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	<title>energia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come un sisma senza precedenti ha svelato un “sistema irresponsabile rispetto all&#8217;energia atomica” senza precedenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 17:08:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di SHIOYA Yoshio giornalista scientifico traduzione di Laura Napolitano e Andrea Raos [Testo tratto da qui, apparso il 15 marzo scorso.] “Sommando i dispositivi a prova d&#8217;errore che mettono in conto sia l&#8217;errore umano sia il guasto meccanico, e le multiple protezioni, nonché il rispetto di piani anti-sisma quasi eccessivi, è improbabile che in una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>SHIOYA Yoshio</strong><br />
giornalista scientifico</p>
<p>traduzione di<strong> Laura Napolitano</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>[Testo tratto da <a href="http://www.fsight.jp/article/10319">qui</a>, apparso il 15 marzo scorso.]</p>
<p>“Sommando i dispositivi a prova d&#8217;errore che mettono in conto sia l&#8217;errore umano sia il guasto meccanico, e le multiple protezioni, nonché il rispetto di piani anti-sisma quasi eccessivi, è improbabile che in una centrale nucleare giapponese si verifichino casi come Three Mile Island o Chernobyl.” Il mito della sicurezza dell&#8217;energia atomica, di cui si vantavano la TEPCO [Tokyo Electric Power Company] e il Ministero dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria e acriticamente accettato dai mass-media, è miseramente crollato. Alla centrale di proprietà della TEPCO Fukushima I, dopo il terremoto (magnitudo 9.0) e lo tsunami che hanno colpito il Tôhoku, sta avendo luogo la graduale fusione dei nuclei e, benché si sia presa la decisione radicale di riversare acqua marina nei reattori, non si è ancora arrivati al loro raffreddamento, arresto e stabilizzazione. Quel che è peggio, gli abitanti dei dintorni, già duramente provati dal violentissimo terremoto, sono tutt&#8217;ora costretti a vivere da sfollati, con gravi disagi.<br />
<span id="more-38478"></span><br />
<strong>1. La fusione del nucleo è un “problema strutturale”.</strong><br />
Nella centrale Fukushima I ci sono sei reattori. Al momento del terremoto, i reattori 4, 5 e 6 erano soggetti alla periodica revisione, per cui erano inattivi. I reattori 1, 2 e 3, che erano invece in funzione, hanno tutti subito la fusione del nucleo, e non si riesce a fermarne nemmeno uno. Nel caso del reattore 2, è stato danneggiato anche l&#8217;edificio di contenimento, ultima difesa a contenere il materiale radioattivo, rendendo quindi non inverosimile che si verifichi il peggio. Sia la TEPCO che gli addetti alla sicurezza sul posto, nonché gli studiosi che hanno analizzato l&#8217;incidente sia dalla televisione che di persona, parlano “come se” di questa tremenda situazione la causa sia un terremoto di entità al di là delle previsioni. Implicitamente, instillano nell&#8217;opinione pubblica l&#8217;idea che, dato che si è trattato di un terremoto di violenza eccezionale, l&#8217;esplosione dell&#8217;idrogeno, la fusione dei nuclei e la fuga in massa della popolazione fossero inevitabili e che non sia possibile tenere sotto controllo Madre Natura. È stato affermato che una misura estrema quale l&#8217;emissione controllata (<em>venting</em>) di idrogeno contenente radioattività, per quanto poca, abbia avuto successo, e i media riportano questa affermazione senza alcuna verifica. Dal punto di vista di un&#8217;impresa che si assume l&#8217;obbligo della sicurezza, è una “vergogna assoluta” il fatto che gas continuino a fuoriuscire senza che si riescano a tenere sotto controllo né il livello dell&#8217;acqua di raffreddamento né la pressione interna. E lascia senza parole la morbidezza dell&#8217;atteggiamento dei media. In questo stesso terremoto, alla centrale di Onagawa gestita dalla Tôhoku Electric Power Company, colpita in misura ancora maggiore di quella di Fukushima, i tre reattori sono stati fermati, raffreddati e messi in sicurezza. Di conseguenza, non si può non pensare che la fusione dei nuclei dei tre reattori della centrale Fukushima I gestita dalla TEPCO sia dovuta a un problema strutturale.</p>
<p><strong>2. Uno tsunami non imprevedibile.</strong><br />
In realtà, già cinque anni fa era stato detto che la centrale Fukushima I di TEPCO non era resistente agli tsunami e che vi era il rischio di fusione dei nuclei. Non c&#8217;era niente di imprevedibile. Qualcuno aveva già detto che gli tsunami per cui era stata pensata Fukushima I, che rientrano nella classe del Grande Terremoto Cileno [22 maggio 1960, N.d.T.], a causa dell&#8217;onda d&#8217;urto avrebbero reso impossibile il pompaggio dell&#8217;acqua di mare necessaria al raffreddamento: in merito alla possibilità che l&#8217;arresto del pompaggio dell&#8217;acqua dovuto all&#8217;impatto dello tsunami potesse provocare la fusione del nucleo vi era stata, nel 2006, un&#8217;interrogazione parlamentare da parte del deputato del Partito Comunista YOSHII Hidekatsu. NIKAI Toshihiro, all&#8217;epoca Ministro dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria, aveva promesso che sarebbero state prese le misure necessarie, ma di fatto la TEPCO non ha apportato alcuna miglioria all&#8217;impianto. Dalla regione era anche giunta alla TEPCO una richiesta scritta di intervento, per cui è impossibile che non fossero al corrente di una “notifica di rischio” di fusione nucleare legata a uno tsunami. Destano ammirazione le loro doti attoriali se si pensa che hanno affermato con aria innocente che tutta la colpa del disastro è di un terremoto di entità non prevedibile, malgrado l&#8217;assoluta evidenza del contrario.<br />
