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	<title>Enrique Vila-Matas &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ritorno ad Alphaville</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/27/ritorno-ad-alphaville/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2016 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Akira Kurosawa]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Felici]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Felici Breve prologo per stare al gioco Amleto, scampato al tragico epilogo, vive ormai da tempo imprecisato a Roma sud, in un monolocale, e una sera, a tanto per non annoiarsi, si ritrova a fare un lezioso ego-surfing, col suo tablet, su un portale di cinema. &#160;             Arrivo al fondo dell&#8217;elenco con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di</p>
<p><strong>Stefano Felici</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-60620" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/hamleting.jpg" alt="hamleting" width="548" height="295" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/hamleting.jpg 1240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/hamleting-300x162.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/hamleting-768x414.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/hamleting-1024x552.jpg 1024w" sizes="(max-width: 548px) 100vw, 548px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Breve prologo per stare al gioco</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em>Amleto, scampato al tragico epilogo,</p>
<p style="text-align: right;">vive ormai da tempo imprecisato a Roma sud,</p>
<p style="text-align: right;">in un monolocale, e una sera, a tanto per non annoiarsi,</p>
<p style="text-align: right;">si ritrova a fare un lezioso ego-surfing, col suo tablet,</p>
<p style="text-align: right;">su un portale di cinema.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">            <strong>A</strong>rrivo al fondo dell&#8217;elenco con un solo e velocissimo colpo dito-polso; i titoli dei film scorrono saettanti uno dopo l&#8217;altro, dal basso: le locandine e le stelle da uno a cinque e i nomi dei registi e quelli dei cinema, e pure le brevi sinossi&#8230; Tutto, niente mi cattura, fino all&#8217;ultimo film: ultima sala, ultimo regista, ultime stellette, ultime righe di trama. Ma guarda qua: c&#8217;è il mio nome. Parla di me. Quest&#8217;ultimo film è un film su di me.</p>
<p style="text-align: justify;">            Sono anni, ormai, che ho preso gusto all&#8217;Opera, all&#8217;opera e alle opere, in senso a giorni lato, ad altri più stringente, ma stasera, ore 20:51, mi accorgo, nel buio nero e compatto del mio monolocale, che l&#8217;Opera a cui ho preso da troppo tempo gusto è ormai logora e concentrica, è un punto occluso e troppo denso, è un buco nero di scritture – mentre penso a un buco nero, e per giunta di scritture, la mia testa è leggera e incantata ma cerco di ridestarmi, evitando la vertigine – e forse, e dico <em>forse</em> ma è un forse che è subito un piccolo fotone che schizza imprigionato nel buio assoluto della camera, dunque, forse è arrivato il momento che io veda, che io proceda, che io mi rimetta – il minimo indispensabile &#8212; all&#8217;ascolto.</p>
<p style="text-align: justify;">            Ma che me ne viene, a me, di andare a vedere questo filmino sulla mia storia, stasera, di venerdì, fino a lì. Ché poi fa pure freddo, dovrei persino far benzina – «Ma zitto, zitto, e vai a quel cavolo di cinema!» strilla, ma in sordina, la mandibola serrata del teschio del mio amico e fidato Y., che se ne sta poggiato, e di solito sempre silente, da solo, su una mensola in alto, sopra la mia scrivania; e mi pare per un attimo di vederlo scintillare opaco, nel severo buio fitto, come fosse per un istante in madreperla. Be&#8217;: se Y. si è fatto sentire, e lui non parla mai, allora qui la cosa è grave, c&#8217;è un evento in corso, e io non me ne sono proprio accorto: quant&#8217;è, da quando mi sono stanziato qui a Roma, che non esco più di casa? Mi sono rigirato sulla sedia, mi sono spinto fino ad arrivare a un calendario che era chiuso nel cassetto di un comodino che mi ero persino scordato esistesse, e, ecco, insomma&#8230; per non costringermi a rivivere quello fulmine di terrore gelido, quindi elettrico, sulla pelle e nei muscoli, le ossa bloccate e indurite e a un istante dal far crac, il terrore dell&#8217;impatto col granito del tempo trascorso come niente fosse – trascorso e perso, poi, viene subito da pensare – mi limito a riportare vagamente questo pensiero: erano passati, dal mio arrivo a Roma e da quando mi chiusi al di qua della porta della mia nuova casa, be&#8217;, erano già scivolati via, diciamo, una quantità di anni che servono di solito a un personaggio – diciamo tipo me – per diventare un classico dell&#8217;Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">            «Io allora me ne vado, a fra poco» ho detto, lasciando la stanza sempre al buio, correndomene via come si scappa da una folla appena ci si rammenta della propria e troppo umana natura di personaggio tragico. «A fra poco che?» mi ha fatto inaspettatamente eco Y. «Non scherziamo, eh! Portami con te» ha aggiunto poi. Ero sulla soglia, una mano sulla maniglia e l&#8217;altra a stringere le chiavi, pronto a richiudere con un paio di mandate e correre fuori, sul pianerottolo, per le scale, per l&#8217;androne, fuori finalmente per la strada, un po&#8217; d&#8217;aria fresca pure se ferma e sporca e notturna. Invece no. E no. Mi sono bloccato. Sconcertato. Via via infastidito. «Ma dove ti dovrei portare?!» gli ho gridato allora dal piccolo ingressetto. «Che faccio?» ho continuato, «mi porto un teschio sotto braccio? Un teschio sotto braccio al cinema, mi porto?» Nessun rumore, nessuna parola per un po&#8217;. E quindi stavo per premere di nuovo sulla maniglia quando Y. riprende fiato – diciamo così – e mi domanda: «Ma dov&#8217;è questo cinema?» Mannaggia. Mannaggia a te, maledetto Y. Gli rispondo: «A via del Pigneto.» Y. continua: «Ah.» Silenzio. E poi subito riprende: «E ti stai a preoccupare, tu, di andare al Pigneto con un teschio sotto braccio. Cioè: tutta &#8216;sta nevrosi per paura di passar per strano, tu, vestito di nero dalla testa ai piedi, pallido e con le occhiaie, tu, hai paura di passar per strano. Al Pigneto. Ma tu guarda un poco la&#8230;» Un attimo di silenzio. E poi ha concluso: «Cammina, vieni qua, prendimi, andiamo. Sbrighiamoci.»</p>
<p style="text-align: justify;">            Ha vinto lui, alla fine. Ma ho strappato un piccolo compromesso: l&#8217;ho avvolto in alcune pagine di giornale. Poi, durante il tragitto in macchina, mi ha spiegato come facesse ad avere una così approfondita conoscenza del Pigneto – che io, per esempio, non avevo quasi mai sentito nominare.</p>
<p style="text-align: justify;">            Dopo ventisei minuti esatti in circolo concentrico per trovare uno spazietto dove parcheggiare, ovviamente e possibilmente il più vicino a questo cinema che si chiama Alphaville ed è sito in via del Pigneto 238, mi comincio a domandare – vedendo una caterva d&#8217;altre automobili sistemate un po&#8217; di sbieco, un po&#8217; con musi e posteriori ad occupare spazi che non potrebbero occupare, altre un po&#8217; troppo sporgenti nelle carreggiate, abbandonate quasi al mezzo della strada – mi domando, insomma, se non sia il caso, visto che il parcheggio qui proprio non c&#8217;è e io mi innervosisco facilmente, di lasciare la macchina su un fazzoletto d&#8217;asfalto, visto poco prima, fra delle strisce pedonali e il gomito di una curva, che, considerato non guido da decenni, e non osservo la città e men che meno so calcolare spazi e loro annessa praticabilità, non so giudicare se possa andar bene o no, e nel mentre che il tempo passa – poco, ma passa – e mi domando se quello sia effettivamente un parcheggio oppure non lo è, parcheggio?, non parcheggio?, realizzo, di colpo, come infilzato al collo da un dardo velenoso che invece di paralizzarmi mi rende invece più lucido, sciolto, cosciente, mi porta a realizzare dunque che l&#8217;alternativa è tornarmene a casa, poiché prima o poi il film comincerà a esser proiettato, e il tempo, seppur lentamente, scorre e come. Fatto: do quindi un colpo isterico d&#8217;accelleratore, sterzo tutto, mi fiondo nello spazietto tra strisce e curva a gomito, freno, freno a mano, spengo il motore, tiro via la chiave e mi lancio fuori dall&#8217;auto. Mi scordo però di Y., impacchettato sul sedile. «Grazie» mi dice, appena riapro lo sportello, prima che potessi aprir bocca per scusarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">            La stretta, buia, ripida, incolta e spoglia via del Pigneto. Pochi passi e da una piccola porta vetrata coperta dall&#8217;interno, per metà, da un drappo nero spiegazzato, arrivano dei flash bianchi e grigiastri a intermittenza. Mi avvicino ancor di più e leggo, sopra la porticina vetrata, la scritta &#8220;Alphaville&#8221;. Al di là del drappo vedo cinque o sei teste, delle silhoutte di teste nude, mi sembrano tutti uomini, forse una donna, e dalla piccola porzione di schermo visibile – un telo da proiezioni, né piccolo né grande, diciamo della giusta misura, perché no? – vedo in bianco e nero la figura di quello che mi pare essere un samurai, un samurai agitato e arrabbiato e isterico come me quando mi fiondo su un parcheggio di fortuna, e poi mi accorgo che lo conosco, che di lui mi ricordo, mentre con la coda dell&#8217;occhio vedo che accanto a me c&#8217;è un cavalletto con sopra un cartonato, una locandina: la programmazione della settimana dedicata ai 450 anni esatti dalla nascita di Shakespeare, e leggo – nonostante il buio, ma i miei occhi al buio danno ormai il loro meglio – che quello è il bravo attore di cui ho sentito parlare benissimo, Toshiro Mifune, e il film è <em>Il trono di sangue</em> di Akira Kurosawa, che rifece anni fa questo suo Macbeth ambientato nel Giappone feudale a lui tanto caro. «Akira Kurosawa» dico a voce alta, senza accorgermene. «Akira Kurosawa» fa eco Y. «Statti zitto, tu» gli dico, e lui controbatte piccatissimo «Ma quale zitto, su, fammi vedere Kurosawa», e io sbarro gli occhi e per poco non caccio un urlo, ma poi mi limito ad avvicinare alla mia bocca Y. e a sussurrare minaccioso «Stai buono, e zitto, sennò ti ficco dentro al cassonetto», però Y., anche lui sussurrando minaccioso, mi dice «Se non mi fai vedere Kurosawa e pure il film dopo, io, qua, mi metto a urlare forte, ma proprie forte, e finché non viene gente e vede che non sei tu a urlare, ma proprio un teschio, un teschio avvolto nella carta di giornale.»</p>
<p style="text-align: justify;">            Sul finale del film di Kurosawa ho aperto la porta e sono entrato tenendo Y., con entrambe le mani, dietro la schiena. Questo piccolo cineclub di nome Alphaville, ho pensato, è piccolino, sì e no una trentina di posti a sedere, sedie normali, piccolino però il film si vede bene, guarda, guarda pure che casse, senti che sonoro, si vede bene il film, tutte le cose al loro posto, la biblioteca sulla sinistra, la videoteca sul muro di destra, la signora vicino al proiettore che adesso mi guarda e mi fa cenno con la testa dev&#8217;essere la proprietaria o comunque la responsabile, be&#8217;, insomma, piccolo ma ben messo, carino, e <em>Il trono di sangue</em> finisce con la nenia giapponese del coro finale, annichilente, nostalgico e cavernoso. Rumore di sedie e di scarpe, scarponi, fruscio di giacconi e sciarpe, e si riaccende la luce – accidenti, che botta, l&#8217;ho sentita addirittura fischiare nelle orecchie! Da quant&#8217;è che non venivo illuminato?</p>
<p style="text-align: justify;">            In un famoso libro del celebre scrittore catalano Enrique Vila-Matas, il narratore, nonché protagonista del racconto e critico letterario, va a trovare suo figlio che vive a Nantes – mi pare: questo figliolo fa il libraio insieme alla sua fidanzata, e non se la passa proprio benissimo: costui è “malato di letteratura” e, all&#8217;atto pratico, per farla breve, visto da fuori sembra un po&#8217; pazzo – uno stramboide che è a tanto così dall&#8217;esser pericoloso per sé e per gli altri. Nel raccontare un episodio che ha avuto luogo in un ristorante – episodio in cui prende vita una stranissima e accesa discussione – il narratore inventato da Vila-Matas inizia col dire che suo figlio, in quella circostanza, gli ha ricordato in tutto e per tutto il personaggio di Amleto. Questo amletismo – vado a memoria, al solito – il narratore lo riscontrava in certi aspetti del comportamento, tipici del personaggio shakespeariano: uno era la “cortesia con fare cerimonioso”; un altro era “l&#8217;adombramento malinconico”; un altro ancora la “follia simulata”. Più altri, che ora proprio non ricordo.</p>
<p style="text-align: justify;">            La signora dell&#8217;Alphaville mi viene incontro. Mentre le otto-dieci persone che poco prima erano sedute si mettono in fila per uscire in strada, io rimango fermo, tre passi dentro il locale – più vicino alla soglia che non verso le seggiole – sempre con Y. ben nascosto dietro la schiena. «Buonasera!» mi fa la signora dell&#8217;Alphaville, all&#8217;improvviso, prima di essermi a distanza di conversazione. Ecco: è qui che in mezzo secondo ho pensato che erano anni, tanti, troppi anni, che non parlavo più con esseri viventi e contemporanei, e che m&#8217;ero scordato com&#8217;è che si fa ad approcciare una comunicazione, a mandarla avanti quel tanto che basta per parlare poi senza fatica, un poco più sciolti – m&#8217;ero scordato pure la sensazione d&#8217;essere sciolti durante un dialogo; rischiavo insomma la paralisi a oltranza, l&#8217;inazione per indecisione, insomma, cose che ho già provato, in realtà; ma l&#8217;ombra gelida spettrale di quella sensazione era lì lì per attanagliarmi, <em>di nuovo</em>, ho pensato, e allora mi è venuto in mente quel libro di Vila-Matas, quel breve elenco di comportamenti amletici, stilati da un amletista molto attento, dacché nel momento in cui li lessi, mi ricordo, sogghignai compiaciuto, e allora, al termine di questo benedetto mezzo secondo, ho finalmente deciso: ricalchiamo i comportamenti che dice Vila-Matas. Magari, però, evitiamo quella faccenda della “follia simulata”, ho sentenziato mentalmente, un istante dopo il «Buonasera a lei!» quasi urlato di rimando alla signora dell&#8217;Aplhaville.</p>
