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	<title>europeana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Europeana, Ferrini, Diderot e forse non tutti sanno che</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Aug 2012 12:54:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Europeana è un libro uscito per la prima volta nel 2005 e riproposto un anno fa in una nuova edizione dalla siciliana duepunti. Se ne parlo oggi, in questa fine estate del 2012 è perchè la sensazione che ho, avendolo acquistato a Mesagne, alla libreria del mio amico Domenico Pinto, la Lettera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/SA1_Ourednik_Europeana_cover-179x300.jpg" alt="" title="SA1_Ourednik_Europeana_cover" width="179" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-43322" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/SA1_Ourednik_Europeana_cover-179x300.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/SA1_Ourednik_Europeana_cover-614x1024.jpg 614w" sizes="(max-width: 179px) 100vw, 179px" /> di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Europeana è un libro uscito per la prima volta nel 2005 e riproposto un anno fa in una nuova edizione dalla siciliana <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/sablier/europeana/">duepunti</a>. Se ne parlo oggi, in questa fine estate del 2012 è perchè la sensazione che ho, avendolo acquistato a Mesagne, alla libreria del mio amico Domenico Pinto, <a href="http://www.iltaccodibacco.it/puglia/eventi/49197.html">la Lettera 22</a>, è che il libro sia effettivamente uscito nel momento in cui, su consiglio di un amico critico con cui sono spesso in disaccordo, l&#8217;ho comprato. Sensazione, per certi versi, verificata quando parlandone in giro, certo non con <em>addetti ai lavori </em>, nessuno ne sapeva niente. </p>
<p>Nel 2007, proprio su Nazione Indiana, Giorgio Vasta pubblicava un&#8217;interessante intervista all&#8217;autore di Europeana, Patrik Ourednik, facendola seguire a una bella recensione del libro pubblicata sempre <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/09/26/intervista-a-patrik-ourednik/">qui</a>. Europeana è in verità un libro la cui prima edizione è del 2001: “Europeana. Stručné dějiny dvacáteho věku”, Rep. Ceca. Dunque, ricapitolando, noi oggi, domenica 26 agosto 2012, parleremo di un libro scritto presumibilmente prima del 2000, pubblicato in Repubblica Ceca nel 2001 e in Italia, una prima volta nel 2005, una seconda nel 2011 e che ha tutta l&#8217;aria di essere non solo appena stato pubblicato ma, mo mo, scritto dal suo autore. Prima di entrare nel vivo di questa mirabolante <em> Breve storia del XX secolo</em> proporrei a chi non avesse ancora letto il libro, la fulminante e precisa sintesi che ne ha fatto <em>The New York Times Book Review</em>, sottoscrivendola in pieno,.</p>
<p><em>« Toccando temi ed eventi diversi tra loro come l’invenzione del reggiseno, delle bambole Barbie, Scientology, l’eugenetica, Internet, la guerra, il genocidio e i campi di concentramento, scandisce un ritmo implacabile che diventa inaspettatamente coinvolgente, addirittura toccante. »</em></p>
<p>Regolata, se così si può dire, <em>la mise en claire</em> delle ragioni per cui vale la pena leggere, presumibilmente acquistare, questo libro, anche perchè è bello, attuale nella sua inattualità, sperimentale nella forma, godibile, edito da una valorosa e indipendente casa editrice siciliana, proposto da critici letterari autorevoli, posso finalmente parlarvi di un percorso di lettura un po&#8217; particolare con la speranza che la cosa faccia conquistare altri lettori al libro, certo che altri lettori, Europeana, ne conquisterà a prescindere.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/scopone2-300x192.jpg" alt="" title="scopone2" width="300" height="192" class="alignleft size-medium wp-image-43323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/scopone2-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/scopone2-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/scopone2-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/scopone2.jpg 459w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <strong>Forse non tutti sanno che</strong>   </p>
