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	<title>Elisa Perotti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Adagiato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 10:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Perotti]]></category>
		<category><![CDATA[friedhelm rathjen]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Friedhelm Rathjen traduzione di Elisa Perotti Quando mi guardai intorno, ero già seduto nello scompartimento. Ero già seduto nello scompartimento, quando scorsi il poeta. Non poetava quando posai gli occhi su di lui, ma subito scorsi in lui il poeta, poiché solo il poeta va di pari passo con il poeta. Poi rotolammo fuori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Friedhelm Rathjen</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Elisa Perotti</strong></p>
<p>Quando mi guardai intorno, ero già seduto nello scompartimento. Ero già seduto nello scompartimento, quando scorsi il poeta. Non poetava quando posai gli occhi su di lui, ma subito scorsi in lui il poeta, poiché solo il poeta va di pari passo con il poeta. Poi rotolammo fuori dalla stazione, attraverso la vastità del pianeta e, come frecce ad una velocità folle, scoccammo attraverso il tutto.</p>
<p>Dimmi perché le stelle sognano. Il poeta non aveva pronunciato parola, sebbene non tenesse la bocca chiusa. Ma lo erano gli occhi. Chiusi. I capelli arruffati si arrovellavano nel suo nome. Le mani giunte in grembo. Il poeta era adagiato sul sedile.<span id="more-9937"></span></p>
<p>Molti, accanto al passaggio a livello, stavano sotto la pioggia con il loro ombrello, scoccavano impassibili come frecce ad una velocità folle. Il poeta non scorgevano, non li scorgeva il poeta, non una palpebra si alzò. Finché il treno bruscamente non frenò. Mai più trovò quiete l&#8217;orrore dipinto sulla sua faccia, mai più stettero le persone davanti alla sbarra sotto la pioggia.</p>
<p>Il controllore contromanovrava a più non posso, benché i merli cadessero. Un sole era rimasto impigliato nei cavi, ma nessuno perse la vita sui binari. Il poeta era adagiato sul sedile.</p>
<p>Adagiata, adagiata, mia amata adagiata, perché la tua innocenza non trovasti, adagiata rimase la mia amata.</p>
<p>Desiderai così ardentemente, con tutto me stesso, che una schiera di indiani potesse accompagnare il nostro treno e lanciare le sue frecce qui, nello scompartimento. Lo desiderai così ardentemente, ma non a lungo. Non dirmi cosa sognano le stelle, potrebbero sentire.</p>
<p>Quando mi guardai intorno, non ero più seduto nello scompartimento. Mi mancava il mio scompartimento quando il poeta scorse se stesso. Solo il poeta va di pari passo con lo scompartimento, poiché non poetava quando lo scorse. Così tanto roteavano i suoi occhi, e il mondo dentro di loro, che mi venne la nausea, come prima.</p>
<p>Sebbene continuasse a non tener chiusa la bocca, si pentì il poeta di non aver pronunciato parola. Le mani massaggiavano i capelli caotici, contanti non aveva. Conchiudeva il grembo la grinza, adagiato sul sedile.</p>
<p>Il firmamento faceva da scudo alle sbarre, mentre il poeta si spostava fulmineo. Cantami il canto del treno intorno al mondo, prima che l&#8217;ultima mia ora si frantumi a faccia a faccia con gli oracoli di Delfi.</p>
<p>Il sole impigliato non serviva ai merli e ai tordi, tutto era sprecato. La morte, pronta a volare, diventa amica e delle campane il rintocco non si rimpiangerà.</p>
<p>Adagiata, adagiata, mia amata adagiata, perché la tua innocenza non trovasti, adagiata rimase la mia amata.</p>
<p>Veloci come frecce si lanciarono giù a fiumane, e noi scoccammo in alto fino alle stelle. In alto, in alto, in alto fino al cielo.</p>
<p>Quando mi guardai intorno, non ero più seduto nello scompartimento. Non mi si vedeva nello scompartimento quando scorsi il poeta. Si svagò e sbagliò, tanto lo sbeffeggiai, poiché solo il poeta cede il passo al poeta. Come risultò alla fine. Poi rotolammo all&#8217;infinito, e alcuni altri luoghi oltre a questo se li ingoiò la storia.</p>
<p>***</p>