<p style="text-align: justify;">            Mi sono ricordato com&#8217;è che ci si relaziona a pubblicamente. L&#8217;elenco di Vila-Matas mi è servito da canovaccio. Se mai dovesse leggere questo scritto, be&#8217;, grazie molte, Enrique. La signora dell&#8217;Alphaville ha sgranato gli occhi a certe mie esuberanze vocali e a certi miei silenzi inaspettati, a certe risate inutili e sguaiate, a certi repentini e insensati sguardi torvi. Ma ha assorbito tutto con una pazienza e una cortesia quasi commoventi. Ringrazio anche lei, signora dell&#8217;Alphaville, semmai leggerà questo scritto. La ringrazio soprattutto perché, al momento di firmare la tessera di sottoscrizione al cineclub, ho indugiato non poco prima di scrivere nome e cognome, e lei, sempre cortese e discreta, non ha aperto bocca nel vedermi disegnare svolazzi incomprensibili che pretendevano d&#8217;essere strani grafemi messi in fila per assomigliare a <em>Mario Rossi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">            <em>Un Amleto di meno</em>, di Carmelo Bene. Non l&#8217;avevo mai visto, ma della sua fama – intendo del film, anche se quella di CB stesso era ovviamente assai superiore – ne ebbi conto già quando uscì nelle sale, ovvero nei tardi anni Settanta. Sapevo anche del lavoro teatrale di CB, del suo tentativo di operetta, delle infinite e particolari riletture che avevano alla base il testo ora prosa ora pometto di Jules Laforgue – che per primo, <em>davvero</em>, mi rilesse e mi riscrisse, capendomi più dello stesso Shakespeare che pure, per me, face tanto, più di tutti &#8212; m&#8217;inventò.</p>
<p style="text-align: justify;">            Dopo una breve introduzione a braccio della signora dell&#8217;Alphaville, buio in sala e via con la proiezione. Questo <em>Amleto di meno</em> è frenetico, musicale e colorato, ho pensato, dopo pochi minuti. «Colorato, colorato» ha ripetuto una voce che non sapevo di chi fosse ma che poi, appena formulata mentalmente la domanda, ho ricondotto a Y., poggiato incartato sulle mie ginocchia – nel fattempo, in corrispondenza delle orbite oculari, avevo fatto due buchi nella carta, così che anche lui potesse guardare il film. «Senti», continua poi Y., «fammi il piacere: tanto stiamo in prima fila, nessuno ci guarda.» Vertigine. E senso immediato di nausea. Più Y. parlava, seppur a voce bassissima, più mi sentivo formicolare il viso, le mani, le braccia, le gambe: di colpo il terrore che qualcuno potesse sentirlo, capendo che quella voce non proveniva da una persona ma da un crano incartato in fogli di giornale; mi sono immaginato poi che la signora accendesse la luce, bloccasse il film e, piombando su me e Y., si mettesse a urlare incredula e terrorizzata, per poi chiedere aiuto ai presenti e correre in strada con le mani nei capelli. «Mettimi più alto. Mettimi tra la clavicola tua e il bavero del cappotto» ha concluso Y. Io, paralizzato, pensando però che se avessi eseguito l&#8217;ordine Y. si sarebbe poi azzittito per tutto il resto della serata, ho trovato non so quale risorsa – o il corpo l&#8217;ha trovata per me – e, meccanicamente, mi sono portato il teschio di Y. ad altezza della clavicola, ho spostato un po&#8217; il bavero del cappotto e lì, in questo spazio, sono riuscito a incastrarlo. E così ci siamo goduti il film. Fino alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">            <em>Amleto si mette in affari</em> è il film di Aki Kaurismaki – in bianco e nero; e a me, il bianco e nero, piace in una maniera davvero particolare – per cui io e Y. abbiamo deciso di tornare all&#8217;Alphaville anche la sera dopo. A dire il vero, è andata così: tornati in macchina dopo l&#8217;<em>Amleto di meno</em>, che ci ha molto divertiti, io e Y. ci siamo messi a parlare del più e del meno, ed è venuto fuori che a entrambi, alla stessa maniera, dava il voltastomaco l&#8217;idea di tornare a casa, in quel gorgo monolocale inghiottito dal buio, denso di tenebra, e anche qui, a entrambi, è venuta la stessa idea, associando casa nostra a quel caos maligno e primordiale e indefinito di cui parla Esiodo nella sua <em>Teogonia </em>(una lettura comune sin dai tempi in Danimarca). Si è deciso così di rimanere a dormire in macchina e di restarcene al Pigneto. Aspettando l&#8217;<em>Amleto</em> di Kaurismaki in un tedio un po&#8217; più luminoso del solito.</p>
<p style="text-align: justify;">            Di nuovo all&#8217;Alphaville, ho seguito ancora una volta il canovaccio di Vila-Matas, ma con maggiore sicurezza, maggiore spontaneità. La signora dell&#8217;Alphaville sembrava persino contenta di rivedermi.</p>
<p style="text-align: justify;">            Con Y., in prima fila, abbiamo ripetuto la stessa manovra. Ci siamo goduti l&#8217;<em>Amleto</em> di Kaurismaki, che è un film assai fedele alla mia storia, seppur ambientata in una Scandinavia finnico-tardomoderna che non mi appartiene – personalmente, mi appartiene di più il vuoto bianco-teatrale imbrattato di colori allestito da Carmelo Bene.</p>
<p style="text-align: justify;">            Film davvero molto bello, comunque. Al momento del congedo, ho ringraziato la signora dell&#8217;Alphaville per la bella rassegna messa su, ma l&#8217;ho fatto, mi pare, o almeno ho questa sensazione, senza il pensiero di dover seguire il canovaccio di Vila-Matas: è stato un ringraziamento sincero, insomma. Lei ha compreso che le mie parole erano finalmente genuine, e forse, per un attimo, credo abbia persino capito chi fossi: le si sono inumiditi gli occhi. Mi pare abbia persino iniziato il movimento che porta all&#8217;abbraccio; ma si è subito ricomposta. Varcando la soglia dell&#8217;Alphaville, con la coda dell&#8217;occhio, sono sicuro di averla vista agitare una mano, in segno di saluto, all&#8217;indirizzo di Y., che portavo sotto il braccio, e del quale, come per un mucchio di altre cose, la signora non ha mai fatto parola. In macchina, Y. mi ha detto di non aver visto, o di non essersene accorto. Ha cambiato poi discorso, dicendomi che per me non c&#8217;è speranza: mi interesserò sempre e soltanto di libri, di film, componimenti musicali, qualsiasi cosa, purché parlino quasi esclusivamente di me. Io ho sorriso. Ho pensato a quel <em>quasi</em>. Poi ho detto: «Io continuo a non aver voglia di tornare a casa.» Y. ha replicato: «Lo stesso vale per me.» Poi ha aggiunto: «Però, mo, che scusa ci inventiamo?» Al che, sentendo uno strano accenno di esaltazione, ma a dire il vero anche di pace, forse persino di tranquillità, di umore buono, no, togliamo l&#8217;esaltazione e teniamo tutto il resto, insomma, pervaso da queste strane e piacevoli sensazioni che sul momento, comunque, non ho di certo riconosciuto, ho risposto a Y.: «Dormiamo di nuovo qua in macchina, intanto.» Mi ha poi attraversato una frase. Il ricordo di una frase. Anche se adesso, però, non sono tanto sicuro fosse un ricordo. Forse il ricordo della frase me lo sono creato al momento. Comunque, ho continuato e concluso dicendo: «Se è vero che, come ho letto di recente, ogni personaggio moderno è un personaggio-Amleto, allora, Yorick, stai tranquillo: entro domani sera una scusa per tornare al cinema, in qualsiasi cinema, di sicuro la troviamo.» Ho rigirato il teschio di Y. verso lo schienale del sedile e ho steso il mio. Poi ho chiuso gli occhi e ho cominciato a far finta di dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Tra gli ingranaggi e gli specchi di Vila-Matas</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/05/08/tra-gli-ingranaggi-e-gli-specchi-di-vila-matas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2015 12:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Documenta 13]]></category>
		<category><![CDATA[Encuentro. Festa delle letterature in lingua spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni dozzini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Dozzini Enrique Vila-Matas poteva scrivere questo libro in un altro momento della sua vita, uno qualsiasi, purché fosse diverso da quello in cui l’ha scritto, e cioè un paio d’anni fa, il tempo sufficiente perché la sua casa editrice italiana, Feltrinelli, lo pubblicasse proprio adesso, proprio in questi giorni. Mi avrebbe risparmiato un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Dozzini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-53859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Vila-Matas-184x300.jpg" alt="Vila-Matas" width="250" height="408" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Vila-Matas-184x300.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Vila-Matas.jpg 613w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></p>
<p>Enrique Vila-Matas poteva scrivere questo libro in un altro momento della sua vita, uno qualsiasi, purché fosse diverso da quello in cui l’ha scritto, e cioè un paio d’anni fa, il tempo sufficiente perché la sua casa editrice italiana, Feltrinelli, lo pubblicasse proprio adesso, proprio in questi giorni. Mi avrebbe risparmiato un bel po’ di ansia, Vila-Matas, perché la storia che racconta in <em>Kassel non invita alla logica</em> (traduzione di Elena Liverani), almeno nelle sue parti meno profonde e speculative, somiglia non poco alla storia che potrebbe raccontare dopo il suo ritorno da Perugia, dove tra oggi e domani parteciperà alla seconda edizione del festival letterario che contribuisco a organizzare con tanto entusiasmo e tanta fatica. Questo libro, che per inciso a mio avviso è un libro splendido, racconta la storia di uno scrittore, e cioè di Vila-Matas, invitato a trascorrere alcuni giorni all’edizione 2012 di <em>Documenta</em>, manifestazione dedicata all’arte contemporanea che si svolge nella città tedesca di Kassel: racconta i dubbi e le idiosincrasie, gli imbarazzi e il rimuginare che spesso contraddistinguono esperienze del genere: un ospite illustre e la gente che si dovrà occupare del suo soggiorno per conto del festival, o della fiera, o di quel che sia.</p>
<p>Ora, <em><a href="http://www.encuentroperugia.it/" target="_blank">Encuentro</a></em> non è <em>Documenta</em>, noi abbiamo radunato una decina di scrittori, qualche studioso e un fotografo, là si tratta di nuove frontiere dell’arte, tutta un’altra cosa, per carità. E infatti l’ho detto, il guaio è entrare nella testa di un uomo che a momenti potrà pensare di te e dei tuoi compagni qualcosa di simile a ciò che ha pensato dei tizi di <em>Documenta</em>, anche se noialtri siamo gente molto meno concettuale, va da sé, forse pure più modesta, e di sicuro più cerimoniosa e attenta a mettere i nostri amici a proprio agio. Per cui in fondo non c’è niente di male, nel fatto che Enrique Vila-Matas abbia scritto proprio adesso, ovvero proprio un paio di anni fa, il libro di cui parlerà questa sera a Perugia, e in esclusiva italiana, perché domenica già se ne ritorna a Barcellona, e della faccenda, ci perdonerete, tendiamo a voler farcene un vanto. Niente di male: uno dei soliti scherzi del destino, di quelli che piacciono tanto a lui, e un po’ a tutti, diciamo la verità, le coincidenze piacciono a tutti anche se pochi riescono a giocarci come ci riesce Vila-Matas, con tutto il suo bagaglio di incastri e intrecci e ricami letterari.</p>
<p>E comunque, parlare di un libro come <em>Kassel non invita alla logica</em> è un’impresa pressoché impossibile. Naturalmente so che non potete fidarvi di quel semplice aggettivo (“splendido”), io sono solo uno come gli altri, e le parole che scelgo le scelgo arbitrariamente, come gli altri, e per di più ho anche un’urticante allergia all’Accademia e all’idea che in letteratura esistano più regole di quelle che potrebbe intuire un bambino di tre o quattro anni. Per cui no, non vi fiderete, ed è giusto così. Allora argomento un po’, ma divagando.</p>
<p>Di una cosa sono sicuro: <em>Kassel</em> appartiene al genere di letteratura per cui Enrique Vila-Matas è probabilmente più conosciuto, e che bene o male ci siamo abituati a definire meta-letteratura, costruita come un grande meccanismo disseminato di ingranaggi e specchi e spifferi che funziona più per convinzione che per esattezza. Non è un romanzo, ma allo stesso tempo lo è, non tanto perché potrebbe essere tutto finto quanto perché è dotato di una forza narrativa evidente, un magnetismo che ti porta a chiederti cosa succederà poi, e come andrà a finire – se qualcuno dovesse propormi di buttar giù una definizione di romanzo forse, almeno in questo istante, sarebbe questa.</p>
<p>Io non ho gli elementi per sapere che Vila-Matas abbia effettivamente partecipato a <em>Documenta 13</em>, nel settembre 2012, e pur bastandomi fare qualche ricerca su Google eviterò di sincerarmene, dato che non conta affatto. La descrizione di Kassel e di molte delle opere d’arte messe in rassegna è d’altro canto così precisa e dettagliata che il problema sembrerebbe non porsi neppure. In ogni caso il viaggio del protagonista, scrittore catalano euforico al mattino e depresso all’approssimarsi del buio, va dritto al centro dell’idea di arte contemporanea, ed è un viaggio <em>verniano</em>, tra trabocchetti e scorciatoie e rischi d’ogni sorta, e la percezione fortissima di poter arrivare davvero da qualche parte di incredibile e sbalorditivo, in un modo o nell’altro, anche contro le leggi della scienza, se necessario.</p>
<p>Vila-Matas si interroga sullo stato di salute dell’arte contemporanea, richiama altra arte e altri frammenti della propria vita – la giovinezza, l’avanguardia, i vecchi sodali, l’ossessione per la novità. Si pone anche interrogativi esplicitamente politici, storici, sullo stato di salute dell’Europa, della Germania, della Spagna, e si concede una stilettata, che peraltro ovviamente mette nella bocca del protagonista alter-ego, agli scrittori spagnoli di oggi, per cui è così difficile «concepire l’arte senza un messaggio, accettare una letteratura senza un tocco necessariamente umanista in versione comunista». Un genere di letteratura che, per quel che importi, a me peraltro piace e interessa moltissimo, così come mi piace e mi interessa quel genere di letteratura che pratica Vila-Matas, se è praticata bene come la pratica lui.</p>
