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	<title>europa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Due domande che avrei voluto fare a Mathias Énard</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 13:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Mathias Enard]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Lo scrittore francese Mathias Énard ha presentato il suo ultimo romanzo, Disertare. Ero lì ad ascoltarlo e mi sono venute in mente un paio di domande che avrei voluto rivolgergli. Domande che non gli ho fatto. Allora provo a scriverle qui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p style="font-size:18px">Sabato 22 marzo, al festival romano Libri Come, lo scrittore francese Mathias Énard (uno dei migliori che abbiamo nei nostri anni) ha presentato il suo ultimo romanzo, <em>Disertare </em>(E/O 2025). Ero lì ad ascoltarlo, in una fila laterale, e mentre parlava (in italiano!) del suo libro, di Europa, di guerra, di storia e di letteratura, mi sono venute in mente un paio di domande che avrei voluto rivolgergli. Domande che non gli ho fatto. Non ho avuto né il tempo né la faccia tosta di porle quando si è aperto uno spazio di confronto con il pubblico. Allora provo a scriverle qui.</p>



<p style="font-size:18px">La prima domanda riguarda l’identità europea di Énard. Ho letto molti suoi libri e, quando apro una pagina di Mathias Énard, l’ultima cosa che penso è di essere al cospetto di un autore francese (ma, certo, chi magari ha in mente <em>Il banchetto annuale della confraternita dei becchini</em> potrebbe non essere d&#8217;accordo). Cioè, il fatto che Énard sia francese sembra davvero secondario, e dal momento che lo leggo tradotto lo sembra ancora di più. Emerge con forza, invece, un’identità cosmopolitica ed europea (oltre al talento e all&#8217;onniscienza di Énard).</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-112331" width="342" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-1024x1536.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-1068x1602.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Enard-2.jpg 1280w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /><figcaption>Mathias Énard, foto di ©Pierre Marquès</figcaption></figure></div>



<p style="font-size:18px">Dai romanzi di Énard, dai luoghi narrati nei suoi libri, si potrebbe, per gioco, ricavare una sorta di mappa che espone molte città e territori: ad esempio Venezia, Barcellona, Vienna, Berlino, e poi i Balcani, Istanbul (Costantinopoli), il Vicino e Medio Oriente, l’Africa Settentrionale. Una mappa narrativa che si estende ben oltre i confini dell’Europa e dell’Unione Europea, e lambisce e illustra una grande area nella quale, con Fernand Braudel, potremmo individuare quanto resta della civiltà mediterranea.</p>



<p style="font-size:18px">Questa mi sembra la geografia letteraria di Énard. Ma questa è, purtroppo, una digressione rispetto a quanto scrivevo sopra, ossia al trovarci di fronte a uno “scrittore europeo” come pochi ce ne sono (un altro è Gospodinov, ad esempio). Uno scrittore transnazionale, col passaporto francese.</p>



<p style="font-size:18px">Allora, cerco di tornare a quella domanda. Ma devo perdermi in un’altra digressione.</p>



<p style="font-size:18px">Pochi giorni fa, proprio a Roma, si è tenuta una manifestazione per l’Europa che ha avuto un’eco straordinaria. Molti ne hanno parlato, molti vi hanno partecipato, in numero persino superiore alle aspettative degli organizzatori. Ci è andata un sacco di gente. Altri invece non ci sono andati, perché non si fidavano di chi l’aveva convocata e delle sue motivazioni.</p>



<p style="font-size:18px">Ma anche chi vi ha preso parte (io c’ero) lo ha fatto per motivi diversi. C’erano persone con le bandiere della pace, c’erano le bandiere dell’Ucraina, c’era gente (pochi per fortuna) che si aggirava con l’elmetto in testa. C’erano le bandiere della UE. Mancava però una parola d’ordine, un denominatore comune, una piattaforma condivisa. Si era lì per l’Europa, perché ci si sente e si è europei. Ma rispondere alla domanda “qual è la ragione per cui ti senti europeo?” sarebbe stato complicato per molti, e le risposte della piazza sarebbero risultate eterogenee.</p>



<p style="font-size:18px">La stessa Europa a 27 non sa rispondere a questa domanda. Sei europeo perché credi nella pace dopo un millennio di carneficine che i tuoi antenati hanno imposto al mondo intero e a sé stessi? Sei europeo perché tieni alle radici antifasciste sulle quali è stata costruita questa Comunità transnazionale? Sei europeo perché tieni all&#8217;antimperialismo delle popolazioni orientali, che non vogliono tornare nella disponibilità dei russi? Sei europeo perché credi in una forma di governo che vada oltre gli Stati nazionali? Sei europeo perché sei democratico? E cosa è per te, esattamente, la democrazia? In cosa identifichi le società, le culture, le democrazie europee per le quali scendi in piazza? Sei europeo perché non sei Trump, non sei Musk e non sei Putin? Un’identità si può definire anche per negazione…</p>



<pre class="wp-block-verse has-regular-font-size">E, a rifletterci un po’ sopra, questa Europa federativa e transnazionale che adesso ci sta a cuore (e che le destre europee post-fasciste invece detestano) nasce più da una negazione che da un’affermazione. Nasce dal desiderio istituzionale di farla finita con una identità militarista che, dopo mezzo secolo di guerra civile europea, restituì al mondo le macerie della WW2 e di Auschwitz. Con un tale passato alle spalle, è molto difficile riconoscersi in quanto europei senza ammettere di avere paura. Paura della Storia. Paura della violenza non sopita nelle braci di questo continente.</pre>



<p style="font-size:18px">Ecco (alla fine è arrivata), la domanda che avrei voluto porre a Mathias Énard è:</p>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="max-width:725px"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">“Se dovesse completare la frase <em>Io sono europeo perché…</em>, cosa aggiungerebbe? Qual è la prima cosa che le viene in mente quando ragiona sulla sua identità di europeo?”.</span></p></blockquote></figure>



<p style="font-size:18px">Poi c’è un’altra domanda, più rapida. Buona parte del romanzo <em>Disertare</em> è dedicata al racconto di un Paese che non esiste più, la Germania Est. Ultimamente la Ddr sta godendo di una buona fortuna letteraria. Mi sono chiesto allora se Énard abbia letto <em>Kairos</em> di Jenny Erpenbeck. E, se sì, che idea se ne sarà fatto?</p>



<p style="font-size:18px">Vedi quanta roba ti viene in mente quando ascolti uno scrittore?</p>
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		<title>Il voto francese che interessa tutta l&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 10:49:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> A sentire qualche amico italiano, la situazione francese è davvero preoccupante, perché l’estrema destra francese non è come quella italiana, in fondo moderata e “bonacciona”, come il nostro popolo che sembrerebbe intrinsecamente inefficace anche nel fare il male.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>A sentire qualche amico italiano, la situazione francese è davvero preoccupante, perché l’estrema destra francese non è come quella italiana, in fondo moderata e “bonacciona”, come il nostro popolo che sembrerebbe intrinsecamente inefficace anche nel fare il male. A me sembra, invece, di tremenda efficacia il governo Meloni, che per primo sancisce in Europa l’esternalizzazione del trattamento dei migranti giunti sul proprio suolo. Anzi, ancora una volta all’avanguardia del peggio, dal momento che i centri sovvenzionati in Albania per la “raccolta” dei nostri migranti possono costituire un modello da estendere ad altri paesi europei. Siamo già ampiamente fuori da un quadro di principi e di garanzie democratiche. Ma il governo Meloni non si occupa solo dei nemici esterni, ma anche di quelli interni, e quindi ecco il disegno di legge sicurezza, che prevede pene di prigione per il reato di blocco stradale con il solo corpo. Le proteste non-violente saranno punite con il carcere. Il superamento della frontiera tra democrazia e Stato autoritario è un processo per tappe. Lo si sa dalla storia novecentesca, e lo si sa ancora meglio dalla storia recentissima. È sufficiente osservate quello che è successo nella Russia di Putin. Nel 1993 la Russia si è dotata di una nuova Costituzione democratica e federale in linea con quelle delle democrazie occidentali. Dal 2000 ad oggi, ossia dalle elezioni che gli permisero di essere presidente della Russia per la prima volta al suo attuale quinto mandato presidenziale, Putin ha progressivamente imposto, nei fatti e in parte nelle leggi, un potere dittatoriale.</p>
<p>Le elezioni legislative francesi sono decisive anche per tutta l’Europa non solo perché il Rassemblement National costituirebbe un’estrema destra più “dura” di quella che governa attualmente in Italia, ma perché avrebbe la possibilità di cambiare ulteriormente gli equilibri europei, seguendo la via già aperta da Meloni e grazie alla maggioranza di elettori italiani. Il progetto di queste destre estreme è chiaro: distruggere spirito e forme della democrazia, nel rispetto di un’organizzazione capitalistica della società. “I nuovi fascismi si limitano a rinsaldare le gerarchie di razza, genere e classe; la strategia politica rimane quella neoliberista. La missione dei nuovi fascismi non è combattere un’opposizione inesistente, ma portare a termine il progetto politico che è alla base delle politiche neoliberiste”. È Maurizio Lazzarato che lo scrive in un libro del 2019, <em>Il capitalismo odia tutti. Fascismo o rivoluzione</em> (DerriveApprodi). Cinque anni dopo la sua pubblicazione, le vicende statunitensi, israeliane, italiane, francesi e più generalmente “occidentali” non fanno che confermare il nucleo delle analisi svolte in esso. Sono in disaccordo solo con l’idea che i nuovi fascismi abbiano da combattere un’opposizione inesistente. Un’opposizione esiste, e lo si vede almeno nel caso francese, che dal primo mandato presidenziale di Macron ha conosciuto un ciclo di lotte sociali estremamente duro – quasi del tutto assente, in Italia, invece. Ma queste lotte sono state represse in piazza da una gestione estremamente violenta della polizia e in parlamento da un politica di governo estremamente autoritaria. In un articolo apparso su “doppiozero” il 23 giugno, intitolato <a href="https://www.doppiozero.com/elezioni-europee-tragicommedia-alla-francese"><em>Elezioni europee: tragicommedia alla francese</em></a>, ho messo in luce la strategia del tecnocrate Macron per liquidare politicamente la sinistra e puntare tutto su un duello con l’estrema destra. La strategia di Macron ha doppiamente fallito: le sue riforme anti-sociali sono state platealmente condannate dall’elettorato francese, ed è il Rassemblement National che raccoglie i maggiori risultati di questa condanna.</p>
<p>La situazione attuale è questa: la sinistra si è unita e ha proposto un programma che io, pur non essendo votante alle legislative in Francia, voterei. E lo dico dopo aver votato per diversi anni una sinistra italiana che, invece, non mi rappresentava. I risultati definitivi del voto, dopo il primo turno, vedono il Rassemblement National e i suoi alleati a 34,34%, il Front de Gauche a 27,99%, i macronisti a 20,04%. (Gli ultrafascisti di Zemmour non sono riusciti ad arrivare all’1%.) La sinistra ha dunque resistito e non ha perso voti rispetto alle precedenti legislative. <em>Ora, sulla carta, ci sarebbero i numeri per creare un fronte repubblicano, in grado di sbarrare la strada all’estrema destra</em>. La maggioranza di questo schieramento sarebbe costituito dal Front de Gauche, a cui dovrebbero sommarsi i voti dell’elettorato macronista. È quanto ha chiesto ufficialmente il primo ministro Attal, ma la proposta è venuta ancora prima dalla sinistra. Il secondo turno delle legislative, fra una settimana, prevede una serie di ballottaggi, in cui rischierebbero di presentarsi almeno tre candidature: estrema destra, unione delle sinistre e macronisti. Affinché non ci sia dispersione di voti, e viga lo sbarramento repubblicano, se il candidato o la candidata di sinistra è al terzo posto, non si presenterà e proporrà al proprio elettorato di votare per candidato/a della uscente maggioranza di governo. E così dovrebbe fare quest’ultima, favorendo una candidatura del Front de Gauche, nel caso un suo candidato o una sua candidata si trovi in terza posizione. Ma a questo punto entra in gioco la cultura politica della galassia della destra che ha sostenuto il governo Macron. Una galassia di neoliberisti convinti o moderati, che ha assimilato perfettamente l’equivalenza tra nuovi fascisti e sinistra radicale (La France insoumise), seguendo in questo la vulgata mediatica, e che quindi si sente dispensata da eseguire le indicazioni di voto del suo primo ministro. In poche parole, è molto probabile che sarà una fetta di quel 20% di voti macronisti, e una parte di candidati della maggioranza uscente che deciderà della conquista del governo o meno da parte di Bardella. Stavolta, almeno qui in Francia, i dirigenti delle sinistre non potevano fare di meglio, in termini di chiarezza e di presa di responsabilità. Quello che accadrà al secondo turno non potrà essere imputato loro. Di fronte a un pericolo estremo, hanno dimostrato coraggio e lucidità. Hanno saputo unirsi, hanno proposto un programma di sinistra e hanno accettato di fare compromessi, in grado di distinguere tra avversari politici (i macronisti) e nemici della democrazia (i nuovi fascisti). Ma anche questo il passato ce lo insegna: l’antifascismo per funzionare non può essere circoscritto ai partiti e agli elettori di sinistra.</p>
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		<title>La grande crociata del negazionismo in agricoltura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/27/la-grande-crociata-del-negazionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Nov 2023 16:26:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Pinton]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> invito a leggere questa lucida cronaca di Roberto Pinton (pubblicata da STORIEDELBIO) che racconta di come si stia completamente smantellando l'ambiziosa strategia della EU "Farm to Fork"; su istigazioni delle organizzazioni professionali degli agricoltori, trincerate su posizioni retrive e negazioniste...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-1024x708.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-768x531.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-150x104.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-218x150.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-696x481.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-1068x739.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-607x420.jpg 607w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/storie-11.23.jpg 1317w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>invito a leggere questa lucida cronaca di Roberto Pinton (pubblicata da <a href="https://storiedelbio.it/">STORIEDEL BIO</a>) che racconta di come si stia completamente smantellando l&#8217;ambiziosa strategia della EU &#8220;Farm to Fork&#8221;; su istigazioni delle organizzazioni professionali degli agricoltori, trincerate su posizioni retrive e negazioniste, e molto influenti sui partiti di destra e su molti governi della EU (a cominciare dall&#8217;Italia, dove nei fatti le posizioni governative e delle organizzazioni di categoria sono indistinguibili, come viene spiegato); approfittando non solo per sdoganare le nuove tecniche genomiche, ma per imporle &#8211; abile strategia per minare la loro credibilità &#8211; al mondo dell&#8217;agricoltura biologica;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Dal produttore al consumatore (alla discarica?)</strong></h1>
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><em><strong>Roberto Pinton</strong></em></h2>
<h3 class="wp-block-heading">Il contesto</h3>
<p>La strategia Farm to Fork [da noi: dal produttore al consumatore] è (era?) parte integrante del Green Deal europeo, che si propone di costruire entro il 2050 un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e della competitività, garantendo la neutralità climatica, senza più emissioni nette di gas a effetto serra.</p>
<p>Obiettivi della strategia, tra gli altri, arrivare al taglio del 50% dei fitofarmaci più pericolosi e degli antibiotici negli allevamenti, al dimezzamento della perdita dei nutrienti attraverso la riduzione del 20% dei fertilizzanti e portare al 25% la superficie agricola europea condotta con metodo biologico, tutto entro il 2030.</p>
<p>È evidente che si tratta di uno scenario che rivolterebbe la produzione agricola come un calzino, con molte sfide entusiasmanti per la produzione attualmente convenzionale, ma anche per quella biologica (presumibile crescita del segmento del “residuo zero”, diffusa corsa ai claim sulla sostenibilità, aumento della competizione tra operatori biologici, ecc.).</p>
<p>Non mancano le misure a corollario: obbligo per l’industria alimentare di integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali, codice di condotta per pratiche commerciali responsabili nella filiera, iniziative per promuovere la riformulazione degli alimenti trasformati (con livelli massimi per grassi, zucchero e sale), nuova etichettatura nutrizionale per facilitare scelte alimentari salutari, revisione della normativa sugli imballaggi per ridurre l’impronta ambientale del settore, riscrittura della normativa in materia di benessere animale, iniziativa sul sequestro del carbonio nei suoli agrari, etichettatura di sostenibilità dei prodotti alimentari e contrasto al <em>greenwashing, </em>criteri minimi obbligatori che favoriscano i prodotti biologici e gli altri sostenibili negli appalti pubblici, ri-orientamento dei programmi UE di promozione per potenziarne il contributo alla produzione e al consumo sostenibili, potenziamento della cooperazione tra i produttori per rafforzarne il peso nella filiera, iniziative per migliorare la trasparenza.</p>
