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	<title>Evelina Santangelo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sicilia Spa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2015 15:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Stassi]]></category>
		<category><![CDATA[LegAmabiente Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[questione meridonale]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Tonnara di Scopello]]></category>
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					<description><![CDATA[una lettera pubblica promossa da Evelina Santangelo e Fabio Stassi   L’accesso al mare alla tonnara di Scopello è uno spazio piccolo e scosceso, ma su quella stretta banchina di fronte ai faraglioni si stanno concentrando molte e grandi questioni: una certa idea del privato e del pubblico, il diritto di usufruire della bellezza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>una lettera pubblica promossa da<strong> Evelina Santangelo</strong> e <strong>Fabio Stassi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-1024x682.jpg" alt="Cartello esposto dai proprietari della Tonnara all&#039;ingresso qualche giorno fa" width="700" height="466" class="aligncenter size-large wp-image-55902" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-900x600.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa.jpg 1280w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p> <br />
<em>L’accesso al mare alla tonnara di Scopello è uno spazio piccolo e scosceso, ma su quella stretta banchina di fronte ai faraglioni si stanno concentrando molte e grandi questioni: una certa idea del privato e del pubblico, il diritto di usufruire della bellezza e il modo di preservarla, lo scontro tra memoria e oblio, l’uso del pregiudizio e il capovolgimento delle informazioni.<span id="more-55898"></span></p>
<p>Un’estate di polemiche e di colpi di scena giudiziari ne ha fatto una vicenda davvero emblematica. Per tutto questo è una battaglia che non riguarda più soltanto il comune di Castellammare del Golfo e le parti in causa, ma solleva un aspro confronto sul rapporto tra beni comuni, istituzioni e cittadini.<br />
La linea secondo cui il privato sia più affidabile del pubblico che, per una volta, cerca di amministrare i beni comuni con rigore sta cercando di imporsi, anche con la benedizione e il sostegno di alcune voci che sembrano parlare a nome di tutti.<br />
Si vorrebbe far arrugginire la memoria come le àncore che occupano una parte di quello spiazzo, visto che uno dei mali dell&#8217;affarismo in Sicilia è passato proprio da pubbliche amministrazioni che hanno favorito interessi privati su beni comuni, spesso con ordinanze confezionate ad hoc.<br />
Aderiamo quindi alla lettera di Evelina Santangelo, come scrittori che hanno a cuore il rispetto elementare dei diritti, delle leggi, e il bene pubblico.<br />
</em> <br />
<strong>Fabio Stassi<br />
</strong><em><br />
 <br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg" alt="sicilia-scopello" width="904" height="576" class="aligncenter size-full wp-image-55903" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg 904w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-900x573.jpg 900w" sizes="(max-width: 904px) 100vw, 904px" /></a></p>
<p><strong>Il vero cancro della Sicilia,<br />
ovvero la questione del libero accesso al mare della Tonnara di Scopello.<br />
 </strong><br />
Un&#8217;amministrazione di un Comune siciliano, una volta tanto, cerca di svolgere al meglio il proprio ruolo, in base al diritto di accesso al demanio, e lo fa assumendosi i propri doveri sino in fondo per salvaguardare il sito e la sua incommensurabile bellezza:<br />
1) ingresso a numero chiuso al mare (200 persone, come indicato dal Prefetto di Trapani);<br />
2) pulizia e sorveglianza del sito;<br />
3) istituzione del servizio di salvataggio (prima non contemplato dalla «virtuosa» gestione dei privati);<br />
4) rispetto dell&#8217;ordinanza della Capitaneria di Porto riguardo all&#8217;uso della spiaggetta adiacente alla Tonnara, per motivi di sicurezza (spiaggetta in cui finora si lasciavano accedere i clienti della Tonnara  in barba a ogni ordinanza e all&#8217;incolumità stessa delle persone).<br />
Dunque, un&#8217;amministrazione di un Comune (dal passato difficile e controverso), una volta tanto, lancia un segnale concreto di discontinuità politica e culturale in una terra come la Sicilia dove eventi del genere dovrebbero essere accolti con entusiasmo e incoraggiati, e per tutta risposta, non solo viene attaccato prima dal direttore regionale di LegAmbiente Sicilia e poi da campioni della difesa di interessi privati in nome di una sorta di pregiudiziale mafiosità o inadeguatezza della pubblica amministrazione siciliana nella gestione dei beni comuni (senza prima informarsi, ad esempio, su una sentenza che ha accusato e rimosso dalla loro funzione gli attuali amministratori privati per gravi irregolarità amministrative e contabili), ma adesso si vede persino ingiuriato con un cartello del genere «La Tonnara è nostra, non è di Cosa nostra» (oggi rimosso su disposizione del Prefetto di Trapani)&#8230; cartello che la dice lunga sullo scempio che oggi in Sicilia si sta consumando sull&#8217;uso disinvolto e subdolo della retorica dell&#8217;antimafia.<br />
Così io da siciliana che conosce e ama quei luoghi penso che, quando finalmente, una volta tanto, un&#8217;amministrazione s&#8217;impegna in un gesto di cura e attenzione, questo gesto ha un valore simbolico, politico, culturale di tale portata che dovrebbe essere appunto incoraggiato, guardato con orgoglio, considerato una conquista. E invece&#8230; viene attaccato, denigrato, accolto con la sufficienza e il cinismo di chi parla con parole violente e mistificatorie come lo sono sempre i pregiudizi&#8230; o di chi ha tutto l&#8217;interesse perché le cose in Sicilia rimangano immutate. E lo fa nel modo più subdolo, facendosi campione di un&#8217;antimafia che ormai sembra diventato l&#8217;ombrello buono per ogni stagione e ogni battaglia.<br />
Così, risulta davvero inspiegabile una siffatta mobilitazione a favore di interessi privati (e speculativi) che con questo ingiurioso cartello rivolto non solo all&#8217;amministrazione, ma a tutti coloro che cercano di difendere i beni comuni, dimostrano un tasso di arroganza insopportabile&#8230; Un&#8217;arroganza e una concezione proprietaria dei beni comuni che fino a oggi, a ben guardare, sono stati il vero cancro della Sicilia.<br />
<strong> <br />
Evelina Santangelo</strong></em><em></p>
<p>Vincenzo Di Pasquale,<br />
Giacomo Di Girolamo,<br />
Roberto Alajmo,<br />
Vanessa Ambrosecchio<br />
Davide Camarrone<br />
Giosuè Calaciura<br />
Gian Mauro Costa,<br />
Davide Enia,<br />
Emma Dante,<br />
Costanza Quatriglio,<br />
Carola Susani,<br />
Elvira Seminara,<br />
Nadia Terranova,<br />
Giorgio Vasta,<br />
Nino Vetri,<br />
Andrea Bajani,<br />
Caterina Bonvicini,<br />
Sandro Bonvissuto,<br />
Teresa Ciabatti,<br />
Teresa De Sio,<br />
Marcello Fois,<br />
Fabio Geda,<br />
Alessandro Grazioli,<br />
Helena Janeczek,<br />
Nicola Lagioia,<br />
Loredana Lipperini,<br />
Michela Murgia,<br />
Sandra Petrignani,<br />
Christian Raimo,<br />
Luca Ricci,<br />
Alessandra Sarchi,<br />
Hamid Ziarati</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Qualche link per saperne di più circa le posizioni in campo.</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="py5UsrQuVx"><p><a href="https://www.teleoccidente.it/wp/2015/04/28/tonnara-di-scopello-libero-accesso-al-mare-legambiente-contro-comune-botta-e-risposta/">Tonnara di Scopello. Libero accesso al mare: Legambiente contro Comune, botta e risposta</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Tonnara di Scopello. Libero accesso al mare: Legambiente contro Comune, botta e risposta&#8221; &#8212; Tele Occidente" src="https://www.teleoccidente.it/wp/2015/04/28/tonnara-di-scopello-libero-accesso-al-mare-legambiente-contro-comune-botta-e-risposta/embed/#?secret=py5UsrQuVx" data-secret="py5UsrQuVx" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="nM77LBU27J"><p><a href="https://www.alqamah.it/2015/07/16/tonnara-di-scopello-legambiente-contro-lordinanza-bisogna-fermare-questi-nuovi-vandali-del-comune-di-castellammare-che-vogliono-continuare-a-sfregiare-la-bellezza/">Tonnara di Scopello, Legambiente contro l&#8217;ordinanza: “Bisogna fermare questi nuovi vandali del Comune di Castellammare che vogliono continuare a sfregiare la bellezza”</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Tonnara di Scopello, Legambiente contro l&#8217;ordinanza: “Bisogna fermare questi nuovi vandali del Comune di Castellammare che vogliono continuare a sfregiare la bellezza”&#8221; &#8212; Alqamah" src="https://www.alqamah.it/2015/07/16/tonnara-di-scopello-legambiente-contro-lordinanza-bisogna-fermare-questi-nuovi-vandali-del-comune-di-castellammare-che-vogliono-continuare-a-sfregiare-la-bellezza/embed/#?secret=nM77LBU27J" data-secret="nM77LBU27J" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe><br />
 <br />
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/07/28/news/scopello_legambiente_contro_l_accesso_gratuito_alla_tonnara-119943238/</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/07/31/istituzioni/immondizia-alla-tonnara-di-scopello-il-sindaco-di-castellammare-presenta-denuncia/93450</p>
