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	<title>enza silvestrini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Luigi Trucillo: Antigone e la giustizia della metamorfosi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/03/05/111975/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[#Luigi Trucillo]]></category>
		<category><![CDATA[enza silvestrini]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-111987" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-698x1024.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-768x1128.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-1046x1536.jpg 1046w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-300x440.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-696x1022.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-1068x1568.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/PHOTO-2024-11-22-12-27-14.jpg 1395w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></p></blockquote>
<p>di <strong>Enza Silvestrini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci sono figure che appartengono alla storia del mondo, archetipi della coscienza collettiva in grado di orientare il nostro pensiero nel rapporto con la realtà, di descrivere il senso del nostro stare al mondo. Sono figure mitiche che dal passato sussurrano una verità che il presente, nel suo ostentato fragore, percepisce appena. Così è Antigone che dalle pagine della tragedia di Sofocle, attraversando secoli di riprese e riscritture, approda nei versi del poemetto di Luigi Trucillo <em>Antigone nella città dei pazzi</em>, edito da Cronopio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nonostante resti fedele alla simbologia che sostanzia la tragedia antica, Trucillo reinventa il mito originando un altro modello, un nuovo inizio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Generalmente interpretata come la custode della legge morale contro uno Stato che calpesta la <em>pietas</em> verso i morti, Antigone sceglie di combattere una lotta titanica contro un re despota che separa legge e diritto impedendole di seppellire il cadavere del fratello.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel poemetto di Trucillo, Antigone è forse ancora più sola. Sorretta dall’integrità del suo passato e del suo dolore, richiamata da un nuovo <em>tonfo della giustizia</em>, Antigone si presenta al lettore nella forma di una piccola lucciola, vagante <em>a mezz’aria</em> mentre le sue <em>palpebre / a poco a poco accendono un paesaggio</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">La luce è un elemento cardine nel testo: illuminare per guardare il reale nella sua evidenza; illuminare per conoscere. Così insegna la sapienza antica che fa della luce la metafora fondamentale della verità. Ma non è solo la conoscenza intellettiva che interessa al poeta, quanto la saggezza del cuore che può comprendere e assecondare la sorte in un ritmo più umano, alieno dalla spietatezza. E infatti <em>ogni cuore che batte è una luce, / ma non tutti lo accettano</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">In un tempo come il nostro, dominato da un eccesso di illuminazione e di visibilità, è singolare notare come sia una piccola luce, dalla sua prospettiva ritirata, a illuminare davvero. È una luce che viene dalle ombre, che da sempre condivide lo spazio con le tenebre. Proprio per questo, ha imparato a guardare il buio della notte e della mente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di fronte alla profondità della lucciola, appare persino risibile la luce,<em> tanto più potente,</em> della torcia impugnata dal guardiano. Abbagliando senza illuminare, essa riassume la tracotanza del più forte, ma soprattutto l’inquietudine dell’uomo di fronte allo spettro dell’anarchia. Ripetitivo e claudicante, il guardiano si trascina nella sua arrugginita certezza: anche tra le macerie non bisogna mai abbandonare <em>la salda presa del controllo / per un delirio del cuore</em>. Occorre preservare l’ordine contro la follia, contro il caos che si insinua come polvere nella storia, contro ogni devianza sovvertitrice. All’orrore, che squarcia il sistema e la terra sotto i suoi piedi, il guardiano non sa trovare altro argine della acritica obbedienza alla norma, qualunque essa sia. Il guardiano è una voce <em>nemica e necessaria</em>, ultimo baluardo della legge di Creonte, il suo <em>esecutore</em>, <em>un tramite</em> come acutamente nota Antonello D’Elia nella sua postfazione dove evidenzia soprattutto il carattere dialettico della tragedia. Antigone potrebbe essere il doppio di Creonte, il suo limite, il dubbio lacerante dell’incertezza che si incunea nella tenacia del potere, nella fermezza dell’azione.</p>