<p>Il privilegio del lettore dopotutto è non dover scegliere, e lo sa benissimo anche Enrique Vila-Matas, che alle peregrinazioni reali o sognate o immaginate del suo avatar tre le vie e i boschi di Kassel assegna una funzione quasi catartica quanto illusoria, come si illude chi crede di esser sfiorato da un alito secco e freddo in un vicolo buio o in un’installazione esasperata, come – non è vero? – lo sono tutte le installazioni. Nel vortice di libri – Walser, Sebald, Bellow, Kundera – e di cinema e di pittura e di musica in cui si ritrova il protagonista di <em>Kassel non invita alla logica</em> c’è una riflessione accurata e incerta sulla vita e sull’arte, e alla fine il discorso sembra ricadere sempre lì, dove batteva forte Pirandello cent’anni fa: l’una, l’altra, o entrambe le cose? E ancora, quando cala la sera, chi è veramente così sciocco da non sentire il peso dell’inevitabilità, davanti a sé, e da non capire che l’arte in fondo è capacità di boicottare la ragione, di non invitare alla logica, e suggerire altri mondi e altri capolinea impossibili allo scorrere delle esistenze?</p>
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		<title>Buon compleanno, Sergio Pitol</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Dickens]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Bolaño]]></category>
		<category><![CDATA[sergio pitol]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Davide Orecchio Sergio Pitol compie 80 anni. Fioccano gli articoli e gli omaggi al più colto ed erudito degli scrittori messicani viventi, traduttore di Conrad, Gombrowicz, Nabokov, Austen e James, tra i primi a sperimentare l’autofiction, autore di racconti perfetti, romanzi indimenticabili, biografie letterarie, diari di viaggio. Un creatore di generi e “maestro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45117" alt="elviaje" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje.jpg" width="700" height="783" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje-268x300.jpg 268w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Sergio Pitol compie 80 anni. Fioccano gli <strong><a href="http://www.tiempoenlinea.com.mx/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=21822%3Ahomenaje-a-sergio-pitol&amp;catid=60%3Acultura&amp;Itemid=135" target="_blank">articoli e gli omaggi</a></strong> al più colto ed erudito degli scrittori messicani viventi, traduttore di Conrad, Gombrowicz, Nabokov, Austen e James, tra i primi a sperimentare l’autofiction, autore di racconti perfetti, romanzi indimenticabili, biografie letterarie, diari di viaggio. Un creatore di generi e “maestro involontario”, come <a href="http://www.pagina24zacatecas.com.mx/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=8131%3Ael-maestro-involuntario&amp;catid=48%3Aespectaculos&amp;Itemid=96" target="_blank"><strong>riconosce lo spagnolo Enrique Vila-Matas</strong></a>:</p>
<blockquote><p>“Pitol mi ha aperto porte, mi ha mostrato sentieri della letteratura e gli devo quello che sono e ciò che non sono. Lo considero il mio maestro”.<span id="more-45116"></span></p></blockquote>
<p>Giorni fa il <strong><a href="http://www.blogenriquevilamatas.com" target="_blank">blog di Vila-Matas</a></strong> si apriva così:</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-45120" alt="pitol_vila_matas" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas.png" width="436" height="575" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas.png 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas-227x300.png 227w" sizes="(max-width: 436px) 100vw, 436px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pitol, Pitol, Pitol! <strong><a href="http://www.lja.mx/2013/03/festejan-80-anos-de-sergio-pitol-quien-hace-una-fiesta-de-la-literatura/" target="_blank">Festeggiato da Elena Poniatowska e Margo Glantz</a></strong>. Genitore di Roberto Bolaño, Juan Villoro, César Aira. Insignito del Premio Cervantes nel 2005. Autore di molte opere:</p>
<p><i>Tiempo cercado</i> (1959)<br />
<i>Infierno de todos</i> (1965)<br />
<i>Los climas</i> (1966)<br />
<i>No hay tal lugar</i> (1967)<br />
<i>El tañido de una flauta</i> (1973)<br />
<i>Asimetría</i> (1980)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45118" alt="vida conyugal" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal.jpg" width="700" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><br />
<i>Nocturno de Bujara</i> (1981)<br />
<i>Cementerio de tordos</i> (1982)<br />
<i>Juegos florales</i> (1985)<br />
<i>El desfile del amor</i> (1985)<br />
<i>Domar a la divina garza</i> (1988)<br />
<i>Vals de Mefisto</i> (1989)<br />
<i>La casa de la tribu</i> (1989)<br />
<i>La vida conyugal </i>(1991)<br />
<i>El arte de la fuga</i> (1996)<br />
<i>Todos los cuentos más uno</i> (1998)<br />
<i>Soñar con la realidad</i> (1998)<br />
<i>El viaje</i> (2000)<br />
<i>Todo está en todas las cosas</i> (2000)<br />
<i>De la realidad a la literatura</i> (2002)<br />
<i>Obras reunidas II</i> (2003)<br />
<i>Obras reunidas III</i> (2004)<br />
<i>El mago de Viena</i> (2005)<br />
<i>Trilogía de la memoria</i> (2007)<br />
<em>Autobiografía soterrada</em> (2011).</p>
<p><strong><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Sergio_Pitol#Su_obra" target="_blank">Wikilista</a></strong> cui aggiungo un gioiello: <i>Adicción a los ingleses. Vida y obra de diez novelistas</i> (2002), dove lo scrittore messicano ispanizza il proprio essere <em>addicted</em> agli anglosassoni regalandoci ritratti di Conrad, James, Dickens.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45119" alt="adiccion" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion.jpg" width="700" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per <strong><a href="http://www.informador.com.mx/suplementos/2013/443125/6/sergio-pitol-el-arte-de-una-fuga.htm" target="_blank">alcuni</a></strong> <em>El arte de la fuga</em> (meticcio e archetipo del saggio e dell’autobiografia) ed <em>El Viaje</em> sono i suoi libri migliori. Altri preferiscono <em>El mago de Viena</em> oppure <em>Vals de Mefisto</em>. Affezionati lettori che frequentano, oltre alla spagnola, forse la lingua francese, forse la tedesca, forse l’inglese, ma non quella italiana, dove il <em>vita e opere</em> di Pitol si disidrata in questa prugna secca:</p>
<p style="text-align: center;"> <img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-45121" alt="pitol_italia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia.png" width="621" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia.png 887w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia-300x195.png 300w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due libri, se non sbaglio (e spero di essermi sbagliato). E se non c’erano Sellerio e Nottetempo, neanche quelli. Eppure Pitol è un classico, un autore importante, un grande scrittore. Ora mi chiedo: cos’aspettano la Nuova frontiera, Edizioni Sur, la stessa Nottetempo, Sellerio e tutti gli altri a portarlo in Italia? Coraggio amici!</p>
<p>Si potrebbe cominciare proprio da<em> El Viaje</em>, che in questi mesi di euforia <em>limonoviana</em> saprebbe intercettare l’interesse del pubblico. È il racconto lungo (140 pagine) di un breve viaggio (due settimane, primavera del 1986) nel disgelo sovietico compiuto dall’ambasciatore messicano in Cecoslovacchia Sergio Pitol (la tradizione latinoamericana del diplomatico letterato, c&#8217;è anche questo nella vita del nostro eroe). Una Mosca indolente e rassegnata, abitata da burocrati che sbiadiscono &#8211; poco più che ombre -, da scrittori afoni, dai fantasmi di Čechov e Marina Cvetaeva. E poi giù fino alle terre di georgiani folli ed esuberanti. Un diario di viaggio innescato dalla finzione e un saggio letterario. Un esempio di virtuosismo che i lettori italiani meriterebbero di leggere. Insieme a molto altro firmato “Pitol”.</p>
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		<title>Storia per Enrique Vila-Matas, scrittore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 07:33:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni dozzini]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
		<category><![CDATA[L'Ulisse]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44752" title="vila-matas" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-277x300.jpg" width="277" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-277x300.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-945x1024.jpg 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-88x96.jpg 88w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-35x38.jpg 35w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-198x215.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas-118x128.jpg 118w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/vila-matas.jpg 1572w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /><br />
di <strong>Giovanni Dozzini</strong></p>
<p>Ho come l’impressione che a Enrique Vila-Matas, il vertiginoso scrittore spagnolo, la storia che sto per raccontare, con i suoi molteplici intrecci tra letteratura e vita, piacerebbe moltissimo. Intendiamoci, non è che significhi molto. E con ciò intendo dire che non si tratta di una di quelle vicende che reclamano attenzione per il semplice fatto di apparire così come appaiono alla totalità della gente, vicende fatte di accadimenti che si susseguono e trambusti ed eclatanti passioni o sentimenti. Questa storia, che è una storia vera, ha un suo valore solo nel momento in cui le si dà una lettura determinata, dipendente da chi la dà e da come sia arrivato ad avere a che fare con essa. Insomma, caro Enrique, autore amato e guardato sempre con un po’ di sospetto, io te la vorrei dedicare. Anzi, raccontare.<br />
<span id="more-44751"></span><br />
Il perché è presto detto. L’altro giorno, ovvero un giorno di non molto tempo fa, ero in una libreria di Perugia, la mia bella e sonnolenta città. Una libreria particolare, per me e non solo per me: là si vendono libri usati, e da queste parti posti del genere ne esistono pochi, innanzitutto; e poi il padrone, un giovane uomo gentile dalla folta barba nera e dai capelli d’argento, è un mio buon amico. Ebbene, ricordo una serata di qualche anno or sono trascorsa, a onor del vero in piccola parte, a parlare di te, Enrique, proprio con Francesco. Ce ne stavamo a sorseggiare i nostri cocktail in un locale notturno del Lago Trasimeno, a una quarantina di chilometri da qui, sotto un tettuccio di cannine e con il concerto che non si decideva a cominciare, e non so più come siamo finiti a discutere del grandioso Vila-Matas, di un tuo libro letto di recente che poteva essere quello sulla impossibilità di voler scrivere <em>(1) </em>o quell’altro su Parigi <em>(2)</em>.</p>
<p>Così &#8211; non ci conoscevamo poi da molto, allora – da quel momento seppi che alla sua faccia e al suo nome avrei sempre potuto collegare non solo l’amore per la letteratura, che senza dubbio potevo già sospettare, ma anche l’amore per la tua letteratura, cosa a dire il vero piuttosto rara, in Italia, o meglio nell’Italia di qualche anno fa. Sarebbe trascorso parecchio tempo prima che Francesco decidesse di aprire una libreria dell’usato in una delle strade principali e più ripide del centro storico della nostra città, e nel frattempo ci sarebbe capitato di tornare a parlare di te, ogni tanto. Poi la libreria arrivò, lui la chiamò Bardamu <em>(3)</em>, e naturalmente cominciai a frequentarla anche se non così spesso, dato che il mio lavoro di recensore mi imponeva di leggere pressoché esclusivamente libri appena usciti e allo stesso tempo mi permetteva di averli gratuitamente – in pratica aveva annichilito la mia attività di acquirente librario.</p>
<p>La Bardamu è una bella libreria, Enrique, e se mai ti capitasse di venire a passare un po’ di giorni qui, ti consiglio di farci un salto, magari per finire a scriverne, poi, come hai fatto della Bernat di Barcellona nel tuo ultimo, notevole, romanzo <em>(4)</em>. E come se non bastasse appesa alla parete dietro alla postazione in cui di solito stanno seduti Francesco o la sua ragazza, la adorabile Betta <em>(5)</em>, tra la ventina di altre fotografie scaricate da Internet («Forse non potevo neanche farlo»: e invece sì, Francesco, certo che sì!) troveresti anche la tua. Scattata qualche anno fa, in bianco e nero, che ti immortala con i tuoi soliti occhi da diavolo buono, la tua fronte sterminata, la tua nostalgia di non essere lì a guardarti in faccia come risulta così facile fare a tutti gli altri. Sei in buona compagnia: un po’ più su c’è Bolaño, preso di tre quarti, un po’ più in là il vecchio, emaciato, Poe, e in cima i letterati nazionali, Pavese, Ungaretti, e poi Gary, Baudelaire, quel mezzo strabico di Marías, che pure un po’ ti somiglia. Allora, Enrique, in un anno avrò messo piede dentro alla libreria Bardamu una decina di volte, quasi mai con l’intenzione di comprare seriamente un libro, per poi uscirne quasi sempre con in mano almeno uno. Ecco una piccola lista degli altrui scarti letterari che mi sono portato a casa: Tabucchi, Faulkner, Toni Morrison, Roth (Philip), I.B. Singer <em>(6)</em>. Lo so, niente male, e infatti una caratteristica di questa libreria dell’usato è che pur non essendo enorme, tutt’altro, nei suoi scaffali si possono trovare quasi solo libri buoni o eccellenti, a volte anche fuori commercio. Di Toni Morrison, per esempio, ci sono sempre svariati titoli, così come di Bellow, che ormai non si trova più – fatta forse eccezione per <em>Herzog</em> e <em>Il re della pioggia</em> – nemmeno in Feltrinelli. Naturalmente non è il genere di libreria in cui andare a cercare un libro ben preciso, perché con tutta probabilità quel libro lì non lo si troverà. Non bisogna scegliere, ma farsi scegliere: e sono sempre sorprese graditissime.</p>