<h5>Friedhelm Rathjen nasce a Scheeßel nel 1958. Dopo gli studi di germanistica e anglistica inizia a lavorare come critico letterario, collaborando a Die Zeit e alla Süddeutsche Zeitung. Ha tradotto autori quali James Joyce, Herman Melville, Anthony Burgess e Gertrude Stein. In quest&#8217;ambito la sua versione di Moby Dick ha innescato forti prese di posizione: le precedenti traduzioni tendevano ad appianare la complessità linguistica del romanzo, mentre la scommessa formale di Rathjen prevede l&#8217;incollatura a Melville, il cui inglese, definito &#8220;mad, though not necessarily bad&#8221;, è vòlto in un tedesco folle che molto si avvicina allo stile del testo fonte. In qualità di studioso di letteratura, Rathjen si è occupato soprattutto di James Joyce, Samuel Beckett e Arno Schmidt. Grande fortuna hanno avuto le sue biografie di Joyce e Beckett, edite da Rowohlt Taschenbuch Verlag. Nell&#8217;autunno del 2007 è uscito Vom Glück (La felicità), volume che comprende brevi prose scritte dal 1983 al 1989, pubblicato da ReJoyce, casa editrice di sua proprietà senza scopo di lucro, presso la quale sono apparsi numerosi saggi, esempio forse unico, in Germania, di editoria da tavolo di alto livello. Il racconto presentato qui è tratto da questa raccolta.</h5>
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		<title>Ulrich Holbein</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/25/ulrich-holbein/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 09:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Arno Schmidt]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Perotti]]></category>
		<category><![CDATA[frank schäfer]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[ulrich holbein]]></category>
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					<description><![CDATA[di Frank Schäfer traduzione di Elisa Perotti Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una &#8220;splendid isolation&#8221; a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica. Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. &#8220;Ulrich Holbein?&#8221;, sì, lo conosce e mi indica la strada, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/ulrich.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-8764" title="ulrich" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/ulrich.jpg" alt="" width="98" height="136" /></a></p>
<p>di <strong>Frank Schäfer</strong></p>
<p><em>traduzione di Elisa Perotti</em></p>
<p><strong>Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una &#8220;splendid isolation&#8221; a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.</strong></p>
<p>Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. &#8220;Ulrich Holbein?&#8221;, sì, lo conosce e mi indica la strada, in direzione opposta al centro, in un boschetto. E intuendo che avrei avuto bisogno di ulteriori aiuti, aggiunge: &#8220;Ci sto andando anch&#8217;io&#8221;.</p>
<p>Infatti, giunto nei pressi dell&#8217;abitazione dell&#8217;artista, non riesco a vederla: l&#8217;essenziale è spesso invisibile agli occhi. Ma già si avvicina la donna a bordo della station wagon a mostrarmi il sentiero nella giungla incantata e il viottolo lungo quaranta metri che conduce alla casa delle streghe. La porta è aperta: si intravede l&#8217;anticamera buia e pavimentata di assi.<span id="more-8762"></span></p>
<p>&#8220;Signor Holbein&#8221;, lo chiama ad alta voce la gentile portalettere.</p>
<p>Esce dalla cucina, la saluta e poi mi vede.</p>
<p>&#8220;Ah, ciao, hai portato la tua ragazza?&#8221;</p>
<p>Questo è lo spirito dei boschi che è in lui, emerge inequivocabile a prima vista dalle unghie sporche e dai resti di fiori e foglie che ne decorano, non volutamente, chioma e barba, entrambe lunghe, nere e a ciocche sfilacciate. Per la sua fisionomia Holbein dà l&#8217;impressione di un ibrido tra Rasputin, Gandalf e Catweazle, indossa un ampio mantello nero e sandali da francescano. Un hippy cordiale, una <em>lava lamp</em> umana, uno <em>slacker</em> degli anni &#8217;60 la cui voce fievole sfocia in una cantilena sommessa. Quando parla, si mette a saltellare avanti e indietro, ti ronza intorno come un&#8217;ape ubriaca di miele. Dopo aver fatto ritorno dal ruscello, meta di una breve passeggiata sulla collina su cui poggia la casa, saliamo una scala che porta nelle stanze da lavoro. E qui, come già ci si aspettava, regna quel caos tipico del bibliomane che non si sa disfare di nulla, ripartito in cinque alcove minuscole.</p>