<p style="font-weight: 400;">A dialogare con Antigone, c’è un <em>coro dei 4 senza 4</em>. I quattro elementi che gli antichi immaginarono come i principi generatori e conservatori del tutto, sono qui come <em>un esodo / che si dirige fuori scena</em>. Aria, acqua, terra e fuoco che furono <em>l’anima</em>, <em>la pupilla</em>, <em>l’utero</em> e <em>il crogiolo</em> di Zeus sono ormai ridotti a liquami e gas inquinanti, a qualcosa che comprime la vita avvelenandola. Tutto è un’eco di ciò che è stato. Anche i luoghi. Porsi in ascolto di questa eco è un esercizio di attenzione della mente e del cuore, capace di sentire le voci degli scomparsi. È risalire all’indietro il flusso del tempo e delle vite trascorse, per dare corpo alla memoria di coloro che la storia ha reso invisibili e anonimi murandoli vivi dentro sé stessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Richiamata in un luogo che fu la città dei pazzi, negli anfratti desolati del manicomio (l’Istituto “Leonardo Bianchi” di Napoli) con il suo carico di storie e frantumi, Antigone si aggira tra quelle che furono le stanze, nel solco di un dolore antico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il Bianchi è un non luogo, una particella espulsa dalla città come qualcosa di indesiderabile, che è preferibile non guardare. È una cellula di follia e contenzione, di torture e disumanità perché i pazzi stanno su un confine tra umano e bestiale e dunque per loro non valgono le leggi morali. Per contenere la loro pazzia si può tutto. Basta che il contagio non si estenda, basta che siano sottratti all’occhio della <em>polis</em> che prospera nei suoi civili convenevoli, nella sua ipocrita bontà.</p>
<p style="font-weight: 400;">È un non luogo speculare alla <em>polis</em>, è <em>alter</em> così come il pazzo di fronte al “sano”, così come Antigone di fronte alla perseveranza del re Creonte.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il fascio di luce della torcia del guardiano illumina schedari e rovine dove i ragni tessono le loro tele e gli insetti respirano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle cartelle numerate senza più un ordine legato alla successione, emergono destini, scaglie di vita concentrati in un nome: Umberto, Modestina, Maria, Luigi ed ancora altri bisbigliano, dall’aridità di carte e documenti, frammenti di una storia che è, insieme, personale e collettiva.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il <em>Coro</em> sa che conoscere <em>un dato / o un uomo / è la discriminante tra la scienza e l’amore</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle cartelle compaiono anche nomi di poeti come Sylvia Plath, Majakovskij e, soprattutto, Hölderlin. Poeti smisurati che si sono spinti fino alle soglie di sé stessi, della propria identità (<em>io che non sono io</em>, dice la cartella n. 603 di Sylvia Plath), che hanno eroso i lembi della parola poetica per farla splendere nella sua interezza, che con la loro vita e la loro morte si sono fatti altro da sé per guardare le stesse viscere dell’umano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da questo limite, i poeti parlano della metamorfosi, della possibilità di danzare sul tempo che ci consuma e ci affratella, che ci proietta in nuove forme.</p>
