<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Fabio Franzin &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/fabio-franzin/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 20 Oct 2020 08:41:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Prà de paròe</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/20/pra-de-paroe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2020 05:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[azzurra d'agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[sassiscritti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=86742</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin Oh, ‘sta piovéta lidhièra, incùo, tee piante dea mé teràzha, intànt che son drio rilèdherve, cari Pier-Luigi (Cappello, Bacchini) ‘e ‘àgreme che casca, tic tic, daa ponta de ‘sti cuciarini verdi, zai, jozhéte che score te l’incavo fra i nervi, ‘e se ingrossa, in càibrio tel farse perla, e po’ tic, tea [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-86744" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-1024x705.jpg" alt="" width="540" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-1024x705.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-768x529.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-250x172.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-200x138.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/02-PRA-DE-PAROE-cover-a007b-2-160x110.jpg 160w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /><strong style="letter-spacing: 0.05em;">di Fabio Franzin</strong></p>
<p>Oh, ‘sta piovéta lidhièra,<br />
incùo, tee piante dea mé<br />
teràzha, intànt che son<br />
drio rilèdherve, cari Pier-Luigi<br />
(Cappello, Bacchini)</p>
<p>‘e ‘àgreme che casca, tic tic,<br />
daa ponta de ‘sti cuciarini<br />
verdi, zai, jozhéte che score<br />
te l’incavo fra i nervi, ‘e se<br />
ingrossa, in càibrio tel farse<br />
perla, e po’ tic, tea pièra, tic</p>
<p>come paròe pìcoe co’ drento<br />
‘a musica de canpanèe a ciamàr<br />
qua i ricordi. Tic e cit, cit e tic</p>
<p>jozhéte, fojiéte&#8230; perline<br />
da nient, paroìne de boce<br />
‘sconti drio un cantón del<br />
tenpo, sussùri de poeti cari<br />
che continua a viver, qua.</p>
<p><em>Oh, questa pioggerellina, / oggi, sulle piante del mio / terrazzo, intanto che vi sto / rileggendo, cari Pier-Luigi / (Cappello, Bacchini) // le lacrime che cadono, tic tic, / dalla punta di questi cucchiaini / verdi, gialli, goccioline che scorrono / nell’incavo fra le nervature, si / ingrossano, pencolanti nel farsi perla, e poi tic, sulla pietra, tic // come paroline con dentro / il suono di campanelle a chiamare / qui i ricordi. Tic e taci, taci e tic // goccioline, foglioline&#8230; perline / da poco, paroline di bimbi / nascosti dietro un cantone del / tempo, sussurri di poeti cari / che continuano a vivere, qui.</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Della lingua e delle semenze</strong></p>
<p><strong>di Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Quello che si prova leggendo questo libro è una sensazione simile al tenere in mano una manciata di semenze. Alcuni grani che contengono in potenza prati e frutti. Che in qualche modo già sono quei prati e frutti, ma che necessitano anche di altri elementi. Cose semplici, essenziali: terra, acqua. Tempo, soprattutto.<br />
E se si pensa alla parola, semenza, emerge anche l’altro significato: discendenza, stirpe.<br />
Siamo al principio di qualcosa, ma anche, al contempo, alla circolarità del ritorno, al ritrovare nel futuro, trasformato appunto dal tempo trascorso, tutto quanto in principio era in potenza.<br />
Le vicende di questo manoscritto sono raccontate da Franzin alla nota finale del testo: quello che ci troviamo davanti è buona parte di un primo libro mai davvero pubblicato. A cui si sono aggiunti, nel corso di molti anni, altri testi, nei quali il tempo ha fatto il suo lavoro di deposito e scavo. Significativo che una delle ultime poesie sia dedicata proprio a Pierluigi Cappello, uno degli uomini e poeti che più hanno segnato la vicenda artistica e umana di Franzin.<br />
Ciò che rende prezioso questo ‘prato di parole’ è dunque anche, ma non solo, un intreccio di epoche, esperienze, vissuti, a partire da un esordio in qualche maniera già maturo, portatore di una verità che il corso della vita ha approfondito e indagato.<br />
Nella prima sezione sentiamo il respiro di un presagio: un continuo domandare al silenzio del silenzio, una riflessione sul senso del dire, un tentare di bucare con la lingua l’indicibile di un’esperienza di dolore. Lingua che si fa centrale, quale possibilità in qualche modo di riparazione.<br />
