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	<title>Enrico Macioci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Contro l’occhio. La scrittura del dolore vero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Dec 2014 06:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri In un piccolo volume del 2006, La Letteratura dell’inesperienza, Antonio Scurati rifletteva su quanto la società di plastica in cui viviamo abbia sostituito l’esperienza diretta del mondo (com’è, per antonomasia, quella vissuta da chi ha fatto la guerra) con una sorta di cognizione del dolore indiretta, asettica, disinfettata e interrotta da assidui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>In un piccolo volume del 2006, <em>La Letteratura dell’inesperienza</em>, Antonio Scurati rifletteva su quanto la società di plastica in cui viviamo abbia sostituito l’esperienza diretta del mondo (com’è, per antonomasia, quella vissuta da chi ha fatto la guerra) con una sorta di cognizione del dolore indiretta, asettica, disinfettata e interrotta da assidui diaframmi che sono prima di tutto gli schermi attraverso i quali giunge a noi la realtà, a pillole, frammentata, amplificata e voltata in evento per far fronte all’insufficienza del nostro presente: in sostanza, cioè, esperiamo quotidianamente l’inesperienza; la quale non solo crea una letteratura incapace di poggiare i piedi per terra, ma genera un cortocircuito che impedisce di gettare ponti verso il passato e verso il futuro. L’uomo finisce così per mancare, nel campo delle cose narrabili, di quel copioso materiale che ebbero per la testa i nostri nonni. Ed è ovviamente un problema letterario, sì, ma prima di tutto psicologico e morale; è un buco nella coscienza, colmato talora, e tragicamente, dal piombare furioso dell’evento eccezionale: un terremoto, un’alluvione, un disastro della natura. E quando accade, gli scrittori aggrediscono il caso anomalo e terribile, lo accerchiano e se ne lasciano invadere come la terra riarsa accoglie il fortunale.<span id="more-49952"></span></p>
<p>Così, se l’uomo d’oggi è questo, incapace di dire la sofferenza, il freddo e la paura, la letteratura percorre due vie soltanto: o rende manifesto, quando riesce, l’handicap e, nel tentativo di superarlo, forza la scrittura ad aprire il diaframma e a farsi denuncia e superamento dello iato che ci separa dall’esperienza; oppure, in altri rari casi e avvalendosi di un campo d’indagine inedito per le nostre coscienze sopite, essa s’immerge nei brividi dolorosi provocati dalla vita quando la vita si leva i guanti e ci tocca con le sue dita gelide e ossute.</p>
<p>Scrivere intorno alle tragedie significa sfidare se stessi e il proprio tempo. Lo hanno fatto, nell’ultimo lustro (quello dei terremoti dell’Aquila e dell’Emilia, per arrivare all’alluvione di Senigallia del 3 maggio scorso), diversi scrittori, più sovente attraverso volumi collettivi che non con opere ‘in solitaria’: è il caso di <em>E lieve sia la terra</em> (Textus edizioni, 2011), antologia di testi, a cura di Luca d’Ascanio, dedicati alle persone scomparse il 6 aprile 2009 in Abruzzo; o dei 14 racconti attorno alla tragedia emiliana del maggio 2012, nel volume a cura di Paolo Roversi, con introduzione di Loriano Macchiavelli, <em>Scosse. Scrittori per il terremoto</em> (Felici editore, 2012); o ancora, con un titolo che è un brivido onomatopeico, delle testimonianze raccolte in <em>Tremaggio. L’alluvione di Senigallia nel racconto di otto scrittori</em> (a cura di Antonio Maddamma, con un testo di Massimo Cirri, Ventura edizioni, 2014). E c’è anche chi, come Enrico Macioci, ha affrontato il tema della terra che trema, ancora in Abruzzo, all’Aquila, con una scrittura via via più sperimentale, da <em>Terremoto</em> (Terre di mezzo, 2010) al labirintico ed espressionistico <em>La dissoluzione familiare</em> (Indiana, 2012).</p>