<p style="font-weight: 400;">Proprio Hölderlin, che ha abitato la notte della mente, dell’Antigone sofoclea è un traduttore atipico poiché, scuotendo e scavando la lingua, egli ricrea in senso moderno quella stessa capacità emozionale che l’originale aveva sugli antichi. Attraverso le sue note di traduzione e la sua potente invenzione linguistica annuncia una verità che Trucillo accoglie e fa sua: la comunanza alla quale Antigone chiama non è solo quella del sangue, ma quella che deriva dal legame universale di ogni essere umano con gli altri. È un legame nato dalla condivisione di sofferenza e morte che segnano il tempo e l’aspettativa umana. È il senso greco del destino. Nella sua solitudine tragica, Antigone ne è cosciente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tra le schede compare anche quella con il nome di Basaglia. È la cartella n. 0, un numero flesso in una molteplicità che disegna un vasto arco da niente a tutto, che dà valore alla posizione, che accresce o annulla. Zero, dai margini del sistema di numerazione, è un decentramento che permette di superare la cieca autorefenzialità della somiglianza e di guardare dalla prospettiva della divergenza. Così Basaglia, nei versi di Trucillo, non è solo una premessa cronologica di un nuovo modo di concepire la cura, ma soprattutto è la consapevolezza che <em>tutto ciò che vive / inizia ancora</em>, è la visione che abbraccia in un unico orizzonte l’umano: <em>Tra il dentro e il fuori / c’è l’uomo, / intrecciato con tutto / e sempre intero / come un ponte di liane</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il vero dono, ci dice il poeta, è in un originario <em>essere tutti</em>. È questa verità che Basaglia ci affida.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lo scontro tra l’individuo e la <em>polis</em>, tra la ragione dell’intelletto e quella del cuore, inaridisce le stesse radici su cui la comunità si regge perché riduce tutto ad un unico aspetto, ad un relativismo colpevole che inquina il vivere comune: <em>Il male può sembrare un bene / se gli Dei dell’epoca / ti accecano la mente, / e la struttura generale / risolve tutto / nella sua accelerazione stabilita</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche politicamente, è la pluralità il fondamento della condizione umana.</p>
<p style="font-weight: 400;">Una lucida costruzione architettonica eleva l’edificio poetico su diversi livelli stilistici. I suoni si richiamano come in un processo di gemmazione in cui le sillabe che compongono il verso sembrano sbocciare l’una dall’altra, snodandosi nella potenza di vibrazioni affilate o nella morbidezza di parole avvolgenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nell’<em>Antigone</em> di Trucillo, la tragedia si è già consumata. Il suo tempo è divenuto evanescenza e metamorfosi. Resta la possibilità di illuminare con una luce fioca ciò che è stato per guardarlo nella sua spettrale inesistenza che, tuttavia, lo rende enormemente presente. Allora, Antigone, piccola lucciola, <em>avversa il flusso indifferente / della morte</em>. Nell’<em>intermittenza</em> della sua luce, che si dilata e si contrae come in una nascita, prende su di sé tutte le storie di quelli sepolti nel silenzio dell’oblio, le incarna per affidarle al coro e a chi vorrà seguirla perché diventi <em>plancton / che integra le vite</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il concetto di fratellanza, che prima dell’epilogo chiude il testo e che è così giovane nella storia degli uomini, qui si innesta nella comune consapevolezza del caos. Un movimento circolare ci riconnette all’origine e, nel contempo, all’inizio del poemetto. Il <em>Prologo</em> si apre, infatti, con la forza di una domanda che, anche quando proviamo ad allontanare, continuamente risuona nelle nostre coscienze: <em>Chi sei, fuori dagli altri?</em></p>
<p style="font-weight: 400;">È una domanda radicale perché la pluralità di forme e vite attraversate ci racconta chi siamo, il dolore di <em>volti silenziati</em>. Volti e destini che, infine, Trucillo affida alla fluidità dell’acqua, a un <em>comune fondale umano</em>. Nell’acqua tutte le storie si sciolgono e si integrano in <em>un’ondata di spuma collettiva</em>. Si nutrono della sottile potenza della metamorfosi, della tenace libertà degli inizi.</p>