<p>In sostanza, l’agroalimentare dovrà dimenticare il calduccio della comfort zone.</p>
<p>Nel 2020 il pacchetto è stato presentato dalla Commissione al Parlamento europeo, che a larga maggioranza ha approvato la strategia, riconoscendola come strumento efficace per garantire una produzione sostenibile di alimenti sani; parere favorevole anche da Consiglio, Comitato economico e sociale europeo e Comitato delle regioni.</p>
<p>Tutto a posto, con tanto di sol dell’avvenire che s’intravedeva all’orizzonte?</p>
<p>Col fischio.</p>
<h3 class="wp-block-heading">Ostacoli e inciampi</h3>
<p>Per correre alle elezioni nazionali da leader di un accordo tra i socialdemocratici e Sinistra Verde Frans Timmermans si è dimesso da Commissario per il clima e per il Green deal (alla fine, pur avendo guadagnato il 50% di seggi in più, è arrivato secondo dopo il Partito per la libertà, di estrema destra) ed è stato sostituito nell’ottobre scorso dal connazionale cristiano democratico Wopke Hoekstra, già dirigente della multinazionale britannica Shell (fatturato 2021 di 261,5 miliardi di dollari da petrolio e petrolchimica) e il cui partito CDA ha brillato nei tentativi di sabotare il Green Deal: quando si dice l’uomo giusto al posto giusto.</p>
<p>Ma già prima che Hoekstra potesse cominciare a far danni, il lavoro di logorio da parte di popolari, conservatori e liberali (non è una malattia italiana, tutti pensano alle prossime elezioni e alle cambiali da onorare con il proprio elettorato di riferimento e con gli amici degli amici) ha cominciato a mandare in frantumi il Green Deal prima che il necessario quadro normativo fosse del tutto definito.</p>
<p>Andiamo alla rinfusa.</p>
<p>Il 22 novembre lo stesso Parlamento europeo che pure aveva approvato il documento sulla strategia Farm to Fork che ne prevedeva il taglio del 50% entro il 2030, ha bocciato la proposta di regolamento della Commissione sull’uso sostenibile dei pesticidi<em> (Sustainable Use Regulation, SUR)</em> presentata nel giugno 2022 come parte del pacchetto di misure volte a ridurre l’impronta ambientale del sistema alimentare.</p>
<p>299 deputati hanno respinto la proposta, 207 a favore e 121 astenuti.</p>
<p>È improbabile ci siano i tempi (e la volontà: a urne imminenti vuoi metterti contro le lobby agricole che sostengono di manovrare milioni di voti?) per un nuovo passaggio in Consiglio, per cui la questione verrà ereditata dal nuovo parlamento che uscirà dalle elezioni del giugno prossimo.</p>
<p>“<em>Oggi è un buon giorno per gli agricoltori e per chi pensa che la UE non debba imporre ulteriori ostacoli”, </em>ha dichiarato la vecchia volpe PPE (CDU) Peter Liese, al parlamento europeo dal 1994.</p>
<p>Richiama alla riflessione il plastico titolo di ieri di Winenews (<a href="https://winenews.it/it/niente-accordo-sui-fitofarmaci-lutilizzo-non-sara-dimezzato-esulta-lagricoltura-italiana_511518/">https://winenews.it/it/niente-accordo-sui-fitofarmaci-lutilizzo-non-sara-dimezzato-esulta-lagricoltura-italiana_511518/</a>): <em>“Niente accordo sui fitofarmaci, l’utilizzo non sarà dimezzato: esulta l’agricoltura italiana”.</em></p>
<p>Liberi tutti, nessun ostacolo, nessun taglio dei pesticidi, nemmeno nelle aree sensibili come quelle protette da Natura 2000, nemmeno negli spazi verdi urbani.</p>
<p>E l’Italia? Esulta.</p>
<p>Non cambia molto la situazione sulla proposta di regolamento sui requisiti per l’intero ciclo di vita dell’imballaggio, dalle materie prime allo smaltimento finale: “<em>Il Parlamento europeo annacqua il regolamento sugli imballaggi. Passano le deroghe sul riuso e l’Italia festeggia”,</em> titola Eunews.it.</p>
<p>Sull’argomento il PPE si era inizialmente spaccato in commissione ambiente, con i deputati di FdI a votar contro parlando di <em>“deriva ultra-ambientalista”;</em> la posizione del governo era nettamente contraria perchè <em>“Il nuovo regolamento favorirebbe il riuso a svantaggio del riciclo”.</em></p>
<p>Così com’era la proposta avrebbe avuto ripercussioni sull’economia italiana che vede consorzi che fondono barattoli e scatolette, lattine e vetro e mandano al macero carta e cartone: la riduzione della loro materia prima e il suo riuso avrebbero messo in crisi una filiera che si alimenta di spazzatura (va detto che anche la Francia era dubbiosa, preoccupata per gli astucci di balsa del camembert).</p>
<p>Ma al momento giusto la posizione si è ricompattata: niente vetro a rendere, salve le buste di plastica, salve le vaschette di polistirolo più film in PVC per confezionare una singola melanzana prezzata 61 centesimi (vista on line ieri: quanto incassa l’agricoltore e quanto l’industria della plastica?).</p>
<p>E l’Italia? Festeggia.</p>
<p>Pochi giorni prima, in mancanza di una maggioranza qualificata tra i Paesi membri, la Commissione ha ri-approvato per dieci anni il glifosate (voto favorevole al rinnovo da parte dell’Italia in ottobre, astensione a novembre, così come la Francia di Macron –che pure nel 2017 ne aveva annunciato il bando entro il 2020- e la Germania della Bayer).</p>
<p>Il nostro ministero è dell’agricoltura, <em><strong>della sovranità alimentare </strong></em>e delle foreste, non dell’agricoltura, <em><strong>della sicurezza alimentare</strong></em> e delle foreste, altrimenti (forse) avrebbe tenuto conto che gli inquinanti prioritari glifosate e il suo metabolita AMPA sono già le sostanze contaminanti più frequentemente rilevate nelle acque superficiali italiane (42% l’uno, 68% l’altro), dove superano gli standard minimi di qualità ambientale nel 52.7% dei casi (AMPA) e nel 21.2% (glifosate).</p>
<p>Poco prima, la cristiano democratica svedese Jessica Polfjärd, relatrice in Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare sulla bozza di <em>“Parere sulla proposta di regolamento relativa alle piante ottenute mediante alcune nuove tecniche genomiche e agli alimenti e mangimi derivati”,</em> non solo ha proposto la soppressione di disposizioni sull’etichettatura delle sementi, che avrebbero almeno rappresentato un punto di partenza per la trasparenza, ma ha anche scritto che <em>“Il relatore ritiene che le nuove tecniche genomiche dovrebbero essere consentite in agricoltura biologica. Lo scopo di questo progetto di relazione è garantire che qualsiasi operatore senza discriminazione possa utilizzare le tecniche. Pertanto, il divieto proposto dalla Commissione per le tecniche da utilizzare nell’agricoltura biologica viene revocato per garantire condizioni di parità senza imporre la tecnica a nessun operatore.</em></p>
<p><em>La proposta dovrebbe garantire che ogni operatore possa avere accesso a queste nuove tecnologie. La libertà di scelta è essenziale per gli operatori e la tecnica dovrebbe rimanere disponibile”.</em></p>
<p>Molto liberale, non c’è che dire, ma in totale contrasto con quanto chiesto con forza dal settore, da ultimo nella risoluzione <em><strong>“Keep Organic GMO-free” </strong></em>adottata da IFOAM Organics Europe nell’assemblea generale del giugno 2023 (ma il primo position paper sulle <em>New Plant Breeding Techniques</em> risale al 2015, appena si cominciava a parlarne).</p>
<p>Il documento IFOAM Organics Europe (al quale si era allineata la proposta della Commissione, che oltre a vietare in agricoltura biologica le piante geneticamente modificate richiedeva l’etichettatura delle sementi, punti che la Polfjärd ritiene siano da cassare) ribadisce che il processo di produzione biologica deve rimanere libero da OGM vecchi e nuovi, e che la libertà di scelta e il diritto degli operatori biologici a produrre senza NGT sarà efficace solo se accompagnato da strumenti tecnici e legali integrati nel regolamento.</p>
<p>Come ben ha commentato Jan Plagge, presidente di IFOAM Organics Europe,<em> “Questa bozza di parere invalida la visione di un intero movimento e di un intero settore economico”.</em></p>
<p>Mantenere la fiducia dei consumatori nell’integrità della filiera biologica è fondamentale per il suo successo: tracciabilità e chiara etichettatura delle sementi OGM vecchi e nuovi servono anche a garantire che non ricadano sugli operatori altri oneri finanziari e legali per garantire lo status di produzione OGM free.</p>
<p>La bozza di parere ha fatto brindare l’industria biotech: <em>“Molte tecnologie interessanti arriveranno sul mercato nei prossimi anni”.</em></p>
<p>Il ministro Lollobrigida, dal canto suo, ritiene che sia <em>“necessario investire in queste tecniche senza ideologie o pregiudizi”,</em> mettendo sul piatto quante più risorse possibili.</p>
<h3 class="wp-block-heading">E le rappresentanze degli agricoltori?</h3>
<p>COPA COGECA (il COPA è il Comitato delle organizzazioni professionali agricole -soci italiani Coldiretti, Cia, Confagricoltura-, il COGECA è la Confederazione Generale delle Cooperative Agricole, socio italiano l’Alleanza delle Cooperative Italiane Agroalimentare – ACI, che ingloba le tre organizzazioni Agci/Agrital, Anca/Legacoop e Fedagri/Confcooperative) in una sua nota, a nome degli (inconsapevoli) agricoltori europei, aveva sottolineato la necessità di campagne di comunicazione da parte dei settori pubblico e privato affinché i consumatori<em> accettino e si fidino delle nuove tecniche OGM.</em></p>
<p>Qualcuno ricorderà che nella (vecchia) <em>“Task Force per un’Italia libera da OGM” </em>con Aiab, Slow Food, Legambiente, WWF e Greenpeace c’erano anche Coldiretti e la sua appendice Campagna Amica, con Cia, Legacoop Agroalimentare e CNA alimentare, mentre oggi nella (nuova) <em>“Coalizione Italia Libera da OGM”</em> son rimasti Aiab, Slow Food, Legambiente, WWF e Greenpeace (con altri) ma si son perse le tracce delle organizzazioni di categoria a vocazione generale.</p>
<p>Non si scherza nemmeno sul Nutriscore (qualcuno ne ha più sentito parlare?), concepito non per la promozione dei prodotti alimentari, ma per la promozione di un’alimentazione meno insana: come rivelato da Il Fatto Alimentare (<a href="https://ilfattoalimentare.it/beuc-nutri-score-lobby-italiane.html">https://ilfattoalimentare.it/beuc-nutri-score-lobby-italiane.html</a>), appena insediato, il governo, con Federalimentare e Coldiretti ha tenuto diversi incontri con la DG SANTE e la DG AGRI per scongiurare l’adozione dell’etichetta a semaforo (già adottata da sette Paesi europei) temendo una penalizzazione dei consumi di Nutella ®, ovetti Kinder®, lardo di Colonnata e prosciutto di Parma.</p>
<p>“<em>A volte è difficile capire dove finiscono le autorità italiane e dove iniziano le associazioni agroalimentari”</em> è il commento sconsolato del Bureau Européen des Unions de Consommateurs (l’organizzazione ombrello di 45 associazioni di consumatori di 31 Paesi) (<a href="https://www.beuc.eu/blog/food-label-ambush-how-intense-industry-lobbying-halted-eu-plans/">https://www.beuc.eu/blog/food-label-ambush-how-intense-industry-lobbying-halted-eu-plans/</a>).</p>
<p>Da noi la sinergia (l’obbedienza?) con alcune organizzazioni di categoria e rappresentanze d’interessi, senza manco fare il <em>beau geste </em>di audire le altre, si è palesata in tutto il suo splendore di recente con l’approvazione della norma che non vieta solo la carne da coltura cellulare, ma anche denominazioni ormai tradizionali e che proprio non paiono in grado di ingannare nessun consumatore come “würstel di soia” e “burger vegetale”.</p>
<p>Mentre Coldiretti festeggiava con una chiassosa manifestazione muscolare, ASSICA (l’associazione degli industriali delle carni e dei salumi, che sulla questione ha speso in una decina d’anni molto tempo e molto denaro), più sobriamente, plaudeva defilata alla norma che, a suo dire, riporta correttezza e chiarezza sul mercato, restituendo la dignità sottratta <em>“a un settore fatto di tanta competenza e capacità umana, tradizioni e impegno, nonchè investimenti”, </em>e ringraziava il vice presidente del senato Gian Marco Centinaio e il presidente della commissione Agricoltura della camera Mirco Carloni <em>“il cui impegno e attenzione al dossier sono risultati chiave per il successo dell’iniziativa e la soddisfazione dei settori direttamente tutelati dalla norma”.</em></p>
<p>Tra ottusità della politica, miopia dell’industria e maneggi vari potremmo continuare a lungo, ma siccome sono sprezzante del pericolo di farmi nemici, passo alle organizzazioni agricole.</p>
<p>Sbaglierò, ma a me pare che il settore biologico non abbia nulla da spartire con le organizzazioni agricole che esultano per esser riuscite a ostacolare l’adozione di misure per favorire la sostenibilità della filiera agroalimentare.</p>
<p>COPA-COGECA ha 51 gruppi di lavoro; ben uno di questi 51 è dedicato all’agricoltura biologica, presidente la danese Lone Andersen, vice-presidente l’imprenditore vitivinicolo veneto Emilio Fidora, di Confagricoltura.</p>
<p>Chi va a leggere il sito comune delle due organizzazioni trova indicato<em> “Nutriamo insieme il futuro dell’Europa! Il Copa e la Cogeca esprimono la voce unanime degli agricoltori e delle cooperative agricole dell’Unione europea. Unendo le nostre forze, assicuriamo un’agricoltura europea sostenibile, innovativa e competitiva, garantendo nel contempo l’approvvigionamento alimentare di 500 milioni di persone in tutta Europa”.</em></p>
<p>Sbaglierò, ma questa sedicente <em>“voce unanime”</em> non è la mia.</p>
<p>Chi va a leggersi i documenti accessibili, trova la raccomandazione alla Commissione di ri-autorizzare per dieci anni il glifosate <em>(“Attualmente non esiste un’alternativa a questo erbicida, senza il quale molte pratiche agricole, in particolare la conservazione del suolo, sarebbero rese più complesse, lasciando gli agricoltori senza soluzioni o con l’alternativa di usare ancora più erbicidi”).</em></p>
<p>Trova il <em>position paper</em> sulle nuove tecniche genomiche (nel documento non si dà il minimo conto del fatto che il gruppo di lavoro sull’agricoltura biologica ha espresso la sua contrarietà, anzi, si riesce nel miracolo di non citare nemmeno una volta l’agricoltura biologica: per la sedicente “voce unanime degli agricoltori dell’Unione europea” semplicemente non esiste) che raccomanda di non etichettare le varietà NBT di categoria 1 (in fin dei conti hanno non più di 20 modifiche genetiche…), dato che si tratterebbe di una <em>questione irrilevante </em>per i consumatori e, soprattutto, comporterebbe <em>costi aggiuntivi</em> per la filiera.</p>
<p>Trova la netta contrarietà alla Nature Restoration Law Legge <em>(“Possiamo lavorare sul ripristino della natura, ma sarà difficile con la norma proposta dalla Commissione, che rimane fondamentalmente mal preparata, senza budget e inattuabile per gli agricoltori e i proprietari forestali”), </em>poiapprovata dal parlamento europeo il 12 luglio, ma con lo stralcio dell’articolo 9, quindi senza gli impegni per gli agroecosistemi (miglioramento dello stato di conservazione degli uccelli e delle farfalle degli ambienti agricoli, mantenimento di almeno il 10% di elementi naturali negli agro-ecosistemi) in ossequio alle pretese dell’organizzazione e delle destre europee.</p>
<p>Trova l’accusa alla commissione Ambiente del parlamento europeo di retorica politica sulla proposta di Regolamento sull’uso sostenibile dei pesticidi.</p>
<p>Trova in un documento che “<em>è prevedibile che l’imposizione dell’agricoltura biologica in ampie zone d’Europa provochi difficoltà esistenziali a innumerevoli aziende agricole senza alcun beneficio apprezzabile per l’ambiente. I metodi biologici e meccanici di eliminare gli organismi nocivi non sono sufficienti in alcune regioni (…). La conversione al biologico non è semplice. Oltre ad applicare nuove tecniche e rispettare nuovi requisiti, gli agricoltori avranno bisogno di una formazione adeguata per rispettare i criteri stabiliti dal regolamento 2018/848”: </em>troppo complicato, meglio lasciar perdere e continuare nel <em>business as usual.</em></p>
<p>Trova un documento che contesta con vigore gli ipotizzati cambiamenti della densità di allevamento perché porteranno a devastanti riduzioni della produzione di uova, di conigli e di suinetti.</p>
<p>La posizione di COPA-COGECA è chiara, da sempre: il mantra costante è che non è necessaria una regolamentazione, che vanno evitati obblighi di attenersi a inutili criteri di sostenibilità e che meglio lasciar fare al mercato (salvo prevedere nuovi premi per gli agricoltori).</p>
<p>Nel 2021 era trapelato un documento interno (ne scrissi su Greenplanet: <a href="https://greenplanet.net/cosi-copa-e-cogeca-tentano-di-distruggere-la-farm-to-fork/">https://greenplanet.net/cosi-copa-e-cogeca-tentano-di-distruggere-la-farm-to-fork/</a>) in cui COPA-COGECA raccomandava a tutte le organizzazioni aderenti nei diversi Paesi di impegnarsi nel <strong>ritardare il voto del Parlamento europeo sulla strategia Farm to Fork</strong>, esercitando pressioni su parlamentari e ministeri, coordinandosi tra loro e prospettando <strong>azioni congiunte con l’AgriFood Chain Coalition</strong> (soci AnimalHealthEurope, l’associazione dei produttori di antibiotici e farmaci veterinari, CropLife Europe, quella dei produttori di pesticidi, la lobby dell’industria OGM EuropaBio, le industrie sementiere di Euroseeds, i mangimisti di FEFAC e FEFANA, l’industria dei fertilizzanti Fertilizers Europe eccetera) e <strong>European Livestock Voice</strong>, il raggruppamento dell’industria della carne (soci italiani nell’orbita di Assocarni: Carni Sostenibili, Carni Rosse Buone e sicure).</p>
<p>La mobilitazione era tesa alla modifica degli obiettivi di riduzione di pesticidi, fertilizzanti e antibiotici, ma anche al contrasto alle etichette nutrizionali e alla lotta allo spreco alimentare.</p>
