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	<title>emanuela baldi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fare comunità con le arti e raccontarla: l&#8217;impegno come forma della gioia nelle periferie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni &#160; per Gianluca di Lupicciano  La comunità che viene: le ragioni fondanti Si è concluso da poco il festival La comunità che viene, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>per Gianluca di Lupicciano</em><em> </em></p>
<p><em>La comunità che viene: le ragioni fondanti</em></p>
<p>Si è concluso da poco il festival <strong><a href="http://www.reportpistoia.com/pistoia/item/64523-rinasce-ma-in-periferia-leggere-la-citta.html"><em>La comunità che viene</em></a></strong>, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è “qualunque”, con il suo sogno, la sua esperienza e il suo mistero. Ho deciso, come raramente faccio per questioni di pigrizia, ma soprattutto di tempo, di raccontare cosa è accaduto e soprattutto le ragioni personali, profonde e pregresse di quest’iniziativa, promossa dall’<strong>Associazione Palomar</strong> con un contributo importante di Unicoop Firenze, e realizzata principalmente nelle periferie collinari della città di Pistoia, qui nella Valle delle Buri, dove sono tornata a vivere cinque anni fa.</p>
<p>Le condizioni che hanno portato all’ideazione del festival sono riassumibili in questi punti: la presenza di patti di territorio o di collaborazione; un impegno sociale e artistico assiduo, rivolto agli abitanti dei borghi, più che agli addetti ai lavori; la ricerca costante di cooperazione con le realtà socio-culturali dei paesi; la scioccante svolta politica a destra nel governo cittadino; <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/2018/01/la-scuola-lo-scoiattolo-resti-comunale.html">la lotta per la nostra piccola scuola, condotta e vinta tutti insieme</a></strong>.</p>
<p>Circa quattro anni fa è iniziato il mio lavoro volontario nel <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/">Centro Sociale di Santomoro</a></strong>, di cui sono attualmente la presidente, luogo <strong><a href="http://reportpistoia.com/agora/item/53731-patto.html">che beneficia di un patto per la cultura con l’amministrazione comunale</a></strong>, esistente da quasi trent’anni, ma ufficializzato solo in tempi recenti, grazie al regolamento scritto dai precedenti sindaco e vicesindaco, Samuele Bertinelli e Daniela Belliti, insieme a Gregorio Arena, presidente di <strong><a href="http://www.labsus.org/">Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà</a></strong>, che si occupa di patti di collaborazione per i beni comuni su tutto il territorio italiano. Mi soffermo su queste informazioni perché ritengo che stringere un patto per i beni comuni sia qualcosa che dovrebbe interessare tutti coloro che nutrono una qualche visione culturale dei luoghi e un po’ d’amore per i loro vicini.</p>
<p>I patti di collaborazione riguardano la manutenzione di strade, la pulizia di cippi e cimiteri, la riqualificazione di aree verdi, campi sportivi, locali dismessi, l’investimento e la progettazione culturale; molto spesso accade che a stringere questi patti siano persone dei quartieri ricche di volontà, ma magari con pochi strumenti culturali per essere davvero efficaci. Succede quindi che, una volta venute meno queste persone, tutto arranchi e si perda. Sono convinta che se artisti, scrittori, intellettuali si impegnassero nel particolare, accanto agli altri, mettendo da parte la ricerca di gloria mediatica per un po’ di invisibilità collettiva, ma fattiva, quel futuro migliore che ci sembra tanto lontano in quest’Italia allo sbando, diventerebbe un approdo chiaro e tangibile. Questo riguarda anche i politici animati da autentico spirito di servizio e non quella folla di politicanti da social network sempre pronti a esprimersi su immigrazione, diritti, scandali del lavoro, ma quasi del tutto incapaci di entrare nelle vite o nella geografia di un qualsiasi quartiere periferico delle città che magari si trovano ad amministrare – quello stesso quartiere in cui si fa esperienza diretta dell’integrazione e dell’esclusione, del disagio, dei sogni repressi, della cultura negletta, della condivisione. Della politica, in una parola sola, che nei patti di collaborazione unisce civismo attivo e progetto amministrativo democratico sul lungo termine.</p>
<p>Il lavoro culturale a Santomoro si sviluppa in laboratori artistici per bambini e adulti, feste, servizio di biblioteca legato soprattutto alla presenza dei bambini della nostra scuola primaria dell’infanzia Lo Scoiattolo, sperimentazione coi ragazzi nel doposcuola e nelle attività estive. Promuove una lenta tessitura collettiva, che ha come primo compito la valorizzazione degli abitanti e dei più piccoli, perché crescano coltivando speranze e fiducia al posto di ansie e frustrazioni. Dal paese ci siamo spostati alle altre frazioni delle nostre due valli, in nome di rapporti di amicizia e vicinanza, muovendosi lungo le due linee dei circoli Arci e dei patti di collaborazione.</p>
<p>Per qualche anno mi è parso di stare in un sogno, il cui risveglio sarebbe stato strepitoso. Un sogno, lo sottolineo, col cuore a sinistra, in quei valori di giustizia sociale e fratellanza, sostegno agli ultimi (che non sempre sono i più facilmente riconoscibili e talvolta vanno oltre l’umano, nel vivente) e lotta a tutte le povertà – economiche, culturali, spirituali, che condizionano l’essere umano fino a renderlo estraneo a se stesso e al godere del mondo. Poi nel giugno 2017 la destra ha vinto le elezioni comunali. Dopo lo shock ho iniziato a capire che più di prima c’era da proteggere ciò per cui stavamo lavorando e avevo ragione: nell’autunno è arrivata la notizia del progetto di statalizzazione della scuola comunale per l’infanzia, fino ad allora messa al sicuro dall’amministrazione insieme alle altre due piccole scuole dell’area montana. Una brutta notizia per chiunque sappia l’importanza di una scuola comunale in territori fragili, come la collina e la montagna – il passaggio allo stato ne avrebbe determinato la rapida chiusura, perché lo stato non può verosimilmente intervenire nel locale, come fa un comune, che ha il dovere di tutelare le sue aree marginali, affinché non diventino semplici dormitori. Per fortuna dove vivo la scuola è davvero di tutti – il paese e la valle hanno lottato, altri pistoiesi ci hanno sostenuto e la lotta, quando è vera e determinata, indipendentemente dallo snobismo di quotidiani e giornali impegnati, paga. La scuola è ancora comunale.  Di più: la lotta unisce. I rapporti con gli altri paesi si sono rafforzati, e con loro la necessità di alimentare una visione e un impegno comune.</p>
