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	<title>emmanuela carbé &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Immaginare la fine. Nota su Trilogia della catastrofe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 05:00:19 +0000</pubDate>
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<p>Come il libro di cui mi accingo a scrivere anche il titolo di questa recensione non è da interpretare alla lettera, ma da tenere a mente come una possibile linea guida. La <a href="https://www.effequ.it/trilogia/"><strong><em>Trilogia della catastrofe</em></strong></a>, libro inusuale voluto e pubblicato da <strong>effequ</strong> (i cui editori hanno una parte attiva nel testo, di cui firmano la premessa quale incipit programmatico), e scandito attorno alla catastrofe etimologicamente intesa quale rovesciamento di uno status quo, e suddiviso in tre movimenti: principio, durante, fine. Per parlare di catastrofe o immaginare la fine quindi editori e scrittori decidono in assoluta controtendenza di non affrontare direttamente il presente, le sue cause immediate e i probabili sviluppi, concentrandosi sulle varie crisi che interessano la nostra epoca (politica, economica, culturale e infine, punta dell’iceberg che molti si ostinano a non vedere, climatico-ambientale), ma allargando la prospettiva al nostro rapporto con la Storia o la sua invenzione, con la memoria e con la morte stessa.  Così <strong>Emmanuela Carbé</strong> nel primo saggio, “L’inizio degli inizi” ci porta indietro in un singolare congresso di Vienna in cui si decide non solo, come si è sempre creduto, dell’assetto delle nazioni, ma ci si spinge nel tempo con l’istituzione di un “comitato per l’immaginazione e la rappresentazione del mondo”, determinandone quindi le opere dei filosofi e dei poeti trascorsi, le invenzioni, la preistoria quasi azzardando l’origine del tutto. Ovvero l’autrice ipotizza il 1814 come punto sorgivo della Storia occidentale, poiché se catastrofe è ribaltamento, allora può anche essere un crocevia in cui resta aperto l’interrogativo sulla realtà quale mescolanza di conoscenza, immaginazione e manipolazione, in cui nessun fatto è mai veramente se stesso. Carbé utilizza Calvino e la sua indiscutibile sentenza: “le fiabe sono vere”, per condurci dentro la rocambolesca conferenza viennese. Quanto sembra suggerire l’autrice è che la storia è una questione di credo, infine: si crede a chi la racconta meglio o a chi ha le capacità per raccontarla, finché con un gioco letterario qualcuno viene a scompigliare le carte, tiene i nomi e cambia il senso. In quale mondo abbiamo dunque deciso di vivere? A chi affideremo le nostre narrazioni? E, questione spinosa per ogni storico o letterato, chi parla per l’oppresso e fino a che punto è genuino? Carbé conclude con degli appunti che certifichino ancora il suo “essere umano”, “in vista del passato, o del presente, o del futuro”, ed è lì che si apre una via di fuga o d’entrata nel garbuglio delle storie. Una lista di cose amate &#8211; azioni, artisti, visioni, capaci di tenerci nel mondo oltre ogni tempo fittizio e fallace.</p>
<p>Lista che ci prepara per la seconda catastrofe, stavolta nella sua dimensione disastrosa, nel reportage narrativo di <strong>Jacopo La Forgia</strong>, “Costruire il risveglio” che si muove nella contemporaneità per documentare la strage, e il suo occultamento, di circa cinquecentomila comunisti in Indonesia nel 1965. Si tratta di un viaggio non in un passato da inventare, ma nella memoria negata, che si riaccende a incrinare gli effetti propagandistici di un certo potere. Gli incontri sono tutti tasselli di un trauma, perché tale è il risveglio, contro le bugie dentro cui i più giovani sono cresciuti, per paura, per difficoltà e vergogna nel confrontarsi. In tutta la narrazione, oltre al racconto di vittime e carnefici, aleggia infatti l’ambiguità  su cosa sia giusto, cosa sia da salvaguardare, cosa da denunciare, se la morte dei cari sia il segno di colpe familiari contro la collettività o sia invece il grido contro l’ingiustizia. Tutte cose che sappiamo, certo, che crediamo di aver imparato, eppure La Forgia ben sottolinea che a volte bisogna andare là, ovunque sia questa lontananza, per avvicinarsi al semplice dubbio sulla giustizia e al nostro ruolo in lei. Ogni allontanamento alla ricerca di un vero scomodo può mutarsi in una riappropriazione delle proprie fratture e in un annullamento dei confini che rende l’altro umano familiare. “Uno dei motivi per cui ho fatto questo viaggio è perché parte della mia famiglia è stata uccisa durante la Shoah”, scrive verso la conclusione l’autore. “Ora mi sento a Jakarta, ma anche a Dachau”.  Mi sembra che questo sia l’approccio più onesto alla realtà: trovare il punto in cui ci riguarda. In cui gli anticorpi contro il male che gli umani infliggono ad altri umani coincidono con la resa alla sua esistenza ineludibile.</p>
<p>Anticorpi, resa. Sono le due parole che traghettano nello scritto finale “Gestire la morte”, saggio divulgativo di <strong>Francesco D’Isa</strong> dove la catastrofe che si fa dramma e lutto. Come gli altri l’autore adotta la prima persona e lo fa mostrando l’inadeguatezza corale nel fronteggiare il guaio in cui ci siamo cacciati: il surriscaldamento globale, il destino tragico a cui abbiamo condannato molte specie viventi, noi inclusi. “Per evitare di accanirmi sulla pagliuzza nel tuo occhio dunque, lascia che ti dica com’è fastidiosa la trave nel mio”. Passando per le abitudini personali, la fondamentale questione del dolore animale non riducibile solo alle scelte alimentari, la rivoluzione tecnologica e le sue conseguenze e la cultura del consumo, D’Isa ci conduce verso il problema dietro e oltre l’incubo ambientale: il nostro rapporto con la morte e la sua mancata gestione.  “Mangiare molta carne, valutare le situazioni quasi solo a breve termine, non mettere in dubbio i propri desideri, cercare soddisfazioni immediate, accumulare un potere eccessivo, non sono che degli esempi alla cui radice c’è un unico, stentoreo comandamento, declinato in mille comportamenti spesso contraddittori: evita – la – morte”.</p>
