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	<title>eracle &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La notte [Eracle # 12(+1)]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 10:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Una galleria scura – senza volta e senza pareti – suoni come di rami che fremono nella notte; gli occhi sono pesanti, le spalle leggere, leggere, cadono sotto il ricordo di quel peso che è stato sollevato; poi dei portici; una luce improvvisa, come di un servo che solleva la lampada sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-27791" title="______IICManager_Upload_IMG__LosAngeles_Fontana" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/IICManager_Upload_IMG__LosAngeles_Fontana.jpg" alt="______IICManager_Upload_IMG__LosAngeles_Fontana" width="465" height="455" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/IICManager_Upload_IMG__LosAngeles_Fontana.jpg 465w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/IICManager_Upload_IMG__LosAngeles_Fontana-300x293.jpg 300w" sizes="(max-width: 465px) 100vw, 465px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Una galleria scura – senza volta e senza pareti – suoni come di rami che fremono nella notte; gli occhi sono pesanti, le spalle leggere, leggere, cadono sotto il ricordo di quel peso che è stato sollevato; poi dei portici; una luce improvvisa, come di un servo che solleva la lampada sulla faccia dello straniero; fuochi e notte rimbalzano l’uno sull’altra; una galleria scura, scura – senza pareti – suoni come di un banchetto; di risa; o lamenti funebri; chi si aspetta? Chi è morto? Nulla, la morte è sconfitta; chi si celebra? Le spalle sono leggere, leggere – quel gran peso sollevato le lascia barcollanti; una luce improvvisa, come una fiaccola, retta da un servo sorpreso sulla porta; poi voci all’interno; quale interno? Quale galleria? Dove sono le pareti?<br />
<span id="more-27789"></span><br />
Tre figure – sulla porta – o ai fianchi della galleria, cunicolo oscuro, che non si ferma in alcuna stanza, ma le traversa tutte, una sala di banchetto, delle risa, donne ben vestite, o in lutto; tre figure – alte uguali, di piccola statura – grida; le tre figure alzano le braccia, come attori di una veglia funebre, o giocolieri di un banchetto, cadono alla rovescia, come tre carte fatte saltare dalle dita su un tavolo, grida di una donna, in fondo alla galleria, rami fruscianti, o sottane, o armi alzate da un precipitare di passi; in fondo, in fondo, brucia il rogo, sparpagliarsi di foglie, o di gambe affannate, o di mani agitate nell’aria, &#8211; qualcosa contro cui dirigersi, barcollante, ansimante, ubriaco di leggerezza, roteando la clava, qualcosa da distruggere, per arrivare più in fretta, più in fretta, al termine di un’infrenabile, inguaribile: voglia di sonno, di riposo, di vuoto, di peso.</p>
<p>Cade, con le braccia aperte, la bocca al suolo, in un sonno di sasso, per sempre impuro.</p>
<p>Intorno al suo largo corpo stanco, rigagnoli di sangue percorrono silenziosi i pavimenti del palazzo, scendono gli scalini in un gorgogliare mite, solitario, dalle gole riverse dei suoi figli, delle sue donne, dei servitori.</p>
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		<title>L’illusione [Eracle # 12]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 09:15:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Ed è con indifferenza che Persefone si lascia derubare, concedendogli il suo cane; e che Eracle non diffida. Che cosa imparò Eracle ad Eleusi non si saprà, finchè i misteri restano misteri. Ma quel che imparò doveva servirgli a penetrare nel regno dei morti; e ancor più a uscirne. Non diede però [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-27785" title="017" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/017.jpg" alt="017" width="400" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/017.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/017-300x264.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong><em><br />
Ed è con indifferenza che Persefone si lascia derubare, concedendogli il suo cane;<br />
e che Eracle non diffida. </em></p>
<p>Che cosa imparò Eracle ad Eleusi non si saprà, finchè i misteri restano misteri. Ma quel che imparò doveva servirgli a penetrare nel regno dei morti; e ancor più a uscirne. Non diede però mostra di nessuna conoscenza. Forse gli insegnarono soltanto a non stupirsi. Non è questo un iniziato? A cosa mai ci si inizia se non ad accettare? E accettare senza opporre resistenza alla morte che ti sorvola, fu forse il segreto insegnatogli per tornare vivo.<br />
<span id="more-27784"></span><br />
Ma proprio questo insegnamento gli era difficile imparare. Così quando si trovò davanti al nocchiero Caronte, lo spaventò con le sue larghe braccia. Di fronte al cane Cerbero, la preda assegnata, si ferma come a raccogliere il fiato, e il cane uggiolante scappa a nascondersi sotto la sedia dei padroni. Meleagro, con le armi splendenti gli si fa incontro. Eracle alza l’arco. Ma una voce gli mormora all’orecchio: è un’ombra, è un’illusione; guarda – sussurra – ti è accanto e non ne senti nemmeno il respiro.</p>
<p>Eppure Meleagro si mette a raccontare ed Eracle si commuove. Con voce strozzata dalla pietà gli chiede: hai una sorella in terra? Mentre la stessa voce continua schernitrice: ombra… ombra… Meleagro risponde: prendi mia sorella, si chiama Deianira; ed Eracle scambia l’offerta per una parola che venga dalla vita. Così si prende in moglie la sua morte futura.</p>
<p>Prosegue e come in un corridoio malilluminato a una svolta all’improvviso uno specchio sembra contenere l’immagine di un pericoloso straniero, così gli appare la faccia della Medusa. Ma la stessa voce lo avverte: immagine vuota… maschera… Eracle si avventa, e sente ridere la voce. Ed ecco, dietro la maschera, il trono degli Dei sotterranei.</p>
<p>Eracle adesso non sente più la voce, ma la stessa parola gli urge dentro. Ed è lui a gridare: ombra, illusione! Mentre scaraventa la sua larga pietra contro i maestri dei morti. La prima volta che se li trova di fronte, dopo tanto sfiorarli e scavalcarli e irriderli.</p>
<p>Come un sasso che rimbalza sull’acqua, dietro la pietra schizzano Ades e Cerbero che si perdono nei cunicoli infernali. Persefone, la regina, si alza a fermarlo come un monello smarrito. Lo riceve da sorella. S’intrattiene benevola con lui, forse insieme parlano della vita. Tutti e due così mescolati di mondo e d’inferno. Tutti e due ormai incapaci d’indicare il confine tra quel che c’è ancora e quello che non c’è più. Entrambi malati di pietà, l’uno per i vivi, l’altra per i morti. E insieme, più gravemente, d’inconsapevole indifferenza.</p>
<p>Ed è con indifferenza che Persefone si lascia derubare, concedendogli il suo cane; e che Eracle non diffida. Crede di potersene tornare indietro intatto con i suoi doni di morte. Non pensa di avere a che fare con loro. La morte di un eroe non è come quella di un uomo, facile, inavvertibile, il chiudersi silenzioso di un rubinetto. Un eroe, quando scoppia, fa un baccano che ne rintrona la terra. È difficile da morire. Bisogna ammazzarlo pezzo per pezzo, romperne ogni membro, la sua morte ne trascina altre di cui nemmeno ci si accorge, tanto la sua è poderosa, uno schianto. Come una montagna che esplode, come un ascesso che non vuol farsi pungere, e trema e freme sotto la pelle e si apre un varco fra i tendini della gola e finalmente, da una puntura di spillo inonda il corpo di pus e sangue.</p>
<p>Persefone lo congeda con un sorriso cortese. Eracle stringe il cane nella sua morsa, con la solita foga, fin quasi a soffocarlo, lo lega alla catena; uscendo dalla porta (improvvisamente se la trova davanti, come se fosse appena entrato), con una mano senza neppure fermarsi prende per il polso Teseo che aspetta di essere liberato, e con la sua preda, il suo compagno e il suo passo impetuoso, mette fuori la testa sotto il cielo.</p>
<p>La gente fugge spaventata a vederlo passare, come da un appestato. Lui prosegue senza badare a nessuno, la fretta incendia la sua lunga stanchezza, entra trionfante nella reggia di Micene e davanti a Euristeo attonito, con un grido furente di liberazione, molla il cane dalle cinquanta teste.</p>
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		<title>RAID. UNA FORMA DEL CONTEMPORANEO TRA GUERRA, MITO E LETTERATURA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 09:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Volpi Di cosa parliamo? Se è ancora vero che le parole custodiscono il senso dei fenomeni designati, una breve chiarificazione del significato dei termini inglesi raid e raider appare un buon viatico per l’itinerario che ci accingiamo a percorrere. Il verbo significa appunto “fare un’incursione in” che presuppone un’improvvisa andata e un veloce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Alberto Volpi</strong></p>