<p style="font-weight: 400;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Enza Silvestrini &#8211; Controtempo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/07/06/enza-silvestrini-controtempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 05:24:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[enza silvestrini]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Nasti In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (Controtempo, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Nasti</strong></p>
<p>In esergo alla nuova raccolta poetica di Enza Silvestrini (<em>Controtempo</em>, Oèdipus, 2018) un verso dal secondo libro dell’Eneide, tratto dall’incipit in cui l’eroe racconta alla regina del suo viaggio e della distruzione di Troia: <em>sed si tantus amor casus cognoscere nostros/ et breviter Troiae supremum audire laborem/ quamquam animus meminisse horret luctuque refugit/ incipiam</em> (….). A chi chiede il racconto doloroso, sebbene con un brivido di orrore si rifugga <em>necessariamente</em> dal lutto, Enea risponde risolutamente, virilmente: <em>Incipiam</em> – comincerò; nonostante tutta la pena del rievocare. Enea è l’eroe del nuovo inizio dopo la devastazione della patria. Il maschile che fonda le città, lasciandosi alle spalle affetti, luoghi cari, nostalgia. Anzi. Il dolore del viaggio e del ritorno – nostos/algia – è la sua cifra più significativa. Impossibile restare; impossibile partire; eppure: è <em>necessità</em> andare, fondare nuove città, lasciarsi alle spalle le rovine della città devastata. Allontanarsi dal luogo della devastazione. Se è la memoria questo luogo di macerie; se è il ricordo, l’identità a sbriciolarsi giorno dopo giorno; è possibile allontanarsi? è possibile restare? come può un figlio allontanarsi dalla rovina della patria – in questo caso: “matria – motherland” &#8211;  senza avvertire l’angoscia insopportabile della colpa? senza essere investito dal dolore per l’abbandono? Eppure si <em>deve</em>. Si deve lasciare la regina innamorata ai suoi strazi; le care strade dell’infanzia occupate dal nemico. Tradire la parte più profonda di se stessi. Questo richiede la vita. Tradire. Che è poi anche un “tradere”, tramandare memoria, raccontare di questa dolorosa necessità – <em>incipiam. </em>Il libro della Silvestrini affronta con energia maschile, col dinamismo dell’eroe che va, di Ermes più che di Estia, la malattia e la fine della madre. Estia ed Ermes. La conservazione, la permanenza, il focolare domestico; e l’andare, il veicolare messaggi e retaggi; Didone ed Enea; il femminile e il maschile. Entrambi sempre e necessariamente connessi, in ogni uomo, in ogni donna. A chi si ostina nelle rigide scansioni di genere, estendendole come criteri di valutazione alla produzione artistica e letteraria, questa raccolta poetica risponde con energia che in ciascuno coabitano entrambi gli dei – quella/o che resta vicino alla cenere; e quella/o che procede allontanandosi dal mondo in rovina.   Che è poi la fine del mondo dell’infanzia. Di quella patria che è la prima fase della vita. O della memoria invasa dal morbo.</p>
<p>La poesia di Enza Silvestrini ripercorre con ostinazione e tenacia a volte impietose lo svanimento dell’identità. La <em>pietas</em>, la devozione filiale, non possono medicare la violenza del distacco, la ferita che lacera il tessuto della memoria e dell’affetto. E allora non resta che raccontarne. Resistere raccontando, soprattutto poiché “…. il presente è /questo rogo ardente che dilania la città/ le urla così flebili/ appena un sussurro/ le foto o le statue degli antenati/ il peso accatastato sulle spalle/ delle quattro ossa di mio padre/ che gli anni e la miseria hanno reso svagato/ pallido come un’ombra/ e noi tutti lo siamo/ solo alcuni più di altri //  mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato / c’è bisogno di una radice da piantare in esilio (…)”. La responsabilità di sopravvivere ai morti e di portare a compimento l’opera. Mestiere impossibile e <em>necessario. </em>Lo sradicamento è così il tema portante di Controtempo. La lacerazione della memoria, dell’identità e degli affetti sono cifra di un altro sradicamento – quello del linguaggio. E la poesia, come sempre, ancora una volta, per fortuna, risponde a questa necessità – di restituire, reinventare il linguaggio quando esso è misconosciuto dalla neolingua dell’informazione. Nell’assedio del nuovo esperanto in cui siamo quotidianamente