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	<title>Eyal Weizman &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>The Architecture of Violence</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mattia paganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2014 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Eyal Weizman]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mattia Paganelli Al Jazeera ha recentemente presentato un breve documentario sul ruolo dell’architettura e del territorio nel conflitto israelo-palestinese attraverso l’analisi di Eyal Weizman, direttore di ricerca nel dipartimento di architettura di Goldsmiths College (University of London). Se possibile, andrebbe visto leggendo in parallelo il suo libro Il minore dei mali possibili, direttamente ispirato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mattia Paganelli</strong></p>
<p>Al Jazeera ha recentemente presentato un breve documentario sul ruolo dell’architettura e del territorio nel conflitto israelo-palestinese attraverso l’analisi di Eyal Weizman, direttore di ricerca nel dipartimento di architettura di Goldsmiths College (University of London). Se possibile, andrebbe visto leggendo in parallelo il suo libro <a href="http://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/il-minore-dei-mali-possibili-2"><em>Il minore dei mali possibili</em></a>, direttamente ispirato alle riflessioni di Hannah Arendt.</p>
<p><a href="http://aje.me/1q4ZLxt">The Architecture of Violence</a></p>
<p><span id="more-48869"></span>Se si lasciano per un momento da parte le reazioni emotive e anche lo stupore attonito per la lucida razionalità messa in atto dalle forze di occupazione, l’analisi presentata è schiettamente materialista. Weizman legge l’architettura come Benjamin interpretava il cinema: una tecnologia ha dimensioni e possibilità estetico-politiche specifiche, non trasferibili come se la materia fosse il supporto trasparente di un’ideologia – oggi si direbbe discorso. Questo <em>materialismo</em>, anche se ormai slegato dalla dialettica, è di fondamentale importanza. Ne <em>Il minore dei mali possibili</em> Weizman evidenzia come l’esercizio della violenza sia inestricabile dalla manipolazione mediatica di quell’economia che valuta come accettabile un male minore, per evitare un male più grande. Calcolo che trova un’applicazione diretta nel concetto di ‘proporzionalità’ della risposta militare all’attacco subito (proporzione che, tra l’altro, Israele ha pubblicamente dichiarato di voler ignorare da qualche anno a questa parte). Weizman si rifà, forse un po’ semplicisticamente, alla critica che Voltaire fece del calcolo del ‘migliore dei mondi possibili’ di Leibniz (le ironie di <em>Candide</em>). Eppure questa proporzionalità posizionata tra nessun male e il male assoluto, che sembrerebbe essere alla fonte di una repressione ‘morbida’ operata attraverso l’architettura invece che direttamente con le armi, non discute la base da cui si sceglie un certo grado di violenza piuttosto che un altro – e il fatto che l’intenzione di fare almeno un po’ di male non è eliminabile. Infatti, anche se Weizman non ne parla direttamente, la scelta di una risposta proporzionata o senza proporzione è fondata sull’idea di un soggetto che nasce immediatamente dotato di potere, opposto non a un soggetto senza potere, ma a un non-soggetto. Le scelte urbanistiche israeliane in Palestina mostrano con gran chiarezza da quale terreno o fondamento si muovano e quali separazioni estetico-politiche instaurino: gli Israeliani si muovono rapidamente, i Palestinesi incontrano continui ostacoli; gli Israeliani sono <em>soggetti</em> i Palestinesi sono <em>corpi</em>.</p>