<p>Holbein si è imbozzolato in libri, carte, disegni, giornali e riviste, album, casse di foglietti, archivi con ulteriori appunti e materiale e ancora libri. Sono suddivisi senza un criterio preciso in scaffali stracolmi, a volte in file doppie, disposti apparentemente senza cura in mucchi, drappeggiano i pezzettini di muro ancora liberi sotto forma di torrette, sono messi per lungo, per traverso, uno sopra l&#8217;altro, per sfruttare e riempire ogni centimetro quadrato. Nel centro della stanza da lavoro principale c&#8217;è una scrivania ricoperta di fogli con un computer.</p>
<p>Holbein vive in una selva. La vegetazione disordinata di fiori e carta che lo circonda è il segno visibile di un&#8217;opera in prosa dai viticci estesi, dai meandri incontrollati, nonché dalle troppe foglie, quasi impenetrabile per il singolo lettore, sviluppatasi qui a partire dagli anni Novanta. Comprende i saggi di critica alla cultura, dalle opinioni forti ma mai bigotti, il collage letterario, che predilige la forma del dialogo, e il racconto autobiografico. I suoi testi affascinano soprattutto per la creatività linguistica da sempre comparata a quella di Jean Paul e Arno Schmidt, per i giochi di parole, per l&#8217;erudizione sorprendente, enciclopedica, che spilla spesso da fonti di sapere stravaganti, e per l&#8217;arte debordante dei rimandi e delle allusioni, che culmina in <em>Isis entschleiert</em> (2000), un romanzo fatto interamente di citazioni.</p>
<p>Una sola casa editrice resterebbe sopraffatta da un output tale e così eterogeneo a livello tematico. Ha cominciato a pubblicare con Kastell, ha fornito Suhrkamp per un paio d&#8217;anni, più tardi è approdato a Eichborn, Elfenbein, Yedermann, Nachtschatten, con qualche uscita saltuaria nella collana Die Grüne Kraft di Werner Pieper, e quest&#8217;anno escono due volumi in folio, di nuovo presso altre case editrici: le opere scelte dal titolo <em>Weltverschönerung</em> (Haffmans bei Zweitausendeins) e in autunno <em>Narratorium</em> (Ammann), un dizionario pianificato da tempo composto da 900 pagine che narrano le vicende di folli santi. Holbein mette per iscritto la lunga, millenaria tradizione di coloro che gli sono spiritualmente affini: apostati, freak, capi di sette, spiritualisti, riformatori del mondo, mistici, santi del sufismo, pellegrini sulle vie di Santiago più o meno credenti, mangiatori di droghe o puri e semplici squinternati.</p>
<p>&#8220;Attingo a registri così disparati&#8221;, racconta sorseggiando succo di mela (è ancora troppo presto per entrambi per la birra), &#8220;da non poterne fare un fascio. A livello visivo e fenotipico posso ricordare un freak o un hippy, ma disprezzo la musica pop e il jazz, trascuro la letteratura pop e leggo quasi esclusivamente fesserie istruttive da borghese&#8221;.</p>
<p>Ma perché proprio un fanatico della formazione come lui non ha conseguito la maturità? &#8220;Sono dotato su un unico versante. In pittura sempre dieci, chimica sempre quattro. In economia avevo una sfilza di quattro e il massimo che riuscivo a raggiungere era cinque meno. Ancora oggi soffro del trauma della scuola, dopo dieci minuti in una stanza chiusa devo scappare&#8221;.</p>
<p>Preferisco non dirgli che talvolta si ha l&#8217;impressione che la sua erudizione forzata sia dovuta non da ultimo al complesso di inferiorità per non essere riuscito nell&#8217;iter scolastico ufficiale, cosa che l&#8217;opera sceltissima deve far dimenticare. I testi di Holbein presentano talvolta anche qualcosa di iper amplificato che non ne rende sempre facile l&#8217;accesso.</p>
<p>&#8220;Sono io stesso ad essermi messo nei pasticci diffondendo la voce che produco letteratura ricca di citazioni, ma è stata solo una fase a cui molti mi vedono ancora legato, sebbene nel 1996 abbia giurato: mai più citazioni! Solo romanzi! Ho addirittura mantenuto la promessa e conduco una vita confusionaria e felice&#8221;.</p>
<p>Mentre lo guardo incredulo, alza le braccia al cielo con studiata indignazione. &#8220;Sto qui con lei a chiacchierare perché lei diventi l&#8217;alfiere del mio cambiamento d&#8217;immagine e riconosca che <em>Weltverschönerung</em> e <em>Narratorium</em> sono opere di narrativa&#8221;.</p>
<p>Terminato il succo di mela, mi fa vedere le altre stanze, cerca di trasmettermi l&#8217;impressione di un ordine nascosto nella sua biblioteca. Qui ci sono i filosofi, là i mistici persiani, laggiù c&#8217;è una pila di circa cento libri che deve assolutamente leggere al più presto, questo è il settore della sottocultura &#8211; e passando tira fuori un volume, racconta un aneddoto di un certo yogi del tantra, a cui finora non è stato dato il giusto rilievo, o di un qualche mistico persiano del sufismo del tredicesimo secolo completamente trascurato. &#8220;Maulana Dschelaluddin Rumi, grandioso&#8230;&#8221;</p>