<p>I parlamentari europei dovevano essere invitati a eliminare dal documento della Commissione la scomoda affermazione <em>“attualmente il sistema agroalimentare è responsabile di una serie di impatti sulla salute umana e animale, sull’ambiente, il clima e la biodiversità” </em>(non sia mai),a modificare la parte che addirittura riconosceva l’impatto dell’agricoltura e dell’allevamento sull’emissione dei gas serra: avrebbe piuttosto dovuto sottolineare che l’agricoltura europea è l’unico grande sistema al mondo ad aver ridotto significativamente le emissioni, che in ogni caso derivano da processi naturali.</p>
<p>Doveva essere assolutamente eliminata la previsione del taglio del sostegno economico climatico e di altri incentivi ai sistemi agricoli intensivi e industriali con impatto negativo sulla biodiversità. Anche qui, non sia mai.</p>
<p>Bisognava smettere di <em>“perdere tempo astenendoci dall’utilizzare tecnologie all’avanguardia come le nuove tecniche di gene-editing di animali e piante”.</em></p>
<p>Ciliegina sulla (nostra) torta, COPA-COGECA e il resto della combriccola biotech e agrochimica chiedevano che non si prevedessero quantità minime obbligatorie di prodotti biologici nelle scuole e nelle altre istituzioni pubbliche e che, al più, si favorissero <em>“alimenti locali e sostenibili”, </em>qualunque cosa significhi.</p>
<p><strong>Mi chiedevo allora, e continuo a chiedermi adesso</strong> come possano gli 82.627 agricoltori biologici italiani sentirsi rappresentati da un’organizzazione europea (costituita dalle organizzazioni nazionali) che ha una politica negazionista, che assieme alle multinazionali produttrici di fitofarmaci s’impegna ad affossare ogni politica di rinnovamento sostenibile del settore primario, che non tiene in nessun conto le posizioni che esprimono, ma ha a mente soltanto gli interessi dei loro colleghi convenzionali (oltre che delle multinazionali produttrici di fitofarmaci e biotech) e che mette le mani nelle loro tasche, cercando di sottrarre loro opportunità.</p>
<p>Come possano fare riferimento alle organizzazioni nazionali che continuano a esprimere scelte che hanno impatto negativo sui beni comuni e sono contrarie ai loro orientamenti e alle legittime attese dei consumatori, nel superiore interesse sempre di qualcun altro.</p>
<p>Come possano coricarsi senza un groppo allo stomaco per la consapevolezza della propria irrilevanza e del loro ruolo strumentale di utili pupazzi i dirigenti delle associazioni biologiche afferenti alle organizzazioni a vocazione generale (organizzazioni che pure, in base alla legge 23/2022 avranno incomprensibilmente un ruolo nel Tavolo tecnico per la produzione biologica, che è tutto fuorché tecnico, dovendo occuparsi di delineare indirizzi e priorità per il Piano d’azione nazionale, esprimere pareri sui provvedimenti nazionali ed europei, proporre interventi per la promozione e individuare strategie per favorire la conversione). Possiamo attenderci abbiano a cuore lo sviluppo del biologico più di quanto lo abbia la loro organizzazione europea?.</p>
<p>Antonio Sposicchi, sulla base di un’esperienza professionale vissuta per oltre tre decenni in Cia, ha scritto di poter affermare chiaro e tondo che le organizzazioni professionali a vocazione generale non riusciranno mai a rappresentare adeguatamente gli imprenditori agricoli che adottano il metodo biologico.</p>
<p>È un’affermazione che magari non sarà condivisa dai rappresentanti istituzionali (né, ovviamente, dalle associazioni), ma che è confermata, oltre che dai tristi avvenimenti qui accennati, dal fatto che esistono IFOAM Organics Europe e COPA/COGECA con le relative piattaforme programmatiche che su molte, troppe questioni strategiche sono in netto contrasto sia in ognuno dei 27 Paesi della UE che a Bruxelles.</p>
<p>Vogliamo cominciare a pensarci?</p>
<p>NdR: l&#8217;originale si può leggere <a href="https://storiedelbio.it/2023/11/25/il-paradosso-agricolo/">qui</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lezioni di assenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/26/lezioni-di-assenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alejo Carpentier]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[autore]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Cocteau]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura cubana moderna]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione cubana]]></category>
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					<description><![CDATA[Un articolo del grande scrittore cubano <strong>Alejo Carpentier </strong> <br /> seguito da un estratto dell'introduzione al suo libro di saggi curato da <strong>Massimo Rizzante </strong><br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[L’età dell’impazienza <em>(Mimesis 2022)</em> <em>raccoglie per la prima volta in volume per il lettore italiano, a cura di</em> <strong>Massimo Rizzante</strong>, <em>parte del lavoro saggistico e giornalistico del grande scrittore cubano</em> Alejo Carpentier. <em>Presentiamo qui un suo saggio, e un brano dell&#8217;introduzione di Rizzante.]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Alejo Carpentier</strong></p>
<p>Il diciannove maggio scorso, a mezzanotte, un immenso transatlantico olandese levava l’ancora da Rotterdam per fare rotta su New York&#8230; Faceva freddo. Le luci delle birrerie del porto pulsavano nella notte, provocando tristi iridescenze sulla superficie increspata dalle onde. Una sirena arrochita lanciava un segnale di addio sopra i cupi tetti della città – un segnale che andava a morire al di là dei sobborghi, sui canali d’acqua stagnante e i campi di tulipani.</p>
<p>Un cubano viaggiava a bordo della nave.</p>
<p>Nel bar <em>deserto</em>, davanti a un solitario <em>scotch and soda</em>, il passeggero assaporava l’istante solenne in cui si decide di cambiare vita&#8230; Una decisione il cui oggetto simbolico, in questo caso, era un’elica che girava a vuoto. Che cosa si lasciava alle spalle? Molti anni di lavoro. Una casa piena di ricordi nel più bel quartiere di Parigi. Amici. Affetti. I piaceri dell’arte. Abitudini. Libri in cantiere. Una cantata, scritta in collaborazione con il più grande compositore francese vivente, Darius Milhaud, di cui non avrebbe potuto assistere alla prima&#8230;</p>
<p>Le ragioni di tale diserzione?&#8230; Bisognava forse cercare pressioni di ordine esterno?&#8230; No. In quel momento la minaccia della guerra non era all’orizzonte. A Parigi le cose andavano bene. Si guadagnava facilmente. La capitale era sempre molto seducente. La vita era bella&#8230; E allora perché?&#8230;</p>
<p>Conoscete quella malattia incurabile che si chiama “noia di un continente”?&#8230;</p>
<p>Il cubano, tutto solo nel bar deserto del transatlantico, ne soffriva.</p>
<p>Quel cubano, ero io.</p>
<p>*</p>
<p>Jean Cocteau ha detto una volta che l’esibizione dell’intelligenza allo stato puro lo annoiava. E continuava domandandosi se in futuro le grandi opere sarebbero state quelle che avrebbero rivelato “un’intensità del cuore”.</p>
<p>Ovvero: un immenso potenziale di sentimenti, bontà, generosità&#8230;</p>
<p>O ancora meglio: una totale inclinazione all’entusiasmo proiettata sulle cose e gli uomini dal fondo del nostro essere.</p>
<p><em>Essere capaci di amare, senza alterare il nostro amore per il senso critico. </em></p>
<p>L’europeo è senz’altro l’uomo che per eredità e formazione è il più intelligente del mondo. Ma questa intelligenza, attraverso il continuo affinamento del senso critico – facoltà di controllo – ha alla fine neutralizzato le sue capacità emotive e ha distrutto in lui ogni slancio affettivo.</p>
<p>Stravinskij trascorre un anno a comporre una partitura geniale. Armand Salacrou crea il suo monumentale <em>Savonarola</em>. Picasso espone una sintesi degli ultimi cinque anni dei suoi lavori. Un film di Renoir prende vita sullo schermo. E sapete qual è la reazione del pubblico? Beh, mostra il sorrisetto scettico dei personaggi di Marcel Proust. “È tutto molto bello, ma&#8230;”. “Niente male, ma&#8230;”. Sempre “ma”: garanzia suprema dell’uomo intelligente, che non si lascia ingannare dai trucchetti del genio.</p>
<p>Il problema è che questo “ma” lo si ritrova anche nei sentimenti. Così come scoppiare a ridere è considerato dagli inglesi una mancanza di educazione, allo stesso modo per la maggioranza degli europei il fatto di amare sinceramente qualcuno significa non conoscere le buone maniere&#8230; Le grandi passioni non possono far parte delle società civilizzate. Gli amanti di buon lignaggio si danno del voi. Sacha Guitry tiene raffinate conferenze per mettere sotto accusa quella barbarie che va sotto il nome di gelosia. L’amore è un’ottima cosa, un passatempo gradevole – il migliore che si sia inventato fino ad oggi –, ma a condizione che non sconvolga la nostra vita quotidiana, facendoci cambiare abitudini o mettendo a rischio i nostri interessi. Ogni individuo se si trova in uno stato di “cristallizzazione stendhaliana” è considerato con sospetto dalla borghesia europea, come fosse un malato contagioso, poiché, a causa di questa “cristalliz- zazione”, può essere a volte messo di fronte al fatto compiuto&#8230; Infatti, di tanto in tanto, succede che l’istinto riesca a prendersi una rivincita sulla civiltà.</p>
<p>A forza di speculare sull’intelligenza, la maggioranza degli europei è stata colpita da impotenza sentimentale. Per gli europei le parole “amico”, “amante”, “donna” non hanno il senso assoluto che noi attribuiamo loro. L’amicizia è una pianta che il più del- le volte si coltiva per ragioni di convenienza reciproca&#8230; L’amore cessa di essere interessante se esige un minimo di sacrificio o di forza morale e fisica. E soprattutto non ci si deve dare mai completamente né a parole né per iscritto!&#8230; Conservare la propria indipendenza! Non rinunciare a nulla!&#8230;</p>
<p>Uno dei miei amici, che ha vissuto a lungo in Europa, mi ha spiegato perché preferisce Cuba con questa frase piena di buon senso: “Laggiù non si vive con i monumenti né con le opere d’arte. Si vive con le persone”.</p>
<p>E io vi confesso che oggi, lasciando il porto di Rotterdam, ne ho abbastanza degli europei.</p>
<p>*</p>
<p>Non vi azzardate mai a confidare qualcosa a un amico europeo. Non raccontategli le vostre preoccupazioni e non cercate il suo sostegno in un momento di abbattimento. Non otterrete che una mano sulla spalla e una vaga formula di solidarietà: “Mio povero amico&#8230;”.</p>
<p>A un certo punto della mia vita collaboravo a un programma radiofonico con un uomo che stimavo e per cui provavo affetto. Sentimenti, credo, reciproci&#8230; Un mattino, dopo una telefonata, l’ho visto impallidire. Con voce tremante mi ha pregato di sostituirlo e di terminare il lavoro. Di fronte al suo riserbo, non avevo osato porgli nessuna domanda. Ma nel pomeriggio, ritornato in ufficio, mi ha rivelato il contenuto della chiamata: “Mi hanno annunciato che mia madre era morta a causa di una crisi cardiaca”. Mi sono stupito che fosse di nuovo in ufficio. Ed ecco la risposta che mi ha dato, una risposta inconcepibile nel mio paese: “La società per cui lavoro non ha niente a che vedere con la mia vita privata!&#8230; Bisogna pur preparare il programma di questa sera!”. Che uomo! – mi direte. Mentre io direi: che mancanza di umanità! Ciò che è più grave è che a quell’uomo non si può rimproverare la sua insensibilità. Questa è il prodotto della vita dura e difficile che in Europa comporta il desiderio di conservare il proprio posto di lavoro e di guadagnare a tutti i costi. Almeno a Parigi, infatti, non esiste una via di mezzo tra vittoria e sconfitta. O si conduce una vita da miserabili o una vita piena di soddisfazioni&#8230; Se siete un perdente o qualcuno di inutile, avrete molto tempo. Nessuno, infatti, vi chiamerà. Ma se siete un vincente e avete un posto di responsabilità, le vostre attività vi proibiranno di godervi la vita. Non vi lasceranno in pace un solo momento. E dato che dovrà essere disponibile a date e a ore fisse, questo uomo fortunato – che, facendo parte di quella Parigi in cui si è ricchi e vincitori, è caduto nel diabolico ingranaggio – finisce per diventare schiavo dei suoi doveri. Non ha più tempo di amare, di distrarsi, di mangiare&#8230; Durante i miei ultimi quattro anni in Europa ho avuto giornate di lavoro che cominciavano alle nove del mattino e terminavano tra le dieci della sera e le due del mattino seguente!&#8230; Per tutto riposo sette ore di sonno e due pasti rapidi di circa venti minuti&#8230;</p>
<p>E tutto questo a Parigi, città dove le donne sono affascinanti, la cucina eccellente, i teatri meravigliosi, dove ci sono grandi stagioni liriche e nightclub di qualità! Che ironia della sorte!&#8230;</p>
<p>Che ci volete fare! Nei nostri paesi si gode ancora di un’esistenza a “misura d’uomo”, dal ritmo umano&#8230; Ci sono certamente meno opere d’arte per le strade, meno dipinti famosi nelle gallerie&#8230; Ma almeno abbiamo il tempo di riflettere, di leggere, di riempire le inevitabili lacune intellettuali tipiche di una civiltà nuova.</p>
<p>*</p>
<p>Alla Banca di Londra si osserva una curiosa tradizione. Ogni sera il custode del palazzo deve invitare a cena un granatiere della Guardia Reale accompagnato da un amico. Il pasto è composto da pollo arrosto e una bottiglia di champagne&#8230; Questa usanza dura da centinaia di anni, in ricordo dell’intervento eroico dei granatieri in difesa dei fondi statali.</p>
<p>Trovo che l’uomo europeo abbia ragione a conservare tradizioni di questa natura. Quel che trovo meno sano è che si lasci tiranneggiare ogni giorno da abitudini e istituzioni che non gli rendono nulla e che mettono direttamente in pericolo la sua in- dipendenza e il suo benessere.</p>
<p><em>Loge</em>, nella mitologia nordica, è il nome del dio del fuoco. <em>Loge </em>in francese appartiene al vocabolario del teatro&#8230; Ma questa parola, in francese, ha anche un altro significato: è il nome che si dà di solito a un piccolo appartamento che odora di cucina e che si trova a destra o a sinistra dell’entrata di ogni palazzo di Parigi. La persona che vi abita è un essere scorbutico, malpagato, sempre dipendente dalle mance, che si chiama “<em>Madame la concierge</em>”, la signora portinaia. L’utilità della portinaia è estremamente difficile da valutare. Del resto, non si trova in tutte le città dell’universo. Teoricamente dovrebbe curarsi del palazzo, fare le pulizie, prendere la posta, dare informazioni ai visitatori, consegnare le bollette e l’affitto e avvisare per tempo che l’ascensore – oh gli ascensori antidiluviani di Parigi! – non funziona “a causa di lavori di manutenzione”.</p>
<p>In realtà, in novantotto casi su cento, il suo ruolo è tutt’altro. Furiosa perché è stata costretta ad alzarsi in piena notte per aprirvi il portone, furiosa perché le mance del mese non erano di suo gradimento, la portinaia diventa a poco a poco vostra nemica instaurando nel palazzo un regime di terrore. Ogni vostro gesto è spiato, analizzato e spiattellato a tutto il quartiere. La posta comincia ad arrivare in ritardo. Ai vostri fornitori si danno false informazioni, etc., etc. Il geniale Max Jacob ha scritto interi romanzi sui diktat delle portinaie di Parigi, raccontandoci con umorismo la storia di quel buon uomo che “si appropinquava alla grandezza morale” grazie alle sofferenze che gli infliggeva la sua portinaia. Il cantautore Tre-ki ha composto più di cento canzoni sull’argomento. Theodore Dreisler ha trattato il tema in una celebre conversazione pubblicata nell’“Intransigeant”. E conosco un celebre accademico di Francia che non osa rientrare a casa dopo la mezzanotte per timore delle rimostranze della sua portinaia.</p>
<p>Attenzione, comunque, a contrariare le portinaie parigine! Sono una vera potenza. Un’istituzione. Sono miliardi e miliardi&#8230; E, inoltre, godono di un privilegio perfettamente immorale concesso loro da un decreto del diabolico Fouché, ministro della Polizia sotto Napoleone: sono tutte informatrici della polizia. Il che vuol dire che ogni abitante di Parigi ha un gendarme in casa.</p>
<p>E questo continua e continuerà per sempre nella città, spiritualmente parlando, più civilizzata del mondo! Le tradizioni! Le tradizioni!&#8230; Le tradizioni che, a lungo andare, distruggono i nervi degli uomini che come noi sono nati in paesi veramente liberi.</p>
<p>*</p>
<p>Non sono mai stato d’accordo con lo spirito della “Revista mundial”, né con le cronache di Gómez Carrillo&#8230; I collaboratori di Rubén Darío amavano troppo ciecamente l’Europa. La amavano al punto da rinnegare l’America. Tutta la loro esistenza era retta dall’angosciante preoccupazione di vivere il più possibile nel vecchio continente e temevano il ritorno in patria come una vera maledizione.</p>
<p>Per gli uomini della nostra America conoscere l’Europa è una cosa indispensabile, come conoscerne le idee e i costumi. Nessuno lo mette in discussione&#8230; Ma è anche vero che paesi con una profonda tradizione filosofica come la Germania, che cadono improvvisamente sotto il giogo di uno Streicher, finiscono per farci dubitare del vero valore della loro intelligenza&#8230; Se possono insegnarci molto, anche noi possiamo insegnare loro moltissime cose, soprattutto dal punto di vista dei valori umani.</p>
<p>La principale virtù di un lungo soggiorno in Europa dovrebbe essere quella di insegnarci a lavorare più efficacemente a favore del nostro paese. Il nostro celebre vinello può trasformarsi, grazie al nostro strenuo lavoro, in un eccellente vino alsaziano&#8230; Perché, alla fine, sono sempre più convinto che ormai solo in America si trovi quell’“intensità del cuore”, quella <em>facoltà di entusiasmarsi </em>che Jean Cocteau cercava nella grande opera d’arte dell’avvenire.</p>
<p>*</p>
<p>Ecco perché saluto con gioia l’inizio del 1940&#8230; Questa volta la notte di San Silvestro mi troverà in patria, immerso nel paesaggio della mia infanzia, stanco di viaggiare&#8230; E senza il minimo desiderio di abbandonare il mio paese!</p>