<p><em>Di cosa parliamo?</em></p>
<p>Se è ancora vero che le parole custodiscono il senso dei fenomeni designati, una breve chiarificazione del significato dei termini inglesi <em>raid</em> e <em>raider</em> appare un buon viatico per l’itinerario che ci accingiamo a percorrere. Il verbo significa appunto “fare un’incursione in” che presuppone un’improvvisa andata e un veloce ritorno. Esso ha vari sinonimi che declinano l’azione: razziare, saccheggiare, rapinare, fare scorrerie. Qui lo scopo pare sempre legato alla sottrazione e viene incarnato dalla figura eterna del bandito o del predone che colpisce e si dilegua, sia esso il barbaro, il pirata, il terrorista rapitore. Il raider tuttavia può essere anche il guastatore che si caratterizza per l’azione del danneggiamento o il soldato del commando che porta spesso il termine in un’area semantica favorevole.<span id="more-25718"></span><br />
Nel linguaggio comune giornalistico al termine raid viene alternativamente sostituito quello, ritenuto equivalente, di <em>blitz</em>. L’uso in effetti li parifica ma il ventaglio di significati della parola tedesca è assai più limitato. Viene posta in risalto infatti soltanto la sfumatura metaforica della velocità che è contenuta nel lampo. La parola non può quindi affrancarsi dal concetto originario di blitzkrieg elaborato già, secondo riscoperte recenti, nel dicembre del 1905 nel memorandum di Schlieffen, predecessore del generale Moltke. Si prevedeva l’invasione della Francia attraverso il Belgio al fine di sfruttare la locale rete ferroviaria evitando così una lunga guerra d’assedio. Il piano, nonostante gli evidenti limiti, venne effettivamente adottato dallo stato maggiore tedesco nel 1914. Per la più clamorosa realizzazione della guerra lampo si deve attendere tuttavia il 1940; il teatro delle operazioni è il medesimo, cioè la Francia da aggredire attraverso Olanda e Belgio, ma la riuscita decisamente più sconvolgente anche per le cancellerie europee. Le sei divisioni tedesche di carri armati celeri, appoggiati dall’aviazione, sconfiggono in sole sei settimane, come già avevano fatto con Polonia, Danimarca e Norvegia, l’esercito di una delle grandi potenze del tempo.<br />
Il termine <em>blitz</em> non solo risulta troppo legato a questi due eventi di guerra per applicarsi ad uno studio a vasto raggio sul fenomeno ma può anche risultare parzialmente fuorviante. Infatti si tratta di un’avanzata di massa che ha quale scopo la conquista territoriale, laddove il nostro oggetto come lo andremo a delineare consiste in un’azione leggera di pochi uomini scelti che prevede generalmente di colpire e di ritirarsi dal campo avverso. Si adotterà dunque per inseguire una forma presente già nel mito, utilizzata nelle guerre più diverse lungo i secoli ed elaborata dalla letteratura e dall’arte, il più duttile termine di <em>raid</em>.</p>
<p><em>La proliferazione odierna del raid</em></p>
<p>Vi è oggi il sentimento diffuso di vivere in un’età di guerra. Si sono succeduti infatti nel giro di pochi anni i conflitti in Afghanistan e in Iraq, alle cui spalle sta l’evento dell’11 settembre 2001, considerato a torto o ragione come un atto di guerra. Peraltro in precedenza, nel cosiddetto decennio privo d’eventi , possiamo ricordare i massacri che hanno insanguinato, soprattutto con motivazioni etniche e religiose, l’Africa dall’Algeria al Ruanda, dal Sudan alla Liberia. Per restare soltanto ad un più diretto coinvolgimento occidentale, capace di destare in noi una maggiore attenzione per le vaghe e lontane immagini televisive, si possono aggiungere il primo conflitto del Golfo, archetipo degli eventi bellici post-guerra fredda , e quelli che hanno investito a più riprese i Balcani. Le guerre in Afghanistan e in Iraq, relativamente brevi nella loro fase di scontro aperto tra le truppe americane con alleati di supporto e i loro avversari, si protraggono poi tuttora senza fine apparente con le modalità della resistenza e della guerriglia.<br />
Ecco allora la sovrapposizione tra le opposte retoriche di chi considera queste guerre recenti ormai finite dopo lo scontro aperto con l’esercito governativo e trasformate in missioni di pace o di repressione al successivo terrorismo e chi, per contro, ne sottolinea una perdurante continuità di moventi e attori improntati a una semplice variazione di strategia militare. Quel che pare certo è il basso continuo che, una volta terminata l’enfasi della cavalcata in avanti e dell’occupazione territoriale, accompagna la nostra vita quotidiana sotto forma di notizie su scontri e carneficine. I mass-media infatti continuano a monitorare, magari ormai soltanto dalle pagine interne, i conflitti che si mantengono comunque come una specie di retro-memoria nelle coscienze degli spettatori occidentali. La sequenzialità quotidiana della morte ritorna in evidenza attraverso qualche atto particolarmente efferato che colpisca tra gli altri donne e bambini, o politicamente importante come nel caso del coinvolgimento di personalità di spicco. Altre volte lo spazio informativo viene conquistato dal conto numericamente consistente dei morti, oppure da qualche particolare rilevante dal punto di vista emotivo, o ancora per lo spostamento dell’atto verso il cuore dell’occidente rappresentato da inviati speciali, attivisti umanitari o semplici turisti presi a bersaglio. In ogni modo si tratta di solito di episodi di guerra (di guerriglia o di terrorismo poco importa) catalogabili come raid.<br />
Gli attentati dell’11 settembre sono stati appunto un formidabile incipit di una fase d’esaltazione della forma del raid a cui stiamo tuttora assistendo nella piega attuale delle guerre citate e dei loro sviluppi in giro per il mondo. Non un kamikaze isolato come avveniva di regola a danno dei civili israeliani prima e ora soprattutto di militari americani e poliziotti iracheni sul teatro di guerra, ma piuttosto, come si suole dire con un inquietante linguaggio vagamente bio-politico, cellule terroristiche. I volti, le biografie e i percorsi dei componenti i commandos suicidi dell’11 settembre sono stati ampiamente ricostruiti. Essi si sono spostati dai paesi d’origine in occidente, poi verso il loro obiettivo, gli Stati Uniti. Qui si sono nascosti e, nello stesso tempo, addestrati alla missione aerea. L’azione è stata poi multipla, combinata e sincronica, massimamente distruttiva e d’effetto sul piano spettacolare e simbolico . Per tutti questi aspetti ha creato sconcerto, impressione e paura nell’area della vittime, per contro soddisfazione e senso di trionfo tra gli organizzatori, di appagamento e rivalsa tra i sostenitori; in generale di esemplarità e memorabilità nell’intero globo mediatizzato.<br />
Altri raid sono quelli che tengono viva l’attenzione sul teatro di guerra quando questo sembra scivolare nell’ombra d’una faticosa normalizzazione. Le caratteristiche del settembre 2001 vengono ripetute dai combattenti iracheni, specie quando l’operazione è corale. Per questo motivo, e non soltanto per legami di nazionalità, da noi in Italia ha provocato una così forte sensazione l’attentato di Nassirya. Si dispiegava di nuovo e in pieno la forma del raid: un piano studiato di cui via via si sono svelati i dettagli, un mezzo meccanico e dei kamikaze diretti contro un obiettivo militare, il numero elevato di uccisi, la scoperta irridente e angosciante dell’imperfezione nei sistemi di difesa. Un’altra finalità ormai consueta del raid è rappresentata dai rapimenti che strappano le vittime dalla propria vita quotidiana, il lavoro e la famiglia, per trasportarle nella dimensione altra del buio da cui riemergono cambiate nel vestiario e nelle fattezze. Si crea così nello spettatore una forte immedesimazione con i volti emaciati e le parole tremanti su sfondi di sapiente squallore e minaccia che fanno incombere sulla sua esistenza normale il risvolto del pericolo totale e della completa sommissione. E’ ovvio quindi che le vicende degli ostaggi siano particolarmente seguite a causa della compassione basata su una paura comune mediata dal video.<br />