<p>Coltivavo da un po’ l’idea di una manifestazione sul senso della comunità e del lavoro artistico al suo interno, che radunasse alcune delle esperienze significative nel locale e nel panorama nazionale, ne avevo parlato brevemente con il nostro ex-sindaco, Samuele. A Pistoia sotto la sua amministrazione si stava già portando avanti da tre anni un festival ambizioso e tematico, <strong><em><a href="https://www.comune.pistoia.it/5959/Leggere-la-citta/">Leggere la città</a></em></strong>, che aveva il compito di promuovere il dibattito sulle questioni urbanistiche e culturali del comune &#8211;  festival prontamente venuto meno con il cambio della guardia. Ciò di cui abbiamo bisogno ora tuttavia è un lavoro capillare dal basso, che rifondi una comunità plurale, radicata nei quartieri, ma con le porte aperte, capace di accogliere le intelligenze visionarie e la costruzione di progetti per il benessere di tutti, a partire da coloro che sono piccoli o addirittura non ci sono ancora. Così per la mia valle e per l’associazione Palomar mi sono presa la responsabilità di coordinare l’esperienza de <em>La comunità che viene</em>, dedicando questa prima edizione al Racconto di esperienze artistiche, educative e culturali in loci e altrove.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-76379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg" alt="" width="500" height="707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg 2339w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><em>Il festival</em></p>
<p>La manifestazione si è svolta in più giornate, fra la fine di settembre e la metà di ottobre, alternando a eventi con vari ospiti, le “comunità transitorie”, ovvero laboratori ed esperienze rivolti a bambini e adulti, ispirati al lavoro già in corso nella Valle.</p>
<p>Il Racconto ha così, fra momenti di narrazione e altri di sperimentazione e gioia condivisa, portato alla luce la possibilità di trasformare territori per lo più caratterizzati dai concetti un po’ triti di periferia, marginalità, oblio, in centri di vitalità immaginativa, perché a volte dai margini, dalle soglie il mondo si vede meglio, perché, aggiungo, sono questi luoghi dove si possono ancora trovare, seppure residuali e nascosti, quei vincoli affettivi, fra abitanti e famiglie, comunitari.</p>
<p>L’anticipazione di <strong>sabato 22 settembre</strong> si è svolta nella <strong>periferia urbana delle Fornaci</strong>, quartiere nord di Pistoia, noto per le sue molte anime, non sempre in accordo. Villette, residenti storici e antichi, case popolari nella sua area più controversa, che è anche la più viva, e dove per anni sono stati portati avanti progetti di integrazione, rivolti primariamente agli adolescenti e in dialogo aperto con l’attivismo socio-culturale in tutta Italia.</p>
<p>Nei locali dell’ente <strong>Camposampiero</strong> abbiamo ospitato nel primo pomeriggio un laboratorio artistico dedicato ai bambini e condotto da <strong>Serena Zampini</strong>, la cui ricerca da anni va verso la commistione di performance, danza e pittura. L’idea dell’accoglienza e della condivisione è venuta qui naturalmente, mettendo insieme ragazzi con caratteri diversi e facendoli interagire nei gesti, fantasticando di provenire da paesi lontani di cui andavano ricreati i movimenti base di una danza rituale, imbrattandosi le dita nel colore a occhi bendati e chiedendo aiuto alla mano dell’altro per essere guidati sul foglio, perché lo scopo non era certo produrre opere d’arte, ma tirare fuori senza inibizioni l’entusiasmo, la piccola follia, la voglia di esprimersi ed essere ascoltato che tutti abbiamo dentro.</p>
<p>È seguito l’incontro con il professor <strong>Enzo Scandurra</strong>, docente di urbanistica presso l’Università La Sapienza di Roma, e <strong>Marina Dammacco</strong>, una delle anime della compagnia teatrale <strong><a href="https://puntacorsara.wordpress.com/">Punta Corsara</a></strong> di Napoli, di cui segue la parte organizzativa e laboratoriale. Entrambi i relatori, moderati da Antonio Sofia per l’Associazione, sono stati invitati per mettere in contatto mondi che talvolta si guardano appena – quello della riflessione intellettuale di lungo corso sulle questioni e l’intervento artistico, diretto, a contatto con coloro che abitano i luoghi. Enzo Scandurra ha parlato di un passato non lontano (si pensi alla produzione cinematografica degli anni Cinquanta e Sessanta) in cui le diseguaglianze sociali e l’assetto urbanistico dei quartieri era interesse vivo degli intellettuali, del fallimento di progetti amministrativi sulle periferie, nello specifico il caso esemplare del villaggio della Martella, a Matera, pure molto belli sulla carta, perché non si possono “deportare le persone” per un’idea astratta, sebbene nobile, di comunità. Occorre appunto un lavoro fianco a fianco con gli abitanti, che li liberi dalla lente del sociologo, ne faccia materia viva e partecipata e non di studio. E qui si è inserita Marina Dammacco mettendo in atto una vera e propria performance per noi del pubblico per raccontare l’azione teatrale sul tema delle periferie <em>Il Convegno</em>, immaginario quanto verosimile convegno a cui tutti, dai sociologi di cui sopra, agli assessori, sono invitati a esprimersi sul tema, mentre il corpo di un’adolescente che nella periferie risiede, attende pazientemente sdraiata, quasi un cadavere, davanti a loro, muta e non vista fino alla fine.</p>
