne l’attenzione e svolgervi un ruolo da protagonista. A partire da un’immagine pubblica forte, basata su tratti personali pronunciati e un profilo istituzionale autorevole. Chi è in grado di ripetere per ben otto volte la stessa frase in Parlamento, se affiancato da una strategia di comunicazione e di immagine, ha personalità e carattere sufficiente per ambire a diventare un moderno leader seduttore. </p>
<p>Nel pieno della polemica sulla comunicazione del governo – ufficialmente aperta dalle dichiarazioni di Prodi in Spagna, proseguita con le richieste di cambio di passo di Fassino e Rutelli e conclamata dalla vignetta di Altan sulla prima pagina di <em>Repubblica </em>dove al personaggio che dice: “Non riusciamo a comunicare con la gente” l’altro risponde: “Cosa hai detto?” (20/10/06) –, Prodi sembra spiegare la scelta fatta in più di una occasione di stare defilato, intervenendo lo stretto necessario e, forse, anche un po’ meno. “Contrariamente al mio predecessore, io non sono il padrone del governo. Né vorrei esserlo. Non ho una concezione proprietaria dell’esecutivo” (22/10/06). È una tesi che si sposa perfettamente con le linee guida dell’esecutivo in tema di comunicazione accennate da Silvio Sircana in una delle poche interviste sull’argomento. “Sobrietà, collegialità, efficacia”, questa in estrema sintesi la triade virtuosa indicata dal governo, che invita anche a “selezionare le presenze in tv e a una certa sobrietà nel reagire agli stimoli della comunicazione” e si ripromette di “informare il Parlamento prima dell’opinione pubblica” (06/06/06). Quello che si chiama uno stile comunicativo austero e <em>low profile</em>. </p>
<p>Ma nella nuova arena politico-mediatica, popolata da telespettatori-elettori abituati ai suoi riti e alle sue regole, quali siamo oramai tutti noi, siamo sicuri che i silenzi e i toni sommessi, anche quando deliberati, non corrano il rischio di essere fraintesi e non compresi? Vero è che il Presidente del Consiglio non è il proprietario dell’esecutivo, ma agli occhi di tutti gli italiani – quelli che lo hanno scelto e quelli che no – ne è il leader, l’incarnazione. Dichiarare: “non sono un leader per tutte le stagioni. Se vogliamo esaurire la nostra politica al ‘chi dice, che dici’ e al ‘si dice’, allora prendetevi un altro Presidente del Consiglio” (26/10/06), riflette la concezione di un premier espressione della maggioranza, anziché quella, fors’anche costituzionalmente non corretta, di una maggioranza espressione del premier, sicuramente molto più adeguata al rapporto fiduciario e diretto oggi esistente fra il leader e l’elettorato. Gli elettori hanno o no votato per Prodi presidente? Alcuni anche due volte: prima alle primarie e poi alle elezioni politiche. E allora, visto che è lui il titolare di questa sorta di mandato diretto previsto dal nostro pasticciato sistema elettorale, forse gradirebbero leggere che se c’è qualche ministro che non è d’accordo, dovrebbe essere lui a togliere l’incomodo. </p>
<p>Un Presidente del Consiglio con funzioni di garante, è figura che poco si sposa con la moderna concezione della leadership. Anche senza voler eguagliare Berlusconi nel suo protagonismo che lo ha visto intervenire in prima persona dalla politica, al calcio, alla televisione, a chi spetta richiamare all’ordine – o allo spirito unitario e collaborativo, se si preferisce un’espressione più politica – i ministri coinvolti nei primissimi giorni del governo in una ridda di dichiarazioni e polemiche incrociate? Chi ha l’autorità per difendere dagli attacchi esterni e dai distinguo interni Bersani e il suo piano di liberalizzazioni? Chi gli elettori si aspetterebbero di veder comparire in televisione durante la crisi Telecom o la lunga e travagliata legge sulla Finanziaria? Invece, nessuna partecipazione ai principali programmi di approfondimento, nessuna intervista nei telegiornali, nessuna comunicazione del Presidente del Consiglio. In sintesi, nessun dialogo diretto – faccia a faccia, occhi negli occhi – con gli elettori. Quante volte nel corso di questi sei mesi Prodi ha parlato agli italiani rivolgendosi a loro con un discorso diretto? Pochissime, forse mai. “Gli italiani sanno, gli italiani pensano, gli italiani hanno capito”. Sempre in terza persona, parlando a giornalisti, politici, industriali, militanti. La vicinanza con il sentimento popolare e con lo stato d’animo