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	<title>fabbrica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Skei razza Piave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jul 2023 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Rodda]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[razza piave]]></category>
		<category><![CDATA[Skei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fabio Rodda</strong> <br />
La catena fa sglang, sglang, sglang. Comincia con una sirena, un rumore aspro che risuona troppo a lungo nel capannone ancora silenzioso. Poi, si accendono gli ingranaggi ed è sglang, sglang, sglang che non smette più. Sglang, il colpo della pressa sulle lamiere: passano, sfilano sui rulli e arrivano alla postazione di Martino.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-104063" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero.png" alt="" width="850" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero.png 850w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-300x207.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-768x529.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-150x103.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-218x150.png 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-696x480.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-609x420.png 609w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/smontaggio-frigorifero-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /></p>
<p>di<strong> Fabio Rodda</strong></p>
<p>La catena fa <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em>. Comincia con una sirena, un rumore aspro che risuona troppo a lungo nel capannone ancora silenzioso. Poi, si accendono gli ingranaggi ed è <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> che non smette più. <em>Sglang</em>, il colpo della pressa sulle lamiere: passano, sfilano sui rulli e arrivano alla postazione di Martino. Lui è quello che riempie di poliuretano espanso le due lamine di alluminio lisce e affamate di polimeri uretanici. Un <em>fssshshhhhhh</em> di getto che scivola tra i profili di estratto di bauxite ed ecco la schiena del frigo che arriva chez nous. Io e Manuel ci saltiamo sopra, i trapani ad aria compressa già caldi ben stretti in mano. Comincia la gara: due viti, un getto di colla calda ed ecco che si incastrano le pareti laterali. Giù dalla schiena e si gira attorno al bestione, a destra lui, a sinistra io in senso antiorario e <em>ziuuff</em>, <em>ziuuff</em>, <em>ziuuuuffff</em>: l’aria pressata spinge il rotore delle nostre pistole e la punta a croce stupra la testa dell’inserto di fissaggio fino a cacciarlo nella lamiera riempita di reticolato termoindurente. Venti minuti per finire lo scheletro. Al massimo. Natalino è lì che prende i tempi, segnerà in tabella la media: noi siamo la prima postazione dalla catena di produzione, noi siamo importanti, noi diamo il ritmo. E <em>ziuuff</em>, <em>ziuufff</em>, <em>ziuuuuuuuffff</em>: «quella non voleva entrare, la troia».</p>
<p><em>Ziuff</em>, <em>ziuff</em>, <em>ziuufffff</em> e, ormai quasi dimenticato, soverchiato dagli sbuffi d’aria compressa, dallo stridore della ferraglia, dalle bestemmie della linea, lo <em>sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> della pressa. La postazione punitiva. Ci mandano quelli a cui vogliono far passare la voglia: otto ore a tirar su e giù lamiere e abbassare il maglio da una tonnellata per farti capire qual è il tuo posto nel mondo: spazzatura eri, sei e rimarrai.</p>
<p>Ultimo balletto attorno al frigo industriale di cui già si intuisce la forma. Dobbiamo controllare che non ci siano buchi, fissaggi imperfetti, così poi il bestione potrà andare in qualche supermercato di merda a buttar freddo nelle sale enormi per vendere carne e pesce e verdura, potrà dare il suo contributo allo spreco energetico, aiutare ancora un po’ questo mondo marcito ad andarsene a puttane.</p>
<p><em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> torna in primo piano, adesso che i trapani tacciono addormentati nella fondina legata al fianco. La tuta blu, il marchio bianco sul petto, vicino al cuore. Le scarpe antinfortunistiche con bande fluorescenti, che se finisci sotto qualche quintale di ferraglia in magazzino senza che nessuno se ne accorga, prima o poi le scarpe si vedranno e raccatteranno la poltiglia che eri tu. Finirai sul giornale: incidente fatale sul lavoro. Non operaio morto. Incidente. Il fatale, poi, è conseguenza ultima ma dell’incidente, mica colpa di qualcuno, magari della fabbrica. Magari di un padrone. <em>Sglang</em> <em>sglang</em> <em>sglang</em>, già tre mastodonti agganciati con le catene, sollevati a un metro da terra e spinti avanti in linea. Cibien, dalla postazione subito dopo la nostra, mi guarda torvo.</p>
<p>Una sirena troppo forte squarcia il ritmo della fabbrica: dieci minuti di pausa obbligata. Tutti fuori per far arieggiare il capannone. Nel cortile fa freddo, me ne sto appoggiato al muro e fumo la solita stizza nevrotica coi postumi della birra che salgono fino alla gola. Passa Martino, gli occhi rossi: si è separato dalla compagna un anno fa. La stronza non gli fa vedere la figlia più di una volta al mese. Perché non è un buon padre. Perché beve troppo. Domani è il compleanno della ragazzina: «la me ha domandà la tuta dell’Adidas per regalo. Ma la costa novanta euro. Mi ne ciape mili e doe al mese e ne passo ottocento per il mantenimento. Fae come? No li ho sti schei».</p>
<p>Martino, ingobbito nella sua vergogna, mi guarda di sotto in su, mentre il cielo denso e pesante sembra volerci avvolgere nel grigio di una metà mattina metallica: «te li presto io».</p>
<p>«No, vecio, grazie ma no pode. Non posso», scuote la testa l’orgoglio sprecato di Martino. Una vita come tante da ‘ste parti, fregata dalle ombre – sempre troppe e mai gustate, buttate giù in fretta per calmare qualcosa che preme appena dietro ai polmoni, sempre lì e ogni mattina, da sempre –, da sua moglie, che chissà perché aveva immaginato una vita da Instagram e non la faticaccia banale di una valle chiusa e triste; dalla fabbrica.</p>
<p>«Non è un problema, Martino. Non pago affitto. Non ho alimenti da smenarmi. Non mi cambia. Me li darai quando puoi».</p>
<p>Gli occhi tetri di un disonore antico – figlio del senso del peccato, della colpa di esser vivi e di non essere un ingranaggio perfetto e oliato come gli altri, la colpa di esser poveri di cui occorre vergognarsi, ce lo dice lo smartphone – annuiscono e spariscono.</p>
<p>Cibien fuma camminando in cerchio fra le tre panchine del cortiletto. Fa così tutte le mattine, per tutti i dieci minuti di pausa. Sono ventitré anni che è qui dentro. Non è più nemmeno un fantasma. Nessuno sa qual è il suo nome. Il cognome è Cibien. Lui è solo Cibien, per tutti.</p>
<p>Da qui si intravedono gli uffici, i colletti bianchi con le ridicole camicie a maniche corte seduti davanti ai computer che decidono quante ore lavoreremo, quanto ci pagheranno, quanta produzione dovremo fare. Dietro, montagne segate da cumuli di nubi quasi nere. Cibien mi passa davanti rientrando. Lo guardo. Lui si ferma, gli occhi sempre bassi: «oggi non più de dodese».</p>
<p>«Dodici? Lo sai che Natalino mi farà il culo, vero? Ne vuole diciotto a fine giornata». Cibien alza due fosse vuote a fissarmi disperato: «dodese. No ghe la fae pi».</p>
<p>«Va bene. Ok, Cibien, come dici tu».</p>
<p>Rientro e torno in postazione. Manuel mi guarda con aria interrogativa. La risposta ai suoi dubbi gli fa crollare le braccia come corpo senza vita: «Setu mat?»</p>
<p>«Cibien ha detto dodici».</p>
<p>«Cazzo me ciavelo di cosa ha detto Cibien?»</p>
<p>«Coglione, son sei mesi che lavori qua. Cibien ventitrè anni. Si fa quanto dice lui».</p>
<p>«Ma, Natalino al ne coperà; ci farà il culo».</p>
<p>«Natalino si faccia ammazzare».</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>: i trapani girano più lenti. <em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em>: il mucchio di lamiere farcite alle nostre spalle già cresce. A fine giornata sarà una pila da un metro e mezzo e non serviranno i conti dei colletti bianchi o il cronometro di Natalino per capire che siamo andati lenti. Troppo lenti. Due terzi della produzione dovuta. Domani mattina Natalino mi spaccherà.</p>
<p>«Dio Cristo, lo sai che doman ci mandano in pressa, vero? Almeno na settimana non ce la leva nessuno».</p>
<p>«Lo so, Manuel. Lo so».</p>
<p><em>Sglang</em>, <em>sglang</em>, <em>sglang</em> senza tregua, senza fiato, senza pietà.</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>. Con calma, con respiro.</p>
<p>Salto dentro il frigo, ci scrivo un porco da far tremare i campanili e sotto disegno il mio nome gigante. Cibien coprirà il tutto coi tubi di raffreddamento e la lamiera della seconda coibentazione. Li firmo sempre tutti i miei pezzi: mi piace pensare che un giorno un manutentore Coop o Esselunga aprirà un bestione che non funziona più e ci leggerà la mia signature alta mezzo metro. E, se era una giornata storta, anche un bel bestemmione a caratteri cubitali, che si sappia che ‘sto frigo è stato prodotto qua, sotto i monti. Frigo razza Piave.</p>