<p>http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/01/tonnara-di-scopello-battaglia-sul-ticket-abolito-dal-sindaco22.html</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/01/cronaca/tonnara-di-scopello-interviene-il-tribunale-rimossi-i-dirigenti-della-comunione/93476</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/03/opinioni/mario-giordano-e-la-tonnara-di-scopello-la-sicilia-diamola-in-gestione-ai-privati/93513</p>
<p>http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/08/03/news/tonnara_di_scopello_il_tar_sospende_l_ordinanza_del_comune_torna_l_accesso_a_pagamento-120353123/?refresh_ce</p>
<p>http://www.qlnews.it/2015/08/04/ex-tonnara-di-scopello-torna-il-ticket-sindaco-al-veleno/</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/04/diritti/caso-della-tonnara-di-scopello-il-tar-sospende-l-ordinanza-del-sindaco-di-castellammare/93522</p>
<p>Qui gran parte dei pezzi usciti:</p>
<p>http://247.libero.it/rfocus/23654346/0/scopello-legambiente-contro-l-accesso-gratuito-alla-tonnara/</p>
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		<title>Trittico di Andreotti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/05/12/trittico-di-andreotti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 May 2013 09:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[salvatore lupo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek, Davide Orecchio, Evelina Santangelo Il bambino con la cravatta a righe di Helena Janeczek La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione. Resta frontale dinnanzi alle telecamere, congelato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45588" alt="0bandiera" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/0bandiera.jpg" width="674" height="390" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/0bandiera.jpg 674w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/0bandiera-300x173.jpg 300w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /><br />
di <strong></strong><strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Davide Orecchio</strong>, <strong>Evelina Santangelo</strong><strong></strong></p>
<p><strong>Il bambino con la cravatta a righe<br />
</strong><em id="__mceDel"></em><em>di Helena Janeczek</em></p>
<p style="text-align: justify;">La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione. Resta frontale dinnanzi alle telecamere, congelato dietro gli occhiali rossi, il volto che nella fissità cronometrata in sessanta secondi assume sembianze da tricheco. <span id="more-45587"></span>Ha esperienza di ruoli istituzionali, il Presidente che era stato più volte Ministro dell’Interno, indi anche di telecamere in azione. Più tardi fa sapere di non aver trovato elegante che sia mancata una cravatta nell’emiciclo dirimpetto del Pirellone, incidentalmente bianca a righe rosse. Il Presidente dalla cravatta verde era stato molto rosso, senza cravatta e senza righe, fino al 1979 quando ha conosciuto Umberto Bossi. Incidentalmente quello era stato l’anno in cui ammazzarono il papà dell’uomo con la cravatta sottratta al minuto di silenzio. In quell’epoca remota non v’erano ovunque telecamere e non si può dunque ricostruire con immediatezza se, al momento di essere ucciso dinnanzi al portone della sua casa milanese, il padre dell’uomo con la cravatta a righe che allora aveva otto anni e stava dormendo nella sua cameretta, ne indossasse una, come la sua biografia rende probabile. Il bambino si sarà già svegliato grazie alla raffica di colpi esplosi da una Magnum calibro 357 o solo dopo, a causa delle sirene, le urla e il pianto lancinante che nemmeno la consorte più degna e fedele di un servitore dello Stato, cattolico e monarchico, era riuscita a trattenere in quel frangente? Il bambino crescendo non andava tanto bene a scuola, trovandosi nella necessità di conseguire la maturità in un liceo serale per via del sonno spezzato quel 11 luglio 1979, oppure per il congelamento degli anni dopo, la restituzione del dolore al decoro, in nome della fedeltà alla memoria del marito e padre. Poi ha recuperato quel che da lui ci si aspettava: è diventato avvocato come suo padre, ha lavorato per la Banca d’Italia come suo padre, si è occupato di criminalità organizzata e finanziaria come suo padre, è diventato padre come suo padre, padre di tre figli educati nella fede cattolica e nel rispetto del diritto e dello Stato. Infine ha accettato di sfidare l’uomo delle istituzioni con la cravatta verde e ha perso le elezioni. Inutile domandarsi ora se questo sia accaduto solo a causa del 13,9 per cento confluito su Silvana Carcano, candidata del Movimento 5 Stelle, o anche perché l’avvocato Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli si portava dietro un’aria troppo antica di mestizia parrocchiale e di un passato da scordarsi già scordato. Giulio Andreotti, amico di Michele Sindona, mandante della morte del commissario liquidatore della sua banca privata, decenni dopo, in un’intervista televisiva, aveva con sornionesca eleganza democristiana farfugliato che Giorgio Ambrosoli se l’era andata a cercare. Il capogruppo dell’opposizione al Consiglio Regionale della Lombardia se n’è uscito dall’aula alla chetichella per un tempo nemmeno utile a prendere un caffè o andare in bagno. Ma incontrando inevitabilmente le telecamere ha dichiarato: “le istituzioni sono fatte dalle persone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">&#8230;</span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tratto dello spirito nazionale: fingere di non sapere… Ovvero dell&#8217;ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo).</strong><br />
<em>di Evelina Santangelo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Riporto di seguito alcuni brani di un saggio del professor Salvatore Lupo (</i>Che cos’è la mafia<i> – Donzelli editore 2007) intercalati con qualche mio commento, certe dichiarazioni del senatore Andreotti, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione e alcune parole pronunciate da Michele Greco al Maxiprocesso.</i><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>L’analisi di Salvatore Lupo sulla natura delle relazioni intercorse tra il senatore Andreotti e la mafia, sulla linea difensiva messa in atto dal senatore durante il processo, sulla noncuranza con cui un politico del suo livello ha fatto riferimento a figure di spicco del mondo mafioso che hanno condizionato profondamente la vita democratica del nostro paese mi sembra infatti tra le più acute e feconde per comprendere quel che ancora oggi è uno dei tratti fondamentali di quello spirito nazionale che ha minimizzato, liquidato, dimenticato, taciuto, legittimato fatti gravissimi per ragioni di opportunità (di opportunismo o calcolo), permettendo (in nome di un presunto «bene del paese», di una miope politica di basso cabotaggio) che poteri criminali più o meno occulti, eversivi, si radicassero e rafforzassero fino a dettare le proprie condizioni al paese intero.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i></i><i>La specifica natura della mafia e la sua differenza da altre organizzazioni criminali. L’importanza della rete di relazioni</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«L’esperienza storica indica che la mafia ha colto nei diversi settori economici le occasioni di profitto ma si è anche fatta da parte se la congiuntura era sfavorevole perché non si è mai identificata con essi. Rappresentano per essa risorse assai più rilevanti la continuità storica, il radicamento sul territorio, la forza dei legami interni e la ricchezza di quelli esterni, quel vero “capitale sociale” che consiste nella “capacità di allacciare relazione e costruire reti”» (<em>Salvatore Lupo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Processo Andreotti. Sentenza della Corte di Cassazione del 2004. Passaggio relativo alla rete di relazioni tra l’entourage politico di Andreotti e la mafia</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«La Corte territoriale ha affermato che il sen. Andreotti aveva piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi legislativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; sia pure senza ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l’omicidio del Presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Sostanziale omertà e noncuranza del senatore riguardo alle conseguenze della sua scelta omertosa, interessata e cinica (cinismo politico, calcolo partitico) di avvallare, di fatto, la credibilità, gli interessi, il potere di organizzazioni criminali legate al suo entourage politico, organizzazioni che garantivano il grande consenso elettorale di cui la Dc godeva in Sicilia.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Intervista ad Andreotti sui rapporti tra mafia e Dc, in «Il Corriere della Sera», 17 maggio 2000</i>: «Non ne so molto… Un’esperienza diretta ce l’ha chi ha fatto politica lì. Bisognerebbe chiedere a loro».</p>