del Paese si costruisce anche con una vicinanza grammaticale e sintattica. L’idea che si sia scelto di scavalcare i mass media per non farsi intrappolare nelle loro logiche e non farsi condizionare dalle loro esigenze, è a questo punto qualcosa di più di una semplice impressione. Contrariamente a quanto può apparire però, scavalcare i mass media o quanto meno ignorarli, è una strategia di attacco che rischia di diventare suicida se adottata in chiave difensiva e da una posizione di debolezza. Saltare la funzione di filtro con l’opinione pubblica svolta dai mass media richiede infatti una grande abilità nel produrre simboli e creare eventi, capaci di imporsi e di occupare la scena pubblica e il suo immaginario. </p>
<p>È quanto è successo in occasione delle primarie del centrosinistra dell’ottobre 2005. Un’iniziativa nata all’esterno del circuito mediatico e non considerata da mass media poco fiduciosi nei suoi esiti, che si è imposta come un caso evento, obbligando giornali e televisioni a ricredersi e a dargli grande rilievo, e che è riuscita a stabilire un canale diretto con il proprio elettorato, trasmettendogli senso di identità e d’appartenenza. Se dunque, per ragioni sia tattiche che ideologiche, si vogliono ridiscutere le regole d’ingaggio con i mass media nella scena pubblica, è bene iniziare a pensare a eventi in grado di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica e di raggiungere autonomamente i propri destinatari. </p>
<p>E qui si aggancia un altro dei temi connessi alla questione della comunicazione, che in questi mesi sono progressivamente cresciuti. Una volta vinte le elezioni e passati dalla fase della campagna elettorale a quella del governo, qual è stata presentata come la <em>mission </em>del governo? Quale frase, quale slogan ha preso il posto di “Per il bene dell’Italia”, con cui si intitolavano le 181 pagine del programma dell’Unione? Soprattutto dopo le difficoltà incontrate dalla Finanziaria, l’interrogativo ha iniziato a essere posto con sempre maggior insistenza. Dai commentatori: “Non ha una missione, non comunica un obiettivo da perseguire” (Ilvo Diamanti 08/10/06). Da figure istituzionali “Quello che conta e che oggi non si vede è un grande obiettivo generale e condiviso, che il Paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo” (Carlo Azeglio Ciampi, 11/10/06). Dagli stessi membri del governo: “Capisco il problema della missione, ma ci vuole pazienza” (Tommaso Padoa Schioppa, 12/10/06); “È mancata l’idea che ci fosse un grande disegno riformatore, di cui la Finanziaria è solo il primo passo” (Massimo D’Alema, 23/10/06). Ed anche dallo stesso Romano Prodi: “Per favore basta con i proclami. Svegliare questo paese non è una missione anche più grande dell’ingresso nell’euro? Far tornare il nostro Paese centrale nel mondo non è una grande missione? Fare giustizia, dare speranza non è una missione?” (26/10/06). Si potrebbe rispondere che non sono una missione, sono tre missioni. E nella dura logica della comunicazione o due sono di troppo, oppure bisogna trovare quel simbolo o quell’immagine sintetica, capace da sola di racchiudere e rappresentare lo spirito e la direzione del governo. L’equivalente dello spirito di ricostruzione degli anni quaranta, dello sviluppo economico degli anni cinquanta, della stagione delle riforme degli anni sessanta, della solidarietà nazionale degli anni settanta, della governabilità degli anni ottanta, del nuovo miracolo economico del primo governo Berlusconi, dell’entrata nell’euro del primo governo Prodi. </p>
<p>Nel passaggio dalla campagna elettorale al governo sembra dunque essere venuta meno quella capacità di fare della comunicazione una risorsa in grado di valorizzare le proprie caratteristiche e di amplificare i propri obiettivi e le proprie azioni. Su questo pesano certamente i tratti costitutivi, già richiamati in precedenza, di una coalizione governativa che, sin dal suo inizio, è sembrata operare per trasmettere all’esterno un’immagine – di rivalità e di poca compattezza di sé – penalizzante. Sei sole donne nell’esecutivo e oltre cento membri del governo, sono la peggior campagna di comunicazione che il nuovo governo di centro sinistra possa augurarsi al suo esordio, alla quale si aggiunge il tourbillon di dichiarazioni incrociate e contrastanti che si scatena fra gli appena nominati neoministri. Un vero e proprio