Non è ancora chiaro se il guasto ai sistemi di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3 sia dovuto all&#8217;interruzione nel pompaggio dell&#8217;acqua di mare, come era stato detto dall&#8217;On. Yoshii, oppure a un guasto all&#8217;alimentazione elettrica esterna su cui si sta concentrando la TEPCO, o alle due cose insieme. La TEPCO non fornisce alcuna spiegazione – né alcun giornalista gliela chiede – in merito al fatto che sono fuori uso i motori diesel d&#8217;emergenza e che si rivelano inadatte anche tutte e tre le pompe d&#8217;acqua ad alta pressione. Ma che si tratti di inadeguatezza o non funzionamento, queste sono comunque conseguenze, non cause. In merito invece alle cause di questo incidente nucleare che sta seminando l&#8217;inquietudine in tutto il Paese, i soggetti coinvolti non dicono nulla, i media non glielo chiedono, gli enti preposti al controllo non compiono verifiche. Questa connivenza non è forse la principale causa dei timori che il nucleare giapponese reca con sé?</p>
<p><strong>3. Le negligenze della TEPCO nel “controllo retroattivo”.</strong><br />
Nel 2007, a causa del terremoto di Chûetsu, nella prefettura di Niigata, fu decisa la chiusura temporanea dei reattori della centrale di Kashiwazaki-Kariwa di proprietà della TEPCO. Anche in quella occasione, la TEPCO espresse il proprio malcontento perchè la notizia dell’incendio al trasformatore di tensione esterno era stata data con troppa enfasi e perchè era stata recepita in maniera esagerata, fino a parlare di danni al nucleo del reattore. Una parte dei mezzi di informazione, recepito il messaggio, lanciarono un salvagente alla TEPCO che spingeva per una rapida riapertura della centrale, stimando bassi i danni subiti. In realtà, la centrale di Kashiwazaki-Kariwa aveva subito con il terremoto una sollecitazione 3,6 volte più alta rispetto al carico previsto nel progetto. Benchè fosse stata registrata un’accelerazione gravimetrica di oltre 1000 gal (il gal è l’unità di misura dell’accelerazione: a Kashiwazaki-Kariwa il progetto prevedeva un’accelerazione massima di 300 gal), le registrazioni più dettagliate dell’evento sono svanite nel nulla. Perchè? L’anno prima del terremoto di Chûetsu, si era provveduto, dopo 25 anni, ad una revisione delle direttive antisismiche per le centrali nucleari. Uno dei punti di forza era il cosiddetto “controllo retroattivo” (<em>back check</em>), ovvero una verifica, sulla base delle nuove regole antisismiche, non solo delle centrali di nuova costruzione ma anche di quelle già esistenti. Le nuove regole stabiliscono che si debba procedere a un controllo completo delle faglie in prossimità dei siti delle centrali, ipotizzando le oscillazioni dovute al terremoto e così fissando la necessaria antisismicità. La TEPCO tuttavia non ha compiuto questa minuziosa indagine della faglia che si trova proprio davanti al sito dove poi è occorso il terremoto di Chûetsu, trascurando di fatto di compiere il controllo retroattivo richiesto.<br />
Non risulta che la Commissione Nazionale di Sicurezza sul Nucleare e l&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale l&#8217;abbiano biasimata con particolare vigore per questo. Ancor più alla radice, l&#8217;esistenza stessa di nuove direttive antisismiche è di per sè sospetta. Sei su dieci dei terremoti di magnitudo superiore a 4 che si verificano nel mondo hanno per epicentro i dintorni del nostro piccolo arcipelago. Il Giappone è il Paese sismico per eccellenza, ma le sue direttive antisismiche non riflettono le valutazioni di rischio che provengono dalla comunità scientifica, dando invece la priorità assoluta alle esigenze del settore industriale. L&#8217;esempio più clamoroso di questo è il fatto che l&#8217;oscillazione sismica prevedibile qualora non sia determinato l&#8217;ipocentro è equiparata a quella di un terremoto con epicentro sottostante di magnitudo 6.8. Come terremoto in cui una faglia non determinata ha provocato forti oscillazioni c&#8217;è quello che colpì nel 2000 la parte occidentale di Tottori; come esempio di terremoto che ha provocato enormi danni in seguito allo spostamento della faglia sulla fascia costiera c&#8217;è invece il Grande Terremoto di Kôbe. Nei due casi, la magnitudo fu di 7.3. Sarebbe dunque del tutto ragionevole pensare che la normativa antisismica per le centrali nucleari di un Paese a rischio sismico sia calibrata su sismi con epicentro sottostante di magnitudo 7.3. E invece, fu improvvisamente portata a 6.8. Le pressanti richieste del settore portarono nè più nè meno che a contraddire i risultati del dibattito scientifico. ISHIBASHI Katsuhiko, professore all&#8217;Università di Kôbe, si dimise da membro del Comitato scientifico in segno di protesta. Come stiano le cose per il resto della normativa, è fin troppo facile immaginarlo.</p>