<p>“Carteles”, La Habana, 1940</p>
<h3 style="text-align: center;">⇔ ⇓ ⇔</h3>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-101459" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x.jpg 600w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p><em>La modernità di Alejo Carpentier</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Non è certo una novità. Almeno per i lettori che ancora frequentano quella <em>terra incognita</em> che è il nostro passato prossimo e remoto: la biografia di un autore non ha importanza, è l’opera che conta.</p>
<p>Lo affermava anche Alejo Carpentier (1904-1980), scrittore e saggista cubano, nelle sue <em>Confesiones sencillas de un escritor barroco</em> (1964). Tutti gli scrittori degni di questo nome, antichi e moderni, classicisti e barocchi, lo hanno sempre saputo.</p>
<p>Poi, improvvisamente, dagli anni ottanta del secolo scorso, la biografia dell’autore ha cominciato a diventare più importante della sua opera.</p>
<p>Che cos’è successo? Uno strano virus biofiliaco si è insinuato anche nelle menti più raffinate, tanto che, ad esempio, i diari, le lettere, perfino i disegni di Kafka, uno scrittore dalla vita assolutamente anonima, sono diventati più autorevoli dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Per non parlare di autori come Hemingway, la cui vicenda biografica è stata a volte più romanzesca di quella dei suoi personaggi. In questo caso l’opera è stata sistematicamente sostituita dalla volontà biofiliaca – una sorta di <em>gossip</em> accademico – di conoscere l’uomo che si nasconde dietro l’artista.</p>
<p>Le cose non sono andate diversamente se l’autore aveva subito in gioventù il fascino di qualche regime politico, o se si era trovato invischiato in quella che tutti gli adepti della religione del progresso chiamano fieramente la parte sbagliata della Storia: le opere di Borges, Orwell, Malaparte, Cioran, Bellow, Kundera (la lista sarebbe lunga) invece di essere interpretate attraverso la lente estetica sono state spesso giudicate da un tribunale ideologico.</p>
<p>Come se il presente, in virtù del suo essere presente, avesse sempre ragione! Come se gli uomini venuti dopo fossero sempre più intelligenti di quelli venuti prima! Per caso qualcuno oggi conosce un uomo o una donna più intelligente di Platone? Un amico, un giorno, verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, epoca in cui il tribunale emetteva dalle pagine dei giornali ogni mese una condanna a scrittori e pensatori del XX secolo (credo che in quel momento fosse il turno di Heidegger), mi disse che tutta quella gente aveva sbagliato mestiere: avrebbero dovuto fare gli aguzzini o scavare fosse nei cimiteri pubblici.</p>
<p>Carpentier, avendo appoggiato fino alla fine la rivoluzione cubana ed essendosi “macchiato” di una certa cecità rispetto a quello che, soprattutto nel corso degli anni settanta del secolo scorso, il suo amico Fidel Castro aveva cominciato a infliggere a scrittori e intellettuali che si opponevano ai suoi diktat, ha subito un po’ la stessa sorte: è stato da una parte fin troppo esaltato e dall’altra ostracizzato. Risultato: una valanga di pomposi studi accademici da parte degli specialisti latinoamericani e un silenzio da congiurati o una metodica ignoranza da parte degli scrittori e dei critici europei.</p>
<p>L’opera ha a che fare con la vita di chi la crea, certo. Ma da qui a leggere l’opera dopo aver compulsato i referti clinici, i registri della polizia segreta e le tendenze sessuali dell’autore&#8230; Negli ultimi tempi, poi, gli stessi scrittori sembrano essere stati contagiati dal virus che qualche decennio fa aveva infettato i loro lettori. Che quest’ultimi, con il passare del tempo, glielo abbiano trasmesso? Sta di fatto che succede che si ammalino gravemente e che mostrino il decorso della loro malattia in una serie di video; o che si innamorino e postino in rete le foto della loro nuova fiamma; o ancora che incappino in una depressione e scrivano nel loro blog allarmanti richieste di aiuto. Lo fanno per dovere di cronaca? Perché se non si mettono in mostra temono di non esistere? O forse l’esibizione dei loro peccati e delle loro debolezze fa parte di una strategia di mercato? I lettori biofiliaci hanno infatti, secondo le case editrici e i pubblicitari, il sacrosanto diritto di conoscere fin nei minimi dettagli la vita dei loro idoli. Si tratta di narcisismo all’ennesima potenza? O semplicemente la vergogna, il pudore e la discrezione non fanno più parte della scala dei sentimenti umani? […]</p>
<p>*</p>
<p>Qualcuno ha detto, giustamente, che la produzione saggistica e giornalistica di Carpentier è quasi tanto importante quanto quella romanzesca. E, inoltre, copre tutte le arti e tutte le letterature. Carpentier poteva scrivere di qualsiasi letteratura europea come se si trattasse della sua, ma senza mai dimenticare – e in ciò è stato più unico che raro – che per comprenderla in profondità bisognava compararla con le letterature degli altri continenti, in particolare di quello americano. Conoscitore di tutte le avanguardie e di tutti i modernismi del XX secolo, fu l’unico scrittore latinoamericano a vivere da vicino “la rivoluzione surrealista” e il primo a far conoscere sin dagli anni trenta del secolo scorso agli intellettuali parigini, come al solito riluttanti ad avventurarsi oltre i propri confini, “i punti cardinali” del romanzo latinoamericano senza il quale la storia del romanzo del XX e del XXI secolo sarebbe incomprensibile. In ogni suo saggio, come in ogni suo articolo, si respira qualcosa che si è quasi totalmente perduto: un vero cosmopolitismo, attento alla Storia, alle singole civiltà, alle identità culturali e ai <em>décalage</em> cronologici tra i diversi paesi. E qualcosa di ancora più perduto in questa nostra seconda Modernità – che nessuno ormai, dopo quarant’anni di equilibrismi filosofici e fulminanti carriere universitarie in suo nome, chiama più post-modernità – in cui al terrore e alla poesia del XX secolo sono subentrate nel XXI l’anestesia dei sensi e l’assenza di ribellione: una capacità di amare l’opera altrui senza alterare il proprio amore per il senso critico.</p>
<p>Mentre traducevo gli articoli, i saggi, le cronache e le interviste di Carpentier (una goccia nel mare della sua enorme produzione!) mi chiedevo se i temi, gli autori, le idee che vi sfilavano e perfino il modo in cui erano esposti facevano parte del mio mondo, o se invece erano stati seppelliti sotto un chilometro di “post-verità”, come oggi dicono quelli che la sanno lunga. Cioè, in pratica, di false verità. Di verità a cui si aggiunge il prefisso “post” perché non si è in grado di afferrare l’irruzione di una nuova realtà attraverso la creazione di un nuovo vocabolo o peggio, perché si desidera semplicemente intorbidare le menti. Che cosa avrebbe detto Carpentier di tutti i nostri “post”, “neo”, “trans” che dall’epoca della sua morte affibbiamo a qualsiasi parola? “Transavanguardia”, “post-umanità”, “post-letterario”, “post-comunismo”, “post-fascismo”, “neo-liberismo”, “neo-umanesimo”, “transculturalità” e così di seguito, <em>ad libitum</em>, fino alla fine della Storia… Ecco, lui, così attento a tutte le tappe storiche dell’umanità (dal Neolitico, in cui ancora vivevano molte tribù dell’America Latina negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, fino ai continui sconquassi e massacri degli anni sessanta e settanta provocati da qualche dittatore), tanto da farne costantemente il punto di partenza e materia narrativa di tutti i suoi romanzi, da <em>Il regno di questo mondo </em>(1948<em>) </em>fino a <em>L’arpa e l’ombra</em> (1979) passando per <em>Il secolo dei lumi</em> (1962) e <em>Concerto barocco</em> (1974)<em>,</em> avrebbe forse affermato che i nostri poveri suffissi posti davanti ad una moltitudine di parole note rivelano sì la necessità di qualcosa di nuovo, ma una necessità non supportata purtroppo da un vero coraggio di inoltrarsi nell’ignoto. Avrebbe affermato che, se non troviamo le parole per dire porzioni di realtà che ci sembrano nuove, ciò significa solo due cose: che non abbiamo rischiato abbastanza la pelle o che quelle porzioni di realtà sono state già scoperte e che stiamo solo rifacendo il verso a chi ci ha preceduto. Credo che, agli occhi di Carpentier, questo spreco di “post” e “neo” avrebbe rivelato anche un’altra cosa: la nostra resa, questa sì “post-storica”, a concepire come valore la continuità della Storia. Avrebbe rivelato la nostra totale perdita di fiducia nel passato come nel futuro e di conseguenza nella possibilità di ritrovare nell’uomo del XXI secolo caratteristiche e costanti dell’uomo non solo del XX secolo, ma di tutti i secoli precedenti.</p>
<p>*</p>
<p>Per Carpentier, grande conoscitore delle religioni e delle culture afrocubane e precolombiane e delle cosmogonie del suo continente, l’uomo è un essere storico in guerra contro il tempo, la cui aspirazione all’eternità, ovvero a un tempo atemporale in cui si troverebbero sincronizzati tutti i tempi storici, è asintotica, infinita. Anche per Carpentier <em>polemos</em> è il padre del mondo e l’uomo – come del resto i suoi <em>alter ego</em> immaginari, i personaggi romanzeschi – non può che accettare con “spirito prometeico” l’agone:</p>
<p>Si è detto che i miei personaggi mostrano di solito un atteggiamento pessimista perché non sembrano mai completamente soddisfatti di quello che hanno realizzato. Ma l’uomo <em>completamente soddisfatto di quello che ha raggiunto</em> e che non cerca <em>più in là</em>, si immobilizza. In altre parole, smette di vivere pienamente. La grandezza dell’uomo risiede nel suo “non riposare sugli allori”, per usare un’espressione popolare. Ogni giorno, una volta sveglio, deve entrare nella vita con spirito prometeico, dicendosi: “Fino a oggi non ho fatto nulla”, per quanti siano stati fino a quel momento i suoi apparenti successi…</p>
<p>Sorge la domanda: dove si manifestano questi istanti di sincronizzazione più o meno perfetta di tutti i tempi storici? Risposta di Carpentier: nelle pratiche magiche, nei riti religiosi, nella musica, nell’arte e, in tempi più recenti, nel romanzo e nel racconto, che l’autore ha sempre concepito in forma di microromanzo.</p>
<p>Non è un caso che la sua raccolta di racconti, pubblicata nel 1958 e poi di nuovo nel 1971, prenda questo titolo: <em>Guerra del tempo</em>. Al suo interno c’è un racconto, intitolato <em>Simile alla notte</em>, che mi è sempre sembrato contenere l’essenza non solo dell’estetica dell’autore, ma anche della sua concezione dell’uomo in relazione alla Storia e al tempo. Diviso in quattro brevi capitoli, il racconto narra di come, in una sola notte, un personaggio attraversi secoli e secoli di Storia: è allo stesso tempo un soldato greco che attende di salpare per Troia; un soldato spagnolo del XVI secolo in procinto di andare a conquistare il Nuovo Mondo; un soldato francese del XVII secolo che sta per raggiungere un esercito di colonizzatori nell’America del Nord; un soldato del XII secolo che, vittima di una malattia, non riuscirà ad aggregarsi ai suoi compagni in partenza per la quarta Crociata; un soldato che attende di partecipare alla Prima guerra mondiale; un soldato dell’esercito anglo-americano che si prepara allo sbarco in Normandia. Carpentier riunisce, in una sola notte, molte generazioni umane. Alcuni dettagli permettono di distinguere le diverse epoche. Tuttavia, tali dettagli non sono presenti per rendere realistica la narrazione, ma per mettere maggiormente in evidenza la stessa situazione che si ripete in ogni epoca. L’ambiente può ben cambiare, ma la situazione del soldato alla vigilia della sua partenza per la guerra è sempre la stessa: la paura, la speranza, il congedo dalla famiglia, l’ultimo saluto all’amata, il richiamo della vita, il destino di morte sono gli stessi. […]</p>
<p>Tutti noi siamo individui unici e irripetibili nella misura in cui siamo in grado di sopportare l’enorme peso della ripetizione. La seconda, la terza, la centesima volta in cui ci troviamo a letto con la stessa donna le nostre sensazioni non sono più così forti come quelle che abbiamo provato la prima volta. E così quando ci ritroviamo per l’ennesima volta davanti alla stessa porta di casa, allo stesso binario alla stazione, alla stessa strada da prendere. Dipende dalla nostra forza unica e irripetibile se non soccombiamo alla forza uniformante della ripetizione. Tuttavia siamo consapevoli che, senza la forza della ripetizione che ci opprime, non saremmo in grado di metterci a lottare contro il tempo allo scopo di vivere più intensamente, cioè liberi, apparentemente liberi, liberi per pochi istanti, dalla ripetizione. Perché, in realtà, dalla ripetizione non ci si può liberare. Una volta cambiata professione, donna o paese, la ripetizione, data la sua natura, dopo un po’, torna a farsi viva. Tuttavia questa impossibilità, per quanto sembri negare la nostra individualità e il nostro desiderio di cambiare, ci offre come contropartita una delle possibilità esistenziali più gratificanti: quella di entrare in dialogo con i nostri progenitori e con i nostri discendenti. Qualsiasi cosa accada, sia accaduta o accadrà, nella ripetizione di un gesto, di una parola, di un pensiero, perfino di un sogno, possiamo sentirci improvvisamente contemporanei a tutti gli altri uomini del passato e del futuro: è questa la solo forma di eternità concessa all’uomo storico in lotta contro il tempo. Con una postilla: che la ripetizione, vissuta con incanto e in modo solenne finché l’individuo ne conserva l’origine occulta e misteriosa (come spiegare altrimenti il valore della ripetizione nel rito, nelle religioni, nella musica, nella poesia, nella magia?) può mostrare il suo volto deforme e parodico, qualora l’individuo prenda atto che la Storia si è convertita in una ripetizione di avvenimenti privi di ogni legame con una fonte originaria, prelogica, prerazionale. […]</p>
<p>La grande sfida narrativa di Carpentier perciò non è quella di controllare la successione degli avvenimenti, ma di rivoltarsi contro la ferrea legge del tempo che passa: “L’angoscia – ha affermato – di fronte allo svolgimento del tempo e le modalità di questo svolgimento mi accompagnano da sempre”. Egli desidera rappresentare un personaggio andando al di là della costruzione psicologica. Perché? Perché pensa che la concentrazione di navi nell’<em>Iliade</em>, al momento dell’assedio di Troia, assomiglia, con le dovute proporzioni, a quella che ha avuto luogo prima dello sbarco in Normandia durante la Seconda guerra mondiale. Perché crede che un dialogo tra un calzolaio e una cliente facoltosa che desidera comprare un paio di stivaletti avvenuto in epoca ellenistica “è esattamente lo stesso” che avverrebbe oggi, nel XXI secolo. Desidera illuminare il presente attraverso il passato e illuminare il futuro avanzando <em>à rebours</em> verso le potenzialità inespresse del passato e del presente […]</p>
<p>*</p>
<p>Tuttavia Carpentier non sarebbe Carpentier, ovvero il padre fondatore del romanzo latinoamericano del XX secolo – romanzo barocco, epico, storico (“La Storia della nostra America pesa molto sul presente dell’uomo latinoamericano; pesa molto di più del passato europeo sull’uomo europeo”), realista e allo stesso tempo meraviglioso (“La realtà del nostro continente è naturalmente meravigliosa”), se non avesse, attraverso le sue opere romanzesche, soprattutto a partire dal viaggio ad Haiti del 1943 e dalla risalita del fiume Orinoco del 1950 che gli avrebbero rivelato la sua missione “americanista”, reclamato, rivendicato e imposto la presenza della natura, dei miti, delle religioni, delle culture dell’America Latina all’interno dei confini del tempo e della Storia, fino a quel momento patrimonio esclusivo del romanzo europeo. Per quanto oggi, perfino le generazioni più giovani di scrittori latinoamericani tendano a trascurarlo, non dimentichiamo il grande gesto inaugurale di Carpentier: è stato attraverso le sue opere romanzesche, soprattutto quelle degli anni quaranta e cinquanta, che l’universalismo europeo ha dovuto riconoscere per la prima volta l’identità americana con la sua natura, le sue razze, le sue religioni, i suoi miti, le sue culture; che l’Europa ha dovuto accettare, seppure spesso a malincuore, che il romanzo, la musica, le arti dell’America Latina non erano appendici esotiche ma parti integranti del suo corpo storico e culturale; che, infine, la parabola discendente del Vecchio Mondo, iniziato con la Prima guerra mondiale, aveva qualche possibilità di interrompersi solo se l’Europa si fosse resa conto delle profonde contaminazioni reciproche che dal 1492 avevano segnato le culture delle due sponde dell’Atlantico.</p>
<p>Non sono nello stato d’animo di chiedermi se dall’anno della morte di Carpentier il declino del Vecchio Mondo abbia subito qualche intoppo o abbia al contrario continuato a declinare. Ciò che invece mi chiedo è: la cultura europea nel corso di questi ultimi quarant’anni ha ascoltato, letto, meditato sull’opera di Carpentier? Ha davvero riconosciuto come suo patrimonio spirituale il tempo e la Storia dell’America Latina? Dopo Borges, Bioy Casares, Arlt, Marechal, Reyes, Rulfo, Paz, Alejandra Pizarnik, Nicanor Parra, García Márquez, Sabato, Mutis, Monterroso, Monsiváis Elizondo, Macedonio Fernández, Fuentes, Vargas Llosa, Cortázar, Onetti, dopo Saer, Pitol, Arenas, Lamborghini, Puig, Wilcock, Piglia, dopo Villoro, Daniel Sada, César Aira, Fresán, Volpi, Palou, Rey Rosa, Alan Pauls, gli scrittori europei, e in particolare quegli italiani, hanno fatto i conti con le scoperte del romanzo latinoamericano? Hanno compreso che cosa ha significato e significa per la storia del romanzo del XX e del XXI secolo?</p>