assalto allo spazio pubblico a colpi di esternazioni, per la delizia dei media ai quali non pare vero riportare le dichiarazioni filocubane del ministro Bianchi; l’apertura di Livia Turco alla pillola abortiva; la nuova riforma previdenziale e dello “scalone” anticipata da Damiano, subito smentito; la controversia sulle grandi infrastrutture (Tav, ponte sullo stretto) fra i ministri delle infrastrutture e dei trasporti. Ciò detto, proprio per il ruolo di leadership che compete alla Presidenza del consiglio, non passano in secondo piano i limiti e i ritardi nella sua comunicazione emersi nel corso di questi sei mesi I problemi di comunicazione del governo e della sua presidenza esistono, sono reali, e si collocano a livello organizzativo, di posizionamento e culturale. I problemi derivanti da questioni organizzative sono quelli più facilmente affrontabili, compatibilmente con la nota capacità di resistenza che le organizzazioni possono rivelare. Il fatto che la comunicazione del governo venga spesso dopo la politica e debba così rincorrere le situazioni, è emerso in più di una occasione, così come oggettivi risultano gli attriti e le disfunzioni che hanno avuto ripercussioni sul modo e sui toni con i quali i media hanno raccontato il governo e la sua attività. Anche nel caso in cui, come ha fatto questo governo, si scelga una comunicazione <em>low profile </em>e non gridata, questo non può significare una comunicazione sottotono, debole, priva di quei requisiti di forma e di sostanza capaci di alzare la soglia dell’attenzione. Ci sono voluti sei mesi per vedere Romano Prodi il 28 ottobre, al termine del vertice a Villa Doria-Pamphili, parlare da un podio presidenziale con una coreografia definita dai giornali “all’americana”, anziché seduto assieme ai ministri o, ancora peggio, attorniato da una calca di giornalisti come un qualsiasi inquisito all’uscita dall’incontro con il magistrato. è forse il segno che sul piano dell’organizzazione e della forma qualcosa si sta muovendo. Ma il nuovo stile di Prodi a Villa Doria-Pamphili, richiama la questione del suo posizionamento, della sua immagine. </p>
<p>Se alcuni dei problemi derivanti da ragioni personali possono essere attenuati da una riflessione sulle pratiche e sulle procedure adottate e una specifica azione di pubbliche relazioni nei confronti dei principali interlocutori, a sei mesi dalle elezioni, l’immagine del premier e il suo posizionamento nella scena pubblica, appaiono ancora irrisolti. In entrambi i casi, quello di difficoltà caratteriali come quello di assenza di una strategia, la sirena dello scavalcamento dei mass media, del loro aggiramento è, per quanto suggestiva, estremamente rischiosa. Investire in anticipo tempo ed energie per trovare un punto di contatto e di equilibrio con i mass media e in particolare con la televisione, può essere la scelta non solo più producente ma anche più economica in termini di tempo e di risorse rispetto a dovere cercare, dopo, strade e soluzioni alternative. Infine i problemi connessi all’interpretazione e al ruolo che alla comunicazione viene attribuito. Sicuramente quelli più difficili da risolvere. La convinzione che la comunicazione sia un male necessario, una risorsa tattica a cui attingere nella contingenza, anziché una leva strategica, un modo di intendere il rapporto fra il governo e i cittadini, è evidente in più di una azione e in più di un comportamento. Come ha spiegato Sircana, nel tentativo di giustificare la crisi nella comunicazione del governo: “La politica ha fatto un’agenda. Questa aveva dei contenuti. Che si sono, diciamo cosi, comunicati da soli.” (26/10/06). </p>
<p>Una diversa concezione e considerazione della comunicazione avrebbe però forse evitato di chiamarla in causa a cose fatte, solo per indorare la pillola, coinvolgendola anche nel momento della definizione dell’agenda politica. Magari con il risultato di poter pianificare le azioni e le strategie di comunicazione anche nei confronti di scelte complicate e impopolari. Ma è difficile che una interpretazione di questo tipo possa affermarsi, quando lo stesso premier sostiene che: “i problemi di comunicazione sono di breve periodo. Dopo un po’ ci si accorge che quel che conta è la sostanza” (29/10/06). </p>