<p>Ma fin qui parrebbe non far altro che soffiare sul fuoco della rabbia per le ingiustizie di cui siamo testimoni. Invece l’importanza dell’analisi di Weizman, mi si permetta un salto dal particolare a considerazioni più generali, sta nell’aver saputo evidenziare, al di là di contrapposizioni dialettiche, che la politica produce un’estetica, ovvero genera un corpo organizzato e incanalato su un territorio distribuito in modo ben preciso. Non si tratta qui più della spettacolarizzazione novecentesca legata alla comunicazione di massa, da cui era possible, almeno in linea di principio, distrarsi, nè soltanto dei &#8216;corpi docili&#8217; di Foucault. Una repressione esercitata attraverso le dimensioni estetiche, forse finanche poetiche, della realtà in cui viviamo, sia questa architettura, tecnologia, consumismo dei media, finanza folle, ecc. richiede di essere affrontata sullo stesso terreno delle dimensioni che manipola. Altrimenti si rischia di dare risposte vecchie a problemi nuovi e, intrappolati nell’incommensurabilità che ne deriva, lottare contro i mulini a vento. Solo un approccio che sappia riconoscere quali dimensioni diano forma alla realtà presente può sostenere una discussione politica capace di resistere e sfidare le strutture che permettono la decisione di esercitare la violenza.</p>
<p>Nel caso di Weizman, le sua analisi lo condurrà a formulare il concetto di “forensic architecture”, o autopsia dell’architettura; la pratica in cui attraverso lo studio dei danni agli edifici è possibile ricostruire quanta forza sia stata applicata e come, così da poter individuare le responsabilità legali e eventuali crimini di guerra di fronte a un tribunale internazionale. Questo naturalmente vale solo per conflitti in cui l’esercizio della violenza è ancora bilanciato dal valore della legalità, in cui forza e semantica si contendono ancora il campo; dove cioè esiste ancora una distribuzione di giusto e ingiusto accettata almeno nominalmente da entrambe le parti. In caso di conflitto aperto, di guerra conclamata per così dire, tutte le organizzazioni estetiche e epistemologiche crollano, l’equilibrio tra male minore e male assoluto svanisce (e il conflitto aperto diviene l’unico modo per ridisegnare la distribuzione del presente). Purtroppo non occorre andare molto lontano per incontrare la guerra conclamata e la distruzione senza limiti. Ma, e questo è il punto fondamentale, noi (un noi della vita quotidiana) non abbiamo visto di prima persona gli orrori della guerra civile in Siria, per prendere l’esempio più prossimo; ne abbiamo notizia solo attraverso la comunicazione, cioè di nuovo in ambito semantico. Se qualcuno non può fare a meno di soccorrere le vittime sul campo, gli sia riconosciuto il coraggio (o la vocazione da martire), ma per noi che viviamo ancora in pace e democrazia (anche se sempre più circondati, anche se sempre più ristrette) il compito è ancora quello di resistere e svelare le manipolazioni della comunicazione che il potere usa per giustificare e rendere accettabile l’esercizio della violenza (va da sè, la comunicazione è il nostro <em>materiale</em>). Nonostante le origini dei conflitti contemporanei siano spesso concatenazioni di cause accumulatesi nel tempo da cui ormai è difficile districarsi, e di giochi più grandi fatti sulla pelle di paesi più piccoli, scegliere il male minore è comunque sempre scegliere il male, concludeva Hannah Arendt. Sotto l’effetto delle esecuzioni abilmente riprese e fatte circolare su tutti i media di recente, si finisce per commettere una volta ancora questo errore.</p>
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		<title>Wall</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2014 07:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Eyal Weizman]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Josef Koudelka]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
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					<description><![CDATA[(esce domani una sorta di “piccola enciclopedia del pensiero contemporaneo”: L’età dell’estremismo, di Marco Belpoliti. Ho chiesto all’editore e all’autore un capitolo che qui riproduco, ringraziandoli. G.B.) di Marco Belpoliti Tra il 2008 e il 2010 il fotografo ceco Josef Koudelka si è recato più volte in Israele e in Palestina. Invitato dal progetto «This [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Belpo.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47557" alt="Belpo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Belpo.png" width="255" height="395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Belpo.png 255w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Belpo-193x300.png 193w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a>(<i>esce domani una sorta di “piccola enciclopedia del pensiero contemporaneo”: </i>L’età dell’estremismo, <i>di<a href="http://marcobelpoliti.tumblr.com/"> Marco Belpoliti</a>. Ho chiesto all’editore e all’autore un capitolo che qui riproduco, ringraziandoli.</i> G.B.)</p>