<p><strong>4. Una sicurezza fittizia nata dal sostegno reciproco di governo, industria e università.</strong><br />
Controlli poco severi e regole non rigorose. Una sicurezza e una tranquillità edificate dal triangolo governo, industria e università, ovvero Ministero dell&#8217;Economia, del Commercio e dell&#8217;Industria, TEPCO e Università di Tokyo. Nella Commissione Nazionale di Sicurezza sul Nucleare, che si suppone debba svolgere un ruolo di controllo, siedono studiosi dell&#8217;Università di Tokyo, assai comprensivi di fronte alle giustificazioni delle imprese; l&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale è una sezione subordinata, un organo esterno del Ministero dell&#8217;Economia, che a sua volta è alla guida del settore dell&#8217;energia elettrica. Tra i Paesi avanzati che utilizzano l&#8217;energia atomica, non ve ne è nessun altro che abbia un sistema di controllo e di sorveglianza così contiguo al settore da controllare. Per una modifica delle regole sul controllo delle centrali nucleari, oltre ad un chiarimento sulle responsabilità delle imprese, è aperta anche la strada a uno sviluppo di imprese popolari autonome.<br />
Anche per dare impulso a tutto questo, è indispensabile l&#8217;esistenza di un rapporto dialettico tra governo e cittadini, tra spinta allo sviluppo e regole precise. Se non riesce nemmeno a esigere trasparenza nelle informazioni da parte della TEPCO, il problema più urgente allora è l&#8217;indipendenza di un&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale che in questo momento sa soltanto agitarsi. La tragedia della centrale Fukushima I potrebbe essere il risultato di questa alleanza. Anche in questa occasione, la TEPCO da un lato continua a comunicare nel modo più dettagliato cifre che si riferiscono a fattori di nessuna importanza, dall&#8217;altro tiene la bocca quasi completamente chiusa riguardo a qualsiasi anomalia, questa sì di grande importanza, del reattore, nascondendo il peggioramento della situazione. Ad esempio, le anomalie della vasca di soppressione all&#8217;interno del reattore n. 2 sono state presentate nei documenti informativi non come &#8220;danni all&#8217;edificio di contenimento&#8221;, ma come &#8220;trasferimento del personale&#8221;. Da cui si deduce però che se il personale che lavora al reattore n. 2 è stato evacuato è perchè c&#8217;è la possibilità di un danneggiamento dell&#8217;edificio di contenimento. Insomma non trasparenza, ma un nascondere coprendo, avvolgendo, raggirando.</p>
<p><strong>5. Ha ottenuto diverse agevolazioni sbandierando lo slogan &#8220;rifornimento stabile&#8221;. Eppure&#8230;</strong><br />
Un esempio è &#8220;l&#8217;interruzione di corrente programmata&#8221; prevista per il giorno 14. A leggere questo &#8220;programma&#8221; si rimane stupefatti. Nessuno ha criticato la TEPCO? Il programma stabiliva che, in un Giappone suddiviso in 5 aree geografiche, le regioni 1 e 2, due volte nell&#8217;arco di una giornata, ovvero mattina e sera, subissero una interruzione di corrente, fino ad un massimo di 6 ore. Le restanti regioni, invece, avrebbero subito un&#8217;unica interruzione di corrente, per un massimo di 3 ore. Questo blocco nell&#8217;erogazione della corrente non riguardava i centri città. Insomma o 6 ore, o 3 ore oppure nessuna ora di interruzione di corrente. Chi ha deciso questi numeri e sulla base di cosa? Vorrei che mi fosse fornita una spiegazione razionale di questa scelta. Nei momenti di difficoltà di una nazione, tutta la popolazione condivide i rischi: se la ratio che sta dietro a questa scelta è quella di sopportare a turno le difficoltà, allora sembrerebbe che la TEPCO ha deciso in maniera del tutto arbitraria, sulla base delle proprie necessità. Che non sia riuscita a mettere in pratica questa decisione sembra abbastanza naturale. Si può facilmente immaginare che gli Enti locali e i loro governatori, assegnati al gruppo che avrebbe dovuto sopportare le 6 ore di black out, abbiano violentemente contestato la decisione. Se la mancanza di energia elettrica è stata provocata da una negligenza della TEPCO, quali sono le loro reali intenzioni? Inoltre la TEPCO non ha nemmeno fatto realmente ammenda per l&#8217;essersi svincolata dall&#8217;obbligo di un rifornimento di energia stabile, prescritto dal regolamento delle imprese elettriche. E poi, chi ha detto che, se in cima a tutto c&#8217;è il rifornimento stabile, questo debba mettere in secondo piano altri aspetti come la liberalizzazione energetica, il contenimento delle emissioni di CO2 nell&#8217;aria, l&#8217;acquisto a prezzo fisso di energia pulita? Viceversa, chi ha ricevuto svariate agevolazioni in nome del rifornimento stabile? Chi ha sostenuto con forza i meriti di un sistema di monopolio regionalistico, senza