<p>L’impressione conclusiva è che sul tema della comunicazione il governo abbia sin qui proceduto alla luce di una concezione fortemente contraddittoria. Da un lato, la si considera e la si tratta come un semplice strumento, inerente la forma e non la sostanza, che non può e non deve assolutamente interferire con le questioni politiche. Dall’altro le si chiede di contribuire con la sua prassi e la sua azione all’ambizioso compito che questo governo ha in più di una occasione dichiarato, e cioè una profonda riforma della politica, del costume e della società italiana, invertendo e prescindendo dalle pratiche e dalle logiche che regolano l’attuale sistema dell’informazione ed il rapporto con i mass media. </p>
<p>Una visione eccessivamente riduttiva e una, francamente, un po’ sopravvalutativa, il cui risultato rischia di essere una comunicazione incerta tanto nelle forme, quanto nei suoi obiettivi, quale quella di cui siamo stati tutti, in più di una occasione, testimoni. </p>
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		<title>Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2007 14:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Novelli]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Novelli   Comincio a pubblicare oggi la prima di sei parti in totale di uno studio condotto da Edoardo Novelli &#8211; docente di comunicazione politica all&#8217;Università Roma Tre e autore tra gli altri di La Turbopolitica (Bur 2006) &#8211; sulla comunicazione del governo Prodi dopo i primi sei mesi. Lo studio &#8211; che si compone [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Edoardo Novelli</strong></p>
<p><img alt="prodi.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/prodi.thumbnail.jpg" /> </p>
<p><em>Comincio a pubblicare oggi la prima di sei parti in totale di uno studio condotto da Edoardo Novelli &#8211; docente di comunicazione politica all&#8217;Università Roma Tre e autore tra gli altri di</em> La Turbopolitica <em>(Bur 2006) &#8211; sulla comunicazione del governo Prodi dopo i primi sei mesi. Lo studio &#8211; che si compone di una prima parte analitica e di quattro interviste dello stesso Novelli a Gianluca Luzi, inviato di Repubblica; Giovanni Floris, conduttore di Ballarò; Valerio Saffirio, Orange Comunicazione; Silvio Sircana, portavoce del Presidente del Consiglio &#8211; è stato presentato lo scorso 12 dicembre a Roma presso l&#8217;Università Roma Tre e pubblicato su</em> aideM. Rivista di critica della comunicazione, <em>rivista che esiste anche <a href="http://www.aidem.it/">on line</a>. Ringrazio Edoardo Novelli per aver messo il suo lavoro a disposizione di N.I.</em> </p>
<p>C’era una volta il <em>fattore K</em>, brillante invenzione giornalistica di Alberto Ronchey che fotografava un mondo diviso in blocchi interscambiabili e una società popolata da nemici interni. Tramontata la stagione delle grandi ideologie e delle contrapposizioni frontali, durante l’ultima campagna elettorale, Romano Prodi ha parlato di <em>fattore C</em>, per intendere alla natura fortunata che è solita accompagnarlo. Una trovata di successo che ha subito bucato sui media, al punto da essere presa da Bonolis come titolo del suo nuovo programma che però, a giudicare dai risultati d’ascolto, si è rivelato poco profetico. <span id="more-3341"></span>Dopo la vittoria alle elezioni politiche per 25.000 voti, pari allo 0,066 %, e la vittoria della nazionale di calcio ai mondiali di Germania, valutata dagli analisti economici equivalente ad alcuni punti di Pil, il <em>fattore C </em>di Prodi è stato elevato a variabile politica. Ha scritto il “Venerdì” di <em>Repubblica</em>: “Nei primi cento giorni del governo Berlusconi, Bin Laden tirò giù le torri gemelle. Nei primi cento giorni del governo Prodi, l’Italia tirò i rigori meglio della Francia. E questa è già una bella differenza”. </p>
<p>Nel momento in cui scriviamo, a sei mesi dalle elezioni, a tre dalla finale con la Francia e nel pieno delle polemiche per la finanziaria, la buona stella del Presidente del Consiglio sembra un po’ appannata, e un altro <em>fattore C </em>si sta rivelando sempre più cruciale tanto per il governo che per la sua leadership. È il tema della comunicazione. Parola generica e abusata, che contiene al suo interno aspetti differenti: la capacità del governo e del Presidente del Consiglio di trasmettere all’esterno le proprie priorità, la propria missione; sapersi rapportare ed entrare in sintonia con i mass media; l’abilità a fare notizia e a posizionare i temi preferiti nell’agenda; la costruzione di una leadership forte e vincente; l’immagine, intendendo tanto quella legata agli aspetti più personali e fisici, quanto quella derivante da posizionamenti politici e programmatici. </p>