<p>Si tratta ancora di prossimità: per comprendere come curare il nostro unico pianeta, non serve a molto aprire un dialogo sui massimi sistemi, disegnando scenari perfino apocalittici, ma di una portata insostenibile per le vicende del singolo e delle comunità. Servirebbe invece concepire il nostro coinvolgimento in tutto questo: dopo la narrazione o lo smantellamento del passato più congeniale, dopo la fatica della memoria, occorre che si dica di nuovo io davanti all’essere mortale e che questo io sappia che è sua la morte che guarda, anche attraverso l’occhio di un altro essere. D’Isa non nomina la nostra natura fallimentare come autoassoluzione in attesa di un improbabile  “manipolo di coraggiosi” che metta tutto a posto: al contrario ci chiama al cambiamento della nostra indole più antica, ma non innata. Perché questo avvenga bisogna recuperare la parola per dirci che stiamo sentendo male. Non l’albero, non il pollo d’allevamento, non un popolo remoto nella giungla, non la costa quasi sommersa di un qualche paese fantastico. Noi. Tutti.</p>
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		<title>L&#8217;inizio degli inizi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2020 05:06:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Emmanuela Carbé A ventuno anni avevo teorizzato il Congresso di Vienna, la mia comfort zone e religione, la risposta definitiva alle domande fondamentali su vita/universo/tutto-quanto. La mia teoria era decisamente indipendente dalle fonti storiche che avevo letto per ottenere la maturità o qualche CFU, ma era pur sempre, almeno dal mio punto di vista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emmanuela Carbé</strong></p>
<p>A ventuno anni avevo teorizzato il Congresso di Vienna, la mia comfort zone e religione, la risposta definitiva alle domande fondamentali su vita/universo/tutto-quanto. La mia teoria era decisamente indipendente dalle fonti storiche che avevo letto per ottenere la maturità o qualche CFU, ma era pur sempre, almeno dal mio punto di vista e dal punto di vista del mio Congresso di Vienna, la mia parola contro la loro. Se non ero d’accordo con qualcuno potevo finalmente dirmi nella testa ma no, questo scemo di guerra evidentemente non sa niente del Congresso di Vienna, e dunque apparivo all’esterno più tranquilla, pacata, disposta al dialogo, o al finto dialogo, con la consapevolezza che il mio interlocutore sapeva veramente poco dell’origine dell’universo e dunque, conseguentemente, di tutto il resto; se qualcosa della mia vita andava male, una catastrofe del mio mondo privato, un avvenimento improvviso e duro, mi dicevo con un certo piglio consolatorio ecco, è tutta colpa del Congresso di Vienna, se il Congresso di Vienna avesse agito diversamente questo fatto di sicuro non sarebbe avvenuto. Anche gli avvenimenti straordinari della mia vita erano tutti riconducibili, uno a uno, ai meravigliosi, irripetibili ed eroici mesi del Congresso di Vienna.</p>
<p>Primo novembre 1814, castello di Schönbrunn: inizia il mondo. Mi convinco che tutto il prima è una menzogna, un’invenzione, una scrittura epica di un passato che non è mai esistito. Faccio fuori in un attimo secoli e secoli di storia e mi prendo in mano poco più di duecento anni. Mi sento già a mio agio: questo, con un po’ di sforzo, posso vagamente concepirlo.</p>
<p>Sono tutti lì, in quel non luogo che oggi chiamiamo convenzionalmente Vienna, con il mondo appena iniziato (per un momento non chiediamoci perché, crediamo infatti che questo sia l’unico inizio possibile), una manciata di uomini di nazioni diverse privi del concetto di nazione, non essendo stato Fichte ancora inventato. Uomini con dei pantaloni attillati bianchi, seduti attorno a un tavolo che ha una tovaglia tipo poker ma blu cobalto. Stanno lì insieme a inventarsi, tra tutte le combinazioni possibili, un mondo.</p>
<p>Parla per primo Klemens von Metternich, che fino a quel momento non sapeva nemmeno di chiamarsi Klemens, e inizia a ringraziare gli intervenuti riuniti tutti insieme per un mondo di pace, si scusa perché in effetti non sa a chi dire grazie per la geniale invenzione di un congresso, forse dovuta a lui stesso, non lo sa, ma nota con compiacimento l’impeccabile organizzazione, la raffinatezza dell’ambiente, il cibo che vede arrivare nella stanza, forse proveniente da un qualche sponsor. Talleyrand lo fissa scuotendo la testa, guarda questo scemo di guerra, pensa. La guerra, va notato e accettato fin da ora, a quell’altezza della discussione non esiste ancora, ma così dicendo Talleyrand crea involontariamente la sua prima metafora, che a sua volta crea per analogia il primo vero scemo di guerra, che per funzionare ed essere effettivamente scemo deve avere una guerra da cui tornare, e dunque, per sineddoche, nasce immediatamente il concetto di guerra e per estensione il concetto di storia. Per antitesi viene allora compreso e affermato quello che Metternich aveva solo confusamente intuito pochi istanti prima: il concetto di pace.</p>
<p>[…]</p>
<p>Ma andiamo con ordine. Non sappiamo in quanti sono perché il concetto di numero non è stato ancora inventato. Tanti o pochi, si mettono tutti a ragionare su una cosa alla volta: iniziano dunque le discussioni sui concetti di <em>cosa</em> e di <em>cosare</em>, e fu sera e fu mattina: primo giorno. Il secondo giorno lo zar di Russia dichiara di non essere soddisfatto, e che non uscirà dalla stanza finché tutto non sarà in ordine. Un signore, fino ad allora in disparte, capisce di poter parlare e si aggiunge alla conversazione. È il principe Karl August von Hardenberg, dalla Prussia (ma dove <em>diavolo</em> si trova la Prussia?, si chiede Karl come oggi potremmo chiedercelo noi: e così nascono i primi concetti di demonio, male, malvagità, tenebre), il quale, avendo capito solo in quel momento di avere delle orecchie per sentire, e non avendo ascoltato nulla di quanto era stato discusso il giorno prima, spiazza tutti con una domanda inconcepibile, anche perché fino a quel momento non era ancora del tutto chiaro il concetto di domanda e si stava solo, molto lentamente, imparando a <em>cosare</em>. Va a braccio: gentili colleghi, poiché dalle nostre bocche stanno uscendo dei suoni ben precisi, e poiché quei suoni hanno un significato, propongo di chiamare questa cosa, qualsiasi cosa sia, lingua, e di chiederci come mai stiamo riuscendo a capirci gli uni con gli altri. Karl gesticola, è visibilmente agitato, emette suoni a caso, eppure così, su due piedi, inventa la torre di Babele e dalla gioia inizia a cantare e ballare (da qui il fortunatissimo concetto, elaborato meglio poi sui nostri libri di storia, del Congresso di Vienna come ‘congresso danzante’).</p>