Il raid diventa evidentemente ancora più impressionante quando viene portato nel cuore delle proprie sicurezze. Un passo di avvicinamento a noi sono stati in questo senso gli episodi avvenuti in territorio russo, ovvero l’occupazione del teatro e della scuola, luoghi tra l’altro del divertimento, della socialità e della debolezza. Il culmine per noi europei si è toccato tuttavia a Madrid e, con la forza della ripetizione, a Londra. La Spagna è più vicina delle aree misteriose del Caucaso ed era una nazione sì coinvolta nella guerra in Iraq ma con un’apparente distanza di sicurezza, senza un fronte interno che desse comprensibilità all’attentato. Se si fosse effettivamente trattato di un’azione di ETA, come venne accreditata in un primo momento, l’eco nel resto dell’Europa sarebbe stata enormemente minore e di scarsa memorabilità. A Madrid inoltre non erano stati dispiegati particolari e probabilmente irripetibili apparati d’attacco come invece negli USA tre anni prima. Collocare dell’esplosivo su un treno o in una stazione ricorda, specie in Italia, episodi ancora piuttosto misteriosi del terrorismo nero ed anche recenti, se non per gli scenari politici perlomeno per la cronologia. Sembra inoltre un’azione facile, ripetibile. Gli attentati di Londra hanno poi confermato questa impressione diffusa aggiungendovi il timore per un nemico interno, prodotto dal territorio nazionale e da generazioni ormai inglesi. E’ bastato agli attentatori prendere un treno scavalcando la linea labile tra periferia e city, dimostrando dunque che gli alieni sono confusi e nascosti tra noi e che non provengono necessariamente da fuori, materializzati dal cielo. Le scene per di più risultano prive dell’ipnotica astrattezza fermata nell’immagine della sagoma d’argento in fiamme su sfondo azzurro. Piuttosto contemplano la folla fitta dell’ora di punta, jeans, scarpe da tennis, zainetti come se ne vedono a migliaia. Se la memorabilità legata all’immagine a Madrid è stata perciò incomparabilmente inferiore rispetto a New York, e a Londra scientemente negata, anche gli effetti e i rischi di derealizzazione di pari passo saranno minori.</p>
<p><em>Tentare il contro-raid</em></p>
<p>Tuttavia la forma del raid non appartiene solo ai terroristi, come verrebbe da pensare in modo irriflesso per noi spettatori occidentali. Si tratta d’un’azione che, sia per la sua efficacia pratica che per quella pubblicitaria, non può essere consegnata a cuor leggero al nemico. Essa va però voltata in positivo; spesso la via più semplice consiste nel mostrarla quale risposta ad un attacco. I mass-media occidentali presentano dunque al proprio pubblico, a fronte degli episodi esecrabili già citati, le azioni uguali e contrarie delle “forze del bene”. Nei due casi dei sequestri operati dai guerriglieri ceceni si è assistito infatti all’intervento delle forze speciali russe. I primi hanno trasformato gli spettatori del teatro o i bambini in ostaggi, cambiando di segno al luogo del sequestro divenuto repentinamente e cupamente altro, mentre i secondi avevano il compito di ristabilire la situazione iniziale, liberando le persone ed il campo dal perturbamento. Sfortunatamente il raid può avere anche esiti negativi, come per il kamikaze che non riesce a far saltare in aria altri che se stesso, o parziali, come per i corpi d’elite dell’esercito a seconda del numero di ostaggi periti nell’azione. In questo caso la forma spettacolare del raid si ritorce contro chi l’ha intrapresa.<br />
Niente di peggio, sul piano dell’immagine, del fallimento nel contro-raid. Le conseguenze possono infatti risultare estremamente serie dal punto di vista politico, come nel caso dell’ambasciata occupata a Teheran da un commando il 4 novembre del 1979 e che vanamente gli americani tentarono di liberare, oppure assumere il carattere comunque sgradevole della beffa. Il mullah Omar che sfugge in motocicletta all’accerchiamento dei marines, l’irruzione nel covo “caldo” di Bernardo Provenzano che rinviene sul letto di fortuna soltanto l’impronta del boss ancora una volta inafferrabile. Ciò alimenta la mitologia dell’imprendibilità dei soggetti in questione e ne galvanizza gli adepti. Di qui conseguono per contro i poderosi e frenetici tentativi delle amministrazioni di sottolineare o forzare un’interpretazione dei fatti; esemplare il governo russo che accredita, per mezzo dei mass-media manipolati, la riuscita della teste di cuoio nonostante gli evidenti “effetti collaterali”. Il discredito per il mancato contro-raid, che ridonda infine sulle responsabilità decisionali dei governi, mina tuttavia in prima battuta l’alone semidivino che avvolge le forze speciali. Questi reparti sono composti da superuomini di cui i servizi televisivi s’incaricano di raccontare in modo epico l’addestramento, di mostrarne le armi sempre di raffinata tecnologia, illustrando, con piante, cartine e ricostruzioni computerizzate, il raid in questione. I nemici devono essere ugualmente terribili, misteriosi e mostruosi come le donne velate, pregne nel ventre di esplosivo, o i sanguinari capi che a Beslan allestivano nella palestra della scuola una delirante camera di tortura. La lotta titanica e mortale, dopo un tale spiegamento d’immaginario, prevede tuttavia nel copione la necessaria vittoria dei campioni e protettori dello spettatore. Del tutto pernicioso un risultato contrario.<br />
Riuscire nel contro-raid ha dunque un effetto psicologico tonificante di rassicurazione, quasi elettrizzante sull’opinione pubblica pienamente calata nell’azione, proprio per il senso demiurgico dell’autoreverse nella realtà e nel tempo e della forma del tutto compiuta. Personalmente ricordo di aver provato questa sensazione, unita a quella – immediata, conseguente e comunque assai arbitraria – di una svolta decisiva nell’intera lotta al terrorismo, quando si riseppe della liberazione del generale Dozier dalle mani delle Brigate Rosse ad opera di un commando. Un effetto esattamente opposto a quello delle immagini della scorta falcidiata di Aldo Moro e delle sue foto di prigioniero fatte filtrare da un imprendibile covo.<br />
La forza d’impatto del raid, massimizzata l’11 settembre e poi ripetuta in azioni terroristiche non sempre ad esso sovrapponibili per ogni elemento, è stata da sempre alimentata da una fitta produzione cinematografica. Hollywood soprattutto ha sfruttato il fascino e la pericolosità della forma-raid, la netta distinzione di ruoli tra buoni e cattivi e infine l’esito positivo liberatorio quanto scontato; tale sedimentazione di tratti dell’immaginario ha rafforzato l’intreccio tra realtà e finzione. Di qui anche la forza di immedesimazione del pubblico televisivo negli avvenimenti odierni, la sua infantile soddisfazione nella riuscita del raid operata dai buoni, il terrore per l’azione svolta dai cattivi, in conclusione la terribile disillusione, o l’enorme sollievo, quando la forma non si compie. Non stupisce quindi che l’apparato militare statunitense, sempre più intrecciato a quello mediatico, abbia inscenato il copione del raid in cui veniva salvata la vita della soldatessa Jessica Lynch. La forza pubblicitaria del raid reale sarà replicata dal cinema in un’opera dal titolo Saving Jessica Lynch; solo più tardi si scoprirà che già di partenza il raid era stato progettato e scritto dai militari appunto come un <em>reality show</em>.<br />
Abbiamo accennato senza sistematicità ad alcune caratteristiche del raid pescando dai molteplici esempi che purtroppo la cronaca quotidiana ci offre da qualche anno a questa parte. La forza spettacolare e l’ambivalenza del raid, i suoi attori e la sua sintassi ci stanno oggi assediando quali forze estranee e apparentemente recenti. In verità il raid è presente in diverse manifestazioni nella nostra società (certo tifo da stadio, le spedizioni punitive contro gli immigrati, le incursioni degli hacker etc.) ed ha per di più radici antichissime. Sarà opportuno quindi risalire in primo luogo alle sue origini mitiche che non sono certo estranee al fascino archetipico di questa azione.</p>
<p><em>Le origini mitiche</em></p>
<p>Brevi schizzi del raid nel mito hanno come protagonisti i Centauri, nature umane e nel contempo ferine, di cui si racconta il danneggiamento della persona (Ceneo) commissionata da Zeus e l’estemporanea sottrazione (le donne dei Lapiti) dovuta ala libidine eccitata dal vino. Passando ad episodi con protagonisti degli uomini ne troviamo di celeberrimi – il ratto di Elena, la conquista del vello d’oro – che stanno alla base di due tra i più importanti poemi classici, l’<em>Iliade</em> di Omero e <em>Le Argonautiche</em> di Apollonio Rodio. Più particolareggiata è la narrazione riguardante il raid di Giasone. Di questi vengono raccontate in primo luogo la nascita e l’infanzia paradigmatica di ogni eroe; suo padre Esone, re di Iolco, città della Tessaglia, venne infatti spodestato dal fratellastro Pelia che cercò anche di uccidere il piccolo nipote Giasone. L’eccezionalità dell’eroe si dà quindi nella salvezza miracolosa (una morte simulata che è già stigma del contatto con un altro mondo) e nella lontananza dalla famiglia e dalla patria. Giasone venne quindi allevato, come anche per esempio Achille o Diomede, nelle grotte del monte Pelio da Chirone, il più famoso e dotto tra quelle nature duplici dei Centauri già considerate. Completata l’educazione presso quel maestro della caccia, della medicina, della musica e della ginnastica, Giasone, ormai adulto, si ripresenta a Pelia per ottenere il regno che gli spettava per nascita. L’usurpatore, pur acconsentendo a concederglielo, pone per condizione di liberare la patria comune da una maledizione. Questa dunque la missione dell’eroe:</p>