E vengo qui al punto che mi pare essenziale, suggestione citata anche nel testo con una poesia dedicata proprio a quell’autore che ha sottolineato sempre l’importanza dell’uso di una lingua minoritaria: Seamus Heaney.<br />
Nel preziosissimo ‘La riparazione della poesia’ (Fazi, 1999) il premio Nobel indaga il ruolo del poeta e della poesia e si sofferma a lungo sull’importanza dell’uso di dialetti e lingue altre. Il tutto si potrebbe riassumere a partire dall’affermazione: “La verità dell’arte sta nei punti secondari d’importanza primaria”.<br />
La marginalità e frantumazione dell’esistenza in tante ‘cose secondarie’ non si fa dunque espediente per un’occasionale valorizzazione delle ‘piccole cose’ che animano retoricamente la produzione poetica più o meno recente, bensì s’incarna nella parola a partire proprio dalla scelta della lingua d’espressione. Heaney dedica un intero saggio all’importanza delle lingue altre rispetto al potere, sottolineando come il momento in cui nessuna lingua sarà segregata diverrà la realizzazione di un sogno di cultura e pace mondiali. Un sogno, scrive Heaney riferito alla poesia di John Clare che secondo lui parzialmente l’incarna, “dove non si dovrà mai <em>ripensare</em> se esprimere nei propri termini culturali e linguistici il proprio mondo, perché nessuna terminologia altrui sarà imposta come normativa e ufficiale. Leggerlo per i sapori esotici di un lessico arcaico e le vedute pittoresche di un passato bucolico è mancare la fiducia che egli comunica nella possibilità di un futuro rispetto di sé per tutte le lingue, una imprevedibilità immensa, creativa, dove l’esistenza umana diviene presente e viva più abbondantemente perché ormai espressa nelle proprie parole, autogratificanti e affrancate”.<br />
In qualche modo qui la dimensione politica di ogni poesia viene ribadita attraverso le scelte prettamente linguistiche, lessicali, ritmiche. Ed è in questo modo che ‘Prà de paròe’, con tutti i suoi dubbi, i suoi ritratti minori, le sue erbacce a bordo strada, contiene in qualche modo ,e paradossalmente approfondisce grazie all’imprevedibilità e all’immaginazione, le poesie della fabbrica, della disoccupazione, dei fallimenti della nostra società &#8211; raccontati in molti dei libri a venire.<br />
Nella seconda sezione il vento del poi soffia già forte, tanto che si possono solo intuire gli innesti successivi rispetto al nucleo originario. E questo non soltanto perché ogni poeta ritorna sulle proprie ossessioni, né certamente per un qualche manierismo che è del tutto estraneo a Franzin innanzi tutto come persona, prima che come artista.<br />
Si legge nei testi di questa parte del libro la filigrana di uno sguardo sul mondo che, pur nella tempesta e nelle gramaglie, il poeta non dissipa e non distoglie. Uno sguardo limpido, generoso, attento ai fragili con la consapevolezza di farne parte – come ciascuno dei ‘respiranti’, citando Hölderlin.<br />
Perché il legame tra etico ed estetico non è una pura formalità, ma la sorgente intatta a cui occorre almeno provare, tutti, ad abbeverarci.<br />
È con gioia, davvero molta e pura gioia, e con senso di responsabilità dunque che salutiamo questo libro, scegliendo di renderlo pubblico in un momento in cui il noto vacilla e l’ordine mondiale mostra il suo disordine.<br />
Piccolo atto che vuole ribadire l’importanza primaria dei punti secondari, qualcosa da mettere al centro dei nostri pensieri e del nostro fare.</p>
<p><a href="http://www.sassiscritti.org/libri/"><strong>da: Fabio Franzin, <em>Prà di paròe</em> (Sassiscritti 2020)</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Senza nissùn Ulisse</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/24/senza-nissun-ulisse/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/24/senza-nissun-ulisse/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[ulisse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83934</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin Vento, fòra, che fa sbàter i balconi. L&#8217;urlo longo de &#8216;na &#8216;nbueànzha che passa, col só cargo de doeór &#8211; fàea &#8216;rivàr in tenpo, fa che &#8216;l se salve &#8211; e mì che lèdhe Walcott intant che el mondo intièro l&#8217;é isoeà, serà in quarantena. “something still fastens us forever to the [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Fabio Franzin</strong></p>
<p>Vento, fòra, che fa sbàter i balconi.<br />
L&#8217;urlo longo de &#8216;na &#8216;nbueànzha<br />
che passa, col só cargo de doeór<br />
&#8211; fàea &#8216;rivàr in tenpo, fa che &#8216;l se<br />
salve &#8211; e mì che lèdhe Walcott<br />
intant che el mondo intièro<br />