<p>Andiamo nella &#8220;stanza della Cina&#8221;, straripante di materiale autobiografico smistato in ordine cronologico in &#8220;contenitori di anni&#8221;, dipinti e con alcune foto incollate sopra, contenenti decine di taccuini e fascicoli di lettere ripartiti anch&#8217;essi in annate e rilegati in un secondo tempo. Si resta sopraffatti dalla mania di Holbein per il suo ego, che si palesa nell&#8217;incapacità di buttare via anche la minima manifestazione di sé. Sfoglia alcuni quaderni di brutto formato A4, le pagine ricoperte di inchiostro, prive di cancellature, un flusso di parole senza interruzioni &#8211; ma prima che riesca a leggere qualcosa, chiude il libro. &#8220;Ora scrivo in modo completamente diverso&#8221;.</p>
<p>Finito il giro, arrivo al discorso sulle droghe. In un saggio esaustivo ha illustrato come Jean Paul, Novalis, Paul Scheerbart e altri scultori della lingua particolarmente dotati abbiano partorito una &#8220;prosa dell&#8217;ebbrezza&#8221; rilevante dal punto di vista estetico ricorrendo al malto di luppolo, mentre, ad esempio, Aldous Huxley o Ernst Jünger avevano a disposizione sostanze ben più pesanti, senza per altro essere giunti a dei risultati degni di nota. Gli chiedo se abbia mai fatto uso di droghe, per scopi ovviamente letterari.</p>
<p>&#8220;Uno dei miei archivi fatti a cassettine del cucito si chiama ‘Cronologia dei miei istanti più pieni, delle intuizioni improvvise, dei momenti più perfetti, dei sogni più metafisici, delle illuminazioni più belle, delle estasi e dei trip, delle condizioni più strane&#8217;: vi raccolgo le mie perle, sia indotte da droghe che spontanee. Alcune purtroppo si verificano ogni tre anni o anche meno. Molto intime, ma un giorno, se avrò tempo, ci scrivo di sicuro un libro. Titolo: ‘Doktor Estatikus&#8217;. Dentro ci metterei qualcosa in più di quello che si trova negli <em>Avvicinamenti</em> di Ernst Jünger&#8221;.</p>
<p>Sperimentò il primo trip a tre anni. &#8220;Durante un&#8217;operazione di adenoidi. Anestesia totale con l&#8217;etere, ma mi rendevo conto di tutto. Il mio primo ricordo in assoluto è una strana sensazione, come un valicare di confini. La realtà venne solo in un secondo momento. In quanto non fumatore non ho avuto modo di conoscere l&#8217;hashish: ho perso molto nella vita, purtroppo. Ma basta un dito di birra per farmi sentire più che al settimo cielo, cosa che i normali ubriaconi devono aspettare per anni, tutta una vita. Ho osato con gli allucinogeni ad alta percentuale solo in età avanzata, e in quanto ritardato, deflorato ben oltre alle tempistiche standard, hanno su di me un effetto notevole, accompagnato da una sensazione di fondo: lo conosco questo stato, mi è familiare come niente altro, la mia vera patria, a cui finalmente faccio ritorno. Quindi, sebbene nato da un socio dell&#8217;ADAC e da un proprietario di patenti per gru, sono costituzionalmente un mistico&#8221;.</p>
<p>Tuttavia si è dedicato ancora piuttosto a lungo ad un&#8217;occupazione borghese. &#8220;Sono venuto al mondo per aiutare la gente &#8211; altruista! Infermiere in reparti di rianimazione per nati prematuri e cardiopatici, maestro d&#8217;asilo, consulente matrimoniale o creatore di coppie&#8230; insomma, per rasserenare le persone, ad esempio con libri spessi, sostanziosi, da mandare il cervello in pappa. Non sono un testone, è tutto sullo stesso piano, no? Mi dedico al lavoro nel sociale, al servizio etico alla donna, all&#8217;uomo, all&#8217;animale in qualità di amante delle belle lettere e di uomo di mondo. Non che io voglia fare una citazione, ma uno dei miei 288 folli santi ha detto: ‘Anche gli angeli si riscaldano ai miei versi!&#8217;, Hafiz, poeta&#8221;.</p>