<p>Un giorno, negli anni novanta del secolo scorso, dopo aver letto <em>Notturno cileno</em> di Roberto Bolaño, ho scritto che oggi un autentico scrittore europeo dovrebbe per forza di cose sentirsi latinoamericano. Bolaño, infatti, diceva di essere sia l’uno che l’altro, avendo appreso in egual misura da Rabelais che da Borges. Non so se Bolanõ concepisse, come faceva Carpentier, l’America Latina come una proiezione utopica e rigeneratrice dell’immaginario europeo, o piuttosto come una sorta di manicomio, ricettacolo di tutte le follie, le crudeltà e i sogni deliranti che l’Europa riesce a esorcizzare arrogandosi il ruolo di paladina dei diritti umani. Ma, restando nel limbo, non si conosce l’inferno. Il fatto è che se la “vocazione europea” dell’America Latina è presente da Carpentier a Bolaño, l’appello latinoamericano è rimasto, a mio avviso, pressoché lettera morta in Europa e nel nostro paese. Il culto di Bolaño non basta. Un autore, avrebbe detto Carpentier, non è sufficiente a creare uno “stile romanzesco”, così come non basta a farlo conoscere. A meno che l’America Latina per il lettore e per lo scrittore europei e italiani non sia quella <em>Kitsch</em>, magico-realista, sciropposa, telecomandata dalle agenzie pubblicitarie, tappezzata da tramonti tropicali, sentimenti assoluti e simpatiche canaglie che si incontra nei best-sellers di Isabella Allende, Luis Sepúlveda e Ángeles Mastretta […]</p>
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		<title>Osservazioni marginali sulla cultura europea contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2019 05:01:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisi dell'umanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-79603 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-300x100.png" alt="" width="300" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-300x100.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-768x256.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-1024x341.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-250x83.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-200x67.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_-160x53.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Euro_Song_Contest.svg_.png 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>Con la morte di Jean Starobinski il marzo scorso arriva probabilmente a estinzione o quasi quella tradizione plurigenerazionale di studiosi novecenteschi, di formazione storicofilologica, in grado sia di muoversi con rigore specialistico su singoli aspetti sia di padroneggiare  una visione d’insieme dei fenomeni culturali e letterari, di cui il più autorevole esponente è stato, a parere di molti, Erich Auerbach.  Si potrebbe affermare che furono studiosi che non avevano bisogno di alcuna comparatistica non soltanto perché il loro standard era quella di conoscere a menadito quattro o cinque lingue e culture, oltre la propria, ma perché essi stessi incarnavano quella sostanziale unità della cultura europea: le opere che analizzavano dentro una specifica letteratura nazionale avevano per loro significato solo in un ambito europeo.  Non credo che la loro scomparsa dipenda dal fatto che oggi non ci sono più ingegni e possibilità di formazione di quel livello, ma dal fatto che nel sistema della cultura contemporanea non esista più uno spazio per percorsi di tal genere.</p>
<p>In un certo senso è sorprendente che in un’epoca globalizzata come quella attuale, in cui grazie alla rete i contatti tra culture sono sempre più immediati e diretti, a scomparire siano proprio quegli aspetti della cultura tradizionale che sono più moderni e per l’appunto più globali. D’altra parte Starobinski, Auerbach e tutti gli altri furono esponenti d’èlite della cultura di un mondo pluricentrico e plurilinguista ( fino al conflitto), in cui fatalmente i rapporti centro/periferia erano più sfumati e per così dire concentrici, mentre la globalizzazione esprime un disegno imperiale di pacificazione del mondo, monolinguistico e imperniato su una rigida divisione di ruoli tra le numerose periferie e un solo centro.</p>
<p>La principale ragione, tuttavia, di questa scomparsa sta nella crisi dell’umanesimo, che secondo una suggestiva formulazione di Peter Sloterdijk è da individuare nell’incapacità della cultura umanistica di svolgere una funzione, simbolica ed effettiva, di unificazione comunicativa degli abitanti di una moderna società mediatica. Le tappe della crisi dell’umanesimo coincidono con lo sviluppo tecnologico della cultura di massa, dalla fine della prima guerra mondiale con la diffusione della radio alla fine della seconda con quella della televisione per arrivare alla rete a partire dalla fine della guerra fredda. In questo modo il processo di formazione che ha al centro il libro, tipico della cultura umanistica, entra profondamente in crisi. La crisi della cultura umanistica si sviluppa lungo tutto il novecento, anche se essa diviene di dominio pubblico solo con la fine del secolo breve e l’inizio della globalizzazione.</p>
<p>Questa scomparsa è purtroppo una cattiva notizia per l’Europa perché l’idea non solo di un federalismo europeo, ma in generale l’idea di un’unità europea a qualsiasi titolo ha senso solo nell’umanesimo: per capirlo non serve sviluppare raffinate analisi comparative fra <em>Il manifesto di Ventotene</em> e il discorso tecnocratico oggi dominante nelle istituzioni dell’Unione, basta considerare lo stato di fatto che oggi in Europa, se si rispettano certi parametri economici, è poi possibile assumere qualsiasi posizione politica o intraprendere qualsiasi tipo di avventura contro qualsiasi degli altri stati membri. Esaurita l’idea umanistica che la cultura europea fosse figlia, al di là delle specificità nazionali, di una comune radice legata all’idea della civilizzazione rappresentata dalla parola scritta, è restata solo un comunanza geografica e di qualche interesse economico, a cui peraltro si contrappongono una storia irta di odi reciproci e altri interessi economici divergenti,  che si è cercato di tenere insieme tramite l’ideologia liberista ossia un’ideologia che propone come cardine della società la competizione a tutti i livelli, tra individui, tra aziende, tra stati.  Indicativa a questo proposito la vicenda della costituzione europea: essa è stata bocciata in quei paesi dove, democraticamente, aveva bisogno dell’approvazione di un referendum popolare perché era talmente intrisa di neoliberismo da risultare agli occhi delle popolazioni un deciso passo indietro rispetto alle rispettive costituzioni nazionali. Non è però il  trattato di Lisbona che ha preso il posto della costituzione europea nella pratica effettiva: l’atto costituente della nuova Unione europea è stato il caso greco e il modo in cui la Grecia è stata sanzionata dalle autorità comunitarie. La vera costituzione europea è rappresentata dalla legge dei mercati e dal sovrano che la custodisce, la Germania.  Questo atto ha segnato anche la fine dell’idea umanistica dell’Europa come comunità legata da radici comuni. Non è un caso che la scelta di questi giorni del governo greco di chiedere alla Germania il pagamento dei debiti di guerra, una scelta in realtà obbligata da quanto il paese ha subito, abbia il significato di reintrodurre nei rapporti europei ciò che era stato lasciato alle spalle alla fine della guerra in nome dell’utopia umanistica europea. La forza e il fascino della comunità europea erano stati proprio la volontà di costruire oltre i disastri della storia in un’atmosfera di speranza, cooperazione e di rottura con il passato che prevaleva comune sugli aspetti di competitività economica: gli atti di ostilità subiti dalla Grecia in questi anni ( ma lo stesso si potrebbe dire dell’azione francese in Libia nei confronti dell’Italia) riportano a un clima e a un sistema di rapporti tra paesi che ricorda oggettivamente quello tradizionale.</p>
<p>Mai come ora ci vorrebbe un terreno comune che può nascere solo dalla cultura, ma se pensiamo alla cultura attuale delle élite, una cultura tecnocratica intrisa di pensiero economico main stream, dobbiamo riconoscere che essa è stata efficacissima nell’alimentare il conflitto, ma quanto a sviluppare un senso di comunità nascente dalla conoscenza reciproca delle rispettive culture e storia non ha, per usare un eufemismo, raggiunto gli obiettivi auspicati. A questo proposito mi ricordo che nei giorni della crisi del 2012 il commissario europeo agli affari economici e monetari Olli Rehn, finlandese, per far capire alla stampa italiana che era un conoscitore della nostra cultura dichiarò che da ragazzo aveva letto <em>Don Camillo</em>. A livello di cultura popolare le cose non vanno meglio: in ogni paese esiste la propria cultura nazionale e quella statunitense egemone a livello internazionale, anzi il livello dei rapporti tra culture popolari europee è in discesa. Fino a trenta quarant’anni  fa per esempio molti cantanti che avevano successo nel proprio paese cantando nella propria lingua riuscivano a diventare noti anche in altri paesi europei, oggi non più.</p>
<p>In questo contesto solo l’habitus umanistico di pensare a una comunanza di civiltà sotto le differenze potrebbe consentire di gettare qualche ponte e pensare a qualche politica che non sia solo rispetto dei parametri, ma che parli alla popolazione europea. D’altronde ci è stato spiegato in tutte le salse che la cultura umanistica non serve a nulla nel mondo contemporaneo e gli unici ponti che interessano sono quelli in cemento armato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Literaturistan</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/27/literaturistan-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 May 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mazzimo Rizzante]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi.Oggi proponiamo questo pezzo di Massimo Rizzante apparso il 23 giugno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>(<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi.Oggi proponiamo questo pezzo di Massimo Rizzante apparso il 23 giugno 2003.</em> La redazione)</p>
<p>Noi tutti che viviamo nella “superpotenza mondo” siamo diventati molto sensibili al richiamo delle differenze.<br />
Il Far West planetario della produzione e del consumo rende uniformi tutte le civiltà.<br />
<span id="more-65"></span><br />
Tuttavia si creano verdi praterie dove si lasciano scorazzare piccoli gruppi di Indiani affinché possano compiere sacrosante razzie e, grazie ad intermittenti ululati, rivendicarne tutto il diritto. La nostra epoca non è poi così stupida: l’adesione entusiastica alle ragioni del mercato è saggiamente compensata da un entusiasmo lirico per le ragioni dei meno “fortunati”: bambini, donne, omosessuali, clochards, minoranze etniche, sadomasochisti: tutti hanno il diritto di conservarsi e di riprodursi. Ma nelle loro riserve.<br />
Il Far West del XXI secolo è la tirannia del mercato ammantata dalla logica falsamente democratica della riserva. Ciò fa sì che tutti si sentano allo stesso tempo cow-boy e indiani, di destra e di sinistra, consumatori ed esclusi: sempre al centro del mondo e sempre eccentrici, pronti a rivendicare la loro differenza.<br />
Cosa che si nota anche nella ex repubblica delle Lettere, nel paese di Literaturistan.<br />
Nessuno scrittore al mondo che non abbia almeno settantacinque anni può rivendicare oggi un grammo di autorità spirituale e letteraria. Ciò che caratterizza, infatti, i sudditi di Literaturistan è la loro “libertà” da ogni autorità e il loro sacrosanto diritto alla letteratura. Di conseguenza, ciascuno scorazza nelle verdi praterie della propria differenza.</p>
<p>Nano-scrittura</p>
<p>I nani non salgono più sulle spalle dei giganti! Essi non arrivano neppure a solleticare loro i coglioni: la nano-atomizzazione della letteratura non produce che marginali senza futuro o specialisti di best-sellers internazionali. Si riproduce qui la dialettica tra la tirannia del mercato e l’enclave falsamente democratica della riserva, dove non c’è spazio per i non-specialisti che tentano di superare le frontiere dei saperi umani per accedere ad una “novità” comune a tutti gli uomini. In altri termini: nel paese di Literaturistan non c’è più posto per gli artisti.<br />
Certo, quando si parla di arte, la quantità non distruggerà mai la qualità. Nel corso del XX secolo ci sono stati eccellenti romanzieri che sono stati in grado di toccare le anime ostili di milioni di persone: Thomas Mann, Ernest Hemingway, Gabriel García Márquez. Ma io non nego, oggi, la possibilità del talento. Io affermo la fine della Repubblica delle Lettere e dell’opera letteraria come luogo di apprendimento per la vita. Io affermo la fine della percezione letteraria del mondo. Io affermo la fine delle élites letterarie – parola fin troppo sacra e fin troppo ricoperta di vergogna – capaci un tempo di assumere, fuori da tutti i protezionismi etnici, una funzione mediatrice tra le culture, le letterature, le opere. Io affermo la grottesca possibilità che i nano-scrittori di oggi diventino nel futuro dei giganti agli occhi dei giovani talenti assunti a tempo pieno dai nano-scrittori-managers nelle loro scuole di scrittura.</p>
<p>Eredi</p>
<p>Ogni dialogo, se aspira ad essere un vero dialogo, ha bisogno di luoghi rappresentativi. Lungo tutto il corso della storia europea questo compito è stato esercitato da uno strumento concreto e imprevedibile, artigianale e spesso clandestino: la rivista. Rivista-manifesto, rivista-passe-partout per il presente, rivista-casa del pensiero…<br />
Oso perfino dire che l’Europa, erede di Atene, di Roma, di Firenze, di Parigi, di Vienna e Praga, fecondatrice della democrazia, ha avuto nella rivista uno dei suoi pilastri. Se un capolavoro può sempre prodursi al di fuori di ogni legame apparente con una società, una rivista letteraria, concepita come polis, forum, atelier, laboratorio di competenze e parlamento di idee, non può nascere né svilupparsi se viene privata di un humus di esperienze storiche e sociali, se essa non rappresenta gli interessi di un gruppo di persone e se, soprattutto, queste persone non accettano la sua funzione mediatrice di tertium necessario tra le aspirazioni individuali e le possibilità immense di aprirsi ad un sapere comune.<br />
Senza riviste non c’è società e, senza riviste letterarie, se ci possono essere ancora dei capolavori, non c’è letteratura, non ci sono vere élites e, di conseguenza, non c’è vero dialogo democratico. E ancora: senza riviste l’arte e la letteratura, benché appartenenti alla “superpotenza-mondo”, dove tutto ci sembra al centro e allo stesso tempo eccentrico, sono condannate a rivendicare la loro esclusione, ad essere dimenticate in aride riserve o in luminosi cataloghi informatici.</p>
<p>Catacombe</p>
<p>Agli inizi di giugno del 2001 ho avuto la fortuna di incontrare Keith Botsford, di passaggio in Italia. Nel 1997, dopo circa cinquant’anni di febbrile attività come scrittore, giornalista, traduttore, storico, professore universitario, e quattro matrimoni, ha fondato a Boston con il suo grande amico Saul Bellow una rivista che si chiama The Republic of Letters. Si tratta di una rivista cosmopolita che, sprovvista di ogni forma di pubblicità e interamente finanziata dai due direttori, esce in modo irregolare (ad oggi, aprile 2003, ne esistono 12 numeri) e che conta qualche migliaio di lettori. Keith Botsford mi spiegava l’anno scorso, quando sono andato a trovarlo a Boston, dove abita, che il loro scopo essenziale è di dare qualche speranza ai giovani scrittori di qualità che non riescono a pubblicare. Saul Bellow, che oggi ha 88 anni, fino a due anni fa consacrava molto del suo tempo a leggere manoscritti inediti e definiva questa sua attività come una missione, “un dovere e un’utopia” in un mondo dove l’attenzione per l’arte diventa sempre più un patrimonio di circoli molto ristretti. Negli Stati Uniti la letteratura di valore è pubblicata quasi esclusivamente dalle case editrici universitarie. Ciò significa che la letteratura tende a diventare un soggetto accademico. E’ per combattere questa deriva che The Republic of Letters è nata. Durante la loro avventura Saul Bellow e Keith Botsford hanno visto confermato ciò che pensavano: negli Stati Uniti esistono eccellenti romanzieri che hanno pochissimi riconoscimenti (Dennis Johnson, Betty Howland).<br />
Di fronte al mio pessimismo di giovane europeo di provincia, questo gigante di settantacinque anni, sorridente, fumatore accanito e pieno di energia americana sbottò: “Ti ricordi i primi cristiani? L’arte oggi vive nelle catacombe ed è nelle catacombe che la fede conserva con più forza la speranza di rivedere la luce. Un giorno di dieci anni fa chiesi a Saul se conoscesse un modo sicuro per formare la nostra sensibilità. Mi rispose di no, a parte forse essere in grado di accogliere dentro di sé alcuni capolavori letterari come se fossero delle ostie consacrate”.</p>
<p>Esegesi e turismo</p>
<p>Sempre nel 2001, due mesi dopo aver incontrato a Venezia Keith Botsford, mi trovavo a Lisbona. Alloggiavo in un piccolo hotel del Chiado, un quartiere storico della città. Era agosto. E non c’erano che turisti. Ero solo e trascorrevo quasi tutto il tempo nella mia camera a leggere. Sfogliavo molte riviste portoghesi dell’inizio del XX secolo. Non c’è niente di più istruttivo e melanconico che sfogliare delle riviste letterarie del secolo passato. Ci si rende conto di come tutte le grandi correnti del pensiero, tutte le rivoluzioni politiche e gli anatemi dell’arte moderna si siano diffusi ed imposti grazie alle riviste. Al punto che la storia culturale dell’Europa potrebbe essere raccontata, come ha detto una volta Milan Kundera, attraverso la storia delle sue riviste. Mi domandavo: perché oggi la rivista letteraria è così snobbata da tutti? Ma ammettiamo che sia sempre stato così. Perché anche la marginalità dell’arte ha oggi perso la sua aura?<br />