l&#8217;é isoeà, serà in quarantena.</p>
<p><em>“something still fastens us forever to the poor”</em><br />
(calcòssa ne liga &#8216;ncora e par senpre ai poréti)</p>
<p>intant che &#8216;a desperazhión la &#8216;é colma,<br />
e scumìnzhia &#8216;i assalti ai supermercati.</p>
<p>Quant lo &#8216;véneo dita, come Cassandre<br />
ciapàdhe par seme, che cussì, cussì<br />
sgaìva no&#8217;a podhéa pì continuàr?</p>
<p>El vent de stamatina el ne &#8216;o ricorda.<br />
Basta dise i balconi che sbate, basta<br />
a quei che sbàtoea de un profito che<br />
no&#8217; tièn de conto l&#8217;òn, che no&#8217;iuta<br />
tuti quei che resta indrìo, che sofre.</p>
<p>Oh Walcott, nostro Omero de isoe,<br />
de pòpoi servi e coeònie sfrutàdhe,<br />
che te &#8216;à cantà el sudór dei s.ciavi,<br />
&#8216;a miseria de quei desmentegàdhi,<br />
&#8216;e tó paròe bate, <em>toc toc</em>, insieme<br />
a &#8216;sti balconi che bussa tel fondo<br />
dee nostre àneme straviàdhe,<br />
&#8216;e zhiga insieme ae sirene che canta<br />
l&#8217;apocaìsse che ne fa tuti conpagni,<br />
naufraghi persi in mèdho aa borasca<br />
senza nissùn Ulisse a bordo, senza<br />
nissùn scudo &#8216;ndo &#8216;scónderse drio,<br />
senza pì nissùn dio che ne &#8216;scolte.</p>
<p><em> </em><br />
<strong><em>Senza nessun Ulisse</em></strong></p>
<p><em>Vento, fuori, che fa sbattere i balconi. / L&#8217;urlo lungo di un&#8217;ambulanza / che passa, col suo carico di dolore / &#8211; falla arrivare in tempo, fa che si / salvi – e io che leggo Walcott / mentre tutto il mondo / è isolato, chiuso in quarantena. // </em>“something still fastens us forever to the poor” / <em>(qualcosa ci lega ancora e per sempre ai poveri) // mentre la disperazione è colma, / e hanno inizio gli assalti ai supermercati. // Quanto lo abbiamo ribadito, come Cassandre / prese per sceme, che così, così / dispari non poteva continuare? // il vento di stamani ce lo rammenta. / Basta dicono le imposte che sbattono, basta / a quelli che cianciano di un profitto che / non tiene conto dell&#8217;uomo, che non aiuta / coloro che rimangono indietro, che soffrono. // Oh Walcott, Omero del nostro tempo, di isole, / popoli servi e colonie sfruttate, / che hai cantato il sudore degli schiavi, / la miseria di quelli dimenticati, / le tue parole battono, </em>toc toc, <em>insieme / a queste imposte che bussano nel fondo / delle nostre anime distratte, / urlano assieme alle sirene che cantano / l&#8217;apocalisse che ci rende tutti uguali, / naufraghi persi in mezzo alla burrasca, / senza nessun Ulisse a bordo, senza / alcuno scudo cui ripararsi, / senza più nessun dio che ci ascolti.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/24/senza-nissun-ulisse/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Erba e aria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/06/erba-e-aria/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/06/erba-e-aria/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 06:02:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vydia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67037</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin Epùra, i ‘à paròe che ‘e sa de erba stonfa i morti, co’ i vièn catàrne drento ‘l sòno; ‘e ghe sgorga dae man vèrte, a fontanèa, opùra jozha dopo jozha intant che i ne varda fissi coi só òci de avorio; i ne dise robe che romài no’ ‘e ne interessa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Fabio Franzin</strong></p>
<p>Epùra, i ‘à paròe che ‘e sa<br />
de erba stonfa i morti, co’<br />
i vièn catàrne drento ‘l sòno;</p>
<p>‘e ghe sgorga dae man vèrte,<br />
a fontanèa, opùra jozha dopo<br />
jozha intant che i ne varda</p>
<p>fissi coi só òci de avorio;<br />
i ne dise robe che romài no’<br />
‘e ne interessa pì; i ‘é ripete,</p>
<p>sotvose, come se i fusse drio<br />
confidarne un de chii secrèti<br />
che i se ‘à portà co’ lori; mai</p>
<p>che sie un calcòssa che vèrde<br />
‘na spièra, che cète ‘a spizha<br />
de ‘na coriosità mai coeoràdha.</p>
<p>‘E paròe ‘e bate tel bianco<br />
portal del sogno, fis.ciando<br />
fra ‘e sbàre vèce dei cancèi</p>
<p>po’, cuzhoeón, come rùmoe,<br />
i morti i se scava busi tel prà,<br />
curidhòi che i córe sbièghi</p>
<p>drento ae cóine. Se sintìn<br />
‘e palpebre pende fa scòrzhe<br />
co’ se svejién: drento ‘l zhervèl</p>
<p>un bzz zheèsto; ‘e nostre man le<br />
‘é ssute, ‘e paròe le ‘é qua e qua<br />
‘e se scava ‘l só nido de fògo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Eppure, hanno parole che sanno</em><br />
<em> d’erba bagnata, i morti, quando</em><br />
<em> nel sonno ci vengono a trovare;</em></p>