<p>Improvvisamente, il quinto giorno dopo l’inizio del Congresso, quando sta regnando uno stato di anarchia assoluto, in cui tutti cosano invenzioni senza aver prima cosato il concetto di distruzione (e allora giù a inventare scimmie, patate, tazze di tè, edifici rinascimentali, elefanti e bomboniere a forma di elefante, cagnolini, linguaggi di ogni tipo), con Klemens perennemente ubriaco e il Duca di Wellington pronto a fumarsi anche le tende, mentre tutto si accumula pericolosamente su tutto nei giardini del castello di Schönbrunn, essi stessi creati senza criterio, con piante di ogni tipo una sopra l’altra, arriva al Congresso di Vienna una lettera (1 foglio manoscritto <em>recto</em>, senza data, senza timbro, senza busta) della moglie di Castlereagh, inizialmente a Vienna ma poi rientrata in UK non appena venne formalizzata, sebbene ancora un po’ confusamente, l’invenzione dell’Inghilterra. La moglie di Castlereagh, a cui si deve una prima sistematizzazione del concetto di mittente-messaggio-destinatario, anticipando di oltre un secolo le funzioni del linguaggio descritte dal linguista Roman Jakobson, e non solo, scrisse infatti un accorato appello al Congresso per una seria riorganizzazione dei lavori. Trascrivo:</p>
<p>Dear maschi cialtroni del Vienna Congress,</p>
<p>vi esorto a una maggiore cautela e a una qualche forma di saggezza nell’invenzione del mondo; suggerisco la creazione di una task force per il passaggio alla fase due del Vienna Congress. Non vorrete portarci alla catastrofe. Lasciate che ve lo dica: siete dei past[icci]oni, appartenete a una classe dirigente inadeguata e non all’altezza del compito di questo tempo. Bisogna lavorare più razionalm[ente], creare un mondo ordinato e intelligente, e per farlo dovete avere con voi le menti migliori. Certo: economist* [<em>sic</em>], project manager, specialist* [<em>sic</em>] dell’emergenza, ma avete bisogno anche di umanist* [<em>sic</em>], architett* [<em>sic</em>], scrittrici e scrittori and so on. Inventatevi figure che possano inventare il mondo meglio di voi. Dividetevi i compiti [i compiti <em>soprascritto a</em> il lavoro]. Usate la poca immaginaz[ione] che avete.</p>
<p>Looking forward to hearing from you,</p>
<p>Best wishes,</p>
<p>The Castlereagh’s Wife, PhD &lt;3</p>
<p>Grazie alla moglie di Castlereagh si passò dunque in tempi molto rapidi alla fase due: fu creato forse troppo velocemente prima il concetto di Studium e poi di Università, inventarono dei professoroni i quali inventarono dei comitati di lavoro che a loro volta raccoglievano sottocomitati di lavoro che a loro volta raccoglievano altri tavoli di lavoro; i professoroni si inventarono poi un comitato fatto a sua volta di tanti sottocomitati che dovevano controllare la qualità della ricerca dei professoroni stessi, sulla scorta della locuzione latina inventata ad hoc in quel momento e attribuita poi a Giovenale (“quis custodiet ipsos custodes?”). Il Congresso per farla breve anticipò incredibilmente, bontà loro, le intuizioni delle agenzie nazionali per la valutazione della ricerca, e stabilì che ogni giorno i membri dei vari comitati dovessero produrre almeno un documento di 40mila battute e non facciamo i furbi con le citazioni fitte fitte e con gli a capo e le note a p. di pag., da pubblicare su una rivista di fascia A, qualsiasi cosa ciò significasse all’altezza del 1814; nacque così il concetto sacrosanto di produttività accademica: nel tempo libero (d’ora in avanti in questa sede non si preciserà più, come nell’esempio in corso, che ovviamente il Congresso dovette prima intuirlo e istituirlo, il tempo libero: d’ora in avanti diamo per scontato che le cose siano andate esattamente così, che ad esempio le finestre del castello di Schönbrunn fossero già state inventate, eccetera) tutti i professoroni si sarebbero dovuti affacciare alle finestre del castello e urlare “qualcuno per favore può citare nel suo documento tre righe del documento che ho scritto ieri? Mi ci sono impegnato, per favore, ne ho bisogno, per favore, io vi cito sempre, per favore, in cambio vi cito nel documento che scrivo domani”. Nacque poi con molto anticipo il concetto di terza missione: i professoroni la sera dovevano fare attività extra per mostrarsi connessi al mondo che stavano loro stessi inventando e aumentare così il punteggio produttività: ballare la lambada, saltare nel cerchio di fuoco, mangiare fuoco e sputarlo, farsi sparare da un cannone dei giardini del castello con in testa un elmetto pieno di cuoricini. Ma questo meccanismo, anche se bizzarro, per ora non ci importa: importa piuttosto tornare a riflettere su come il Congresso di Vienna intese e volle la genesi del mondo.</p>
<p><strong>Testo tratto da: <a href="https://www.effequ.it/trilogia/">Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia, Francesco D&#8217;Isa, <em>Trilogia della catastrofe</em> (effequ, 2020)</a></strong></p>
