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	<title>Erik M. Conway &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La leggenda del libero mercato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianfranco Bologna</strong>  <br /> Oreskes e Conway analizzano in maniera molto attenta e documentata lo straordinario sviluppo di questa narrazione negli Stati Uniti, e preferiscono definire più precisamente questa “magia” come “fondamentalismo del mercato”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianfranco Bologna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-694x1024.jpg" alt="" width="380" height="560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-694x1024.jpg 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-768x1133.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-285x420.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_-696x1027.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/71u4oXmt8oL._SL1500_.jpg 1017w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><em>Quella che segue è l&#8217;introduzione (non completa) di Gianfranco Bologna alla traduzione de &#8220;Il grande mito&#8221; di Naomi Oreskes e Erik M. Conway, pubblicata dalle Edizioni Ambiente (2025) nella collana &#8220;Connessioni&#8221;, diretta dallo stesso Bologna, Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia; il libro ha una prefazione di Massimo Polidoro</em></p>
<p>Naomi Oreskes ed Erik Conway, due autorevoli docenti di Storia della scienza e della tecnologia, rispettivamente alla Harvard University e alla Purdue University, ben noti a livello internazionale anche per il loro famoso libro del 2010 <em>Mercanti di dubbi</em>, ristampato recentemente in questa collana, ci offrono uno studio chiaro e affascinante che approfondisce in maniera dettagliata quello che viene ritenuto il grande mito dell’umanità, il mito della “magia del mercato”. Un mito perseguito nel tempo con grandi capacità di convincimento e di formazione di classi dirigenti a questo fortemente fedeli.<br />
Oreskes e Conway analizzano in maniera molto attenta e documentata lo straordinario sviluppo di questa narrazione negli Stati Uniti, e preferiscono definire più precisamente questa “magia” come “fondamentalismo del mercato”.<br />
Fanno presente quanto questo mito si sia sviluppato come una convinzione quasi religiosa, “secondo la quale il modo migliore per affrontare i nostri bisogni – che siano economici o di qualsiasi altro tipo – è di lasciare che i mercati facciano il proprio dovere, e di non affidarsi ai governi”. Inoltre, ricordano che i fondamentalisti del mercato considerano il “Mercato” come se fosse un ente unico a sé stante, capace di grande saggezza, sottolineando quanto sia importante, per farlo funzionare al meglio, lasciarlo libero e senza regolamentazioni al fine di mantenerlo il più possibile indisturbato e imperturbato.<br />
E scrivono: “Il fondamentalismo del mercato non è solo la convinzione che il libero mercato sia il mezzo migliore per gestire un sistema economico, ma anche l’idea che rappresenti l’unico sistema che, in ultima analisi, non distrugge le altre libertà. È la certezza che la libertà economica abbia il primato non solo nel generare ricchezza, ma anche come baluardo della libertà politica, ed è la convinzione che i mercati esistano al di fuori della politica e della cultura, tanto da rendere logico il sostenere che vanno lasciati ‘da soli’”. Ovviamente, il fondamentalismo del mercato ritiene che i governi non siano affatto in grado di migliorarne il funzionamento o di essere più capaci a gestirlo, perché la loro funzione tende invece a ostacolarlo, e per questo motivo è bene che siano guidati da questa autentica “magia”.<br />
Ernst von Weizsacker e Anders Wijkman in un interessante rapporto al Club di Roma2 ricordano in questo modo la nascita nel 1947 della Mont Pelerin society, scaturita in un incontro organizzato presso il centro termale svizzero di Mont Pèlerin proprio allo scopo di promuovere il libero mercato; questa struttura è diventata un baluardo di tale visione economica richiamata in questo libro di Oreskes e Conway. I due scrivono: “Coloro che promossero il modello del libero mercato estremo si incontrarono a Mont Pèlerin, nei pressi di Vevey, un paesino della Svizzera. L’incontro fu organizzato da Friedrich von Hayek, un prestigioso studioso che aveva vinto il Nobel per l’economia. C’era anche Milton Friedman, insieme ad altri economisti e noti esperti della finanza. Erano tutti accomunati dalla paura dell’espansione del governo in ambito economico, specialmente del welfare, che giudicavano pericoloso alla pari dei sindacati, e consideravano invece il mercato come qualcosa di divino. Il gruppo si diede il nome di Mont Pelerin society (Mps). Hayek dichiarò che l’intenzione