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	<title>Endimione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Troppo tardi per non credere in Dio. Lilith, di Davide Nota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Oct 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Nota]]></category>
		<category><![CDATA[Endimione]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[Lilith]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Sossella]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Guàtteri]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; In questi giorni esce nelle librerie Lilith, primo romanzo di Davide Nota -scritto tra il 2015 e il 2019-. «C&#8217;è, subito, il sentimento di una profondità. Il bisogno di aprire ferite» ebbe a scrivere Roberto Roversi in un commento ad una delle primissime pubblicazioni di Nota, e lo stesso appunto allarga la sua ombra sino a Lilith, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/70964342_1096468040551625_2643489054280122368_o-746x1024.jpg" alt="" width="592" height="805" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni esce nelle librerie <em>Lilith</em>, primo romanzo di Davide Nota -scritto tra il <span style="letter-spacing: 0.05em;">2015 e il 2019-. «C&#8217;è, subito, il sentimento di una profondità. Il bisogno di aprire ferite» ebbe a scrivere Roberto Roversi in un commento ad una delle primissime pubblicazioni di Nota, e lo stesso appunto allarga la sua ombra sino a <em>Lilith, </em>diventandone l&#8217;ennesimo incipit: «[&#8230;] </span>Il testo mi ricorda che non sempre nell&#8217;inferno c&#8217;è soltanto il fuoco.»</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="letter-spacing: 0.05em;">Le formule con cui la letteratura italiana attraversa oggi la narrazione della meccanosfera sono spesso sovraffolate di catastrofi. <em>Stanche catastrofi</em>. Ecco perché il mosaico di appunti che Davide Nota ha voluto capovoltare in romanza è una lettura decisiva, e lo è in quanto</span> dichiara l&#8217;inattualità di ogni momento storico, e quindi l&#8217;invasamento dei tempi, la scollatura in cui inscenare un radicale ripensamento della tecnologia come luogo di riscatto degli universi sepolti e nascituri<em>: «</em><span style="letter-spacing: 0.05em;">Il distacco finale dell’occhio dalla carne umana. È diventato un uovo, l’occhio, da deporre tra le pieghe della sorgente.». Oppure: </span><em>«</em><span style="letter-spacing: 0.05em;">Si torna alla figura dell’ebreo errante, dentro la storia come corpo (di schiavo) eppure mai come spirito (libero). Il tempo che egli attraversa, non l’ha mai contenuto. Per questo non può esistere in nessuna dialettica (e dunque in nessuna avanguardia). E il suo ritorno non si svolge a ritroso.»</span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma decisiva lo è anche in quanto contravviene all&#8217;impiego della tecnologia per stuccare i mancamenti della pagina, le sempre più insistite defezioni rispetto all&#8217;imporsi di linguaggi <em>altri</em><span style="letter-spacing: 0.05em;">. In questo senso, D</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">avide Nota sceglie di abitare in pieno quel</span><span style="letter-spacing: 0.05em;"> vibrante tracollo che è forse l&#8217;andamento proprio di ogni alfabeto nel momento della sua riscrittura: «O</span><span style="letter-spacing: 0.05em;">ggi l’antenato mi ha detto che la nostra è una crisi dell’alfabeto mentre nel nuovo mondo regnerà l’ideogramma.»  Bene che</span><span style="letter-spacing: 0.05em;"> Luca Sossella abbia saputo intuirne il fermento, e bene che il testo continui ad infittire la sua già vasta piattaforma di colloqui (alcuni nomi: Mariangela Guatteri, Alice Piergiacomi e il Collettivo ØNAR -con cui si è sviluppato un percorso di ricerca teatrale-) </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="letter-spacing: 0.05em;">«Io mi sento davvero come dice Gide (altro angelo custode del testo) nei Nutrimenti terrestri solo un lettore» mi scrive Davide durante una nostra conversazione prima dell&#8217;uscita del libro, confermandomi così quanto già vien fuori da una prima lettura: l&#8217;autore ha da essere responsabile soltanto dell&#8217;orlo.</span></p>
<p>Torneremo a parlare di <em>Lillith</em>. Per il momento, ne pubblico alcuni estratti in anteprima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>13.</strong></p>
<div class="page" title="Page 14">
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<div class="column">