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		<title>Emmanuela Carbè, Mio salmone domestico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Aug 2013 11:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuela carbé]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cortellessa Stringi stringi, la vita è tutta una questione di fuori e dentro. Lì fuori c’è un mondo grande e terribile, il mondo vero. Ma non meno vero è il dentro, quello al di qua del vetro, che il mondo fuori non conosce e mai conoscerà, forse. Se succede qualcosa di davvero importante, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di<strong> Andrea Cortellessa</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft" alt="" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/ad/1983._%D0%9D%D0%B5%D1%80%D0%BA%D0%B0_%D0%BE%D0%B1%D1%8B%D0%BA%D0%BD%D0%BE%D0%B2%D0%B5%D0%BD%D0%BD%D0%B0%D1%8F.jpg/800px-1983._%D0%9D%D0%B5%D1%80%D0%BA%D0%B0_%D0%BE%D0%B1%D1%8B%D0%BA%D0%BD%D0%BE%D0%B2%D0%B5%D0%BD%D0%BD%D0%B0%D1%8F.jpg" width="288" height="205" />Stringi stringi, la vita è tutta una questione di fuori e dentro</span><span style="font-size: medium;">. Lì fuori c’è un mondo grande e terribile, il mondo vero. Ma non meno vero è il dentro, quello al di qua del vetro, che il mondo fuori non conosce e mai conoscerà, forse. Se succede qualcosa di davvero importante, per esempio se ti innamori, è perché qualcosa, fuori, si avvicina e sbircia dentro; e tu ricambi lo sguardo. Allora ci sono due possibilità: o esci fuori tu, a tuo rischio e pericolo; oppure riesci a trascinare dentro, da te, quello che ti piace. <span id="more-46140"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Così sintetizza la faccenda Emmanuela Carbè, trentenne veronese filologa a Pavia, nelle poeticissime trenta pagine in forma di fumetto che concludono il suo primo libro, appena uscito nella collana «Contromano» di Laterza. C’è un pesce rosso, anzi </span><span style="font-size: medium;"><i>una</i></span><span style="font-size: medium;"> pesce rosso, al sicuro dentro una palla di vetro in fondo al mare. Contempla l’avvicendarsi delle creature, strane e talora minacciose, di là dal vetro. Un bel giorno s’innamora d’un elegante pesce barbuto di nome Palomar. Dopo tanto occhieggiarsi, Palomar si assopisce; Pesce-Rosso allora si fa coraggio, si procura una scala, si arrampica sulle pareti dell’acquario sino a fuoriuscirne. Il tempo di prendere Palomar, sottrarlo all’«inferno dei viventi» e portarlo nel suo mondo, lì dove ciò che «non è inferno» può «durare» e avere il suo «spazio». </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Con queste citazioni calviniane si conclude </span><span style="font-size: medium;"><i>Mio salmone domestico</i></span><span style="font-size: medium;">, il libro più singolare e coraggioso della stagione. Ma non è il Calvino strutturalista, algido e combinatorio, del suo primo e da tempo disperso discepolato. L’ultimissima parola del </span><span style="font-size: medium;"><i>Salmone</i></span><span style="font-size: medium;"> è «struggente», presa da un altro venerato maestro di artifici come David Foster Wallace: che quell’elettricità di pensiero univa al più disarmato abbandono emotivo. E proprio un continuo, lampeggiante pantografo emotivo è la cifra di questa scrittura fatta di «acido acitilemotivico», che per anni – dal 2005 in avanti – avevamo seguito sul blog </span><span style="font-size: medium;"><i>Lumicino</i></span><span style="font-size: medium;"> (ma frammenti ne erano stati ripresi qui su </span><span style="font-size: medium;"><i>Nazione indiana</i></span><span style="font-size: medium;"> e su </span><span style="font-size: medium;"><i>Sud</i></span><span style="font-size: medium;">). Entusiasmante per poche righe al giorno quanto ardua da assecondare, una volta sottratta all’acquario digitale. Il rischio è calcolato: «io per me funziono a brevi tratti, a segmenti, a pezzi». E, anticipando il fumetto conclusivo: «è vero che sono un pesce rosso […] e quello che mi si dice lo metto nell’acquario, che vaga insieme al resto. Ricordo cose molto precise e piccole piccole, ma le cose giganti sono distratta, le perdo». Sa bene, la giovane filologa, come proprio </span><span style="font-size: medium;"><i>Pesci rossi</i></span><span style="font-size: medium;"> s’intitolassero le prose «d’arte» di Emilio Cecchi (non per caso amate da Calvino, proprio) da noi esecrate a emblema di scrittura liquida, iper-concentrata e iper-espressiva, priva però delle emozioni di quello che si chiama – con metafora infatti, a ben vedere, perfettamente anti-acquatica – </span><span style="font-size: medium;"><i>intreccio</i></span><span style="font-size: medium;">. Così si rivolge la narratrice al sardonico avatar che chissà perché a un certo punto è entrato nella sua vita, Salmone domestico appunto: «il popolo si lamenta che non abbiamo mai storie […]. Il popolo vuole intrecci e colpi di scena». Ma se Salmone è arrivato fin lì, è proprio per non farle scrivere un romanzo siffatto. Come l’Anguilla montaliana a un certo punto evocata, il Salmone vive in mare ma il richiamo d’amore lo attira in acque dolci e alvei circoscritti. «Iride breve», bellezza cangiante, sa tingere il mondo delle sue screziature. È come la (pure citata) «felicità mentale» di un memorabile titolo di Maria Corti, </span><span style="font-size: medium;"><i>voluptas intellectualis</i></span><span style="font-size: medium;"> che contempla il mondo e lo reinventa a suo piacimento. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Un po’ come in un film d’una decina d’anni fa scritto dal grande Charlie Kaufman, </span><span style="font-size: medium;"><i>Se mi lasci ti cancello</i></span><span style="font-size: medium;"> (</span><span style="font-size: medium;"><i>Eternal Sunshine of the Spotless Mind</i></span><span style="font-size: medium;">), senza posa con la forza del pensiero ogni cosa viene costruita e decostruita: così nel mondo mentale di Lumicino – «regno» minimo ma perfettamente organizzato – ogni presenza, magari in forma di «sagoma» attaccata alla parete, assurge a panteistico emblema per sparire, poi, così com’era apparsa: con uno strizzare d’occhio o un impercettibile tic linguistico. Certo, pensando alla parabola di Foster Wallace e all’apologo che ha lasciato come un testamento proprio nell’anno in cui nasceva </span><span style="font-size: medium;"><i>Lumicino</i></span><span style="font-size: medium;">, </span><span style="font-size: medium;"><i>Questa è l’acqua</i></span><span style="font-size: medium;">, chiuse le pagine di </span><span style="font-size: medium;"><i>Mio salmone domestico </i></span><span style="font-size: medium;">ci si chiede cosa mai combinerà, Pesce-Rosso, ora che ha preso il mare fuori dall’acquario. Ma per il momento si resta convinti che sì, «guardare il mondo da dietro un vetro era tutto sommato un modo buffo di esistere e di fare esistere gli altri». O, persino, «un modo struggente di stare al mondo».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Emmanuela Carbè, </span><span style="font-size: small;"><i>Mio salmone domestico. Manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa</i></span><span style="font-size: small;">, «Contromano» Laterza, pp. 149, € 12.00</span></p>
