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	<title>Emanuele Pettener &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Aug 2023 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Passi]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Pettener]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa americana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Corrado Passi </strong>  <br /> Pettener, con passione, indaga le cause dell'assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l'umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg" alt="" width="250" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-279x420.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></em></p>
<p>di <strong>Corrado Passi</strong></p>
<p><em>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo. I romanzi di John Fante</em>, il saggio di Emanuele Pettener pubblicato nel 2023 da Oligo Editore, è un libro a più dimensioni, un bassorilievo scolpito da una luce intensa, californiana, che ne pone in risalto le numerose sfaccettature e ne modella il gioco di chiaroscuri. Pettener, romanziere e docente di Lingua e Letteratura Italiana alla Florida Atlantic University, USA, indaga criticamente gli aspetti peculiari – alcuni dei quali inesplorati o fraintesi dalla critica ufficiale &#8211; di un autore rimasto per troppo tempo nell&#8217;ombra e i cui meriti sono quasi del tutto postumi.</p>
<p>John Fante, nato a Denver, Colorado, nel 1909, figlio di un muratore abruzzese e di una casalinga americana di origini lucane, iniziò a pubblicare negli anni Trenta; per quasi cinquant&#8217;anni, in America, le sue opere furono guardate con diffidenza e solo negli anni Ottanta, soprattutto in Europa, iniziò a crescere l&#8217;attenzione del pubblico e della critica verso la sua vasta produzione letteraria che include generi quali il romanzo, il racconto e la sceneggiatura cinematografica.</p>
<p>L&#8217;umorismo, evocato nel titolo del saggio, è per Pettener il dispositivo narrativo centrale nella produzione di John Fante. L&#8217;autore si riferisce all&#8217;umorismo di pirandelliana memoria, distinto dall&#8217;ironia in quanto basato su quel &#8220;sentimento del contrario&#8221;, avvertito sia dallo scrittore sia dall&#8217;autore, che sottolinea la bipolarità della vita, la sua relatività; l&#8217;ironia, al contrario, implica un inganno, è una figura retorica che sottende una contraddizione fittizia tra ciò che si dice e ciò che il lettore deve intendere. L&#8217;analisi relativa all&#8217;umorismo viene approntata da Pettener considerando le scelte lessicali di Fante, le sfumature del testo, le ambiguità narrative. «In un lavoro umoristico sorriso e amarezza sono quasi simultanei, mentre in un&#8217;opera ironica o satirica sono sempre separati: si ride o si piange…», si legge nel saggio (p.33). Si tratta di un umorismo genuino, insito nella scrittura di Fante, connaturato ad essa: egli, come spiega Pettener, si sofferma sulla realtà non per giudicarla né per ritrarsi, sdegnato; suo intento è cogliere l&#8217;intrinseca contraddizione dell&#8217;esistenza, la sua incoerenza, e narrare con spontaneità e freschezza, generando riso e amarezza insieme, inducendo nel lettore sentimenti diversi, contrari.</p>
<p>Questa tensione dialettica, uno degli elementi portanti di tutta la produzione letteraria di Fante – fatta eccezione per <em>Full of life</em>, pubblicato nel 1952, suo unico successo editoriale e considerato dalla maggior parte della critica il suo peggior romanzo –, si alimenta attingendo ad alcuni topoi onnipresenti nelle sue opere: l&#8217;ambiguità, l&#8217;incongruenza, il ridicolo. Pettener compie un&#8217;operazione precisa e dettagliata che si articola in modo duplice: analizzando in modo comparativo le teorie di alcuni suoi colleghi, critici americani (Fred Gardaphé, Anthony J. Tamburri), e concentrando l&#8217;attenzione sulle caratteristiche antropologiche dei personaggi. Fante, nonostante sia nato in America, è sempre stato considerato, soprattutto negli USA, uno scrittore italoamericano, e questo aspetto ha notevolmente influenzato, in senso negativo, l&#8217;atteggiamento della critica statunitense. Ma l&#8217;italianità dei personaggi di Fante e gli stereotipi etnici ad essa collegati – l&#8217;ingenuità, il desiderio di affermarsi socialmente, il senso di inferiorità, di rabbia e di ribellione nei confronti di una terra straniera spesso ostile, refrattaria all&#8217;integrazione, che soprannominava gli immigrati italiani con epiteti quali <em>Dago</em>, <em>Wop</em> o <em>Guinea</em> – non sono, afferma Pettener, che tratti descrittivo-coloristici: non rappresentano