<p>di <b>Marco Belpoliti</b></p>
<p>Tra il 2008 e il 2010 il fotografo ceco Josef Koudelka si è recato più volte in Israele e in Palestina. Invitato dal progetto «This Place: Making Images, Breaking Images – Israel and the West Bank», avviato dal fotografo Frédéric Brenner, ha ritratto il muro che separa lo stato ebraico dai Territori abitati dai palestinesi. Utilizzando una macchina di grande formato, Fujifilm 6 x 17 cm, Koudelka ha realizzato una serie di scatti delle zone dove sorge la barriera divisoria voluta da Ariel Sharon e dai militari israeliani. Si tratta d’immagini in bianco e nero di grande impatto visivo. Stampate in un libro oblungo intitolato <i>Wall</i>, ogni scatto ha le dimensioni di 72×24 e abbraccia un’ampia porzione di territorio: da un lato all’altro di una valle, oppure un’intera collina nella sua estensione da est a ovest; e ancora: una porzione di muro e le fortificazioni intorno; fino allo snodarsi, altro esempio paradigmatico, di un’autostrada che fende l’intero paesaggio.</p>
<p>Lo sguardo ampio sembrerebbe il solo che permette di capire il modo con cui la distesa di cemento, blocchi, plinti, cancelli, filo spinato, torrette interviene nello spazio per delimitare, circondare, difendere, escludere. In alcune istantanee, più simili a quadri che non a fotografie, appaiono in primo piano olivi secolari e dietro di loro un paesaggio brullo. Ci sono pochissime figure umane. C’è solo un uomo, nei pressi dell’insediamento di Qedar, in abito tradizionale arabo, in piedi sulle macerie di una casa, probabilmente la sua: blocchi di cemento divelti, macerie di ferro, armature, tubi accatastati; dietro, il cielo è una superficie grigiastra, mentre un filo taglia a metà la fotografia, stabilendo una divisione tra il sopra e il sotto. C’è qualcosa di claustrofobico in queste immagini, di aperto ma anche di chiuso: la chiusura dell’aperto e l’apertura del chiuso, un chiasmo. Ad Al-Khader, nell’area di Betlemme, la città più fotografata insieme a Gerusalemme Est, Koudelka ha ritratto una sorta di vallo, la terra di nessuno tra la cinta di cemento e un alto muro dalla forma arrotondata: una trincea inabitabile, sicuramente un dissuasore spaziale tra due territori. Chi e dentro e chi e fuori? Le foto lo dicono molto bene, e se qualcuno non lo capisse al primo sguardo non ha che da leggere le secche didascalie che descrivono la separazione tra i due popoli, e quella, anche peggiore, tra palestinesi e palestinesi.</p>
<p>Koudelka viene da antichi studi d’ingegneria, negli anni Cinquanta a Praga, e il suo sguardo mantiene qualcosa di quell’origine tecnica. Possiede infatti un talento nell’individuare alla perfezione i punti di vista, i luoghi e gli spazi da catturare dentro l’obiettivo. Di sicuro, nelle sue fotografie, in queste in particolare, emerge anche un aspetto teatrale che gli è proprio, come ha scritto la critica: una capacità di guardare l’interno come una scena, e insieme introdurre un aspetto introspettivo, scandaglio del teatro interiore. Per quanto si tratti di luoghi desolati, dove l’antica armonia è stata devastata dall’intervento bellico dell’uomo, c’è sempre qualcosa d’intimo in ogni luogo raffigurato da Koudelka. Anche negli spazi più angusti, chiusi, privi di qualsiasi piacevolezza, si coglie un momento, un attimo, di riflessione del fotografo: la crudezza delle immagini appare mitigata dal suo sguardo, e proprio per questo il contrasto tra l’ordine e il disordine risulta ancora più forte.</p>
<p>Se Koudelka avesse fotografato il punto dirompente, la rottura del paesaggio apportata dall’intervento militare, dal segno prepotente del Muro, la sua lezione di metodo, la sua riflessione, ne sarebbe stata indebolita. Guardando il caos della separazione all’interno dell’armonia dell’antico paesaggio mediorientale, mediterraneo, Koudelka ci fa apparire ogni cosa più lancinante, mobilitando la nostra capacita di cogliere quello che c’era, e che forse potrebbe ancora esserci: oggi, domani. Non c’è quindi in questi scatti un giudizio politico, bensì estetico, un’estetica che è politica, proprio attraverso la capacità che queste lunghe fotografie possiedono di suscitare i nostri sentimenti. I contrasti del bianco e del nero, mitigati da una vasta gamma di grigi, ci mostrano un luogo disperato che sembra dar voce alla propria disperazione, non a squarciagola, bensì in modo sommesso, come in una nenia mediorientale, senza fine, un suono reiterato che ti penetra nel cervello poco a poco, e non ti lascia più.</p>