<p style="text-align: justify;">«Andreotti rigetta sempre le accuse più gravi al pari di quelle meno compromettenti,  – <em>osserva Salvatore Lupo</em>, – e non fornisce mai un’interpretazione credibile dei fatti cui ha partecipato, per i quali si ipotizza una sua responsabilità, o di cui quantomeno è stato testimone. Ciò vale per il versante finanziario, nazionale e internazionale, della connessione mafia-politica (<i>caso Sindona nda.</i>), come per l’aspetto più propriamente siciliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli non ha ad esempio idea del perché Mattarella sia stato ucciso. Un’idea invece Lima l’aveva, e la confidò a Evangelisti (<i>fedelissimo di Andreotti nda.</i>) “quando si fanno dei patti vanno mantenuti”… Su Lima non cambia la sua favorevole opinione, e naturalmente non sa formulare nessuna ipotesi sul suo assassinio. “L’amicizia tra Lima e Buscetta – afferma ad esempio durante un interrogatorio – è un fatto che sto apprendendo ora per la prima volta”; invece Evangelisti aveva dichiarato agli inquirenti che la relazione tra i due gli era nota e che lo stesso Lima, parlando con lui, aveva definito Buscetta: “un mio amico, uno che conta”. Peraltro il rapporto tra Lima, Buscetta e l’altro mafioso rampante degli anni Cinquanta, Angelo La Barbera, era già stato evidenziato in numerosi atti giudiziari, nonché nelle relazioni e nelle biografia curate dalla Commissione antimafia (<i>Istituita nel 1962, cominciò i suoi lavori nel 1963 dopo la strage di Ciaculli nda.</i>)…</p>
<p style="text-align: justify;">Estremamente disinformato si dimostra Andreotti per quanto attiene i cugini Salvo, coloro che secondo i pentiti avrebbero mediato insieme a Lima i suoi rapporti con i vertici di Cosa Nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">I Salvo erano i maggiori rappresentanti di un ambiguo mondo finanziario siciliano che si collocava vicinissimo ai vertici della politica regionale, da cui avevano ricavato il lucroso ruolo di esattori della Regione. Essi erano molto vicini a Lima e a quanto pare finanziavano la corrente andreottiana. Anche Vitalone ed Evangelisti li conoscevano bene, ma Andreotti, a quanto dice, no.</p>
<p style="text-align: justify;">La Procura ha esibito fotografie… nelle quali il grande statista appare a fianco di Nino Salvo durante un viaggio elettorale siciliano del 1979; alcuni testimoni li hanno visti chiacchierare durante una festa tenutasi in un hotel palermitano di proprietà del finanziere (<i>l’Hotel Zagarella nda</i>).</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti ribatte che in quelle occasioni gli sono state vicine molte persone… di cui non ha saputo il nome né allora né poi.</p>
<p style="text-align: justify;">I magistrati ritengono inverosimile che nessuno dei suoi si sia premurato di presentargli personaggi così importanti (<i>come Nino Salvo, cui per esempio, evidentemente a sua insaputa, il senatore ha inviato nel 1976 un vassoio d’argento per le nozze della figlia nda.</i>) Andreotti risponde che “visti da un’ottica siciliana i Salvo erano persone importanti, ma visti da Roma no…”</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque Andreotti rinuncia a difendersi davanti ai giudici e al popolo italiano… Può darsi che il senatore confidi in un’assoluzione, la quale varrebbe a riabilitarlo davanti agli occhi degli italiani cancellando tutte le accuse, quelle penalmente rilevanti insieme a quelle politicamente rilevanti, tutto fuorché, ovviamente, quelle che da Andreotti stesso fossero ammesse come vere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esigenza di una difesa politica prevarrebbe su quella giudiziaria, e sarebbe la prospettiva di poter tutelare la propria immagine a portare il vecchio leader a negare anche l’evidenza. Però io credo che ci sia dell’altro… E come se il senatore ritenesse che i Greco, Riina, Bontade, Lima, i Salvo, Sindona, i pentiti, i morti ammazzati dell’una e dell’altra parte, la mafia stessa non siano poi cose così degne della sua attenzione. D’altronde così pensava un grande notabile liberale come Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952); solo che la mafia di allora era veramente un piccolo instrumentum regni, non aspirava certo alla gestione diretta del potere politico, non rappresentava un pericolosissimo fattore eversivo…</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti pensa che il grande politico, e la grande politica medesima, attraversino fatti e persone così volgari senza esserne intaccati… Preferisce far credere non solo di non aver fatto, lui, nulla di male, ma che in definitiva non sia successo niente di particolarmente grave.</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti ha controllato per anni i servizi segreti, ha ricoperto le cariche di ministro della Difesa, ministro deli Esteri e presidente del Consiglio, è stato indicato come capo della P2, come capo della mafia, come responsabile di ogni misfatto… Nella raffigurazione che egli dà di se stesso appare invece un uomo tra i più innocenti, tra i peggio informati, soprattutto tra i meno preoccupati d’Italia, indifferente al fatto che il mondo della peggiore macchina politica, dell’affarismo rampante e dei poteri occulti – quand’anche non fosse il suo – ­ è lo stesso nel quale si è rafforzato prima, si è ingigantito poi il fenomeno mafioso». (<em>Salvatore Lupo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Scrive ad esempio nel suo libro</i> (<i>Cosa loro </i>– Rizzoli editore 1995<i>): </i>«Avevo letto un giorno che era stato arrestato un pezzo grosso della mafia, tal Michele Greco, denominato “il Papa”».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Nota giustamente Salvatore Lupo</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«Il <i>tal</i> Michele Greco è il capo della Commissione negli anni dell’escalation terroristica, il responsabile nominativo di alcune delle cose più terribili successe in Italia nell’ultimo ventennio: del quale Andreotti, sotto processo per associazione mafiosa, ricorda a stento di aver letto una volta il nome su un giornale».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Quel Michele Greco che l’11 giugno 1986 nell’aula del Maxiprocesso pronunciò con cinismo e noncuranza, tra l’altro, parole così</i>: «Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti usati dalla giustizia sono solo dei criminali falliti che per farla franca non esitano a dire falsità e calunnie… Della mafia so quello che sanno tutti…» <i>come a dire: «Della mafia so poco o niente»..</i><i>.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ognuno tragga le proprie conclusioni: sul passato più remoto, sul passato recente, e sull&#8217;odierno corso delle cose in questo nostro paese in cui non c&#8217;è macchia che non possa essere adeguatamente candeggiata (a tempo debito).</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Andreotti<br />
</strong><em>di Davide Orecchio</em></p>
<p>Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo venti giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere.<em><br />
</em></p>
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		<title>Chiusa nella mia stanza in un&#8217;abissale solitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 13:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[150 ore]]></category>
		<category><![CDATA[CGIL]]></category>
		<category><![CDATA[Diario immaginario]]></category>
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		<category><![CDATA[sciopero europeo]]></category>
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					<description><![CDATA[«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012 diario immaginario di Susanna Camusso di Evelina Santangelo &#160; Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo. Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012</p>
<p><span style="color: #008080;">diario immaginario di Susanna Camusso</span></p>
<p>di <strong><span style="color: #000000;">Evelina Santangelo</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_44335" aria-describedby="caption-attachment-44335" style="width: 275px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44335" rel="attachment wp-att-44335"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44335" title="Susanna Camusso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg" alt="" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-96x63.jpeg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-38x25.jpeg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-128x85.jpeg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44335" class="wp-caption-text">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando&#8230;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche le correnti. L’ho imparato e praticato… come ogni bravo velista, d’altro canto, che sa quel che bisogna fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Posso ritenermi una donna dotata di un certo coraggio, dunque, che sa affrontare il mare aperto e che ha partecipato a battaglie sociali e civili coraggiose. E il coraggio, in battaglie del genere, è una qualità che si nutre anche di contagio. Ho contagiato coraggio e ne sono stata contagiata.</p>