Proprio sotto il mio albergo, sulla terrazza della “A Brasileira”, uno dei caffè letterari più celebri della Lisbona modernista e avanguardista, c’è una statua di Fernando Pessoa. Seduto, le gambe accavallate, sembra attendere uno dei suoi amici immaginari. Al suo fianco lo scultore ha collocato una sedia vuota, regolarmente occupata da un turista che sorride al suo fotografo: un parente o un amico. Durante il mio non lungo soggiorno ho visto due, tre persone alla volta prendere posto su quella sedia. Perfino un’intera famiglia: la mamma seduta con il proprio bebé di tre mesi tra le braccia e tre bambini un po’ più grandicelli che, avvinghiati con tutte le loro forze al mito letterario, formavano un commovente grappolo umano. Papà fotografava.<br />
Ecco, mi sono detto, le due forze che cospirano contro l’arte: l’esegesi che trasforma tutto in un monumento e il turismo che trasforma ogni monumento in un parco per l’infanzia. L’arte muore per troppa ammirazione, ma non sopravvive neppure se sottoposta ad un eccesso di innocenza. Tutto ciò che Pessoa ha pubblicato da vivo si trova nelle riviste (“A Renascença, “Eh Real”, “Orpheu”, “Centauro”, “Exilio”, “Contemporanea”, “Athena”, “Presença”), intoccabile per gli esegeti, dimenticato dai turisti. La sua arte non può sopravvivere se non in quanto décor. E’ l’aura di un’arte decorativa che si è sostituita al mistero dell’Eucarestia! “Dei primitivi che non si meravigliano più di fronte a niente”, come aveva detto Saul Bellow.<br />
Il mio stupore raggiunse il suo culmine quando, dopo il solito circo quotidiano, vidi un gruppo di giovani cieche americane accompagnate dai loro assistenti che si avvicinavano brancolando alla statua per consegnarsi anima e corpo all’immancabile rito.</p>
<p>Vana curiositas e follia</p>
<p>La storia europea che fino a ieri poteva essere raccontata attraverso le sue riviste si è, dunque, per sempre chiusa? Lo ignoro.<br />
Ciò che vedo è che le nuove tecnologie informatiche sono al servizio della memoria, della capacità di conservazione e trasmissione del sapere umano, ma la loro strategia di conoscenza è enciclopedica. Che cos’è una rivista in rete? Nel migliore dei casi un’antologia potenzialmente infinita di articoli, saggi, immagini, suoni che possiamo stoccare nel cervello, ma non veramente scegliere. La curiosità che questo sapere enciclopedico stimola non è critica, non è sottomessa al gioco del tempo interiore. Siamo molto lontani dalla ricerca nel presente e nel passato di ciò che è vivo, che segna la riflessione e quasi la forma della rivista letteraria. Al contrario, si tratta di una curiositas infantile di turista diventato esegeta o di esegeta diventato turista che non tiene in conto – non ne ha materialmente il tempo – delle possibilità e dei limiti individuali, che si fa delle illusioni sul potere essere dovunque a casa sua. La vana curiositas di Agostino, diceva Keith Botsford all’epoca del nostro secondo incontro: la curiosità con la quale l’uomo cerca per cercare al di fuori dei propri temi, fuori di sé. Esegesi sofisticata, turismo, curiosità informatica: tutti i nomi della distrazione contemporanea, cioè dell’eterno desiderio umano di essere sempre altrove credendosi dovunque a casa propria.<br />
Proprio perché non mi faccio alcuna illusione sul fatto di poter essere dovunque a casa mia, ogni volta che apro The Republic of Letters o L’Atelier du Roman sono molto lontano dal paese di Literaturistan, da ogni tirannia minoritaria, da ogni falsa democrazia. In ogni rivista letteraria degna di questo nome (foss’anche come questa, effimera, orale e divina) io ritrovo sempre la stessa aspirazione ad abbracciare la Weltliteratur. Un’aspirazione infinita e che tale deve rimanere. Una “follia”, come Goethe stesso talvolta la definiva. Una follia, e forse una fede: una follia e una fede che si levano dalle catacombe.</p>
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		<title>Interférences # 18 / Noi europei</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/30/interferences-18/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Apr 2018 05:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[interférences]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73633 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/wave1-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/wave1-150x150.gif 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/wave1-144x144.gif 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Questo testo d’occasione, mi è stato commissionato dalla rivista “PO&amp;SIE”, che ha dedicato i suoi ultimi tre numeri al tema dell’Europa: <em>Trans Europe Éclairs</em>, n° 160-161, e <em>Trans Europe Éclairs 2</em>, n° 162. <em>Nous les européens</em> è apparsa in francese in quest’ultimo numero. Ne propongo qui la versione italiana. Io non credevo si potesse scrivere una poesia sull’Europa, invece – bene o male – è successo. Il numero 162 include anche testi poetici di Michel Deguy, Michael Battala, Jacques Demarcq, Benoit Gréan, Sophie Loizeau, Valerio Magrelli, Jacques Roubaud e Martin Rueff. Tra i personaggi evocati dai diversi interventi saggistici: Walter Benjamin, Thomas Mann, Paul Valéry, Herman Melville, la poesia modernista, György Kurtág, Beatrice Cenci e Artemisia Gentileschi. A. I.]<span id="more-73365"></span></p>
<p>NOI EUROPEI<br />
<span style="color: #ffffff;">.</span><br />
Stiamo abbastanza bene,<br />
non siamo disorientati,<br />
abbiamo ancora idee, cose da dire,<br />
siamo zeppi di progetti, assidui nell’invenzione,<br />
spostiamo cose, allarghiamo menti</p>
<p>noi europei, la gente ci detesta</p>
<p>non è che mi sia così familiare questa formula, “noi europei”,<br />
certo, comprendo l’urgenza, la necessità dell’epoca,<br />
bisogna mettersi sotto, “noi europei”, all’inizio<br />
suona bizzarra, ma io insisto, per senso<br />
di responsabilità, “noi europei, non siamo mica<br />
morti, teniamo ancora la posizione, siamo qui<br />
nella buona vecchia Europa”,<br />
lo dico da convinto, ma la gente non ci sopporta,<br />
gli diamo sui nervi,<br />
vogliono schiacciarci con i camion, i furgoni, ci sparano addosso,<br />
c’è un malinteso di civiltà, e ci costa caro<br />
in telecamere di sorveglianza</p>
<p>gli esperti, però, dicono che abbiamo fatto le cose per bene,<br />
possiamo esserne fieri, la vecchia Europa<br />
non è poi così vecchia, si modernizza<br />
di continuo, si perfeziona,<br />
siamo adattabili, disponiamo d’una grande tolleranza,<br />
la quantità di cose che siamo in grado di tollerare!<br />
ma è la gente che non ci tollera più<br />
(io vorrei diventarlo<br />
prima di esser fatto fuori con una bombola di gas<br />
un europeo tollerante)</p>
<p>mi rendo conto che non serve più a molto essere francese o italiano,<br />
bisogna far fronte alla competizione mondiale<br />
con una corazza morale e politica di europeo,<br />
ma bisogna saperne qualcosa di storia e geografia, essere<br />
un buon europeo non è innato</p>
<p>spero in ogni caso che se l’Europa esiste,<br />
abbia un corpo sufficientemente compatto e omogeneo<br />
dentro cui infilarmi, un corpo<br />
senza falle, giudeo-cristiano, ma illuminato<br />
fino al liberalismo</p>
<p>ma non si può essere amati sempre, anche i nostri<br />
ci detestano, i più giovani dei nostri, avevano bisogno<br />
di più corsi in storia e geografia, di rispetto<br />
ortografico e grammaticale,<br />
eppure non possiamo, in fondo, essere così cattivi<br />
con tutte le chiese che abbiamo costruito,<br />
nel corso dei secoli null’altro che magnifiche chiese cattedrali opere<br />
di pietà in pietra e marmo<br />
e il giuramento d’Ippocrate<br />
e l’Enciclopedia,<br />
ci siamo sempre preoccupati dell’umanità, dell’umanità intera, totale,<br />
abbiamo esagerato a volte, è possibile</p>
<p>ma la geografia prima di tutto, le buone lezioni alle elementari, alle medie<br />
con la cartina dell’Europa dispiegata sul muro di fronte,<br />
l’Europa dietro alla cattedra come un paesaggio astratto, monotono,<br />
che si anima formicolante di personaggi misteriosi appena la si avvicina:<br />
i cerchi fragili dei villaggi sperduti, i tratti tremolanti<br />
e fini dei fiumi secondari, le isole anonime, pezzi di terra<br />
galleggianti senza scopo lontani dalla coste, dappresso<br />
questa Europa si sparpagliava ovunque, vi si cercava un limite,<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>[un contorno<br />
rassicurante, perché fosse come carne da salsiccia<br />
insaccata per bene, soda di popoli e territori, ma non si capiva mai<br />
il limite, sulla destra, a est, dove finiva la nostra casa comune<br />
in Russia o in Unione Sovietica? il mio sguardo scivolava sempre<br />
al di là degli Urali, sospinto verso il corridoio sconfinato, il grande<br />
serbatoio di spazio: la spaventosa Siberia, si punta dritti a nord,<br />
prossimi al circolo polare artico, partendo da Arkhangelsk, costeggiando<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>[il mare<br />
o si traccia piuttosto un cammino nel mezzo, fino al villaggio di Tobolsk,<br />
prima d’imbattersi improvvisamente sul margine della cartina, là<br />
la Siberia scompariva e il muro della classe tornava, sporco, idiota,<br />
senza lo sfarzo della toponimia, e per questa ragione<br />
non si sapeva mai dove cominciasse l’Asia dove finisse l’Europa<br />
e che cosa fosse esattamente la grande cosa sovietica, amorfa<br />
e ammaliante, che fluttuava nel mezzo,<br />
da quel lato lì, in ogni caso, il limite non era stagno</p>
<p>la frontiera ovest, invece, ce lo avevano garantito, non presentava misteri:<br />
Spagna e Portogallo, poi l’oceano, tutta una superficie azzurra che separa<br />
ma di nuovo ero attratto lungo una diagonale ascendente,<br />
avevo una voglia folle di andare a Reykjavík, lontano da tutto, in un’isola<br />
dove si parlava una lingua improbabile, piazzata sul margine della carta,<br />
verso questo nord assoluto che non possedeva più punti di riferimento,<br />
questo nord che aveva vinto l’ostinazione meticolosa dei cartografi,<br />
non disegnavano quasi più nulla, dei semplici contorni, non si capiva<br />
se fosse mare, terra, ghiaccio o qualcos’altro, d’una materia differente<br />
e anche là i conti non tornavano, ci avevano privati per amputazione<br />
silenziosa della Groenlandia, un risparmio di spazio ovviamente,<br />
ma confondevano ancora le carte, e con difficoltà concepisco,<br />
dopo tale troncamento del regno di Danimarca, la “finezza di sentimento<br />
morale”, decantato da Renan, specifico di noi indo-europei, noi ariani,<br />
dove sarebbe la nostra proverbiale “morbidezza”, a fronte di questo gesto<br />
da macellaio, che vuol sbrogliare una frontiera occidentale poco evidente,<br />
per averla facile sulla carta – piatta, nitida e pulita – l’Europa?</p>
<p>ma l’Europa non è soltanto un territorio, una faccenda di frontiere<br />
o di bacini idrografici, sono d’accordo, è anche una parola,<br />
una cosa simbolica, un sentimento profondo, tutta una storia<br />
di miliardi di anni di cultura, esagero, di milioni,<br />
di qualche centinaio di anni almeno, bisogna porsi<br />
in postura rammemorante: e già compare Rubens<br />
Pierre Paul, vigore e raffinatezza, nessuno più europeo<br />
di lui, ma immediatamente è l’altro che sorge per associazione,<br />
di sei anni più giovane, la porcheria von Wallenstein Albrecht,<br />
il condottiere, sbucano in coppia, il pittore-diplomatico<br />
e il generale-imprenditore, la somma della pittura barocca<br />
e la macchina di saccheggio e massacro della guerra dei Trent’Anni,<br />
non bisogna incupirsi, ma se evoco Wittgenstein Ludwig,<br />
il più radicale e vagabondo dei filosofi del secolo passato,<br />
trascina con sé l’obbrobrio Hitler Adolf, stesse<br />
scuole medie, frequentate a Linz nel 1904, è stomachevole<br />
la memoria per noi Europei, ad ogni istante questa linea<br />
ariana, greca, romana, cristiana, galileiana, sragiona,<br />
si perde, non arriva veramente ad esistere,<br />
noi europei è rischioso essere noi stessi, voler<br />
a tutti costi fare l’avanguardia dell’umanità,<br />
giurare fedeltà alla nostra memoria, alle frontiere<br />
così incerte, noi europei alla fine<br />
cerchiamo<br />
di non essere troppo somiglianti a noi stessi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Testo apparso su <a href="https://www.alfabeta2.it/2018/04/29/alfadomenica-5-aprile-2018//">Alfadomenica #5 – aprile 2018</a> ]</p>
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		<title>La cultura europea s&#8217;interroga dopo la guerra: Gianfranco Contini tra cultura e politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[gianfranco contini]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Palmieri]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Palmieri Interrogarsi sul rapporto tra cultura e politica in un momento storico in cui i valori della cultura non meno di quelli della politica sono scivolati nell&#8217;effimero più vaniloquente o si sono ridotti al grado zero della corruzione morale e penale, non è, credo, senza significato. &#160; La riflessione potrebbe cominciare da un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Palmieri</strong></p>
<p>Interrogarsi sul rapporto tra cultura e politica in un momento storico in cui i valori della cultura non meno di quelli della politica sono scivolati nell&#8217;effimero più vaniloquente o si sono ridotti al grado zero della corruzione morale e penale, non è, credo, senza significato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La riflessione potrebbe cominciare da un libretto di Gianfranco Contini che s&#8217;intitola appunto <em>Dove va la cultura europea?</em>, edito nel 2012 da Quodlibet (Macerata) per le cure di Luca Baranelli e arricchito da un bel saggio di Daniele Giglioli. Si tratta della ristampa del brillante e profondo resoconto della prima delle <em>Rencontres internationales</em> di Ginevra che Contini scrisse nel 1946 per conto della «Fiera letteraria» dove sarà edito il 31 ottobre del 1947 (pp. 1-2).</p>
<p>Questi incontri al vertice dei massimi intellettuali europei avevano cadenza biennale e duravano due settimane. Il tema scelto per la prima delle <em>Rencontres</em> fu, e non paia non a caso, <em>L&#8217;ésprit européen</em>. Tra i partecipanti più importanti segnalo Lukàcs, Jaspers, Spender, Bernanos, Benda, Merleau-Ponty, Starobinski ecc. Per l&#8217;Italia (e Contini se ne lamenta) erano presenti solo Flora, Vigorelli, Campagnolo, Silone e pochi giornalisti. Croce, informato dell&#8217;annunciata presenza di Sartre, aveva declinato l&#8217;invito. Non erano stati invitati Bobbio, Montale, Bacchelli, Vigolo, Alvaro, Calogero, Capitini ecc. Gide e Eliot avevano rifiutato e anche Sartre, alla fine, non era venuto. Silone era poi ripartito senza parlare.</p>
<p>La cultura europea aveva i suoi buoni motivi per interrogarsi dopo la guerra: non solo non era stata in grado di prevedere ed impedire le dittature, il secondo conflitto mondiale e la Shoah, ma spesso per indifferenza, per tornaconto o per adesione ideologica, gli uomini di cultura europei non si erano opposti al fascismo e al nazismo e anzi in alcuni casi li avevano favoriti o ne erano diventati complici.</p>
<p>Naturalmente, oltre ai martiri politici dell&#8217;antifascismo (Matteotti, i fratelli Rosselli, Gobetti, Gramsci ecc.) vi furono luminose eccezioni.</p>
<p>Escludendo per il momento l&#8217;esperienza della guerra partigiana, penso a chi coraggiosamente nel 1925 firmò il <em>Manifesto degli intellettuali antifascisti </em>(Croce, Banfi, Cecchi, Montale, Alvaro, Linati ecc.), a chi non si iscrisse al PNF o a chi si rifiutò di prestare giuramento al fascismo e fu costretto alle dimissioni (Leone Ginzburg) e anche a chi, contro le leggi razziali del 1938, solidarizzò con gli ebrei italiani che persero il lavoro, furono costretti a nascondersi o a fuggire, o furono deportati.</p>
<p>Era dunque opportuno che gli intellettuali europei dopo la guerra si domandassero quale dovesse essere il loro contributo alla ricostruzione morale, politica e civile del continente. Si domandassero cioè quale modello di società era auspicabile e in che direzione dovesse andare la cultura europea. Sarebbe opportuno anche oggi&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gianfranco Contini (1912-1990), oltre ad essere stato il grande critico e e filologo che tutti conosciamo, fu anche un attivo antifascista e un partigiano militante nella Repubblica dell&#8217;Ossola. Nei suoi scritti politici (poco conosciuti) egli aveva sempre affermato la necessità che la cultura non ignorasse in modo ipocrita non solo la dimensione politica ma anche l&#8217;azione diretta.</p>
<p>Contini non è dunque un osservatore neutrale degli incontri ginevrini e nel suo scritto raggiunge un buon compromesso tra il resoconto fedele degli interventi (opportunamente selezionati) e l&#8217;esposizione delle proprie idee sulla materia del contendere. Nel 1946, del resto, ha trentaquattro anni e insegna già Filologia romanza nell&#8217;università svizzera di Friburgo. Al suo attivo, come dicevo, ha l&#8217;importante contributo dato alla Resistenza con la partecipazione alla repubblica dell&#8217;Ossola (nel Partito d&#8217;azione) e svariati articoli politici pubblicati sulle pagine del «Dovere. Giornale officiale del Partito Liberale-Radicale Ticinese», ch&#8217;era il foglio radicale della Svizzera italiana da lui diretto (vd. Renata Broggini, <em>Pagine ticinesi di Gianfranco Contini</em>, Salvioni, Bellinzona 1986).</p>
<p>Questi scritti verranno pubblicati nella sezione culturale di questo giornale da lui intitolata significativamente <em>Cultura e azione</em>. Altri suoi articoli politici compariranno sul giornale socialista di Lugano «Libera stampa» e sul foglio ossolano «Liberazione. Giornale della Giunta provvisoria di Governo e delle formazioni militari dei Patrioti dell&#8217;Ossola». Vale la pena di ricordare che anche dalla Svizzera Contini riuscì a lottare attivamente (e non solo con articoli) contro il fascismo. Come?</p>