<p>Obiettivo originario di questo intervento – che comprende anche alcune interviste a operatori della comunicazione e a Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi – era vedere se, a sei mesi dalla vittoria elettorale e a cinque dall’entrata in carica del nuovo esecutivo, fosse già possibile cogliere i segnali della politica di comunicazione del governo, la sua strategia nei confronti di un tema la cui importanza, ai fini della vita di una maggioranza politica, non è più messa in discussione da nessuno. Dopo il diluvio comunicativo berlusconiano, basato su un impasto di populismo mediatico-politico raccolto intorno alla triade audience-sondaggi-target; la costruzione di un partito medium che ha interiorizzato le categorie e i tempi del mondo dell’informazione e dello spettacolo; l’accettazione ed anzi l’accelerazione del lato spettacolare e sensazionale della politica; l’instaurazione con i mass media di un rapporto oscillante fra il collateralismo e l’occupazione; una precisa strategia di saturazione e di occupazione dell’agenda e, non ultimo, la costruzione di una leadership fortemente intrisa di tratti personali e comportamenti pre-politici, era una curiosità più che lecita interrogarsi su come si stesse muovendo il nuovo governo. Fra afasia e berlusconismo, c’è spazio per una soluzione mediana, lontana tanto dalla storica sottovalutazione quanto dalla speculare accettazione acritica dei modelli e dei percorsi esistenti? È possibile una terza via alla comunicazione politica? </p>
<p>Interrogativi di lungo respiro, diventati ancora più urgenti man mano che il nuovo <em>fattore C </em>ha iniziato a essere indicato da più parti e all’interno della stessa compagine governativa come una delle principali emergenze. Le difficoltà nella comunicazione del governo e del Presidente del Consiglio sono infatti un tema così frequentemente richiamato da correre il rischio di suscitare, a seconda dei punti di vista, noia o preoccupazione. Alcuni esempi? Controversa chiusura dell’accordo con i tassisti in seguito al decreto Bersani? Prodi spiega che: “il tam tam della categoria fa venire fuori a livello di immagine, una loro vittoria sul governo. Sembra – aggiunge dando l’impressione di non conoscere che nell’attuale turbopolitica ciò che sembra è almeno equivalente a ciò che è – che abbiano vinto i mondiali” (19/7/06, le date si riferiscono al giorno di pubblicazione sui quotidiani)<em>. </em>Un sondaggio rivela che è in calo la fiducia nel governo? Di Pietro dichiara: “dobbiamo imparare a venderci meglio” (9/10/06). Forti contrasti con gli industriali per la Finanziaria? Il ministro dell’economia annuncia: “dobbiamo migliorare anche nella nostra capacità di comunicare” (12/10/06). </p>
<p>La tendenza dei governi a scaricare sulla comunicazione difficoltà in realtà molto più politiche è nota. Un modo adeguato ai tempi per salvare almeno parte del loro operato, lasciando intendere: “la nostra politica va bene, è la comunicazione che fa difetto”. Anche Berlusconi nei momenti di maggiore difficoltà politica era solito puntare il dito sulla comunicazione. Con la differenza, però, che il Cavaliere non sosteneva di non saper comunicare, ma di non avere i mezzi per farlo. Un distinguo non da poco che, colto, ha portato alla correzione di tiro avviata da Silvio Sircana parlando di “disinformazione” (10/06/06), e clamorosamente ribadita una settimana dopo da Prodi: “lavorare con i mezzi di comunicazione contro per noi è un problema serio” (16/10/06). Un’azione coordinata fra il portavoce e il Presidente del Consiglio che testimonia l’esistenza di una regia. </p>
<p>L’immagine di un leader come di un governo, fortemente dipendenti dalla loro comunicazione, sono questioni ben più complesse e articolate di quanto sostengono o fanno finta di sostenere coloro che le riducono a una semplice questione di tratti esteriori e caratteristiche estetiche. Il tipo di cravatta, il colore di un manifesto, l’affabilità del portavoce, la qualità del rinfresco alla conferenza stampa, etc. </p>