<p>Bene. La prima cosa a cui ho pensato, a lettura ultimata, è stata la Settimana Enigmistica. Ma non il mirabolante mondo dei rebus, o i giochi di logica a incastro, le parole crociate quanto la storica rubrica del &#8220;<em>forse non tutti sanno che</em>&#8220;. Leggendo infatti una dopo l&#8217;altra e in rapida successione tipografica e non affatto cronologica, le notizie allestite dall&#8217;autore, vuoi per la lunghezza dei paragrafi più o meno dello stesso numero di battute, vuoi per la mancanza di una logica compositiva tra un fatto e l&#8217;altro, è a quel fortunato <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Cabinet_de_curiosit%C3%A9s">cabinet des curiosités</a> che ho pensato. Ovvero agli &#8220;studioli&#8221; del Rinascimento italiano, in cui vi si trovavano  raccolte d&#8217;arte e di oggetti rari, collezioni enciclopediche di oggetti  preziosi o semplicemente insoliti, noti anche come <em>Wunderkammer</em>. </p>
<p>Più particolarmente, la domanda che mi sono posto era: cosa spinge un lettore in quel buco nero dell&#8217;aneddoto storico, in quelle <em>Wunderkammer</em> verbali, cosa lo fa rimanere incollato a informazioni che riguardano l&#8217;invenzione della cerniera lampo o dell&#8217;uso presso i romani di un tale abito in determinate circostanze.La risposta, ancora una volta, è nella filosofia, nella sua storia. Ha senso immaginare una storia della filosofia senza gli aneddoti che l&#8217;attraversano? Per quanto il rischio sia che ci si ricordi del fatto che gli abitanti di Königsberg regolassero i loro orologi quando vedevano passare il filosofo Immanuel Kant nelle sue passeggiate, dimenticando il resto. Certo ci sono aneddoti e aneddoti, e infatti Deleuze  descriveva l&#8217; «anecdote philosophique», quello che permetteva di cogliere quel misterioso punto &#8220;segreto&#8221; in cui &#8220;<em>la même chose est anecdote de la vie et aphorisme de la pensée&#8221;</em>.<br />
A parer mio in un rovesciamento continuo della frontiera di senso, in Europeana, tra storia bassa e storia alta, tra fatti minimi e grandi narrazioni nella storia, il lettore trova in ognuno dei passaggi come una &#8220;casa di risonanza&#8221;, una casa che non c&#8217;è più ma da cui, in qualche modo, si provenga, come una casa dell&#8217;origine di cui sappiamo il nome ed è <em>novecento</em>. Un Novecento che si ripete, esattamente come certi rimandi che ritroviamo alla fine del libro, oltre il novecento alla soglia del 2000.</p>
<p><strong>Ma cosa c&#8217;entra Ferrini, mo? </strong><br />
Per quei lettori la cui giovane età non ha permesso di &#8220;vivere&#8221; un importante momento della televisione italiana, ovvero il programma <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quelli_della_notte">&#8220;Quelli della notte&#8221;</a> creato da Renzo Arbore, Ferrini era un comico che faceva la parodia del militante comunista romagnolo  che presentava la propria visione del mondo spesso citando, tra le proprie fonti, gli incontrovertibili<em> documenti</em> &#8220;documenti eh!&#8221; della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_Settimana_Enigmistica">settimana enigmistica</a>. All&#8217;epoca, ancora vivevo a Caserta, ricordo che ogni qualvolta a tavola qualcuno se ne uscisse con un aneddoto storico particolarmente strano, <em>strano ma vero</em>, una curiosità inedita e speciale, tutti si pensava che la fonte fosse non tanto una voce tratta dal  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Encyclop%C3%A9die">Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri</a> o dalle milioni di enciclopedie vendute agli italiani, a rate, negli anni settanta e ottanta ma proprio « alLa rivista che vanta innumerevoli tentativi d&#8217;imitazione! » . </p>
<p><iframe loading="lazy" src="http://www.youtube.com/embed/1Q3pASyjvCU" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p><strong>Un finale europeano</strong></p>
<p>In epoche come la nostra, di accessibilità in rete immediata e portatile a tutti i saperi possibili, lasciandomi prendere la mano, come al solito, dalla curiosità, quando ho letto che <em>La Settimana Enigmistica</em>  inventata dal Dottor Ingegner Giorgio Sisini, sul primo numero  pubblicato il 23 gennaio 1932 al costo di 50 centesimi di lire recava in   copertina  l&#8217;immagine dell&#8217;attrice messicana Lupe Vélez, non so perchè, sono andato a cercarmi notizie su di lei. E allora?<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/Lupe_Velez_in_Laughing_Boy_trailer_2-300x232.jpg" alt="" title="Lupe_Velez_in_Laughing_Boy_trailer_2" width="300" height="232" class="alignleft size-medium wp-image-43334" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/Lupe_Velez_in_Laughing_Boy_trailer_2-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/Lupe_Velez_in_Laughing_Boy_trailer_2.jpg 308w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