<p>In virtù d&#8217;un antico trattato, la Svizzera ospitava sin dal 1907 i rifugiati militari che sconfinavano in armi nel suo territorio. Così, dopo l&#8217;8 settembre del 1943, centinaia di italiani che passarono il confine in divisa furono alloggiati in campi svizzeri. Contini, tra gli altri, si adoperò allora presso le autorità svizzere per permettere a chi ne avesse i titoli di continuare gli studi universitari in territorio elvetico. Tra questi vi furono moltissimi intellettuali antifascisti che divennero suoi allievi tra i quali ricordo solo Dante Isella e Giansiro Ferrata. Contini riuscì anche a strappare alla Confederazione il permesso di ospitare non solo i rifugiati militari ma anche i partigiani civili italiani che fuggivano oltre confine (oltre trentamila persone). Così, nell&#8217;ottobre del 1944, dopo la riconquista tedesca della repubblica dell&#8217;Ossola, la Svizzera accolse moltissimi partigiani e civili che dalla regione ossolana scapparono soprattutto nel Ticino e nel Vallese.</p>
<p>Quando fu proclamata la Repubblica dell&#8217;Ossola (che durò dal 10 settembre del 1944 al 23 ottobre dello stesso anno), Contini lasciò la cattedra di Friburgo e si recò a Domodossola, sua città natale, dove, insieme a Calcaterra, fece parte della «Commissione didattica consultiva» della Repubblica che aveva in don Gaudenzio Calabrò il suo Presidente. In tale veste contribuì a redigere un «progetto di riforma scolastica» che, svecchiati i programmi da ogni nazionalismo e da ogni fittizia romanità, prevedeva un inserimento della cultura italiana nel più ampio contesto europeo. Propugnava inoltre una moderata educazione umanistica non in senso elitario-aristocritico ma nello spirito d&#8217;una educazione armonica del cittadino intesa a promuovere lo sviluppo globale dell&#8217;individuo. Ne derivava l&#8217;immagine d&#8217;una scuola rigorosamente pubblica, non impostata ideologicamente ma pluralista e democratica che seguiva gli sviluppi storici ed era strutturata secondo i modelli pedagogici provenienti dagli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sin dalle prime righe della nostra <em>plaquette</em>, appare chiaro al lettore che Contini vorrebbe che la cultura europea non ignorasse la politica (anzi l&#8217;azione politica) e che parimenti la politica non ignorasse la sua essenza culturale. Perciò attacca con grande <em>verve</em> stilistica quei contributi ginevrini che, in nome di un idealismo ipocrita, predicavano il nobile disimpegno spirituale dell&#8217;arte, la sua neutralità e la sua indipendenza dai rapporti economici e politici della società. Sentite cosa scrive a proposito del cattolicissimo Bernanos:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bernanos [&#8230;] potè spacciare a una folla serale in un autentico teatro il suo ircocervo di sciocchezze, di logica e finezza victorhughiane. (Con la pessima falsità di chi simula lo smercio di verità impopolari, l&#8217;energumeno delle <em>Lettres aux Anglais</em> cumulò in uno solo, piazzato all&#8217;estrema destra, i totalitarismi di destra e sinistra, riservando la sinistra per sé (p. 16)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo di che, il suo fuoco verbale si concentra sul duello oratorio tra l&#8217;esistenzialista Karl Jaspers e il marxista György Lukàcs.</p>
<p>Alle vaghe premesse esistenzialistiche del suo discorso – osserva Contini – Jaspers non fa seguire che corollari di «fraternità universale» e di «vago liberalismo» (p. 24). In particolare la distinzione tra politica e spirito, cioè la motivazione con cui Jaspers si rifiuta di parlare di politica nell&#8217;orientamento culturale della nuova Europa, gli appare non solo un «pretesto alla conservazione» ma anche un discorso «non meno rigorosamente politico» (p. 25) di quello soltanto politico dei marxisti.</p>
<p>Inoltre, quando Lukàcs – usando le armi del suo avversario e cioè ritorcendogli contro una concreta situazione esistenziale –  ricorda a Jaspers</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>che l&#8217;impossibilità di bere una tazza di caffè come conseguenza d&#8217;una lite salariale negli Stati Uniti è pure, per l&#8217;operaio europeo, una prova diretta dell&#8217;unità e della solidarietà del mondo,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contini scrive che l&#8217;intellettuale ungherese aveva messo «il dito sulla piaga del moralismo astratto di Jaspers e di molti europei» (p. 30).</p>
<p>In sostanza Lukàcs appare a Contini il trionfatore ideale di questa corrida filosofica ed è chiaro che la sua simpatia va a questi piuttosto che a Jaspers. Si tratta, però, sempre di una simpatia con riserve. Ad un certo punto del suo resoconto, Contini deplora, infatti, nel dibattito «l&#8217;assenza della &#8216;terza&#8217; voce, per esempio del hegelismo liberale, il silenzio del pensiero italiano» (p. 24). Inoltre quando Lukàcs afferma (pp. 31-32) che nella presente situazione storica egli conterebbe tra i nemici colui che volesse attuare in un paese occidentale la società socialista, Contini ne critica quel tipo di «deformazione ortodossa» (dogmatismo) in base al quale esiste una sola verità e una sola condotta legittima che è sempre quella individuata dalla direzione del partito. Di conseguenza gli dà del «Molotov filosofico» (p. 31).</p>
<p>Mi chiedo anche cosa avrebbe pensato il modernista Contini se nel 1946 avesse conosciuto i gusti letterari di Lukàcs che escludevano dal novero dei grandi della letteratura Kafka, Joyce e Beckett, per non fare che tre soli nomi e tralasciando la celebre polemica sul romanzo che proprioLukàcs ingaggiò con Bachtin, uscendone, direi, piuttosto malconcio.</p>
<p>Certamente a Contini l&#8217;idea di purificare l&#8217;arte espungendone la dimensione politica appare assurda. Tra l&#8217;altro, osserva che era esistito anche un uso politico della letteratura e a tal proposito citava l&#8217;esempio della lettura politica di Virgilio in chiave nazionalistica e razzista che ne aveva dato il fascismo.</p>
<p>Del resto, nel 1945, a guerra finita, nella <em>Lettre d&#8217;Italie</em> (ora in <em>Altri esercizî, 1942-1971</em>, Einaudi, Torino 1972, pp. 69-70), Contini così ribadiva la sua tesi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;indepéndence de l&#8217;art n&#8217;a de sens, disions-nous, que dans son stade ingénu et proprement objectif: un programme orgueilleux d&#8217;indépendence subjective et narcissiste dépasse immédiatement les bornes légitimes. La matière de l&#8217;art serait-elle par hazard autre chose que la substance de l&#8217;homme? On a le droit d&#8217;être apolitique en fait, on n&#8217;a point le droit (dialectique, non pas moral!) de le proclamer et de s&#8217;en targuer, car cette prédication est de la politique. On peut nier à <em>cette</em> politique, non pas à <em>la</em> politique, la possibilité de satisfaire des instances spirituelles.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma ancora più lapidariamente, a metà del nostro resoconto, Contini aveva affermato che «sarà lecito senza peccato di demagogico vocabolario chiamare reazionaria una cultura che, giunta alla sua presa di coscienza, si rifiuti di convertirsi in azione» (p. 26). Queste parole spiegano anche la lettura &#8220;religiosa&#8221; in senso lato e immanentistica che Contini dava della Resistenza la quale, a suo avviso, doveva assolutamente e  immediatamente politicizzarsi, traducendo nel concreto sociale i suoi ideali di eguaglianza e di democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimane da dire che nel nostro articolo, pur così impegnato, non è aliena una grande vivacità letteraria venata da svariate punte di umorismo e ciò rende il testo particolarmente gradevole. Ad esempio, proprio all&#8217;inizio, l&#8217;autore ricorda alcune manifestazioni musicali che hanno fatto da contorno al serioso incontro ginevrino: un concerto «stupendo, liricissimo, di Bartok», <em>La Mer</em> di Debussy («che all&#8217;incorreggibile lettore evoca sempre la spiaggia di Balbec davanti a Marcel») e la versione integrale dell&#8217;<em>Histoire du soldat</em> di Stravinsky «squisitamente servita da Ansermet» (pp. 14-15).</p>
<p>Quanto all&#8217;umorismo, cito solo due esempi: Denis de Rougemont, l&#8217;autore del celebrato <em>L&#8217;amour et l&#8217;Occident</em>, è definito «l&#8217;atletico teoreta, si mormora con applicazioni pratiche, dell&#8217;amore occidentale» (p. 28), mentre nella chiusa del testo Contini si sostituisce a Lucia Mondella ma soltanto evocandola con le parole con cui Manzoni allude all&#8217;<em>Addio monti</em>, cioè il lirico e memorabile soliloquio della fanciulla:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri d&#8217;un letterato italiano mentre il locomotore si staccava a novanta all&#8217;ora dalle rive fluviali e lacustri in vacanza della distensiva, della pacificante Ginevra. (p. 42).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo oggi tra i vari pensieri che ci assillano la vera domanda non è più, ahimè, «dove va la cultura europea?» ma semplicemente «dove va l&#8217;Europa?»&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scuola: elogio del ritardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2015 13:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-58822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg" alt="quaderno di scuola anni 50" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-900x661.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg 994w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Questo saggio è incluso in <em><a href="http://www.alfabeta2.it/2015/11/17/e-arrivato-lalmanacco-alfabeta2/">Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO</a> </em>(Alfabeta edizioni &#8211; DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita economica, ospitando eventi musicali, letterari, gli sarebbe piaciuto davvero, ma ne diffidava, perché era forse impossibile per via della domanda inesistente, anche se lui, ad esempio, pur avendo fatto economia e commercio, amava il jazz. <span id="more-58651"></span><em>Era colpa della scuola</em>, che si capiva quel disinteresse culturale, per il problema degli insegnanti e della loro arretratezza, che non stanno più dietro a nulla; con internet gli studenti ne sanno ormai più di loro e si annoiano, ma disse anche che il problema erano in effetti questi giovani, non rispettavano più niente, perché una volta l’insegnante parlava, aveva una sua autorità, mentre oggi viene zittito, e trionfa il consumismo e l’assenza di curiosità. Così ho potuto appurare che idea avesse della scuola un trentenne italiano qualificato, con tanto di spirito imprenditoriale e aspirazioni culturali, un’idea confusa, anzi perfettamente contraddittoria: la scuola va male perché non tiene il passo con la modernizzazione e perché ha perso i valori tradizionali. Ma quella confusione era anche la mia, era una confusione diffusa. Anche se a me, come insegnate, almeno un punto è chiaro: l’arretratezza culturale della scuola, durante tutto il ventennio berlusconiano, è ciò che l’ha resa abbastanza impermeabile a tutte le propagande revisioniste, razziste, superomiste, e tra i banchi di scuola, ancora oggi, è più facile farsi un’idea chiara della sconvenienza sociale di essere razzisti, truffatori, manipolatori, prepotenti, assassini, che in qualsiasi altro ambito della società.</p>
<p>Una volta, per quelli di sinistra, se uno diceva “Modernizziamo la scuola”, si tirava un sospiro di sollievo, perché chi modernizzava era contro l’oscurantismo e lo stato di minorità delle masse, e quindi “modernizzazione” e “progresso” erano parole amiche. E, salvo modernizzazioni folgoranti come quelle realizzate durante le fasi rivoluzionarie, dal dopoguerra in poi le nostre società democratico-liberali si erano assestate su di un ritmo riformistico più o meno sostenuto, e volente o nolente di miglioramenti sociali se ne sono visti, come figli di contadini che diventavano medici professionisti, o figli di operai che insegnavano all’università. E, a sinistra, la gloria dei movimenti di contestazione, come quello del Sessantotto, stava nella capacità di accelerare il processo riformistico, così che si faceva un bel balzo in avanti nell’ambito del lavoro, della scuola o della famiglia. Oggi per via della complessità, che impone un pensiero sottile e sfumato, si è costretti a pensare con una certa complicatezza, ma anche confusamente, perché più il pensiero è sottile più è facile a confondersi. Per cui sulle parole non si può più stare tranquilli, e anche se uno dice “Modernizziamo”, magari è una sciagura, come quando uno dice “Riforme strutturali”, che lì sono addirittura visioni da film dell’orrore.</p>
<p>Questa faccenda del vocabolario, che è come se fosse anche lui, come certe aree geografiche, tutto un po’ inquinato, con dei veleni invisibili, che a occhio nudo, al momento, non si vedono, e poi ti guastano a poco a poco tutto l’organismo, non è facile da risolvere, ad esempio, se uno vuole preoccuparsi della scuola. La scuola infatti è un’istituzione umana, cioè un’invenzione di qualcosa che in natura non esiste, e non è una cosa che si può studiare scientificamente come il funzionamento del formicaio, facendo delle osservazioni regolari o mettendosi dietro un microscopio, bisogna far leva sui nostri vocabolari: perché qualcosa si possa <em>fare </em>a proposito della scuola, bisogna cominciare a <em>parlarne</em>, ossia a trovare le parole adatte, sufficientemente non inquinate e non brumose.</p>
<p>Perché prima di “modernizzarla” o di “salvaguardarla”, sarebbe anche bello capire cosa sia, a cosa serva la scuola. Nel mondo odierno della complicatezza non è che risulti così chiaro.</p>
<p>Partiamo dall’alto, dall’istruzione secondaria superiore – l’aulica università –, e prendiamo quelli che dovrebbero intendersene, e che guidano i processi, i ministri europei dell’Istruzione, con i loro programmi di lunga durata, le periodiche conferenze, loro un’idea chiara dovranno averla e pure i divulgatori, coloro che traducono tutto l’indaffaramento politico in resoconti intelligibili. Infatti, a leggerlo, l’apposito sito Eurydice (“la rete d’informazione sull’istruzione in Europa”) qualcosa persino si capisce. Anche se non sembra, i ministri dell’istruzione delle strategie le hanno, e sebbene suoni strano a chi ci metta piede, o addirittura ci lavori, l’università è <em>il</em> settore chiave “affinché l’Europa possa diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica a livello mondiale”. Quindi, è in questa lotta che si tuffano gli iscritti all’università, quale sia la loro motivazione o il loro ambito di studi, devono far sì che la conoscenza sia carburante per l’economia, e carburante buono, da far filare la macchina europea meglio di quella sudcoreana o statunitense. Potrebbe anche sembrare brutto questo intruppamento della gioventù, che subordina l’approccio generale alla conoscenza – quello che caratterizza tutte le istituzioni educative fino all’università – alla sola logica della crescita economica, dal momento che una competizione è in atto tra Europa e resto del mondo, e ogni talento fresco deve parteciparvi. Certo, contro i catastrofisti, va detto che è meno incruento intruppare nelle aule che dentro trincee o carri armati, come è avvenuto invece il secolo scorso in due davvero catastrofiche occasioni. Lascia comunque perplessi scoprire che il concetto di “capitale umano” circoli in questi testi ufficiali, e che costituisca uno dei mattoni semantici principali della finalità dell’istruzione europea: c’è del capitale umano, e il compito dei formatori pubblici è quello di valorizzarlo. Anche perché, come già evidenziato, nella guerra economica globale, il settore determinante ha bisogno sì di braccia e macchine, ma soprattutto di cervelli, possibilmente raziocinanti e freddi, come li prevede la teoria economica di stampo liberista che ha perfezionato il concetto di cui sopra. Sì, perché tirando le fila delle parole “ufficiali”, le strategie europee appaiono debitrici di un vocabolario che risale a Gary Becker  allievo di Milton Friedman e rappresentante della celebre scuola economica di Chicago. È chiaro, allora, come va intesa l’universalmente auspicata “modernizzazione” della scuola: siamo nel medesimo terreno ideologico (terrorizzante) delle “riforme strutturali”. Mobilità, aggiornamento tecnologico, flessibilità, formazione permanente, eccellenza, ricerca del massimo profitto economico, e le maggiori risorse ai pochi migliori. Ognuno si vada a leggere le priorità connesse al “processo di Bologna”, che è una sorta di piano ormai ventennale per uniformare e riformare i sistemi universitari europei. (Troverà anche riferimenti scarsi e generici alla “dimensione sociale dell’istruzione”, ma si tratta probabilmente di un eco delle Costituzioni nazionali, che non erano ancora ossessionate dalle crescita economica e dal libero mercato.) In uno dei resoconti più recenti sulle attività dei conferenzieri europei , si legge: “Partendo dai risultati degli ultimi 15 anni, le nuove priorità si concentreranno adesso sull’aumento della mobilità internazionale, sull’uso delle tecnologie digitali nell’apprendimento e sul miglioramento delle competenze richieste dai datori di lavoro”.</p>