l&#8217;argomento centrale, nucleare della narrazione, costituito invece dalla rappresentazione di un&#8217;America intesa come luogo immaginato, sognato, rappresentato e vivo nella memoria poetica universale; l&#8217;America carica di valenze culturali ed epiche che interessò Cesare Pavese, Italo Calvino e molti intellettuali; la madre dell&#8217;<em>American Dream</em> e della cosmologia letteraria ad esso correlata. Il protagonista di <em>Ask the dusk</em>, Arturo Bandini, seduto al tavolo di un caffè legge la classifica dei migliori battitori d&#8217;America, i campioni della Baseball National League, e si sente orgoglioso che un italoamericano, Joe DiMaggio, tenga alto l&#8217;onore degli italiani: dietro l&#8217;apparente ingenuità di questo pensiero si cela, stratificata, l&#8217;epica del sogno americano, dell&#8217;appartenenza a un mondo divenuto, in poco tempo, archetipo indiscusso e potente evocatore simbolico.</p>
<p>L&#8217;approccio critico di Pettener apre infatti numerose finestre sulla valenza simbolica, epica, del mondo americano inteso quale cosmo generatore di un mito. L&#8217;autore analizza il rapporto fra padre e figlio, un altro topos fondamentale nei romanzi di Fante e predominante in <em>Aspetta primavera, Bandini</em> e <em>Un anno terribile</em>. Il saggio ci riporta alle figure letterarie di Don Chisciotte e di Sancho e alla loro relazione ambivalente. Si tratta di un rapporto simbiotico, di mutuo soccorso, nel quale si realizza una cooperazione immaginativa: il servitore, reduce da avventure e fallimenti e deluso dal male del mondo, nei momenti di crisi che affliggono Don Chisciotte si sostituisce al cavaliere nella produzione visionaria di scenari, di sogni che possano sostenere cavaliere e servitore nel loro viaggio esistenziale. Allo stesso modo, la figura dei padri – Svevo Bandini e Peter Molise – moderni Don Chisciotte italoamericani, anch&#8217;essi ispirati da un sogno originato da racconti e leggende, è fonte di ispirazione per i figli che li seguono così come Sancho segue Don Chisciotte; i figli, moderni Sancho Panza, si ritrovano a perpetuare il cammino dei padri in un&#8217;America irta di ostacoli e di suadenti canti di sirene. La tensione psicologica padre-figlio, ci spiega Pettener, è nelle opere di Fante un riscontro costante; essa si svela attraverso una narrazione epica, eroica. E non si tratta solo di una dialettica padre-figlio ma di un conflitto che si pone su due temporalità più ampie, antropologiche: una è legata alla differenza di età e di esperienze, appunto, e l&#8217;altra è connaturata al fatto di essere figli di due mondi diversi, della vecchia Europa e del Nuovo Mondo. E, afferma Pettener, dietro la trama e l&#8217;intreccio, oltre il paesaggio, traspaiono le forze ancestrali, totemiche, di due culture contrapposte: l&#8217;una è percepita dai protagonisti come tradizione statica, stratificata, e l&#8217;altra quale dimensione onirica, immaginativa e, per questo, attinente alla libertà e <em>all&#8217;american dream</em>.</p>
<p>Grande attenzione è dedicata da Pettener alla figura della madre: egli indaga in modo approfondito le relazioni familiari dei protagonisti in <em>Full of Life</em>, il maggior successo letterario di Fante e il romanzo più discusso e controverso; l&#8217;autore stesso, in <em>Selected Letters</em>, a pagina 294, a molti anni di distanza dalla pubblicazione confessa: «Scrissi <em>Full of life</em> per soldi. Non è un gran romanzo». In esso l&#8217;elemento etnico, privo di un substrato umoristico, è utilizzato per generare curiosità e interesse nel lettore e resta limitato a questa funzione, creando uno scenario perfettamente compatibile con l&#8217;America degli anni Cinquanta, un ambiente caratterizzato da stereotipi quali la casa borghese, la famiglia, il matrimonio e la fedeltà coniugale. Si tratta di valori indiscutibili, fondanti della società statunitense di quel periodo e condivisi dagli immigrati italoamericani che, in essi, riconoscevano gli strumenti indispensabili per il loro riscatto esistenziale e per la conseguente ascesa sociale. Pettener sottolinea alcune scelte stilistiche e narrative di <em>Full of life</em>, attuate dall&#8217;autore al fine di ingraziarsi il pubblico e suscitare riso, simpatia: la madre del protagonista è infatti descritta in modo caricaturale, forzando l&#8217;elemento etnico fino a renderne il profilo melodrammatico; si tratta di una donna priva di istruzione, subordinata al marito, così religiosa da apparire quasi superstiziosa, innocua e bonaria. Un cliché perfetto della donna immigrata di origini italiane che si guarda le mani callose e, confrontandole con quelle delle modelle ritratte sulle riviste patinate, capisce che non potrà mai essere un&#8217;americana. Questa rappresentazione introduce, come in un gioco di scatole cinesi, la presa di coscienza di una nuova identità etnica acquisibile solo a metà: diventare americani in tutto e per tutto, per un immigrato italiano, appare missione quasi impossibile e foriera, in termini generazionali, di futuri sensi di colpa e di inferiorità, una nemesi che marchierà l&#8217;italo-americano per sempre.</p>