immersi la lingua poetica cerca di rifondare il linguaggio nella comunicazione, restituendogli la sua funzione di medium, di relazione: com-unicare, ri-cor-dare. Forse ogni poesia, ogni tentativo poetico, va in questa direzione, forse anche a prescindere dalla sua efficacia artistica. Rifondare la casa invasa dagli stranieri, da presenze estranee che la spossessano, le tolgono l’anima: “verrà un giorno/ dove la storia tra noi/ sarà azzerata/ non ci saranno stanze sconosciute/ o alberi amici/ non varranno testimonianze/ foto o scritti/ mi darai nome ancora una volta/ ma sarà di qualcuno marginale / e allora così slegati estranei/ ci ameremo di più/ tutti lo dicono/ verrà questo giorno”. La poesia comincia sempre nel luogo dell’azzeramento, nella minaccia della sparizione. E, significativamente, altro polo di questa raccolta è il tema della rovina, del resto, del reperto archeologico e il suo intreccio con la natura che l’avviluppa, lo abbraccia, lo conserva e lo nasconde e gli ricorda il suo futuro di dissoluzione e scomparsa: “tra queste rovine/ da diversi secoli sono tutti morti/ spetta a noi riportare qualche segno di vita/ così ci muoviamo lenti per toccare qualcosa/ che sappia di erba/ l’odore selvaggio della rucola/ abita qui da tempo/ penetra le narici… si incrociano reperti e mosaici/sbiaditi dalle intemperie/ non facciamo che ricostruire/ accavalliamo ipotesi felici”. L’opera diuturna del discorso che stabilisce trame e tessiture, come le erbacce tra i reperti archeologici, ostinatamente. E la resistenza consiste in questo parlare alle macerie, a quello che resta del passato: “parlo con le pietre/ in questo grande campo/ sostengono di essere state vive/…saremo anche noi rocce disfatte/ pulviscolo piuttosto/ aperture di pensiero improvvise/ e mi addolora la mia sorte/ quella che sopporto/da migliaia di anni/come tutti in fondo (…)” . La vicenda accomuna pietre e carne, fiori coltivati in vaso ed erbe spontanee:  “portami via al riparo dal vento/ dove il bosco è sontuoso di alberi fitti della/ statua acefala è rimasto un bel corpo di / muscoli e vene levigati dal marmo (…)”.  E alla fine la dissoluzione può persino risultare un’evaporazione lenta e degna di uno sguardo emozionato e curioso. Nell’ultima sezione della raccolta la dimensione del lutto e del tragico sembrano allargarsi in una meditazione quasi pacificata sulla soglia che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Resta alla poesia rendere con la parola non solo la <em>virtus</em> che nasce dalla dura necessità; ma anche questo svaporare, questo dissolversi come atomi che lasciano il legame e questa ebbrezza di una nuova libertà: “ti immagino così svaporato,/ a resistere tenacemente nell’aria/ ancorato a qualcosa di solido/ per sottrarti a questa incontenibile flessibilità/ che ti sospinge da tutte le parti// chissà cosa si prova/ in questo fermento di libertà/ se c’è un principio/ di bellezza o di gioia/ in questo non essere (…)”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>quamquam animus meminisse horret (Eneide,</em> libro II)</p>
<p>poco a poco<br />
il mondo scompare<br />
inghiottito dal buio nulla</p>
<p>prima vengono i ricordi<br />
soffocati da fumo acre<br />
stordimento delle voci e degli ultimi respiri</p>
<p>la memoria si rifugia<br />
in luoghi sempre più antichi<br />
ritorno bambino tra le braccia<br />
della madre assente<br />
giovinetto nei lunghi allenamenti<br />
o custode del telaio bianco<br />
torno liquido<br />
ancora disperso<br />
esitante sulla strada da fare</p>
<p>anche i nomi<br />
tutti i nomi<br />
quelli delle cose<br />
dell’amore dell’ira o di ciò che ne resta<br />
vanno via in qualche botola lontana<br />
che non riapro mai<br />
ogni gesto è nuovo<br />
smottamento veloce di residui vaganti<br />
i movimenti dimenticati<br />
nel loro stesso compiersi</p>
<p>e quando per tre volte<br />
il vuoto impetuoso mi respinge<br />
uccidendo anche l’illusione di te<br />
la salvezza sarebbe non avere alcuna salvezza</p>
<p>non voglio più vedere il presente<br />
e il presente è<br />
questo rogo ardente che dilania la città<br />
le urla così flebili<br />
appena un sussurro<br />
le foto o le statue degli antenati<br />