<p>Poi c’è la curiosità. Perché qualcuno deve essersi sbarazzato di un certo libro? Esistono molteplici motivi possibili, non infiniti come i casi della vita ma quasi. Il più delle volte, forse, si tratta di doppioni: te l’hanno regalato ma tu ce l’hai già, oppure l’hai comprato senza sapere, o ricordare, che una copia fa già bella mostra di sé nella tua libreria, retaggio di un passato remoto o del patrimonio di tua moglie o della persona che vive con te. Oppure c’è dell’altro, c’è disprezzo dovuto ad altro disprezzo, magari quello nei confronti del tizio che te l’ha regalato, o ancora meglio di quello che l’ha scritto – in questo caso il disprezzo potrebbe essere maturato successivamente al momento in cui tu hai comprato o letto quel libro, succede molto spesso che uno scrittore cambi radicalmente idee e modi di scrivere e finisca per rendersi inviso ai suoi vecchi lettori. O ancora, ma questa che a qualcuno potrebbe sembrare la ragione più ovvia a me appare come la più inconcepibile, l’hai letto e t’è piaciuto talmente poco da volertene liberare. Si potrebbe continuare a lungo, con le supposizioni, ma non si renderebbe onore alla realtà, che senza dubbio, come sempre, prevede opzioni al di là della comune e non comune immaginazione. Prendendo in mano un qualsiasi volume ospitato nella bella libreria del mio amico Francesco, quindi, per me è inevitabile chiedermi chi l’abbia posseduto, se l’abbia letto e perché l’abbia dato via. Però una volta Francesco, o forse è stata Betta, m’ha spiegato che solitamente i libri arrivano in stock, reduci da biblioteche private in vie di smantellamento causa decessi o rimbambimenti o traslochi, oppure completamente anonimi. C’è un piccolo mercato sotterraneo, alle spalle di quello che vediamo nella sua bottega di via dei Priori, da robivecchi della carta stampata, che è fatto di molti canali e molti snodi. Il più delle volte, quindi, risalire al precedente proprietario di un certo libro è pressoché impossibile.</p>
<p>Per questo, quando l’altro giorno mi sono imbattuto in una copia appena sgualcita di quello che reputo uno dei più formidabili romanzi mai scritti nell’intera storia della letteratura, ho sussultato. Proprio all’inizio del ripiano più comodo da sfogliare, sulla sinistra, più o meno all’altezza del mio petto, c’era <em>Il tamburo di latta</em>, nella stessa edizione economica color ocra della Feltrinelli che mi accompagnò per buona parte di una delle estati della mia gioventù. Lo ricordo appoggiato sui tavoli della biblioteca della facoltà di giurisprudenza, quel libro giallo, lo ricordo sulle mie ginocchia nude mentre me ne sto stravaccato su una panchina dei giardinetti dell’università, lo ricordo sul letto sfatto di un ostello di Trieste o di Praga. Il vecchio Günter, il vecchio Oscar, il vecchio giovane-me! Com’era possibile che qualcuno fosse stato così impudente da rivenderlo? Ho preso in mano quel libro, e come sempre ho avuto la tentazione insensata di comprarlo, non per rimediare all’oltraggio ma per semplice, compulsiva e rassicurante attrazione, o forse, ancor meglio, per familiarità: era lui, lo conoscevo bene, lo amavo a tal punto. Me lo sono rigirato tra le mani, senza aprirlo, senza sfogliarlo, e tenendo gli occhi fissi sulla copertina, sul piccolo e geniale Oscar Matzerath immortalato – stilizzato in rosso &#8211; nell’atto di suonare il suo poderoso tamburo, ho farfugliato qualcosa all’indirizzo di Betta, che se ne stava seduta al solito posto, sotto i ritratti degli scrittori – Francesco, come capita spesso, era in giro a cercare mercanzia. Qualcosa di poco comprensibile, in effetti, qualcosa del tipo «Non m’azzardo nemmeno a chiederti chi possa avervi venduto questo libro», tant’è che lei, Betta, non ha capito. Poi è stata interpellata da una cliente, un altro ne è entrato, e io ho rimesso a posto Grass allontanandomi e scotendo la testa, deciso ad andare oltre, indignato ma flebilmente, come flebilmente non si può non essere qualsiasi cosa che si è nei giorni sotto Natale. Quando siamo rimasti più o meno soli, però, tempo un paio di minuti, la gentile Betta m’ha interrogato su cosa stessi cercando di dirle poco prima, e a quel punto non ho avuto scelta. Sono tornato al cospetto del <em>Tamburo</em>, l’ho preso di nuovo in mano e ho ripetuto, stavolta scandendo con più convinzione, la mia osservazione. Aggiungendo ciò che immaginavo entrambi dessimo per scontato: «Dato che, come tutti gli altri, anche questo libro verrà da uno stock, da chissà dove». È a quel punto che la faccenda ha preso una piega inaspettata. Perché no, m’ha detto Betta, si dava il caso che in questo caso lei sapesse benissimo chi fosse la persona da cui provenisse il libro. Ah! L’identità del lettore ingrato o fallato che aveva rigettato uno dei massimi capolavori della narrativa europea e mondiale del secondo Novecento a quanto pareva era a portata di mano. «Quindi?», ho chiesto io. «Una donna», ha risposto Betta. Bene, questo era già qualcosa. Una donna, perché alle donne una scrittura esasperata e oscena come quella di Grass potrebbe non piacere, in effetti, anche se non credo di avere mai avuto notizia di una donna che abbia mai provato a leggere <em>Il tamburo di latta</em>, intendo dire di una donna con cui io abbia avuto a che fare in qualche modo. So di donne che hanno cominciato a leggere Saramago senza riuscire ad andare avanti, e di donne che hanno cominciato a leggere Bellow senza riuscire ad andare avanti. Ma Grass, Grass, non lo so. Ricordo piuttosto un racconto contenuto in una raccolta di un altro scrittore spagnolo, Pablo d’Ors, prete a tempo perso, in cui Milan Kundera e Grass si ritrovavano per un convegno in un ex convento slovacco a parlare di libri, ammalarsi e farsi blandire o addirittura sedurre dalle partecipanti <em>(7)</em>. Il genere di finzione meta-letteraria che piace tanto anche a te, Enrique, questa di d’Ors, spagnolo o non spagnolo, prete o non prete: e insomma il suo Grass possedeva un appeal non indifferente nei confronti del gentil sesso, a dire il vero ben maggiore rispetto a quello del povero e tormentato Kundera.</p>
<p>In ogni caso, tornando alla mia storia, se nel frattempo Betta non fosse stata sequestrata da un’altra coppia di clienti avrei affondato il colpo costringendola a rivelarmi qualcosa in più su quella rivenditrice infausta, anche se il segreto professionale, insomma, forse glielo avrebbe impedito, forse m’avrebbe negato ogni genere di soddisfazione. Ma il sequestro era in atto, e ciò che feci, e tutto sommato è singolare che non lo avessi ancora fatto, allora fu aprire il libro, perché magari sul frontespizio avrei trovato una dedica proprio come mi era capitato per il <em>Requiem</em> di Faulkner del ’62, poche righe forbite e direi di circostanza vergate dalla penna di un certo assisano vissuto mezzo secolo addietro. E la dedica c’era, la dedica c’era! Ho pensato che Grass, se solo avesse saputo qualcosa di quella storia, in quel momento avrebbe voluto essere nei miei panni, e contestualmente ho pensato anche che storie di quel tipo si dovevano essere ripetute perlomeno decine se non centinaia di volte, in ogni parte del mondo, dal momento in cui il <em>Tamburo</em> era stato dato alle stampe <em>(8)</em>: una libreria dell’usato, quel libro dato indietro, e una dedica da leggere. Ho pensato tutto nella frazione infinitesimale di secondo che mi è occorsa per mettere a fuoco quelle parole scritte di sbieco appena sotto l’intestazione della collana della Feltrinelli <em>(9)</em>, guarda caso l’editore della maggior parte delle traduzioni italiane di Vila-Matas <em>(10)</em>, con una biro blu. In corsivo minuto e nervoso, a tratti sgangherato – nel senso che alcune lettere erano staccate dal resto delle parole a cui appartenevano. In realtà la prima cosa che ho pensato dopo aver smesso di pensare a Grass e alla schiera di copie usate del suo libro migliore finite nelle mani di banali avventori come me è stato che la dedica, intesa nella sua morfologia complessiva, nel suo impatto visivo, aveva qualcosa di insolito. Ma non mi sono domandato seriamente di cosa si trattasse: perché stavo già leggendola, di fatto, e così l’ho letta. <em>Per sconfiggere il “nulla”</em> – recitava così – <em>che dilaga nell’</em>. Poi veniva una parola che non riuscivo a comprendere, una parola di una decina di lettere, un po’ meno, che iniziava con una <em>i</em> e finiva con quella che probabilmente era una <em>e</em>. Quindi continuava così: <em>del sonno</em>. A capo: <em>da Paola</em> <em>(11)</em> <em> a me stessa con tanto amore</em>.</p>
<p>L’anomalia visiva, perciò, stava nell’assenza di una firma isolata in calce. Ma l’anomalia sostanziale, enorme e inattesa, stava proprio nella presenza di un tipo così particolare di firma: la tizia quel libro se l’era regalata da sola. «Oh», ho detto allora sollevando la testa e lo sguardo, che suppongo fosse tra il gongolante e il sardonico, in direzione di Betta. «Adesso capisco». E poi ho dato voce alla dedica, mugugnando qualcosa al posto della parola che non si riusciva a intendere. Ora, confesso di non ricordare se ho aggiunto o meno ciò che senza dubbio ho immediatamente pensato: adesso capisco, questa Paola ha dato indietro <em>Il tamburo di latta</em> perché questa Paola è una donna che scrive dediche a se stessa sui frontespizi dei libri che compra per se stessa. <em>Perché questa Paola, con tutta evidenza, è pazza.</em> Betta ha sorriso, ma non si è mostrata disposta ad aggiungere dettagli sulla personalità della signora, ancorché ne conoscesse sicuramente parecchi. Il fatto però è un altro: dire pazza è dire troppo, dire normale, oltre che sciocco, è dire poco. Qualche motivo più o meno recondito, in un giorno più o meno particolare della sua vita, aveva spinto quella donna a comperare un libro di cui doveva aver sentito parlare da qualcuno e da qualche parte in modo tale da pensare che potesse rappresentare un toccasana per se stessa e per certi suoi problemi legati al sonno, e a vergare di proprio pugno una dedica a se stessa su quella pagina bianca. Una parentesi doverosa, a questo punto. Perché è chiaro che ogni scrittore che si rispetti, che si tratti di Vila-Matas o Grass o chiunque altri, non potrebbe lasciarsi scappare la ghiotta occasione di speculare e indagare su questa faccenda della parola incomprensibile. Una parola dalla quale sarebbe in grado di far dipendere le sorti di un intero romanzo, se non del mondo. C’è, o almeno c’era, un “nulla” che dilaga da qualche parte nel sonno della signora Paola, ma a quanto pare non riusciremo mai a sapere quale sarà, questa parte. La decifrazione più plausibile, a livello calligrafico, sembrerebbe essere “idrozone”, termine che naturalmente non esiste, non vuol dire nulla. Io potrei mettermi a comporre ipotesi alternative a partire da questo riferimento, adesso, ma dove finirebbe per portarmi? Non sono io quello che scriverà un romanzo sul tassello mancante della dedica di Paola, la donna, presumibilmente perugina, dedita alla compravendita di edizioni economiche del <em>Tamburo di latta</em> di Günter Grass, io sono solo quello che racconta un episodio della propria esistenza che si è intersecato, a distanza di oltre un decennio, con un episodio dell’esistenza di tale donna. E ciò che mi preme è che dopo essersi comprata e regalata quel libro, per qualche altro motivo quel libro non le era piaciuto quanto aveva sperato, l’aveva annoiata, o forse – semplicemente – non aveva funzionato, il suo sonno aveva continuato a essere problematico, il suo umore amaro come non dovrebbe dopo un bel regalo, per quanto tutt’altro che sorprendente. E così l’aveva rivenduto. Ma quando era successo tutto ciò? Ed è qui che torna in gioco Vila-Matas, ecco che c’entri di nuovo tu, estimado Enrique. Perché in fondo alla dedica campeggiava anche una data, tutt’altro che insignificante. Non tanto per l’anno – era il 2000, porta del secolo e del millennio, ma vabbè – quanto per il giorno e il mese: 16 di giugno. «Ovvero?», m’ha chiesto Francesco quando un paio di giorni più tardi sono ripassato in libreria quasi con l’unica ragione di farglielo notare. Ovvero il Bloomsday, ovvero il giorno in cui ebbe luogo, nell’anno di grazia 1904, l’intera vicenda che riempie le mille pagine <em>(12)</em> dell’Ulisse di Joyce, e che da oltre sessant’anni <em>(13)</em> viene rievocato per le vie di Dublino con iniziative di vario genere che per lo più si svolgono ricalcando le peregrinazioni di Leopold Bloom in quel giorno di tarda primavera di inizio Novecento.</p>
<p>Ebbene, Vila-Matas? Tu lo sai, Enrique, e non sei il solo a saperlo: lo scrittore catalano – <em>tu</em> &#8211; è – <em>sei</em> &#8211; uno dei membri fondatori di un singolare organismo chiamato Ordine del Finnegans <em>(14)</em>, nato nel 2008 avendo come «unico proposito la venerazione del romanzo <em>Ulisse</em> di James Joyce» <em>(15)</em>. I soci, o “cavalieri”, si impegnano a presentarsi, “indefectibilmente”, a Dublino il 16 giugno di ogni anno per il Bloomsday, in una giornata che finisce laddove l’<em>Ulisse </em> comincia, ossia sulla Torre Martello, con la lettura di alcuni frammenti. Contestualmente, previo giuramento solenne, viene nominato un nuovo cavaliere – uno all’anno -, così al momento i cavalieri sono una decina, tutti scrittori, tra i quali alcuni lettori italiani conosceranno almeno l’elegante andaluso Antonio Soler <em>(16)</em>. Letture, giuramenti, sortite al pub, rituali vari: un ordine letterario-cavalleresco in piena regola con un motto davvero corroborante che coincide con l’ultima frase del capitolo sesto del romanzo: «Thank you! How grand we are this morning!» <em>(17)</em>.</p>
<p>Perciò la signora Paola, non riesco a immaginare nemmeno lontanamente il perché né cercherò di saperlo grazie ai buoni uffici di Betta e Francesco, a questo punto, scelse di comprarsi e regalarsi e ricevere – si suppone – l’edizione economica del <em>Tamburo di latta</em> di Günter Grass il 16 di giugno del 2000, giorno del giorno di Leopold Bloom, in altre parole giorno dell&#8217;<em>Ulisse</em>, ossia il romanzo che forse più di ogni altri ha cambiato il modo di intendere le possibilità della letteratura nel ventesimo secolo. Forse potrebbe essere un documento interessante, per l’archivio dell’Ordine, forse, se solo non avessi convinto il mio amico Francesco, libraio, a tutti gli effetti già suo legittimo proprietario, a comprare quel libro e a regalarselo per eleggerlo a prima lettura del nuovo anno, forse potrei comprarlo io, e farlo avere in qualche modo a Vila-Matas, a te, Enrique &#8211; un cimelio, un omaggio, un feticcio, un monito. Forse potrei convincere Francesco a fartene dono, ma non prima di averlo letto: ne sarebbe felice &#8211; avere a che fare direttamente con te, dopo i libri letti e amati e dopo la foto appesa sopra la sua testa nel suo locale di via dei Priori -, ne sarebbe felicissimo. Staremo a vedere, Enrique. Ora gli lascio tutto il tempo che gli serve. Ora cerco la tua mail, che devo avere per forza da qualche parte, dato che proprio via mail t’ho intervistato già due volte per conto del giornale su cui scrivo di libri da più di cinque anni, e comincio sul serio a raccontarti questa piccola storia di parole e coincidenze, questo piccolo frammento di letteratura minuta capitatomi per puro caso tra le mani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE<br />