<p><span id="more-44332"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, il coraggio di cui vado più orgogliosa ha a che vedere con la capacità di immaginare quel che non esiste ancora. Ho fatto la mia parte nell’immaginare ad esempio una formazione collettiva in nome di un’azione collettiva. Era l’autunno caldo del ’73 e io, ancora studentessa – in quel tempo glorioso delle lotte operaie – ho lottato per il riconoscimento delle 150 ore di permesso retribuito, per il riconoscimento di un diritto permanente allo studio di tutti i lavoratori, per la diffusione di un sapere critico, di una cultura con dimensioni di massa capace di intrecciare sapere e lavoro, scienza, sviluppo tecnologico e critica al sistema di produzione, all’organizzazione stessa del lavoro… Ho partecipato con passione a quella battaglia in cui operai metalmeccanici, sindacalisti, intellettuali, studenti, insegnanti stavano reinventando la scuola, stavano progettando, ecco, una scuola che non c’era. Erano gli anni delle scuole popolari, ispirate a Don Milani e alla scuola di Barbiana degli anni ‘50. Erano gli anni delle 150 ore delle donne, con i corsi di formazione sulla condizione di lavoro, di vita, sulla sessualità delle donne… Erano gli anni in cui si immaginavano diritti che non c’erano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato così. Di slancio. Ho ricoperto incarichi impensabili per una donna, conquistando terreno giorno dopo giorno, per arrivare fin qui: prima donna segretario generale della CGIL… E da qui, dall’alto di questa mia posizione, l’altro giorno a Taranto, nella città delle acciaierie dell’Ilva dove si muore di lavoro e dove il lavoro è morto… perché non può avere futuro un lavoro così in un paese civile… nel giorno dello sciopero europeo… davanti a lavoratori in mobilità, precari, giovani disoccupati, insegnanti mal retribuiti, studenti defraudati… dinanzi a tutte queste solitudini… mi è successa una cosa assurda… Dicevo: «un paese che si frantuma…». Dicevo: «Bisogna ridare reddito al lavoro… gli esodati partecipano di una lotteria… l’iva incide sui consumi obbligati, mangiare, vestirsi, andare a scuola…il welfare non è un costo, quando sono le pensioni, i lavoratori, quando bisogna pulire una scuola o dare assistenza a una persona … siamo tornati nel mondo in cui per andare a studiare bisogna essere dottori… senza diritto alla mobilità sociale…» e intanto pensavo: «Stiamo mendicando, stiamo mendicando… stiamo qui a seppellirci in rivendicazioni misere, a porre argini dinanzi a un fallimento». E, mentre tenevo quel mio discorso, mi sono girata idealmente verso quel passato remoto e… in quella capacità di immaginare le cose che non c’erano, che non esistevano ancora, ho visto il futuro. Così, beh, mi è venuta paura al pensiero che il futuro lo abbiamo lasciato lì, in quel passato remoto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Abissale solitudine», mi viene da scrivere, chiusa nella mia stanza, mentre dalla strada mi arrivano le note del «Nowhere Man» dei Beatles. «He&#8217;s a real nowhere Man/Sitting in his nowhere Land/Making all his nowhere plans for nobody…»</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Quello che siamo&#8230; Quello che vogliamo&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2012 11:47:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Evelina Santangelo</p>
<p style="text-align: center;">Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/08/20/quello-che-siamo-quello-che-vogliamo/quello-che-siamojpg/" rel="attachment wp-att-43286"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-43286" title="quello che siamojpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-1024x782.jpg" alt="" width="490" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-1024x782.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-300x229.jpg 300w" sizes="(max-width: 490px) 100vw, 490px" /></a></p>
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		<title>Un pezzo del nostro paese.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 May 2012 17:16:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[capannoni crollati]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Voglio ricordarmi: delle parole di Nadia (operaia dell&#8217;Eurostets): «in una tenda puoi andare a dormire ma mica a lavorare&#8230; Ma si lavora per vivere, mica per morire&#8230;» delle parole del cugino di un operaio rimasto sotto le macerie di un capannone della Haemotronic di Medolla): «Biagio non era per niente convinto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/30/un-pezzo-del-nostro-paese/images-16/" rel="attachment wp-att-42609"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42609" title="images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images2.jpeg" alt="" width="240" height="180" /></a>Voglio ricordarmi:</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole di Nadia (operaia dell&#8217;Eurostets): «in una tenda puoi andare a dormire ma mica a lavorare&#8230; Ma si lavora per vivere, mica per morire&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole del cugino di un operaio rimasto sotto le macerie di un capannone della Haemotronic di Medolla): «Biagio non era per niente convinto di tornare al lavoro, ma non voleva perdere il posto&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole di due operai meridionali della Haemotronic di Medolla: «i soldi, tutto per il soldi&#8230; lavorare come cani e morire come cani».</p>
<p> <span id="more-42607"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Voglio ricordarmi delle parole di Michail, un operaio polacco che si è salvato dal crollo di un capannone della Bbg di Mirandola: «Avevo trovato casa e lavoro e ho perso tutti e due, non c&#8217;è più futuro in Italia per me e mia moglie».</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio ricordarmi dei musulmani che pregano per Mohamed, operaio della Meta di San Felice, «che non voleva tornare a lavorare, lo hanno obbligato».</p>
<p style="text-align: justify;">E ricordarmi di Kumar che, come ripete il rappresentante della comunità dei sikh, «è dovuto andare a lavorare perché non poteva perdere il posto».</p>
<p style="text-align: justify;">E ricordarmi di Pavel, romeno, che si è salvato dal crollo del capannone della Meta, e dice: «Non mi hanno obbligato, ma come fai a dire di no quando anche il padrone va dentro?»</p>
<p style="text-align: justify;">Perché in queste parole, in questi brandelli di storie e spaccati di esistenze c&#8217;è in nuce un pezzo di biografia del nostro paese, del paese reale.</p>
<p style="text-align: justify;">ps. <em>Vorrei che queste testimonianze prese dai giornali e qui pubblicate fossero intese come un modo di custodire una memoria ancora viva che ci riguarda tutti, perché domani probabilmente non se ne ricorderà più nessuno.</em></p>
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		<title>Il pomeriggio del 23 maggio 1992.</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 15:00:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Montinaro]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Morvillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giudice Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Dicillo]]></category>
		<category><![CDATA[Strage di Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Schifani]]></category>
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					<description><![CDATA[Evelina Santangelo Il pomeriggio del 23 maggio 1992, ero su quell&#8217;autostrada in cui sarebbe scoppiata la bomba che avrebbe ucciso il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, insieme ai tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Elicotteri e polizia ovunque, il traffico interrotto. L&#8217;impressione era quella di trovarsi in un paese in cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992, ero su quell&#8217;autostrada in cui sarebbe scoppiata la bomba che avrebbe ucciso il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, insieme ai tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/il-pomeriggio-del-23-maggio-1992/images-14/" rel="attachment wp-att-42550"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42550" title="Strage di Capaci" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images.jpeg" alt="" width="277" height="182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images.jpeg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /></a><br />
Elicotteri e polizia ovunque, il traffico interrotto.<br />
L&#8217;impressione era quella di trovarsi in un paese in cui fosse in corso qualcosa che nella mia immaginazione si delineava come un colpo di stato.<br />
Non pensavo che pochi metri più avanti fosse scoppiata una bomba che avrebbe finito per uccidere, insieme al giudice Falcone, alla moglie e alla sua scorta, le speranze che tutti noi allora nutrivamo di un riscatto definitivo dal potere mafioso e dalle sue collusioni politiche e affaristiche.<br />
Quel che era successo l&#8217;ho saputo solo a notte fonda, una volta arrivata in città, dopo ore di tensione cieca (anche le linee telefoniche erano saltate).<br />
Fu in quel preciso momento che il giudice Falcone divenne per molti di noi non solo un uomo delle istituzioni ucciso per aver fatto con rigore e serietà il proprio lavoro, ma qualcosa di più intimo: l&#8217;incarnazione stessa del nostro desiderio viscerale di riscatto, individuale e collettivo, l&#8217;incarnazione di quella che definirei l&#8217;unica vera resistenza che ha conosciuto la Sicilia, e che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti siciliani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992 ero dunque su quell&#8217;autostrada in macchina con mio padre, che da tempo pronunciava (in pubblico e in privato) parole che suonavano così: «La forza della mafia è in rapporto alla nostra debolezza e la sua durata dipende da disinteresse della coscienza che dovrebbe sentirsi offesa ed è invece paga di non aver ricevuto un torto diretto&#8230; Con freddezza la mafia uccide e con freddezza sia la nostra duratura risposta».<br />