<p>Sono testi che, provando uno spettro di soluzioni che va dall’approccio cronachistico a quello filosofico, dallo sguardo sociologico alla stratificazione e trasfigurazione postmoderna, riattivano tutti, in prima istanza, una sacra ispirazione che fu della letteratura d’ogni tempo, e che forse nell’epoca dell’inesperienza ha cessato di funzionare, o di funzionare bene: quella di dare forma all’informe o, per dirla con Calvino, di “scegliere una strategia per affrontare l’inaspettato senza essere distrutto”; o, ancora, di impartirci, con le sue storie immutabili, con l’impossibilità di cambiare il destino che ai personaggi letterari è riservato, la più grande e utile lezione di vita, che è lezione “repressiva” – scriveva pochi anni fa Umberto Eco –, di educazione al fato, alla sofferenza, alla morte. Tanto di più quando si applica direttamente, e non per via teorica, a quegli oggetti della coscienza.</p>
<p>Ma oltre a ciò, scrivere del dolore e della morte (allorché il dolore e la morte sono veri, e non esercizio, seppur onorevole, della fantasia) significa recuperare altre funzioni umane spesso atrofizzate dalla piattezza delle nostre esistenze. La scrittura del dolore non solo cerca di scardinare l’apatia, non solo dimostra la lacerazione tra l’esperienza tragica e l’inesperienza diffusa, ma porta a scoprire ancora il pudore, quello che c’era nelle sofferenze di una volta, nelle guerre di un tempo, e che, come scriveva cent’anni fa Antonio Baldini in <em>Nostro Purgatorio</em>, riduceva al confine delle zone d’operazione quelli che la guerra non la facevano e non la dovevano fare. Baldini sosteneva che non può esserci spazio per chi guarda, perché era nel giusto solo chi la guerra la combatteva. La nostra società – che ci sia o che non ci sia la guerra – è invece tutta edificata sulla visione: forse vediamo troppo, <em>ci è concesso</em> di vedere troppo, e il nostro sguardo morboso (quello che ha iniziato a esercitarsi sulla morte in diretta di Alfredino Rampi) ha perduto l’organica moralità che un tempo fu eccitata dagli ostacoli del pudore.</p>
<p>Un compito della letteratura potrebbe essere allora – e la scrittura attorno alle tragedie ne è un esempio – il rigetto della visione, e la riconquista delle parole che <em>fanno vedere</em>, anch’esse, ma con dignità. Senza clamori, senza spettacolo, in maniera nostalgica. Per ottenere, infine, di avere ancora paura, e rispetto, per la nostra vita.</p>
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		<title>La dissoluzione familiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 06:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Macioci]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Alessandro Chiappanuvoli &#160; Enrico Macioci, La dissoluzione familiare, Indiana editrice, 2012 &#8220;Dubitare sempre o quasi dalle recensioni degli amici&#8221; è una regola aurea. Scrivere, quindi, la recensione, non solo del libro di un caro amico ma anche di un concittadino che ha vissuto sulla sua pelle gli stessi drammatici eventi da me vissuti all’Aquila [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43458" title="LDF - fotografia di Alessandro Chiappanuvoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1.jpg" alt="" width="448" height="311" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/LDF-foto-Chiappanuvoli1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" />di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Enrico Macioci</strong>, <em>La dissoluzione familiare</em>, Indiana editrice, 2012</p>
<p>&#8220;Dubitare sempre o quasi dalle recensioni degli amici&#8221; è una regola aurea. Scrivere, quindi, la recensione, non solo del libro di un caro amico ma anche di un concittadino che ha vissuto sulla sua pelle gli stessi drammatici eventi da me vissuti all’Aquila il 6 aprile 2009 e nei lunghi mesi a seguire, sposta, se possibile, l&#8217;ago della bilancia qualche tacca più in là, nella zona ancora più impervia della critica soggettiva, inevitabilmente di parte. È bene che questo Le sia chiaro, lettore, è bene che Lei sappia che l&#8217;unica difesa che posso mettere in campo è la mia (presunta) onestà intellettuale. Il libro in questione è <em>La dissoluzione familiare</em> di Enrico Macioci.</p>