<p>Ancora una volta l&#8217;autore si oppone alla critica ufficiale – americana e italiana &#8211; e sottolinea i rischi di un&#8217;analisi talvolta frettolosa, basata su stereotipi e preconcetti, mettendo in guardia il lettore ed esortandolo a mantenere l&#8217;attenzione sull&#8217;umorismo presente in Fante e sull&#8217;utilizzo dello stesso in altri autori quali Knut Hamsun, Charles Bukowski, Sandro Veronesi, Marco Vichi. John Fante confessò fedeltà assoluta a Knut Hamsun, da lui considerato padre letterario, e Bukowski si dichiarò profondamente ispirato dalle opere di John Fante. Nella propria analisi comparativa Pettener approfondisce la scrittura umoristica di Hamsun e di Fante, sottolineando il loro &#8220;divertimento della scrittura&#8221;, &#8220;l&#8217;istinto giocoso&#8221; che ne caratterizza lo stile (pg. 170), l&#8217;aspetto ludico che potenzia l&#8217;intreccio e l&#8217;architettura narrativa. In Bukowski, al contrario, l&#8217;umorismo è spesso assente (fatta eccezione per <em>Pulp</em>), prevalendo il sarcasmo verso il mondo e il disprezzo verso i suoi abitanti; i protagonisti di Hamsun e Fante sono coinvolti dal mondo, ne sono attratti o respinti e la loro scrittura è un mezzo per comprendere la contraddittorietà del mondo; in Bukowski, al contrario, l&#8217;egocentrismo cinico trova forma, sovente, in una scrittura meccanica, priva di quella forza evocativa che in Fante origina vibrazioni, risonanze.</p>
<p>L&#8217;analisi comparativa – riguardante critici, altri romanzieri, John Fante e Dan Fante, figlio di John e a sua volta scrittore – è certamente un punto di forza del saggio ma il valore di questo libro non si riscontra solo in essa. Pettener, con passione, indaga le cause dell&#8217;assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l&#8217;umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta. La vita di Arturo Bandini, alter-ego scrittore di John Fante e protagonista di quattro dei suoi romanzi – <em>Wait Until Spring, Bandini</em>, <em>The Road to Los Angeles</em>, <em>Ask the Dusk</em> e <em>Dreams from Bunker Hill</em> &#8211; non offre al lettore alcuna verità né lezione di vita. Il successo tardo, spesso postumo, è avvenuto in epoca postmoderna, in un periodo caratterizzato dal crollo della fiducia nelle verità assolute; il riscontro maggiore, da parte dei lettori, si è avuto in Europa, madre storica dell&#8217;umorismo letterario e lontana anni luce, per tradizioni estetiche e antropologiche, da quel paese romantico che è l&#8217;America, tempio della fede nell&#8217;assoluto, nella verità e nelle certezze politiche ed esistenziali. Milan Kundera, al quale sono dedicate alcune pagine del saggio, afferma che ogni romanzo trova la sua ragione di essere nella scoperta esistenziale; che la conoscenza da esso generata non ha a che fare con una verità assoluta ma con l’incertezza, con il dubbio, le ambiguità. Il genere romanzo non offre risposte ma pone interrogativi; non giudica ma rappresenta; non si pone come affermazione dogmatica, apodittica, ma è relativo, ambiguo.</p>
<p>Il saggio di Pettener è, per il lettore, un viaggio circolare. Esso prende l&#8217;abbrivio partendo dalla poetica di John Fante, dalla Los Angeles di Arturo Bandini e, dopo aver attraversato i territori canonici della letteratura novecentesca – e non solo &#8211; approda nuovamente alla costa californiana tracciando itinerari ampi, rigorosi per il procedimento analitico che li sostiene e per la chiarezza di intenti.</p>
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		<title>Giovani ci siamo amati senza saperlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2022 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Pettener]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Emanuele Pettener</strong> <br /> Mi ero iscritto a Lettere Moderne in primo luogo per il numero esaltante di fanciulle e la competizione maschile ridotta all’osso; in secondo luogo perché sembrava relativamente facile;]]></description>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-97440" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75-300x449.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/9788868513740_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di<strong> Emanuele Pettener</strong></p>