<p>Le due narrazioni possono sembrare addirittura in contrasto, come superficialmente si considerano troppo spesso arte e accademia, eppure quello stridore è la frizione, la scintilla per la collaborazione efficace fra un’azione dal basso, che coinvolga e chiami pazientemente le persone una ad una, e una visione architettonica e progettuale delle città.</p>
<figure id="attachment_76382" aria-describedby="caption-attachment-76382" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-76382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-1024x686.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76382" class="wp-caption-text">Ilde</figcaption></figure>
<p>Il festival è proseguito poi con l’incontro di <strong>venerdì 5 ottobre</strong>, presso il <strong>Centro Sociale di Santomoro</strong>, un evento a cui tenevo particolarmente, essendo stato il primo ideato e voluto da tempo. Siamo infatti entrati nel vivo del tema, ospitando tre esempi di interazione fra arti e territori marginali, difficili, comunque non esattamente sotto i riflettori.</p>
<p>La poetessa <strong>Azzurra D’Agostino</strong> e la preziosissima <strong>Daria Balducelli</strong> hanno illustrato l’attività appenninica dell’<strong><a href="http://www.sassiscritti.org/">associazione SassiScritti di Porretta Terme</a></strong>, una geografia montana prossima a noi del versante pistoiese e a noi sorella. Con il festival <strong><em>L’importanza di essere piccoli</em></strong>, giunto all’ottava edizione, sono la poesia e la canzone d’autore, a essere portate nei borghi della montagna, mettendo poeti e pubblico in un rapporto diretto, frontale. Il successo di questo festival, che ogni agosto riunisce una comunità eterogenea, creando legami affettivi che durano nel tempo, si deve in buona parte proprio alla scelta dell’ambientazione, al coraggio di salire le strade dei paesi di montagna, di stare fra la pieve e il bosco, o, come fu per la prima edizione, nel giardino di una casa privata. Chi partecipa diviene parte in causa e questo fa la differenza. Tra le altre attività promosse dall’associazione &#8211; <strong><em>InRitiro</em></strong>, calendario di laboratori residenziali, artistici e formativi, e una costante interazione col territorio, fra cui vale la pena ricordare il laboratorio teatrale con e per donne migranti, sull’Antigone, e la mobilitazione a sostegno degli <strong><a href="http://www.sassiscritti.org/2016/02/16/conclusione-della-vicenda-philips-saeco/">operai della Philips Saeco</a></strong>, impegnati in un presidio durato 71 giorni, iniziato a fine novembre del 2015 dopo l’annuncio dell’imminente licenziamento di 243 persone. Un sostegno avvenuto con la vicinanza della parola, della musica, delle conoscenze condivise, che non avrà cambiato le sorti degli operai, ma ha restituito almeno la dignità dell’essere insieme nello smarrimento, operai, artisti, musicisti, umani solidali.</p>
<p><strong>Mario Cubeddu</strong>  per <a href="http://www.perdasonadora.it/">l’<strong>associazione Perda Sonadora</strong></a>, è venuto a narrarci la storia del <strong><em><a href="http://www.settembredeipoeti.it/">Cabudanne de sos Poetas</a></em></strong>, festival di poesia che si svolge a inizio di settembre dal 2004 nel paese di Seneghe, nell’entroterra della provincia d’Oristano, un festival felice e longevo, nato grazie alla presenza di una consistente tradizione poetica in lingua sarda e in seguito diventato momento di incontro per la poesia a livello nazionale. Mario e l’amica Mattea Usai, sono stati fra i primi promotori del festival, grazie a una serie di eventi realizzati nel ristorante gestito nei primi anni duemila da Mattea, vera e propria semina per la manifestazione. Perché spesso succede così: si sperimenta in piccolo e poi si prende forza, si vede che ci sono altri pronti a seguire, si tenta, si salta e se la semina è buona si spicca il volo. A Seneghe in quei giorni la poesia è dappertutto. Dal cuore della Piazza dei Balli, alle viuzze, ai ragazzi che presto ricominceranno la scuola, alla piccola biblioteca, un paese apre le porte, accoglie, e a chi partecipa sembra di essere tornato fra antichi amici. È stato Mario a ricordarci nel suo intervento la centralità dell’agire politico, riprendendone la dimensione esistenziale, ben prima che partitica,  che Hannah Arendt, nel suo <em>Vita activa</em>, gli conferiva. Eccole le parole famose della grande filosofa: “L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo.”</p>
<p>Il progetto di <strong><a href="https://www.facebook.com/viaRomaReggioEmilia/">Via Roma a Reggio Emilia</a></strong> ci è stato raccontato da due dei suoi promotori: <strong>Pierluigi Sgarbi e Irene Russo</strong>. Via Roma è una strada popolare del centro storico della città, ma la sua “cattiva fama” la pone di diritto fra i luoghi fragili e periferici scelti per la nostra rassegna. È in realtà una via multietnica, osservatorio d’elezione su molte comunità che qui si incrociano: chi ci vive da sempre, chi ci si è insediato, chi la visita durante gli eventi, chi vorrebbe poter restare e naturalmente quelli che stanno crescendo. Può la creatività incentivare la coesione sociale? La risposta è ovviamente sì, ma a noi interessano le modalità e la reazione degli abitanti coinvolti.  