«Il nostro dovere: l&#8217;estirpazione della sub cultura mafiosa che sfida la vera cultura dovunque le si oppone».</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Tutti arancioni per mandare a casa questo governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 14:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Appello Arancione]]></category>
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		<category><![CDATA[dimissioni presidente del consiglio Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[governo berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[nastri arancioni]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nastrino  arancione per far sapere che «non condividiamo la politica del governo», e che «desideriamo che Berlusconi rimetta il mandato nelle mani del capo dello stato». L&#8217;iniziativa  è stata lanciata da 100 cittadini italiani su proposta di Daria Colombo e Roberto Vecchioni.  Sarebbe bello nei prossimi giorni vedere qualsiasi luogo reale o virtuale colorarsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-39542" title="nastro arancione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1.jpg 200w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
<em>Un  nastrino  arancione per far sapere che «non condividiamo la  politica del governo», e che «desideriamo che Berlusconi rimetta il  mandato nelle mani del capo dello stato». <span style="color: #000000;">L&#8217;</span>iniziativa  è stata lanciata da 100 cittadini italiani su proposta di Daria Colombo e Roberto Vecchioni.  Sarebbe bello nei prossimi giorni vedere qualsiasi luogo reale o virtuale colorarsi di arancione (tutte le città  d&#8217;Italia, i siti  internet, i profili di facebook&#8230;) Almeno si potrà constatare quanto sia diffuso il dissenso in questo paese.</em></p>
<p style="text-align: right;">Evelina Santangelo<em><span id="more-39539"></span><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">APPELLO</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff6600;">NOI, COME SEMPLICI CITTADINI ITALIANI CONSAPEVOLI E RESPONSABILI, SIAMO CONVINTI, A PRESCINDERE DAI NOSTRI ORIENTAMENTI POLITICI, CHE L&#8217;ATTUALE GOVERNO NON CORRISPONDA PIU&#8217; ALLA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DEL NOSTRO PAESE. PER QUESTO RITENIAMO CHE ESSO DEBBA RIMETTERE QUANTO PRIMA IL SUO MANDATO NELLE MANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. PER QUESTO, UNENDOCI ALLE VOCI UFFICIALI DELLE OPPOSIZIONI, CHIEDIAMO A TUTTI I NOSTRI CONCITTADINI CHE LA PENSANO COME NOI DI ESPRIMERSI ATTRAVERSO UN PICCOLO GESTO SIMBOLICO MA ELOQUENTE. BASTER¿ INDOSSARE UN NASTRINO ARANCIONE PER SIGNIFICARE: «IO DESIDERO CHE IL GOVERNO SI DIMETTA» O ANCHE SOLO «NON CONDIVIDO LA POLITICA DEL GOVERNO BERLUSCONI». UN PICCOLO SEGNALE ALLEGRO E DEMOCRATICO PER CONTINUARE A COLORARE L&#8217;ITALIA DI ARANCIONE E DI SPERANZA.</span></p>
<p>Abdu Wahid  (gelataio)<br />
Alberti  Barbara  (scrittrice)<br />
Archinto Rosellina  ( editrice )<br />
Azzoni Giampaolo  (docente universitario )<br />
Bacinelli Elena  (albergatrice )<br />
Baldi Marco   (imprenditore )<br />
Belli Silvana  (stilista a riposo )<br />
Bevilacqua Maria Grazia  (insegnante elementare)<br />
Bomprezzi Franco  (consulente per la disabilita)<br />
Bonfanti Sandra  ( giornalista )<br />
Bramani Lidia  (musicologa )<br />
Breccia Alessandro  (ricercatore precario )<br />
Bucco Giovanna  (artigiana commerciante )<br />
Campi Piero  (operaio )<br />
Canali Edda  (casalinga )<br />
Canali Nevio  (primario ospedaliero )<br />
Cantarella Eva  (grecista )<br />
Carlotto Massimo  (scrittore)<br />
Castelbarco Francesca  (restauratrice )<br />
Catarazzuolo Nicola  (dirigente cooperativa )<br />
Cavagnini Ezio  (artigiano)<br />
Cavestri Roberto  (medico)<br />
Celli Brunella  (editore )<br />
Chiomma Dorina  (ristoratrice )<br />
Colombo Daria  (scrittrice )<br />
Consoli Alfio  (pensionato )<br />
Corradino Stefano  (giornalista)<br />
De Sio Giuliana  (attrice)<br />
De Sio Teresa  (cantante folk )<br />
Fabbri Lucio  (musicista )<br />
Ferrari Alessandra  (ufficio stampa onlus )<br />
Finardi Eugenio  (cantautore )<br />
Finocchiaro Angela  (attrice)<br />
Fo Dario  (attore e drammaturgo)<br />
Gallo Virgilio   (conducente autobus )<br />
Gaslini Giorgio  ( pianista compositore )<br />
Ghini Massimo  ( attore )<br />
Giorello Giulio  (filosofo )<br />
Guidoni Umberto  (astronauta )<br />
Haber Alessandro  (attore )<br />
Hack Margherita  (astrofisica )<br />
La rosa Angela  (pittrice )<br />
Lecavillo Olga  (salumiera )<br />
Lerner Gad  (giornalista)<br />
Loda Carla  (avvocato)<br />
Lombardo Pijola Marida  (scrittrice)<br />
Lucarelli Carlo  (scrittore )<br />
Lucchetta Daniela  (insegnante scuola media )<br />
Magris Claudio  (scrittore )<br />
Mancuso Aurelio  (pubblicista)<br />
Mannino Franz  ( architetto)<br />
Mannoia Fiorella  (cantante )<br />
Mantegazza Tinin  (pittore )<br />
Mantegazza Velia  ( regista )<br />
Marai Evaristo  (pensionato )<br />
Maraini Dacia  (scrittrice )<br />
MarcorË Neri  (attore )<br />
Martino Edda  (archeologa )<br />
Mascia Gianfranco  (blogger viola )<br />
Montaldo Giuliano  (regista )<br />
Mosca Alessandra   (liceale )<br />
Muccino Silvio  (attore )<br />
Natoli Salvatore  (filosofo )<br />
Neri Gabriele  (architetto )<br />
NosË Flavio  (psichiatra )<br />
Oggero Dalia  (editor )<br />
Orlando Mauro  (insegnante pensionato )<br />
Pagliara Cinzia  (insegnante scuola media )<br />
Pascale Antonio  (scrittore )<br />
Pennacchi Antonio  (scrittore )<br />
Pescarolo Vera  (produttrice cinematografica )<br />
Picardi Daria  (servizio civile )<br />
Pistillo Daniela  (biologa )<br />
Pontini Massimo  (imprenditore )<br />
Rajneri Gaia   (scrittrice )<br />
Rame Franca   (attrice )<br />
Rigoldi Don Gino (prete)<br />
Riondino David  (attore )<br />
Rizzo Alfredo   (consulente finanziario )<br />
Rossi Paolo   (attore )<br />
Roveredo Pino  (scrittore )<br />
Rutigliano Mauro  (digital P.R. )<br />
Sacco  Giusi   (infermiera )<br />
Salvadori Mino  (insegnante liceo )<br />
Sandrelli Amanda  (attrice )<br />
Santangelo Evelina   (scrittrice )<br />
Scarpati Giulio   (attore )<br />
Silvestri Daniele   (cantautore )<br />
Sintoni Ruggero   (operatore teatrale )<br />
Soddu Chiara   (pensionata )<br />
Sortani  Fiorenzo  (gestore di bar )<br />
Tripodi Franco   (presidente coop. Edilizie )<br />
Vacchi Fabio   (musicista compositore )<br />
Vangelista Carla   (sceneggiatrice )<br />
Vasini Lucia   (attrice )<br />
Veca Salvatore   (filosofo )<br />
Vecchioni Roberto   (cantautore )<br />
Venditti Antonello   (cantautore )<br />
Ziarati Hamid   (scrittore )<br />
Zingone  Silvia   (laureata disoccupata )<!--more--></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La Generazione TQ e il verduraio di Havel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[I Quaderno de L'Ora]]></category>
		<category><![CDATA[il potere dei senza potere]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali e società]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Vaclav Havel]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo articolo l’ho scritto all’indomani dell’incontro romano del 29 aprile. Ho atteso finora per pubblicarlo perché volevo proprio che questa riflessione su intellettuali e società arrivasse dal Sud, e più specificatamente, dalle colonne di un mensile come «i Quaderni de L’Ora», erede di una grande tradizione di impegno culturale e civile. da i Quaderni de [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-39335" title="n°5 i Quaderno de L'Ora (giugno 2011)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina.jpg 500w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a>Questo articolo l’ho scritto all’indomani dell’incontro romano del 29 aprile. Ho atteso finora per pubblicarlo perché volevo proprio che questa riflessione su intellettuali e società arrivasse dal Sud, e più specificatamente, dalle colonne di un mensile come «i Quaderni de L’Ora», erede di una grande tradizione di impegno culturale e civile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.iquadernidelora.it/digitale.php"><em>i Quaderni de L’Ora</em></a> (anno 1, n°5 &#8211; giugno 2011)</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanti della generazione TQ si sono trovati a Roma il 29 aprile scorso ospiti della casa editrice Laterza a confrontarsi sui modi di acquistare credibilità sociale o rilevanza culturale – scrittori, critici, editor tra i trenta e i quaranta – hanno prima di tutto fatto i conti con la definizione che da tempo Antonio Scurati dà di questa generazione: una generazione figlia «dell’inesperienza», una generazione, come ha scritto Giorgio Vasta, «in attesa di un Godot epocale che li riscatti (consapevoli del fatto che se Godot non arriva è meglio)». Ed è proprio da qui che vorrei cominciare questa mia riflessione.<span id="more-39334"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Forse perché vivo in una terra dove l’esperienza dell’arroganza mafiosa, da tempo, chiama a scelte di campo ineludibili. Forse perché oggi al Sud (a quanto pare, più che al Nord) si fatica a non ritenere parte della propria esperienza l’irrompere (fisico, traumatico) di tutta un’umanità in fuga da terre così vicine, un’umanità che sempre più ci interroga, scardinando certezze che credevamo acquisite&#8230; mi risulta davvero difficile non pensare al contesto e al tempo in cui un tale dibattito «generazionale» è stato avviato. E cioè in un’Europa sempre più tenuta sotto scacco da movimenti nazionalistici e populisti. In un’Italia dove si è radicata una cultura politica che ha reso prima culturalmente, poi legalmente irrilevanti valori fondativi che riguardano il nostro stato di diritto, la nostra comune idea di libertà (e che oggi rischia di renderli irrilevanti persino sul piano costituzionale).  