<p><em>Ziuff</em>… <em>ziuff</em>… <em>ziuff</em>, ancora un po’ più piano. Manuel scuote la testa. Io guardo la pressa e già so dove starò settimana prossima. Cibien si volta e accenna una smorfia che può somigliare a un sorriso.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il rumore della fabbrica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/12/barlocco-di-andrea-balietti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2020 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[andrà tutto bene]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rossi Brunori]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Francesca Rossi Brunori &#160; Illustrazione di Giuditta Chiaraluce &#160; Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Ci vogliono tutti morti ma andrà tutto bene. Ci vogliono tutti indispensabili, ma andrà tutto bene. Ci vogliono soffocati nelle nostre mascherine, ma andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Una di quelle frasi che ti diceva tua madre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Francesca Rossi Brunori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-84106" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/per-na-1024x674.jpg" alt="" width="752" height="529" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Illustrazione di Giuditta Chiaraluce</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Ci vogliono tutti morti ma andrà tutto bene. Ci vogliono tutti indispensabili, ma andrà tutto bene. Ci vogliono soffocati nelle nostre mascherine, ma andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Una di quelle frasi che ti diceva tua madre il primo giorno di scuola. Andrà tutto bene te lo avrebbe potuto dire il tuo compagno il primo giorno di un nuovo lavoro. Andrà tutto bene sì. Per tutti ma non per noi. Perché noi siamo sempre esortati a sopportare a supportare i beni di prima necessità degli altri che pure loro non fanno altro che sentire, sì andrà tutto bene. Il loro dovere è rimanere dentro casa. Il nostro è di rimanere chiusi in fabbrica &#8211; a fare che? Vestiti. Vestiti. Le nostre clienti anche se sono in quarantena hanno bisogno di sentirsi bene. Per questo, andrà tutto bene, si potrebbe convergere in ho bisogno di sentirmi bene, anche se sto a casa. E in mezzo all&#8217;andrà e al potrebbe prende forma un essere. Io.  L&#8217;operaio. E in mezzo prende forma uno spazio – la fabbrica. E dentro la fabbrica ci siamo noi. Puntuali anche in tempo di disastro. Timbra il cartellino. Entro. Timbra il cartellino. Esco. Un ingranaggio che non cede. Nemmeno di fronte ad una pandemia. Infatti, hanno detto, siamo tutti uguali, questo virus non fa distinzione, che tu sia di aspetto minuto, che tu abbia una fronte sporgente, naso all&#8217;insù, non c&#8217;è differenza. Che tu sia ricco o povero, non fa differenza. Io non mi sento uguale per niente a chi se ne sta a casa sua ad indossare i vestiti che fabbrico io. Non mi sento uguale per niente io. Bisogna trovarsi al posto giusto al momento giusto. Per coincidenza di cose mi ci sono trovata. Nel luogo fisico che continua a muoversi nonostante tutto. Lo vedi come sei fortunata? Tu puoi continuare a lavorare. “Guardami ah guardami come sono andata vestita oggi. Ah puoi solo immaginarlo perché non posso uscire. Ma sai, mi piace stare a casa vestita per bene”. È giusto. Lo so che è giusto. Nemmeno io mi lascerei andare dentro casa. Non voglio mica mettermi ad odiare chi indossa i vestiti che&#8230; ma io punto la sveglia alle cinque – tutti i giorni &#8211; mi lavo i denti mi vesto velocemente ho smesso di bere il caffè perché non ho bisogno di svegliarmi data la paura. Esco di casa e mi disegno nella testa la strada, la mia immaginazione mi fa vedere il percorso che devo seguire per arrivare al mio posto di lavoro. Lo so a memoria. Sempre dritto poi giri a destra dove trovi la solita vicina che butta fuori l&#8217;acqua sporca, ancora avanti passi davanti alla farmacia, ancora avanti all&#8217;incrocio, lì dove di solito ci sono Mohamed e i suoi amici che vendono accendini e calze e collane, ancora avanti e poi subito a sinistra. Arrivata. Avevo delle coordinate. Ma oggi le ho perse. Le ho perse da quando è iniziata questa pandemia. Perché in giro non c&#8217;è più nessuno. Mi sembra di muovermi in strade che non sono le mie. Casa dolce casa tienimi a te. Fabbrica dolce fabbrica, prendiamo le distanze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo del lavoro il tempo del denaro il tempo della produzione il tempo di mettersi a pregare perché nessuno ti possa attaccare niente. Nemmeno un raffreddore. Perché ci sono dei momenti in cui prima di entrare dentro quella fabbrica, anzi no, prima, prima di uscire di casa, prima di vestirmi e prepararmi, ancora prima, prima di andare a dormire, prima di oggi, ieri… dal giorno prima, io inizio a sentire che il mio stomaco si contorce, mi fa male, mi viene una specie di paura, mi basta mettere i piedi fuori da casa per sentire che l&#8217;aria anche se è più pulita, pare più contaminata perché mica ce la fai a respirarla davvero, è più pulita ma tu la senti più pesante. Ti prego fai che non mi tocca pigliarmi sto virus ti prego fai che non mi prenda ti prego se non mi prende… che faccio se non mi prende. Ma che sto dicendo?</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo vivendo un evento storico catastrofico. Torneremo alla normalità con un atteggiamento diverso. La consapevolezza di tutto ciò che abbiamo … mi viene da ridere. Io certe cose le sapevo già. Non avevo mica bisogno di una pandemia per saper che stavo vivendo in un mondo terribile, feroce. Ma voi in che realtà credevate di essere ospitati? Signor presidente la prego pensi anche a noi. Le voglio raccontare Oh mio presidente, il suono che sento la mattina appena mi sveglio – il rumore delle macchine della fabbrica? No ancora no appena mi sveglio dico, – anticipo – anticipo – il suono che sento la mattina mentre faccio colazione – il rumore della macchine della fabbrica – anticipo anticipo – sto solo bevendo del tè &#8211; troverai molto da ascoltare lì dentro – sono rumori che conosco bene li ho segnati &#8211; impressi impressi impressi – uno segue l&#8217;altro. Arrivano prima. Prima che io arrivi a loro, loro arrivano a me. Come i canti di quelle voci maschili che sembrano arrivare da lontano &#8211; quella musica sacra che risuona e poi quel silenzio, io il silenzio non lo sento mai, nemmeno appena mi sveglio. Appena mi sveglio arriva il rumore della fabbrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mamma ti prego posso rimanere a casa? Piangi e piangi ancora ma tanto le lacrime non servono a farti rimanere a casa. Da piccola ti inventavi il male di pancia per non andare a scuola. A me viene il male di pancia ogni giorno &#8211; ma lì ci devo andare lo stesso. Ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Andrà tutto bene sì. Ma solo se difendiamo i diritti dei lavoratori. Incrociamo le braccia per chiedere sicurezza e chiusura delle attività produttive non essenziali!  Appelliamoci alla pace solidale! Alla responsabilità nazionale! Noi stiamo ancora lavorando. Si vede che vi siete un po&#8217; confusi tra cosa sia essenziale e cosa no. La sicurezza dei lavoratori, ma solo se non si scontra con gli interessi della produzione, dei profitti. Perché ci mettono così tanto tempo, aggirano aggirano, fanno un salto all&#8217;indietro, e si girano dall&#8217;altra parte quando si parla di sicurezza, s i c u r e z z a si estingue quando il profitto diventa la specie più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerco di ricordare i giorni felici che ho avuto prima di questa quarantena, ma non riesco, non li trovo, scivolano via, stanno scomparendo, un po&#8217; come la crema che ti metti per massaggiarti le mani. Ridatemeli. Per avere un appiglio. perché…</p>
<p style="text-align: justify;">Oh signor presidente noi le distanze di sicurezza mentre lavoriamo le manteniamo. Per poco. Appena dobbiamo andare in bagno, non possiamo rispettare più niente. Siamo tanti sa. E il bagno è uno solo. E&#8217; piccolo. Me lo può dire lei come faccio a mantenere le distanze di sicurezza e non creare assembramento? Mica possiamo stabilire un orario per i bisogni fisiologici. Possiamo andare uno alla volta e alzare la mano? Dice che il bagno non è un problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Oh signor presidente noi le distanze di sicurezza mentre lavoriamo le manteniamo. Ma poi la produzione prevede che si debbano portare i capi da un settore all&#8217;altro. Dovrebbe vedere i corridoi. Stretti. Molto stretti. Possiamo alzare la mano anche qui. Magari mentre io porto i vestiti lungo il corridoio da sola, l&#8217;altra va in bagno e tutto il resto delle operaie rimangono a guardare. E aspettano il loro turno. Per il bagno. Per il corridoio. Anche per continuare a lavorare?</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ci tocca nutrirci. In una piccola piccola mensa. Dove o mangi in piedi o in un angolo o molto vicina alla tua collega. Le mascherine dobbiamo tirarle giù. Se no, come entra il cibo dalla bocca? Ma dopo le dobbiamo cambiare? Buttare? Ma se le abbiamo abbassate tutte nello stesso momento, dice che è meno pericoloso solo perché siamo in pausa pranzo? Non ci aveva pensato? Possiamo fare i turni. Ricapitoliamo. Mentre una va in bagno l&#8217;altra porta i vestiti quell&#8217;altra ancora mangia e tutte le rimanenti stanno a guardare. Possiamo fare così? Continuate a lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">La memoria è collettiva. Ma labile. Di collettivo non rimane niente. Nemmeno la spartizione delle mascherine. Perchè se proprio glielo devo dire non è che prima fosse diverso. Se facciamo la conta dei morti, di tutte quelle fabbriche che avete deciso di portare via lontano, se facciamo la conta dei morti, allora mi viene da pensare che più che morti di virus, si potrebbero chiamare morti sul lavoro. Forse ve lo siete dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; domenica. Siedo. Aspetto. Un sindacato qualsiasi che mi dica se da domani posso stare a casa. Sostenuta. Senza morire di fame. I vestiti li ho. La spesa l&#8217;ho fatta. Rifletto. Ascolto tutte le comunicazioni. Scuoto la testa. Siamo noi i lavoratori di una specie diversa. Che non si estinguerà per il virus. Perché è riuscita a non sparire prima. Siamo la specie vincente darwiniana noi. Sopravvissuti a ben altro. Ad una assenza di cure. E non straordinarie ed eccezionali come quelle di adesso. Ma basiche. Quelle che ti permettono di lavorare in fabbrica senza avere paura.</p>