L’azione creativa di Via Roma si sviluppa fra il  monumento simbolo di Porta Santa Croce, un orto urbano, alcune osterie, fra cui la <strong><a href="http://www.ghirbabiosteria.it/">biosteria Ghirba</a></strong>, nel festival sulla fotografia e naturalmente fra le persone – Irene e Pierluigi insistono sui momenti preparatori alle attività, come l’occasione per la conoscenza reciproca e quindi l’unione. Gli eventi non piovono dal cielo, ci sono persone che sistemano i locali, prendono contatti, distribuiscono materiali, cucinano, e questo è, per chi lo fa, la fatica, ma anche il sabato del villaggio. Ciò che resta oltre la soglia del visibile e a cui molti pronti a scendere in piazza con qualche vessillo, a speculare e spaccare in quindici un capello moribondo, non sono abituati. Eppure  quel qualcuno che rende possibili gli eventi è l’anima e la persona più importante, è l’accoglienza. L’uso concreto dell’immaginazione, hanno proseguito i nostri ospiti, crea memoria collettiva, contatto fra gli artisti e gli abitanti, che aprono case, negozi, spazi di quartiere come accade durante il <strong><a href="https://www.fotografiaeuropea.it/off2018/2018/04/14/via-roma-non-esiste/">festival di Fotografia Europea</a></strong>,  intitolato per l’ultima edizione: Via Roma non esiste. Come un’utopia, in nessun luogo e ovunque – ovunque si lavori perché <em>utopia </em>diventi <em>eutopia</em>: il buon luogo.  La serata è terminata con un rinfresco offerto dal Centro Sociale e appunto cucinato dalle persone che ne fanno parte, che sono anche coloro a cui di cuore dedico questo evento specifico, perché senza di loro non potrei fare nulla.</p>
<p>Siamo così arrivati ai quattro giorni intensi  e finali compresi fra giovedì 11 e domenica 14 ottobre.</p>
<p><strong>Giovedì</strong> siamo scesi in città, ospiti del <strong>Circolo Arci Bugiani</strong>, dove Palomar ha la sede. È un circolo inusualmente ricco di proposte, il cui calendario è sempre fitto di riunioni ed eventi, dove i valori della sinistra non sono soltanto parole, dove trovano posto i ragazzi delle vicine scuole elementari e medie e varie associazioni. Insieme all’ideatrice, l’artista <strong>Emanuela Baldi</strong> abbiamo presentato e raccontato <strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">il progetto artistico-formativo IO SONO QUI</a></strong>, promosso dall’Associazione Zappa! di Prato cui io stessa ho preso parte insieme a un gruppo di responsabili formato da Emanuela, la performer Francesca Campigli e la psicoterapeuta Paola Papi. Con un team vario (due videomaker umbri, Lorenzo Bernardini e Michele Manuali; un grafico emiliano, Marino Neri, e un fotografo come noi toscano, Guido Mencari). IO SONO QUI rispondeva a un bando del MIUR indirizzato a <em>progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, di cui <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/">ho ampiamente scritto</a></strong>, e si è svolto nella città di Camerino nell’estate 2017.  Al festival ci hanno raggiunto tre dei bambini coinvolti, insieme alle loro mamme: oltre la gioia e la commozione di rivedersi dopo un lavoro intenso e provante, abbiamo così avuto la conferma che certi semi danno frutto e ricordo, che è poi quanto sempre si persegue. Ma abbiamo anche avuto la conferma che queste azioni, dove partecipanti e ideatori si mettono profondamente in gioco, dovrebbero essere quelle a cui dare rilievo se vogliamo un presente diverso, di reciproco sostegno e immaginazione, che parta dai ragazzi. Questo significa che i media per primi potrebbero ogni tanto decidere di raccontare queste <em>storie minime</em>, di rispondere ai molti appelli, telefonate, email – di diffondere speranza oltre che sgomento o sdegno. Cosa fa o non fa notizia, infatti, dovrebbe deciderlo il coraggio non l’opportunità. E cosa è davvero opportuno nei tempi bui che stiamo vivendo?</p>
<p>Abbiamo concluso con un’apericena al circolo e il concerto di un gruppo di giovanissimi, gli <strong>Sgurz</strong>, formatosi proprio per questo festival, che hanno unito i loro strumenti, dalla batteria al sax, agli archi, per riproporci canzoni di resistenza, gioia e lotta dal nostro cantautorato storico e da altre culture.</p>
<p><strong>Venerdì 12 ottobre</strong> abbiamo ripetuto il racconto di IO SONO QUI al <strong>Circolo Arci di Santomoro</strong>, dove abbiamo anche concluso con un’apericena e un dj set con Santo Jimmy, un amico di lunga data, mentre nel primo pomeriggio, al Centro Sociale di Santomoro, ho voluto inserito nel programma il primo incontro per <strong><em>Il Viaggio dell’Eroe</em></strong>, un laboratorio di scrittura poetica gratuito che conduco dal febbraio 2017 nella Valle delle Buri, girando fra i paesi e con qualche puntata in città, che è giunto ora alla terza e finale avventura, <strong><em><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/p/il-viaggio-delleroe-autunno-2018.html">L’Isola Chenoncè</a></em></strong>. Il laboratorio è nato primariamente grazie alla collaborazione con il Centro Diurno Desii3 come progetto di  integrazione fra diverse marginalità: psichica, sociale, geografica. Una volta al mese, con una pausa estiva, ci ritroviamo in un Circolo Arci, una proloco, un centro di quartiere, una casa o un prato, a leggere e scrivere poesie su temi scelti dal mondo archetipico della fiaba. Al tavolo si stabilisce una nuova forma di uguaglianza: che si provenga da una situazione di disagio psichico, che si sia bambini o anziani, che si viva su per le colline  o nel centro urbano, qui tutti abbiamo qualcosa da riscoprire ed è sorprendente la capacità di ascolto che ne deriva, fra persone che forse, per le vie più comuni, non si troverebbero mai. Perché la verità basilare è che siamo tutti fragili. Abitiamo tutti una qualche periferia, geografica, della società, dello spirito. Saperlo ci rende prossimi e ci mette in pace. Questo io l’ho capito camminando con gli altri sul sentiero della poesia, tirando fuori la parte di noi da proteggere, ma anche la forza eversiva e gli strumenti per dirsi. Per questo appuntamento siamo “volati via”, proprio come i fratelli Darling dietro Peter Pan, riprendendo il discorso con l’infanzia e magari trovando che non è così dorata come ce la vogliono illustrare. In questo laboratorio siamo temporaneamente un popolo consapevole, dentro uno più grande e spesso inconsapevole, che ci accomuna per lingua, tradizione o destino.</p>