<p>Basta pensare a quelli che sono comunemente ritenuti in ambito scientifico gli elementi costitutivi dell’immagine, intesa come rappresentazione mentale sintetica, composta tanto dagli attributi personali politicamente rilevanti (ad esempio la capacità ad entrare in contatto con l’opinione pubblica, l’essere percepiti come vicini e propositivi, la cifra della comunicazione, la telegenia, etc.), quanto dai tratti politici più marcati e caratterizzanti (quelli solitamente connessi ai temi più sensibili: sicurezza, immigrazione, giustizia, economia, questioni etiche, etc.). Se dunque la comunicazione e l’immagine sono fortemente dipendenti dalle caratteristiche fisico-caratteriali e politiche di coloro che comunicano – il che equivale a ribadire che a ogni persona si addice una comunicazione differente e che quella che funziona per un soggetto non funziona per un altro – impossibile non tener conto delle tante specificità di questo governo. A partire da Romano Prodi: insolita figura di leader senza partito, passista e pedalatore per natura oltre che per hobby, caratterizzato da una articolazione del pensiero e della frase lenta e articolata, da un tono sommesso e riflessivo, e naturalmente lontano dalle logiche, dai tempi e dai formati della televisione e dell’informazione. </p>
<p>Non tutti i leader seduttori, figura dalla quale le moderne democrazie elettroniche sembrano non poter prescindere, seducono nello stesso modo e con le stesse armi. Si pensi alle differenze personali e politiche che intercorrono fra Zapatero, Blair, Clinton su un fronte, e Aznar, Chirac e Berlusconi sull’altro. Ma nessun leader può esimersi dal sedurre. Anche per Prodi quindi si pone il problema di trovare e di far emergere la sua chiave e il suo stile. Ma qual è oggi il profilo di Romano Prodi presidente? Difficilmente potrà continuare a essere quello che si è rivelato vincente nel corso della lunga campagna elettorale. Il professore bonario e sereno, semplice e vicino alla gente. Il Prodi-mortadella che gli avversari hanno inventato per delegittimarlo e che lui e coloro che hanno curato la sua comunicazione sono stati così abili da girare a proprio favore. </p>
<p>Per quanto riguarda invece la coalizione governativa, sembra fin troppo scontato sottolineare non solo l’estrema eterogeneità politica ma anche “caratteriale” dei suoi principali esponenti, esasperata da una mentalità proporzionalista latente, che fa sì che spesso il proprio marginale vantaggio prevalga sull’interesse collettivo. Il tutto reso più balbettante da una risicata maggioranza numerica. </p>
<p>Specificità forti, dunque, in apparenza non facilmente conciliabili con quei requisiti di visibilità, rapidità, coerenza, spettacolarità, efficienza, richiesti dai mass media per accomodarsi da protagonisti al tavolo della comunicazione. Eppure, proprio per la presenza di queste difficoltà strutturali congenite, la comunicazione avrebbe dovuto essere concepita quale una risorsa ancor più importante, alla quale attribuire un peso e un’importanza eccezionali, poiché in grado di tenere insieme e dare coerenza a cose molto diverse. Un collante magico, operativo sul piano simbolico, emotivo, cognitivo. </p>
<p>Il primo problema comunicativo di fronte al quale si è trovato il nuovo esecutivo era come e in che direzione differenziarsi dai cinque anni precedenti. Come cioè marcare una discontinuità e un nuovo stile che avrebbero potuto funzionare come cassa di risonanza, da volano della novità politica. Tutte le nuove stagioni, quale quella che si era ripromessa di avviare il governo, sono sempre state raccontate e amplificate da innovazioni sul piano linguistico e simbolico. È stato così per il new-deal di Roosevelt e per la nuova frontiera di Kennedy, per il new-labour di Blair e per lo zapaterismo, ma, a ben vedere, anche per il centro-sinistra di Moro e Fanfani, per il nuovo Psi di Craxi, per il berlusconismo. </p>