<p align="JUSTIFY"><i><strong>Una versione più breve di questo articolo è uscita su «Tuttolibri» il 27 luglio.</strong> </i></p>
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		<title>Morfologia dell&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 11:31:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuela carbé]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo racconto è un&#8217;anticipazione dal prossimo numero di SUD, in uscita nella prima decade di gennaio.] di Emmanuela Carbé Un cavernicolo, un essere primitivo vestito sempre con magliette cavallo e cavaliere. Brutto, col broncio appeso in faccia e la capacità di socievolezza di un sasso. Se non fosse che ogni tanto muove gli arti superiori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>[Questo racconto è un&#8217;anticipazione dal prossimo numero di <a href="http://www.lavieri.it/sud/" target="_blank">SUD</a>, in uscita nella prima decade di gennaio.]</p></blockquote>
<p>di <strong>Emmanuela Carbé</strong></p>
<p>Un cavernicolo, un essere primitivo vestito sempre con magliette cavallo e cavaliere. Brutto, col broncio appeso in faccia e la capacità di socievolezza di un sasso. Se non fosse che ogni tanto muove gli arti superiori per accendersi una sigaretta lo crederei un uomo della pietra, vestito con pelli di animale, disegno preistorico a muro. L&#8217;ho soprannominato tirannosauro rex, e quelle rare volte che apre bocca davvero conferma la sua natura tirannosaurica e potente, con un vocione che fa eco a settanta milioni di anni di mancata evoluzione, e un naturale rapporto diretto con le scimmie o con gli anfibi. Mi sono innamorata di tirannosauro rex una sera a casa sua, quando parlava delle mille doti politiche dei federalisti, e io per non dargli addosso non ascoltavo, catalogando mentalmente i suoi scaffali pieni di libri. Mi sono innamorata perché è il mio contrario, perché è un esemplare maschio adulto che lotta ogni giorno con la clava per il pezzo di pane che la vita gli deve, mentre io invece le cose le ho sempre aspettate dal cielo. <span id="more-13009"></span><br />
Per lui ho visto due volte batman al cinema, ho letto i libri peggiori di Coelho e Prévert, sono andata a una conferenza di federalisti trasversali. Ho guardato per un mese i documentari di history channel.<br />
Tirannosauro rex è appena stato assunto a tempo indeterminato agli uffici del comune e continua a dirmi che anche io dovrei muovermi e smetterla con quello stage non retribuito, che dovrei andare a vivere in una casa più grande del mio monolocale, progettare qualcosa per la mia vita, sistemarmi, pensare ad un futuro tranquillo. Io però il mio futuro l&#8217;ho già pensato, ed è per questo che ogni giorno allo specchio compongo discorsi, e scrivo lettere non spedite per spiegargli a parole semplici quello che vorrei dirgli. Ma cosa vorrei dirgli, con esattezza? Io l&#8217;amore non lo conosco, non so nemmeno cos&#8217;è.<br />
Giovedì pomeriggio esco con la mia borsetta piena di lettere non spedite e incontro tirannosauro davanti al duomo. È a braccetto con una ragazza. Lì per lì non mi si spezza neanche il cuore, rimango piuttosto fissa e sorridente con il pilota automatico interiore. Non mi sottraggo alle presentazioni, quando mi allontano butto le lettere in un cestino differenziato come se stessi buttando del latte scaduto.<br />
Sto sveglia tutta la notte e decido che la mia vita deve cambiare. La mattina vado a comprare un divano biposto, una minicucina di legno più spese di spedizione, una libreria in legno grezzo e una tavolo da muro che si alza e si abbassa. Appena dopo la cassa trovo un negozietto svedese che vende salmone affumicato e ne compro mezzo chilo. C&#8217;è anche il libro mille modi per cucinare il salmone, centodieci pagine di ricette a tu per tu con un salmone svedese. Lo faccio mio. Uso tutto il pomeriggio a studiarmi le istruzioni per la composizione della libreria, prendo appunti e preparo il martello e le viti, unisco i pezzi e in meno di tre ore è completa, al muro, in tutta la sua bellezza. Ci prendo gusto, sento per la prima volta di aver costruito con le mie mani una cosa solida, vera, concreta. La notte non chiudo occhio, continuo a pensare alla mia nuova libreria. Mi alzo e vado a provarla, ci appoggio sopra un libro, un vaso, un cuscino, eppure sento che manca qualcosa. Un senso di inquietudine mi fa pensare e ripensare. Prendo il catalogo e sfoglio. C&#8217;è una libreria in legno chiaro, costa come quella che ho comprato. Ravvicino la pagina al muro. È perfetta.<br />
Il giorno dopo mi decido e torno là. Eccola in tutta la sua bellezza, la mia prossima nuova libreria. È mia, metto i pezzi sul carrello. Già che ci sono prendo un comodino e anche un tavolo da lavoro. Un tavolo da lavoro è indispensabile per costruire il proprio fortino. Prendo anche un set di martelli e chiodi, per quando arriva la cucina. Voglio staccarmi dal mondo e sentirmi protetta con i miei nuovi mobili colorati. Sento all&#8217;improvviso un incontenibile desiderio di costruire anche un armadio. Passo un altro pomeriggio a incastrare e martellare. La mia casa è piena di cartoni, viti e bulloni.  Sul sito internet ho trovato un letto a soppalco, sono andata subito a prenderlo. Nel frattempo è arrivata la cucina, l&#8217;ho montata ma ho dovuto spostare una delle librerie al centro della stanza.<br />
Il letto a soppalco non ci sta, ho fatto male i conti con il soffitto. Allora ho attaccato le colonne portanti su un muro e il letto è in verticale, di petto alla cucina.<br />
Progetto una parete attrezzata su due muri accanto alle librerie, penso ad un parquet per il soffitto.<br />