<p><em>Quello che segue è, per gentile concessione dell&#8217;editore, l&#8217;incipit del romanzo &#8220;Giovani ci siamo amati senza saperlo&#8221;, in uscita in questi giorni (Arkadia Editore)</em></p>
<p>Era un bar pieno di uomini alti. Quasi che per frequentarlo fosse richiesto superare il metro e ottantatré. Disdicevole, ma io ci andavo comunque, mi piaceva come s’atteggiava a bar americano, gli sgabelli al lungo bancone, un barista stempiato in camicia stirata di fresco e panciotto amaranto, i divanetti bordeaux e i tavolini in marmo scuro separati fra loro da tendine blu di Prussia, di modo che ciascuno avesse l’illusione d’avere la sua privacy, sorseggiando intrugli verde menta e succo d’arancia e vodka, nell’alone soffuso di piccole lampade Liberty e fumo azzurro.<br />
A quel tempo si poteva ancora fumare e il fumo faceva parte dell’arredamento, assieme a certe foto in bianco e nero di divi fumatori e al jazz che galleggiava nell’aria e faceva sentire tutti a proprio agio nella New York degli anni ’40, tombini rigurgitanti vapori e marciapiedi lucidi di pioggia, viavai di Rolls e taxi color pece.<br />
Ma fuori c’era Venezia degli anni ’90, autunnale e sublime, la solita guastafeste. Avevo compiuto vent’anni e cominciavo a sentirmi vecchio, la classica crisi di mezza età: mi piaceva prendermi in anticipo. Sicché andavo lì a distrarmi con l’orchestra di Benny Goodman e facevo finta che m’interessasse davvero, mi tenevo addosso lo spolverino nero anche se crepavo di caldo, ma il bavero che m’accarezzava la barba di tre giorni era imprescindibile, era un tempo in cui avvertivo il sospetto d’essere Lord Byron reincarnato, curioso, non avendo mai letto un verso di Lord Byron. Mi portavo dietro un libro, solitamente qualcosa di ostico e dalla copertina usurata, chiedevo al barista carta e penna e scrivevo un sonetto. Ero giovane, affamato di gloria e di femmine. Soprattutto di femmine.</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>Quella notte di fine settembre aspettavo il mio possibile compagno d’appartamento. Mi rincresceva dover condividere la preziosa benché minuscola alcova a San Giacomo dall’Orio, ereditata da quell’angelo di nonna Speranza, ma non avevo un lavoro, e lavorare mi rincresceva ancora di più. Venezia del resto era cara. Cara e ostile. I miei m’aiutavano, non mi facevano pagare l’affitto e mi pagavano le tasse universitarie e tutto il resto, ma non potevo continuare a succhiargli il sangue come quei mammalucchi dei miei coetanei, a casa di mamma e papà fino a trent’anni, i codardi! I parassiti!<br />
Mi ero iscritto a Lettere Moderne in primo luogo per il numero esaltante di fanciulle e la competizione maschile ridotta all’osso; in secondo luogo perché sembrava relativamente facile, tanto che quelli che <em>facevano Legge, Economia, Medicina</em> ci disprezzavano apertamente, e disprezzo e onta risalivano ai genitori, financo ai nonni, degli uni e degli altri: <em>fare Lettere</em> tingeva le gote di vergogna alla famiglia del povero letterato; forse solo <em>fare Scienze Politiche</em> era più vergognoso. E poi sarebbe venuta <em>Scienze della Comunicazione</em>, che nessuno capiva esattamente cosa fosse. Noi di Lettere, disprezzati da tutti, disprezzavamo quelli di Scienze Politiche, che disprezzavano quelli di Scienze della Comunicazione, i militi ignoti. A me la Letteratura sembrava, nel contesto della misera, limitata, fulminea esistenza di un individuo, se non più importante, infinitamente più sensata di Legge, Economia, Medicina, ma comunque non m’importava un fico secco.<br />
Quello che m’importava era il piedino velato che si sollevava dalla ballerina, mentre la sua adorabile proprietaria, seduta in prima fila, succhiava la biro osservando concentrata un professore calvo; o il gesto naturale eppure così sinuoso della sua compagna che con entrambe le mani si aggiustava la bionda coda sulla nuca, lasciando nudo il collo, nel cui incavo mi sarei perso in delirio di baci; o la risata dorata di quelle tre giovinette, forse americane, sedute a bere Spritz a un tavolino sporco di un bàcaro infernale in fondo a una calle oscura, i seni poderosi dell’una sotto un body verde laguna, gli occhiali spessi e la dentatura da cavallo dell’altra, il cappellino di paglia della terza, morbida e appetitosa e tondeggiante come una cialda, il celeste estivo dei suoi occhi che incrociavo per un attimo di fuoco e m’accendevano l’immaginazione. Ah<em>, donne donne, eterni dei</em>!</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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