<p><em>Giasone venne allora a sapere che Pelia era tormentato dall’ombra di Frisso, che era fuggito da Orcomeno una generazione prima, a cavallo di un divino ariete, per non essere sacrificato. Si era rifugiato nella Colchide dove, alla sua morte, gli fu negata adeguata sepoltura; e secondo l’oracolo delfico la terra di Iolco, dove si erano stabiliti molti parenti di Giasone, non avrebbe mai prosperato fino a che l’ombra di Frisso non fosse stata riportata in patria con il Vello d’Oro dell’ariete. Codesto vello stava ora appeso ad un albero nel bosco sacro di Ares in Colchide, sorvegliato notte e giorno da un drago che non dormiva mai. Se Giasone avesse compiuto questa pia spedizione, disse Pelia, egli gli avrebbe volentieri consegnato lo scettro che era ormai divenuto troppo pesante per un uomo della sua veneranda età .</em></p>
<p>Il raid appare qui con l’insieme iniziale delle sue caratteristiche: una causa nobile, un mandante, un bene che si trova in terre lontane da riportare al suo luogo d’origine attraverso un’azione pericolosa. Segue dunque un’adeguata preparazione della spedizione: la nave a cinquanta remi costruita proprio per l’occasione sotto la protezione di Atena, dea dell’intelligenza tecnica, e battezzata Argo, infine il reclutamento del gruppo scelto di compagni. Quanto alla nave si dice sia la prima a solcare i mari e giustifica l’enorme ammirazione della folla che Apllonio Rodio descrive assiepata al varo, mentre l’elenco degli avventurieri varia ma è un elemento fondamentale del mito e resta sempre presente nella narrazione fino ad ampliarsi ai circa duecento versi del poeta alessandrino. Si tratta di volontari che accorrono da ogni corte della Grecia, ciascuno nominato con la propria genealogia e la sua carica; alcuni – Eracle, i Dioscuri, Teseo, Atalanta – sono tra i più eccellenti eroi che attraversano svariate narrazioni mitiche . Caratteristica del raid è pertanto che l’azione, a causa della sua difficoltà, non può essere solitaria ma corale. Raccolti i compagni segue una lunga e difficoltosa navigazione che, dopo diverse tappe e colpi di scena, colloca il gruppo nella Colchide, regione aspra e misteriosa del Caucaso all’estremità del Mar Nero. Lo spaesamento in un luogo ostile, a seguito di un itinerario periglioso che mette a repentaglio la vita e allo stesso tempo cementa tra loro i protagonisti, completa la durezza della prova e diventa a sua volta un elemento topico del raid.<br />
Appena giunti sul luogo dell’impresa gli Argonauti non dovranno vincere solo il drago che, secondo una versione del mito, tiene in bocca il vello d’oro per meglio custodirlo e nel cui stomaco Giasone quindi si introdusse, ma anche le insidie del re Eete. Questi vive nella fulgida città di Ea, sorta su una collina sacra a Elio, dove Efesto aveva costruito il sontuoso palazzo reale, e si mostra subito contrariato dall’arrivo degli Argonauti, poiché era stato proibito a tutti i Greci l’accesso al Mar Nero. Ascoltata la storia della spedizione e l’intendimento del gruppo dapprima Eete minaccia di tagliar loro lingua e mani se non avessero subito fatto vela per dove erano venuti, poi contratta la cessione del vello d’oro a condizioni impossibili. Si mostra dunque con chiarezza l’ostilità di chi governa il luogo dove si deve svolgere il raid; egli dispone di forze immensamente superiori al gruppo dei protagonisti, può minacciarli e dettar loro le sue condizioni. Inoltre, dopo che Giasone aveva superato con l’aiuto delle arti di Medea, figlia dello stesso Eete, la prova di aggiogare all’aratro due tori che sputavano fiamme creati da Efesto, rompe il patto rifiutandosi di consegnare il vello promesso. Eete rappresenta quindi l’avversario topico di coloro che compiono il raid: ostile, superiore per potenza, ma inferiore dal punto di vista morale. Sarà quindi possibile ingannarlo a sua volta senza eccessivi scrupoli. Ecco che si esercita un’ulteriore e imprescindibile caratteristica della forma del raid, finora solo accennata, cioè la legittima astuzia dei più deboli. A ciò si aggiunge l’abilità, la destrezza e il coraggio temerario che rendono la riuscita dell’azione un’impresa memorabile ed in certo senso accostabile ad un’opera d’arte, un trionfo per sé ed uno smacco per l’avversario.<br />
Non si può allora non ricordare qui il più celebre dei raid presente nelle narrazioni di guerra, ovvero la presa di Troia. Una guerra infinita condotta sui campi e sotto le mura viene risolta da un raid di pochi uomini temerari guidati da un eroe simbolo d’astuzia. Lì, tuttavia, solo l’insoffribile lunghezza e i massacri immani della guerra giustificano agli occhi del lettore neutrale l’azione di Ulisse, aiutato non da una prossima moglie come Medea che rispetta insieme a Giasone le reciproche promesse, ma da una traditrice del marito prima e poi dell’amante come Elena. Di qui l’ambigua fama dell’eroe di Itaca ed il suo laborioso viaggio di ritorno, forse da considerarsi anche come forma di espiazione. Nel caso di Eete invece, che reitera le sue minacce di distruzione dell’Argo e di morte all’equipaggio, il raid assume addirittura il significato della giusta punizione. Verosimilmente di notte, momento temporalmente necessario alla protezione dei pochi e dunque topico dello svolgimento del raid, un drappello scelto degli Argonauti, ancora avvalendosi dei particolari mezzi magici messi a disposizione da Medea, riesce ad addormentare “l’orrendo e immortale drago dalle mille spire” sfilandogli il vello dalle grinfie.<br />
Anche il seguito dell’azione rappresenta un topos infinitamente replicato in romanzi e film che adoperano la forma-raid. I sacerdoti di Ares hanno infatti dato l’allarme e i Colchi, afferrate le armi, si danno alla caccia degli Argonauti. Questi, ad ulteriore sottolineatura dell’enorme rischio della missione, pagano con la morte di Ifito il loro tributo di sangue (ma solo i farmaci di invenzione di Medea sono in grado di sanare i molti feriti), riuscendo però alla fine ad aggrapparsi alle murate dell’Argo pronta a ripartire in gran fretta. In realtà l’inseguimento da parte delle galere di Eete, capitanate dal figlio Absirto, variamente raccontato, è tenace e il viaggio di rientro degli eroi lungo il Mediterraneo occidentale ed altre strane rotte laboriosissimo e ricco di ulteriori episodi di tempesta e di guerra. Un’appendice che fa il paio con l’arrivo sul luogo del raid e pare una divagazione ed un abbellimento narrativo a seguito dell’azione che è in sé fulminea. Il raid si presenta infatti quale “modello centripeto del viaggio” in cui quest’ultimo è “un elemento negativo e ritardante, anche se molto produttivo dal punto di vista della narratività.” La velocità nei miti esaminati appartiene al ratto di Elena, dovuto a furore erotico, ma non all’impresa di Giasone che presenta quindi, nel suo inizio e nella sua fine, anche elementi del “modello centrifugo” che “produce avventure tendenzialmente infinite, vissute e valorizzate nella loro autonomia.” In realtà va ricordato però che in questo modo si rafforza, quanto al viaggio d’andata, un’idea di lontananza, anche culturale, che segnala un ulteriore confine violato dal gruppo degli eroi.<br />
Il bene trafugato viene comunque riportato indietro chiudendo la forma del raid nell’equilibrio del compimento. L’eroe tuttavia, nel corso dell’operazione costituita dai viaggi e dal superamento della prova, ha portato con sé, oltre al bene strappato al campo avverso che costituisce il fine del raid, anche Medea. Giasone subisce dunque lungo tutto l’arco dell’azione un cambiamento che si definisce attraverso un’iniziazione all’amore, al sesso e alla paternità. Ricordiamo inoltre che Medea rappresenta uno dei personaggi femminili più complessi e affascinanti dell’intero corpus mitologico; il protagonista del raid si confronta infatti con una donna che incarna il mistero e la magia, nonché la straniera incomprensibile e pericolosa. Tuttavia questa narrazione, differentemente dalla stragrande maggioranza delle rappresentazioni romanzesche o filmiche del raid, non si chiude con la consegna del bene sottratto e con il ristabilimento dell’equilibrio. Per un’analisi della forma del raid potremmo comunque sforbiciare in quel punto gli eventi del mito avendo già tratto tutti gli elementi fondamentali. Bisogna però completare il racconto con la cacciata di Giasone e Medea da Iolco e con la conclusione drammatica dei rapporti tra i due protagonisti, dato che “la ferrea legge del mito greco ignora l’avvenire vuoto della fiaba” , appagata dal ristabilimento di un equilibrio senza fine pacificato. Il loro legame infatti, spezzato dal tradimento di Giasone e dalla vendetta di Medea, finirà nella tragedia della donna infanticida e, perlomeno secondo una versione del mito, del suicidio dell’uomo.</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il testo è un estratto di un saggio pubblicato in «Nuova prosa», 51, rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, da pochi giorni in libreria.</p>