alcuna modifica delle differenze nel numero dei cicli di diffusione della corrente nel Kansai, che è uno dei motivi per cui è oggi difficile la flessibilità nel campo dell&#8217;energia elettrica? La verità che è venuta a galla con questo grande terremoto non è forse, più che i limiti dell&#8217;energia nucleare, che non è più attuale un sistema di monopolio regionale nell&#8217;erogazione dell&#8217;energia, con la suddivisione del paese in 9 compagnie elettriche? Per la strategia giapponese in campo energetico, la posizione occupata dall&#8217;energia atomica ha certamente un suo peso. Il problema sta nelle manchevolezze delle imprese che la gestiscono. La filosofia della TEPCO e una gestione lungimirante, che erano proseguite negli anni sotto la gestione di Kigawada, Hiraiwa e Nasu, sono andate perdute così come le fonti di energia da usare solo in caso di emergenza della centrale nucleare di Fukushima? Ai lavoratori della TEPCO che lottano a rischio della vita per riprendere il controllo della centrale nucleare, ai volontari, al corpo di autodifesa va tutta la nostra gratitudine, insieme con la preghiera che la devastazione non si diffonda ancora di più.</p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu. Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di water-gym programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
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		<title>Verso una società solare &#8211; 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2007 05:00:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Nebbia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Nebbia Uno sviluppo umano può essere meno insostenibile dell’attuale soltanto ricorrendo in maniera crescente e determinata alle fonti di energia rinnovabili che tutte dipendono dal Sole. (…) La radiazione solare, e le fonti di energia da essa derivate, si prestano a fornire energia in tutte le forme a cui siamo abituati: si può [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Nebbia</strong></p>
<p>Uno sviluppo umano può essere meno insostenibile dell’attuale soltanto ricorrendo in maniera crescente e determinata alle fonti di energia rinnovabili che tutte dipendono dal Sole.<br />
(…)<br />
La radiazione solare, e le fonti di energia da essa derivate, si prestano a fornire energia in tutte le forme a cui siamo abituati: si può ottenere calore a bassa, media e alta temperatura direttamente dal Sole; con questo calore è possibile scaldare l’acqua, le abitazioni, è possibile azionare frigoriferi e condizionatori d’aria, è possibile distillare l’acqua di mare per ottenere acqua dolce, con un contributo decisivo, così, del Sole alla sconfitta della sete che affligge molte zone tropicali e equatoriali costiere.<span id="more-3337"></span><br />
Anche l’energia solare, mettendo in moto il ciclo dell’acqua e scaldando diversamente le varie parti del pianeta, crea le condizioni per cui è possibile ottenere energia meccanica e elettrica utilizzando lo scorrere delle acque sulla superficie terrestre; o utilizzando le differenze di temperatura fra gli strati superficiali caldi e quelli profondi freddi dei mari tropicali; o utilizzando la forza del vento o il conseguente moto ondoso, anch’essi alimentati dalle differenze di temperatura provocate dal Sole sulle varie parti della Terra.<br />
È possibile con i sistemi fotovoltaici ottenere energia elettrica direttamente dalla radiazione solare; è possibile trasformare l’energia elettrica di origine solare in altre forme, per esempio, in idrogeno utilizzabile come combustibile o come materia prima per prodotti chimici.<br />
La radiazione solare, attraverso la fotosintesi, produce nella biomassa sostanze chimiche utili come materie prime o carburanti.<br />
La letteratura su queste utilizzazioni dell’energia solare è sterminata; molte invenzioni risalgono a decenni fa e vanno dissepolte dall’oblio e sperimentate di nuovo alla luce dei progressi nei materiali e nelle tecniche.<br />
Se il Sole è davvero il nostro grande amico e alleato verso uno sviluppo meno insostenibile, i nemici della transizione stanno nella pigrizia delle idee correnti.<br />
L’energia solare ha comunque vari limiti; è distribuita irregolarmente nelle varie parti della Terra, nelle varie parti del giorno e dell’anno, è molto diluita rispetto alla concentrazione delle attuali società industriali. Ma proprio qui potrebbe stare anche la sua forza: è ormai chiaro che molti squilibri ecologici derivano proprio dalla concentrazione in spazi ristretti delle attività umane, dal superamento violento, in molti territori, della <em>carrying capacity</em>, della capacità che ciascun territorio ha di “sopportare” presenze umane e urbane, per cui una società solare offrirebbe l’occasione per una ridistribuzione e diffusione delle attività umane, per un uso più razionale dei grandi spazi che pure il pianeta Terra ancora offre.</p>
<p>&#8220;Introduzione&#8221; a ADER (Association pour le Développement des Énergies Renouvables), <em>L’energia al futuro</em>, BFS Edizioni, Pisa 2000</p>