<p>Ho avuto il libro in regalo da Enrico in persona lo scorso aprile. Fin dal primo sguardo una bolla di calore mi ha invaso la gola. Ho capito subito che quello che avevo tra le mani non era un semplice volume, ma un&#8217;opera, un testo su cui l&#8217;Indiana ha deciso di puntare seriamente. Copertina rigida, formato quasi quadrato 20&#215;22 cm per 336 pagine, illustrazioni di Maurizio Rosenzweig, impaginazione certamente particolare per inserire l&#8217;enorme quantitativo di note (dichiarata da parte dell&#8217;autore l&#8217;influenza di <em>Infinite Jest</em> di D. F. Wallace), progetto grafico del design studio <em>515 creative shop</em>. Non un libro qualsiasi, ma una sfida editoriale, un progetto. Davanti al sorriso timido di Enrico, la bolla di calore è presto esplosa nella mia bocca, ne ho assaggiato il sapore, era invidia, umanissima invidia. C&#8217;è gente (Bernardino Sassoli de&#8217; Bianchi e Giulio Mozzi su tutti) che crede in questo aquilano un po&#8217; schivo ma dolce, ho pensato; e di colpo la felicità ha lavato via il sapore cattivo.</p>
<p>Ci sono voluti due mesi perché iniziassi a leggerlo e altri due mesi per concluderlo. So che potrebbe essere una prospettiva non proprio allettante, ma <em>La dissoluzione familiare</em> non è un libro facile, non lo è per un generico lettore, non lo è, a maggior ragione, per un lettore aquilano. La chiave di lettura sarcastica diventa comprensibile solo con l&#8217;andare avanti nei capitoli e la &#8220;merda&#8221; di cui tratta, l&#8217;immondo rifiuto organico manipolato da Enrico è ancora troppo &#8220;fresco&#8221; perché non generi in un terremotato quale io sono un’angosciosa repulsione difensiva. Pian piano però i nodi in gola si sciolgono, l&#8217;abitudine e la trama prendono il posto dell’istintivo rigetto e del dolore.</p>
<p>Ne <em>LDF</em> c&#8217;è una città squassata da un terribile terremoto. C&#8217;è la nascita di un bambino, il piccolo Poppy. C&#8217;è l&#8217;Ospedale della Sacra Frattura, principale teatro della narrazione, con i suoi degenti e i suoi reparti, metafore dissacranti della nostra società. C&#8217;è una famiglia, una famiglia come tante le altre, dilaniata da nuovi e antichi rancori, sempre indissolubilmente legati. C&#8217;è il Governo Centrale che deve far fronte alla catastrofe, guidato da un losco mitomane di bassa statura (morale) e dal suo braccio destro, un certo Bert Lassative. C&#8217;è il sempiterno ronzio sul fondo della televisione di Stato, giudice incontestabile, guida indiscutibile. Ci sono i vari personaggi che arricchiscono con il loro sapere specifico la trama della vicenda. C&#8217;è Don Sisma, un prete colosso che deve portare a compimento il battesimo del piccolo Poppy. C&#8217;è Silvanus, enigmatico naturalista che torna alla civiltà per far visita al nascituro. C&#8217;è San G., maestro di vita dai poteri sovrannaturali che rimpingua le dissertazioni del protagonista, il Principe Ham Bank, padre del piccolo Poppy, con la sua immensa conoscenza filosofica. C&#8217;è Ham Bank, la cui paternità lo spingerà a confrontarsi con l’intrinseca catarsi del miracolo della vita. C&#8217;è questa nascita appunto, qualcosa di nuovo dentro qualcosa di rotto, una fragile vita in una città distrutta, un ossimoro che forza tutti i protagonisti al confronto, al ripensare se stessi e la propria esistenza, in un tempo ormai materialmente e culturalmente fin troppo decadente, in un tempo nel quale ognuno di noi, nel proprio piccolo, è ormai costretto ad agire per una ricostruzione necessaria.</p>
<p>Questo libro, come detto, non è un libro facile. Il linguaggio a tratti può essere ostico, si alternano in continuazione lunghissime boccate d&#8217;aria descrittive ad asfittiche elucubrazioni mentali, deliranti e filosofiche. Lo spazio di libertà lasciato dall&#8217;autore è ridotto. Per il lettore ci sono due possibilità: 1) abbandono totale alla scossa del flusso di coscienza e fiducia incondizionata nelle derive verso cui il testo può <span style="text-decoration: line-through;">far</span> approdare; 2) confronto partecipato, lettura attiva, disponibilità a mettere in discussione prima di tutto se stessi, poi le proprie certezze. Come un terremoto però, proprio come un terremoto, <em>LDF</em> quando arriva ti scuote, ti trascina, ti distrugge, lascia in piedi solo ciò che è realmente costruito a regola d&#8217;arte. Che si riesca a resistere o si venga sopraffatti, dopo il colpo, si è costretti, giocoforza, a tirare su le maniche e rimettere in ordine se stessi, sempre che non se ne sia rimasti schiacciati. Anche il complesso di note prevede una scelta da parte del lettore, una partecipazione: «Leggerle o non leggerle? Leggerle durante lo svolgimento della trama principale o attendere il primo capoverso o, ancora, leggerle a fine capitolo?» Io ho adottato una strategia mista, secondo i casi, secondo la curiosità del momento, ma ho deciso di leggerle tutte e posso garantire che ho riso, ho riso tanto. La trama è come se diventasse tridimensionale. <em>LDF</em>, dunque, è un libro solido.</p>