<p>Dopo lo scoppio della seconda Intifada (termine arabo che vuol dire: «scuotersi di dosso»), nel settembre del 2000, i militanti palestinesi della Cisgiordania hanno cominciato a compiere una serie di attacchi suicidi uccidendo centinaia di civili in Israele. Una carneficina che è continuata per oltre due anni. L’Intifada era stata scatenata dalla visita di Ariel Sharon, allora leader dell’opposizione politica, al Monte del Tempio, Haram al-Sharif, a Gerusalemme Est, considerata dai palestinesi un affronto terribile, tentativo di sancire il controllo assoluto di Israele sul territorio. Israele ha reagito costruendo il Muro, per impedire ai kamikaze l’accesso alle città e ai villaggi ebraici. Eyal Weizman ha raccontato, in <i>Architettura dell’occupazione</i>, e nel successivo <i>Il minore dei mali possibili</i>, la storia complessa di questa costruzione, di come il Muro sia diventato il modo con cui lo Stato d’Israele ha condotto la sua guerra spaziale contro i palestinesi: molto più di un semplice sistema di difesa, almeno cosi come appare nella pratica e nella teoria di Sharon, diventato in seguito primo ministro di Israele, e ispiratore della costruzione della cinta difensiva.</p>
<figure id="attachment_47558" aria-describedby="caption-attachment-47558" style="width: 752px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Koudelka.Wall_.2013-e.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-47558  " alt="Un cartello stradale che indica le direzioni Tomba di Rachele e Gerusalemme. Fotografia © Josef Koudelka / Magnum Photos." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Koudelka.Wall_.2013-e.jpg" width="752" height="251" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Koudelka.Wall_.2013-e.jpg 752w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Koudelka.Wall_.2013-e-300x100.jpg 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></a><figcaption id="caption-attachment-47558" class="wp-caption-text">Un cartello stradale che indica le direzioni Tomba di Rachele e Gerusalemme.<br />Fotografia © Josef Koudelka / Magnum Photos.</figcaption></figure>
<p>Nel capitolo <i>Il migliore dei muri possibili </i>Weizman racconta le vicende delle lotte legali intorno alla costruzione del Muro da parte di alcuni avvocati palestinesi, come Beit Surik, condotta attraverso la realizzazione di modelli e plastici esibiti davanti alla Corte Suprema di Gerusalemme in un duello giuridico con i rappresentanti delle forze armate israeliane. Questa disputa legale, come altre di quel periodo, ha prodotto innumerevoli cambiamenti del tracciato del vallo difensivo.</p>
<p>Weizman legge il muro come una vera e propria strategia di guerra. Scrive: «Il muro non può essere ridotto alla sua struttura fisica e al suo tracciato. Esso costituisce un insieme eterogeneo e interdipendente di sistemi di fortificazione interconnessi, costruzioni architettoniche (i ‘terminali’), tecnologie di rilevamento, armi automatiche, sistemi militari aerei e (nel caso di Gaza) marini, manovrati da una molteplicità di istituzioni, secondo procedure, calcoli, tattiche, etiche, scopi legali e umanitari variabili», che somigliano a ciò cui Foucault faceva riferimento quando parlava di «dispositivo».</p>
<p>Le fotografi e di Koudelka colgono proprio questo aspetto dell’apparato, il suo dispiegarsi sul territorio e la sua capacità di piegarlo alla propria logica. Il dispositivo, come lo aveva pensato Foucault, possiede una funzione strategica concreta e sviluppa in ogni caso una precisa relazione di potere. Negli scatti del fotografo praghese si coglie proprio la stratificazione del dispositivo, la sua capacità produttiva, la sua costituzione nel tempo, a partire da una urgenza di tipo militare. Nei bianchi e neri degli scatti si percepisce lo sforzo di orientare lo spazio, di organizzarlo. Le colline, le piane, le strade, i campi raffigurati da Koudelka, rendono conto di una battaglia che è avvenuta in quel luogo. Una guerra che ha fatto morti e feriti, ora invisibili, ma che ha lasciato nel terreno il segno vistoso del proprio passaggio: sbraghi, lacerazioni, cicatrici, suture, vuoti, troppo pieni.</p>