<figure id="attachment_76381" aria-describedby="caption-attachment-76381" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-76381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76381" class="wp-caption-text">Andrea e Rosalba, la polenta stesa</figcaption></figure>
<p>Siamo così arrivati a <strong>sabato 13 ottobre</strong>, nella “valle di là”, a <strong>Iano</strong>, con cui da più di un anno Santomoro tiene un rapporto di amicizia e sfida, grazie al duello poetico fra due paesani, <strong>Chiara Vitali</strong> e <strong>Michele Berti</strong>, nato su internet, sviluppatosi poi in due sfide epocali nei rispettivi circoli, fomentato da <strong>Antonella</strong>, la maestra della nostra scuola dell’infanzia, di origine ianese, e confluito in un piccolo libro che ripercorre anche la tradizione del cantar di poesia, dell’ottava rima da queste parti, stampato col contributo del Centro Sociale di Santomoro e del Comitato paesano di Iano. Ci tengo a dire tutto questo per far comprendere che il festival non è piovuto dall’alto, come alcune grandi e ben finanziate manifestazioni-astronave in cui artisti, scrittori, intellettuali letteralmente invadono i luoghi senza nessun tipo di sensibilizzazione precedente. Per noi è una tappa di un percorso comune, faticoso ed entusiasmante.</p>
<p>Ci hanno ospitato la <strong>Biblioteca di Iano</strong>, sita nell’ex scuola elementare del paese e gestita, grazie a un altro patto di collaborazione, dal <strong><a href="https://www.facebook.com/ComitatoPaesanoDiIano/">Comitato paesano</a></strong>, e la stupenda <strong>Casa del Popolo</strong>, unica già nella sua struttura circolare.</p>
<p>Nella biblioteca per le comunità transitorie <strong>Ginevra Ballati</strong> ha condotto il laboratorio <strong><em>Storie di animali</em></strong>, rivolto ai bambini, che hanno realizzato i loro libri sotto la guida dell’artista. I bambini, mi preme dirlo, erano quasi tutti di Iano, grazie al lavoro fatto dai volontari per il coinvolgimento. In questo caso la corsia preferenziale è d’obbligo – non si importa la partecipazione, la si crea lentamente dove si sta.</p>
<p>È seguito presso la Casa del Popolo un incontro a cui tenevamo moltissimo sulla scuola della Barbiana, con la storica e scrittrice <strong>Vanessa Roghi</strong> e <strong>Ezio Palombo</strong>, uomo che ha avuto una lunga e singolare esperienza di sacerdote e che è stato amico sincero di Don Lorenzo Milani. A moderare per Palomar i nostri <strong>Laura Bonanno</strong> e <strong>Marco Leporatti</strong>.  Mentre i nostri ospiti raccontavano a me sembrava che l’esperienza di Don Milani si riflettesse sui volti dei miei compagni in questa Valle, Valentina, Luciana, Lido, Laura, Daniela, Isa, Mirna, Enrico, per dirne solo alcuni, e  nel patto che ci tiene.  Ezio Palombo ricordava il valore del voler bene alla gente, che non è e non può essere tutta l’umanità – come in quel verso della Szymborska, “preferisco me che vuol bene alla gente a me che ama l’umanità”.  Che significa scegliere a chi dedicarsi, se ne abbiamo gli strumenti, e da quel momento non retrocedere di un passo. Vanessa ha raccontato le ragioni personali dietro al suo libro <strong><em><a href="http://www.lavoroculturale.org/lettera-sovversiva/">La lettera sovversiva. Da Don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 2017)</a></em></strong>, e ha insistito sull’impegno per la scuola, una scuola che non può e non deve essere solo il perseguimento di un voto su una tabella. Si dovrebbe imparare a scuola la via dell’emancipazione, perfino dell’obiezione di coscienza, quel radicale “se pur tutti, io no”.  Ricorda Ezio Palombo nelle prime pagine del libro della Roghi, a proposito della scuola popolare di San Donato: “Vedevo per la prima volta seduti, intorno ai tavoli della scuola, ragazzi cattolici e ragazzi comunisti, perché la verità, diceva Don Lorenzo, non era di destra e non era di sinistra, ed era compito della scuola insegnare a cercarla”.  Ezio ha quasi novant’anni, è lucido e tagliente, testimonia una lezione dei più vecchi, male assorbita dalle generazioni seguenti, ma che è attuale e opportuno riprendere, non tanto per rispolverare la nostalgia, quanto per agire. Così il lavoro di intellettuali come Vanessa Roghi è quanto mai utile ora,  perché aiuta a districare le trame in cui il paese sembra essersi attorcigliato e intorpidito e lo fa, in questo caso, partendo dal tema dei temi: l’educazione, che precede tutto e non è riducibile a un bagaglio di nozioni. Ecco perché l’abbiamo voluta quassù. Perché i paesi della Valle, sono luoghi piccoli, sostenuti dalla possibilità di incidere davvero non su X vite pescate affidandosi alla fortuna, ma sulla vita di ragazzi che conosciamo nel volto e nel carattere.  In questi luoghi tutti siamo responsabili dei processi educativi, tutti siamo chiamati per nome. Qualcuno più forte, forse, perché chi più sa, più deve sentirsi responsabile verso gli altri.</p>
<p>Abbiamo concluso in bellezza, cenando tutti insieme e ascoltando musica e alcuni di noi tirando tardi, bambine comprese, prima di salutarci.</p>
<p>La mattina seguente siamo saliti all’ultimo e più alto dei paesi, <strong><a href="https://www.facebook.com/baggioforever.bucci.1">Baggio</a></strong>, dove si trova la proloco e il Museo del Carbonaio, ultimo dei tre patti di collaborazione. Ci aspettavano i volontari e <strong>Cecilia Lattari</strong> e <strong>Lucia Mazzoncini</strong>, custodi dell’ultima avventura nelle comunità transitorie, <em><a href="https://www.facebook.com/events/482489765583826/">Camminare il silenzio</a></em>.  