<p>Per informazioni sulla “letteratura sterminata” e i carteggi di Giorgio Nebbia e altri studiosi sull’energia solare dal 1957 ad oggi: <a href="http://www.fondazionemicheletti.it">Fondazione Luigi Micheletti</a> (Brescia), <a href="http://www.fondazionemicheletti.it/articoli.asp?id_call=742&#038;id_sezione=28&#038;id_sottosezione=">Fondi d&#8217;Archivio Giorgio e Gabriella Nebbia</a> e <a href="http://gaiaitalia.it/modules.php?name=Sections&#038;op=listarticles&#038;secid=14">GaiaItalia</a>.</p>
<p><small><strong>Chi è l’autore?</strong><br />
<strong>Giorgio Nebbia</strong>, nato a Bologna nel 1926, laureato in Chimica; assistente di merceologia nell’Università di Bologna dal 1949 al 1959; libero docente di Merceologia dal 1955.<br />
Professore ordinario di Merceologia nella Facoltà di Economia e Commercio (oggi Economia) dell’Università di Bari dal 1959 al 1995, ora professore emerito. Dal 1972 al 1994 ha tenuto per incarico l’insegnamento di Ecologia nella Facoltà di Economia dell’Università di Bari. Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e della scuola.<br />
Ha ottenuto la Laurea honoris causa in Discipline economiche e sociali nell’Università del Molise (1997) e la Laurea honoris causa in Economia e commercio nell’Università di Bari (1998).<br />
È stato deputato (1983-1987) e senatore (1987-1992) della Sinistra indipendente.<br />
Nebbia ha orientato i suoi studi nel campo della Merceologia verso l’analisi del ciclo delle merci, cioè dei materiali prodotti dalle attività umane, agricole e industriali: un ciclo che comincia dalle risorse naturali, passa “attraverso” i processi di produzione e di consumo, e comporta il ritorno alla natura dei residui delle attività economiche.<br />
Nel campo dell’utilizzazione delle risorse naturali si è dedicato a ricerche sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua; ha contribuito, anche nel periodo parlamentare, all’elaborazione di una analisi del flusso di acqua e di materiali nell’ambito dei bacini idrografici.<br />
Nei suoi studi sulle analogie fra i processi economici e quelli naturali, Nebbia ha esteso l’analisi dei flussi di materiali e di energia all’economia, redigendo delle tavole intersettoriali in unità fisiche, da sovrapporre a quelle tradizionali in unità monetarie; queste ricerche sono state l’oggetto delle “tesi” discusse quando gli sono state conferite le due lauree honoris causa.<br />
Nel corso di tali ricerche Nebbia ha studiato il rapporto fra le attività umane e il territorio, con particolare riferimento al metabolismo delle città, allo smaltimento dei rifiuti – merci anch’essi – e al loro recupero, ai consumi di energia.<br />
Giorgio Nebbia è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri: <em>Il problema dell’acqua</em> (Cacucci, 1969), <em>La società dei rifiuti</em> (Edipuglia, 1990), <em>Sete!</em> (Editori Riuniti, 1991), <em>L’energia solare e le sue applicazioni. Lo sviluppo sostenibile</em> (Cultura della Pace, 1991), <em>Merci da sogno</em> (Licorno, 1999), <em>Giano pace ambiente problemi globali</em> (Cuen, 1999), <em>Risorse naturali e merci: un contributo alla tecnologia sociale. Risorse merci e ambiente</em> (Progedit, 2001), <em>Le merci e i valori: una critica ecologica al capitalismo</em> (Jaca Book, 2002).<br />
Si è impegnato anche nella divulgazione dei problemi della scienza e della tecnica, con particolare riferimento alla scienza merceologica e ai problemi ambientali. Si è occupato anche di storia della tecnica e dell’ambiente.<br />
È stato inoltre attivo nei movimenti per la difesa dell’ambiente e per la pace.</small></p>
<p>(<a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/19/verso-una-societa-solare-1/">qui</a> la prima parte)</p>
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		<title>Verso una società solare &#8211; 1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/02/19/verso-una-societa-solare-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2007 05:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Nebbia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Nebbia Nella prolusione all’anno accademico 1903-1904 dell’Università di Bologna, Giacomo Ciamician, professore di chimica in quella Università, disse: “Il problema dell’impiego dell’energia raggiante del Sole si impone e s’imporrà anche maggiormente in seguito. Quando un tale sogno fosse realizzato, le industrie sarebbero ricondotte ad un ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Nebbia</strong></p>
<p>Nella prolusione all’anno accademico 1903-1904 dell’Università di Bologna, Giacomo Ciamician, professore di chimica in quella Università, disse: “<em>Il problema dell’impiego dell’energia raggiante del Sole si impone e s’imporrà anche maggiormente in seguito. Quando un tale sogno fosse realizzato, le industrie sarebbero ricondotte ad un ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla forza della luce del giorno, che non costa niente e non paga tasse!</em>” E, vorrei aggiungere, non ha padrone!<br />