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		<title>I frutti [Eracle #11]</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 07:00:36 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>L’impresa del furto delle mele d’oro dal giardino delle Esperidi si pone sotto un segno chiaro: quello della restituzione. Quelle mele appartenevano alle nozze di Zeus e Era e quali che fossero le loro peregrinazioni dovevano tornare ai sovrani. Anche Prometeo, durante il viaggio, fu restituito a sé stesso e alla libertà. E c’è poi il complicato gioco tra Eracle e Atlante: Eracle chi si accolla l’asse del cielo mentre Atlante s’incarica di trafugargli le mele, e il tentativo di Atlante di lasciarlo al proprio posto tenendosi i frutti, sventato da Eracle con una astuzia puerile che ripone l’asse sulle spalle del Titano. Il Fato, aveva detto chiaramente Prometeo all’inizio del suo castigo, è più forte di ogni cosa: dell’abilità, dei Titani, e degli Dèi. Anche Zeus vi è sottomesso. Ogni gioco umano va restituito alla sua sede naturale che è il Destino. L’eroe non è che una marionetta del Destino, uno stile di cui si serve per disegnare labirinti.<br />
<span id="more-23827"></span><br />
L’itinerario del viaggio fu dibattuto in dialoghi, che sono la vera materia di questa fatica. Dialogo fra Eracle e le Ninfe dell’Eridano in cui si svela il nome del sapiente che darà all’impresa la sua direzione. Dialogo col vecchio del mare che sfugge tuffandosi in altre forme, ora fuoco, ora acqua, ora serpente: per farlo Eracle deve restituirlo con la fermezza delle sue mani alla forma primitiva. Il suggeritore, costretto, stride la parola Sud. A Sud vola un’aquila. Eracle scaglia una freccia e la uccide. Poi sale sul monte e vede Prometeo, la cui piaga si sta già rimarginando dall’ultima scarificazione inferta dal becco dell’uccello.</p>
<p>Qui Eracle si ferma e ha luogo il dialogo con Prometeo. Eracle era di poche parole, ma Prometeo aveva molto da dire. Entrambi avevano svolto un ruolo presso gli uomini, in epoche che si contraddicevano l’un l’altra. Prometeo faceva parte di un’epoca uccisa dai nuovi dèi. Uscendo dal castigo si sarebbe trovato in un mondo che non era più nulla per lui, come un ibernato svegliatosi dopo mille anni. Ai suoi tempi aveva fatto sbalzare dai gangheri le porte del mondo. Gli uomini allora avevano bisogno di tutto e li si poteva beneficare: con il fuoco aveva mutato la loro esistenza (“Al calare della notte,” racconto Prometeo, “si chiudevano nelle tane e la loro vita si spegneva. La notte trascorreva come se non esistesse. Io gli ho spaccato le tenebre. Zeus, poi, gliele ha abitate…”). Prometeo si era battuto per la loro vita e Zeus, per punire la sua efficacia, mandò la morte. Ora lui era fuori gioco e toccava a Eracle. Tanto era divenuto superfluo che Eracle poteva liberarlo senza smentire la volontà divina.</p>
<p>“Ma tu, chiede Prometeo risollevando il suo orgoglio, che cosa puoi per loro?” Eracle non risponde e si affaccenda intorno alle catene. Prometeo insiste, “Tu non sei il loro campione?” Eracle scrolla le spalle. Non vuole e non sa spiegare, ma ripensa a tutto quello che ha fatto. “Quei frutti che cerchi, incalza Prometeo, che cosa sono per loro?” Eracle lo guarda sorpreso: lui non è forse al servizio di Euristeo? E questo servizio non gli è stato comminato dagli dèi? E gli dei quando agiscono non hanno sempre in mente gli uomini? E se è scritto che quei frutti per tornare da Zeus a Zeus devono attraversare le mani degli uomini non è questo un segno che ogni cosa prima di perdere senso deve acquistarlo, così come per morire bisogna vivere? Come una pietra che cade nell’acqua deve sconvolgere la superficie prima di affondare? “La mia epoca era più semplice, commenta Prometeo, eravamo noi, i Titani, a semplificarla. Poi sono venuti questi dèi giovani, hanno elencato le leggi, e le hanno confuse.” Questa volta Eracle parla: “Non dare la colpa agli dèi”, dice. “Ho capito, dice Prometeo, appartieni al loro seguito. Stai al gioco” “Sì” dice Eracle. “Io mi battevo contro di loro, dice Prometeo, ma chissà se c’è differenza.” “C’è,” dice Eracle. “Sei quasi alla fine del tuo servizio. Bada a quando l’avrai terminato.” Eracle lo aiuta a scendere dalla roccia. “Allora ecco la tua strada, gli dice Prometeo: vai sempre a Nord. È una strada dritta la tua, non puoi sbagliare. Ma le strade dritte conducono ancora in qualche luogo? Questo non lo so.” Eracle riprende l’arco e la clava e si prepara a partire. “Ma tu, lo insegue con la voce Prometeo, lo sai dove ti porta quella strada?” Eracle si volta appena, controvoglia, “Sì, dice, a quale dio e a qualche morte.”<br />
“E a che ti serve percorrerla?”<br />
“A essere” dice Eracle. </p>
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		<title>L&#8217;armento scarlatto [Eracle #10]</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 08:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il riso che coglie chi di colpo si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia di Ginevra Bompiani Il tempo è bianco quando affiora dalla vagina materna alla luce abbagliante del giorno; giallo quando tocca il vertice, come l’oro e tutte le altre bionde ricchezze sperperabili; ma è rosso quando scende nelle acque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-23109" title="Albero_001A" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-261x300.jpg" alt="Albero_001A" width="261" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-261x300.jpg 261w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-893x1024.jpg 893w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A.jpg 1920w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Il riso che coglie chi di colpo<br />
si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Il tempo è bianco quando affiora dalla vagina materna alla luce abbagliante del giorno; giallo quando tocca il vertice, come l’oro e tutte le altre bionde ricchezze sperperabili; ma è rosso quando scende nelle acque dietro al sole morente; rosso come le vacche del sole; rosso come l’Ovest; rosso come il sangue che sfugge alla ferita mortale; rosso come l’autunno e le foglie prima della caduta; rosso come l’Eritia, dove pascolano i buoi che Eracle deve rubare a Gerione, <em>l’uomo che Urla</em>, e portare a Euristeo per suo decimo incarico.<br />
<span id="more-23108"></span></p>
<p>Eracle parte in guerra a un colore, ma sono i numeri ad alzarsi in difesa: dodici figli di Neleo s’impennano al suo passaggio e si fanno distruggere fino all’ultimo, che tutti li perpetua e li riassume nel governo di Pilo; tre dèi gli si fanno incontro, e ciascuno si allontana ferito; ma di fronte, ancora lontano, non sogghignano già le tre teste di Gerione?</p>
<p>A Eracle che avanza verso Ovest – direzione fissa delle sue fatiche e di ogni viaggio umano &#8211; pare di risentire la voce beffarda di Euristeo: “vai, trova la casa del Tempo, e riportaci indietro il Vecchio Anno con tutti i suoi giorni”. Ed Eracle vagabonda sonnambulo in un sogno febbrile, con gli occhi annebbiati dalle cifre e dai colori, e i passi rapidi e spezzati di un pipistrello, senza mai avvicinarsi alla meta più di quanto non riuscisse a Odisseo nelle sue peregrinazioni: anche il suo viaggio è mentale, è il traguardo gli dovrà sbucare di fronte all’impensata, oppure sarà lui a perdersi nelle volute del Tempo. Da sonnambulo vede spuntare sul suo passaggio nemici improvvisi, come le facce fiocamente illuminate che arredano i tunnel dell’orrore, e davanti ai suoi gesti confusi li vede cadere come bambocci di tirassegno: nemmeno questo lo avvicina di un passo. Poi, ecco una creatura reale: è il gigante Anteo e lui lo tiene sollevato sulle braccia per impedire che toccando terra succhi il vigore della madre. Ma da quel semirisveglio precipita di nuovo nel suo sonno terribile, in cui sembra piombare come una bestia abbattuta ogni volta che vuol scrollarsi di dosso lo sguardo irrequieto degli dèi. E intanto dalla terra che nutriva le forze di Anteo sgusciano come sorci un’infinità di pigmei, che lo accerchiano con macchine da guerra e astuzie minuscole.</p>