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		<title>Necrologi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/17/necrologi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2017 05:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[camera verde]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[necrologi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nadia Agustoni poi si deve vivere 1 uno entra col fucile nel reparto. il factotum del padrone viene dalla caccia. si dà arie con tutti quanti. a casa ha una pistola. sempre armato. domenica caccia al negro e lo dice forte. la razza è il sangue. bisogna pulirsela dentro. si fa bello con l’impiegata. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nadia Agustoni</strong></p>
<p><strong>poi si deve vivere</strong></p>
<p>1</p>
<p>uno entra col fucile nel reparto. il factotum del padrone viene dalla caccia. si dà arie con tutti quanti. a casa ha una pistola. sempre armato. domenica caccia al negro e lo dice forte. la razza è il sangue. bisogna pulirsela dentro. si fa bello con l’impiegata. le spiega che spara alle lepri e ai fagiani. non li raccoglie nemmeno. gli basta sparare. ai suoi la selvaggina non piace. parla dei negri. ne arrivano come le frotte degli insetti. pesci mezzi morti i negri e gli operai morti di fame. non si spiega niente agli operai. nascono fottuti. la povertà gli sta dentro. ci guarda come il suo cane. gli occhi sono due cani anche loro.</p>
<p>2</p>
<p>va a dire tutto al padrone. lo chiama per nome. gli mette la mano sulla spalla. passano nel reparto. dicono dov’è l’africano, dov’è quello lì. deve lavorare di fuori. spianare la ghiaia. chiama una ragazza grassoccia. prendi in mano la carriola. va a tirare su la carta nel cortile, lo sporco. pulisci insieme al nero. se ti tocca lui bene, tu misuralo. ridono.</p>
<p>3</p>
<p>vomitare, stancare le braccia a non portargliele contro. parlano parole di grandine. dei malati di mente. le cose così dure le impariamo un giorno e un altro giorno. le impariamo come nuove. lo stesso male delle prime volte è un male sempre. ci scoppiano i polsi, le vene. aumentiamo il ritmo a non rispondere. bisogna fingere di stare tranquilli. la morte a rate senza scadenze quando poi si deve vivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>queste cose appese a un armadietto</strong></p>
<p>1</p>
<p>la visita medica ti spogli. la fanno nello stanzino in cima al reparto. ti metti senza maglietta e sporco. il medico dice non è niente, non si preoccupa nemmeno se sudi. ascolta il torace. dice di soffiare in un tubo. dà colpi sulla schiena. la schiena è la vita degli operai quasi tutta. in certi posti uno per assumerlo lo spogliano nudo. guardano le palle, il sedere. deve aprire la bocca, sembra un mercato delle bestie, sembra il cavallo. al cavallo si vede nei denti se sta bene.</p>
<p>2</p>
<p>qualcuno deve anche pisciare. controllano il sangue per via di tossine. un giorno c’è l’esame dell’udito dentro un furgone A.s.l con tutto il macchinario per le orecchie. l’esame lo fa una dottoressa. la stessa da anni e sorridente. c’è una collezione di foglietti a casa. ci scrive non sono sordo. ci sono le lastre fatte all’ospedale. la schiena come avessi giocato a pallacanestro con un sacco di carbone addosso.</p>
<p>3</p>
<p>giovani non ci si pensa vada tutto in vacca. bisognerebbe scappare prima. sono i pochi soldi o gli affetti che frenano. si scappa con la testa, ma lanciando le macchine come se la vita la tenessero loro incrostata dentro. un pezzo per volta viene quest’altra vita. diventare ferro non si riesce. sai sempre qualcosa che non sapevi. giorno per giorno impari com’è vivere un solo giorno. non guardare troppo in là. sono i nostri resti umani. sono queste cose appese a un armadietto. un blu che cura gli occhi. li lascia non ancora ciechi.</p>
<p>4</p>
<p>gli spogliatoi alcuni hanno i ganci alla porta. il lavandino grigio di pietra. il sapone nel barattolo per grattare via il grasso delle macchine. sono con le maniche alzate. porto in bocca un sapore di scatolette. mangio in piedi pane e tonno. bevo acqua come si beve la sete. pausa non consentita, ma mi fa male un piede. passo sotto le telecamere e mi vedono. dirò dei cerotti. li tengo nella borsa con un ricambio e la maglia infeltrita. i cerotti per un dito che sanguina. non ti tolgono la scarpa. il ferro nella scarpa è il peso nei piedi.</p>
<p>7</p>
<p>uno dei vecchi racconta. beccò due finocchi una mattina quando entrava. uno messo di dietro glielo sbatteva dentro. l’altro con la faccia di luna… bisognava vederli. le mani nei capelli a dirlo anche ora. in direzione le impiegate ridevano, i culattoni certo i culattoni. li chiamano uguale un po’ tutti. la vita nelle parole è un male raggiunto.</p>
<p>10</p>
<p>si rompe una macchina. i meccanici arrivano come una troupe del telegiornale. andare via subito. ti danno un’altra macchina o vai a pulire in terra. non stare mai fermo. pagano ogni minuto. i nuovi li mettono a togliere ragnatele, a vuotare i bidoni. le donne a pulire la mensa. lavare le piastrelle nei corridoi. i molti tempi della fabbrica sono veloci. li creano con la voce grossa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Testi tratti da <a href="http://www.lacameraverde.org/"><em>I necrologi</em> (La Camera Verde, 2017)</a>.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nadia Agustoni In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37726" title="5-copertina-franzin-2-rid1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg 420w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></div>
<div>di <strong>Nadia Agustoni</strong></div>
<div id="_mcePaste">In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo non li cambia. Lascia intatto l’essenziale: quel senso di perdita e di pesantezza, una gravità diversa. Se qualcuno provasse a descrivere una fabbrica come un non-luogo, forse sbaglierebbe. Forse, e dico forse, questi sono i luoghi per eccellenza. Solidi e piantati nella mente prima che nel paesaggio. Una fabbrica costruisce i corpi che la abitano e rimane costruzione anche quando è in disuso. E’ costruita per precedere il tempo e crea una dissonanza che la lingua non può trovare e quindi di fatto pone la difficoltà di dire che cos’è la sua stessa materialità.” (1) Negli ultimi due anni alcuni poeti hanno ripreso a raccontare la “fabbrica” e la realtà del lavoro da punti di vista diversi, ma evidenziando che se esistono fabbrica e lavoro, da tempo non esiste più una classe operaia, ma solo degli operai. Fabio Franzin coglieva già in Fabrica aspetti di quella condizione che Simone Weil sintetizzava in una frase:”Non si può essere coscienti”. (2)<span id="more-37724"></span> Si può esserlo invece, e qualcuno lo è, a prezzo altissimo, dove l’essere coscienti implica vedersi e vedere l’ambiente e ciò che vi accade e quelli con cui si condivide quel tempo di lavoro che è, come tra parentesi quadre, un aprire e chiudere i propri giorni. In Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen libro in cinque sezioni di cui l’ultima in prosa e i testi accompagnati dalle fotografie di Anna Visini (3), Fabio Franzin racconta nel dialetto dell’Opitergino-Mottense cosa c’è dopo la fabbrica, come si vive stando in cassa integrazione e guardando sotto la neve la fabbrica vuota, dove la “calma barbarica” è ora il silenzio delle macchine e l’usura della mente che non si stacca dal luogo perché non sa cosa fare. Il luogo che imprigionava è all’improvviso lo spazio di una resa che tormenta l’uomo, espulso da quel centro, nel suo cercare traccia di sé in quello che per trent’anni è stato il suo mondo. Lo tormenta al punto che gli sembra di avere perduto le mani (come il titolo del libro evidenzia) e la sua stessa casa diventa il posto in cui più acutamente avverte la propria diminuzione nel dovere di un aiuto domestico che gli cade addosso come ulteriore umiliazione, una nullificazione del suo sé. Paradossalmente la “fabrica” diventa allora una non-libertà maschile contrapposta a una libertà che non è mai stata tale (la casa) perché femminile. I segni meno che si leggono tra le righe dell’ultima raccolta di poesie di Fabio Franzin diventano indicativi di ogni “condizione”. Lo si comprende meglio quando leggiamo nella sezione “Mòbii. Mobiità” dei rapporti intercorsi tra gli operai della fabbrica smobilitata: “ ‘dèss che forse/ pa’a prima volta sen davéro tuti/ conpagni, cussì, ligàdhi