<p><em>La dissoluzione familiare</em>, in definitiva, è una presa di coscienza. È la decisione lucida di mettersi davanti a uno specchio e la volontà coraggiosa di trascinarci tutta la propria realtà, le certezze, macerie e persone (più o meno care) incluse. Non ingannino i toni onirici e burleschi, <em>LDF </em>è uno sguardo critico e violento sulla pochezza della realtà umana, sulle paure dalle quali ci lasciamo soggiogare e condizionare, sull&#8217;egoismo che desertifica le nostre esistenze e che siamo abituati a chiamare &#8220;individualismo&#8221; solo per redimerci. E dopo la scossa, dopo la distruzione, dopo lo sberleffo, dopo la critica spietata non c&#8217;è il silenzio, non l&#8217;oblio ma il tentativo riuscito o meno, comunque ammirevole, di fare un passo in avanti, di andare oltre, di trascendere, il tentativo ardito di ricostruire partendo dal poco che resta in piedi, dal poco che rimane, in fondo, dal poco che siamo.</p>
<p>Sono convinto che in questo libro ci sia tutto l’Enrico Macioci, tutto l’essere umano che conosco. Sono sicuro che non si sia risparmiato nella scrittura. Sono certo che, tra la gioia per la nascita di suo figlio e il dolore (condiviso) per la perdita della propria città e quindi della propria identità, Enrico Macioci si sia davvero dissolto.</p>
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		<title>Correre lungo il bordo del precipizio: Bolaño selvaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2012 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Macioci È uscito per Senzapatria editore Bolaño selvaggio, a cura di Edmundo Paz Soldàn e Gustavo Faveròn Patriau e tradotto egregiamente da Marino Magliani e Giovanni Agnoloni. Si tratta d’una raccolta di venticinque saggi suddivisi in quattro sezioni (la percezione del mondo, la politica, l’estetica, le genealogie letterarie del cileno), più un’introduzione e due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Enrico Macioci</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/20/correre-lungo-il-bordo-del-precipizio-bolano-selvaggio/bolanoselvaggio-2/" rel="attachment wp-att-42762"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-42762" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/bolanoselvaggio1.jpg" alt="" width="250" height="358" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/bolanoselvaggio1.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/bolanoselvaggio1-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>È uscito per Senzapatria editore <em>Bolaño selvaggio</em>, a cura di Edmundo Paz Soldàn e Gustavo Faveròn Patriau e tradotto egregiamente da Marino Magliani e Giovanni Agnoloni. Si tratta d’una raccolta di venticinque saggi suddivisi in quattro sezioni (la percezione del mondo, la politica, l’estetica, le genealogie letterarie del cileno), più un’introduzione e due interviste inedite. È un libro che definirei necessario, perché mette a fuoco un narratore complesso e cruciale della contemporaneità, in Italia non ancora studiato a dovere.</p>
<p>La decifrazione di Roberto Bolaño si rivela ardua per almeno due motivi: 1) egli giunge a una pubblicazione costante e visibile tardivamente, intorno ai quarant’anni, ma da allora in avanti pubblica un libro l’anno, lasciando deflagrare l’energia letteraria accumulata nel tempo e accorciando le fasi d’un ordinario sviluppo; 2) si situa, da un punto di vista stilistico e formale, in un territorio di confine, a metà fra poesia e prosa e fra racconto e romanzo.</p>