<p><em>gli escono dalle mani aperte,</em><br />
<em> a fiotti, oppure goccia dopo</em><br />
<em> goccia mentre ci guardano</em></p>
<p><em>fissi coi loro occhi d’avorio;</em><br />
<em> sussurrano cose che ormai non</em><br />
<em> ci interessano più; ce le ripetono,</em></p>
<p><em>sottovoce, come se stessero</em><br />
<em> confidandoci uno dei tanti segreti</em><br />
<em> che si sono portati nell’aldilà; raro</em></p>
<p><em>sia qualcosa che apra</em><br />
<em> un varco, che soddisfi</em><br />
<em> una mai sopita curiosità.</em></p>
<p><em>Le parole bussano al bianco</em><br />
<em> portale del sogno, sibilando</em><br />
<em> fra le sbarre arrugginite dei cancelli</em></p>
<p><em>poi, carponi, come talpe,</em><br />
<em> i morti scavano cunicoli nel prato,</em><br />
<em> corridoi che si snodano obliqui</em></p>
<p><em>dentro le colline. Sentiamo</em><br />
<em> le palpebre spesse come bucce</em><br />
<em> quando ci svegliamo: dentro la testa</em></p>
<p><em>un azzurro ronzio; le nostre mani</em><br />
<em> sono asciutte, le parole sono con noi e in noi</em><br />
<em> si scavano il loro nido di fuoco.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I segni verdi</strong></p>
<p>Come chee care fojiéte de èdra<br />
a scaeàr coeòne, curve de marmo<br />
te un parco ribandonà; o i fii de erba<br />
alta drio un stradhόn de campagna,<br />
dopo ‘a piova: carézhe fresche che<br />
sgrafa ‘l rosa, vèce vìrgoe tii polpàci<br />
de bòce che core alègri incontro<br />
al sό destìn; el mus.cio far viùdho<br />
tee pière de ‘na casa coeònica; ‘a forma<br />
invidàdha su intorno l’aria dei rizhi<br />
dee vidhe, squasi sorèa de quea a elica<br />
del d.n.a, te un microscopio a scansiόn;<br />
el siénzhio sussurà te l’onbrìa tremante<br />
de rame e frasche; ‘a lìnia che se incurva<br />
dolzha, tee coìne, tii àrzeni speciàdhi<br />
te l’aqua dei canài, l’inchino dee canèe.</p>
<p>Mì son cressù in fede de ‘ste scriture<br />
qua, co‘ste paròe verde drento el cuòr;<br />
cussì spere che ‘e mie sèpie copiarle,<br />
che ‘sta poesia fae su un canp, un prà<br />
fra l’ànema e ‘l ‘sfalto de chi le ‘scoltarà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>I segni verdi</strong></em></p>
<p><em>Come quelle care foglioline d’edera</em><br />
<em> a scalare colonne, curve marmoree,</em><br />
<em> in un parco abbandonato; o fili d’erba</em><br />
<em> alta lungo un sentiero di campagna,</em><br />
<em> dopo il temporale: carezze fresche che</em><br />
<em> graffiano il rosa, antiche virgole nei polpacci</em><br />
<em> di bimbi che corrono allegri incontro</em><br />
<em> al proprio destino; il muschio farsi velluto</em><br />
<em> nelle pietre di una casa colonica; la forma</em><br />
<em> avvitata intorno all’aria dei viticci,</em><br />
<em> simile a quella elicoidale</em><br />
<em> del d.n.a., in un microscopio a scansione;</em><br />
<em> il silenzio sussurrato nell’ombra tremolante</em><br />
<em> di rami e fronde; la linea che si curva</em><br />
<em> dolce, nelle colline, negli argini riflessi</em><br />
<em> sull’acqua dei canali, l’inchino delle canne palustri.</em></p>
<p><em>Io sono cresciuto in fedeltà di queste scritture,</em><br />
<em> con queste parole verdi (e acerbe) dentro il cuore;</em><br />
<em> così spero che le mie sappiano copiarle,</em><br />
<em> che questa poesia componga un campo, un prato</em><br />
<em> fra l’animo e l’asfalto di chi le ascolterà.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’é ‘ndo’ che ‘l Piave sparìsse</p>
<p>sot’a jèra dea grava, fra cassie<br />
e saézhi. Sassi coeór dea sabia,<br />
grisi, grossi come bigne de pan</p>
<p>sparìsse l’aqua longo ‘e falde,<br />
el só mistero. Resta e cresse<br />
piante basse, fojiéte che trema,<br />
pólvera ciara e fina come talco</p>
<p>tel let ssut. L’é ‘ndo’ che l’aqua<br />
se ‘sconde che ea ne fa ‘scoltàr<br />
‘a só vose. Tel ‘tondo dei sassi<br />
l’opra che fa dea pièra poema.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È dove il Piave scompare</em><br />
<em> sotto la ghiaia del greto, fra salici</em><br />
<em> e acacie. Sassi beige,</em><br />
<em> grigi, grossi come pagnotte</em></p>
<p><em>scompare l’acqua attraverso le falde,</em><br />
<em> il suo mistero. Restano e spuntano</em><br />
<em> bassi cespugli, foglioline tremolanti,</em><br />
<em> polvere chiara, impalpabile come talco</em></p>
<p><em>nel letto asciutto. È dove l’acqua</em><br />
<em> si cela che echeggia</em><br />
<em> la sua voce. Nella rotondità dei sassi</em><br />