<p>Ci sono due immagini che descrivono questo spazio, il suo dispositivo, in modo perfetto. Nella prima appare un campo con l’erba alta; in mezzo si scorgono le sagome dei soldati, profili sottili, probabilmente di metallo o altro materiale duro. I militari, disseminati su una ampia superficie erbosa, rammentano che in quel luogo nel 1948, presso il kibbutz Yad Mordechai, a Gaza, e avvenuto uno scontro a fuoco decisivo. Nell’altra il paesaggio è dato dal sovrapporsi, in primo piano, di un intrico di fili spinati: rotoli e rotoli, fitti fitti, gli uni sopra gli altri; cosi fitti da rendere lo spazio retrostante simile a un rotolo di metallo: rocce, strade, vegetazione, diventano un secondo intrico, che si associa al primo rendendo tutto invisibile, e al tempo stesso perfettamente visibile: il muro di metallo aderisce ovunque, e niente ora ne resta escluso.</p>
<p>«Una volta completato, il muro misurerà circa 700 chilometri, il doppio dei 320 chilometri del perimetro della Linea d’Armistizio del 1949, detta Green Line, che separa Israele dalla Cisgiordania», cosi è scritto laconicamente sotto la prima immagine che apre <i>Wall</i>, dove è raffigurato il campo profughi di Shu’fat, con vista su Al-Issawiya: sulla sinistra si scorge il muro composto di pannelli di cemento che avanza sino a quasi la metà dell’immagine, dal piccolo al grande; sulla destra si apre, dietro al muro, in lontananza, l’agglomerato delle case; in mezzo una strada di terra battuta. Sembrano due foto accostate una all’altra, invece è il medesimo paesaggio visto all’altezza del muro. Sono due paesaggi diversi, il muro e le case, costretti a convivere, segnando due spazi e due tempi differenti, eppure terribilmente complementari.</p>
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		<title>Il male minore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 06:00:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>più che volentieri pubblico questo pezzo uscito su</em> La Stampa <em>il 28 agosto &#8220;ispirato&#8221; &#8211; come mi annota nella email di accompagnamento l&#8217;autore &#8211; &#8220;alla vicenda del barcone dei migranti annegati e alla vicenda della legge ipocrita sulle badanti, penso all&#8217;Italia del male minore (e del terrorismo passato).</em> G.B.]<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem.jpg" alt="eichmann-in-jerusalem" title="eichmann-in-jerusalem" width="454" height="298" class="alignnone size-full wp-image-21358" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/eichmann-in-jerusalem-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Eyal Weizman è un architetto israeliano. Insegna a Londra alla University of London ed ha scritto un saggio,<em> Architettura dell’occupazione </em>(Bruno Mondadori) che ha fatto molto discutere, dedicato alla costruzione del Muro che separa Israele dai Territori palestinesi. In un piccolo librino, edito invece da poco da Nottetempo, intitolato <em>Il male minore</em>, Weizman ha invece posto un problema di grande attualità di questi tempi, la cui formulazione è: Se vi trovate di fronte a due mali, è vostro dovere optare per il minore. La questione del “male minore” l’ha sollevata in modo critico per la prima volta un’ebrea migrata in America per sfuggire al nazismo, Hannah Arendt, in una conferenza del 1964, dedicata a “La responsabilità personale sotto la dittatura”. <span id="more-21253"></span><br />
Pochi anni prima la filosofa tedesca s’era interrogata, nel corso del processo contro Eichmann, grande organizzatore della deportazione, sulle ragioni della cooperazione offerta dai Consigli Ebraici nelle nazioni occupate ai nazisti, atto rimosso da molti, e subito contestato alla Arendt: ebrei eminenti avevano collaborato con i massacratori con l’intento di salvare se stessi e  altri ebrei, e per questo avevano lasciato che moltissimi di loro venissero deportati e gasati. Il male minore, appunto, argomento che circola anche nelle affermazioni del criminale nazista nel corso del processo: Siamo scesi a patti col diavolo senza vendergli l’anima. Oppure: Noi che figuriamo colpevoli oggi, siamo però stati i soli a restare al nostro posto per evitare che le cose andassero anche peggio, mentre coloro che non hanno fatto nulla si sono sottratti alle loro responsabilità, pensando solo a se stessi, alla salvezza delle loro anime. Come ci ricorda Hannah Arendt, chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo il male.<br />