E questo, mentre nel vicino mondo arabo uomini e donne più o meno della nostra stessa generazione, o molto più giovani, hanno avviato una sfida impensabile in nome di diritti civili e umani che abbiamo sempre ritenuto nostra indiscutibile e indiscussa conquista di civiltà, anche mentre ne perdevamo il senso e il valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione ritengo che stia proprio in quella premessa di «inesperienza» così insistita al punto da suonare come un alibi generazionale il germe stesso del nostro fallimento. A meno che non ci si ponga senza ipocrisia alcune domande.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di godere di una qualche <em>autorevolezza</em>, se propendiamo a vivere (e a riconoscerci, addirittura) in una bolla di irresponsabilità culturale e civile, in cui spesso non ci si sente chiamati a rendere conto, se non in termini quantitativi, dei libri che si scrivono, si editano, si pubblicano, si recensiscono, si propongono ai premi letterari, si votano a quegli stessi premi, e del modo anche in cui tutto ciò troppo spesso si fa – distrattamente. Come se queste scelte e il modo in cui si compiono non contribuissero a creare anch’esse la biografia culturale del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di essere considerati un <em>avamposto culturale</em>, se non riusciamo a far nostro quel principio di «radicale corresponsabilità» su cui si è cercato di fondare una nuova frontiera di civiltà contro un’idea del diritto e della libertà intesi come privilegio di alcuni e non di tutti. Forse che tutto ciò non appartiene alle urgenze del nostro tempo? Forse che la nostra generazione di scrittori, editor, critici non è anch’essa opinione pubblica? forse che molti di noi non godono di spazi e strumenti per poterlo fare o almeno provarci? Penso a come ci siamo stracciati le vesti, superando una volta tanto le divergenze di visione, dinanzi alle gravi ritorsioni di amministratori leghisti contro i libri di quanti avevano firmato l’appello in difesa di Battisti. Non abbiamo fatto altrettanto – tutti insieme, con una pluralità di interventi e riflessioni (non solo con appelli generici) – però, quando gli attacchi virulenti si sono rivolti verso altri ambiti, altre figure, altre violazioni di diritti civili e umani, dove era ugualmente in gioco «la vera essenza della libertà e dell’umana integrità&#8230;» per dirla con Havel.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora mi viene in mente quel che accadde nella Cecoslovacchia della «normalizzazione», mi viene in mente lo spirito di un documento come Charta 77 in cui alcuni intellettuali (tra cui appunto Václav Havel) chiamarono altri intellettuali ad andare ben oltre i loro «orizzonti particolari» in difesa di ciò che sembrava irrilevante, insignificante, quanto di più lontano dalle loro anime belle: quei Plastic People che la propaganda aveva presentato come un gruppo di rockettari drogati, un gruppo di teppisti e criminali, solo perché intendeva cantare a suo modo al di là persino del dissenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di essere considerati <em>rilevanti</em>, dotati di una qualche credibilità sociale, se di fatto aspiriamo non tanto a immaginare una nuova società letteraria (nuova più che in termini generazionali, nello spirito), ma cerchiamo di ricalcare le orme di una società letteraria <em>a statuto speciale</em>, rispetto al resto della società, ai suoi avamposti civili, al resto della vita pubblica. Una società letteraria che non riesce nemmeno a far arrivare quell’idea che sola potrebbe avvicinare più gente alla letteratura, e cioè che la letteratura ha profondamente a che vedere con la «capacità di intelligere il proprio tempo», per dirla con la Bachmann, ha a che vedere con un interrogare irrequieto tutto ciò che, nel bene e nel male, appartiene all’umano, e dunque a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di superare la nostra fragilità e vulnerabilità (anche rispetto all’amor proprio così imperante), se perseguiamo uno splendido isolamento, indifferenti persino alla consapevolezza che solo la pluralità e la sinergia degli sguardi, delle poetiche, delle visioni, degli immaginari più disparati può essere misura di un tempo complesso, franto, interconnesso. Tanto più che la pluralità è uno dei tratti distintivi appunto e specifici del fare letterario, è il sale della nostra libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non cominciamo intanto a capire <em>se</em> e <em>come</em> è possibile ritrovarci almeno su domande del genere, quali risposte comuni dovremmo trovare per non rimanere in ostaggio del mercato o della nostra irrilevanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Havel si prese persino l’accusa di «esibizionismo morale» quando intuì quale colossale menzogna investisse una società in cui le intenzioni di un sistema (di qualsiasi natura) vengano spacciate come bisogni dei cittadini, come la ragion d’essere stessa della vita – per quanto plausibili quei bisogni possano sembrare. Per questo nel <em>Potere dei senza potere</em> concepì quella figura di verduraio che si rifiuta di esporre un cartello gradito al regime, non perché non sia plausibile quel che c’è scritto, ma perché espressione manifesta di una menzogna corroborata appunto dalla connivenza di tutti in ogni loro atto quotidiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Beh, forse dovremmo cominciare a fare come quel verduraio che, con un solo gesto, si assume la responsabilità di spezzare il circolo vizioso della menzogna, cadendo per ciò stesso nel «dissenso». «Un uomo non diventa dissidente, – dice infatti Havel, – perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e chiamato a un confronto con esse». Quel confronto vorrei sottolineare cui, a gran voce, ci hanno per esempio chiamato i lavoratori di Rosarno vessati dalla ’ndrangheta o i tunisini arrivati a Lampedusa, quando hanno chiesto prima di tutto alla nostra generazione che razza di «civiltà dei diritti», che razza di libertà è la nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci ponessimo il problema di rispondere, in tutti i modi che ci sono propri, a domande del genere – che riguardano così da vicino ormai ogni ambito della nostra esistenza, dalla scuola al lavoro all’esercizio dei diritti e doveri civili –, forse cominceremmo anche a riappropriarci di un destino comune, e dunque anche del nostro, in quanto scrittori, critici, editor&#8230; e più in generale in quanto uomini e donne che dovrebbero contribuire allo sviluppo culturale del proprio paese.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il Dio impassibile di Malick</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/il-dio-impassibile-di-malick/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 11:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Curzio Maltese]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Pontiggia]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano mercoledì 1 giugno 2010]]></category>
		<category><![CDATA[Palma D'oro Festival di Cannes]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Bradshaw]]></category>
		<category><![CDATA[Sukhdev Sandhu]]></category>
		<category><![CDATA[Terrence Malick]]></category>
		<category><![CDATA[The Tree of Life]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Caprara]]></category>
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					<description><![CDATA[da «Il Fatto Quotidiano», mercoledì 1 giugno 2011 La famiglia di The Tree of Life deve fare i conti con un creatore che esige sacrifici e non conosce pietà. Ma questa mirabile avventura non è un modo mirabile per mettere a posto le coscienze? di Evelina Santangelo Basterebbe leggere le recensioni uscite sulle testate più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">da «Il Fatto Quotidiano», mercoledì 1 giugno 2011<br />
<span style="color: #800000;"><em> </em></span></p>
<figure id="attachment_39200" aria-describedby="caption-attachment-39200" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><em> </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39200" title="Tree-of-Life52" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-300x153.png" alt="" width="300" height="153" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-300x153.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-1024x524.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52.png 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></em><figcaption id="caption-attachment-39200" class="wp-caption-text">The Tree of Life</figcaption></figure>
<p><span style="color: #800000;"><em>La famiglia di The Tree of Life deve fare i conti con un creatore che esige sacrifici e non conosce pietà. Ma questa mirabile avventura non è un modo mirabile per mettere a posto le coscienze?</em></span></p>