<p>Il volume di Senzapatria, attraverso un caleidoscopio di voci che suonano però armoniche e coerenti, mette ordine all’interno dell’abbondante produzione di Bolaño, sgranando i nodi estetici che essa impone a ogni lettore accorto. Per esempio appare chiaro che certi libri sono emblematici della parabola di Bolaño, e si susseguono con regolarità passandosi il testimone d’una ispirazione in costante ascesa; sono <em>La letteratura nazista in America</em> (1996), <em>I detective selvaggi</em> (1998), <em>Amuleto</em> (1999), <em>Stella distante</em> (2000) e <em>2666</em> (2003, postumo, il capolavoro assoluto e la summa poetica). Come sottolinea Ignacio Echevarrìa nel magnifico pezzo dal titolo <em>Bolaño extraterritoriale</em>, le opere del cileno posseggono quella che, appoggiandoci alle nozioni della fisica, potremmo definire frattalità; sono cioè, a prescindere dalle dimensioni, schegge appartenenti allo stesso meteorite, parti d’un insieme enorme riprodotto ogni volta più o meno in piccolo ma con eguale efficacia e pregnanza; sono insomma opere sia autonome sia funzionali a un grandioso progetto collettivo – e in ciò Bolaño somiglia a tanti autori davvero padroni del proprio cosmo immaginativo, autori che lavorano sempre al medesimo progetto, che hanno una “missione”. Così <em>Stella distante </em>si riallaccia – riprendendo l’inquietante figura del poeta/aviatore/torturatore Carlos Wieder – all’ultima parte de <em>La letteratura nazista in America</em>, mentre <em>Amuleto</em> amplia un episodio de <em>I detective selvaggi</em> e lo stesso <em>I detective selvaggi</em> riecheggia in <em>2666</em>, specie per quanto concerne i luoghi decisivi (in entrambi i casi il lembo oscuro del Messico dove sorge la città dei femminicidi Ciudad Juarez, nella finzione bolañana Santa Teresa).</p>
<p>Ma il volume di Senzapatria è esaustivo pure nell’analisi dell’originalità strutturale introdotta da Bolaño. Grande scrittore di racconti, romanzi brevi e romanzi-fiume, Bolaño giunge a mescolare i generi e le forme fino ad abolirne i confini e disperderne le tracce, creando un’ambiguità fertilissima, inedita e avvincente, e traversando un territorio dai molti angoli inesplorati. In tale audace procedere è aiutato dai trascorsi di poeta; per lui ciò che davvero conta è un ritmo interiore, una lingua che risuona nella lingua, nascosta eppure luminosa, irresistibile e rivelatrice; e la sua abilità tecnica non gl’impedisce mai di mollare le briglie, la sua scaltrezza non diventa mai una gabbia, la sua sterminata cultura è sempre al servizio dell’ispirazione – un’ispirazione capace di mantenersi fresca per centinaia di pagine.</p>
<p>Un altro punto/chiave di <em>Bolaño selvaggio</em> è la centralità di <em>2666</em>, l’immenso romanzo postumo; un romanzo che getta sulla produzione antecedente, pur già vasta e profonda, una luce nuova ed enigmatica, come una torcia d’un tratto accesa in un crepaccio, fissando in via definitiva i temi che ossessionarono lo scrittore: la figura (esistenziale prim’ancora che letteraria) del poeta, la nozione di fuga o rinuncia o sparizione (non dimentichiamo che Bolaño ama e ammira Rimbaud, il primo grande autore “assente” della modernità), l’amore, l’esilio, la violenza, il Male puro (incarnato nel romanziere invisibile Benno Von Arcimboldi, che in gioventù partecipa alla seconda guerra mondiale e in vecchiaia risiede nella città maledetta di Santa Teresa, costituendo un trait d’union fra nazismo e femminicidio, i due buchi neri della vicenda, il doppio satanico, il doppio 666 del titolo, c’è da supporre).</p>
<p>Segnalo infine, oltre a quello già citato di Echevarrìa, alcuni saggi davvero brillanti (ma tutti hanno qualcosa da dire): quello di Peter Elmore, che analizza la componente escatologica e quasi mistica presente in <em>2666</em>; quello di Rodrigo Fresàn che sottolinea l’approccio “eroico” e mai patetico di Bolaño nei confronti dell’arte – o dolce condanna – di scrivere; quello di Ròdenas che istituisce un parallelo fra le due opere-mostro di Bolaño,  e cioè <em>I detective selvaggi</em> e <em>2666</em>; oppure quello di Carmen Boullosa che con splendida, malinconica poesia rievoca gli anni settanta di Bolaño e degli infrarealisti a Città del Messico, in un clima culturale eccezionalmente fertile, fra Octavio Paz e Efraìn Huerta, Garcìa Ponce ed Elizondo, De la Colina e Verònica Volkow, Tomàs Segovia e molti altri ancora.</p>