Weizman sottolinea come nella nostra post-utopica cultura politica contemporanea il termine “male minore” è diventato oggi un fatto quasi naturale, e viene invocato in contesti incredibilmente diversi tra loro: dalla morale individuale al diritto internazionale, dalle economie della violenza nel contesto della “guerra al terrore” agli attivisti umanitari dei cosiddetti “diritti umani”, portati a destreggiarsi in mezzo ai paradossi dell’assistenza – parola che sembra aver preso il posto precedentemente riservato al termine <em>bene</em>. Sono spesso proprio i totalitarismi a usare l’argomento del male minore, dice l’architetto israeliano, che cita un altro scritto della Arendt , “Le uova alzano la voce”, dove viene ricordato il detto di Stalin, il solo contributo originale del capo sovietico alla dottrina marxista: “Non puoi rompere le uova senza fare una frittata”. Ovvero, che non si può edificare il regime della vera giustizia tra gli uomini senza grandi sacrifici di vite umane. Una convinzione che ha portato anche da noi, in Italia, negli anni Settanta, diversi miei coetanei, ad accettare il principio dell’omicidio politico come strumento rivoluzionario – e a sostenerlo anche oggi come un portato inevitabile dell’epoca.<br />
Mary McCathy, la scrittrice amica della Arendt, ha smascherato la fallacia del male minore: “Se qualcuno ti punta addosso una pistola e ti dice ‘Uccidi il tuo amico o io uccido te’, ti sta semplicemente <em>tentando</em>”. Quando nient’altro è possibile, scrive Weizman, “quando fare <em>niente</em> è l’ultima forma effettiva di resistenza, e le conseguenze pratiche del rifiuto, e perciò del caos, sono quasi sempre migliori, se abbastanza persone rifiutano”. Quando la filosofa tedesca aveva articolato questo tema non era ancora operante la razionalità dei computer, la logica del calcolo, che ha portato alle estreme conseguenze la questione nel capitalismo finanziario: introdurre il modello economico nei giudizi etici. Il calcolo e la misurazione dei beni e dei mali considerati come algoritmi – trend statistici delle scienze sociali, o aspetti di un problema computazionale – riducono di fatto la responsabilità personale e di giudizio. Weizman ci ricorda che quando le questioni vengono pensate in termini economici ed espresse in numeri, “esse possono essere cambiate e sviate infinitamente”. L’architetto ripercorre nel suo saggio la storia del “male minore” nel pensiero occidentale, attraverso Agostino che rompe con l’assolutismo del manicheismo (meglio le prostitute dell’adulterio, meglio uccidere un aggressore prima che questi uccida un passante innocente). Il male minore come prevenzione è un concetto che ha fatto molta strada presso di noi passando anche per il marxismo e i suoi interrogativi: il cambiamento deve comportare la riduzione o l’intensificazione della sofferenza? <em>La politique du pire</em> ha lastricato i sentieri di Utopia negli ultimi settant’anni sino ad arrivare agli ex maoisti francesi passati alla causa dei Diritti Umani degli anni Novanta, o alla “guerra al terrore” di Guantanamo, tutti esempi in cui il calcolo costi e benefici si modella non in relazione al male che si produce ma a quello che si previene.<br />
Qual è dunque l’antidoto a questa politica della menzogna? La responsabilità, scrive la Arendt, che è sempre un fatto individuale e non collettivo. Qualcosa di assolutamente soggettivo che invece i regimi totalitari, e quelli che aspirano a diventarlo, cercano di negare annacquando tutto nel “collettivo” dei sondaggi e delle opinioni mutevoli. L’autenticità dell’atteggiamento soggettivo, dice la filosofa, “si può misurare solo dalla caparbietà nell’affrontare eventuali sofferenze”. Non ci sono dunque regole generali, ma a tutti verrà, prima o poi chiesto, come a Eichmann: Perché hai obbedito? Perché hai dato il tuo <em>sostegno</em>? Lì è il momento di verità di ciascuno, per quanto sarebbe sempre meglio non arrivarci. Per questo bisogna pur far qualcosa affinché la logica del “male minore” non trionfi oggi, qui tra noi.</p>
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