<p><span style="color: #800000;"><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: left;">Basterebbe leggere le recensioni uscite sulle testate più varie, italiane ed estere, per avere una qualche misura di quanto siano variegati, spesso inconciliabili, i giudizi sull’ultimo film di Terrence Malick, <em>The Tree of Life</em>, Palma D’oro al Festival di Cannes. «Un capolavoro contenuto e quasi imprigionato in una crisi mistica di arduo fascino» (Curzio Maltese, La Repubblica). «Affascinante, ambiziosissimo, irrisolto» (Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano). «Un film che rischia d’entrare di slancio nella disagiata categoria dei capolavori mancati» (Valerio Caprara Il Mattino). «Film folle e magnifico&#8230; grandissimo cinema» (Peter Bradshaw, The Guardian). «Una parodia di Malick fatta da uno che lo detesta» (Sukhdev Sandhu, The Telegraph). Giusto per citarne solo una piccolissima parte.<br />
Giudizi così divisi esigono, se non altro, un atteggiamento aperto, affatto liquidatorio. Con quest’animo dunque sono andata a vedere <em>The Tree of Life</em>.</p>
<p><span id="more-39199"></span></p>
<p style="text-align: left;">Meraviglia e stupore, e anche un senso sconcertante di inadeguatezza dinanzi all’immensità e alla potenza delle immagini, sono i sentimenti immediati che si provano alle prime sequenze.<br />
Il nocciolo umano del film – la vicenda di una famiglia texana degli anni ’50 colpita da un lutto inaccettabile e insensato come la morte di un figlio – è infatti calato, (e reso più vero, direi) in una visione cosmica e panica dove tutto ha un che di abissale: abissi microbiologici, abissi marini, abissi galattici, abissi temporali, dalla notte dei tempi a una modernità vertiginosa e arrogante che compete con la vertigine della natura o è forse – come suggerisce il protagonista, Jack (Sean Penn) – la più proterva manifestazione di un inappagato desiderio di dominio, di quella hybris insomma (superbia, prevaricazione) che è la peggiore delle colpe dell’uomo al cospetto di qualsiasi dio.<br />
Ammirazione è poi il sentimento che meglio esprime quel che si prova dinanzi ai movimenti imprevedibili della macchia da presa, che riesce a fissare i sentimenti più intimi nelle velature di un viso o a suggerire lo slancio del desiderio d’assoluto in scalate verso il cielo tra chiostri di tronchi. Un cinema veggente, l’ha definito qualche critico. Un cinema visionario, sicuramente, e onirico, che non narra, ma preferisce suggerire piuttosto, attraverso analogie, assonanze, richiami emotivi, complice una musica «portentosa», ora solenne come un requiem ora impalpabile come un richiamo fatto di puro spirito.<br />
Ed è proprio su quel che questo film suggerisce che vorrei soffermarmi, partendo da quel nocciolo umano, appunto, in cui è messo in scena un microcosmo familiare in un tempo preciso: l’America della middle class degli anni ’50 – con le sue grettezze, il suo pragmatismo omocentrico, il suo culto del focolare domestico. In questo microcosmo cresce Jack, diviso dolorosamente tra gli insegnamenti di un padre duro (Brad Pitt), o meglio indurito e frustrato, che pronuncia frasi come questa: «Ci vuole una volontà di ferro per farsi avanti in questo mondo», e una madre che: «se non ami, – dice, – la tua vita passerà in un lampo». E, quando questa stessa madre (Jessica Chastain) suggerisce come affrontare l’esistenza, non contempla che due precise possibilità: «Ci sono due vie per affrontare la vita. La via della natura e la via della grazia. Sta a te scegliere quale delle due seguire».</p>
<p style="text-align: left;">Sarebbe un errore pensare che la «via della natura» coincida in tutto e per tutto con la via proposta dal padre, che è semmai la via più modesta di un piccolo uomo inchiodato al suo mediocre destino. La via della natura è piuttosto quella dell’infanzia che Jack vive insieme ai fratelli in un intreccio di conflitti interiori, frustrazioni, rancori inespressi, desideri indicibili, piccole vendette cui fa da contraltare la mitezza angelica del fratello destinato al sacrificio inesplicabile della sua morte precoce. Un personaggio, quest’ultimo, che nei tratti fisici così come nei tratti umani è la quintessenza della grazia. La grazia di una creatura bambina, resa ancora più innocente dal sacrificio che l’attende. Quella stessa grazia di cui la madre è la manifestazione più sensuale ma non meno pura, di quella purezza e bellezza disadorna, spirituale, che ricorda la Venere del Botticelli.</p>
<p style="text-align: left;">Né sembra ci possano essere dubbi che queste due figure così fortemente idealizzate, così estranee alle dinamiche dell’esistenza quotidiana (a ogni forma di miseria o mediocrità), perché non corrotte dalla vita, siano le creature che più si avvicinano a quell’integrità ideale cui non può che volgersi il desiderio dell’uomo nella ricerca di senso. «Un giorno cadremo e verseremo lacrime&#8230; E capiremo tutto. Ogni cosa». «Guidaci sino alla fine del tempo». Questo dice la voce fuori campo, mentre Jack (ormai adulto) affronta il labirinto che lo porterà alla spiaggia dei giusti. E infatti il Dio cui si rivolge l’uomo di Malick è proprio il Dio del Libro di Giobbe, il Dio abissale, dalla volontà insondabile, del Vecchio Testamento, che esige sacrifici umani e non conosce pietà, né ha mai sperimentato d’altro canto la miseria dell’essere uomo.<br />
È proprio questo il punto, per chi abbia voglia di chiedersi quale orizzonte umano, spirituale, quale orizzonte culturale si profili nel «capolavoro» di Malick. Non è semplicemente  una questione di fede. E meno che mai di ateismo. Quel che lascia davvero ammutoliti è proprio l’idea che il «senso» dell’umano si possa manifestare in creature angeliche o angelicate, in bambini efebici e donne «non con uman volto»; che il «senso» della vita si debba tornare a cercalo in quell’Entità lì impenetrabile e distante, o ancora nell’espiazione di un sacrificio di cui non è dato chiedere conto&#8230; e non piuttosto nel cuore stesso dell’esistenza dove, proprio in quegli stessi anni ’50, una donna, un’afro-americana (Rosa Parks), si rifiutava di cedere il posto a un bianco in un autobus e un reverendo di nome Martin Luther King predicava la giustizia terrena pronunciando parole come queste: «Se avremo aiutato una sola persona a sperare, non saremo vissuti invano», «la legge e l&#8217;ordine saranno rispettati solo <span style="color: #000000;">quando si concederà la giustizia a tutti indistintamente».<br />
È davvero quella proposta da Malick l’«avventura impervia e radicale» di questo nostro tempo? È davvero quell’Entità il Dio cui rivolgere le nostre domande di uomini che, credenti e non credenti o diversamente credenti, hanno conosciuto anche un altro Dio capace di farsi uomo tra gli uomini&#8230; O non è forse, quell’avventura spirituale mirabile, un modo altrettanto mirabile per mettere a posto le nostre coscienze?</span></p>
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		<title>La Nato e le vite umane (una notizia pubblicata ieri dal «Guardian»)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2011 11:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Accamuora]]></category>
		<category><![CDATA[Alto commissariato per i rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Guardian]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Shenker]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Adele Cipolla]]></category>
		<category><![CDATA[Nato units left 61 African migrants to die of hunger and thirst (Sunday 8 May 2011)]]></category>
		<category><![CDATA[profughi nel Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[Unità della NATO hanno lasciato morire di fame e di sete 61 migranti africani alla deriva nel Mediterraneo, non ieri o l&#8217;altro ieri, ma a fine marzo. La notizia è stata pubblicata solo ieri in esclusiva dal Dal Guardian. Di seguito pubblico la traduzione che ne ha fatto Maria Adele Cipolla che così scrive sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Refugees-from-Libya-reach-0072.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38994" title="Refugees-from-Libya-reach-007" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Refugees-from-Libya-reach-0072-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Refugees-from-Libya-reach-0072-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Refugees-from-Libya-reach-0072.jpg 460w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Unità della NATO hanno lasciato morire di fame e di sete 61 migranti africani alla deriva nel Mediterraneo, non ieri o l&#8217;altro ieri, ma a fine marzo. La notizia è stata pubblicata solo ieri in esclusiva dal <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/may/08/nato-ship-libyan-migrants" target="_blank">Dal Guardian</a>.</em></p>
<p><em>Di seguito pubblico la traduzione che ne ha fatto Maria Adele Cipolla che così scrive sul suo blog nel sito «<a href="http://accamuora.ning.com/profiles/blogs/questa-notizia-non-e-ancora?xg_source=activity">Accamuora</a>»: «Mi scuso per la mia traduzione, frettolosa e forse imprecisa e mi assumo ogni responsabilità per eventuali equivoci derivanti da una traduzione errata. Tuttavia avevo fretta di far giungere questa notizia in Italia».</em></p>
<p><em>Lo stile non sarà dei migliori, ma le notizie sono riportate con esattezza.</em></p>
<p><em>Chi vuole può comunque leggere l&#8217;articolo di <a href="http://www.guardian.co.uk/profile/jackshenker">Jack Shenker</a> in inglese qui: <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2011/may/08/nato-ship-libyan-migrants">Nato units left 61 African migrants to die of hunger and thirst</a> (Sunday 8 May 2011)</em></p>
<p><em>Evelina Santangelo</em></p>