aa stessa/ sort. Vardéne: se ‘ven anca scanà/ fra de noàntri, e sbarufà… “. I sottintesi e a volte palesi rancori che hanno diviso i compagni di lavoro risaltano ancora più chiaramente nello stringersi insieme da sconfitti e nella paura che traccia come un segno tra loro, una linea che conduce fuori dai cancelli e non a una presa di coscienza per quanto tardiva. La “docilità” di cui Weil parlava, e che pare si impossessi di chi vive la condizione di subalternità, è significativa in quel fare “testamento” che lo stesso autore ci restituisce con il voltarsi nostalgico, un’ultima volta prima di uscire, forse sapendo che quella morsa nel cuore è il peggiore nemico e prefigura il pericolo di farsi statua di sale nel proprio rimpianto per ciò che si è perduto. Un’altra breve nota sulla “condizione” per evidenziare come risulti chiaramente, leggendo questa raccolta, la sconfitta storica dei due veri soggetti protagonisti delle lotte del decennio 1968-1978, ovvero gli operai e le donne, nel presente entrambi non-soggetti, ma corpi declassati a corpo di fatica, “corpo esposto” all’abuso, alle morti bianche, al silenzio impotente di chi è sovrastato da una diffamazione a volte sottile, a volte dura, ma sempre pervicace e  inquietante. (4) Se leggiamo da questa nostra distanza il libro di Tommaso Di Ciaula Tuta blu, pubblicato in prima edizione trent’anni fa, il balzo all’indietro degli operai da soggetto storico a sconfitti, risalta particolarmente: “ Oggi si è avvicinato il capo alla mia macchina. Mi ha indicato lo stipetto e ha detto cosa vuol dire quella scritta. Io facendo finta di non capire: quale scritta? Questa qua, mi dice prendendomi per il braccio: ”W la rivoluzione, dobbiamo cambiare la società, cacciare i ladri, i mostri”. (5)</div>
<div id="_mcePaste">Se altre parole chiede il racconto di una sconfitta che ridisegna, una volta di più, i rapporti sociali nel mondo post-fordista è per una annotazione ulteriore, non certo secondaria, con cui si rileva che la distruzione del paesaggio nelle regioni italiane, più marcato in alcuni luoghi, ma ovunque in atto, è descritto anche da Franzin come uno dei risultati di un modo di intendere la vita e i rapporti tra persone come sottostanti all’unica realtà che incide, quella del capitale e dello sfruttamento a oltranza, fino a cancellare anche geograficamente lo spazio vitale necessario alle comunità. Si delinea ancora di più come le colonizzazioni abbiano bisogno di corpi e territorio per affermarsi e che quando si parla di dominio e sfruttamento si parla sempre di colonizzati.</div>
<div id="_mcePaste">Ai poeti resta forse il compito di: “ Essere appena l’intermediario tra la terra incolta e il campo arato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra l’infelice affamato e l’infelice che è stato saziato”. (6)</div>
<div id="_mcePaste">E qui apriremmo un altro campo, perché altri abomini si palesano da tempo, altre ferite si sono aperte e i confini attraversano non solo la geografia del mondo, ma gli individui uno ad uno, mostrando la scissione interiore, dove in rapporto alla condizione, la vittima è carnefice, lo sconfitto sta col vincitore e chi a questa logica non cede è superfluo.</div>
<p><span style="font-size: xx-small;"><br />
</span></p>
<div id="_mcePaste"><span style="font-size: xx-small;"><em><strong>Note</strong></em></span></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div id="_mcePaste"><em>1) Nadia Agustoni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/05/29/quaderno-di-fabbrica/">Quaderno di fabbrica</a>, in Nazione Indiana 29 maggio 2007</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>2) Simone Weil, La condizione operaia, Se Edizioni 2003. <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/weil/albertine.htm">Qui </a>un estratto.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Fabio Franzin, Fabrica, Edizioni Atelier 2009</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Aggiungo qui un paragrafo da un intervento critico di Stefano Colangelo apparso su “L’Ernesto” XIX, n° 3-4 2010, pp. 78-79.e parzialmente riprodotto in quarta di copertina di Co’e man monche [Con le mani mozzate] 2011:</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>“Chi legge per la prima volta i versi di Fabio Franzin &#8211; soprattutto questi inediti tratti da una raccolta in via di pubblicazione presso Le Voci della Luna e intitolata Co&#8217;e man monche (Con le mani mozzate) – chi legge, dicevo, per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un&#8217;evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti, il cui unico sostegno persuasivo è l&#8217;esserci stata e l&#8217;esserci, in quel momento storico e in quei luoghi. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell&#8217;industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con le trappole e gli spigoli del vocabolario delle sue zone, tra Oderzo e Motta di Livenza, provincia di Treviso; la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, edizioni Atelier, forse il miglior libro di poesia italiana dell&#8217;ultimo decennio. Si sentiva l&#8217;epica delle mani, in Fabrica: l&#8217;elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l&#8217;affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità, in un budello rumoroso e pieno di polvere, gomito a gomito, dove a forza di star dietro al ritmo dei «tòchi», dei «pezzi», si finiva per diventare pezzi, a propria volta, nel respiro del macchinario.”</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>3) Fabio Franzin, Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen e fotografie di Anna Visini. I titoli delle cinque sezioni sono: PASSÀ EL SANT, PASSÀ EL MIRÀCOEO, MÒBII/MOBIITA’, CO’E MAN IN MAN, EL CORPO DEA CRISI, PROSE DEL TRICOEÓR.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>4) Prendo a prestito il “ Corpo esposto” da Marco Rovelli di cui ricordo “Lavorare uccide” sulle morti da lavoro, Bur 2008.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>5) Tommaso Di Ciaula , Tuta blu, Editore Zambon  (Francoforte) 2002 . Da notare che <a href="http://rebstein.wordpress.com/2009/01/16/per-il-trentennale-di-tuta-blu-omaggio-a-tommaso-di-ciaula/#more-6630">il libro</a> è editato da un editore in Germania.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>6) Simone Weil, L’ombra e la grazia, pag. 85 Bompiani 2002</em></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div style="text-align: center;">**********</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Il lavoro delle mie mani io guardo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>E la pena sofferta a farlo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>Ed ecco è miseria tutto)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(e con voi &#8211; siete i più &#8211; che, disarmati</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>oggi tirate avanti, ma domani,</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>senza saper chi ringraziare, non avrete</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>tra le mani un mestiere</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>né sicurezza, non arte né parte.)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)</em></div>
<div id="_mcePaste">VENDESI, FITASI CAPANONI</div>
<div id="_mcePaste">l’é scrit, te panèi de conpensato</div>
<div id="_mcePaste">scarto, ligàdhi col fil de fèro ae</div>
<div id="_mcePaste">paeàdhe rùdhene, ai cancèi seràdhi,</div>
<div id="_mcePaste">inciodàdhi in fra ‘e mace mìitari</div>
<div id="_mcePaste">dei plateni drio ‘ste contrade contadine</div>
<div id="_mcePaste">stadhe distréti, drio ‘ste strade squasi</div>
<div id="_mcePaste">desmentegàde, sora i fiori de vite òni</div>
<div id="_mcePaste">sabo stuàdhe…VENDESI, FITASI,</div>
<div id="_mcePaste">te un ‘taliàn mis.cià al diaèto petà come</div>
<div id="_mcePaste">vis.cio aa lengua de tuti quanti qua, operai</div>
<div id="_mcePaste">e paroni, leghisti e ciavasanti, VENDESI</div>
<div id="_mcePaste">dopo ‘a furia del cior, dopo ‘ver  sepoì</div>
<div id="_mcePaste">‘a tèra coi CAPANONI, ‘verghe FITÀ</div>
<div id="_mcePaste">el cuòr ai schèi. Te chii cartèi ‘a ‘pigrafe</div>
<div id="_mcePaste">al lavoro, un luto che se sconta tea miseria.</div>
<div id="_mcePaste"><em>VENDESI, FITASI CAPANONI / sta scritto, in pannelli di compensato / scarto, fissati col filo di ferro alla / ruggine delle recinzioni, alle cancellate chiuse, // inchiodati fra le macchie mimetiche / dei platani lungo queste contrade contadine / state distretti, lungo queste strade quasi / dimenticate, sopra i fiori di vite ogni // sabato sera carpite… VENDESI, FITASI, / in un italiano impastato col dialetto appiccicato come / vischio alla lingua di tutti, qui, operai / e imprenditori, leghisti e bigotti, VENDESI // dopo la furia del comprare, dopo aver seppellito / la terra coi CAPANONI, avere AFITATO / il cuore al denaro. In quei cartelli l’epigrafe / del lavoro, un lutto che si sconta nella miseria.</em></div>
<div id="_mcePaste">IV</div>
<div id="_mcePaste">E cussì star qua, co’e man</div>
<div id="_mcePaste">in man, ‘a testa scontrarse</div>
<div id="_mcePaste">contro ‘a mura de ‘sto tenpo</div>
<div id="_mcePaste">scuro, massa lasco, i pensieri</div>
<div id="_mcePaste">far spiràe fra incùo e doman,</div>
<div id="_mcePaste">‘torno un ieri che ‘l par za</div>
<div id="_mcePaste">un passà senza ritorno romài.</div>