Pochi anni dopo, nel 1912, in una conferenza tenuta negli Stati Uniti, lo stesso professore affermava: “<em>Se la nostra nera e nervosa civiltà, basata sul carbone, sarà seguita da una civiltà più quieta, basata sull’utilizzazione dell’energia solare, non ne verrà certo un danno al progresso e alla felicità umana!</em>”</p>
<p><span id="more-3336"></span></p>
<p>Quando sono state pronunciate queste parole il consumo totale mondiale annuo di energia era di poco più di un miliardo di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP); esso era salito di circa di 2 miliardi di TEP/anno nel 1950 ed è, sulla soglia del XXI secolo, di oltre 9 miliardi di TEP/anno!<br />
L’odierno consumo di energia – e la produzione e il consumo delle macchine che divorano questa energia e delle merci fabbricate trasformando le risorse naturali con questa energia – hanno conseguenze che si riconoscono non più soltanto a livello locale – la “nera e nervosa civiltà” – ma che si fanno sentire a livello planetario.<br />
L’impoverimento delle risorse di fonti di energia, di minerali, di foreste, l’usura delle terre coltivabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, inducono a chiederci se è possibile continuare su questa strada senza compromettere le condizioni di vita e di salute delle generazioni future.<br />
Sempre più spesso ci si interroga sulla possibilità di realizzare una società, uno sviluppo, capaci di soddisfare i bisogni di alimenti, abitazioni, energia, beni materiali, ma anche salute, libertà, dignità, indipendenza, bellezza, della nostra generazione attraverso un uso delle risorse naturali – minerali combustibili fossili, acqua, foreste, terreno coltivabile ecc. – che lasci alle generazioni future condizioni tali da assicurare loro una vita dignitosa e soddisfacente.<br />
Benché molti auspichino l’avvento di un’organizzazione sociale capace di svilupparsi in modo meno insostenibile di quello odierno, le attuali tendenze dei consumi di risorse naturali sono tali da far pensare che le generazioni future dovranno far fronte a problemi di scarsità, ad un impoverimento dei “beni ambientali” e addirittura a disastri ecologici di dimensioni non immaginabili.<br />
Accanto alle possibili crisi ambientali se ne prospettano altre, di carattere politico e sociale, dovute alla maniera ineguale e ingiusta con cui l’energia è usata nel mondo. Circa 1,5 miliardi di terrestri consumano circa 4,5 miliardi di TEP/anno e ai restanti circa 4,5 miliardi abitanti della Terra rimangono a disposizione circa 4,5 miliardi di TEP/anno. Sembra quindi abbastanza ragionevole che i paesi che finora hanno avuto a disposizione pochissima energia reclamino una proporzione maggiore dell’energia consumata complessivamente nel mondo.<br />
È possibile tracciare vari scenari di tale più giusta distribuzione, ma tutti inevitabilmente portano ad un aumento dei consumi totali di energia attraverso l’uso di crescenti quantità di combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale.<br />
Ma il consumo di combustibili fossili produce gravi effetti ambientali, in parte locali (inquinamento dovuto a varie sostanze nocive, piogge acide con danni alla salute e alla vegetazione, inquinamento termico, ecc.), in parte planetari, soprattutto mutamenti climatici dovuti all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica (“effetto serra”).<br />
Già al livello degli attuali consumi di “appena” 9 miliardi di TEP/anno vengono immessi ogni anno nell’atmosfera circa 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica: anche considerando i meccanismi di autodepurazione dell’atmosfera, si osserva un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica di oltre una parte per milione in volume all’anno: da circa 320 a 370 parti per milione nel periodo che va dagli inizi degli anni Cinquanta alle soglie del 2000.<br />
Come è noto, un ulteriore aumento di questa pur piccolissima concentrazione di anidride carbonica (oggi, nel 2000, lo 0,037 per cento in volume, rispetto ai gas totali dell’atmosfera) comporta una modificazione del delicato equilibrio fra energia solare che raggiunge la Terra e calore re-irraggiato dalla Terra verso gli spazi interplanetari, con conseguente aumento del calore trattenuto dentro l’atmosfera – che si comporta come una serra, una trappola del calore – e della temperatura media della Terra.<br />
Ci sono tutti i segni che il pianeta Terra non potrà sopportare le alterazioni climatiche ed ecologiche corrispondenti a un sensibile aumento dell’uso dei combustibili fossili. Tanto più che tale aumento porterebbe a un rapido impoverimento delle riserve di idrocarburi con conseguenti crisi economiche e politiche e comunque in contrasto con gli interessi delle generazioni future.<br />
Ci sono dei tentativi di far resuscitare l’energia nucleare come possibile mezzo per ottenere energia senza immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, ma allo stato attuale delle conoscenze l’energia nucleare non solo non è destinata a giocare un ruolo importante nel futuro energetico, ma è destinata ad un inarrestabile declino, e già così lascia una drammatica eredità di scorie e residui radioattivi.</p>
<p>(continua &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/20/verso-una-societa-solare-2/">qui</a> la seconda parte)</p>