<em> l’opera che fa della pietra poema.</em></p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.vydia.it/it/erba-e-aria/"><strong>Fabio Franzin, <em>Erba e aria</em>, Vydia editore, 2017 (introduzione di Fabio Pusterla)</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/06/erba-e-aria/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sono solo pochi spiccioli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/10/14/sono-solo-pochi-spiccioli/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/10/14/sono-solo-pochi-spiccioli/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Oct 2016 05:15:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=64735</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin A mesodì, parchejà &#8216;a machina, me invie verso casa, pochi passi drento el vìcoeo strent a lastre de marmo ciaro. Davanti de mì tre tosiòe che torna daa scuòea, seconda terza media, i zainéti &#8216;carezhàdhi dae code bionde. Tut un trato a una ghe casca &#8216;na scasseàdha de monédha che &#8216;a se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Fabio Franzin</strong></p>
<p>A mesodì, parchejà &#8216;a machina,<br />
me invie verso casa, pochi passi<br />
drento el vìcoeo strent a lastre<br />
de marmo ciaro. Davanti de mì<br />
tre tosiòe che torna daa scuòea,<br />
seconda terza media, i zainéti<br />
&#8216;carezhàdhi dae code bionde.<br />
Tut un trato a una ghe casca<br />
&#8216;na scasseàdha de monédha<br />
che &#8216;a se sparpàgna par tèra.</p>
<p>Le ciame, &#8216;lora, pensando che<br />
no&#8217;e s&#8217;in èpie nianca incòrt<br />
&#8211; i &#8216;à senpre &#8216;e cufiète fracàdhe<br />
tee rece ,&#8217;sti tosàti! -: <em>“ragazze,</em><br />
<em>hei, avete perso dei soldi”,</em><br />
senza voltarse, continuando<br />
a &#8216;ndar verso &#8216;a piazha, &#8216;e code<br />
bèe che ghe bàea tee spàe,<br />
<em>“sono solo pochi spiccioli”</em>.<br />
&#8216;A &#8216;na ociàdha sguelta i par<br />
inmanco do, tre euro, e &#8216;lora<br />
le &#8216;torne ciamàr, me par un vero<br />
disprèzho. Senpre quea pì alta,<br />
gins e Converse rosa, &#8216;a sbufa,<br />
<em>“li raccolga lei allora”.</em></p>
<p>Cussì me son caeà mì, co&#8217;a mé schena<br />
rota da quaranta àni de fabrica; vintìn<br />
dopo zhinquantìn, &#8216;ò contà squasi tre<br />
euro. Lore za sparìe, voltra &#8216;e coeòne.</p>
<p>Varàe vussù dirghe che mì bisogna<br />
che sgòbe mèdha ora pa&#8217; ciapàr chii<br />
schèi. Che da altre bande del mondo,<br />
par tose come lore, costrete a lavoràr<br />
o dar via &#8216;a só fresca beézha, l&#8217;é &#8216;a paga<br />
de un dì da sfrutàdhe o vioentàdhe.</p>
<p>Ma &#8216;e ièra za sparìe, drio &#8216;e coeòne<br />
de &#8216;sta era senpia, persa. Oh poesia!</p>
<p><strong><em>***</em></strong></p>
<p><strong><em>“Sono solo pochi spiccioli”</em></strong></p>
<p><em>A mezzogiorno, parcheggiata l&#8217;auto, <strong>/  </strong>mi avvio verso casa, pochi passi / entro il vicolo angusto lastricato in marmo chiaro. Davanti a me / tre ragazzine che tornano da scuola, / seconda terza media, gli zainetti / accarezzati dalle code bionde. / All&#8217;improvviso a una di esse cade dalle tasche / una manciata di monetine / che si spargono in terra. // Le richiamo, allora, pensando che non se ne siano neanche accorte / &#8211; hanno sempre gli auricolari schiacciati dentro / le orecchie questi giovani! -: “</em>ragazze, / hei, avete perso dei soldi”, <em>/ senza voltarsi, continuando / a proseguire verso la piazza, le code / belle che le danzano sulle spalle, / </em>“sono solo pochi spiccioli”. <em>/ A una rapida occhiata mi paiono / almeno due tre euro, allora / le chiamo di nuovo, mi sembra un vero / disprezzo. Sempre quella più slanciata, / jeans e Converse rosa, sbuffa, / </em>“li raccolga lei allora”. // <em>Così mi sono accucciato io, con la mia schiena usurata / da quarant’anni di fabbrica; ventino / dopo cinquantino ho contato quasi tre / euro. Loro ormai scomparse oltre il colonnato. // Avrei voluto dirle che io devo / sgobbare mezz&#8217;ora per guadagnare quei / soldi. Che da altre parti del mondo, per ragazze della stessa età, costrette a lavorare / o svendere la loro acerba bellezza, è la paga / di un giorno da sfruttate o violentate. // Ma erano ormai scomparse oltre il colonnato / di quest&#8217;era empia, persa. Oh poesia.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/10/14/sono-solo-pochi-spiccioli/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>El cussìn</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/15/el-cussin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2015 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[pietà]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=54936</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin                                                                                                         [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><em>                                                                                                                        Per Francesco Sgroi, con pietà</em><br />