Siamo entrati nel bosco. In un cerchio silenzioso Cecilia e Lucia ci hanno simbolicamente unito con un filo che è stato poi reciso, a sancire il passaggio dalla dimensione quotidiana a una immersiva nella natura che pure qui è compagna riconoscibile. Qui certe volte scendono i lupi. Qui, nei nostri borghi, i cervi vengono nelle piazze alla fine dell’estate, quando comincia il periodo dell’amore. Qui cominciano quelle castagnete che hanno sfamato tanta gente durante le guerre. Qui la memoria ha un altro passo rispetto alla parola. Cercando di mantenere il silenzio una settantina di persone fra adulti e bambini hanno camminato per il sentiero di un’antica processione paesana, raccogliendo sassolini, rami, fiori, gusci da donare poi alla Bure, il nostro torrente. Un cammino breve, rituale, verso l’acqua, come verso la verità ultima del nostro essere temporaneo e costante insieme, del nostro renderci infine al mondo che è ben più vasto dell’umano e lo si avverte quando si entra in un luogo noto mettendo da parte le nostre abitudini e acuendo i sensi alla sua presenza, alla voce dell’acqua e del vento. Al ritorno siamo risaliti dall’acqua al bosco agli olivi già carichi e pronti per la raccolta, alla strada. Alla proloco intanto si stava preparando un pranzo toscano e antico, con la polenta stesa e tagliata col filo, la pappa al pomodoro, il fungagnino appena trovato, i necci di farina di castagne con la ricotta e i canti dell’Italia popolare sul giradischi. Abbiamo pranzato tutti insieme sotto un bel sole sulla grande terrazza che si affaccia sulle due valli. Ecco, in questi momenti qui, io non credo ma so, che è possibile lavorare per una felicità diversa, io non credo ma so che questo serve, un lavoro incessante, un affetto capace di crescere, una o più persone che spendono tanto del loro tempo per la comunità e hanno il diritto di non sentirsi abbandonate. A un certo punto Michele di Iano si è alzato ed è andato ad abbracciare <strong>Rosalba Bucci</strong>, la presidente della proloco di Baggio e questa è fra le pagine di letteratura non scritta che serberò con cura.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-76380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba.jpg 2000w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /></p>
<p>Provengo per una parte della mia famiglia, quella paterna, dall’Appennino montano, dalla Sambuca Pistoiese. Ne ho scritto, ne parlo, scappo come posso al mio bosco del Prataccio per ritrovare quel mio antico amico. Ma Santomoro e la Valle delle Buri, che in qualche modo dipendono  dal ramo materno della mia storia, grazie alla mia bisnonna che era nata qui, mi hanno insegnato ad apprezzare la gente, il popolo di questa microscopica geografia. Non tutta la città, non tutta la nazione, non tutto il mondo: una Valle appenninica, una sola – per una vita è sufficiente.</p>
<p>Concludo questo mio lungo scritto rivolgendo un pensiero a chi a quella tavola a Baggio mancava. Se tutto questo è stato possibile è perché nel 2016 con un’altra persona, l’allora presidente del circolo Arci di Lupicciano, Gianluca Menichini, dal cui spirito spero di aver imparato qualcosa, immaginammo per primi di camminare fra i nostri paesi, con le storie e la poesia. Immaginammo un lavoro coeso per tutta la Valle, sperimentammo nell’estate il percorso io lui e Valentino di Santomoro e il 2 ottobre 2016 camminammo davvero, con tanti altri, fra Santomoro e Lupicciano, leggendo e ascoltando poesie, parlando delle erbe e delle piante, rievocando le infanzie degli abitanti, fino a un altro sole, al Portico di Goro, un altro luogo affacciato sulla vallata, dove pranzare tutti insieme.  Gianluca per questioni sue più che legittime e dopo molti anni al servizio del suo paese,  ora ha lasciato ad altri ed è da una telefonata di diversi mesi fa che non ci parliamo.  Ma io non dimentico. Gianluca, grazie. Questo è per te.</p>
<p><strong>********</strong></p>
<p><strong>La locandina è stata realizzata da Benedetta Matteoni a partire da una foto di Chiara Vitali di un gruppo di bambini della scuola Lo Scoiattolo in visita alla Bure. Questa è la foto che ha accompagnato tutta la nostra lotta per la &#8220;scuolina&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Le fotografie scelte per l&#8217;articolo sono state scattate da Eleonora Chiti nella giornata conclusiva a Baggio. Altre giornate del festival sono state documentate da Giovanni Fedi per il quotidiano online Reportcult e si trovano ai link seguenti.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/fotografie/collection133209313-72157656497231769/set72157695800052090.html">22 settembre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157672042195817.html">5 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157700775013081.html">11 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157699167636332.html">13 ottobre</a></strong></p>
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		<title>una rete di storie STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Storie del trauma del terremoto</b><br />
di <b>Renata Morresi</b><br />
La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Renata Morresi</strong><br />
Venerdì non è successo niente. Eravamo in classe, parlavamo di come si fanno le domande in inglese. C’erano le finestre aperte, si sentivano le ruspe e i camion lavorare lì accanto, dove sorgeranno le ‘casette’ per chi è sgombrato da Camerino quasi un anno fa. I ragazzi del quarto durante la prima ora scherzavano sul compito di filosofia, compito scritto, proprio come l’anno scorso nel giorno della scossa grossa – non sarà mica la prof che ce la tira, ecc.  Scherzavano un po’ per scaramanzia, un po’ per nervosismo. Un anno è lungo, e l’allerta dei primi tempi, quella che ci teneva pronti, mobilitati, solidali, si è trasformata in una specie di abitudine, una tensione cronica sempre sull’orlo del cortocircuito. Quasi nessuno di chi ha perso tutto l’ha ritrovato. Ma tutto è tanto da ritrovare, e nel frattempo siamo cambiati, è cambiata la nostra vita, siamo andati altrove, fatti altri progetti, e via così. Abbiamo scoperto delle cose: che una terra che si abita non è solo un luogo neutro, vuoto, e poi pieno e poi svuotato e poi riempito. Un luogo non è una scatola. E che persino uno dei luoghi più antropizzati d’Italia com’è questo si può rivelare poco pensato, vissuto acriticamente. La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.<br />
&nbsp;<br />