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		<title>Blackout e business energetico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/06/28/blackout-e-business-energetico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[carla benedetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2003 10:59:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[blackout]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[centrali elettriche]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[energie alternative]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carla Benedetti Non sono tutte uguali le proteste contro le interruzioni di energia di ieri. C’è chi protesta contro l’interruzione senza preavviso, con l’implicito sospetto di un’operazione ad hoc. E c’è chi protesta affinché questo governo si decida finalmente a creare nuovi centrali nucleari. Ecco alcuni materiali utili per leggere il messaggio dei Blackout. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Carla Benedetti</strong></p>
<p>Non sono tutte uguali le proteste contro le interruzioni di energia di ieri.<br />
C’è chi protesta <strong>contro l’interruzione senza preavviso</strong>, con l’implicito sospetto di <strong>un’operazione ad hoc</strong>.<br />
E c’è chi protesta <strong>affinché </strong> questo governo si decida finalmente a  <strong>creare nuovi centrali nucleari</strong>. Ecco alcuni materiali utili per leggere <strong>il messaggio dei Blackout</strong>.<br />
<span id="more-68"></span><br />
<strong> Sergio Romano</strong>  sul<strong> “Corriere della sera” </strong>  di ieri, 27 giugno:</p>
<p>“Nessun governo era disposto a sfidare i verdi, i profeti delle energie alternative, gli egoismi locali e <strong>l’ecologismo un po’ naif </strong> che circola nel sangue delle società europee&#8230; Ma la realtà ha la testa dura. I blackout di ieri ci ricordano che <strong>l’Italia ha perduto vent’anni</strong> e che il governo ha il dovere di spiegarci come e con quale energia funzionerà nei prossimi anni la macchina dell’economia italiana”</p>
<p>Lettera circolare di <strong>Beatrice Bardelli</strong> del CoNaCem (Coordinamento Nazionale per la tutela dai Campi ElettroMagnetici):</p>
<p>&#8220;Abbiamo l’impressione che i black out di ieri si siano verificati <strong>nelle aree che sono interessate ad ospitare nuove centrali elettriche</strong>. In zona Livorno-Rosignano-Piombino ne sono previste due.</p>
<p>Ecco quanto ha scritto mesi fa <strong>Marco Caldiroli</strong> di Medicina Democratica sulla situazione energetica in Italia&#8221;:</p>
<p>“La liberalizzazione del mercato dell&#8217;energia ha scatenato gli appetiti di parecchi gruppi privati. Per preparare il terreno favorevole a vantaggiose speculazioni in questi mesi si è perciò molto parlato di una crescente &#8220;sete&#8221; di energia e si è agitato <strong>lo spettro del rischio black out</strong>.</p>
<p>Ricordiamo <strong>alcuni dati</strong> della realtà italiana.<br />
La potenza nominale degli impianti attualmente esistenti è di <strong>76mila MW </strong> (MegaWatt), mentre la massima potenza effettiva disponibile è <strong>48mila MW&gt;</strong>. Il fabbisogno massimo di potenza registrato a tutto il 2002 è stato di <strong>52mila MW</strong>. Il disavanzo è stato colmato con circa 6mila MW importati dall&#8217;estero.</p>
<p>Questo vuol dire che ottimizzando l&#8217;utilizzo degli impianti esistenti e lasciando inalterata la quota delle importazioni si potrebbe raggiungere una potenza di circa 80mila MW, cioè il 53% in più del fabbisogno massimo nel 2002.</p>
<p>Gli incrementi dei consumi di energia previsti sono valutati attorno al 1-3% annuo. Ciò vuol dire che migliorando l&#8217;utilizzo degli impianti esistenti e incentivando l&#8217;uso delle fonti rinnovabili a scarsa o nulla produzione di inquinamento, <strong>l&#8217;Italia non rischia i black out di energia </strong>paventati dagli ambienti interessati al <strong>business dell&#8217;energia</strong>.</p>
<p>Ed ecco cosa scrive <strong> Davide Ferrari</strong> sul Forum ambientalista:</p>
<p><em>Da: davide ferrari, <archide @libero.it><br />
A: forumambientalista@yahoogroups.com<br />
Oggetto: BLAK-OUT: il Grande Inganno<br />
Data: giovedì 26 giugno 2003 19.03 </archide></em></p>
<p>Oggi, 26 giugno 2003, ore 13:30, nella Bassa Bresciana, come preannunciato dai mezzi di comunicazione di massa, è scattato con la puntualità di un orologio svizzero, il tanto famigerato, sbandierato e “temuto” (?) blak-out.</p>
<p>Mentre scrivo, mi arrivano  messaggi elettronici da più parti della penisola, che  confermano il fenomeno.<br />
Guarda caso: arrivano proprio dalle zone dov’è più forte sia l’insistenza a voler <strong>imporre la costruzione di nuove mega-centrali elettriche</strong>, sia la resistenza da parte di comitati politicamente trasversali, che si battono da anni per riaffermare il diritto alla salute, alla salvaguardia dell’ambiente e alla  partecipazione democratica.</p>
<p>Attenzione.  E’ tutto un inganno. Peggio, è tutto <strong>un ricatto</strong>!<br />