Quel che l’é ‘ndat in tilt tea tó testa<br />
te chea stanza da lèt del condominio<br />
Ater, ‘na dómenega sera de caldo<br />
infernàe, te ‘ò sa sol che tì, caro Sgroi,<br />
o forse no te ‘o capirà mai. Ma mì so<br />
che quel che i ‘à scrit i giornài: omicida,<br />
‘ssassìn, sora ‘e foto de tì e dea tó pòra<br />
mare, no’ le ‘é ‘e paròe juste, nianca una,<br />
e soratut manchéa l’unica che podhéa<br />
provàr a ‘vizhinàrse un fià aa verità.<br />
Mostro, caomai, l’é ‘sto tenpo rùdhene<br />
e senza cuor, ‘sta epoca poca, viliàca.</p>
<p><span id="more-54936"></span>So che co’ se incepéa ‘na machina, là<br />
in fabrica, se provéa a resetarla, strucàr<br />
calche botón e po’, se pròpio no’a partìa<br />
pì, ciamàr el mecanico, l’eletricista.</p>
<p>Ma co’ se incepén noàntri, co’ va<br />
in corto ‘a nostra vita, el nostro zhervèl,<br />
sen ‘assàdhi là da soi, roti, no’é nissùn<br />
che slonghe ‘na man, juste el difèto.</p>
<p>Che arma pòsseo mai èsser un cussìn?<br />
Quel che mì bute in banda al let, durante<br />
‘a not parché el me dà fastidio, stonf<br />
de sudhór e romài cussì vòdho de sogni.</p>
<p>Chissà quante sere che te ghe ‘ò ‘à<br />
sistemà sot’a testa ‘a tó mare, chel<br />
cussìn, co’na carezha lenta tii cavéi<br />
e un “bonanote” de amór, co’e paròe<br />
savéa da pase, e no’e fea cussì mal<br />
(‘e stesse crede che me ‘à tocà ‘scoltàr<br />
anca mì par mesi, da mì stesso, da mé<br />
fémena, finquando, dopo tante porte<br />
seràdhe, ghi n’ò catà una de vèrta).</p>
<p>‘Stavolta te ghe ‘o ‘à sistemà parsora,<br />
come par dighe “basta, dai, tasi su,<br />
che no’ le soporte pì ‘ste colpe che no’ò,<br />
capissìtu? che son sol ‘na machina guasta”.</p>
<p>Tut qua. No’é altro da dir. Se no’a<br />
paròea che l‘é mancà tii giornài: “Pietà”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Francesco Sgroi, mite amico ai tempi della mia militanza nella Filca Cisl, è un operaio di 59 anni, in mobilità da due, che nella torrida serata del 7 giugno 2015, sembra a causa dell’ennesimo litigio per motivi economici, ha soffocato con un cuscino l’anziana madre che accudiva da anni.</em></p>
<p><strong><em>Il cuscino</em></strong></p>
<p><em>La causa che ha mandato in tilt la tua testa / in quella camera da letto bollente del condominio / Ater, una domenica sera torrida, / la sai solo tu, caro Sgroi, / o forse non la saprai mai. Ma io so /  che ciò che hanno scritto i giornali: omicida, / assassino, sopra i volti di te e della tua povera / madre, non sono le parole più appropriate, neanche una, / e soprattutto mancava l’unica che poteva / in qualche modo definire la realtà. / Mostro, casomai, è questo tempo corroso / e senza cuore, quest’epoca poca, vigliacca. // So che quando si inceppava un macchinario, là / in fabbrica, provavamo a resettarlo, premere / qualche pulsante e poi, se proprio non ripartiva, / chiamare il meccanico, l’elettrotecnico. //  Ma quando ci inceppiamo noi, quando va / in cortocircuito il nostro cervello, / siamo abbandonati da tutti, nessuno / che allunghi una mano, aggiusti il difetto. //  Quale arma può mai essere un cuscino? / Quello che io butto accanto al letto, durante / la notte perché mi da fastidio, zuppo / di sudore e ormai così vuoto di sogni. // Chissà quante sere glielo hai / sistemato sotto la testa a tua madre, / con una carezza lenta nei capelli / e una “buonanotte” d’amore, quando le parole /  sapevano di pace, e non facevano così male / (le stesse credo che ho dovuto subire / anch’io per mesi da me stesso, da mia / moglie, sino a quando, dopo tante porte chiuse, / ne ho trovata finalmente una di aperta). // Stavolta glielo hai sistemato sopra, / come per sussurrargli “basta, dai, stai zitta, / che non le sopporto più queste colpe che non ho, / capisci? Che sono solo una macchina guasta”. // Tutto qua.  Non c’è altro da aggiungere. Se non la / parola che è mancata nei giornali: “Pietà”.    </em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/29/quando/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/29/quando/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2012 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[Gregory Crewdson]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43661</guid>