1.</strong> <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Bartleby e compagnia </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">(Feltrinelli, 2002).<br />
</span><strong>2.</strong> <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Parigi non finisce mai </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">(Feltrinelli, 2006).<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>3.</strong> Fedinand, il protagonista di</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em> Viaggio al termine della notte </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">di Louis-Ferdinand Céline.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>4.</strong><em> Un’aria da Dylan </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">(Feltrinelli, 2012).<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>5.</strong> Avrei potuto usare dei nomi di finzione, ma ho preferito lasciare quelli veri. Questa scelta dipende proprio da quella di Vila-Matas in </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Un’aria da Dylan</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">: nel romanzo la titolare della libreria Bernat, Montse Serrano, è esattamente la Montse Serrano titolare della libreria Bernat di Barcellona, in carrer Buenos Aires 6. Stesso corpo, stessi pensieri, stessi sentimenti. E stesso nome.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>6.</strong> Per l’esattezza: il delizioso e meta-letterario (e molto adatto a una bibliografia laterale del vilamatismo) </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Autobiografie altrui</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> (Feltrinelli, 2002), un’edizione del 1962 di </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Requiem per una monaca</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> (Mondadori), l’edizione economica di </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Amatissima</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> (Frassinelli, 1996), </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Il grande romanzo americano</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> pubblicato da Editori Riuniti nel 1982 e al momento fuori commercio e una versione de </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Il mago di Lublino</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> apparentemente edita da ignoti (e con tanto di clamoroso refuso tipografico in bandella: «…Sul punto di abbandonare la fedele moglie Ester per fuggire </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>iln</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> Italia…»); in realtà spulciando nel colophon si evince che si tratta di una “Edizione CDE spa – Milano su licenza Corbaccio”.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>7.</strong> Il titolo del libro è </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>Il debutto</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> (Aisara, 2012), il titolo del racconto è </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>L’amante slovacca</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>8.</strong> Era il 1959.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>9.</strong> Universale Economica Feltrinelli.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>10.</strong> Gli altri editori italiani che nel corso degli anni hanno tradotto e pubblicato Enrique Vila-Matas sono Sellerio, Nottetempo, Alet e Voland.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>11.</strong> Qui eccepisco alla regola dei nomi autentici. Perché la donna a cui il nome appartiene potrebbe leggere questo scritto, un giorno o l’altro, e sospetto che non sarebbe felice di trovarsi pubblicizzata in un modo tale. Ho scelto Paola, quindi, che a mio avviso è un nome parente di quello vero: soprattutto a livello temporale, perché quella donna è nata in un momento storico in cui avrebbe potuto chiamarsi anche Paola ma non, per dire, Caterina, o Melissa, e nemmeno Chiara, probabilmente.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>12.</strong> 1040, per l’esattezza; mi riferisco all’edizione economica Mondadori, con traduzione di G. De Angelis, che ho letto io.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>13.</strong> Dal 1950, secondo Wikipedia.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>14.</strong> O per meglio dire Orden del Finnegans. Questo è il suo sito ufficiale: www.ordendelfinnegans.com.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>15.</strong> Vedi il sito di cui sopra alla sottovoce “Propósito” della voce “Orden”.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>16.</strong> Per la lista completa così come per tutte le altre informazioni, anche qui citate, riferite all’Orden, è possibile consultare lo stesso sito.<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>17.</strong> «Grazie! Come siamo grandiosi, oggi!».</span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ognuno di noi crede di essere stato invitato davvero, e personalmente, all’amore &#8211; Un&#8217;intervista a Enrique Vila-Matas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Aug 2012 06:00:51 +0000</pubDate>
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<p>Mi piacerebbe riuscire a rendere con le parole tutti quei silenzi. Il modo in cui, alla fine di una frase, Enrique Vila-Matas si fermava e mi guardava senza parlare, con i suoi occhi grandissimi. E quando finalmente mi decidevo io a dire qualcosa, lui mi interrompeva e, dal profondo del suo semplice stare, mi diceva una cosa sublime. Non si deve mai tornare su una storia d’amore finita, per esempio. Perchè se ti volti indietro, se rifai la strada al contrario la prima cosa che incontrerai, di quell’amore, è la sua morte.</p>
<p>Ci siamo incontrati a Firenze, in occasione del premio Von Rezzori che Vila-Matas ha vinto con la raccolta di racconti &#8220;Esploratori dell’abisso&#8221; (Feltrinelli). Nato a Barcellona nel 1948, ha scritto saggi, romanzi e racconti. E’ uno scrittore che scrive di letteratura anche quando racconta il mondo, che non conosce il peccato di realtà. Nel salotto di un albergo elegante, mentre fuori il caldo bruciava la città, gli ho chiesto di parlarmi d’amore.</p>
<p>È un argomento difficile. Vede, il tema dell’amore è strettamente legato a quello della verità. Nel 1939, uno scrittore francese scrisse un saggio, intitolato “L’amore e l’occidente” (Rizzoli).  Denis Rougemont, questo era il suo nome, sosteneva che nel nostro mondo l’amore fosse fondato su un’idea narcisistica. Partendo dal mito di Tristano e Isotta, spiega che ciò di cui noi fatalmente ci innamoriamo, non è l’altro, ma l’idea stessa di amore. Che appunto prescinde dalla persona amata, ed è invece un’auto-esaltazione di colui che ama, del suo coraggio nell’affrontare gli ostacoli. Un amore-martirio, infelice e non sensuale, che si esaurisce nella passione che brucia. Questo concetto, centrale nella poesia trobadorica e i romanzi medievali, è arrivato intatto fino ai nostri giorni.</p>
<p>C’è una scena bellissima ne “Il Grande Gatsby”  di F. S. Fitzgerald, ce ne sono tante in verità in quella che io considero forse la più perfetta storia d’amore mai raccontata. Ma quella a cui mi riferisco è il primo incontro tra Gatsby e Daisy, dopo cinque anni. Nick ha invitato la ragazza a prendere un the a casa sua, su suggerimento di Gatsby. Vuole andarsene, lasciarli soli. Ma loro insistono che rimanga. Perchè, si chiede Nick. “Forse”, scrive Fitzgerald, “la mia presenza li faceva sentire più piacevolmente soli”. È una frase sibillina. Siri Hustvedt, la scrittrice moglie di Paul Auster, ha parlato di questo momento in un suo saggio. Mi piace molto quello che dice: l’amore, scrive Hustvedt, per esistere ha bisogno di essere visto. È una coppia composta da tre persone. Forse essere innamorati, amare, è una condizione talmente ineffabile che solo un testimone può renderla credibile, reale. Forse Daisy aveva bisogno di Nick per “vedere” il suo amore per Gatsby.</p>
<p><strong>Si possono raccontare solo gli amori infelici?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Non necessariamente. Nabokov per esempio è uno scrittore che ha saputo descrivere anche amori leggeri, compiuti. Però è vero che i più bei romanzi d’amore raccontano di passioni che spezzano la vita. Amori che sono malattie, come quello tra Heathcliff e Catherine, in “Cime Tempestose” di Emily Bronte. Eterni, indissolubili. Amori disperati, come quello di Adele H, la figlia di Victor Hugo, per quello stupido tenente francese, nel film di Truffaut. Il più sublime esempio di amore che trascende la vita stessa, è quello raccontato da Hitchcock in &#8220;Vertigo&#8221; (La donna che visse due volte). Il legame che unisce il protagonista, James Stewart a Kim Novak, nel doppio ruolo di Madeleine/Judy. Chi è la donna di cui davvero lui si innamora? Un fantasma del passato che lui ricostruisce con pazienza nel corpo di lei, trasformandola in quello che il suo desiderio sta cercando. Questo storia ci rivela la complessità e il mistero di quello che chiamiamo l’amore passionale. Che si contrappone all’amore quieto e razionale che costituisce la base dei cosiddetti matrimoni per convenienza. Fondati non sull’innamoramento ma su un contratto sociale, una logica economica. Chi può dire quale delle due condizioni garantisce maggiore durata e felicità? Quel che è certo è che l’amore, in qualsiasi forma, è l’unico sentimento che ci introduce all’idea dell’altro, che ci permette di uscire dalla condizione stringente dell’identità, dell’io nevroticamente arroccato in se stesso, e conoscere il mondo.</p>
<p><strong>L</strong><strong>’</strong><strong>amore  dunque fa male ma </strong><strong>è</strong><strong> necessario.</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>È ineludibile. Come il dolore del resto. Miguel Delibes, uno scrittore spagnolo, ha scritto un romanzo il cui protagonista è un bambino. &#8220;La sombra del ciprés es alargada&#8221; si intitola, è un libro del 1947. Questo bambino perde improvvisamente il suo migliore amico e decide che mai più sentirà amore per qualcuno per non soffrire della sua perdita. È questo che pensiamo tutti quanti ogni volta che un amore finisce. Ma è assurdo, e infatti nessuno mantiene la promessa. E continuiamo a innamorarci, sbagliare, riprovare. Ricordo un racconto di Adolfo Bioy Casares, la storia di un uomo che amava un donna. A un certo punto però, decide di lasciarla. Il motivo è che si è reso conto che lei ha un difetto. Non spiega quali sia questo difetto, ma è sufficiente a fargli decidere di separarsi. Quell’uomo, dopo qualche tempo, incontra un’altra donna e se ne innamora. Si fidanza con lei, ma dopo un po’ scopre che questa donna ha un difetto. Lo stesso difetto della precedente. E la lascia. E così anche un terza volta. L’amore ci inganna, facendoci pensare che ci sia qualcosa oltre, qualcosa di meglio, di più bello. Un’altra persona più adatta per noi. Ma la verità è che il difetto è in noi, e lo ritroveremo sempre, in chiunque incontriamo.</p>
<p><strong>Il tema dell</strong><strong>’</strong><strong>amore e quello della bellezza sono legati?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Credo proprio di sì. La bellezza è uno sguardo, e una percezione. Sophie Calle, l’artista francese, fece un giorno una performance riunendo un gruppo di persone cieche. Chiese loro, a turno, quale fosse la loro idea di bellezza. Mi ricordo di una ragazza che rispose Alain Delon. Che, ovviamente, non aveva mai visto. Perchè? La mia risposta è che la ragazza percepiva l’intensità della passione, dell’amore che quell’uomo suscitava nelle persone, e lei collegava appunto quel sentimento con l’idea di bellezza. I due temi sono strettamente legati anche in un’altra grande storia d’amore, quella di Stendhal per l’Italia. Lo scrittore si innamora di tutto, tutto gli sembra straordinario. Entra in una cucina, dove c’è una donna che sta dando da mangiare al suo bambino. Si innamora di quella donna, della placida bellezza che emana la scena. Ne parla Roland Barthes nell’ultima conferenza che stava scrivendo prima di morire. Barthes è alla stazione di Milano e deve prendere un treno notturno per Lecce. Scrive: “Lecce, il mistero di una città estrema”, e sta di nuovo parlando dell’amore.</p>
<p><strong>C</strong><strong>’è</strong><strong> un personaggio della letteratura di cui lei </strong><strong>è</strong><strong> innamorato?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Certamente Anna Karenina. E in particolare nel capitolo 29, quando in treno, in viaggio da Mosca a San Pietroburgo, tira fuori dalla borsa una lanternetta, la attacca al bracciolo della poltrona e si mette a leggere un “romanzo inglese”. Sullo stesso treno viaggia anche Vronksij, ma lei non lo sa ancora. Lo scoprirà soltanto quando scenderà alla stazione. E’ una scena straordinaria: la donna, la lampada, il treno che corre nella notte, e le vicende del libro che scorrono parallele. Claudia Cardinale ne &#8220;La ragazza con la valigia&#8221; di Zurlini, è stato un altro grande amore per me. E anche Jeanne Moreau ne &#8220;La Notte&#8221; di Antonioni&#8230; molte, in verità.</p>
<p><strong>C</strong><strong>’è</strong><strong> uno scrittore del quale avrebbe voluto leggere una storia d</strong><strong>’</strong><strong>amore e invece non l</strong><strong>’</strong><strong>ha mai scritta? </strong><strong></strong></p>