<div id="_mcePaste">Star qua, co’e man restàdhe</div>
<div id="_mcePaste">vòdhe, seràdhe su a pugno</div>
<div id="_mcePaste">come te un sgranf de rabia,</div>
<div id="_mcePaste">o a sofegàr l’aria che manca</div>
<div id="_mcePaste">ai suspiri de l’ansia; operai</div>
<div id="_mcePaste">sen, sì, quei che ‘e senpre stat</div>
<div id="_mcePaste">carne da mazhèo, quei che ‘à</div>
<div id="_mcePaste">da tàser, senpre, e basta, schèi</div>
<div id="_mcePaste">che no’ basta mai, tea busta,</div>
<div id="_mcePaste">sbassàr ‘a testa e ringrazhiàr</div>
<div id="_mcePaste">istéss co’a ne casca tee man.</div>
<div id="_mcePaste">Ma ‘dèss quant’eo che costa</div>
<div id="_mcePaste">‘a desgrazhia de ‘ste ore vèrte</div>
<div id="_mcePaste">e spòjie, de passi cussì, tant</div>
<div id="_mcePaste">parché ‘e ore passe, un caffè</div>
<div id="_mcePaste">al tavoìn del bar, el zhùchero</div>
<div id="_mcePaste">da cior su, piàn, co’l cuciarìn?</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>E così rimanere qui, con le mani / in mano, la testa sbattere / contro il muro di questo tempo / buio, troppo lasco, i pensieri // far spirale fra l’oggi e il futuro, / intorno a un ieri che sembra già / un passato senza ritorno ormai. / Stare qui, con le mani rimaste // vuote, chiuse a pugno / come in un crampo di rancore, / o a soffocare l’aria mancante / ai sospiri dell’ansia; operai // siamo, sì, quelli che sono sempre stati considerati / carne da macello, quelli che debbono / tacere, sempre, e basta, soldi / che non bastano mai, nella busta, // abbassare la testa e ringraziare / lo stesso quando cade nelle mani. / Ma ora quanto costa / lo spreco di queste ore aperte // e spoglie, di passi così, tanto / perché le ore passino, un caffè / al tavolino del bar, lo zucchero / da raccogliere, lentamente, col cucchiaino?</p>
<p></em><em> </em></p>
</div>
<div id="_mcePaste">V</div>
<div id="_mcePaste">O ‘ndar ‘torno pa’l paese,</div>
<div id="_mcePaste">fermarse a vardàr el fiume</div>
<div id="_mcePaste">passàr, dal pont, el cantièr</div>
<div id="_mcePaste">dea pàeazhina che i ‘é drio</div>
<div id="_mcePaste">butar su, là, drio ‘a piazha,</div>
<div id="_mcePaste">cussì, come vèci pensionati,</div>
<div id="_mcePaste">o come quei che no’à vòjia</div>
<div id="_mcePaste">de far nient &#8211; che si’i vardéa</div>
<div id="_mcePaste">fin ieri, fra disprèzho e un fià</div>
<div id="_mcePaste">de invidia, sen sinceri, noàntri</div>
<div id="_mcePaste">senpre de corsa, in afàno, tii</div>
<div id="_mcePaste">retàji del tenpo dopo ‘l lavoro</div>
<div id="_mcePaste">pa’ndar in posta a pagàr ‘a</div>
<div id="_mcePaste">boéta, ‘na docia veòce e via</div>
<div id="_mcePaste">pa’ no’ far tardi dal dotór, a</div>
<div id="_mcePaste">l’apuntamento co’l dentista –</div>
<div id="_mcePaste">e ‘dess sen qua anca noàntri</div>
<div id="_mcePaste">a farghe compagnia a chii là,</div>
<div id="_mcePaste">qua, anca noàntri, a caminàr</div>
<div id="_mcePaste">su e zó, a vardàr ‘e vetrine</div>
<div id="_mcePaste">dei negozi, a vardàr co’là,</div>
<div id="_mcePaste">quel co’e man in scassèa</div>
<div id="_mcePaste">serà drento ‘l viéro insieme</div>
<div id="_mcePaste">ae scarpe, a majie o siarpe,</div>
<div id="_mcePaste">co’là che ’l varda fiss un</div>
<div id="_mcePaste">calcòssa che no’ l’é, là, fra</div>
<div id="_mcePaste">‘i scafài, e nianca fra ‘l via</div>
<div id="_mcePaste">vai del zhentro; chel senpio.</div>
<div id="_mcePaste"><em>V</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>O vagare per il paese, / fermarsi a osservare il fiume / scorrere, dal ponte, il cantiere / della palazzina che stanno // edificando, là, dietro la piazza, / così, come vecchi pensionati, / o come quei fannulloni / &#8211;  che guardavamo // sino a ieri, fra disprezzo e un po’ / di invidia, siamo sinceri, noi / sempre di corsa, in affanno, nei / ritagli di tempo dopo il lavoro // per andare in posta a pagare la / bolletta, una doccia veloce e via / per non far tardi dal dottore, / all’appuntamento col dentista &#8211; // ed ora siamo qui anche noi / a far loro compagnia, / qui, anche noi, a passeggiare / su e giù, a guardare le vetrine // dei negozi, spiare quello lì, / quello con le mani in tasca / prigioniero dentro il vetro insieme / alle scarpe, a maglie e sciarpe, // quello che scruta fisso un / qualcosa che non è, lì, fra / gli scaffali, e neppure fra il via / vai del centro; quel fallito.</em></div>
<div id="_mcePaste">X</div>
<div id="_mcePaste">Prova ‘ndarghe ‘dèss, prova</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; magari parché te sì de nòvo</div>
<div id="_mcePaste">in zherca de un lavoro – farte</div>
<div id="_mcePaste">un giro drio i capanóni, ‘torno</div>
<div id="_mcePaste">‘sti labirinti de stradhèe drete</div>
<div id="_mcePaste">e ‘ste muréte… da videozògo.</div>
<div id="_mcePaste">Prova a vardàr tute chee tasse</div>
<div id="_mcePaste">de bancài rebaltàdhi, de nàili</div>
<div id="_mcePaste">verdi che sèra su scarti, ròba</div>
<div id="_mcePaste">che no’ va via, rùi o machine</div>
<div id="_mcePaste">da salvàr daa rùdhene, prova;</div>
<div id="_mcePaste">biìci, o motrice parchejàdhi</div>
<div id="_mcePaste">drio ‘e paeàdhe, fra ‘e spine</div>
<div id="_mcePaste">dee righe come mostri morti,</div>
<div id="_mcePaste">ribandonàdhi dae commesse,</div>
<div id="_mcePaste">dai autisti; e sinti, come che</div>
<div id="_mcePaste">se ‘a snasa, te l’aria ‘sta crisi,</div>
<div id="_mcePaste">e come che ‘a se disegna, po’,</div>
<div id="_mcePaste">te ‘sti liòghi. ‘E carte che core</div>
<div id="_mcePaste">tel ‘sfalto, no’ le ‘é pì i schèi</div>
<div id="_mcePaste">che ‘à cronpà anca l’ànema;</div>
<div id="_mcePaste">tase ‘e vose che comandéa:</div>
<div id="_mcePaste">tel siénzhio che resta se passa</div>
<div id="_mcePaste">come in mèdho ai rovinàzhi.</div>
<div id="_mcePaste"><em>X</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Prova ad andarci ora, prova / &#8211; magari perché sei di nuovo / in cerca di un lavoro – a farti / un giro lungo i capannoni, intorno // a questi labirinti di stradine dritte / e perimetri murarî… da videogame. / Prova a osservare tutte quelle pile / di bancali rovesciate, di teli // verdi ad avvolgere scarti, prodotti / non più richiesti, rulli o macchinari / da proteggere dalla ruggine, prova; / bilici, o motrici parcheggiate // lungo il recinto, fra le lische / delle righe come mostri morti, / abbandonati dalle commesse, / dagli autisti; e senti come // si avverte, nell’aria, questa crisi, / e come si disegna, poi, / in questi luoghi. Le cartacce che corrono / sull’asfalto, non sono più i soldi // che comprarono anche l’anima; / tacciono le voci che impartivano gli ordini: / nel silenzio che rimane si cammina / come sopra alle macerie.</em></div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste">Qua, ae vie che daa statàe</div>
<div id="_mcePaste">mena drento ‘e fìe de capanóni</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; stradhèe strente, ‘ndo’ che</div>
<div id="_mcePaste">i càmii fadhìga a far manovra &#8211;</div>
<div id="_mcePaste">i ghe ‘à dat nomi de rejón: via</div>
<div id="_mcePaste">Lazio, o Caeàbria, Basiìcata…</div>
<div id="_mcePaste">‘A zona industriàe, cussì, ‘a ‘é</div>
<div id="_mcePaste">come ‘na Italia cèa, conpagna</div>
<div id="_mcePaste">squasi de quea che l’é a Rimini:</div>
<div id="_mcePaste">co’l Coeossèo grando ‘fa ‘na</div>
<div id="_mcePaste">vasca da bagno, ‘a tore de Pisa</div>
<div id="_mcePaste">pa’e foto, ‘e pose da Èrcoe che</div>
<div id="_mcePaste">prova a indrezhàrla fracàndo…</div>
<div id="_mcePaste">E mì, che incùo dovée ‘ndar</div>
<div id="_mcePaste">in Val D’Aosta da ‘na fabrica</div>
<div id="_mcePaste">che zherca operai, me son pers</div>
<div id="_mcePaste">fra i boschi de l’Aspromonte,</div>
<div id="_mcePaste">vae ‘torno ‘torno drio ‘e coste</div>
<div id="_mcePaste">dea Sardegna, e no’ son bon</div>
<div id="_mcePaste">de véder el mar, el faro del silo.</div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste"><em>Qui, alle vie che dalla statale / portano dentro le file di capannoni / &#8211; stradine strette, dove / i camion faticano a far manovra &#8211; // hanno dato nomi di regioni: via / Lazio, o Calabria, Basilicata… / Il distretto industriale, così, è / come una Italia in miniatura, quasi // simile a quella che c’è a Rimini: col Colosseo grande come una / vasca da bagno, la torre di Pisa / per le foto ricordo, le pose da Ercole che // cerca di raddrizzarla spingendo… / Ed io, che oggi dovevo recarmi / in Valle d’Aosta in un’azienda / che richiede operai , mi sono perso // fra i boschi dell’Aspromonte, / giro e ripasso lungo le coste / della Sardegna, e non sono capace / di scorgere il mare, il faro del silo.</em></div>
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			</item>
		<item>
		<title>Avviso agli studenti / 1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/avviso-agli-studenti-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 15:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
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					<description><![CDATA[(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem Avviso agli studenti, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma). di Raoul Vaneigem L’essere umano deve potere tutto, e non dovere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem</em> Avviso agli studenti<em>, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma).</em></p>