<p>Mentre mi accompagna alla macchina percorrendo il &#8220;sentiero di Ho-Chi-Minh&#8221;, tiro fuori il lato negativo della sua arcadia a Knüllwald vicino a Kassel &#8211; il riscaldamento centralizzato mancante. Ma scuote il capo. Accende in inverno solo quando ha visite perché gli fa venire il mal di testa. Sta seduto al PC col cappotto &#8211; al massimo si prepara una borsa dell&#8217;acqua calda per i dolori ai reni. Ci sono comunque delle incursioni spiacevoli nella <em>splendid isolation</em>: la signora Laabs, l&#8217;orribile vicina, fonte perenne di cattivo umore. Una volta fu troppo accomodante e decapitò il gallo con un&#8217;ascia perché Holbein si era lamentato del suo canto senza fine. Questa perfidia così bassa e terrena è stata una bella botta per il suo successivo passaggio al buddismo.</p>
<p><em><a href="http://www.taz.de/1/leben/koepfe/artikel/1/der-einsiedler-im-prallen-leben/" target="_blank">[L&#8217;articolo è apparso sulla TAZ del 13.09.2008]</a></em></p>
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		<title>Editoria tedesca: il Deutscher Buchpreis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 15:55:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Arno Geiger]]></category>
		<category><![CDATA[Christoph Schröder]]></category>
		<category><![CDATA[Daniel Kehlmann]]></category>
		<category><![CDATA[deutscher buchpreis]]></category>
		<category><![CDATA[editoria tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Perotti]]></category>
		<category><![CDATA[Elke Heidenreich]]></category>
		<category><![CDATA[quartetto letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[[L&#8217;immagine è presa dal sito astronomie.nl] di Christoph Schröder traduzione di Elisa Perotti Mercoledì verrà resa nota la longlist del Deutscher Buchpreis – e catturerà l’attenzione del mondo letterario fino alla fiera del libro. Ma perché? Una volta era tutto molto semplice e alla luce del sole: se sulla lista del “Quartetto letterario” c’era un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/meteore.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7793" title="LEONID4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/meteore-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a></p>
<p>[L&#8217;immagine è presa dal sito <a href="http://www.astronomie.nl/beeldbank/34/320/leoniden.html" target="_blank">astronomie.nl</a>]</p>
<p>di<strong> Christoph Schröder</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Elisa Perotti</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><em>Mercoledì verrà resa nota la longlist del Deutscher Buchpreis – e catturerà l’attenzione del mondo letterario fino alla fiera del libro. Ma perché? </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">Una volta era tutto molto semplice e alla luce del sole: se sulla lista del “<strong>Quartetto letterario</strong>” c’era un certo romanzo, le rispettive case editrici potevano iniziare tranquillamente a ristamparlo – che il libro venisse elogiato o stroncato aveva poca importanza: il giorno successivo sarebbe stato comprato. Era una legge a cui ci si doveva attenere. Oggi c’è <strong>Elke Heidenreich</strong>. Lo smercio si svolge pressoché allo stesso modo, ma è senza dubbio lodevole la sua scelta mirata per le case editrici minori, che concretizza accompagnando le inquadrature dei loro libri con l’esortazione “da leggere!”. E oltre a lei? Chi indirizza gli acquirenti? Chi ancora detiene la supremazia nell’interpretazione ed esercita una qualche influenza? Chi decide quali titoli di narrativa verranno venduti? Una cosa è certa: gli inserti culturali contano ben poco.<span id="more-7789"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">All’inizio della sua attività di critico letterario, l’autore di questo testo si illudeva di poter influenzare il mercato col suo lavoro, anche solo in minima parte. Tale era all’incirca il suo ragionamento: un critico consiglia un romanzo su un inserto culturale in lingua tedesca a distribuzione nazionale, quindi i lettori si recano numerosi nelle librerie per acquistarlo. Un caso direi tragico di sopravalutazione. Una recensione ditirambica su un quotidiano può far piacere all’autore, ma porta ben poco alla casa editrice. Lo stesso vale per due recensioni ditirambiche su due quotidiani di rilievo lo stesso giorno. Cinque recensioni osannanti nell’arco di due giorni potrebbero ottenere un certo effetto, se tutto va per il verso giusto. Ma solo se la casa editrice si precipita ad affiancarle con un supporto pubblicitario.