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	<title>ex jugoslava &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Politiche della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 12:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Niccolò Furri</strong> <br /> Questi due monumenti (la Foiba di Basovizza e l’Ossario dei Caduti Slavi) si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come (...)  luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell'identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niccolò Furri</strong></p>
<p>«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in <em>Méditerranée</em> di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai <em>lieux de mémoire</em> di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.</p>
<p>Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri <em>Tesi di filosofia della storia</em> quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.</p>
<p>Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo&nbsp; nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all&#8217;interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l&#8217;anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent&#8217;anni dall&#8217;istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti&nbsp; (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l&#8217;esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento [&#8230;] al suo contesto storico specifico, [&#8230;] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite [&#8230;] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell&#8217;altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli &#8220;Italiani brava gente&#8221;, uccisi &#8220;in quanto Italiani&#8221;, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.</p>
<p>Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell&#8217;Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall&#8217;amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un&#8217;ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.</p>
<p>Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall&#8217;estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell&#8217;accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l&#8217;Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l&#8217;alto a seguire l&#8217;altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l&#8217;implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell&#8217;opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le <em>deformazioni</em>, in quanto materia <em>in formazione</em>, sono anche <em>informazione</em>.»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come <em>lieux de mémoire</em>, ma anche come quelli che potremmo chiamare <em>lieux d&#8217;oubli</em>, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell&#8217;identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c&#8217;è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.</p>
<p>Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all&#8217;interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.</p>
<ul>
<li><strong>Note</strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 77</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Valentina Pisanty, <em>Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah</em>, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> ivi, p. 49</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, <em>Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia</em>, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. <em>La Foiba di Basovizza</em>, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: <a href="https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf">https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf</a>; Jože Pirjevec, <em>Foibe. Una storia italiana</em>, Einaudi, Torino, 2009</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 76</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Andrea Martocchia, <em>I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata</em>, Odradek, Roma, 2011</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Rosanna Rizzi, <em>Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta</em>, Politecnico di Bari &#8211; Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: <a href="https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta">https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta</a></p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> ivi</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Eyal Weizman, <em>Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee</em>, Meltemi, Milano, 2022, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Furio Jesi, <em>Mito</em>, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 78</p>
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