<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<p><span><em></p>
<p style="text-align: right;">L’essere umano deve potere tutto, e non dovere niente.</p>
<p style="text-align: right;">Non c’erano che poche cose, in effetti, di cui non si credeva capace.</p>
<p style="text-align: right;">Non contava che tutto quello che faceva gli riuscisse: spesso non gli riusciva.</p>
<p style="text-align: right;">Ma lo poteva lo stesso.</p>
<p style="text-align: right;">
<div><strong></strong></div>
<p> </p>
<p> 
</p>
<p style="text-align: right;">Georg Groddeck</p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l&#8217;ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.</p>
<p>Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell&#8217;infanzia l’apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono &#8211; e che restano in diversa misura &#8211; il recinto familiare, l&#8217;officina o l&#8217;ufficio, l&#8217;istituzione militare, la clinica, le carceri.<span id="more-10242"></span></p>
<p>La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l&#8217;apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti.</p>
<p>L&#8217;impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l&#8217;animale sia redditizio?</p>
<p>Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi!</p>
<p>Ecco quattro muri. lì consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obbietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l&#8217;esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un&#8217;acrimonia e un malessere crescenti?</p>
<p><strong>Una scuola dove la vita si annoia insegna solo la barbarie</strong></p>
<p>Il mondo è cambiato più in trent’anni che in tremila. Mai &#8211; perlomeno nell&#8217;Europa occidentale &#8211; la sensibilità dei ragazzi ha tanto deviato dai vecchi istinti predatori che fecero dell&#8217;animale umano la più feroce e la più distruttrice delle specie terrestri.</p>
<p>Eppure, l&#8217;intelligenza resta fossilizzata, quasi impotente a percepire la mutazione che si opera sotto i nostri occhi. Una mutazione paragonabile all&#8217;invenzione dell&#8217;utensile, che produsse un tempo il lavoro di sfruttamento della natura e generò una società composta di padroni e di schiavi. Una mutazione in cui si rivela la vera specificità umana: non la produzione di una sopravvivenza sottomessa agli imperativi di un&#8217;economia lucrativa, ma la creazione di un ambiente favorevole a una vita più intensa e più ricca.</p>
<p>Il nostro sistema educativo si inorgoglisce a ragione di aver risposto con efficacia alle esigenze di una società patriacale un tempo onnipotente, tenendo conto di un solo dettaglio: che una tale gloria è al contempo ripugnante e superata.</p>
<p>Su cosa poggiava il potere patriarcale, la tirannia del padre, la potenza del maschio? Su una struttura gerarchica, il culto del capo, il disprezzo della donna, la devastazione della natura, lo stupro e la violenza oppressiva. Questo potere, la storia lo abbandona ormai in uno stato di avanzata decomposizione: nella comunità europea, i regimi dittatoriali sono scomparsi, l&#8217;esercito e la polizia virano all&#8217;assistenza sociale, lo Stato si dissolve nelle acque torbide degli affari e l&#8217;assolutismo paternalistico non è altro che un ricordo di marionette.</p>
<p>Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell&#8217;astrazione, la cui etimologia &#8211; abstrahere, tirar fuori da -esprime bene l&#8217;esilio da sè, la separazione dalla vita.</p>
<p>Finalmente agonizza quella società in cui si entrava vivi solo per imparare a morire. La vita riprende i suoi diritti timidamente come se, per la prima volta nella storia, essa si ispirasse ad un&#8217;eterna primavera anziché mortificarsi di un inverno senza fine.</p>
<p>Odiosa ieri, la scuola oggi è soltanto ridicola. Essa funzionava implacabilmente secondo i meccanismi di un ordine che si credeva immutabile. La sua perfezione meccanica tetanizzava l&#8217;esuberanza, la curiosità, la generosità degli adolescenti per meglio integrarli nei cassetti di un armadio che l&#8217;usura del lavoro trasformava a poco a poco in bara. Il potere delle cose usciva vincitore sul desiderio degli esseri.</p>
<p>La logica di un&#8217;economia allora fiorente era irrefrenabile, come lo sgranarsi delle ore della sopravvivenza che suonano con costanza a raccolta verso la morte. La potenza dei pregiudizi, la forza d&#8217;inerzia, la rassegnazione abitudinaria esercitavano così comunemente la loro presa sull&#8217;insieme dei cittadini che ad eccezione di qualche renitente, amante dell&#8217;indipendenza, la maggior parte delle persone trovava il proprio tornaconto nella miserabile speranza di una promozione sociale e di una carriera garantita fino alla pensione.</p>
<p>Non mancavano dunque delle eccellenti ragioni per spingere il ragazzo sulla retta via della convenienza, perché rimettersi ciecamente all&#8217;autorità professorale offriva all&#8217;impetratore gli allori di una ricompensa suprema: la certezza di un lavoro e di un salario.</p>
<p>I pedagoghi dissertavano sul fallimento scolastico senza preoccuparsi dello scacchiere su cui si tramava l&#8217;esistenza quotidiana, giocata ad ogni passo nell&#8217;angoscia del merito e del demerito, della perdita e del profitto, dell&#8217;onore e del disonore. Una costernante banalità regnava nelle idee e nei comportamenti: c&#8217;erano i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, i furbi e gli imbecilli, i fortunati e gli sfortunati.</p>
<p>Certo la prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio a guadagnare il denaro del mese non era atta ad esaltare i sogni di felicità e di armonia che l&#8217;infanzia nutriva, Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati di un destino che avrebbero desiderato più generoso. Delusi e istruiti dalle lezioni dell&#8217;amarezza non trovavano, nella maggior parte dei casi, altra scappatoia al loro risentimento che dispute assurde, sostenute dalle migliori ragioni del mondo. I conflitti religiosi, politici, ideologici procuravano loro l&#8217;alibi di una Causa &#8211; come dicevano pomposamente &#8211; che nascondeva loro di fatto la triste violenza del male di sopravvivere di cui soffrivano. Così la loro esistenza scorreva nell&#8217;ombra ghiacciata di una vita assente. Ma quando l&#8217;aria è ammorbata, gli appestati dettano legge. Per inumani che fossero i principi dispotici che reggevano l&#8217;insegnamento e inculcavano ai ragazzi le sanguinose vanità dell&#8217;età adulta -quelli che Jean Vigo beffeggia nel suo film Zero in condotta -, partecipavano della coerenza di un sistema preponderante, rispondevano alle ingiunzioni di una società che non si riconosceva altro motore principale se non il potere e il profitto.</p>
<p>Ma oramai, anche se l&#8217;educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, la coerenza è scomparsa: c&#8217;è sempre meno da, guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi.</p>
<p>L&#8217;insopportabile predominanza degli interessi finanziari sul desiderio di vivere non riesce più a ingannare. Il tintinnio quotidiano dell&#8217;esca del guadagno risuona assurdamente nella misura in cui il denaro si svaluta, che un fallimento comune livella capitalismo di Stato e capitalismo privato, e che scivolano verso la fogna del passato i valori patriarcali del padrone e dello schiavo, le ideologie di destra e di sinistra, il collettivismo e il liberalismo, tutto ciò che si è edificato sullo stupro della natura terrestre e della natura umana in nome della sacrosanta merce.</p>
<p>Un nuovo stile sta nascendo, dissimulato soltanto dall&#8217;ombra di un colosso i cui piedi di argilla hanno già ceduto. La scuola rimane confinata nella penombra del vecchio mondo che sprofonda.</p>
<p>Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda.</p>
<p>Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano &#8211; e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi &#8211; professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?</p>
<p>La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l&#8217;usura programmata dei loro materiali di paccottiglia.</p>
<p>In secondo luogo, perché l&#8217;istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell&#8217;immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell&#8217;odio, dell&#8217;esclusione, dell&#8217;ignoranza, dà anche garanzie a quell&#8217;immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere.</p>
<p>La scuola è al centro di una zona di turbolenza dove gli anni giovanili rovinano nella tetraggine, dove la nevrosi coniugata dell&#8217;insegnante e dell&#8217;insegnato imprime il suo movimento al bilanciere della rassegnazione e della rivolta, della frustrazione e della rabbia. Essa è anche il luogo privilegiato di una rinascita. Porta in gestazione la coscienza che è al centro della nostra epoca: assicurare la priorità di ciò che vive sull&#8217;economia di sopravvivenza.</p>
<p>Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno: la risoluzione di cancellare la noia sotto il rigoglio di un paesaggio in cui la volontà di essere felici bandirà le fabbriche inquinanti, l&#8217;agricoltura intensiva, le prigioni di ogni genere, i laboratori di affari sospetti, i depositi di prodotti sofisticati, e quelle cattedre di verità politiche, burocratiche, ecclesiastiche che chiamano lo spirito a meccanizzare il corpo e lo condannano a claudicare nell&#8217;inumano.</p>