<p>Vorrei concludere citando le parole che Bolaño pronunciò in occasione del discorso di Caracas, dove ritirò il premio Ròmulo Gallegos, riportato all’inizio del volume. Egli, scrittore senza fissa dimora per eccellenza, nomade per necessità e vocazione, sradicato, esule e vagabondo dall’infanzia alla maturità, sta parlando della patria dello scrittore finché sterza e afferma brusco: “Le patrie possono essere tante, ma il passaporto può essere uno solo, e quel passaporto è evidentemente la qualità della scrittura. Il che non significa scrivere bene, perché chiunque può farlo, ma scrivere meravigliosamente bene, e nemmeno quello, perché chiunque può scrivere anche meravigliosamente bene. Cos’è, allora, la scrittura di qualità? Be’, quello che è sempre stata: saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio: da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo.” Ecco, Roberto Bolaño è tutto qua – specie nell’accenno agli amici e al cibo; il resto è letteratura.</p>
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		<title>Cos&#8217;è L&#8217;Aquila oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 06:30:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Macioci]]></category>
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		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Macioci Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/terremoto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/terremoto.jpg" alt="" title="terremoto" width="250" height="256" class="alignnone size-full wp-image-36087" /></a> di <strong>Enrico Macioci</strong></p>
<p>Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio scorso (di cui per motivi non edificanti s’è avuta notizia), e sto scrivendo queste righe dall’Aquila, dove tuttora risiedo. Ciò credo mi legittimi a testimoniare in coscienza ciò che L’Aquila è divenuta nell’ultimo anno e mezzo.  <span id="more-36086"></span><br />
Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia. Un potere tanto più malefico quanto più subdolo, tanto più invincibile quanto più obliquo e, in definitiva, vile. Non posso definire in altro modo una divulgazione in larga parte scientemente mirata alla menzogna o, peggio ancora, all’uso strumentale del dramma. Un tradimento dei diritti non dirò già civili ma realmente e profondamente umani, e dunque un tradimento di tutti noi nella nostra integrità e nel nostro bisogno di giustizia e verità. Il travisamento più o meno clamoroso, da parte di non pochi organi informativi, della manifestazione romana del 7 luglio non è che l’ultimo tassello d’un puzzle che non saprei se chiamare diabolico o ridicolo – sempre che le due accezioni, superata una certa soglia, non si tocchino fino a combaciare.<br />
Io c’ero il 7 luglio, ero a pochi metri dai poliziotti e dai carabinieri, mischiato ai miei concittadini, e nonostante abbia una coscienza lucida del Paese in cui vivo non ho potuto fare a meno d’amareggiarmi davanti a parecchi notiziari della sera e ad altrettanti giornali del mattino successivo. Mi sono sentito raggirato, ingannato e, se m’è consentito usare una parola forte, pugnalato. Come altrimenti dovrebbe reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se nel momento in cui manifesta i propri diritti alla vita la medesima democrazia fa finta di non intendere? Come deve reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se in questa democrazia non gli è consentito esporre le proprie urgenti necessità senza imbattersi in qualche corpo di guardia? Se il contatto con le autorità di tale moderna democrazia è sbarrato dai canali uditivi? Se la lontananza fisica è la regola cui sottoporre colui che ha qualcosa di pacifico ma fermo da obiettare? Mai come il 7 luglio scorso ho provato netta la sensazione d’una lontananza fatale fra l’individuo e l’autorità, d’uno iato doloroso fra noi in strada e loro dietro le persiane chiuse e irraggiungibili di Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e Palazzo Madama.<br />