<p>Patricia Highsmith<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. C’è un’ultima cosa che vorrei dirle: le storie d’amore più belle sono quelle che ognuno di noi vorrebbe aver vissuto. L’ostinata ricerca di Fabrizio del Dongo ne “La certosa di Parma” di Stendhal, la devozione di Dante per Beatrice, la passione per Elena, l’invenzione di Dulcinea da parte di Don Chisciotte, ma soprattutto, come le dicevo, l’amore purissimo di Gatsby per Daisy. Ricorderà la scena in cui lui le mostra tutte le sue camicie e lei scoppia a piangere. In questo romanzo, ognuno inventa se stesso, il suo passato, la sua identità. Eppure una verità profonda percorre tutto il libro. “Sono veri, lo crederebbe mai?”, dice quello strano personaggio, “con gli occhiali da civetta” al cospetto dell’enorme quantità di libri raccolti nella biblioteca di Gatsby. Soltanto lui, di tutte le persone che riempivano le feste e la vita di Gatsby, si prenderà la briga di essere presente la funerale. Scompaiono tutti, come la luce verde. Da dove venivano, perchè erano lì, qualcuno li aveva invitati? “Io”, dice a un certo punto il narratore, “ero stato davvero invitato”. Non le sembra una perfetta metafora di quello di cui stiamo parlando? Ognuno di noi crede di essere stato invitato davvero, e personalmente, all’amore.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Mi è stato fatto notare da Chiara Valerio che in realtà Patricia Highsmith ha scritto una storia d&#8217;amore, &#8220;Carol&#8221;. La prossima volta che incontro Vila-Matas, persona squisita, glielo regalo.</p>
</div>
</div>
<p>[Questa intervista è stata pubblicata su <em>La Repubblica</em> il 30/7/2012. Lo stencil raffigurante Enrique Vila-Matas è tratto da <a title="stencil" href="http://pfdanado.blogspot.it/2009/08/dymostencil-013-enrique-vila-matas.html?utm_source=BP_recent">qui</a>]</p>
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		<title>&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[recensione per la quale è necessario avere letto il libro di Gianluca Cataldo «“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena Claves de razón práctica. E non ho alcuno motivo per non credere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>recensione per la quale è necessario avere letto il libro</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>«“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena <em>Claves de razón práctica</em>. E non ho alcuno motivo per non credere alla buonafede del suo gioco di parole, del suo inganno. Ortega y Gasset aggiungeva, molto tempo prima, che il linguaggio serve anche per nascondere i nostri pensieri, per mentire. E che l’inganno risulta essere “un umile parassita dell’ingenuità”. E chi siamo noi per non credergli? E se a tanto illustri pensatori chiosa un Canetti, che scrive che “è la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio così vantaggioso”, come non possiamo trasformarci in tanti parassiti letterari e, come un Borges qualsiasi o un Vila-Matas, dire per loro bocca che non dire, ma lasciare dire, sia meglio che opinare?</p>
<p>È mia opinione – scrivo io che di mestiere faccio tutt’altro – che le opinioni, ultimamente, siano troppe e troppo mollemente tollerate. Come le contraddizioni. E le rivendico entrambe!, le mie opinioni e le mie contraddizioni».</p>
<p>In questa maniera un po’ irritante iniziava un articolo che qualche tempo fa ho letto in uno dei tanti blog su internet. Mi era piaciuto al punto da scriverci sopra, ma durante il trasferimento dall’Italia le poste svizzere (strano a dirsi ma è così) hanno perso tutte le scatole contenenti i miei libri, scatole che, come quelle di Zuckerman, aumentano di anno in anno, decuplicando la mole di citazioni che posso utilizzare, col solo sforzo di memorizzarne la provenienza.<span id="more-37631"></span></p>
<p>Come sempre, sento il dovere di concretizzare le mie idee in qualcosa che non siano le mie idee, in un oggetto alieno da esse, in un contenuto simile all’opinione ma che se ne distacca per una certa oggettività. Tale oggettività è ottenuta, il più delle volte, romanzando un’opinione, nobile intento di renderla più duratura di quanto non sarebbe se lasciata nella sua forma, per così dire, scarnificata.</p>
<p>Ricordo che dopo avere letto quell’articolo telefonai ad Alessandro. Quando rispose gli domandai se fosse in Cile, mi contestò che stava dormendo. «In Cile?», insistetti io, e, con mia gran sorpresa, rispose «No, a casa mia». Strano, lo sapevo in Cile. «Ti sapevo in Cile». Mi chiese per cosa di tanto importante ero disposto a fare una chiamata internazionale.</p>
<p>Non era arrabbiato, lo conosco sin dai tempi del liceo, era piuttosto divorato dalla curiosità, e lo immaginai, dal mio verde e triste letto a una piazza e mezzo, sfregarsi gli alluci nel suo sempre pieno letto matrimoniale.</p>
<p>«Cosa stai leggendo?», domandai infine dopo 23 secondi di suspense. Prevedibilmente finse di adirarsi – «è per questo che ci hai svegliati?» – sentii una voce femminile chiedere che ore fossero. «Sì, cosa leggi?», mi accarezzai l’orecchio sinistro, anche se lui questo non poteva di certo vederlo. Lui, da sempre più veemente di me, stropicciò il suo.</p>
<p>Un’ira fittizia dura giusto il tempo di porre una seconda domanda o, come nel mio caso, di porre  per la seconda volta la stessa domanda.</p>
<p>Calmatosi, ripose «<em>L’arte di tacere</em>, di Joseph Antoine Toussaint Dinouart&#8230; mi piace molto dirlo per intero». «Ah, il buon abate», dissi io. Silenzio. «Ho bisogno di una bella frase a effetto».</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Che?»</p>
<p>«Una citazione Alessandro, proprio da quel libro». Stavolta si adirò davvero, perché non era la prima volta che mi rimproverava questo modo discutibile che ho di gestire la letteratura altrui. Era convinto che essere infermi di letteratura non avrebbe creato altro che tanti vampiri letterari alla ricerca di acculturate letture, col solo scopo, ben nascosto dietro gli occhialini tondi – strana frase da parte sua dato che, per inciso, io ho una vista perfetta – di succhiarne l’ingegno, il disgusto e la sofferenza. Una volta mi sorprese a inventare note a piè di pagina ricamandole sull’edizione del <em>Mein Kampf</em> della biblioteca regionale di Palermo. Ero convinto, in quel periodo, che se Foster Wallace fosse nato in Europa non ci sarebbero stati i totalitarismi, ma si sarebbe andati direttamente oltre nel vano tentativo di una spiegazione senza fine di quello che stava succedendo allora.</p>
<p>Ricordo l’ira di Alessandro mentre spezzava la matita con entrambe le mani, senza togliermi gli occhi di dosso, aggiungendo poi che avrebbe preferito che mi fossi convertito in un <em>agrafo tragico</em> piuttosto che in un amanuense da quattro marchi. Alessandro in quel periodo era molto euroscettico, anche se già prima dell’euro parlava quattro lingue e credeva nella stabilità della Deutsche Bank.</p>
<p>Ma forse sto facendo un po’ di confusione con le date, e perdendo di vista lo scopo di questa recensione.</p>
<p>Lo snodo fondamentale è se davvero si è convinti che la letteratura possa salvare il mondo o, al contrario, che il mondo moderno minacci la letteratura. Magari che internet minacci la letteratura. Domandarsi di quali difese disponga la letteratura e se un uomo qualunque, magari un uomo senza qualità, debba ergersi a prosopopea della letteratura e per bocca di un altro (il suo scrittore) parlare in sua vece al giusto tribunale del plagio, se di plagio si tratta. Perché a me pare, che più che essere infermo di letteratura il Vila-Matas del <em>Mal di Montano</em> (l’unico che ci è dato conoscere) abbia reclutato una schiera di Chisciotte per dimostrare proprio il contrario, per palesare all’industrioso mondo di topi che lavora in gran segreto sotto il vulcano dell’isola di Pico, che la letteratura ha già issato le sue difese, basta chiamarle a raccolta tramite uno strano meccanismo di comunicazione-possessione pre/post-mortem. O tramite un diario che, a ben vedere, è postumo come una seduta spiritica. È questo, a mio parere, è il suo libro.</p>
<p>Ciò che mi tormenta è, però, un&#8217;altra cosa. E precisamente quanto bisogna spingersi in là, quanto sacrificare non per la letteratura, ma <em>alla</em> letteratura.</p>
<p>Per essere sicuro che questa piccola recensione anomala del suo libro – anomala e invero troncata di netto – gli piacesse, l’ho inviata prima che al signor Raos, direttamente a Enrique Vila-Matas, tramite il suo editore spagnolo, Anagrama. Mi rispose in maniera, debbo dire, molto stringata: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Avevo già letto quella frase, ma non ricordavo dove, così ripresi tra le mani qualche vecchio libro e, convinto che avesse avuto una ricaduta – come si ha per un’infermità – nel suo stile, mi misi a frugare tra i ricordi letterari, passando in rassegna le costine dei miei libri e leggendo, di quando in quando, alcune pagine cui avevo posto, in alto, una piccola piegatura. Lo faccio per i miei figli, senza segnare altro, lasciando una pagina di libertà entro cui cercare loro padre, ma questo è un fatto personale che con il mal di Montano ha poco a che vedere.</p>
<p>Mi capitò fra le mani un libro di Comisso, <em>Un gatto attraversa la strada</em>, e mi rimisi a leggere il racconto “due soldati di regioni lontane”, un soldato siciliano e uno piemontese. La loro amicizia passa per la scrittura, non quella tanto letteraria cui siamo abituati, ma la scrittura da apprendere, la scrittura per un’analfabeta che non sa né leggere né scrivere, perché nel paesino sperduto in cui vive, oltre alle pecore che suo padre pascola, è difficile trovare altro. Mi commosse rileggere dell’ansia di sbagliare la “o”, la lettera più facile, la più simile alla ruota di una bicicletta, come Cesco, il soldato piemontese, insegna a Salvatore. Il tempo passa e Salvatore viene congedato. I due si salutano e Cesco gli regala una vera penna stilografica. Forse sto andando troppo oltre nell’interpretazione di un racconto, in fin dei conti, non tra i più belli della raccolta, però il gesto di Salvo, una volta tornato in Sicilia, di affidare la penna alla sua fidanzata, non prima di averle dimostrato che sa <em>davvero</em> scrivere, da sempre mi intenerisce. Dopo «ritornò ai suoi monti, alle sue pecore, ritrovò gli orizzonti lontani solcati di valli, con la limpida aria attraversata dal sole violento a bruciare il suo volto. Vide i tramonti con la prima stella a brillare, e le albe impetuose di luce a succedersi dopo la notte passata con le sue pecore nella grande grotta del monte. Risentì il profumo delle erbe dei suoi pascoli, il sapore del suo pane, e rientrò nel chiuso giro della sua vita di pastore», vedendo tutte queste cose e facendo a meno della scrittura e della lettura, ma, forse, non della letteratura.</p>
<p>Mi capitò di rileggere una frase di Cortázar, lo scrittore che più ammiro: «Estetica, etica, religione. Religione, estetica, etica. Etica, religione, estetica. Il pupazzetto, il romanzo. La morte, il pupazzetto. La lingua della Maga mi fa il solletico. Rocamadour, l’etica, il pupazzetto, la Maga. La-lingua, il solletico, l’etica». Mi sono sempre chiesto, per ogni piccolo elenco, quale sia l’ordine? Se si debba considerare l’ultima parola la più importante, o la prima. Come per tutto <em>Rayuela</em> non ci è dato saperlo.</p>
<p>Infine trovai la frase che Vila-Matas mi scrisse per mail, e la trovai proprio nel <em>Mal di Montano</em>. Ma la cosa che trovai geniale fu che l’autocitazione era, in realtà, una citazione di Magris, e non da un suo libro, bensì proprio da Claudio Magris in quanto uomo, che una notte a Barcellona disse a Vila-Matas: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Se così è non deve sembrarci troppo grave essere infermi di letteratura.</p>
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		<title>B-logos: ovvero discorso sopra la rete in cui si impigliano le parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anobii.com]]></category>
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		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
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		<category><![CDATA[philip larkin]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[Ulysses]]></category>
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					<description><![CDATA[A proposito del romanzo Dublinesque di Enrique Vila-Matas di Francesco Forlani Qualche tempo fa, discutendo con una mia amica scrittrice e blogger, Loredana Lipperini, di rete e siti vari, tastandoci il polso per verificare lo stato della fiducia di entrambi nelle capacità del mezzo di produrre messaggi di una qualche importanza, mi manifestava, non senza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-37244" title="fiat1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg" alt="" width="512" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/fiat1-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></a><br />
A proposito del romanzo <em>Dublinesque di </em>Enrique Vila-Matas<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Qualche tempo fa, discutendo con una mia amica scrittrice e blogger, Loredana Lipperini, di rete e siti vari, tastandoci il polso per verificare lo stato della fiducia di entrambi nelle capacità del mezzo di produrre messaggi di una qualche importanza, mi manifestava, non senza rammarico, la sua difficoltà a venire sul sito Nazione Indiana. Quel che la tratteneva dal farlo non era affatto la qualità dei post, degli articoli pubblicati, ma il &#8220;commentarium&#8221;, spesso sul piede di guerra, e assai sovente, e nervosamente, incline a mandare in vacca ogni discussione, a soffiare sul fuoco delle polemiche facili, Saviano sì Saviano no, collaborazionisti o puriduristi, insomma, a sputare sul benché minimo focolare di discussione con l&#8217;intenzione chiara di estinguere insieme alla fiamma la sete della propria incazzatura. Perché una premessa del genere a proposito del bellissimo &#8211; bellissimo vi dirò perché &#8211; libro di Vila-Matas?<br />
<span id="more-37240"></span><br />
 Perché a pagina 46 troviamo un passaggio illuminante. Nelle pagine precedenti abbiamo appreso dal protagonista Samuel Riba e dall&#8217;elegante voce narrante di Vila-Matas che quella degli editori colti e letterati è una razza ormai in via d&#8217;estinzione, che la letteratura o industria culturale , all&#8217;epoca del web, pretende la scomparsa degli autori letterari, e che tutto il suo futuro &#8211; e passato di editore aggiungiamo noi- è affidato all&#8217;invenzione di un viaggio, la trovata di un funerale che avrà luogo a Dublino, il Bloomsday e che si svolgerà come un capitolo dell&#8217;Ulysses di Joyce, funerale a cui dovrà presenziare insieme a tre amici scrittori di lunga data. Ebbene, cosa succede a pagina 46? Scrive infatti Vila-Matas che Riba <em>&#8220;Entra in molti blog per informarsi su quanto si dice dei libri che ha pubblicato. E se trova qualcuno che dice qualcosa di minimamente fastidioso, manda un post anonimo tacciando di ignorante o imbecille la persona che lo ha scritto.&#8221;</em><br />