<p>Stimolato dalle speranze della Rivoluzione, Saint-Just scriveva: &#8220;La felicità è un&#8217;idea nuova in Europa.&#8221; Ci sono voluti due secoli perché l&#8217;idea, cedendo al desiderio, esigesse la sua realizzazione individuale e collettiva.</p>
<p>Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all&#8217;incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l&#8217;armonia. Perché l&#8217;esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l’hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti.</p>
<p>Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.</p>
<p>E&#8217; tempo che il <em>memento vivere</em> prenda il posto del <em>memento mori</em> che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.</p>
<p>Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c&#8217;era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boys caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all&#8217;infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!</p>
<p>Per spezzare l&#8217;oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l&#8217;ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell&#8217;amore, della conoscenza, dell&#8217;avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua &#8220;linea di cuore&#8221; inaugura ad ogni istante.</p>
<p>La società nuova comincia dove comincia l&#8217;apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell&#8217;animale, regni da cui l&#8217;uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull&#8217;autenticità, non sull&#8217;apparire; sull&#8217;esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell&#8217;obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza. Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.</p>
<p>Una donna che ha la sfortuna di abitare un paese incancrenito dalla barbarie e dall&#8217;oscurantismo scriveva: &#8220;In Algeria si insegna al bambino a lavare un morto, io voglio insegnargli i gesti dell&#8217;amore.&#8221; Senza scadere in tanta morbosità, il nostro insegnamento, sotto la sua apparente eleganza, troppo spesso, non è stato che un abbigliamento dei morti. Si tratta ora di ritrovare fin nelle formulazioni del sapere i gesti dell&#8217;amore: la chiave della conoscenza è la chiave della libertà dove l&#8217;affetto è offerto senza riserve.</p>
<p>Che l&#8217;infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l&#8217;insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.</p>
<p>Guardatevi tuttavia dall&#8217;attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l&#8217;interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l&#8217;educazione deve avere per scopo l&#8217;autonomia, l&#8217;indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.</p>
<p>Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l&#8217;arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione, incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.</p>
<p>La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.</p>
<p>Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell&#8217;amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita dove la vita si trova e si cerca senza fine &#8211; dall&#8217;arte di amare fino alle matematiche speculative &#8211; non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitano.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* Nel testo <em>école buissonnière. Faire l&#8217;école buissonière</em> significa marinare la scuola, ma nel contesto significa una struttura di apprendimento senza rigidità, aperta alla vita.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ciak e braccia in croce!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2008 13:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero sceneggiatori]]></category>
		<category><![CDATA[Screen Actors Guild (SAG)]]></category>
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					<description><![CDATA[Watching struggles di Sergio Bologna Mentre l’Italia registrava l’ennesima morte sul lavoro e le lacrime di coccodrillo da sottile rivolo diventavano torrente in piena, io passavo ore a seguire sul video del mio computer di casa le vicende dello sciopero degli sceneggiatori americani. Non è per raccontarlo, meglio di me altri lo hanno fatto, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/ciak_nero.jpg' alt='ciak_nero.jpg' /></p>
<p><strong>Watching struggles</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Mentre l’Italia registrava l’ennesima morte sul lavoro e le lacrime di coccodrillo da sottile rivolo diventavano torrente in piena, io passavo ore a seguire sul video del mio computer di casa le vicende dello sciopero degli sceneggiatori americani. Non è per raccontarlo, meglio di me altri lo hanno fatto, ma per riflettere sulle possibilità della comunicazione oggi che propongo queste considerazioni. Per dire che il soggetto è doppio, noi che seguiamo da lontano e loro che laggiù agiscono e la riflessione va fatta su tutti e due, perché ambedue siamo coinvolti in un processo di trasformazione. Perché ci ho speso del tempo? Perché ormai i comportamenti conflittuali dei “lavoratori della conoscenza” e della “classe creativa” sono diventati il centro della mia riflessione; ritengo questa una delle componenti sociali più dinamiche in tutti i sensi. L’industria dell’entertainment produce più occupati dell’industria dell’auto e le forme lavorative al suo interno sono dominate dalle figure tipiche del lavoro postfordista, intermittente, mobile, intellettuale, pressato dalle nuove tecnologie ecc..<br />
<span id="more-5424"></span><br />
 “Devastante” è stato definito questo sciopero e qui è un altro punto importante: ci sono categorie che possono bloccare il processo produttivo e portarlo alla paralisi, dunque dispongono di potere contrattuale.<br />
Ma possono farlo se tengono duro tre mesi. I sindacati si chiamano “gilde” (la Writers Guild of America West che ha bloccato Hollywood e la Writers Guild of America East che ha bloccato Manhattan, 12 mila iscritti circa) e qui si conferma il ritorno alle forme originarie, persino medievali, dell’associazionismo operaio, si conferma il valore del mutuo soccorso (da poco è nata negli USA la gilda delle mamme imprenditrici, di quelle che hanno figli e debbono portare avanti un’azienda, le “mompreneurs” e altro non sono al 75% che lavoratrici autonome, <a href="http://www.moms-for-profit.com">freelancers</a>. </p>
<p>Come altro avrei dovuto seguirlo questo sciopero? Mandando un mail? (please let me know more…). Aspettando che uscisse un libro? Telefonando ad amici in Canada per vedere se ne sapevano di più? Mandando un sms a Patric Verrone? Sono incerto se ritenere più importante la lotta o la produzione d’informazione sulla medesima, due processi creativi e di trasformazione diversi e che si cumulano. Resti di stucco di fronte a siti dove hai tutte le informazioni che vuoi, minuto per minuto, dove ti puoi vedere video in diretta, gallerie di foto e migliaia di blog, di storie personali, di testimonianze su come la lotta ha cambiato le persone. Un certo Mark Kunerth dice che lui la picket line non la mollerà mai anche se dopo una giornata di girare in tondo ha percorso 29 miglia, perché la gilda per lui è stata più di una famiglia e racconta una storia terrificante, di una moglie incinta che scopre di avere un cancro al cervello e il sindacato gli sta vicino, gli procura gli specialisti giusti, le cliniche giuste, l’assicurazione con cui riesce a pagare le cure. Oggi moglie e figlia stanno bene. Gli sceneggiatori hanno una lunga storia di lotte, che risale agli Anni 60. La loro controparte è l’AMPTP, l’Alliance of Motion Pictures and Television Producers, che ha sede a Encino (Cal.), ne fanno parte gli otto colossi del settore, dalla Fox alla Disney, dalla NBC a Viacom. Ogni tre anni rinnovano il contratto, il Minimum Basic Agreement (MBA) cui vengono aggiunte altre clausole. Stavolta la richiesta della gilda era importante: gli sceneggiatori volevano una fetta della torta rappresentata dai nuovi supporti, internet, dvd, videofonini ecc.. </p>
<p>Ed è su questo che lo scontro si è inasprito. Convinti di logorarli, l’AMPTP ha tenuto duro ed è accaduto il contrario. Il fronte padronale si è sfaldato, una a una, le piccolo-medie case produttrici hanno firmato contratti separati, mentre i 12 mila compatti andavano avanti sotto una crescente solidarietà, che andava dalla Screen Actors Guild (SAG) che ha il contratto in scadenza nel giugno 2008, ai vecchi Teamsters  e all’International Longshore and Warehouse Union, due sindacati dei lavoratori dei trasporti e della logistica (dice niente?). Sono commoventi le foto dove vedi vecchie glorie del cinema, ottantenni, novantenni, in carrozzella, sfilare coi giovani e inalberare cartelli, c’è una solidarietà intergenerazionale e professionale sorprendente. I membri della gilda erano tenuti costantemente informati dei negoziati, un rapporto tra base e vertice di grande fiducia (anche se all’approvazione dell’accordo finale ci saranno un po’ di contrari). La comunicazione via internet è garanzia di questa trasparenza, di questo rapporto democratico. E’ Richard Freeman che alla fine degli Anni 90 aveva intravisto le grandi possibilità che Internet offre all’organizzazione sindacale, all’associazionismo dei lavoratori (Will Unionism prosper in Cyberspace? The Promise of the Internet for Employee Organization sul “British Journal for Industrial relations” del settembre 2002). </p>