					<description><![CDATA[di Fabio Franzin Il cassintegrato culla la sua emicrania vestendo il nulla delle ore con la pelle rossa del divano, contando con l’alluce destro le stecche oblique della tapparella. È tutta nelle tempie, oggi, l’angoscia, un pulsare ovattato dall’analgesico, soffuso dalla penombra. È tutta esterna alla realtà, adesso, in un torpore che è già sonnolenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/29/quando/gregory-crewdson-house/" rel="attachment wp-att-43663"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-43663" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/gregory-crewdson-house.jpg" alt="" width="600" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/gregory-crewdson-house.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/gregory-crewdson-house-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></strong></p>
<p style="text-align: right">di<strong> Fabio Franzin</strong></p>
<p>Il cassintegrato culla la sua emicrania<br />
vestendo il nulla delle ore con la pelle<br />
rossa del divano, contando con l’alluce<br />
destro le stecche oblique della tapparella.<span id="more-43661"></span><br />
È tutta nelle tempie, oggi, l’angoscia,<br />
un pulsare ovattato dall’analgesico,<br />
soffuso dalla penombra. È tutta esterna</p>
<p>alla realtà, adesso, in un torpore che è già<br />
sonnolenza e altrove, un imbuto d’assenza<br />
dove il futuro, scivolando via, si ingorga,<br />
crea un tappo di melma e paure, segatura<br />
e rimorsi ormai lontani.<em> Quando</em> ora è solo<br />
un avverbio di tempo, una colpa innocente.</p>
<p>Dice che alle sedici torna a casa la moglie,<br />
e un po’ prima deve tirarsi su, sciacquarsi<br />
il viso, farsi trovare indaffarato, magari<br />
con l’anta in cucina, quella con la cerniera<br />
che non tiene, tenersi stretto il presente<br />
con le viti degli occhi, prima che esploda.</p>
<p>*</p>
<p>Quando sogna, nei suoi sonni brevi e fragili,<br />
vive lunghe storie incasinate in cui è ridicola<br />
comparsa nella bolgia di officine piranesiane.<br />
Sotto le volte infrante dei lucernari, clangori<br />
e boati e grida umane, in quella penombra<br />
istoriata dai fumi, abbagliata dalle colate<br />
e dagli sprizzi di scintille, deve imparare<br />
un nuovo mestiere, conquistarsi il posto</p>
<p>tanto agognato. Ma non gliene va mai bene<br />
una. O non riesce a sollevare l’incudine per<br />
portarla sopra il banco, o le placche cadono<br />
dalle rastrelliere prima che possa afferrarle.<br />
Nessuno poi viene in suo soccorso, e il capo<br />
reparto passa lì davanti scrollando la testa,<br />
oppure gli chiede il cambio di turno proprio<br />
per la sera che suo figlio ha la recita all’asilo.</p>
<p>Il sudore che inzuppa la tuta non è di fatica,<br />
ma l’ansia dell’imbranato che non sa niente,<br />
che non sa più come dimostrare perlomeno<br />
la sua buona volontà. Quando si sveglia ha<br />
ancora l’eco dei richiami incavolati dentro<br />
la testa. Le mani che avvitano il filtro della<br />
moka, tremano come prima, nel girone che<br />
continua ogni giorno nell’inferno della sala.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/29/quando/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>FABIO FRANZIN</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 06:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39799</guid>

					<description><![CDATA[L’é stronzo co’là, e basta Anca incùo, tre de agosto domìe e undese, intànt che ‘e borse brusa mièri de miliardi e tuta l’economia del mondo ‘a ghe sbrissa via dae man sporche e sbusàdhe dei póitici, anca incùo son qua sot el sol che vae ‘torno fra capanóni vèrti e altri seràdhi opùra vòdhi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’é stronzo co’là, e basta</p>
<p>Anca incùo, tre de agosto domìe e undese,<br />
intànt che ‘e borse brusa mièri de miliardi<br />
e tuta l’economia del mondo ‘a ghe sbrissa<br />
via dae man sporche e sbusàdhe dei póitici,</p>
<p>anca incùo son qua sot el sol che vae ‘torno<br />
fra capanóni vèrti e altri seràdhi opùra vòdhi,<br />
son qua che vae in zherca de ‘na fabrica che<br />
no’ son bon de catàr, Formaplast ‘a se ciama</p>
<p>e core vose che ghe serve operai. Son qua pa’<br />
presentàr ‘a domanda, ‘a via la ‘é quea justa,<br />
‘ò controeà tre volte tea carta… l’unica ‘lora<br />
l’é provàr ‘ndo’ che i cancèi i ‘é spaeancàdhi<span id="more-39799"></span></p>
<p>e no’ l’é nome tel canpanèl, ‘ndo’ che no’ i ‘à<br />
‘ncora serà pa’e ferie. Me ‘vizhine a un de chii<br />
capanóni co’i portóni in sfesa, òce bobine e<br />
scafài, tasse de panèi, rulière e machinari…</p>
<p>da in fonde un sora el muét me fa segno co’a<br />
man de fermarme, me varde indrìo, son ‘ncora<br />