<strong>Forse non tutti sanno che</strong> The Mexican Spitfire” (“La Lanciafiamme Messicana &#8220;) fu una delle prime star maledette, dalla vita tormentata, sposata una prima volta con l&#8217;attore Johnny Weissmuller, leggendario Tarzan del primo cinema, e che Il 13 dicembre 1944, dopo un&#8217;“ultima cena &#8221; con le sue migliori amiche si suicidò. La filosofia dell&#8217;amore di Lupe Velez, si può riassumere con uno dei suoi più fulminanti aforismi  &#8220;The first time you buy a house you think how pretty it is and sign the check. The second time you look to see if the basement has termites. It`s the same with men.&#8221; Un altro aneddoto riguarda il ritrovamento del cadavere. Pare che non ci fossero foto di Lupe sul letto di morte a commento dell&#8217;elogio funebre della Parsons, celebre cronista della vita hollywoodiana e voci più credibili, testimonianze più o meno dirette raccontavano &#8220;<em>che in un impeto estremo si fosse svegliata durante la notte per vomitare e che, scivolando nel bagno fosse caduta battendo la testa nella tazza del water.</em> Solo i grandi hanno diritto a una morte ridicola, credo abbia scritto Milan Kundera da qualche parte.</p>
<p><strong><em>L&#8217;Insostenibile leggerezza dell&#8217;essere</em>, che inaugurò la collana Fabula della casa editrice Adelphi fu pubblicato nell’ottobre del 1984 ma fu solo nella primavera del 1985 grazie al programma Quelli della notte, e al &#8220;tormentone&#8221; dell&#8217;inventore dell&#8217;Edonismo Reaganiano, Roberto D&#8217;Agostino che lo citava in ogni puntata che se ne decretò il grande successo di pubblico.<br />
</strong><br />
All&#8217;attrice messicana Andy Warhol dedicò Il cortometraggio &#8220;Lupe&#8221;(1965) interpretato da Edie Sedgwick e che ripercorre gli avvenimenti accaduti la notte del suo suicidio. Nell&#8217;agosto del 1969, nel reparto psichiatrico del Cottage Hospital, Edie Sedgwick conobbe Michael Post; si sposarono il 24 luglio 1971. Venne trovata morta dal marito a causa di un&#8217;overdose di barbiturici la mattina del 16 novembre 1971. A Edie Sedgwick, Bob Dylan che ebbe una breve e tormentata storia con la &#8220;bellissima&#8221; ragazza della Factory, dedicò la canzone, <em>Just like a woman </em>. &#8220;Femme fatale&#8221; dei <em>Velvet Underground</em> sembra cucitale addosso.</p>
<p><iframe loading="lazy" width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/r_4wKYrky4k" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Nonostante la pubblicazione del libro &#8220;La fine della Storia&#8221; dello storico post-moderno Fukuyama, Patrik Ourednik, conclude scrivendo che «  beaucoup de gens ne connaissaient pas cette théorie et continuaient à faire de l’histoire comme si de rien n’était. » (p. 151).</p>
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		<title>Europeana e la polvere della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 09:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[europeana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[patrick ourednik]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Vasta [Pubblico oggi la recensione a Europeana di Patrik Ourednik, a breve l&#8217;intervista all&#8217;autore. Recensione e intervista sono entrambe pubblicate sull&#8217;ultimo numero della rivista Notable] C’è un film di William Wyler – un western che si intitola Il grande paese ed è del 1958 – nel quale a un certo punto si assiste [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p><a title="cop_ourednik.jpg" href="http://www.amazon.it/gp/product/8889987642/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889987642&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft" alt="cop_ourednik.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/cop_ourednik.jpg" width="190" height="268" /></a></p>
<p><em>[Pubblico oggi la recensione a</em> <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889987642/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889987642&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Europeana</a> <em>di Patrik Ourednik, a breve l&#8217;intervista all&#8217;autore. Recensione e intervista sono entrambe pubblicate sull&#8217;ultimo numero della rivista </em><a href="http://www.notable.it/">Notable</a><em>]</em></p>