<p>Una imbarcazione che tentava di raggiungere Lampedusa è stata lasciata nel Mediterraneo per 16 giorni, nonostante era stato lanciato l&#8217;allarme.<span id="more-38991"></span></p>
<p>Una barca che trasportava 72 passeggeri, tra cui diverse donne, bambini e rifugiati politici, ha avuto problemi alla fine di marzo dopo aver lasciato Tripoli per l&#8217;isola italiana di Lampedusa. Nonostante gli allarmi diramati dalla Guardia costiera italiana e il contatto della barca con un elicottero militare e una nave da guerra della Nato, non è stato fatto alcuno sforzo per tentare un salvataggio.</p>
<p>Tutti, tranne 9 delle persone a bordo, sono morti di sete e di fame dopo che la loro nave è stata lasciata andare alla deriva in acque aperte per 16 giorni. &#8220;Ogni mattina ci si svegliava e si trovavano altri corpi, che avremmo lasciato a bordo per 24 ore per poi buttarli a mare&#8221;, ha detto Abu Kurke, uno dei nove sopravvissuti. &#8220;Gli ultimi giorni, non ci riconoscevamo più, ognuno di noi o stava pregando, o stava morendo&#8221;.</p>
<p>Il diritto marittimo internazionale obbliga tutte le navi, comprese le unità militari, a rispondere alle chiamate di soccorso dalle barche vicine e ad offrire aiuto dove possibile. L&#8217;agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite ha chiesto un&#8217;intensificazione della cooperazione tra le navi commerciali e militari nel Mediterraneo, nel tentativo di salvare vite umane.</p>
<p>&#8220;Il Mediterraneo non può diventare il selvaggio west&#8221;, ha detto la portavoce Laura Boldrini. &#8220;Coloro che non soccorrono le persone in mare non possono rimanere impuniti&#8221;.</p>
<p>Le sue parole hanno trovato eco in quelle di padre Mosè Zerai, un sacerdote eritreo a Roma, che gestisce l&#8217;organizzazione per i diritti dei rifugiati <em>Habeshia</em>, e che è stata una delle ultime persone ad essere in comunicazione con la barca dei migranti prima che si esaurisse la batteria del telefono satellitare.</p>
<p>&#8220;C&#8217;è stato un rimpallo di responsabilità che ha portato alla morte di oltre 60 persone, compresi bambini&#8221;, ha dichiarato. &#8220;Questo costituisce un delitto, questo crimine non può rimanere impunito, soltanto perché le vittime erano immigrati africani, e non turisti su una nave da crociera&#8221;.</p>
<p>Le turbolenze politiche di quest&#8217;anno e il conflitto militare in Nord Africa hanno alimentato un forte aumento del numero di persone che hanno tentato di raggiungere l&#8217;Europa via mare, si crede che circa 30.000 migranti abbiano fatto il viaggio attraverso il Mediterraneo negli ultimi quattro mesi. Gran parte di essi sono morti durante il viaggio. Nel mese scorso oltre 800 migranti di diverse nazionalità imbarcatisi in Libia non sono mai arrivati ​​sulle coste europee e si presume siano morti.</p>
<p>Per fare un esempio dei pericoli in cui questa gente incorre, domenica più di 400 migranti sono stati coinvolti in un drammatico salvataggio quando la loro barca ha colpito degli scogli a Lampedusa.</p>
<p>Il Papa, nel frattempo, in un discorso a più di 300.000 fedeli, ha invitato gli italiani ad accogliere gli immigrati che giungono sulle loro rive.</p>
<p>L&#8217;indagine del Guardian sul caso della barca di 72 immigrati salpati da Tripoli, il 25 marzo, ha stabilito che nell&#8217;imbarcazione c&#8217;erano 47 etiopi, sette nigeriani, sette eritrei e circa sei immigrati ghanesi e sudanese. Venti erano donne e due i bambini piccoli, uno dei quali aveva appena un anno. Il capitano ghanese della barca puntava per l&#8217;isola italiana di Lampedusa, 180 chilometri a nord-ovest della capitale libica, ma dopo 18 ore in mare la piccola imbarcazione ha avuto un&#8217;avaria e ha iniziato a perdere carburante.</p>
<p>Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e di altre persone che erano in contatto con i passeggeri durante il loro sfortunato viaggio, il Guardian ha ricostruito quello che è successo dopo. Le testimonianze danno il quadro straziante di un gruppo di migranti disperati, condannati a morte da una combinazione di sfortuna, burocrazia e indifferenza delle autorità europee e delle forze militari che hanno avuto l&#8217;la possibilità di tentare un salvataggio.</p>
<p>I migranti hanno usato il telefono satellitare della barca per chiamare Zerai a Roma, che a sua volta ha contattato la guardia costiera italiana. La posizione della barca è stata circoscritta a circa 60 miglia al largo di Tripoli, e funzionari della guardia costiera hanno assicurato che l&#8217;allarme è stato dato e che tutte le autorità in questione sono state avvertite della situazione.</p>
<p>Presto è apparso sopra la barca un elicottero militare contrassegnato con la parola &#8220;esercito&#8221; . I piloti, che indossavano uniformi militari, hanno calato bottiglie d&#8217;acqua e pacchi di biscotti avvisando i passeggeri di tenere quella posizione fino a quando un battello di emergenza non sarebbe andato a portare loro  aiuto. Dopo che l&#8217;elicottero è volato via, però, non è mai arrivata nessuna scialuppa di salvataggio.</p>
<p>Nessun paese ha ancora ammesso l&#8217;invio di un elicottero in contatto con i migranti. Un portavoce della guardia costiera italiana ha dichiarato: &#8220;Abbiamo informato Malta che la nave si stava dirigendo verso la loro zona di salvataggio, e abbiamo lanciato un avviso alle navi perché cercassero la barca, imponendo loro di tentare un salvataggio&#8221;. Le autorità maltesi hanno negato di aver avuto qualsiasi contatto con la barca.</p>
<p>Dopo diverse ore di attesa, la barca aveva solo 20 litri di carburante, ma il capitano ha detto ai passeggeri che Lampedusa era abbastanza vicina e non c&#8217;era bisogno di aiuto. È stato un errore fatale. Il 27 marzo, la barca aveva perso la sua rotta, era a corto di carburante e stava andando alla deriva.</p>
<div>
<p>&#8220;Abbiamo finito il petrolio, abbiamo finito il cibo e l&#8217;acqua, abbiamo finito tutto&#8221;, ha detto Kurke, un migrante di 24 anni che era in fuga da conflitti etnici nel suo paese, la regione di Oromia in Etiopia. &#8220;Siamo rimasti alla deriva in mare,  il tempo era molto brutto.&#8221; A un certo punto, il 29 o il 30 marzo la nave è giunta nei pressi di una portaerei della Nato – così vicino che sarebbe stato impossibile non essere vista. Secondo i sopravvissuti, due jet sono decollati dalla nave e hanno volato basso sopra la barca, mentre i migranti in piedi sul ponte gridavano che due bambini stavano morendo di fame. Ma da quel momento in poi non è arrivano alcun aiuto. Privi di carburante, di cibo, di acqua di carburante e di contatti, i migranti hanno cominciato a morire uno ad uno.</p>
<p>Il «Guardian» ha fatto indagini estese per accertare l&#8217;identità della portaaerei Nato, e ha concluso che è probabile si trattasse della nave francese Charles de Gaulle, che operava nel Mediterraneo in quelle date.</p>
<p>Le autorità navali Francesi inizialmente hanno negato che la nave si trovasse in quell&#8217;area in quei giorni. Dopo che è stato dimostrato, però, che ciò non poteva essere vero, un portavoce ha rifiutato di commentare.</p>
<p>Un portavoce della Nato, che sta coordinando l&#8217;azione militare in Libia, ha detto di non aver registrato alcun segnale di soccorso dalla barca, né aveva registrazioni dell&#8217;incidente. &#8220;Le unità della NATO sono pienamente consapevoli delle loro responsabilità per quanto riguarda il diritto marittimo internazionale in materia di sicurezza della vita in mare&#8221;, ha detto un funzionario. &#8220;Navi Nato rispondono a tutte le chiamate di pericolo in mare e sono sempre in grado di fornire aiuto quando necessario. Salvare vite è una priorità per le navi della NATO.&#8221;</p>
<p>Per la maggior parte dei migranti, il mancato salvataggio da parte della nave Nato così come l&#8217;assenza di qualsiasi altro tentativo di soccorso, si è rivelato fatale. Nei seguenti 10 giorni, quasi tutti coloro che erano a bordo dell&#8217;imbarcazione sono morti. &#8220;Abbiamo salvato una bottiglia di acqua da un elicottero per i due bambini, nutrirli e dissetarli anche dopo che i loro genitori erano morti&#8221;, ha detto Kurke, che è sopravvissuto bevendo la propria urina e mangiando due tubi di dentifricio. &#8220;Ma dopo due giorni, i bambini sono morti, perché erano troppo piccoli.&#8221;</p>
<p>Il 10 aprile, la barca è  arrivata su una spiaggia vicino alla città libica di Zlitan vicino a Misurata. Dei 72 migranti che si erano imbarcati a Tripoli, solo 11 erano ancora vivi, uno di questi è morto quasi subito una volta portato a terra. Un altro sopravvissuto è morto invece poco dopo in carcere, dopo che le forze di Gheddafi avevano arrestato i migranti e li avevano tenuti in cella per quattro giorni.</p>
<p>Nonostante il trauma, i migranti – adesso nascosti nella casa di un etiope nella capitale libica – sono disposti ad affrontare di nuovo il Mediterraneo, pur di raggiungere l&#8217;Europa e ottenere asilo.</p>
<p>&#8220;Queste sono persone che vivono un&#8217;esistenza inimmaginabile, in fuga da persecuzioni politiche, religiose ed etniche&#8221;, ha dichiarato Zerai. &#8220;Dobbiamo ottenere giustizia per loro, per quelli che sono morti al loro fianco, e per le famiglie che hanno perso i loro cari&#8221;.</p>
<p><em>Segnalazione supplementare da John Hooper e Tom Kington a Roma, e Kim Willsher a Parigi</em></p>
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