<p style="text-align: justify;">Il mio nome è Brenda ma non sono sempre stata io. Ero un bambino timido. Mi chiamavo Alexander. Le generazioni passano ma il mondo è sempre lo stesso. Come uno spirito vagante egli ora vive in me. Come un ricordo. Una barca. Una bara che arde nei mari del Nord. Ho fatto l’esperienza della morte. Della mutazione lucida. Ho costruito un cerchio di pietre sul pavimento della stanza. Al suo centro ho posto una sfera dove mi osservo capovolta come nell’occhio di un ciclope. Una biglia è una biglia di smeraldo sa di terra nera e felci. Adesso suonano alla porta. È il mio omicida ma io non lo ricordo. Così farò finta di danzare, di esserne lieta. Gli offrirò un drink. Lui mi darà in mano cinque banconote. Poi mi condurrà nel piccolo corridoio in ombra dove inizierà a toccarmi spingendomi da dietro, come un breve assaggio prima del pasto finale. Eccolo, mi strangola. Ora ricordo. Uscendo dalla cucina avevo sempre la visione di un manichino bendato. Aveva un largo seno e vaste gambe da atleta. Non aveva le braccia e dall’incavo del collo si espandeva questo fungo di plastica nera che mi terrorizzava. Dal vetro della por- ta-finestra s’affacciava un gatto ed io pensavo che voleva dire la morte. La sorte. Quando iniziai a masturbarmi sognando di avere una fica era troppo tardi per non credere più in Dio. Così scelsi di avere entrambi i sessi ed entrai nella mitologia.</p>
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<div class="page" title="Page 52">
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<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>57</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il distacco finale dell’occhio dalla carne umana. È diventato un uovo, l’occhio, da deporre tra le pieghe della sorgente. L’uomo è tornato cieco, finalmente. Ha partorito il suo intelletto. Adesso non gli appartiene più. Adesso può toccare il sole.</p>
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<div class="page" title="Page 64">
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<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>76. </strong></p>
<p>(per <em>Mariangela Guatteri</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Il carro ha l’incarnata assassinata che si è persa tra le foglie da cui cade la yogin, la riassorbita. Oggi l’antenato mi ha detto che la nostra è una crisi dell’alfabeto mentre nel nuovo mondo regnerà l’ideogramma. Ma esiste un terzo livello (lei dice) in cui l’immagine viene toccata. A questo ci prepara il culto che prepariamo. Lilith tesse le felci, le piante tintinnano in coro. Lega un anello di crini al ramo giovane d’un faggio mentre un seme ad elica vola come fuggendo lontano. Era il linguaggio delle streghe quando rubavano il cavallo. È più profonda lei dice la vita senza più simboli quando l’icona non predice altro che sé stessa.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>83</strong>.</p>
<div class="page" title="Page 67">
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<div class="column">
<p>Endimione</p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="column">
<p><span style="letter-spacing: 0.05em;">I.</span></p>
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<div class="column">
<p>Tutto è raccolta. Quando l’astro eclissa</p>
<p>come un veliero l’uovo luminoso</p>
<p>da cui risorge Fanes, esistiamo.</p>
<p>E tutto è luce. O dove il caos si schiude</p>
<p>una saetta improvvisa. E il fiume scorre.</p>
<p>Qui siamo, nelle forme destinate,</p>
<p>accolti. Non io o tu ma questa palpebra</p>
<p>di luce prenatale, questa sfera</p>
<p>che ora chiami “il motivo”. È come un sogno dove</p>
<p>non scisso ma infinito il flusso</p>
<p>di energia e materia pervade il fine.</p>
<p>E dunque nasce. Un grattacielo ha occhi</p>
<p>di fuoco e mille pensieri. Il pianeta</p>
<p>è in fiamme. Io contemplo lo sbocciare degli eventi</p>
<p>come rivelazione. È un vento tiepido di marzo</p>
<p>nella notte fatale, dove tutto accade.</p>
<p>I lampioni esalano sangue. Il seme.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 77">
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<div class="column">
<p><strong>95.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Yggdrasill è addobbato. Prende fuoco, si spezza. Le luci erano dolci ma non furono risparmiate dall’evento sterminatore. Gli infissi cedono. Una fotografia, una foglia di ippocastano, una mano serrata di cadavere è un guscio vuoto che affonda nella terra nera. Siamo giunti allo specchio di noi stessi che sono tutte le cose nella solitudine in cui svanisce la menzogna di credersi in un cammino. Eppure non è vero, perché anche queste sono solo parole, utili al giudizio, a chi ha una posizione. I ripugnati mangino merda quanto gli scettici! La stirpe dei terrorizzati è stupida quanto quella del lume. Ribellarsi allora signifi cava contemplare senza interpretazione il giano bifronte delle possibilità. Ma anche l’impossibile sarebbe a portata di mano se solo prendessimo atto di non essere un uno ma in uno. Non secondo nostra volontà, tuttavia, ma in Cristo, Buddah e Allah nostri signori e nella figlia loro e sposa ventura Fatima, vale a dire lo spirito santo, vale a dire la Maddalena madre Maria degli universi sepolti e nascituri.</p>
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