<p>Eracle si sveglia e gira gli occhi. Nella memoria che si snebbia domina ancora il grande corpo steso dell’avversario. Ora quel corpo sembra muoversi sparpagliato in mille piccole mani, mille sgambetti affrettati, mentre un brulichio gli solletica le membra; forse pensa di essersi addormentato su un formicaio; e come Gulliver sbatte le braccia e vede precipitare cinquecento brache dal suo pelo. Poi si alza sui gomiti, guarda di nuovo e ride. Una risata infantile, in frenabile. Il riso che coglie chi di colpo si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia; che testimonia della sua ottusità dello scherzo che la nebbia che gli dèi spandono sugli uomini gli ha giocato. C’era un gigante, è stato abbattuto, e ora fiorisce una miriade di piccoli orchi che mentre lo investe con la sua vivacità nana, da lui si aspetta la vita o la morte. Di che si tratta? Dell’uno che diventa i molti? Del grande che si frantuma nel piccolo? Ma no. Quell’Anteo era un albero, e gli è seccato sulle braccia.</p>
<p>Questi gnomi sono i suoi semi, e lui li raccoglie nella pelle del leone per portarli a Euristeo e seminare questa nuova pianta nei giardini di Micene. E anche la sua impresa si rischiara. È un’avventura vegetale.</p>
<p>Il vecchio anno torna da solo; torna col suo ciclo di tre e di dodici, infinito ripetersi di qualcosa che muore, come Eracle morirà e poi sarà infinito; lui stesso col suo sonno ne ha compiuto la durata, come la terra sotto il gelo invernale. Ancora una volta gli dèi lo hanno ricondotto all’umano; a lui, campione del soprannaturale, hanno fatto fare il giro del cortile con gli occhi bendati, per ricondurlo davanti alla porta di casa.</p>
<p>Quando finisce di ridere, Eracle si alza, percorre rapidamente tutto lo spazio e il tempo che lo separano dall’Occidente, vi pone due colonne, una a destra e una a sinistra del braccio di mare, e scrive a caratteri ben chiari <em>Qua non c’è nessun passaggio</em>. Poi si siede nella coppa del sole e porta al termine il suo viaggio come un nuovo giorno.</p>
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		<title>La follia amorosa [Eracle #8]</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 07:30:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Eracle, la testa mezzo nascosta dalla pelle del Leone Nemeo, nemmeno se ne accorse. Per Minosse quel toro era la sua vergogna. Perciò aiutò Eracle a catturarlo. Interessava più a lui che a Euristeo che l’eroe se lo portasse via. Al paese l’animale aveva fatto due doni infami: la follia amorosa e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-20951" title="minotauro2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-300x292.jpg" alt="minotauro2" width="300" height="292" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-300x292.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-1024x998.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2.jpg 1325w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eracle, la testa mezzo nascosta dalla pelle del Leone Nemeo,<br />
nemmeno se ne accorse.</em></p>
<p>Per Minosse quel toro era la sua vergogna. Perciò aiutò Eracle a catturarlo. Interessava più a lui che a Euristeo che l’eroe se lo portasse via. Al paese l’animale aveva fatto due doni infami: la follia amorosa e il Minotauro, entrambi scavati nel grembo di Pasifae, regina imbestiata.<br />
<span id="more-20944"></span></p>
<p>Eracle liberò Creta dalla causa di quei flagelli, ma i doni restarono. Restarono per Teseo. Poiché Teseo apparteneva alla generazione successiva, s’imbatté nei frutti dell’albero che Eracle aveva divelto. Ma anche lui lasciò intatto qualcosa: la follia amorosa, che lo investì come uno sciame di api disturbate nel favo. Fosse viltà o consapevolezza, appena ebbe tra le mani la bellezza di Arianna, la depose sull’isola e fuggì prima che le sue vele spiegate s’incontrassero sullo stesso orizzonte con dio dell’ebrietà.</p>
<p>Lui, aveva bisogno della purezza. Non poteva cedere alla trama che il filo di materia imprecisa che lo aveva tratto dal labirinto, filo di sensualità super umana, di eros selvatico, cordone ombelicale che unisce la donna all’uomo inerme, al protetto, al figlio-ragazzo, gli tesseva intorno.</p>
<p>Risparmiò Fedra perché era una bambina. E Fedra, cresciuta, chiuse intorno a lui il cerchio del delirio incestuoso. (Ma forse la storia fu tutt’altra, forse Teseo non riuscì semplicemente più a scordare il Minotauro).</p>
<p>Eracle quella fatica l’aveva compiuta per Teseo. Ma per averla compiuta, un nuovo segno s’impresse su di lui, come una tacca sull’albero, impercettibile fino al giorno in cui, sciolto dagli obblighi, avrebbe contato su di sé le cicatrici lasciate dalle sue battaglie: il delitto, la lussuria, l’avidità, il sacrilegio. Tutte le spoglie strappate al nemico vinto, e poi indossate come trofei: ultima la tunica bagnata nel sangue del Centauro che divenne la sua stessa pelle infuocata. Gli ultimi anni della sua vita Eracle li passò sotto altre spoglie, rovinoso dietro la maschera cieca che gli era cresciuta sul viso; come un manichino investito da un fulmine – e non era da meno la sua forza splendente – apparve ancora tremendo e poi si disintegrò.</p>
<p>A quel tempo il suo sonno era divenuto torbido, e ogni risveglio più terribile. Uscito dalla regola che lo teneva stretto – per un ciclo di dodici infinità – se ve ne sono altre – quella che aveva domato con tanta facilità, prendendola per le corna e portandosela dietro come un cane, s’impadronì di lui, e forte del riso sommesso degli dei, si scatenò nelle sue braccia.</p>
<p>Ma, in quella ottava fatica, ne era ancora ignaro. Legò il toro pazzo e lo portò a Euristeo che lo lasciò vagare libero nei campi. Eracle su quella bestia non aveva speso un pensiero. Neppure quando il re Minosse, mentre insieme lo legavano, soffocato dalla vergogna, alzò verso il liberatore i suoi occhi acuti. Fu uno sguardo molto rapido. Eracle, la testa mezzo nascosta dalla pelle del Leone Nemeo, nemmeno se ne accorse.</p>
<p><span style="color: #584770;">[Questo è l’ottavo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>La follia amorosa </em>è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è <em>Il minotauro 2</em> di </span><a href="http://www.daviderinaldi.eu/disegni.htm"><span style="color: #584770;">Davide Rinaldi</span></a><span style="color: #584770;">. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la sesta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-5/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la settima </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-7/"><span style="color: #584770;">qui</span></a>.</p>
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		<title>Le cavalle sanguinarie [Eracle #7]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2009 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto. Quando Eracle ebbe compiuto sei fatiche, il suo destino mutò in tre punti: da quel momento il pungolo alle sue imprese sembrò piuttosto la macchinazione che la paura, e dacché la paura è solitaria, ma alla macchinazione servono complici, nelle sue avventure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-20391" title="pic_010" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010.jpg" alt="pic_010" width="303" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010-234x300.jpg 234w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto.</em></p>
<p>Quando Eracle ebbe compiuto sei fatiche, il suo destino mutò in tre punti: da quel momento il pungolo alle sue imprese sembrò piuttosto la macchinazione che la paura, e dacché la paura è solitaria, ma alla macchinazione servono complici, nelle sue avventure compaiono sempre più spesso compagni e brigate: così, dietro ai passi dell’uno o dell’altro, i suoi viaggi si allungarono imbrogliandosi di altre imprese.<br />
<span id="more-20211"></span><br />
Qualcosa era cambiato intorno a lui: la morte aveva perso i panni di uccello da preda in picchiata su pastori inermi e lungamente ammutoliti dalla sgomento, per prendere quelli del cane da caccia al servizio di qualunque padrone. Dal duello si era passati all’agguato. E gli occhi dimenticarono la propria morte per appuntarsi su quella altrui. Così il mucchio di sterco imputridito sotto gli zoccoli delle vacche solari aveva cessato d’incombere come una montagna dannata per diventare il lievito di una terra che nutriva il vivente coi sepolti.</p>