Un anno è lungo a vedere i militari che presidiano la zona rossa, le macerie e i detriti ancora sparsi sui sampietrini. Un anno è breve: venerdì non è successo niente di importante, ma a un tremolare dei vetri, a un sussulto fioco, i ragazzi si erano già infilati sotto i banchi, qualcuno di quelli rimasti sulla sedia era sbiancato, un altro si sentiva svenire. In brevi attimi siamo scivolati fuori, in silenzio, per lo più in fila indiana, qualcuno si teneva per mano. Poi fuori, al sole, dopo le telefonate di rito, hanno cominciato a cantare.<br />
&nbsp;<br />
Domenica 29 ottobre, alle dieci e trenta alle mediateca di Fano ci ritroviamo a parlare con artiste, autrici, attivisti, poeti, di terremoto, dei suoi traumi, e dei nostri compiti.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con<strong> Emanuela Baldi, Lidia Massari, Renata Morresi, Adelelmo Ruggieri, Anna Tellini</strong><br />
&nbsp;<br />
*<br />
&nbsp;<br />
<strong>Emanuela Baldi </strong>è un&#8217;artista che considera l’arte come uno strumento per promuovere lo sviluppo e la trasformazione sociale, valorizza le differenze e facilita lo scambio cross-culturale.  Esperta di dialogo interculturale, networking e dinamiche di gruppo nel settore pubblico e privato, idea progetti artistici per il dialogo tra le culture, conduce laboratori sulla condivisione di processi collettivi e iniziative “making together”. Utilizza la creatività manuale come mezzo di dialogo ed espressione collettiva, coinvolgendo persone di ogni età ed origine, accorciando le distanze tra i vari target sociali e  valorizzando l’espressione del singolo nel collettivo. Viaggiatrice e sperimentatrice ricerca continuamente nove collaborazioni e scambi con artisti e professionisti di altre discipline, poiché crede nella ricchezza delle differenze e della molteplicità di sguardi.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Lidia Massari</strong>, nata nel paese leopardiano circa mezzo secolo fa, si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d&#8217;amore nella poesia latina. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti didattici, con risultati alterni. Accanita lettrice, fece voto di non tediare gli altri con i propri scritti, ma negli ultimi tempi sta venendo meno alla promessa. Fra le altre cose, collabora saltuariamente alla rivista &#8220;Artapartofcul(ure)&#8221; e gestisce due pagine Facebook che usa a mo&#8217; di blog, “Diverso viaggiare” e “Cronache mesopotamiche”, quest&#8217;ultima dedicata al territorio maceratese duramente colpito dal recente terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Renata Morresi</strong> vive e lavora nel maceratese, si occupa di poesia, traduzione e letteratura anglo-americana. Sue poesie sono apparse in rivista (<em>Poesia</em>, <em>Semicerchio,</em> <em>Il Caffè illustrato</em>, <em>Alfabeta2, Il nostro Lunedì, </em>ecc.) e<em> </em>nelle raccolte <em>Cuore comune</em> (peQuod 2010), <em>Bagnanti</em> (Perrone 2013), <em>La signora W</em>. (Camera verde 2013). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (<em>Dieci bozze</em>, Vydia 2012); nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Quest’anno ha scritto una serie di poesie, ancora inedite, che ha chiamato “anti-smismiche”, ispirate alle retoriche aberranti del post(?)-terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Adelelmo Ruggieri</strong> (1954) abita a Fermo, nelle Marche. Per peQuod ha pubblicato le raccolte di poesia: <em>La Città lontana</em>, 2003; <em>Vieni presto domani</em>, 2006; <em>Semprevivi</em>, 2009 e 2010. Del 2016 è il fascicolo <em>Habitat</em>. Le sue prose sparse sono raccolte nei libri <em>Porta Marina &#8211; Il Poggio</em> (peQuod, 2008); <em>I tetti sono semplici a Sali</em> (Capodarco Fermano Edizioni, 2012); <em>Subito o domani. Non è la stessa cosa</em> (Italic, 2013). Dal 2011 collabora al sito letterario “Le parole e le cose”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anna Tellini </strong>ha insegnato letteratura russa presso l&#8217;Università de L&#8217;Aquila, e considera sua somma fortuna l&#8217;essere stata allieva di Angelo Maria Ripellino. Si è occupata prevalentemente del Novecento, con una particolare predilezione per la tragica figura di Vs. E. Mejerchol&#8217;d, di cui ha curato l&#8217;edizione italiana de <em>Il Revisore </em>(Monteleone, 1997) e de <em>Il ballo in maschera </em>(Bulzoni, 2003). Dopo la distruzione della sua Facoltà ad opera del terremoto ha continuato l&#8217;insegnamento in posti di fortuna. Fa parte del Centro Antiviolenza per le donne de L&#8217;Aquila, che quest&#8217;anno festeggerà il suo decennale, e che, insieme alla rivista “Leggendaria” e altre associazioni della sua città nell&#8217;ottobre 2010 ha costituito il Comitato TerreMutate (<a href="http://www.laquiladonne.com/">www.laquiladonne.com</a>), che ha organizzato nel maggio 2011 un grande incontro nazionale di variegate realtà femminili &#8220;perchè potessero vedere L&#8217;Aquila con uno sguardo diverso – lo sguardo delle donne, appunto -, creare una rete solidale e recare semi di ricostruzione e di rinascita, da gettare nella terra tutte insieme&#8221;.<br />
*<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni Nazione Indiana ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
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<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
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<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
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<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
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		<title>Abitare il mondo con stupore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 05:18:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine. &#160; Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg 1500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>IO SONO QUI</strong></a>, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.</p>