Ecco la soluzione, mi dicevo, al problema “lettore critico amatoriale” che via i canoni, ovvero la complessa officina di attrezzi e disciplina in grado di attribuire letterarietà o meno a un&#8217;opera, valore di opera o semplice valore di libro a uno scritto, risolve ogni questione con un click, pollice verso o meno, attribuendosi un ruolo che in un altro tempo veniva ricoperto dai critici. Così accade, per esempio nel più famoso sito del mondo dedicato ai libri, <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii.com</a>, dominato dai lettori critici amatoriali. Una dittatura terribile quella dei lettori critici, dove, per intenderci, si possono trovare I fiori del male o Aspettando Godot, quotati con una sola stellina di gradimento. Ma dove, si badi bene, si respira anche aria nuova, più fresca di certi dipartimenti di letteratura comparata o di una redazione di riviste per addetti ai lavori.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-37243" title="9788807018190g" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g.jpg" alt="" width="200" height="312" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/9788807018190g-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p>Un esempio di critico lettore, agli antipodi del lettore critico fu sicuramente J.L.Borges il quale scriveva, in tempi non sospetti: &#8220;se io potessi ascoltare in che modo verrà letta, tra un secolo una mia pagina, saprei dire che cosa sarà, tra un secolo, la letteratura&#8221;. Ah se solo potessimo tutti rileggere le letture che abbiamo fatto a un secolo di distanza.! Un secolo, che in un&#8217;epoca di tempo reale e immediato &#8211; sapete quante ore vive un libro in una libreria? &#8211; si riduce al nulla.<br />
Vila- Matas e con lui Samuel Riba, non ci sta a tutto questo. Se funerale deve esserci ci dovrà pur essere un morto, un cadavere, no? E allora perché non confondere gli assassini e con un gioco di specchi indurli all&#8217;errore, trasportarli di libro in libro, di autore in autore, fargli smarrire ogni possibilità di afferrare un senso ultimo delle cose, poter dire, ecco cos&#8217;è la letteratura, e salvare la letteratura dai libri &#8211; perché la letteratura è qualcosa di più dei libri, assomiglia un po&#8217; alla vita.<br />
Dicono gli editori non letterari, gli autori non letterari, i lettori non letterari e critici che il mondo della carta brucia e che quindi non ci saranno più libri, non più storie ma narrazioni poco importa quanto prodotte da gente senza talento, l&#8217;importante è che affabulino, intrattengano e corrano di touch screen in touch screen, in nuove forme elettroniche infinitamente leggere anzi senza peso alcuno. Tutto è allora perduto?</p>
<p>No, affatto. Vila-Matas ci fa intravedere un interstizio da cui sia possibile scorgere la luce. Quell&#8217;interstizio è l&#8217;invenzione <em>romanesque</em>. La realtà così intensa e rumorosa nelle pagine ambientate a Barcellona, e che diventa rarefatta in Dublino, si intreccia a citazioni di illustri scrittori, ai tic di autori ormai consacrati alla tradizione, e non si sa dove finisca l&#8217;una, la realtà e cominci l&#8217;altra, la letteratura. L&#8217;invenzione genera narrazioni e la finzione può sostituirsi all&#8217;esperienza.. Durante il mio lungo soggiorno parigino a me è capitato di incontrare almeno tre persone, due irlandesi e un americano, che mi hanno raccontato di una spiaggia fredda e desolata in Normandia, di un uomo da solo davanti a una scacchiera, quindi di averci giocato e perso, uno diceva di avere addirittura vinto, e che quell&#8217;ignoto giocatore &#8211; avrebbero scoperto molti anni dopo, da una fotografia, da un articolo, era Samuel Beckett.<br />
Già, Beckett. Perché possiamo dire che Dublinesque è una corda tesa tra i due irlandesi. A un certo punto, Samuel Riba ripensa alla splendida formula di Julio Cortazar &#8220;Un ponte è un uomo che attraversa il ponte”, così siamo tentati di dire che perché quella corda esista sarà necessario un critico lettore. Joyce procede nella sua scoperta della verità ultima per addizione, ci ricorda Vila- Matas, mentre l&#8217;inventore di Godot procede per sottrazione. Dopo Beckett nulla può essere, laddove dopo Joyce può e deve esserci ancora qualcosa o qualcuno, Beckett, per esempio. E così, la tela &#8211; i francesi chiamano la rete, la toile &#8211; della letteratura sembra farsi con l&#8217;uno e contemporaneamente disfarsi con l&#8217;altro. Si ha perfino l&#8217;impressione, a un certo punto, che Riba abbia trovato Beckett cercando Joyce, in fondo si chiamano tutti e due Samuel.<br />
Dublinesque sembra allora suggerirci che proprio in ciò che sta oltre si giocano i destini dei libri. Un oltre che è la rete?<br />
E si chiude l&#8217;ultima pagina con il forte desiderio di ritornare su uno dei suoi passaggi folgoranti, la descrizione della fine di un amore, l’universo asfissiante di certi ambienti familiari, o più semplicemente una nota, la citazione di Gadda, alle prese con una ricetta di risotto o le letture joyciane di Nabokov. Il tutto, mentre arrivano chiare le note finali della poesia di Philip Larkin, Dublinesque, che ci hanno seguito dal principio.</p>
<p><em>And of great sadness also.<br />
As they wend away<br />
A voice is heard singing Of Kitty, or Katy,<br />
As if the name meant once<br />
All love, all beauty.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>L&#8217;antirealtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 10:07:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[juan carlos onetti]]></category>
		<category><![CDATA[Justo Navarro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/dali_don-chisciotte.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37077" title="dali_don-chisciotte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/dali_don-chisciotte-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/dali_don-chisciotte-300x237.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/dali_don-chisciotte.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>Stando a un vecchio mito circolante tra gli scrittori, ci sarebbero romanzi che reclamano d&#8217;essere scritti. Vale a dire, romanzi in cerca d&#8217;autore. Questo genere di romanzi, il cui grado di diffusione non è dato conoscere, risparmierebbe agli scrittori l&#8217;incombenza per nulla secondaria di trovare un buon argomento intorno al quale imbastire una storia. In pratica funzionerebbe così: lo scrittore se ne sta tranquillo per i fatti propri senza spremersi troppo le meningi, finché un bel giorno il romanzo bussa alla porta della scatola cranica esigendo d&#8217;essere scritto; a questo punto lo scrittore non ha che da mettersi all&#8217;opera, eseguendo le indicazioni impartite. Illusoria o veridica che sia, è una visita che qualunque scrittore almeno una volta nella vita ha ricevuto. Naturalmente sarebbe più giusto chiamarla sensazione. Volendo, si potrebbe arricchirla, questa sensazione, di un attributo, come ha fatto Javier Cercas, che ha giustappunto definito «sensazione presuntuosa» la visita da lui ricevuta il 23 febbraio 2006. <span id="more-37062"></span><strong><br />
</strong>Quel giorno ricorreva un anniversario importante per il suo paese: esattamente un quarto di secolo prima, il 23 febbraio 1981, il colonnello Tejero, irruppe nell&#8217;emiciclo del Congresso ed esplose alcuni colpi in aria umiliando i deputati spagnoli in seduta plenaria, rifugiatisi all&#8217;istante sotto gli scranni. In questo trionfo di pavidità, il primo ministro Adolfo Suárez rimase immobile, come pietrificato, al suo posto. È un&#8217;immagine che da allora ogni spagnolo ha rivisto decine e decine di volte in televisione. Un&#8217;immagine pertanto ipnotica, il simbolo di una neonata e ancora incerta democrazia, capace però di resistere alla minaccia di un golpe, quantunque pagliaccesco. Ma chi era davvero Suárez, un eroe per caso, «un politico mediocre, il cui merito principale consisteva nell&#8217;essersi trovato nel posto giusto al momento giusto» o piuttosto un genuino difensore della libertà, un eroe per scelta? Memore di una convinzione di Borges in base alla quale «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l&#8217;uomo sa per sempre chi è», Javier Cercas cominciò a domandarsi se quel giorno di fine febbraio, nei concitati secondi in cui le pallottole fischiavano sul Congresso, il primo ministro Suárez, abbarbicato al suo scranno, avesse anch&#8217;egli vissuto il momento fatidico in cui un uomo sa per sempre chi è. Fu allora che un romanzo reclamò di essere scritto. O perlomeno così sembrò a Cercas, che, messosi prontamente al lavoro, portò a termine «con inusuale fuidità, quasi una marcia trionfale», una prima stesura di circa quattrocento pagine. In verità, qualche dubbio gli si era affacciato alla mente, ma lo scrittore aveva tirato dritto, convinto che «il libro fosse ancora allo stato embrionale e che addentrandomi gradualmente nel meccanismo narrativo ogni incertezza sarebbe svanita». Non fu così. Il guaio è che aveva organizzato la storia alla maniera di un romanziere, ovvero disponendo ogni tassello ad arte, affinché tutto tornasse e la realtà acquistasse un senso omogeneo. Ma il golpe del 23 febbraio non era affatto realtà omogenea, bensì un caotico e accidentale concatenarsi di forze non di rado divergenti. E com&#8217;era possibile conciliare questo universo caotico con la dimensione fatalmente paranoica cui il mancato golpe assurse successivamente nell&#8217;immaginario della nazione? Per fare un banalissimo esempio, la stragrande maggioranza dei cittadini spagnoli crede fermamente che il golpe fu trasmesso in diretta televisiva, malgrado sia stata la radio a riferire in tempo reale gli avvenimenti. Le immagini televisive furono infatti diffuse solo a golpe fallito, il giorno seguente, dopo la liberazione dei parlamentari sequestrati. Una simile discrasia della memoria è probabilmente frutto di nevrosi collettiva, una reazione più che comprensibile, trattandosi di un evento di cruciale importanza nel quale è difficile distinguere il reale dal fittizio. Il colpo di grazia arrivò quando Cercas venne a sapere che un quarto degli inglesi d&#8217;oggi sarebbe convinto che Winston Churchill sia un personaggio di finzione. Si trattava di un numero emerso da un sondaggio, e i sondaggi, si sa, sono uno straordinario strumento di aberrazione. Tuttavia Cercas non poté fare a meno di chiedersi se la finzione non avesse finito per schiacciare definitivamente la Storia, ovvero se la discrasia non riguardasse solo determinati aspetti quali l&#8217;immaginaria diretta televisiva, ma anche il golpe nel suo complesso. Prese allora sempre più corpo, in lui, il dubbio: un romanzo che voglia far luce sulla realtà tramite la finzione letteraria non dovrebbe partire dalla realtà anziché da una finzione? Lo risolse gettando alle ortiche la prima stesura del suo romanzo e scrivendo un libro d&#8217;altro tenore, <em>Anatomia di un istante</em> (Guanda, trad. Pino Cacucci, pp. 462, euro 18,50), con la seguente motivazione: «incapace di inventare quello che so sul 23 febbraio, rischiarando con la finzione letteraria la realtà dei fatti, mi sono rassegnato a raccontarlo». L&#8217;autore lo definisce «innanzitutto un fallimento», cosa che in effetti non è. Ma ciò che merita una riflessione è altro: fino a che punto è giusto che la vocazione al romanzo debba soccombere in nome della cosiddetta realtà? Questione annosa e per nulla originale. Nondimeno nel modo in cui viene affrontata emergono caratteri nazionali ben precisi.</p>
<p>In Italia, per esempio, l&#8217;amore per il vero ha quasi sempre prevalso. La letteratura di lingua spagnola, invece, non ha mai rinunciato, talvolta in maniera donchisciottesca, all&#8217;idea che la narrativa è prima di tutto finzione. Alla resa di Cercas, che tutto sommato rappresenta un&#8217;eccezione, si potrebbe opporre per esempio uno dei romanzi più ambiziosi della letteratura latino americana, <em>La vita breve</em> di Juan Carlos Onetti.<br />
Il suo protagonista detesta la realtà più di qualunque altra cosa. Le ragioni non gli mancano, visto che è sul punto d&#8217;essere licenziato e la moglie ha appena subito un&#8217;importante mutilazione. Pensa dunque di dare una svolta alla sua vita scrivendo una sceneggiatura da proporre a un suo amico. L&#8217;idea gli sembra buona. La storia dovrebbe essere ambientata a Santa María, una città immaginaria, con personaggi ispirati a se stesso e ai suoi conoscenti. Il guaio è che non scriverà mai questa storia. Ma diversamente da Cercas, non sarà la diffidenza verso la finzione a bloccarlo, bensì l&#8217;opposto. Brausen, questo il suo nome, s&#8217;immergerà a tal punto nel suo mondo di fantasia da eleggerlo a realtà sovrana. Il romanzo finisce così per intrecciare tre livelli; in teoria perfettamente distinti, nella pratica inestricabili. C&#8217;è un primo livello, quello oggettivo della realtà in cui vive o dovrebbe vivere Brausen, che il lettore viene a conoscere dalla voce narrante, vale a dire lo stesso Brausen. Troviamo poi una sorta di mezzo, l&#8217;appartamento della dirimpettaia, una prostituta chiamata Queca, oggetto delle fantasie di Brausen. E abbiamo infine la dimensione completamente immaginaria di Santa María. Con molta acutezza (nello scritto che accompagna la nuova edizione appena pubblicata da Einaudi, trad. Enrico Cicogna, pp. 361, euro 22), Mario Vargas Llosa rileva che il mondo proposto da Onetti non può essere considerato vera finzione, pura irrealtà. È piuttosto un&#8217;antirealtà, un luogo alternativo: «anche se Santa María è concepita come un puro prodotto dell&#8217;immaginazione, la sua gente, la sua storia domestica, i suoi intrighi e consuetudini, il paesaggio, costituiscono una realtà che simula la realtà più oggettiva e riconoscibile». In altri termini, Vargas Llosa ipotizza che la letteratura possa essere pensata come un luogo a sé nel quale si sceglie di abitare né più né meno come si abita nella realtà, con la differenza che la letteratura è per l&#8217;appunto una scelta, mentre la realtà è una costrizione.</p>