L’Aquila prima del sisma era una magnifica città che si reggeva su un’osmosi perfetta; il cuore pulsante della comunità era costituito dal centro storico, laddove si svolgeva il novantacinque per cento della vita sociale, laddove sorgevano gli esercizi commerciali, gli uffici, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, i pub, i gazebo, le piazze, i luoghi d’incontro, di svago, le manifestazioni culturali, il cinema, il teatro, le orchestre, laddove la gioventù del posto e quella universitaria trascorrevano il tempo libero così come le famiglie, i bambini, gli anziani. Questo centro era vasto; partendo dal parco del Castello Cinquecentesco si poteva camminare anche molto a lungo prima di sbucare fra i tigli della Villa Comunale oppure più giù ancora, sino allo sfogo d’erba e marmo della basilica di Santa Maria di Collemaggio e di Parco del Sole – e intanto attraversare il corso vecchio e quello nuovo, i Quattro Cantoni e i portici, e costeggiare Santa Maria Paganica e Piazza Palazzo, San Bernardino e Santa Giusta, Piazza Duomo e Costa Masciarelli, e poi gl’innumerevoli vicoli, gli angoli, i cortili, i campanili, le fontane, le piazzette, le chiese, i ritagli magici d’un tempo remoto giuntoci integro malgrado una storia travagliata. Adesso è dato percorrere sia il corso vecchio che (da alcune settimane) quello nuovo, tramutatisi però in un budello lungo il quale le immagini dei fotografi, ferme a prima di quel 6 aprile 2009, sbiadiscono in un triste e metaforico addio, le vetrine sono cieche, i turisti armati di digitali e telecamere riprendono inesausti i brani sghembi della città in pezzi e gli aquilani, se li si incontra, li si sente parlare soltanto di prime e seconde case, zona rossa, mutui, appalti, permessi, documenti, affitti, autonome sistemazioni; e dove infine gli appelli della cittadinanza scritti su fogli volanti se ne stanno appesi alle transenne che circondano i ponteggi, simili a ergastolani con le dita fra le sbarre. Il resto? Tutto chiuso. Sepolto da milioni di tonnellate di macerie non ancora rimosse. Fradicio per il freddo e il caldo, il sole e la pioggia, la neve e l’afa. Tutto inchiavardato entro gigantesche assi d’acciaio. Incappucciato. Imprigionato. Impacchettato. Messo in sicurezza, così s’usa dire. Messo al sicuro.<br />
Al cuore pulsante del centro storico rispondeva, in un contrappunto impeccabile per  semplicità ed efficacia, la periferia; non particolarmente bella ma ordinata, non pulitissima ma dignitosa, non attraente ma tutt’altro che repellente; non minuscola ma nemmeno enorme, a misura d’uomo, tranquilla, screziata di verde, coi monti a sporgerle sopra come giganti benigni e curiosi. Ma ecco che lo svuotamento del centro storico s’è scagliato per l’appunto sulla periferia, tramutandola in quell’alveare confuso e alienante che sta diventando, che è già diventata; ecco il traffico impazzito, le code chilometriche, la dispersione dei servizi, le baracche sorgere ovunque (un’autentica epidemia di baracche) e ovunque strappare alla terra il metro quadro, il decimetro quadro pur d’affermare, in un malinteso e delirante rigurgito di vita: io ci sono. Mi trovate qua. Io sono qua.<br />
E oltre questa nuova periferia – che intanto è divenuta centro – la periferia nuovissima, che poi è l’attuale vera periferia: c’è chi la chiama progetto case, chi moduli, chi (forse in maniera più appropriata) new town; consiste in diciannove nuclei lontani dalla città (ovvero dalla vecchia periferia divenuta centro) e l’uno dall’altro, privi di negozi e luoghi d’aggregazione, dove chi non ha la macchina si rimette agli orari degli autobus oppure si rassegna a trascorrere la giornata in un’abitazione non sua, fra gente che non conosce, ingannando il tempo come può un ospite coatto a scadenza indeterminata: un trapianto d’umanità in piena regola, che poteva e doveva essere mitigato nella quantità e accorciato nella durata. Dentro le new town vivono decine di migliaia di persone; ma laddove i numeri rappresentano per alcuni un vanto – l’intera società si va riducendo a numero, con quel che di gelido e feroce un concetto del genere implica – io vedo alcune incontestabili realtà: isolamento, alienazione, noia, depressione, rabbia, frustrazione, ansia, coazione, nevrosi. E’ chiaro che lo stupro urbanistico/geografico – per cui il centro è stato trasfuso in periferia e la periferia è stata trasfusa in un’ultra-periferia – comporta i suoi costi da un punto di vista squisitamente umano; una società non può prescindere dalla terra su cui si fonda, né dal metodo che durante i secoli ha elaborato per rapportarvisi; il coniuge, il migliore amico, i genitori, i