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	<title>Ends of poetry &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La poesia come esercizio d’estraneità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2019 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Gian Maria Annovi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Il testo che segue è stato incluso nell&#8217;antologia curata da Gian Maria Annovi e Thomas Harrison Ends of poetry per la rivista &#8220;California Italian Studies&#8221;, Volume 8, Issue 1, 2018] Non credo troppo alla fine della poesia, anche se tutto prima o poi finisce, a partire dal sole stesso, che come tutte le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-78951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-300x200.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Pagione-2015.jpg 1736w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Il testo che segue è stato incluso nell&#8217;antologia curata da Gian Maria Annovi e Thomas Harrison <em><a href="https://escholarship.org/uc/ismrg_cisj/8/1">Ends of poetry</a> </em>per la rivista &#8220;California Italian Studies&#8221;, Volume 8, Issue 1, 2018]</p>
<p>Non credo troppo alla fine della poesia, anche se tutto prima o poi finisce, a partire dal sole stesso, che come tutte le stelle dell’universo ha una data di scadenza. Non ci credo, perché esattamente come facevo io più di vent’anni fa con un poeta più vecchio e affermato di me, oggi un giovane trentenne mi spedisce il suo primo libro, o delle sue poesie inedite, nella speranza che io gli fornisca un mio giudizio o le pubblichi sulla rivista in rete a cui collaboro. Più di vent’anni fa non c’era la rete, e tutte le riviste erano cartacee, e inoltre era un poco più facile capire chi fosse o meno un poeta affermato nell’ambito della poesia.<span id="more-78685"></span> A parte questo, non credo che il numero di persone interessate o preoccupate per la sorte della poesia fosse molto maggiore di quello attuale. Inoltre, non credo che la poesia sia giunta al capolinea, perché la reputo una pratica antropologica molto importante, forse troppo importante perché si possa estinguere facilmente. Una pratica antropologica apre delle possibilità umane d’azione e comprensione del mondo anche se è una pratica minoritaria, di piccoli gruppi di persone. Ciò che davvero conta in una pratica antropologica, seppure di minoranza, non è l’alto numero di persone che la praticano in un momento storico dato, ma la sua capacità di trasmettersi da una generazione all’altra. Misteriosamente, contro tutte le diagnosi catastrofiche, la poesia, in una forma plurale, incerta, in perpetua evoluzione, continua a trasmettersi alle nuove generazioni. Questa pratica è connessa a una particolare esperienza della lettura: chi legge poesia, ad esempio, è disposto a leggere anche delle cose che <em>non </em>capisce. Il giorno in cui tutti pretenderanno di capire esattamente cosa stanno leggendo, la poesia e la filosofia saranno davvero morte. Questa capacità di sopportare forme oscure di comunicazione verbale è connessa con una particolare esperienza estetica e cognitiva: il distacco dal linguaggio così come si presenta nella funzionalità ordinaria della comunicazione. Non che la poesia non sia una forma di comunicazione linguistica, ma lo è a partire da questo distacco, da questa estraneità, da questo divenire opaco del linguaggio. Questa esperienza, suscitata dalla lettura, è poi nuovamente riattivata attraverso la scrittura. Ma questa sospensione dell’ordinaria comunicazione (nell’ascolto-lettura e nel parlato-scrittura) apre a un’esperienza ulteriore, che è lo scollamento del vedere con il dire, della cosa con il suo nome. La poesia, allora, tra le altre cose ha questo scopo: favorisce un esercizio di estraneità nei confronti del mondo storico in cui si vive, e della lingua che si è ereditata dalla propria cultura.</p>
<p>*</p>
<p>Foto dell&#8217;autore: <em>Pagine</em>, 2015.</p>
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