<p>Proviamo ora, passando dalle parole ai fatti, a considerare queste priorità in riferimento a una situazione concreta. E il discorso non vale solo per l’istruzione secondaria superiore, ma anche per tutto il percorso formativo precedente. L’adeguamento tra finalità della scuola pubblica ed esigenze del mercato del lavoro, così come tra metodi d’insegnamento e tecnologie digitali assomiglia da tempo alla competizione tra Achille e la tartaruga, e questo perché una volta che il sistema d’istruzione è subordinato al mercato del lavoro e all’innovazione tecnologica, esso sarà sempre “secondo”, in ritardo, costretto ad agire di rimbalzo. Sarebbe, allora, opportuno considerare questo <em>ritardo cronico </em>della scuola come il suo fattore più prezioso e specifico. Ma un tale rovesciamento di prospettiva ha senso, se si considerasse l’istruzione come un settore <em>autonomo</em> dell’attività umana, non più definito in funzione di un altro settore specifico come l’economia – intesa poi attraverso il filtro ideologico del liberismo. Si potrebbero così abbandonare tutti gli enormi e fallaci sforzi per trasformare scuole e università in aziende che erogano servizi formativi a singoli individui, in vista di <em>garantire</em> loro un salario elevato in futuro. Allo stesso modo, si potrebbe rinunciare a formare il consumatore all’uso dei prodotti in perpetuo rinnovamento dell’industria digitale. Si frequenterebbe la scuola, semmai, per ritardare l’assunzione di tali orizzonti ideologici e delle mansioni che ad essi conseguono, senza per questo dover introdurre un qualche catechismo libertario e anticapitalista. Sarebbe sufficiente riconoscere il ritardo che già oggi è presente all’interno delle istituzioni scolastiche e valorizzarlo per il suo aspetto sia inerziale sia creativo. Ci vorrebbe, appunto, un rovesciamento di prospettiva, come quello realizzato da Michel de Certeau  nella sua analisi delle pratiche di consumo popolari. Se la scuola non tiene il passo con l’economia della conoscenza, è perché la conoscenza stessa, nel laboratorio collettivo, conflittuale, costituito di affetti e creazioni immaginarie, che è la scuola delle persone reali, ha uno statuto incerto e imprevedibile, e non si lascia somministrare lisciamente come le classi dirigenti auspicherebbero.</p>
<p>L’autonomia della scuola sarebbe, allora, uno spazio allestito per <em>interrogare il sapere, </em>attraverso il primo compito dell’insegnante adulto che è quello di presentare un’eredità culturale allo studente giovane, per comprendere con lui, attraverso le sue reazioni e iniziative, come questa eredità possa essere usata, diffusa, criticata, elaborata, ecc. E tutti quei fattori considerati di “disturbo”, che interferiscono sulla trasmissione dei contenuti o l’acquisizione delle competenze, dovrebbero essere considerate come <em>situazioni tipicamente educative</em>, ossia legittime, inevitabili, e preziose in quanto mettono a confronto le pratiche attestate dell’insegnante e quelle informali dello studente e permettono che nello spazio protetto della scuola entrambe abbiano corso, possano emergere, evitando di sfociare nella reciproca distruzione.</p>
<p>Uno spazio di autonomia e d’interrogazione sul sapere ereditato non può che essere uno spazio collettivo e polifonico, dove è questione di un <em>noi</em>, problematico finché si vuole, ma posto come realtà che precede gerarchicamente ogni <em>io</em>, ed anche di una pluralità di voci, discorsi, lingue, che nessun esperanto “didattico-pedagogico” può illudersi di riassorbire.</p>
<p>Ritornando, allora, al gestore della vineria di Matera, mi vien da dire che gli insegnanti non aggiornati e gli allievi non rispettosi sono in effetti una contraddizione interna alla scuola, sono degli autentici problemi, a patto di considerare che la scuola è, in via ordinaria, una <em>fabbrica di problemi </em>e che proprio questa è la sua funzione, al contrario di quanto vogliamo credere, anche a sinistra, immaginando la scuola come una <em>macchina risolutrice di problemi</em>, di quelli specialmente che nascono fuori di essa. Prendiamo il problema della mancata parità uomo-donna. La scuola di certo non lo inventa, ma permette innanzitutto di <em>inscenarlo </em>e di sperimentare nei casi migliori una possibile <em>soluzione</em>, ossia il trattamento equo di studenti e studentesse. Non sarà però la scuola a risolverlo, con i suoi soli mezzi educativi e in tempi brevi.</p>
<p>A conclusione di questo tentativo di immaginare parole diverse, e quindi un senso e un futuro diverso per la scuola, un’ultima constatazione. Se la scuola produce, nella sua vita istituzionale ordinaria, una gran quantità di problemi <em>legittimi</em>, ve ne sono almeno due del tutto <em>illegittimi </em>che continuano invece a minarla. Non sono anomalie misteriose, ma pubblicamente additate e conosciute da cittadini e governanti. In primo luogo, l’esistenza ormai accettata universalmente di due tipologie d’insegnanti, quelli di ruolo e quelli precari, con diversità importanti di garanzie, privilegi e retribuzioni. (A ciò si aggiunga l’indecente storia delle modalità di reclutamento dell’ultimo quindicennio.) In secondo luogo, l’Italia è tra i paesi europei con le medie peggiori relative sia all’abbandono scolastico sia alla scolarizzazione superiore. D’altra parte, nessuna di queste aberrazioni italiane potrà essere corretta da una politica scolastica di fattura europea e modernizzante, fintantoché quest’ultima abbia come presupposto culturale l’idea che, di fronte ai docenti, soggiornino chili di capitale umano da valorizzare.</p>
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		<title>Tanto baccano per una strage</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2015 13:32:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Perché tanto baccano per le stragi del 13 novembre a Parigi, che hanno fatto solo 130 morti? La domanda è legittima, se uno considera che la copertura mediatica di queste stragi è stata particolarmente intensa a livello mondiale. A ciò bisogna aggiungere le reazioni di solidarietà espresse sia dalle istituzioni sia dai cittadini di un gran numero di paesi, e ulteriormente amplificate dai media. Certo, una strage di civili inermi realizzata da un’organizzazione terroristica è una fatto che suscita sempre emozione, e solleva una quantità di questioni sulle conseguenze politiche e sociali, ma l’impressione che alcuni hanno avuto è che a Parigi una strage terroristica abbia uno statuto <i>speciale</i>. Ci si è chiesto, insomma, se l’attenzione mediatica, l’empatia e le espressioni di solidarietà non siano <i>selettive</i>, e non finiscano, in questo modo, per delegittimarsi o, addirittura, per apparire un po’ oscene. Questa critica può assumere svariate forme. Elenchiamone alcune.<span id="more-58322"></span></p>
<p align="JUSTIFY">I francesi si sentono sempre al centro del mondo, ma perché i loro morti dovrebbero pesare di più dei morti che altri paesi europei hanno conosciuto per simili cause, sia che si trattasse di terrorismo di matrice islamista o di matrice politica e nazionalista? I 130 morti europei contano più dei 224 in gran parte russi, provocati dall’esplosione di un aereo turistico due settimane prima, rivendicata dallo Stato Islamico? L’eurocentrismo impedisce ai cittadini europei e non musulmani di considerare che le vittime più numerose delle diverse organizzazioni del terrorismo islamista sono persone di religione musulmana che risiedono al di fuori dei confini europei? Gli europei non si rendono conto che, nel mondo, vi sono molteplici guerre in atto, di cui si parla pochissimo ma che sono responsabili ogni giorno di innumerevoli morti tra la popolazione civile? Tutto questo è vero, ed è importante ricordarlo. È importante che qualcuno ci ricordi, quanto sia <i>selettiva</i> la nostra compassione e la nostra attenzione nei confronti delle vittime innocenti della guerra e del terrorismo, e di tante altre cause prodotte da scelte umane e non da leggi fatali della natura. Dobbiamo, però, anche essere coscienti che la nostra compassione non potrà mai essere che selettiva. Innanzitutto, è assurdo ipotizzare l’esistenza di un tribunale neutrale e sovrastorico in grado di calcolare il grado di copertura mediatica assoluta che un evento dovrebbe ottenere in virtù del suo carattere intrinseco. In secondo luogo, non è possibile, umanamente, rispondere empaticamente a tutte le sofferenze terrestri, siano pure quelle più ingiuste ed evitabili. In una tale circostanza, tranne i pochi che raggiungerebbero una condizione prossima alla santità, gli altri si getterebbero in breve tempo dalla finestra. Vi è poi un fatto semplice da ricordare: Parigi è la capitale del turismo di massa, del turismo mondiale, in un testa a testa con Londra per il conteggio dei milioni di turisti che la percorrono ogni anno. Ed è stata proprio l’esperienza turistica (inautentica per eccellenza) a costituire per molte persone, anche geograficamente e culturalmente lontane da Parigi, un elemento di prossimità, un’occasione di empatia e riconoscimento con le vittime e i superstiti. Perfidia della storia vuole che la rivelazione di un possibile terrorismo di massa si realizzi proprio nella città del turismo di massa.</p>
<p align="JUSTIFY">Se con gli attentati nei confronti dei vignettisti di <i>Charlie</i> e i clienti ebrei dell’<i>Hyper Cacher</i> si profilava ancora una violenza di carattere ideologico, le sventagliate di kalashnikov contro delle persone sedute ai tavolini di un bar o riuniti in una sala da concerto hanno perso per noi un plausibile contorno motivazionale. Si apre uno scenario inedito: qualsiasi francese può sparare, in qualsiasi occasione, su qualsiasi altro francese. Quello che sappiamo (abbastanza poco) sulle biografie dei terroristi e, più in generale, delle reclute francesi dello Stato Islamico, permette di affermare almeno una cosa: la non omogeneità del profilo sociologico e la rapidità del percorso di radicalizzazione del futuro jihadista. E i candidati al viaggio iniziatico in Iraq o Siria, con relativo <i>stage</i> di guerra civile e razzia, non sono solo individui con un passato di esclusione sociale, delinquenza e prigione, ma anche giovani rappresentanti delle classi medie, alcuni dei quali convertiti, in quanto provenienti da famiglie cattoliche o atee. Qualcosa di molto spaventoso si è intravisto nelle pieghe di un avvenimento già sufficientemente orribile e sconcertante. Qualcosa che, in Europa, potrebbe diffondersi oltre i confini della sola Francia o del solo Belgio, e acquisire la frequenza di un evento banale. (Qualcosa, inoltre, che ricorda lo spettacolo truce che i protagonisti di <i>Salò </i>di Pasolini, nella scena finale del film, osservano attraverso un binocolo da una finestra della villa, dove hanno inscenato il loro teatro di sevizie.)</p>
<p align="JUSTIFY">Si è voluto a tutti i costi parlare di &#8220;guerra&#8221;, per descrivere l’impatto eccezionale di questi fatti. Ma le stragi del 13 novembre illustrano un’azione di perfetto terrorismo, una semplice e impietosa rappresaglia nei confronti del nemico, che non ha alcun valore strettamente militare, ma solo propagandistico. (Il successo degli attentati, sia nei confronti della Francia che della Russia, non dà allo Stato Islamico alcun vantaggio militare, anzi lo costringe a far fronte ad un’intensificazione dei bombardamenti aerei. Il successo, quindi, viene riscosso su di un altro fronte, quello della battaglia mediatica per il prestigio.) Evocare uno scenario di &#8220;guerra&#8221; significa proiettare nel futuro quanto è accaduto nel presente, andando a costruire una serie immaginaria. È solo in questo modo, d’altra parte, che la maggior parte di noi europei, cresciuti in un tempo di pace, finisce con il fare un’esperienza diretta della guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo fatto ha diversi risvolti. Il primo riguarda il risveglio di coloro che, in qualsiasi punto della scala sociale, per interesse cinico o pulsione oscura, sono attirati dallo scenario dello scontro bellico e mortale. Un altro aspetto, con un significato ben diverso, può essere espresso dalla formula: &#8220;i francesi (gli europei) <i>scoprono </i>cosa davvero è la guerra, dopo averne seguite una gran quantità sui giornali e in TV, e dopo aver legittimato i propri governi a farne un certo numero <i>a distanza</i>, tramite l’esercito professionale&#8221;. Alcuni commentano in modo sarcastico questa &#8220;scoperta&#8221;. Ma non vi siete accorti che viviamo in uno stato di guerra permanente, che sono più di una quarantina le guerre in corso e che esse fanno sempre più vittime nella popolazione civile? Voi prendete coscienza della barbarie della guerra perché un giorno centotrenta persone vengono ammazzate per le nostre strade? Bè, questo potrebbe essere un inizio. Una cognizione dell’orrore della guerra potrebbe, allora, nascere dalla paura che si ripresenta puntuale salendo su di un mezzo pubblico o camminando per una stazione ferroviaria. E forse anche proiettando una scena televisiva di massacro in un luogo che abbiamo conosciuto e amato in qualità di meri &#8220;turisti&#8221;. Tutto questo potrebbe avere almeno come effetto quello di renderci <i>la guerra patita dagli altri qualcosa di più reale</i>, di più vicino a noi e dunque più intollerabile. Il paradosso di molta popolazione europea e occidentale sta nel fatto di essere, da un lato, molto poco propensa a morire in guerra, in quanto troppo &#8220;educata&#8221; ai vantaggi di un lungo periodo di pace ma, dall’altro, tale familiarità con la pace ci rende indecifrabile, e in qualche modo irreale, ogni forma di guerra che si svolga al di fuori delle nostre frontiere.</p>
<p align="JUSTIFY">Le sventagliate di kalashnikov non sono i mezzi più idonei a risvegliare le coscienze, né lo sono le emozioni che nascono da loro ricordo. L’odio chiama l’odio, e l’agguato terroristico risveglia le vocazioni belliche (il sito dell’Esercito francese ha conosciuto vette di traffico, con un aumento di domande di arruolamento nei giorni che hanno seguito l’attentato). Per non parlare di quanto sia opportuna, sul piano politico, una miscela di odio e paura. Eppure questa visione spaventosa, di autentica guerra quotidiana, intravista attraverso le stragi del 13, forse può renderci consapevoli del disastro di ampia portata, nel quale noi occidentali continuiamo a camminare, indenni per il momento, ma in genere corrucciati a causa di contrarietà secondarie o decisamente futili. La comparsa di questo odio distruttore e indiscriminato dei terroristi dello Stato Islamico emerge all’intersezione di diverse orbite di crisi. Per questo ogni tentativo, seppure animato da un forte tasso di volontà critica, di leggerlo in termini di semplice causalità sociale o come frutto inevitabile di più globali peccati dell’Occidente, finisce per mancare la complessità di strati, che di quest’odio costituisce il terreno germinativo.</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo gli attentati di gennaio, io stesso scrivevo, come anche altri, che &#8220;lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema <i>repubblicano e francese</i>, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane&#8221;. Oggi mi risulta chiara l’insufficienza di una tale visione. Gli attentatori e il loro odio si trovano oggi all’incrocio di una crisi sociale della società francese (ed europea) e di una crisi sociale e politica del Medio Oriente (e delle società arabe in generale). Queste due crisi geograficamente lontane e nate in contesti storici molto diversi sono entrate d’un tratto in una sorta d’intima risonanza, e si alimentano a vicenda. Da un lato, abbiamo tutto ciò che di deleterio produce una sofferenza sociale provocata dalla mancata o incerta integrazione, una sofferenza, per altro, che non trova sbocchi per esprimersi politicamente, se non nella forma estrema ed effimera del tumulto; dall’altro, abbiamo i frutti dell’onda destabilizzante delle rivolte arabe, che hanno costituito come un prisma in grado di scomporre anni di sofferenza e risentimento cumulati in diversi paesi del Maghreb e del Machrek. Ma queste due orbite &#8220;di crisi&#8221; sono a loro volta intersecate da altre orbite &#8220;critiche&#8221;: quella del fallimento del &#8220;governo mondiale&#8221; a guida statunitense, che in Medio Oriente prima e soprattutto dopo l’11 settembre 2001 ebbe la sua tragica celebrazione. In tale scenario di violenta destabilizzazione, realizzata in questo caso attraverso l’azione militare, le due potenze locali che hanno incarnato maggiormente una continuità politica, ma in senso eminentemente negativo, sono state l’Arabia Saudita, con il suo sostegno a tutto campo del rigorismo musulmano (il <span style="color: #545454;">wahabismo</span>) e Israele, con la prosecuzione della sua politica d’occupazione e di rappresaglia militare in Palestina e in Libano. Infine vi sono due vuoti ideologici che si guardano frontalmente, quello della crescita economica di stampo occidentale, come velleità di un capitalismo insaziabile e autodistruttore, e quello del ritorno al califfato, come sostituto mitico a un vuoto ideologico e di progetto sociale delle popolazioni arabe, dopo la fine del panarabismo e dei movimenti di liberazione nazionale.</p>
<p align="JUSTIFY">Dentro questo inanellamento di crisi di portata storica, ogni facile tentativo di lettura e di taglio, d’iniziativa drastica e risolutrice non può che incrementare il caos e l’entropia, il livello di violenza e il disorientamento ideologico. Non si tratta, certo, d’indossare i panni poco attraenti degli esperti geopolitici o geostrategici. Si tratta di situare gli eventi d’attualità negli scenari e nelle serie storiche sufficientemente ampie per permetterne una lettura non riduttiva, parziale, esorcistica. Solo in questo modo possiamo realizzare in quale condizione tragica ci troviamo, come cittadini di paesi europei e occidentali. I nostri governanti, infatti, propongono soluzioni e vie di fuga, che sono ulteriori sprofondamenti e trappole. Un articolo recente di Helena Janeczek proprio su NI s’intitolava <i>Il trappolone</i>. Ecco, dentro questo inanellamento di crisi di medio e lungo periodo le trappole sono molteplici ed esse saranno tanto più efficaci, quanto più semplici, spettacolari e unilaterali saranno le soluzioni proposte.</p>
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