<p>Ma internet richiede un’organizzazione fitta, richiede competenze sofisticate. Per tenere in piedi per tre mesi siti come www.wga.org oppure www.unitedhollywood.com occorre avere una struttura in grado di reagire in tempo reale, un giro di uomini e donne che manco una multinazionale riesce a mobilitare. Oppure è la mia ignoranza di settantenne che piglia abbagli?<br />
Avere potere d’interdizione, di blocco del processo produttivo, oggi ancora non basta, occorre essere collocati in posizioni di grande visibilità e il mondo del cinema è uno di questi. I militanti di WGA hanno bloccato la consegna dei Golden Globe, un business miliardario. La controparte ha ceduto pochi giorni prima della consegna degli Oscar, perché gli sceneggiatori erano pronti a bloccare anche quella. Il loro sciopero ha lasciato a casa decine di migliaia di lavoratori del ciclo produttivo, appartenenti ad altre categorie. L’AMPTP sperava che questi si rivoltassero e rompessero i picchetti, non è accaduto e questo vuol dire qualcosa.<br />
Mentre rivedo gli appunti per l’articolo, i testi che ho scaricato, mi viene un’illuminazione. Non ho visto nessun sociologo, nessun professore pontificare su quella lotta, nessuna sentenza sputata da salive accademiche, miracolo! Stare davanti al video e seguire in diretta questi eventi è come assistere al ricostituirsi di tessuti per anni intaccati dalla metastasi del neoliberalismo, dell’individualismo, dell’ideologia del fai-da-te, è tornare a vedere uomini e donne che fanno la cosa più elementare del mondo: difendere la propria condizione di lavoratori. Una cosa familiare per noi un tempo, oggi diventata rara.</p>
<p>Mi chiedono di staccare, c’è il film della Comencini <em>In fabbrica</em> su Rai3. Qui c’è la classe operaia vera, te la ricordi? Diamine, riconosco luoghi, volti, situazioni. Manca un sacco di roba, la chimica tanto per dire, manca la Madre di tutte le lotte, quella degli elettromeccanici milanese del ’60. Ma non importa, va bene lo stesso e alla fine il capolavoro, le ultime interviste a metalmeccanici di oggi. Due immigrati-zio Tom e due ragazze spente, un capetto contento di essere competitivo. Ecco come li hanno ridotti un quarto di secolo di cure. Torno al video: la Sinistra, dice una notizia, rimette al centro il lavoro. Avrebbe dovuto farlo vent’anni fa. Oggi non sa nemmeno cosa sia il lavoro.</p>
<p>articolo pubblicato sul <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Manifesto</a> del 5 febbraio</p>
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		<title>Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[  Franz Krauspenhaar intervista Remo Bassini Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de La Sesia, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con Il Corriere Nazionale, commenta sul suo seguitissimo blog e ne La poesia e lo spirito,- [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a title="ana1.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg"><img alt="ana1.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" /></a> </strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Remo Bassini</strong></p>
<p>Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de <em>La Sesia</em>, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con <em>Il Corriere Nazionale</em>, commenta sul suo seguitissimo blog e ne <em>La poesia e lo spirito</em>,- l&#8217;ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti &#8211; scrive romanzi di buon successo.<span id="more-5181"></span> Per il suo ultimo libro, quarto di una fortunata serie, ha scelto un titolo d&#8217;inquietudine un pò anni 70, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8854109622/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8854109622&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La donna che parlava con i morti</em></a>(Newton Compton, pp.240, euro 9,90)-, quasi fosse un seguito de <em>Il segno del comando</em>. Editore robusto e ancora in ascesa e attivo su tutti i fronti (Newton Compton), confezione hardcover per un romanzo giallo di tinte (come da copertina) ma dai sapori popolari e al contempo raffinati. La storia inquietante di una donna e della provincia italiana profonda nella quale vive, una serie di personaggi difficilmente dimenticabili. E soprattutto la scrittura felice di Remo Bassini: a volte vorticosa, sempre funzionale e fatta spesso di pennellate veloci, precise, multistrato. Godibile ma anche capace di strapparti un replay, per ricatturare &#8211; felicemente- un momento, una sfumatura particolarmente interessante.</p>
<p><strong>Quando è nata dentro di lei la presa di coscienza di essere un narratore di talento?</strong></p>
<p>Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, <em>Se questo è un uomo </em>Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d&#8217;aver vissuto dei mie piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste. Come <em>La donna che parlava con i morti</em>: ci sono alcune sofferenze, ri-elaborate. Con questo non ho nessuna pretesa di oggettivare. Non dico che il talento nasce solo dalla sofferenza o dalla sensibilità. Dico che non nasce con noi;può arrivare, come può non arrivare, in un momento imprecisato della nostra vita.</p>
<p><strong>Si ritiene uno scrittore di genere o crede di usare il genere come passpartout?</strong></p>
<p>Quando si parla di generi letterari me ne sto in disparte, ascolto. A definire il genere ci pensa la percezione del lettore. Editori, critici e salotti letterari per me perdono solo tempo: ci sono i buoni libri e i libri del cavolo. E soprattutto ci sono libri onesti e libri disonesti. Il libro onesto costa fatica, approfondimenti. Faccio un esempio, con la premessa che un giallo può essere un libro valido quanto uno di denuncia sociale (Izzo era bravissimo a fondere i due aspetti). Un giallo disonesto, per esempio, parla di ispezioni, mandati di cattura senza prima capire come funzionano per davvero questi meccanismi. Ecco, scrivere un giallo senza aver parlato con un maresciallo dei carabinieri o anche solo senza aver letto articoli di cronaca nera vuol dire prendere in giro il lettore. Perché ci si basa sul già letto in altri libri o, peggio, su quel che si vede nelle fiction tv. Una volta chiesero a Pascoli un giudizio su D&#8217;Annunzio. Fu un giudizio positivo. Ma non del tutto: perché D&#8217;Annunzio, osservava Pascoli, in una sua poesia autunnale ci aveva messo un uccello che in autunno non c&#8217;è, perché migra. Insomma, una poesia del cavolo. Disonesta.</p>
<p><strong>In che modo il mestiere di giornalista entra nella sua attività di scrittore e viceversa?</strong></p>
<p>Ho iniziato a scrivere che avevo vent&#8217;anni e lavoravo in fabbrica (ho ancora nel cassetto un romanzo incompiuto ambientato in quel periodo della mia vita). Sono stato operaio, sindacalista, disoccupato, studente di lettere di giorno e portiere di notte in un albergo. Poi è arrivato il giornalismo, e quel poi è importante: non mi sento nel modo più assoluto un giornalista che si concede alla narrativa, piuttosto un narratore di storie da prima, dagli anni della fabbrica.<br />
Il giornalismo è servito a completare la mia scrittura, a dare valore e importanza alla precisione e al dettaglio, alla logica. Un bravo giornalista non farebbe errori di calcolo che invece si leggono in alcuni libri. Mi spiego: se io oggi ho 40 anni, tra 5 anni ne avrò 45, giusto? Ecco, alcuni &#8220;artisti&#8221; riescono a scrivere 47 o 52, mica si abbassano l&#8217;età, loro. Per fortuna che è arrivata la lezione di Tondelli, o anche di Izzo. Scrivere in modo credibile.<br />
La scrittura giornalistica e narrativa prendono percorsi diversi: la tecnica del fare cronaca può essere insegnata a tutti, come anche quella del raccontare una storia. Ma trasmettere emozioni, no.</p>
<p><strong>A quali autori del passato e del presente è più affezionato?</strong></p>
<p>Dopo Salgari, dico Vasco Pratolini e Giuseppe Berto, che hanno lasciato in me un segno, specie con <em>Il quartiere </em>e <em>Il male oscuro</em>. Poi, gli scrittori dei miei diciott&#8217;anni: Erich Maria Remarque e John Steinbeck. Tra gli italiani mi sono affezionato a Beppe Fenoglio, per aver raccontato la Resistenza senza retoriche, e al giallista Renato Olivieri. Senza dimenticare Pontiggia, da leggere e rileggere. Tra gli stranieri cito Boell, Chandler, Montalban (con particolare predilezione per <em>L&#8217;uomo della mia vita</em>). Tra gli scrittori viventi dico Saramago e Mankell. E don Luisito Bianchi, che urla sussurrando.</p>
<p><strong>Ha un libro del cuore che ogni tanto rilegge, anche solo per poche righe, come una sorta di messale letterario?</strong></p>
<p>Ho libri di riferimento, certo. Ma quando mi sento vuoto come una campana &#8211; e succede spesso &#8211; in genere prendo un giornale e mi rintano in un bar di periferia, e ascolto. Faccio lo stesso anche in treno. Cerco di leggere la vita, di ripassarla, di capirci qualcosa. Per scrivere occorre andare in profondità e i libri aiutano, ma è dalla lettura della vita che bisogna partire.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione &#8211; 13.01.2008)</em></p>
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