<p>Tra i maggiori cantori odierni di questa opzione, spicca Enrique Vila-Matas. Nel suo incantevole e raffinatissimo <em>Dublinesque</em> (Feltrinelli, trad. Elena Liverani, pp. 246, euro 18) il ruolo del protagonista non è riservato, come di solito accade, a uno scrittore, bensì a un editore. Un vero editore, cioè. Di quelli che, a forza di aspettare il giorno in cui i best-seller perderanno il loro fascino presso il grande pubblico lasciando spazio alla ricomparsa dello scrittore di talento, finiscono per chiudere baracca e burattini, perché al giorno d&#8217;oggi una casa editrice colta e letteraria non può che procedere con «sorprendente ostinazione verso il fallimento». Romanzo a suo modo apocalittico, dove pare non faccia altro che piovere, e dove la disfatta finale consiste nell&#8217;estinzione della carta stampata, Dublinesque racconta la ricerca dello scrittore perfetto, quello che avrebbe potuto cambiare i destini dell&#8217;editore. È naturalmente una ricerca velleitaria. E non soltanto perché l&#8217;era di Gutenberg è ormai tramontata, tant&#8217;è che lo stesso editore medita di celebrarne il funerale, ma anche perché lo scrittore perfetto non può che non esistere, in quanto non c&#8217;è scrittore che prima o poi non deluda un lettore. Ma non solo, ancora più tragico, comico e inevitabile è il destino contrario ovvero che «i lettori deludono gli scrittori quando in loro cercano solo la conferma del fatto che il mondo è come lo vedono.»</p>
<p>Un presupposto analogo è al centro di <em>Finalmusik</em> di Justo Navarro (Voland, trad. Francesca Lazzarato, pp. 213, euro 14) dove si immagina una Roma oppressa dalla canicola agostana e presidiata dalle forze dell&#8217;ordine perché sedicenti brigate islamiche hanno minacciato di metterla a ferro e fuoco. Vi soggiorna temporaneamente un giovane spagnolo, diviso tra il suo lavoro di traduttore e la relazione amorosa con una certa Francesca, che si troverà a identificare accidentalmente il criminale più ricercato d&#8217;Italia. Tutto è molto realistico o perlomeno verosimile, tranne, forse, il libro che il giovane traduce, il thriller di uno scrittore bolognese definito «un Kafka del romanzo giallo». Nondimeno, proprio perché Finalmusik è pervaso di letteratura fino al midollo, sembra sempre sul punto di deragliare verso il visionario, offrendo uno ritratto comunque straordinariamente fedele dell&#8217;Urbe, colta nei suoi aspetti più vari. Si va dalla Roma ministeriale a quella misteriosa e morbosa dei monsignori vaticani, fino ad arrivare a cassiere di bar che sfruttano la loro dimestichezza col sesso orale per carpire informazioni da passare alla polizia.<br />
Justo Navarro è uno scrittore dalla pagina sapiente, perfettamente cadenzata. Eppure, come avviene nella Vita breve di Onetti, la seduzione corriva della letteratura da intrattenimento &#8211; «l&#8217;incantesimo del best-seller», per usare un&#8217;espressione alla Vila-Matas &#8211; è sempre palpabile; inebria e stordisce alla maniera del caldo torrido dell&#8217;estate romana, ed è una seduzione che appartiene tanto al romanzo che il protagonista sta traducendo quanto alla realtà che questi vive; la sua amante Francesca, per esempio, si troverà a identificare accidentalmente il criminale più ricercato d&#8217;Italia.<br />
Non si tratta tuttavia della commistione di due sfere opposte, letteratura alta e d&#8217;intrattenimento, realtà e finzione. Bensì del frutto della loro unione, quella che Vargas Llosa chiama antirealtà. Qualcosa che, forse, potrebbe chiamarsi col nome di letteratura, semplicemente. <!--  Plugin inserted: [end] --><!--  CONTENT ELEMENT, uid:37/list [end] --><!--TYPO3SEARCH_end--></p>
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		<title>Ora pro Anobii- varie ed eventuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 07:00:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[John Steinbeck]]></category>
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		<category><![CDATA[Philippe Djian]]></category>
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					<description><![CDATA[Ora pro Anobii di effeffe Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette L&#8217;originale di Laura Di Vladimir Nabokov, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore) Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii</a><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-31790" title="machine" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31786" title="image_book-1.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg" alt="" width="95" height="150" /></a></p>
<p><em>L&#8217;originale di Laura</em><br />
Di <strong>Vladimir Nabokov</strong>, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore)<br />
Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo è?- che è una partita a scacchi con la morte, e dove la follia di una mossa, indovinata o meno, permetterà di avere la meglio sul temibile avversario. Litte- rature, lettera della cancellazione, del levare, in cui ogni segno &#8211; le pagine riprodotte dei taccuini ti scorticano le dita e fatichi a dirle, le parole- traccia una linea, un destino, una voce, quella di Nabokov che ripete, con una certa ossessione sul finale: estirpare, espungere, cancellare, sopprimere, strofinare via&#8230;<span id="more-31784"></span></p>
<p><strong>Un libro che è un dono</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31789" title="image_book-3.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg" alt="" width="103" height="146" /></a><br />
<em>Imperdonabili</em><br />
Di <strong>Philippe Djian,</strong> D. Petruccioli (Curatore)<br />
&#8220;Pour pardonner, il faut d&#8217;une part s&#8217;entendre, des deux côtés, sur la nature de la faute, savoir qui est coupable de quel mal envers qui ». scrive Derrida a proposito del perdono. Ecco perché nessuno dei protagonisti di un romanzo che si vuole crudele, poetico ma spietato, riesce a dare un seguito alla propria richiesta o azione di perdono. Nessuna riconciliazione è possibile perché in fondo nessuno di loro, sia che si tratti del romanziere Francis, voce narrante, di sua figlia Alice, della seconda moglie, Judith o del giovane Jérémie, riesce a stabilire una forma chiara e netta di colpevolezza . Il perdono è vissuto allora nella sua purezza, non cede alla tentazione della riconciliazione, ma assume una per una tutte le condizioni esecrabili dell&#8217;esistenza, la morte, il lutto, la follia. Imperdonabili, allora, perché ancora umani.</p>
<p><strong>Un libro che è una lettera d&#8217;amore (non al lettore)</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31792" title="image_book-4.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg" alt="" width="92" height="150" /></a><br />
<em>Il peso della farfalla</em><br />
Di <strong>Erri De Luca</strong><br />
Ci sono dei libri che sai &#8211; lo immagini- dalle prime frasi non appartenerti. Sono libri che appartengono innanzitutto a un luogo, poi, ma non per successione casuale o sintomatica di un falso, a una persona. Non c&#8217;è nulla che possa trattenerti in quei luoghi, a prescindere dal libro che stai leggendo, ora una storia di marinai, e di oceani, una di magnifiche macchine volanti e di aria, perché non sai distinguere i venti o la direzione delle correnti. E sai anche che la donna &#8211; l&#8217;uomo- a cui quelle parole sono indirizzate, frasi rivolte e spezzate, non sei tu. Nella buca delle lettere che quella sì ti appartiene, ti è noto il mittente ma c&#8217;è un errore ne destinatario. Quella lettera te la giri tra le mani, come quando sfogli un libro che ti è estraneo, e la tentazione di aprirla affida il suo alibi all&#8217;errore dell&#8217; attribuzione, al fatto che sia capitata a te.<br />
Allora leggi ogni frase con distacco che perfino ti commuove la frase a te non indirizzata, l&#8217;impressione del viaggio che non farai mai, il peso di una farfalla, o di una visione che non ti farà cadere. Almeno così, ti pare.</p>
<p><strong>Un libro che è un atto di fedeltà all&#8217;uomo (e alla donna)</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31787" title="image_book-2.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg" alt="" width="88" height="150" /></a><br />
<em>Quel fantastico giovedì</em><br />
Di<strong> John Steinbeck</strong><br />
In francese, il titolo recita tendre (tenero) e in inglese, ovvero nella sua versione originale, sweet, dolce. Si sa che noi italiani siamo gente da superlativi, issimi in ogni nostra esternazione sull&#8217;esistere. Intanto Steinbeck la cui poetica è tutto tranne che tenera, o dolce, affida ai suoi personaggi, innanzitutto Doc, biologo reduce della seconda guerra mondiale e poi Suzy, una prostituta nella piccola cittadini di cui Doc è originario un messaggio semplice. Grazie alla comunità degli amici in cui la storia si svolge, i due si incamminano nella realizzazione delle più segrete ambizioni, &#8220;l&#8217; amore &#8221; su tutte, e che pur perdendone a tratti la speranza riescono a realizzare. Come spesso accade nella vita di ognuno &#8211; qui è il lettore che parla- quando i fatti della vita, della comunità a cui si appartiene e soprattutto la storia, la Storia in cui si è, sembra suggerire che &#8220;nulla sarà come prima&#8221; ci si scopre d&#8217;un tratto ancora una volta capaci di fare di quel mutamento una ragione in più di vitalità, una forte, seppure disperata vitalità.</p>
<p><strong>Sulla magnifica resa degli scrittori</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31785" title="image_book.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg" alt="" width="96" height="150" /></a><br />
<em>Bartleby e compagnia</em><br />
Di <strong>Enrique Vila-Matas</strong>, D. Manera (Traduttore)<br />
Non amo particolarmente la parola scrittore. Preferisco che si parli delle opere scritte proprio in un tempo in cui lo scrittore senza opera sarebbe la più grande ambizione di ogni critico o casa editrice. Leggere e pubblicare libri non scritti, che si leggono assai facilmente, senza consumare carta, distruggere alberi, pensateci solo per un attimo! Eppure, molti sanno che ad ogni libro si accompagna un altro, silenzioso, alter ego mai nato, e solo accorti lettori riescono dalla voce del solo sopravvissuto a indovinarne il respiro. Vila-Matas ricostruisce passo dopo passo la cartografia dei libri mai esistiti, di quelli che attraverso la rivolta dei personaggi, degli &#8220;scrittori&#8221;, Bartleby, Lord Chandos, Kafka, Benjamin, affidano alla negazione di sé la più autentica testimonianza di essere, nonostante tutto, vivi.</p>
<p><strong>Un libro come quello degli ospiti</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31794" title="image_book-5.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg" alt="" width="102" height="147" /></a><br />
<em>Atti relativi alla morte di Raymond Roussel</em><br />
Di <strong>Leonardo Sciascia</strong><br />
Per la prima volta senti la distanza del come se. Si ha come la sensazione di un ribaltamento delle vite. Raymond Roussel abita la città di Sciascia, la sua civiltà composta e ricomposta nelle stanze di un grande albergo, così come lui avrebbe potuto percorrere i corridoi del suo equivalente a Parigi. Del resto gli arrondissement citati, per dovere di cronaca, sia ben chiaro, sono più o meno gli stessi in cui lo scrittore siciliano risiedeva in ognuno dei lunghi soggiorni nella capitale. E così sembra riecheggiare tra le pagine del celebre dandy, la stessa dimensione libertina cui tutta l&#8217;opera di Sciascia aveva guardato, lo stesso fascino suggerito dalla grazia di una donna mai descritta e il cui nome diventa negli atti stilati dai burocrati, ogni volta diverso. Qui la signora Fredez diventa Dufrène poi Freder e infine nuovamente Fredez, mentre nelle pagine di Sciascia avevamo appena sfiorato la vedova Roscio, intravisto la Nicolosi&#8230;</p>
<p><strong>Un libro dell&#8217;interno ritorno</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-31796" title="image_book-6.php" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg" alt="" width="94" height="150" /></a><br />
<em>Il tempo invecchia in fretta</em><br />
Nove storie<br />
Di <strong>Antonio Tabucchi</strong><br />
Di uno scrittore si possono amare soltanto i libri. Ogni libro è una storia d&#8217;amore a sé che non vi dice nulla degli amori a venire, o di quelli passati. per quanto un profumo, una voce sembrino attraversarli tutti. Lo stile di Tabucchi è nella frase. Nella composizione delle voci che i suoi personaggi, assai discreti sussurrano, vincendo ogni rumore di fondo.<br />
In quasi tutte le storie &#8211; storie ancor più che racconti- una canzone, talvolta fischiettata, altre immaginata accompagna i personaggi. Due filosofi francesi, Deleuze e Guattari avevano scritto che nel refrain, nel ritornello, avveniva, per i bambini, un complesso processo di appropriazione dello spazio &#8211; eppure la musica è innanzitutto una questione di &#8220;Tempo&#8221;. Il bambino che ha paura si ripete il la la la, di una frase dimenticata, un verso, una parola che sembrava davvero importante. Lèo Ferrè cantava <em>Avec le temps&#8230; Avec le temps, va, tout s&#8217;en va </em><br />
Tabucchi invece ci dimostra attraverso le sue storie che non è affatto vero che il tempo se ne vada, e di come ogni sua briciola, istante, corso, a patto che sia condiviso, ritorni, insperato, ogni volta. La storia che a mio parere racconta meglio come sia possibile adescare il tempo, si intitola <em>Fra Generali</em>. Si racconta di come due &#8220;uomini contro&#8221; ai primi colpi di tosse del comunismo, all&#8217;epoca dei fatti d&#8217;Ungheria, ufficiale contro ufficiale, cedessero ciascuno à son temps, di fronte alla marcia inarrestabile della Storia. E di come a distanza di mezzo secolo l&#8217;uno dei due trovasse il coraggio di ritrovare il tempo perduto. Perché non è vero che esiste la felicità, ma solo il tempo dell&#8217;essere stati felici. Il tempo che parla le parole delle &#8220;pauvres gens&#8221;</p>
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