<p>Eracle banchettava in casa di Admeto circondato da un cortese, ospitale silenzio sulle faccende di casa e su quella nuova legge che proprio dietro le sue spalle stava mietendo la sua vittima più tenera. Legge che all’affettuoso Admeto pareva già tanto naturale da sacrificarle la vita della sposa fedele per rinnovare la sua. Ma un rumore familiare dovette drizzare le orecchie di Eracle perché all’improvviso, lasciato il banchetto a metà, si alzò a precipizio e corse fuori nella notte, dove la vecchia nemica stava trascinando il suo fragile bottino. Quando tornò alla casa con Alcesti tremante, tutti si rallegrarono del nuovo tiro giocato alla morte che avevano rinunciato a combattere a viso aperto. Ma la legge era impressa per sempre e nessuno pensò di rinnegarla.</p>
<p>Euristeo voleva le cavalle di Diomede. Quelle che nella mangiatoia trovavano ogni giorno un uomo per saziare la loro fame. Le voleva non per liberare il mondo da un delitto quotidiano, ma per acquistarselo e averlo più vicino, al suo servizio. Quando Eracle vide affacciarsi alla porta della stalla il lungo muso di uno di quegli animali, capì subito che si trattava di nuovo della morte. E poiché non doveva vincerla stavolta, ma in qualche modo comprarla, si domandò quale sarebbe stato il prezzo.</p>
<p>Tentò di ingannarla offrendo in pasto alle bestie il re Diomede. Ma la morte sdegnò lo scherzo e gli rubò il compagno più caro, perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto. Alla perdita di quel compagno Eracle non si sapeva rassegnare. Aveva capito la legge, ma non gli piaceva. Non era adatta a lui, abituato a battersi per ogni cosa. Così decise di dar battaglia proprio al nuovo nocciolo della morte, faccia a faccia, e provocò a duello Ares e tutti i suoi figli. La battaglia, come tutte le sue, fu inutile e fortunata. Tanto fortunata da mandare il dio della guerra ferito all’Olimpo, mentre i suoi figli restavano uccisi sul campo.</p>
<p>In questa impresa Eracle non figura più come un pensatore, ma come un uomo d’azione. I tempi muti sono trapassati dei cori guerreschi, l’avventura nella spedizione. Non c’è più tempo per studiare il nemico: bisogna aggirarlo e colpirlo quasi prima di conoscerlo, piombare su di lui prima che faccia altrettanto. Non aspetterà come il Leone Nemeo in fondo alla grotta, ma durante il sonno si è avvicinato tanto che il tuo incubo non ha il tempo di svegliarti. Il risveglio avviene sempre in campo nemico.</p>
<p>Eracle è a disagio nella nuova civiltà che gli cresce accanto. E già miracoloso che abbia intuito che si trattava di Ares e si sia vendicato su di lui, lasciando Ecate ai suoi alleati.</p>
<p>Ma Eracle non basta più, se non come una futile provvidenza. Intorno ai suoi piedi piantati al suolo in posizione di combattimento, passano le comitive: qualcuna, come gli Argonauti, lo prende con sé e poi lo abbandona. Sono tempi comuni, cacce collettive, alla ricerca dell’oro. Mentre l’immortale si rifugia ferito sull’Olimpo, le schiere umane percorrono la campagna con entusiasmo guerriero.</p>
<p><span style="color: #800080;">[Questo è il settimo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Le cavalle sanguinarie</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è <em>La nave dei folli</em> di Dino Valls. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la quinta <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/il-volo-eracle-5/">qui</a>, la sesta <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/23/le-stalle-fetide-eracle-6/">qui</a>.</span></p>
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		<title>Le stalle fetide [Eracle #6]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 07:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. di Ginevra Bompiani Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-20261" title="manzoni2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg" alt="manzoni2" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2.jpg 367w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>E si potrebbe pensare alle stalle<br />
come a una città massicciamente visitata dalla morte,<br />
e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura.</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di Odisseo. Ma di sole non ce n’è uno, ce ne sono tre: sole nascente, sole a picco e sole morente.<br />
<span id="more-20209"></span><br />
Queste appartenevano al terzo padrone, il tramonto. E se il sole ha sempre a che fare con la morte, quello ne è addirittura il complice. È un sole al confine, e la tristezza dei suoi raggi è probabilmente dovuta al loro avanzare piatti, rasoterra, anziché in piedi come i vivi. Questi raggi, caldi e rossi e ombrosi, crescevano le vacche dell’Elide e arricchivano la terra dei loro frutti di vita e di morte, latte e sterco.</p>
<p>Com’era accaduto che a un tratto l’equilibrio si fosse spezzato e i frutti putridi avessero tanto sopravanzato quelli freschi? E che le stalle si fossero a tal punto riempite di letame da appestare tutta la regione? Verrebbe da pensare alla città di Tebe e a quei corpi che imputridivano nelle strade e nei campi per l’ordine di Creonte di non dargli sepoltura. Ordine che Antigone disubbidì. Si trattava in qualche modo dello stesso fenomeno: non della morte ma della sua esposizione. E sembrava &#8211; come quando una rovina si contempla per anni senza vederla e di colpo appare in tutta la sua miseria – che all’improvviso sul capo di Eracle fosse caduto l’ordine perentorio: “che su questo scempio non cali il sole!”</p>
<p>Infatti per far sparire quel che si era accumulato in anni e anni, a Eracle fu concesso un giorno – ritmo solare. Comando assurdo, dettato dal desiderio di vederlo fallire? Oppure dall’orgasmo di chi si trova davanti a una catastrofe quasi non più rimediabile? A inclinare per la seconda ipotesi induce il fatto che a quell’impresa tenesse tanto Augia, re dell’Elide e usufruttuario delle stalle sudice, che Euristeo, tiranno di Eracle. Eracle intuì l’unica possibile soluzione: abattè le pareti esterne dell’edificio e vi deviò l’acqua di uno dei due fiumi.</p>
<p>Così l’acqua lavò e purificò i luoghi trascinando gli escrementi nel suo letto. Ma non si può dimenticare che il letame non rappresenta solo putrefazione, ma ricchezza: e questo sia per il suo valore reale di concime, che per il colore dorato, che il sole accende coi suoi riflessi. Due forme di ricchezza discendevano perciò dalle mandrie solari: una diretta alla vita l’altra alla morte. E l’odore, questa spia della morte, aveva avvertito che la frontiera era stata travalicata e un campo invaso dall’altro.</p>
<p>Che ricchezza ci fosse lo dice anche la pretesa di Eracle a una ricompensa da parte di Augia: terra o moglie che fosse. Ed è ovvio pensare che l’acqua, distribuendo nella campagna il letame, l’ingrassasse di concime e la rendesse più fertile.</p>
<p>Ma di una faccenda così grossolana non si sarebbe imbarazzato Eracle, se la fertilità della terra non avesse riguardato da vicino gli dei, che la dispensavano in ricompensa ai sacrifici.</p>
<p>Come sempre, sotto al quotidiano strisciava il sacro: la purificazione dietro la pulizia, la pietà dietro alla sepoltura. Ma seppellire prima del calare del sole si faceva coi morti in battaglia. La loro esposizione oltre quel termine era un delitto perché impediva alla anime di diventare, di entrare cioè nella condizione che gli spettava.</p>
<p>E gli escrementi che altro sono se non qualcosa che deve passare dall’interno del corpo all’interno della terra? E che solo così diventa ricchezza? L’esposizione dell’escremento è perciò sacrilega: turba un ordine e impedisce una metamorfosi. L’esposizione tratteneva qualcosa in uno stato intermedio e dunque impuro. L’acqua, abituale scrigno di segreti, doveva porvi rimedio.</p>
<p>Pare di nuovo di assistere alla discussione tra Antigone e Creonte sulla bontà rispettiva delle due leggi: quella dell’esposizione e quella della sepoltura: lo scoperto e il segreto. Creonte opponeva una legge umana a quella divina. Così come le stalle, offrivano un tesoro fittizio – il letame dorato &#8211; al posto di un tesoro reale: il concime.</p>
<p>E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. A insegnare cioè agli uomini quello che finora avevano incaricato lui di fare: nascondere la vista della morte, per permettere a ciascuno di continuare il suo giorno.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questo è il sesto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Le stalle fetide</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è di Piero Manzoni. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">.</span></p>