Domenica sera è tutto più difficile. Mi sono incastrata in mezzo alla stanza cercando di collegare i tubi della cucina. C&#8217;è qualcosa che non va nelle istruzioni, perché l&#8217;acqua cade dai tubi e allaga la stanza. Seduta sul letto aspetto. Il mezzo chilo di salmone svedese è a pezzi e galleggia per casa. Barricata con l&#8217;acqua alla gola chiamo tirannosauro rex per dirgli che lasci tutto l&#8217;amore di questo mondo e si prenda per sempre cura di me. Che venga a prendermi in casa e con la clava spacchi tutto il legno che ho costruito attorno, e si prenda cura di me. Ma tirannosauro rex non risponde, come non aveva risposto alle lettere nel cestino differenziato, non risponde perché non capisce e non sente, non sente, e forse meglio così.</p>
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		<title>Comizi d&#8217;amore o anche Amor ti vieta o anche Il mio ragazzo ha spento il telefono.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Sep 2008 07:25:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amor de lonh]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuela carbé]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Il brano è tolto dal blog di lumicino. ] di Emmanuela Carbé Ipotesi: sul perché non vorrei sposarmi. Le mie note preferite sono il do e il sol. Ho anche una chitarra che si chiamava gipippa prima che i comitati leninisti dopo un&#8217;irruzione a casa mia mi hanno fatto notare che la walt disney [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333399;">[ Il brano è tolto dal blog di <a href="http://lumicino.splinder.com/" target="_blank">lumicino</a>. ]</span></p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Courier New; color: #333300;"><strong></strong></span></p>
<p>di <strong>Emmanuela Carbé</strong></p>
<p>Ipotesi: sul perché non vorrei sposarmi.</p>
<p>Le mie note preferite sono il do e il sol.<br />
Ho anche una chitarra che si chiamava gipippa prima che i comitati leninisti dopo un&#8217;irruzione a casa mia mi hanno fatto notare che la walt disney è una società capitalista e che non potevo chiamare un oggetto con il nome della macchina di indiana pipps. La mia chitarra era normale prima che un mio amico, convincendomi che era capace di accordarla, la fece monca tirando così tanto un piolino da far saltare una corda. La fu mao-gipippa-tung, in ciliegio tutta, giace impolverata vicino alla libreria ed è il simbolo supremo di due cose: il capitalismo, a lunghe distanze, perde sempre; le velleità giovanili, a lunga distanza, si sopiscono.<span id="more-7879"></span> Ho fatto un corso di chitarra spagnola con la signora Zapatera, mi considerava così talentuosa che alla quinta lezione mi ha detto: hai una bella voce, perché al posto di venire qui non vai a farti un bel corso di canto?<br />
Le note sono più importanti dei segni zodiacali per capire le affinità di coppia. Io non potrei mai innamorarmi di uno che dice che la sua nota preferita è il mi. È talmente vera questa teoria che quelli che vanno a sposarsi invece di dire voglio passare la mia vita con te, amore mio, rispondono al sacerdote di turno, o al sindaco, o chi per esso, con un sibilante sibillino SI collettivo. Qualche manciata di minuti prima i due sposini sono entrati in differita con una marcia nuziale, la maggior parte dei casi scelta senza nessuna cognizione di causa, come dire “ci sposiamo sul solco della tradizione, cara, e non sappiamo neanche cosa stiamo ascoltando”. Alcuni sposi fanno anche lo sforzo di cercare un&#8217;originale alternativa al classico pa-para-pa&#8212;pa-paaa-rapa, come dire “caro, non ci sposiamo sul solco della tradizione, facciamo consapevolmente i diversi, salvo riservarci il resto della vita monotono e uguale come tutti gli altri”. Allegria. Questo è un buon motivo per cui non mi sposerò mai: il <em>si</em> che dovrei pronunciare, come il mi, proprio non lo sopporto.</p>
<p>Tesi: Per un&#8217;analisi parziale all&#8217;istituzione dell&#8217;amore contrattuale.</p>
<p>Un mio amico ha criticato il titolo della mia tesina di laurea che iniziava con la preposizione articolata “sul”. Diceva che <em>su</em> e <em>per</em> sono un retaggio degli anni sessanta, che in quegli anni tutti gli scritti accademici apparivano in questa modalità: <em>Sui salmoni che giacciono nelle discariche abusive</em>; <em>Sui pesci neorealisti e le organizzazioni internazionali laiche troppo laiche</em>, <em>Per un commento alla peste bubbonica manzoniana apparsa sui salmoni lombardi nel Seicento</em>.<br />
Non sono in grado di dire se questo sia storicamente vero o no, ma per non essere condannata di attentato all&#8217;economia narrativa tralasceremo il problema.<br />
L&#8217;istituzione dell&#8217;amore, come tutti sappiamo, è arrivata con la rivoluzione francese. Prima le cose erano molto più facili, ci si sposava perché non si poteva fare altro, perché non c&#8217;era maria de filippi alla televisione, perché i matrimoni erano combinati. Oggi come oggi abbiamo fatto un grande salto di qualità, i matrimoni se li combinano i diretti interessati, che si costringono da soli alla finzione dell&#8217;innamoramento perpetuo, o al comune accordo di tenerezza senza fine, per guadagnarsi una vecchiaia socialmente accettabile. Nessuno si scandalizzi di questo: c&#8217;è solo una cosa peggiore della morte, cioè la morte in compagnia della solitudine. Inutile dire che per salvaguardarsi non si deve puntare sulla longevità del compagno. La vedovanza è una questione di statistica e probabilità. In molti casi si punta sui figli, che nel momento in cui ci sono dovrebbero (salvo casi brutali) stare vicino ai genitori.<br />