<p>Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’<em>io sono qui</em> è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non <em>chi sei?</em>, ma <em>dove sei?</em> Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.</p>
<p>Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=308092476315846"><strong>S-GUARDO</strong></a>, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non <em>cosa vedi</em>, ma <em>che sensazione provi?</em> Muta il senso della parola <em>armonia</em>, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la <em>disarmonia</em> &#8211; quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="ct8lVT02wzg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | S- GUARDO | Prima Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/ct8lVT02wzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=312110529247374"><strong>+ SPAZIO</strong></a>, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due &#8211; chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – <em>ci vuole più coraggio a camminare nudi</em> – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel <em>qui</em> vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="gDpLv8jJarg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | + SPAZIO | Seconda Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/gDpLv8jJarg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=315616115563482"><strong>ALICE IN 4 TEMPI</strong></a> i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale &#8211; quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che <em>il mondo esiste</em> come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera <em>sentire la mancanza delle stelle</em>, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima &#8211; la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oBZYFOn8hzg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | ALICE IN 4 TEMPI | Terza Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oBZYFOn8hzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio <strong><a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=319022511889509">IMMAGINE CORPOREA</a></strong>.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge &#8211; una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.</p>
<p>Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oVyET5v6ht4"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | IMMAGINE CORPOREA | Quarta Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oVyET5v6ht4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. <em>Io sono qui</em> perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.</p>
<p>Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto &#8211; recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS.jpg 1500w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé</strong></p>
<p><strong>Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.</strong><br />
<strong> Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo &#8211; Orto Botanico Carmela Cortini.</strong><br />
P<b>rogetto selezionato dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</b></p>
<p><strong>Fotografie di Guido Mencari.</strong></p>
<p><strong>Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali</strong></p>
<p><strong>Grafica di Marino Neri.</strong></p>
<p>INFO SUL PROGETTO:<br />
<strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">pagina web/sito zappa<br />
</a><a href="https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/">pagina FB IO SONO QUI</a></strong><br />
<strong> <a href="https://www.youtube.com/channel/UCRN8w0nDXVaHRoRyMZQsX_w">canale YOUTUBE IO SONO QUI </a></strong><br />
<strong><a href="https://www.instagram.com/iosonoqui.lab/">Instagram</a></strong></p>
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		<title>IO SONO QUI &#8211; Evento pubblico conclusivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2017 10:17:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si conclude il 22 luglio l&#8217;esperienza di &#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221; progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere QUI la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/ &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si conclude il <strong>22 luglio</strong> l&#8217;esperienza di <strong>&#8220;IO SONO QUI. Geo-grafie del sé e dell&#8217;ambiente intorno a sé&#8221;</strong> progetto laboratoriale diretto ai bambini di Camerino di cui si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>QUI</strong></a> la descrizione. Per chi volesse seguirci su facebook, questa è la nostra pagina, con le foto, i video e i racconti settimanali: <strong>https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/</strong><br />
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 05:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-68477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg" alt="copertina_facebook_iosonoqui copy" width="1772" height="656" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg 1772w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-768x284.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-1024x379.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1772px) 100vw, 1772px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>IO SONO QUI </em>è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è composto da <strong>4 macro attività</strong> collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.</p>
<p style="text-align: justify;">I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un <strong>evento finale</strong> di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio <em>learning by doing</em> (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Info su pagina facebook IO SONO QUI</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zappalab.com">www.zappalab.com</a></p>
<p><a href="mailto:iosonoqui.lab@gmail.com">iosonoqui.lab@gmail.com</a></p>
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