<p>C’è un film di William Wyler – un western che si intitola <em>Il grande paese </em>ed è del 1958 – nel quale a un certo punto si assiste a una scena tipica del western classico: la scazzottata tra cowboy (uno dei due cowboy è un ancora giovane Charlton Heston, fra l’altro).<br />
Le scazzottate, nei western, sono un momento di esaltazione della matericità dei corpi guadagnata attraverso inquadrature ravvicinate, primi piani sia visivi che sonori (il rumore secco e sordo dell’impatto dei pugni contro i volti). La messa in scena della lotta – con le sue contorsioni, le finte, gli evitamenti e le tumefazioni, il ghirigoro di sangue all’angolo del labbro inferiore, la polvere che si solleva e resta per un momento in sospensione, le traiettorie degli sgabelli scagliati attraverso il saloon e tutto l’arcinoto repertorio – è un “luogo” cinematografico nodale: chiarisce i legami tra i personaggi e organizza l’ordine morale a partire da quello fisico. Ha dunque bisogno di una modalità di ripresa molto ravvicinata, che stia addosso ai personaggi e al loro scatenamento agonistico. <span id="more-4480"></span><br />
Si tratta di una consuetudine e di una specifica retorica espressiva. È come se si dicesse: queste scene si girano così!<br />
La scelta di William Wyler è invece quella di inquadrare la scazzottata da una grandissima distanza.<br />
Microscopici, sul filo dell’orizzonte, ripresi ad almeno un centinaio di metri (davanti a loro un grande campo in penombra), i due cowboy fanno a pugni ma allo spettatore sembra di assistere al litigio tra due insetti, tra due artropodi nervosi, due formiche bellicose. La dimensione “epica” (o presunta tale) della scazzottata viene “diminuita” e risolta in un fatto comico se non grottesco. Guardiamo le due silhouettes che si contrastano e l’intrico delle zampette inferocite brancolanti e ci sembra che la lotta, ogni lotta, sia sempre un affare tra imenotteri, una faccenda poco seria.<br />
La scelta di Wyler chiarisce un fatto fondamentale, in ambito narrativo ma non solo: inquadrare in un modo o in un altro, da un punto di vista o da un altro, da una determinata distanza o da un’altra, è fondamentalmente una questione etica. Il modo in cui <em>scelgo </em>di mettere in scena <em>giudica</em> l’oggetto della mia messa in scena. Il punto di vista, cioè, dà forma al giudizio e ci suggerisce una percezione delle cose nitida e indefettibile. Del resto, rimanendo in ambito cinematografico, Ernst Lubitsch – il grande regista tedesco di film come <em>Mancia competente </em>e <em>Vogliamo vivere!</em> – sosteneva che girando un film c’erano tanti punti, sul set, nei quali collocare la macchina da presa, ma uno soltanto era quello giusto. “Ed è il mio”, aggiungeva tranquillo. E aveva anche ragione!).<br />
Proviamo adesso a far slittare questo ragionamento sulla percezione delle cose che discende dalla scelta di uno specifico punto di vista e prendiamo in considerazione un’acquisizione tecnologica (ma anche, come spesso avviene per la tecnologia, percettiva e conoscitiva) tutto sommato recente.<br />
Google Earth è quel software che permette l’esplorazione della geografia del mondo direttamente dal computer. Con Google Earth è possibile sorvolare il mondo e scendere in picchiata verso i sobborghi di Nairobi oppure nel centro di Budapest o nel cratere di Ground Zero. Google Earth è lo spazio del mondo visto dal cielo. È l’elezione di un punto di vista ben preciso – dall’alto a piombo sulla Terra – che ci mostra il mondo come un coagulo di polveri dalle quali occasionalmente emerge una forma, un sistema di linee, geometrie e anamorfosi che sono l’immagine di una città. Quello di Google Earth è un punto di vista satellitare. È la distanza come misura esatta della conoscenza, è un “conoscere da lontano” che ci racconta il mondo come un fatto intimo, come qualcosa che ci riguarda sempre (potremmo dire, a mo’ di sintesi di questo concetto, <em>così lontano così vicino</em>, per citare un film di Wim Wenders di qualche anno fa).<br />