parenti, i conoscenti, persino le facce vagamente note contribuiscono a impastare l’esistenza e la psiche di ciascuno di noi; e subito dopo ci sono i posti, il bar all’angolo, il panettiere, il barbiere di fiducia, il dentista, l’ottico, la tavola calda, la biblioteca dove si conobbe la tal persona, e la sala studio dove si conobbe la tal altra, e poi ancora il marciapiede dove si sono macinati chilometri e ore, la colonna dove ci s’appoggiava a fumare, e poi il portone, la banchina, il tratto di strada, il sampietrino, l’aria; anche i posti respirano, e l’aria d’un posto non è mai uguale all’aria d’un altro posto, né tanto meno all’aria di quel medesimo posto violentato, squarciato e poi trasferito,<em> portato via di peso</em>.<br />
Un ultimo concetto mi preme sottolineare, mentre il Governo sta decidendo se ripristinare le tasse a carico degli aquilani al cento per cento già da adesso, e mentre il Capo di questo Governo continua a ribadire che all’Aquila è stato compiuto un miracolo mai avvenuto nella storia dei disastri naturali, che il peggio è alle spalle e le cose volgono al sereno, e mentre l’opposizione non sa far di meglio che tenere dietro al Capo di questo Governo sul medesimo terreno inconcludente, relativista e parolaio: il concetto di futuro. In una società globalizzata che corre sempre più veloce – anche se non per forza sempre più avanti – dove il lavoro si fa mobile e rapido e sommamente incerto e le relazioni si liquidano e polverizzano, mi rendo conto che una pretesa di futuro possa apparire quasi patetica. Per un esecutivo che innalza a proprio vessillo la bandiera dell’agire, il feticcio ambiguo ma ideologicamente robusto dell’efficacia questi sono concetti fumosi, addirittura fastidiosi; una specie di starnuto nel bel mezzo d’un devoto silenzio. Qualche onorevole ha affermato in Parlamento che dovrebbero essere loro, i politici, a venire a protestare all’Aquila, dopo tutto quello che hanno fatto per noi e di cui noi non ci siamo nemmeno accorti. E’ sin troppo chiaro che chi parla così ragiona, ancora una volta, per numeri; ma i numeri al contrario di quel che si pensa sono corruttibili, è facile e comodo portarli dalla propria parte con un po’ di retorica, di faccia tosta e d’incoscienza. I numeri sono opinabili, specie quando figurano in mano a chi ce li fornisce. I numeri, in bocca a chi detiene il potere, possono benissimo tramutarsi in capricci. Allora io torno al concetto di futuro perché si tratta d’un concetto non monetizzabile né passibile di sondaggi, perché l’essere umano si nutre di futuro, perché l’essere umano deve poter dire a se stesso in ogni momento d’ogni santo giorno: domani farò questo, dopodomani tenterò quest’altro. Senza che tali auspici significhino un’automatica garanzia di successo, ma con la ragionevole speranza di poterli almeno declinare, di poterli pensare, <em>d’averne il diritto</em>.<br />
All’Aquila il futuro non esiste più; al suo posto c’è un caos di burocrazia, imprecazioni, proteste, risentimenti e confusione. Le vecchie generazioni, sgomente e piombate in un brutto sogno difficile persino da raccontare, in un incubo appiccicoso e fangoso che nessuna parola e nessuna promessa può più lavar via, si rifugiano nel passato e paiono svanire come fantasmi; le nuove temono di dover cercare nella fuga una nuova possibilità che non le falci a mezzo; le nuovissime sbandano tra una difficile situazione scolastica e relazionale e una lunghissima fila di bar tirati su furiosamente lungo Via della Croce Rossa, una delle principali arterie di traffico diurno e notturno, piena di fari e fumo e clacson. Ci stiamo abituando a convivere con l’indistinto, il nebuloso, il si vedrà, il magari, il chissà; stiamo divenendo ontologicamente insicuri; noi siamo, nell’epoca del precariato, i precari per eccellenza; e la nostra colpa è misurabile al ragguardevole grado di 6,3 della scala Richter. Una società cosiddetta civile, una moderna democrazia ci sta spingendo sull’orlo d’un baratro esistenziale: non sapere non soltanto cosa sarà di noi ma neppure come, o perché, o per chi, o quando, o se. Perfino il Gran Sasso lassù mi pare che frema, al di sopra dei boschi, quando a sera scende il sole.</p>
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