<p>La comunicazione è oggi così importante perché, quando non pensata come semplice leva tattica, ha la funzione di dare coerenza e significato all’intera attività di governo. Non a caso la comunicazione è diventata la principale attività dei governi moderni. Dopo il governo dell’ideologia, il governo della religione, il governo della burocrazia, viviamo nell’epoca del governo della comunicazione. In più di una occasione il nuovo esecutivo ha dato invece l’impressione di essere ancora permeato di quella visione critica della comunicazione politica che ha a lungo accomunato tanto la cultura marxista quanto quella cattolica. L’equazione comunicazione uguale contraffazione, latente nelle parole del portavoce di Prodi, Silvio Sircana: “non faremo una comunicazione con il fard” (12/7/06)<strong>, </strong>è sin troppo evidente in quelle di Padoa Schioppa: “criticate pure chi comunica male, ma diffidate sempre da chi comunica troppo bene” (12/10/06)<strong>. </strong>Insomma, quando si parla di comunicazione politica, subito all’interno di una certa cultura si sente odore di zolfo. Un riflesso condizionato, che sembra direttamente derivare da vecchie teorie comportamentiste e pavloviane. Sarà solo un caso che, con una simile concezione, la comunicazione del governo è diventata un’emergenza? </p>
<p>Se si considera la comunicazione un male necessario, una moderna tassa che il buon governante e il buon politico debbono pagare alla contemporaneità, da convocare a cose fatte e decisioni prese – per intenderci: “bene, adesso che abbiamo deciso, come lo comunichiamo?” – e non invece un approccio operativo e programmatico all’interno del quale muoversi, è più facile incorrere in incidenti e battute d’arresto. Che infatti non sono mancate tanto a livello di forma che di sostanza. Il 17 maggio il governo giura al Quirinale. A cerimonia conclusa, nella solennità del momento, Prodi dichiara: “L’Italia aspetta. Non possiamo fallire” (17/5/06). Chi si attendeva di essere compiaciuto con la prefigurazione di una nuova stagione, riscaldato con il calore di un sogno, si trova di fronte alla crudezza di una minaccia, alla brutalità di un monito. La frase non trasmette entusiasmo, non coinvolge, e lascia intendere che la vera risorsa del governo sarà la forza della disperazione. Passano pochi mesi e nel corso di una festa di partito al Premier viene chiesto cosa pensa della possibilità di dover andare a casa prematuramente a causa della litigiosità degli alleati di governo. La risposta, trasmessa da molti telegiornali, è di quelle che lasciano di stucco: “Se vado a casa io, vanno a casa anche loro. Ci pensino bene.” Una scivolata, un’errata interpretazione? Insomma, i soliti problemi con la stampa? Non sembrerebbe, visto che il concetto viene ripetuto durante l’intervista a <em>Die Zeit</em>: “Via io, via il governo. Se il governo cade resteremo i prossimi sessant’anni all’opposizione” (8/6/2007), e poi in quella a <em>El Pais</em>: “Non possono mandarmi via perché non saprebbero che fare” (16/10/06). Che emerge da queste dichiarazioni? Il governo unito non dai molti progetti che ancora lo attendono, dalla voglia di migliorare il Paese, dal vedere la stessa Italia di domani, ma dalla volontà di conservarsi le reciproche poltrone. Eppure, non è una novità che la comunicazione gioca con significati non detti, evoca immagini, lascia intendere, andando al di là del significato delle singole parole. E anche una semplice dichiarazione come quella che passa sulle prime pagine dei giornali il giorno dopo la visita di Prodi all’Unione europea: “sarò il primo della classe” (14/6/06), sembra non tener conto che le classi prevedono un primo bravo e brillante e altri 25 circa che non sopportano quel secchione. Talvolta, sembra che Prodi attinga a un universo simbolico e metaforico se non proprio distonico, quanto meno non collimante con quello del Paese. Come quando per spiegare la sua azione lunga e paziente dichiara: “Sa come si fa la mozzarella? Si gira e si rigira con pazienza fino a formare una matassa. Diciamo che io sto facendo una mozzarella”. Il giorno dopo <em>La Stampa </em>titola “Io governo come se facessi una mozzarella, ci vuole pazienza” (16/10/06). </p>
<p>Sempre solo colpa della stampa che gioca contro? Eppure Prodi conosce, o quanto meno dice di conoscere, l’importanza, ai fini della riuscita e del successo dell’azione di governo, non solo dei risultati concreti ma anche della ricaduta psicologica. “L’Italia ha bisogno di una sterzata psicologica almeno quanto ha bisogno di riforme strutturali – dichiara in piena polemica sulla legge finanziaria –. Ma se le riforme vengono offuscate (…) il loro impatto economico resta, ma quello psicologico, essenziale, rischia di andare perduto” (22/10/06). Ed è proprio sul piano psicologico ed emotivo che la comunicazione potrebbe giocare un ruolo determinante. </p>
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