<em>Europeana</em>, invece, allo spazio sostituisce il tempo, al posto della geografia mette la storia. <em>Europeana</em> è quindi un software letterario che permette di osservare la storia dal cielo (e il cielo della storia). Attraverso il dispositivo che si chiama <em>Europeana</em>, tutto appare piccolissimo e lontano e comico, lentissimamente brulicante (ancora una danza di insetti, più esattamente un rondò microscopico). Seguendo lo stesso procedimento percettivo di Google Earth – che ha a che fare con la percezione ma vale anche da strumento “morale” – <em>Europeana</em> permette di rileggere la nostra storia in una prospettiva inedita, felicemente squilibrata, con le gerarchie che vanno in pezzi e i conti che non tornano. E in <em>Europeana</em> la nostra storia, quella degli esseri umani (che è una categoria anteriore a quella di “popolo”, transnazionale e onnicomprensiva), è una cosa lontanissima, una mitologia incapace di produrre un senso che resista, che permanga.<br />
<em>Europeana</em> – il sottotitolo è <em>Breve storia del XX secolo </em>– è anche e soprattutto un libro di Patrik Ourednik, nato a Praga nel 1957 e residente a Parigi – scrittore, traduttore, linguista e redattore di enciclopedie. Nel suo brevissimo testo – centocinquanta pagine pubblicate dalla casa editrice palermitana :duepunti edizioni – Ourednik smonta le percezioni canoniche della nostra storia recente, di quel ‘900 nel quale ancora viviamo immersi, e con le percezioni smonta le nostre idee, la nostra convinzione che X sia più importante di Y, che Z valga meno di W. Leggendo facciamo esperienza di una piccola manifestazione tellurica. La storia comincia a sgretolarsi, a smottare. Da forma più o meno consolidata regredisce (o, chissà!, forse evolve) a polvere. A una polvere molto simile a quella delle città di Google Earth, un insieme di granuli irregolari e impercettibili, una sabbia che scivola da tutte le parti.<br />
In <em>Europeana</em> i fatti canonici del Ventesimo secolo – la Prima e la Seconda guerra mondiale, le dittature, l’Olocausto, l’eugenetica, i movimenti culturali degli anni Sessanta e Settanta, i collassi europei alla fine degli anni Ottanta – vengono raccontati metonimicamente, una parte per il tutto, a partire da eventi all’apparenza irrilevanti – la statura media degli americani che nel ’44 sbarcano in Normandia, l’invenzione del gas senape, la sostituzione del corsetto con il reggiseno, la teozoologia e il progetto di deportare gli ebrei in Madagascar, la “lingua di legno” dei comunisti nella società nuova, il sesso in automobile degli anni Settanta, nel 1986 la creazione di una Barbie vestita con la divisa a righe dei campi di concentramento, la liberazione di scimmie e cani e conigli e cavie e serpenti e rane dai laboratori medici e farmaceutici, il ballo testa rasata contro testa rasata tra un prigioniero che si era salvato dai campi di concentramento e una donna che era andata a letto con un tedesco. La storia si svuota, diventa, nelle parole dell’autore, “un moto incessante e informe che non esprimeva alcunché”. Lo sguardo di Ourednik plana sulle cose – e ancora incontriamo il meccanismo di Google Earth – in un movimento elicoidale; si avvicina partendo dall’alto e scendendo verso il basso in ampie morbidissime volute, in una forma che è quella del Dna (la storia come genetica) ma è anche quella della respirazione (il respiro della storia). La storia si immerge nei polmoni, sta lì in circoli e si fa nuvola, poi torna fuori piano e adesso ha preso il sapore delle nostre bocche, dei nostri corpi. Così, senza mai stacchi, in un mescolamento ininterrotto, perché il racconto che Ourednik fa del tempo è un racconto che non ha virgole, non prevede pause. La storia è un polisindeto naturale, ovvero collega tra loro i fatti attraverso un’infilata di giunti vocalici, di “e”, le cosiddette congiunzioni. Ogni “e” connette il tempo al tempo, il tempo a se stesso. Lo incolla senza lasciar percepire la linea di innesto. In questo modo il tempo si fa flusso, un materiale immateriale che scorre, ancora una volta un respiro, perché il materiale immateriale permanente, che durante tutta la vita non viene mai meno, è il nostro respiro, e la storia di <em>Europeana</em> – la storia come atrocità e la storia come tenerezza – è esattamente questo caos di nubecole in vortice lento e continuo da un dentro a un fuori, da un tempo a un altro tempo, dalla bocca di qualcuno che racconta all’orecchio di qualcuno che ascolta.</p>
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