era quella di creare un luogo per uno scambio di idee libero e indipendente, senza interferenze politiche. Ralph Harris, però, un economista britannico che si unì all’Mps nel 1960, confessò che l’obiettivo del gruppo era ‘lanciare una crociata intellettuale con lo scopo di rovesciare il collettivismo del dopoguerra’. Negli anni Settanta, durante la crisi della stagflazione, le idee della Mps si diffusero nei circoli politici e accademici conservatori, e il pensiero economico neoliberale ebbe anche successo politico. Il termine stagflazione sta a indicare il contemporaneo aumento dell’inflazione e della stagnazione. Membri della Mps come Milton Friedman indicarono il modello keynesiano quale causa del problema, e raccomandarono una riduzione radicale dell’intervento dello Stato. Una volta che Margaret Thatcher salì al potere in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti, entrambi iniziarono rapidamente a dare spazio alle idee della Mont Pelerin. Tra i consiglieri economici del presidente americano, ventidue erano membri dell’Mps”.<br />
E successivamente affermano: “[…] il capitalismo si è fatto arrogante, una volta rimasto l’unico sistema in gioco. Il periodo che ebbe inizio nel 1989 fu anche quello in cui la finanza estese il proprio dominio sull’economia globale. Prima del collasso del comunismo, gli attori più potenti del settore privato erano le grandi industrie, le imprese di estrazione e di servizi, come anche le banche e le compagnie assicurative. Ma nel 2011, 45 delle 50 multinazionali più importanti del mondo non producevano affatto beni o servizi: erano banche o compagnie assicurative. Gradualmente, le imprese finanziarie sono diventate le maggiori azioniste nel settore della produzione, nonché le vere guardiane dell’economia”.<br />
Inutile dire che l’ideologia del fondamentalismo del mercato, trionfante negli Stati Uniti come documentano Oreskes e Conway, ha avuto evidenti e forti ripercussioni e fondamentali adesioni in pratica in tutti i Paesi del mondo ed è diventata un vero mantra, assunto come principio fondamentale dell’economia moderna che, di fatto, ha guidato e sta guidando le politiche economi che a livello internazionale.<br />
Gli autori sono comunque convinti che il problema non sia il capitalismo in sé. Fanno presente che i conservatori, i liberisti e i fondamentalisti del mercato contemporanei non stanno difendendo davvero il capitalismo, anche se pensano di farlo, ma stanno invece appoggiando una certa idea di libero mercato, la visione della crescita e dell’innovazione realizzate grazie a mercati senza vincoli, in cui il governo si fa da parte. Ciò sta avvenendo ancora di più ora, in maniera forte, brusca e repentina proprio negli Stati Uniti, con l’azione della seconda amministrazione di Donald Trump, che aggiunge a tutto questo un attacco incredibile, gravissimo e senza precedenti alla scienza, che proprio in quel Paese ha registrato da sempre progressi straordinari e strutture di altissimo livello e qualificazione.<br />
L’economia attuale, basata sul mito della crescita materiale e quantitativa e del fondamentalismo del mercato, ci ha così proiettato in una condizione globale planetaria contraddistinta da una gravissima situazione di deterioramento ambientale e da una spaventosa crescita di disuguaglianze sociali senza precedenti, fattori che minano alla base le capacità future delle società umane di tutto il mondo.<br />
È ormai evidente che l’umanità non può più proseguire su questa strada. E non a caso Oreskes e Conway scrivono: “La data di scadenza del grande mito è passata da un pezzo, e il nostro futuro dipende dal fatto di riuscire a respingerlo”.<br />
Abbiamo bisogno di una nuova economia, capace di una profonda relazione armonica con la natura da cui proveniamo e deriviamo, senza la quale non possiamo vivere, un’economia capace di porre rimedio a quanto di devastante è stato prodotto dal sistema economico attuale, cercando di gestire l’inevitabile degli effetti negativi sin qui prodotti ai sistemi naturali e sociali e di impedire, con tutti i mezzi possibili e con urgenza, situazioni che si fanno sempre più ingestibili. Gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile.<br />
Ancora oggi il rapido deterioramento della situazione dei sistemi naturali del pianeta è a malapena riconosciuto da una società globale che sembra sempre più infettata dalla fede irrazionale nel mito che le economie possano fisicamente crescere per sempre.<br />
Oggi l’umanità si sta perciò avvicinando inevitabilmente a un bivio epocale, che riguarda soprattutto la reale capacità di costruire una sua sana sopravvivenza nell’immediato futuro.<br />