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">Secondo i dati dell’Associazione del commercio librario tedesco, nel 2007 in Germania si registravano 14056 novità librarie nell’ambito della narrativa. Ci si lamenta di continuo di quella che viene considerata una sovrapproduzione di titoli, ma non cambia nulla perché ciascuno spera di riuscire a mettere a segno un bel colpo. Ma forse questa lamentela è solo il riflesso di un livello culturale basso. Il settore in generale e il commercio librario in particolare attraversarono una crisi profonda nel 2002 e 2003. Quindi nell’Associazione si pensò che in Germania, come in Inghilterra, negli USA e in Francia, si sarebbe dovuto creare un premio per eleggere niente meno che il miglior libro in lingua tedesca dell’anno. Si ideò il Deutscher Buchpreis e si istituì un’accademia incaricata di designare ogni anno una giuria diversa. Fanno parte dell’accademia, ad esempio, il direttore del Goethe-Institut, il presidente dell’Associazione e il direttore della fiera del libro di Francoforte.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">E nel 2005, primo anno del Deutscher Buchpreis, accadde qualcosa che nessuno aveva preso in considerazione: il premio ebbe un successo dilagante. Per non parlare della hybris nascosta dietro alle aspettative nei suoi confronti. E del fatto che nell’anno del debutto il vincitore non fu Daniel Kehlmann, ma Arno Geiger (Kehlmann divenne comunque un bestseller). Il potere accumulatosi in questi tre anni attorno al premio è diventato a sorpresa di tutti così vasto che non pochi dei suoi sostenitori potrebbero restarne sbalorditi. Lo scopo di catturare attenzione è stato pienamente raggiunto, ma a che prezzo? Ad agosto la giuria elaborerà una longlist, così è stata definita, che consterà di circa venti titoli. Un mese dopo apparirà la shortlist che comprende sei titoli. Chi non ce la farà a rientrare per lo meno nella longlist, non tornerà più alla ribalta. Allo stesso destino andranno incontro i titoli della longlist che non riusciranno a diventare un bestseller prima dell’annuncio della shortlist. Resteranno quindi tagliati fuori circa 14000 titoli. Un assottigliamento, certo, ma forse eccessivo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">Non solo, tutto questo mette alle strette le case editrici: secondo il bando ciascuna può presentare due titoli di narrativa. Si può immaginare ciò che questo comporti per una casa editrice grande. Come si giustifica ad un autore che il suo romanzo non è stato scelto, ma che si è accordata la preferenza a quello di un collega? In un sistema come questo, incline all’etichettatura e ad un’esteriorità indirizzata all’acquirente, è ovvio che a recitare la parte dei leoni e a decidere il libro dell’autunno sono i membri della giuria del Deutscher Buchpreis. Il potere si è spostato: dalle quinte televisive del “Quartetto letterario” colorate all’insegna dell’arbitrarietà, ad una commissione dalle tonalità non meno soggettive di esperti veri o presunti messi insieme con un tiro di dadi che cambiano ogni anno. E coloro che non hanno ricevuto l’incarico criticano le decisioni dei colleghi: “Perché tizio non è nella lista?”. Oppure: “Cosa ci fa Caio?”. Accade tutti gli anni e fa parte del premio. Il lavoro della giuria, se preso sul serio, è un lavoro oneroso.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">I giurati sono per lo più giornalisti, oltre ad un libraio e al direttore di un Literaturhaus. A quanto pare la folle idea di lasciar dire la sua anche ad uno scrittore è stata bocciata. Intanto gli inserti culturali partecipano al gioco che si crea intorno al premio. Ma invece di andare a cercare le lacune aperte dal Deutscher Buchpreis, fanno da musica di accompagnamento. Mercoledì mattina sarà resa nota la longlist del 2008. I titoli scelti faranno parte dei libri più discussi della stagione, questo è certo. Solo a ottobre, quando il premio sarà stato assegnato e la fiera del libro ormai passata, tornerà la calma. E si potrà iniziare a rimpiangere i titoli sepolti sotto la valanga del premio. Ma non resta molto tempo – le prime anticipazioni per la primavera arriveranno in fretta e il premio della fiera di Lipsia sarà alle porte. E tutti noi ci uniremo un’altra volta alle danze.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><strong>Questo articolo è apparso sulla <a href="http://www.taz.de/1/leben/buch/artikel/1/die-liste-fuer-koenigsmacher/" target="_blank">tageszeitung</a> il 19.08.2008.</strong></p>
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