Si vuol indurre il cittadino a credere che si sia sull’orlo di un collasso energetico nazionale.</p>
<p>Vista la portata della protesta, non definibile come “comunista”, quindi di difficile manovrabilità da parte del governo, ecco subdolamente spostare l’accento dalla crescente necessità energivora industriale, alla emergenza da <strong>abnormi consumi di condizionatori!</strong></p>
<p>Oltre ad essere una falsità, è pure una presa per i fondelli della popolazione.</p>
<p>Dati inconfutabili alla mano (perché di questi tempi le querele e denunce fioccano, e mica facciamo tutti parte di quei cinque intoccabili!).</p>
<p>Estrapolando dai vari grafici, bilanci e proiezioni che costituiscono il corposo <strong>Rapporto Energia e Ambiente 2001</strong> (il più recente disponibile), stilato dall’<strong>ENEA</strong> (Ente per le Nuove tecnologie, L&#8217;Energia e l&#8217;Ambiente &#8211; http://www.enea.it/), i <strong>dati del fabbisogno energetico italiano </strong> sono questi:</p>
<p>a fronte di una <strong>domanda alla punta di circa 55-60.000 Mw</strong>, l&#8217;Italia dispone di una <strong>capacità di generazione di oltre 70.000 MW installati</strong>, quindi, <strong>largamente in eccesso </strong> rispetto alla domanda di picco, circa il 20-25% di energia residua di riserva, quantità al di sopra della media standard europea.</p>
<p>Fino a dove si può arrivare per giustificare un  businnes?</p>
<p>Fino a minacciare un ambiente già malato grave, non solo a livello locale,<br />
ma addirittura globale, non rispettando nemmeno i miseri <strong>trattati di Kioto</strong> relativi all’effetto serra? (siamo fra gli unici paesi industrializzati al mondo, in “buona” compagnia s’intende degli Stati Uniti, a non rispettare i trattati di Kioto sulla riduzione dei gas serra, responsabili del buco nell’ozono).</p>
<p>Fino a minacciare la salute dei cittadini, firmatari di una fiducia in bianco nei confronti di una classe dirigente politica succube degli interessi economici stratosferici delle varie multinazionali?</p>
<p>Dopo il <strong>Decreto Marzano</strong> (dall’illustre nome dell’estensore), meglio noto con l’appropriato nome di <strong>“sblocca centrali”</strong>; dopo le mille e mille proteste di piazza sparse lungo tutta la penisola (seminascosti fra i trafiletti di cronaca dalle testate giornalistiche); dopo la censura informativa e l’astensionismo gridato, riguardo il referendum sull’elettrodotto coattivo; ecco l’ultima carta da giocare: il blak-out!</p>
<p>Perché è stata varata una  vergognosa <strong>legge delega</strong>, che affida a una Commissione esterna al Parlamento la riscrittura di tutto il diritto ambientale: tutela dell’acqua, dell’aria, difesa suolo, gestione dei rifiuti, parchi, danno ambientale e valutazione di impatto ambientale.</p>
<p>Perché sono stati spesi miliardi, al solo scopo di legiferare ad hoc per salvaguardare il portafogli, oltre che l’impunità di <strong>Berlusconi</strong> &amp; Company, invece di utilizzare maggiori fondi per la ricerca e la promozione di fonti energetiche alternative, pulite.</p>
<p>Perché nonostante il Nostro paese sia ricco di Sole, Acqua, Venti…non si<br />
lancia una seria programmazione volta all’uso razionale dell’energia,<br />
preferendo a questa una deregulation subalterna alle <strong>logiche della privatizzazione selvaggia</strong>, delle guerre improntate al controllo geo-politico delle aree ricche di gas e degli ultimi giacimenti di petrolio.</p>
<p>Questo baillame accade quotidianamente, davanti agli occhi di tutti, signori del profitto!<br />
Dov’è Bin Laden, Saddam Hussein, i vari destabilizzatori dell’Ordine Mondiale? Non sapete (o non volete) rispondere, mentre sapete benissimo dove si trovano i pozzi energetici  indispensabili per reggere l’attuale sistema economico prima che politico.<br />
Sono morte, e continueranno a morire, migliaia di persone innocenti per<br />
reggere questo sporco e perverso “gioco”.<br />
Effetti Collaterali alla guerra preventiva! (sic)</p>
<p>Finisco questo turbolento e disordinato torrente in piena fatto di parole;<br />
nella speranza che possa divenire un grande fiume purificatore, grazie al<br />
dissenso e l’impegno di tutti coloro che si ribellano al ruolo di semplici<br />
utenti di servizi, ma si battono per riprendere in mano il filo della<br />
partecipazione democratica alle decisioni strategiche politiche, economiche, programmatiche. Solo in tal modo si può sperare in un mondo<br />
“altro”, migliore, contro una democrazia che da imperfetta si va<br />
trasformando in Impero. L’impero del dio denaro.</p>
<p>Oggi, 26 giugno 2003,  ore 15:00, la corrente torna a fluire. Un’ora e<br />
mezza senza elettricità, stando ben attenti a non intaccare troppo gli<br />
interessi produttivi. Beninteso.</p>
<p>Finito di scrivere questo rabbioso e raffazzonato appello, lo invio a chi<br />
ha orecchi per sentire e capire.</p>
<p>Non è finita. Sicuro. Né per voi, né tantomeno per Noi.<br />
Borgo San Giacomo &#8211; davide ferrari&#8221;</p>
<p>____________________________________________________<br />
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