Un bivio che da una parte vede il continuo perseguimento della visione e della pratica operativa quotidiana di una società globalizzata che ha assunto come riferimento fondamentale quello di una crescita economica materiale e quantitativa senza limiti e, dall’altra, il prendere invece seriamente atto dei devastanti, pesantissimi effetti ambientali e sociali che ne derivano, straordinariamente documentati sempre più dalla conoscenza scientifica, e cercare quindi di invertire questa tendenza.<br />
Si tratta di un vero e proprio punto di svolta, che non può at tendere più a lungo.<br />
Oggi abbiamo una popolazione umana che ha superato gli 8,2 miliardi di individui (quando sono nato, nel 1953, non avevamo ancora raggiunto il terzo miliardo, cosa che è avvenuta nel 1959) e, secondo il più recente <em>World population prospect</em>, del 2024, rapporto che le Nazioni Unite pubblicano ogni due anni sull’andamento della popolazione mondiale, dovremmo raggiungere i 10,3 miliardi a metà degli anni 2080, per poi scendere gradualmente già prima della fine del secolo.<br />
Solo per fare alcuni esempi, secondo quanto ci dicono le più importanti ricerche scientifiche sin qui condotte sulla relazione antroposfera-biosfera, l’antropomassa, e cioè la quantità di materiali prodotta dagli umani nella nostra tecnosfera (acciaio, cemento, plastica, vetro ecc.), ha sorpassato quella di tutti gli esseri viventi (biomassa) presenti sulla Terra, proprio in questi anni a partire dal 2020, modificando inoltre la biomassa totale dei mammiferi che, a causa della nostra azione, è composta oggi per il 60% da specie che utilizziamo per i nostri scopi alimentari e agricoli, come bovini, caprini, suini, ovini ecc., e solo per il 4% da specie selvatiche, mentre il restante 36% è costituito da tutti gli esseri umani presenti sulla Terra e, per quanto riguarda gli uccelli, dal 30% di specie selvatiche e dal 70% di quelle che utilizziamo, come polli, anatre, oche eccetera. Inoltre, come dimostrano tutti i dati provenienti dagli ormai supersofisticati satelliti di telerilevamento e da tutte le ricerche sul campo, abbiamo trasformato, modificato e in molti casi distrutto oltre il 75% degli ecosistemi terrestri e abbiamo avuto un impatto significativo su oltre il 60% degli ecosistemi marini.<br />
Da vari anni gli scienziati che si occupano delle scienze del sistema Terra, capaci cioè di analizzare l’evoluzione e il funzionamento delle varie parti del nostro pianeta (atmosfera, idrosfera, geosfera, pedosfera, criosfera, biosfera, antroposfera, tenendo presenti le loro complesse interrelazioni e connessioni), sono in grado di valutare lo stato di salute delle importanti componenti del sistema Terra stesso, analizzate per capire se hanno o meno sorpassato il limite planetario (Planetary boundary) che queste ricerche documentano come confine da non oltrepassare, essendo causa di effetti molto preoccupanti per l’intera umanità.<br />
Questi limiti planetari costituiscono nel loro insieme il sistema operativo della Terra, ovvero i processi interconnessi che sostengono la vita sul nostro pianeta, e devono rimanere entro i confini di sicurezza necessari per garantire la salvaguardia dell’umanità e la resilienza del mondo naturale. Gli scienziati monitorano questi limiti attraverso misure chiave, simili ai segni vitali che si registrano in un controllo sanitario, per tenere traccia delle condizioni del pianeta. I risultati derivanti da queste ricerche indicano un deterioramento accelerato e un rischio crescente di cambiamenti irreversibili, compreso quello più elevato, il raggiungi-<br />
mento di punti di non ritorno.<br />
Oggi l’umanità, come ha ribadito il recentissimo e fondamentale rapporto intitolato <em>Planetary health check 2025</em>, sta ormai superando i confini di uno spazio operativo sicuro complessivo per l’umanità, aumentando il rischio di destabilizzare il pianeta. Sui nove limiti planetari indicati dagli scienziati sin dal 2009, sette sono ormai stati superati e riguardano il cambiamento climatico, l’integrità della biosfera, i cambiamenti dell’uso del suolo, l’utilizzo dell’acqua dolce, i flussi biogeochimici (azoto e fosforo), le nuove entità antropogeniche e l’acidificazione degli oceani. Oltre ad essere stati superati, tutti e sette questi limiti mostrano purtroppo anche un trend in peggioramento.<br />
Insieme ai sette limiti planetari oltrepassati, vanno ricordati gli altri due, e cioè il carico di aerosol che favorisce l’inquinamento atmosferico e la riduzione dell’ozonosfera, limiti sotto osservazione che ancora non risultano aver raggiunto lo stato del superamento. Questi confini planetari costituiscono le spie rosse lampeggianti sul cruscotto della stabilità della Terra. Ignorare queste spie significa rischiare di far crollare le fondamenta stesse del nostro mondo vivente, grazie al quale l’umanità può vivere.</p>
<p>&#8230;</p>
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