Credo che sia necessario andare a monte della questione, non basando le nostre tesi su ciò che possiamo dire a proposito del matrimonio in sé, crisi del primo secondo decimo ventesimo anno, calo di desiderio, monotonia della quotidianità, e il marito che non vuole accompagnarti al centro commerciale e la moglie che ti usa troppo la carta di credito e il marito che si fa l&#8217;amante e la moglie che si fa l&#8217;amante e il dimenticarsi perché si sta insieme e negare negare negare e lasci la tavoletta alzata e non mi aiuti nelle faccende domestiche e i figli che devono fare sport e il mutuo e il lavoro che ti porti a casa e ho sacrificato i miei interessi e ritardi sempre la sera e quante cene di lavoro e i tuoi amici mi odiano e chi è quella segretaria e chi è quel tuo personal trainer eccetera eccetera. Questo è il campo delle possibilità da lasciare ai registi e agli scrittori italiani, ed è soprattutto il campo dell&#8217;intimità di ognuno, che non possiamo giudicare da fuori. Anche perché poi arriva sempre quello che dice che nonostante tutto, nonostante queste tristezze di ogni giorno, capita quella volta che ci abbracciamo e allora sento quanto sono fortunato barra fortunata. Certo, anche uno che si martella la testa tutto il giorno e a un certo punto si ferma perché ha il braccio stanco si sente all&#8217;improvviso meglio.<br />
La nostra tesi allora, senza scomodare esempi pratici e sparare sulla crocerossa, può essere formulata a partire da una domanda teorica basilare: quante volte ci innamoriamo nella vita?<br />
Io dico almeno una volta alla settimana. Ma per chi lavora a casa, o per chi è più impegnato di me, magari una volta al mese. Allora è bene fare una ricerca sociologica, su un campione di diecimila o ventimila persone, e sapere da loro di quante persone si innamorano per strada, al bar, sul lavoro. Poi c&#8217;è quello che dirà ma io non mi innamoro proprio di nessuno, io sono felicemente fidanzato da due giorni e non guardo le altre. Certo, ho contemplato anche questo caso, che avviene quando la persona spegne i suoi occhi, le antenne che spuntano dalla testa vengono riabbassate e non vengono più captati gli stimoli dall&#8217;esterno. Noi tutti siamo animali narrativi. Questo vuol dire che chi più chi meno crea delle piccole storie mentali basandosi sul “come sarebbe se&#8230;”, “ma se mi comportassi così&#8230;”, “cosa avverrebbe nel caso in cui&#8230;”.<br />
C&#8217;è chi le fa elaborate, con tanto di citazioni letterarie (“ma come può leggere, se l&#8217;aria è già sì&#8230;”), chi più platoniche (ah, se solo potessi condividere la mia narratività mentale con la sua, in questo connubio di narratività inespresse), chi a luci rosse (censurato).<br />
Se ognuno di noi mettesse in pratica per un attimo tutto quello che gli passa per la testa il mondo sarebbe finito. Nessuno si sposerebbe, i figli non avrebbero genitori e non crescerebbero nella culla perbene e perversa della famiglia. Il mito del ti amo per sempre va alimentato con la fatica di tutti i giorni, con qualche bugia, con qualche film di kevin costner ma più in generale con mediaset.<br />
La pratica di dosare le nostre narratività nel mondo reale è quindi una pratica per salvarci dal caos.<br />
Tutti quelli che non sanno amare in questi modi, che non riescono a pensare che un giorno dovranno lasciare definitivamente le loro narratività a favore di un&#8217;unica sola persona, coloro che non si calano nell&#8217;illusione che c&#8217;è una persona al mondo che se venisse sezionata combacerebbe con la nostra metà. Tutta questa gente fa parte di un limbo pericoloso.<br />
Considerazioni così potrebbero far pensare ai più nichilisti che è l&#8217;amore e non il matrimonio il vero problema, perché è l&#8217;amore che non conosciamo, il termine sta lì e lo usiamo per tante cose senza sapere mai di cosa stiamo parlando. Sappiamo solo che ci serve a definire qualcosa di nebuloso che unisce istinti bassi a sovrastrutture etiche e sociali. Paure a desideri, palpitazioni di cuore ad altre palpitazioni, necessità individuali a solidarietà tra esseri umani. Chi dice che l&#8217;amore salverà il mondo non sa neppure di cosa sta parlando. L&#8217;amore, se noi lo conoscessimo veramente, ci ricorderebbe una volta in più quanto siamo pericolosi sulla terra.<br />
Con queste premesse per niente ottimiste l&#8217;istituzione del matrimonio in realtà si salva, perché se interpretato in termini seri e meno velleitari, in termini contrattuali voglio dire, risulta un buon compromesso grazie al quale dare un ordine e un significato alle nostre picciole vite.</p>
<p>E ora una canzone allegra sull&#8217;amore nella sua prima fase (da cantare in piedi e pensando ad una coppia qualsiasi dopo quindici anni di matrimonio):</p>
<p>Aspetti signorina le dirò con due parole<br />
chi sono, chi sono e che faccio,<br />
come vivo, vuol?<br />
Chi son, chi son? Son un poeta<br />
che cosa faccio? Scrivo,<br />
e come vivo vivo.<br />
In povertà mia lieta<br />
da gran signore<br />
riverimmi d&#8217;amore<br />
per sogni e per vivere<br />
e per castelli in aria,<br />
l&#8217;anima mia d&#8217;aria&#8230;<br />
Dolor dal mio forziere<br />
rubandoti i gioielli<br />
due ladri gli occhi belli<br />
v&#8217;entrar con voi pur ora<br />
e i miei sogni usati<br />
e i miei sogni miei<br />
e tosto si dilegua<br />
ma il furto non m&#8217;accora<br />
poiché, poiché v&#8217;ha preso stanza<br />
la speranza.<br />
Or che mi conoscete<br />
parlate voi<br />
de&#8217; parlate, chi siete?<br />
Vi piaccia dir.</p>
<p><strong>Su Nazione Indiana è stato pubblicato anche il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/08/14/trittico-del-salmone-domestico/">trittico di salmone domestico</a>.</strong></p>
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		<title>Trittico di salmone domestico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/08/14/trittico-del-salmone-domestico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Aug 2008 06:10:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuela carbé]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lumicino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Emmanuela Carbé [ I testi sono tolti dal blog di lumicino. D.P. ] 133. Catalogo delle stelle salgo su re teodorico per svuotarmi con due dita la testa e da lì sopra mi arrampico sul mio posto che è davanti a tre alberi da cimitero che lasciano un ritaglio a ponte pietra-casa di carla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/jeff-koons-pink-panther-1988.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-7151 aligncenter" title="jeff-koons-pink-panther-1988" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/jeff-koons-pink-panther-1988.jpg" alt="" width="220" height="400" /></a></p>
<p align="justify">di <strong>Emmanuela Carbé</strong></p>