il peso accatastato sulle spalle<br />
delle quattro ossa di mio padre<br />
che gli anni e la miseria hanno reso svagato<br />
pallido come un’ombra<br />
e noi tutti lo siamo<br />
solo alcuni più di altri</p>
<p>mi porto qualcosa che non sia perfettamente franato<br />
c’è bisogno di una radice da piantare in esilio</p>
<p>la pretesa di esser vivi in questo universo di morti<br />
incalza lentamente<br />
imbarcarsi di nuovo e partire<br />
trovare terre da coltivare<br />
altri uomini da uccidere<br />
e lasciare traccia di sé</p>
<p>poi il mare vibra incolto</p>
<p>****</p>
<p>l’anima se ne va confusa<br />
in questo limbo di sopravvissuti<br />
echi di questo o quell’altro mondo<br />
tuonano all’orecchio sbigottito<br />
emergono frammenti di facce<br />
storie mobili e scomposte<br />
assapori la libertà insensata e divina<br />
di posizionarli a modo tuo<br />
le vie si fanno irregolari<br />
nessuno può raggiungerti</p>
<p>mi batto in difesa dell’esattezza<br />
provo a condurti sulla verità dei fatti<br />
adduco prove minuziosi dettagli<br />
riposiziono date e connessioni logiche</p>
<p>tu sembri convinta<br />
tra le distrazioni del bucato e della pioggia<br />
e per qualche istante<br />
il mondo ridiventa uno<br />
ma poi crudelmente ricominci la storia<br />
di questo o quello<br />
incurante di tempi e luoghi<br />
fatti e circostanze<br />
non c’è più modo di ritrovarsi di nuovo</p>
<p>****</p>
<p>la gloria delle ossa<br />
si alza e si inabissa<br />
intorno al soffio<br />
segno che sei viva<br />
nell’immensa immobilità<br />
del corpo bianco<br />
ritrovi improvvisi vuoti<br />
sotto gli zigomi<br />
nello splendore del pomeriggio</p>
<p>avanziamo verso la sera<br />
in questa calma imperfetta<br />
di sonno e veglia<br />
la scatola del caffè è sempre la stessa<br />
da almeno dieci anni</p>
<p>****</p>
<p>dalla cucina alla stanza contiamo venti passi<br />
riducibili a quindici con un po’ di sforzo<br />
le finestre qui<br />
sono tutte sullo stesso lato<br />
da est a mezzogiorno<br />
per filtrare sole e pioggia<br />
ti mostro gli spifferi nel cuore della notte<br />
che confonde le pareti e i mobili di legno<br />
pieni di cassetti e lenzuola bianche<br />
tu conservi anche quelle strappate?<br />
dobbiamo attrezzarci per l’insistenza invernale<br />
che in questa casa<br />
cresciuta senza ragione in diagonale<br />
ammala di più le ossa</p>
<p>di qui non s’esce<br />
che per qualche visita medica o di rara cortesia<br />
facciamo una mappa dei percorsi possibili<br />
procedendo dalle necessità quotidiane<br />
il cane ha deciso di occupare il cortile<br />
senza pensare alle conseguenze della sua assenza<br />
mi presto a fare tua sorella Lola<br />
vecchia o a vent’anni<br />
è indifferente</p>
<p>***<br />
le migrazioni convergono<br />
nel centro del mondo<br />
portando le spoglie di ogni passato<br />
di geografie lontane e diverse<br />
accese d’ira e inutili amori</p>
<p>l’esile potenza di ciò che è stato<br />
reclama i suoi diritti di eternità<br />
ma al presente<br />
non c’è niente di preciso<br />
che possa sostenerlo<br />
impatta in un terreno molle<br />
che può inghiottirlo ad ogni istante<br />
e certamente lo farà<br />
appena si chiuderanno gli occhi</p>
<p>****</p>
<p>portami via al riparo dal vento<br />
dove il bosco è sontuoso di alberi fitti<br />
della statua acefala è rimasto un bel corpo<br />
di muscoli e vene levigati dal marmo</p>
<p>una torma di ombre<br />
va spargendo i suoi lai<br />
e in questo punto del prato<br />
dove l’erba è più rada<br />
si ammassano formiche speranzose<br />
a caccia di briciole o cadaveri ambigui</p>
<p>mi accorgo d’improvviso<br />
che qui troverei milioni di tane<br />
ma di questo pensiero la libertà mi spaventa<br />
come i sentieri troppo isolati</p>
<p>quando mi stendo<br />
il prato diventa una tomba<br />
di fili d’erba rissosi e piccole vite</p>
<p>****</p>
<p>il fatto che sia già primavera<br />
è una deduzione di piume<br />
tentativi di teneri voli<br />
cadono in tanti<br />
dalla sommità dei nidi<br />
e forse la specie<br />
non conosce il dolore</p>
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