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		<title>Il volo [Eracle #5]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 08:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eracle era un pensatore di Ginevra Bompiani Quando si alzavano in volo oscuravano il cielo. Dall’alto della collina, seduto con l’arco e le nacchere di bronzo appoggiate accanto, Eracle aspettava quel momento. Sotto di lui c’erano le paludi grigie, quasi immobili, se non per le bolle d’acqua che ciotoli che ruzzolavano o rane che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-20256" title="zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1.jpg" alt="zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1" width="300" height="416" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1-216x300.jpg 216w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eracle era un pensatore</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Quando si alzavano in volo oscuravano il cielo. Dall’alto della collina, seduto con l’arco e le nacchere di bronzo appoggiate accanto, Eracle aspettava quel momento. Sotto di lui c’erano le paludi grigie, quasi immobili, se non per le bolle d’acqua che ciotoli che ruzzolavano o rane che si tuffavano aprivano le canne. Ma in mezzo, acquattati tra le foglie dei giunchi, c’erano loro, gli aguzzi, i becchi affusolati, taglienti come temperini, e una sull’altra strusciavano come aghi da calza le penne acuminate.<br />
<span id="more-20142"></span><br />
Eracle era un pensatore. Non per nulla gli posero sempre a fianco Atena, la riflessiva. Perciò, mentre aspettava, si chiedeva che cosa stava per uccidere, o per disperdere, questa volta. Non partiva alla cieca. Spesso il senso della battaglia gli si rivelava però al moneto del confronto con l’avversario. Ma questa volta non ci sarebbe stato confronto. Solo una grande ombra. Poi un agitarsi pazzo, strepitoso: poi il disperdersi schiamazzante, oppure la picchiata. Si doveva battere contro una caligine simile a quella che appanna i rami traversati dalla luce sul tetto della foresta. Aspettava il crepuscolo.</p>
<p>Aveva deciso di combatterli con la somiglianza: svegliarsi col clamore e fermare le loro penne con le sue frecce. così avrebbe sparigliato le ombre diceva tra sé. Quando la luce fu argentea e le ombre una scia dietro ogni foglia, Eracle si alzò in piedi, prese le grandi nacchere di bronzo e le sbatté con forza una sull’altra. Allora le canne si aprirono come un ventaglio da cui sprizzarono gli uccelli carnivori. Appena raggiunta quota composero una formazione. E a giri concentrici, come avvoltoi, sorvolarono il lago e la collina. Eracle, dritto sulle gambe, l’arco in mano, spiava.</p>
<p>Quando gli furono sopra, scoccò la prima freccia. Come un pezzo di brace tiepida il primo uccello precipitò dal cielo e si disfece al suolo in una polvere grigia. La formazione sbandò, stridette, poi si ricompose. Eracle tirò la seconda freccia. Di nuovo una caduta, lo scompiglio e l’ordine. Man mano che gli uccelli cadevano lo schieramento si stringeva e colmava i suoi buchi. Senza requie Eracle tirava le sue frecce una dopo l’altra, mentre gli uccelli avviticchiavano il cerchio intorno al bersaglio. Ai suoi fianchi piovevano ali brunogrigie e frecce. E la notte avanzante le confondeva col terreno.</p>
<p>Se tutti insieme gli uccelli si fossero lanciati contro i suoi occhi e li avessero traversati in volo, la battaglia sarebbe subito finita. Ma la loro strategia aveva leggi più rigorose, tese forse a sboccare in un’ultima mossa, fatale, di cui però non si vide nulla perché al calare della notte, un grido improvviso del capofila allineò dietro di sé la schiera e diede il segnale della partenza.</p>
<p>Sorvolarono la palude, il lago e proseguirono in formazione triangolare. Dalla collina Eracle li vide dirigersi decisamente verso Nord. Allora si chinò sui resti impalpabili della sua carneficina e prese in mano un animale, badando a non ferirsi con le penne; tra l’indice e il pollice pendeva il capo, sul polso giaceva abbandonata la coda. Ne osservò il corpo ben fatto e minuto, che quell’estenuante ricomporsi della formazione strategica e quel gioco di ali simmetricamente allineate gli avevano fin’allora nascosto. Poi lo buttò nel carniere insieme ad alcuni altri, prove concrete della sua vittoria: ma di quale vittoria?</p>
<p>Quell’ordine incomprensibile che gli avevano schierato davanti, certo non lo aveva battuto. Solo spostato più lontano, dove gli occhi timidi degli Stinfalidi avrebbero potuto dimenticarlo. Lui invece continuava a domandarsi qual era il senso di quella figura, tanto eccellente che gli uccelli durante tutto il combattimento avevano badato più a ripeterla che a difendersi uno per uno?</p>
<p><span style="color: #333399;">[Questo è il quinto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il volo</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">.</span></p>
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		<title>Il convito [Eracle #4]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2009 07:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani In realtà non era venuto lì per banchettare. Doveva occuparsi del cinghiale; ma traversando la terra dei centauri si era fermato con loro, vinto dall’ospitalità. Gli avevano cotto le carni, che di solito mangiavano crude. Avevano conversato con lui, e messo a tacere la metà animale: per una volta che potevano trattarsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3.jpg" alt="convito_3" title="convito_3" width="600" height="401" class="aligncenter size-full wp-image-20137" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><br />
di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>In realtà non era venuto lì per banchettare. Doveva occuparsi del cinghiale; ma traversando la terra dei centauri si era fermato con loro, vinto dall’ospitalità. Gli avevano cotto le carni, che di solito mangiavano crude. Avevano conversato con lui, e messo a tacere la metà animale: per una volta che potevano trattarsi da uomini.<br />
<span id="more-19531"></span><br />
C’era perfino Chirone, il saggio. E pareva un convito di vecchi sapienti, le zampe nell’ombra, le mani alacri, le teste dritte, a raccontare. Ma fu l’entusiasmo intellettuale a perderli. Il desiderio di celebrare quell’incontro di parole. E la Festa, con il suo slancio rituale, riportò il corpo alla luce. Eracle si curvò a bere dall’anfora quel liquido oscuro che ancora non si sapeva mescolare con l’acqua. Un dono di Dioniso, inaugurato per l’occasione, di cui s’ignorava il potere di confondere lo spirito alla sua ombra, di fare di due metà un tutto.</p>
<p>Allora gli zoccoli cominciarono a parlare, la lingua a danzare, le mani a vedere e gli occhi a combattere. Quel che era diviso si riunì, quel che era unito si divise – in due campi. Eracle volle rimanere dalla parte dell’intelligenza: ma anche per lui tutto si era confuso, e le sue frecce colpirono i mansueti. Ferirono per sempre Chirone, uccisero l’ospitale Folo, e risparmiarono i furioso, fuggiti nelle selve.</p>
<p>E questo imbroglio apparve così tremendo agli occhi di Eracle, tanto lo disperò, che quando tornò a Micene con il cinghiale vivo appeso alla spalla, e ancora una volta gli dissero che Euristeo si era nascosto al suo arrivo nel recipiente di bronzo per non doverlo vedere, gli andò sopra con la sua preda, si affacciò all’orlo del vaso da cui sporgevano la testa e le braccia del re, e lo spaventò a morte scuotendogli sul capo la bestia legata.</p>
<p>Era partito per un’impresa, e si era trovato in un’altra, che era un errore. Che gli importava di quel cinghiale vivo, quando aveva visto coi suoi occhi spalancarsi le porte di Dioniso e irridere i suoi sforzi a favore della misura? Come poteva lui solo far fronte al selvatico, all’eccesso, alla dismisura? Quando il clamore bacchico sfondava con le sue corna di toro le esili pareti tessute dalle pacate divinità? Chiudeva una falla e un’altra si apriva.</p>
<p>Lui e il cinghiale non formavano, affrontati, due metà di un tutto, come le zampe e il torso dei Centauri? Se anziché battersi si fossero fusi, quale non sarebbe stata la loro potenza?</p>
<p>Perciò, furente, scrollò sulla testa del re quella sua vittima insulsa, quella sua ombra animale, in cui, non per la prima volta, aveva riconosciuto un dio. Lo stesso che abitava la groppa di Chirone e che lo rendeva immortale. E se Dio e Bestia sono tutt’uno, quale sfida spingeva Eracle a battersi contro entrambi, da uomo? Il Centauro porta con sé cielo e inferno, ma Eracle è il campione di chi li vuol vedere disgiunti per cintare sulla terra la sua strada diritta.</p>
<p><span style="color: #808080;">[Questo è il quarto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il convito</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. Il tavolo in apice è un progetto di Raul Barbieri. La prima fatica di Eracle è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/">qui</a>, la terza <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/">qui</a>.</span></p>
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