<p><small>[ I testi sono tolti dal blog di <a href="http://lumicino.splinder.com/" target="_blank">lumicino</a>. D.P. ]</small></p>
<p align="justify"><span style="color: #ff6600;">133.</span> <strong>Catalogo delle stelle</strong></p>
<p>salgo su re teodorico per svuotarmi con due dita la testa e da lì sopra mi arrampico sul mio posto che è davanti a tre alberi da cimitero che lasciano un ritaglio a ponte pietra-casa di carla fracci-duomo, mentre a destra il mio san giorgio, i miei tetti di casa rossi, il mio fiume. arriva mio salmone domestico che si arrampica vicino a me, si incrocia ai miei pensieri e mi dice che se avesse un telescopio per medici mi visiterebbe perché non mi vede bene. Il mio problema, penso osservando gli omini che vanno su e giù per il ponte, il mio problema è che mi piacciono gli oggetti. Così quando ho visto quell&#8217;oggetto che hai sul tavolo io mi sono innamorata di te e di te tutto. Mi innamoro quando vedo le librerie degli altri perché traccio un percorso di significati passati che sono tutta la storia di un uomo. Così, di tutta questa felicità mentale, mi rimane solo l&#8217;idea, un significante, un oggetto che gira.<span id="more-7140"></span> Io in altri modi non so amare, per me l&#8217;amore è tangibile e a volte porta l&#8217;etichetta lavare a mano. e quando guardo nel cielo tutto il catalogo delle stelle abbasso gli occhi per la troppa bellezza del catalogo delle mie, tantissimi oggetti perfetti meticolosamente siglati per mese e per anno e lasciati lì sulla luna. mi ricompongo cercando il decumano. francesi e romanzi americani, rispettivamente mattina e sera. è il responso di mio salmone domestico. una volta al dì, per dieci giorni. e tra dieci giorni, mi dice, basta harmony su lumicino: avventurose fresche avventure.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">122.</span> <strong>Contro Lévi-Strauss</strong></p>
<p>Ero appena uscita dalla casa monolocale con soffitto a navata singola a due vele incrociate che c’era lui che mi inveiva contro e diceva che ho due mani funzionanti ma un cervello di gallina, un cervello che ha il nocciolo così, e mi faceva segno, così piccolo.<br />
così piccolo, ripetevo nella testa, come una noce di quelle che non si aprono, ma le mani, invece, quelle funzionano, e chissene, mi dicevo, ma il cervello? così mi ripetevo e mi si avvicina una cosa strana, di un rosa strano, che non riesco a definire nei suoi contorni e a descrivere nella sua materia. una cosa che potrebbe essere una noce, due mani incrociate a palla, una matassa, e mi viene in mente che forse è mio salmone domestico, mio salmone accantonato per fare spazio all’altro, igiene del sonno, studio che aspiri a un metodo, evasioni programmate in funzione del metodo.<br />
dico a salmone che secondo me l’amore ai tempi delle funzioni di propp doveva essere potente e complicato, perché le persone per dirsi ti amo potevano usare le formule chimiche, e non come ora, e allora, gli dico, con le frecce e l’alfabeto maiuscolo e minuscolo, con i simboli, l’eroe lasciava la sua terra e senza temere il passato, quello che aveva fatto di sbagliato, andava contro il drago e tornava nel regno e baciava la principessa, freccetta in basso ipsilon ics alla seconda eccetera, freccetta in alto, in alto i cuori.<br />
e così, mentre mi rendo conto di non saper più parlare a mio salmone domestico, mentre cerco la formula esatta per dirgli qualcosa, e lui zitto zitto, tu sommergi da un angolo oscuro della mia mente e mi pensi: ti penso nelle tue fattezze di oggi, password di accesso alla mia casella postale e nient’altro.<br />
devo cambiarla prima o poi, mi dico, prima di dimenticare anche il nome.<br />
senza emozioni lo dico, come le signore che spazzano via le foglie sull’androne di casa, in quel paese di collina che è dell’infanzia.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">97.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Premessa<br />
</strong>
</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Sua Maestà?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Dimmi salmone.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ci sarebbe il Federalista Trasversale che chiede udienza.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ha ripetuto ad alta voce in obliquo Viva Marx, Viva Lenin, Viva Mao Tse Tung?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Thun?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Tung.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Sì Maestà.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">L&#8217;udienza è accordata.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Il fatto.</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Sulla torre più alta si avvicina in obliquo il federalista trasversale. Con la faccia in obliquo e la bocca in obliquo mi dice buongiorno, e io rispondo buongiorno. Allora, gli dico, corre voce che avvocato vuole farti entrare nelle storie di salmonedomestico. Federalista trasversale tace. E cosa vorresti fare, nelle storie di salmone domestico, eh? Sentiamo. Vuoi parlare di politica? Troppo tardi, ci sono già i comitati leninisti. Vuoi parlare del mondo? Niente da fare, c&#8217;è già madrelinguaspagnola. Come? Di sport? E sagoma di gattuso cosa credi che ci stia a fare? Di teatro magari, sì, poi lo spieghi te alla Duse. Di grandi princìpi? Ci basta canebianco. Di tristezza? E secondo te perché ho un salmone domestico? No, fammi indovinare. Anche te vuoi parlare di amore. Eh? Vuoi parlare di amore? Cos&#8217;è, ci avete scambiato tutti per la versione veneta degli harmony? No, rimani in obliquo, non aprire la bocca. Visto che avvocato ti ha portato nel regno io decido che tu prendi il suo posto, e lui verrà imprigionato in una campana di vetro a sud del confine. Ti chiederai cosa devi fare, cosa faceva il fu avvocato. Niente. Parlava di Mary Poppins, si lamentava per gli spazi e i tempi lunghi. Inoltre, era un po&#8217; lento a capire le parole di salmonedomestico, sai, quelle persone che bisogna dirgli le cose due volte. Sai, quelle persone che bisogna dirgli le cose due volte.</p>
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