sol tel piazhàl, no’ò passà nissùn confìn, nissùn<br />
accesso vietà, quel co’l muét el continua vègner</p>
<p>‘vanti co’a man alta come ‘a paéta de un vigie,<br />
el me ‘riva vizhìn, e mèdho inrabià el me dise<br />
còss’ che fae, còss’ che vui, drento là; conósse<br />
chea vose, precisa a quea de Bairam, o de Aliù,</p>
<p>‘ven lavorà sète àni tel stesso reparto prima<br />
che i serésse ‘a fabrica, ‘ò fat de chee barùfe<br />
co’ quei un fià razisti, ‘pena che i ‘é ‘rivàdhi,<br />
che anca ‘dèss co’ i me cata in piazha i vòl</p>
<p>senpre pagarme el cafè. ‘Sto qua ghe somèjia:<br />
stessa barba longa, stessa maja smarìdha e curta,<br />
el par squasi un só sosia, no’ fusse che no’l ride<br />
intànt che ‘l me parla. No’a ‘é quea ‘a fabrica</p>
<p>che zherche, e no’l sa ‘ndo’ che ‘a sie, però<br />
el me ricorda serio de ‘ndar fòra dai cancèi,<br />
suìto, l’é sora un muét e ghe par de èsser sora<br />
a un caro armato, co‘e pàe alte el me para via.</p>
<p>Son qua, fòra dai cancèi che lù l’à za serà su,<br />
son qua che cète ‘a rabia inpizhàndo ‘na cica.<br />
Sotvose me dise che ‘ò fat ben a no’ voér zhigàr<br />
anca mì via i forèsti. L’é stronzo co’là, e basta.<br />
È stronzo lui, e basta</p>
<p>Anche oggi, tre agosto duemilaundici, mentre le borse bruciano migliaia di miliardi / e l’economia del mondo intero sguscia / via dalle mani sporche e bucate dei politici, // anche oggi sono qui sotto il sole che vago / fra capannoni aperti e altri chiusi o abbandonati, / sono qui che vado in cerca di un’azienda che / non riesco a rintracciare, Formaplast si chiama // e corre voce stia assumendo personale. Sono qui per / presentare la domanda, la via è quella giusta, / ho controllato tre volte sulla carta… Non mi rimane allora / che tentare dove i cancelli sono spalancati // e non c’è nome sul campanello, dove non hanno / ancora iniziato le vacanze. Mi avvicino ad uno di quei / capannoni dai portoni accostati, intravedo bobine e / scaffali, pile di pannelli, rulliere e macchinari… // dal fondo del magazzino uno in cima a un carrello elevatore a gesti  / mi intima di fermarmi, mi guardo intorno, sono ancora / soltanto nel piazzale, non ho varcato nessun confine, nessun / accesso vietato, quello sul carrello continua ad avanzare // con la mano alta come la paletta di un vigile, mi si avvicina, e con un’aria nient’affatto amichevole mi chiede / cosa ci faccia lì, di cosa sono in cerca là dentro; riconosco / quella voce, la stessa pronuncia di Bairam, o di Aliù, // abbiamo lavorato sette anni nello stesso reparto prima / che chiudessero la fabbrica, ho fatto di quelle baruffe / per difenderli da quelli un po’ razzisti appena arrivarono, / che anche adesso quando mi incontrano in piazza vogliono // sempre offrirmi il caffè. Questo qui gli assomiglia: / stessa barba incolta, stessa maglia sbiadita e troppo corta, / sembra quasi un suo sosia, non fosse che non sorride / mentre mi parla. Non è quella l’azienda // che cerco e non sa dove sia, però / mi ricorda minaccioso di uscire dai cancelli / immediatamente, guida un carrello e gli sembra di essere sopra / a un carro armato, mi spinge fuori con le staffe all’altezza del mio petto. // Sono qui, oltre il cancello che lui ha già richiuso, / sono qui che domo la rabbia accendendomi una sigaretta. / Sottovoce mi convinco che / ho fatto bene a non unirmi al coro che urlava / via da qua gli immigrati. È stronzo lui, e basta.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pubblico e poeti: una svolta civile?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 13:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[carlo bordini]]></category>
		<category><![CDATA[fabiano alborghetti]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[francesco terzago]]></category>
		<category><![CDATA[guido mattia gallerani]]></category>
		<category><![CDATA[impegno civile]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo mari]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fantuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo cangiano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Saggio]]></category>
		<category><![CDATA[scritture critiche]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37985</guid>

					<description><![CDATA[di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani</strong></p>
<p><em>Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio Franzin come autore rappresentativo, in quanto in grado di creare una poesia che parli “non a pochi”. Lorenzo Mari riflette invece sulla necessità d’intraprendere un’adeguata ricerca stilistica per questo filone, che non si deve ridurre a un solo fenomeno tematico di aderenza ai temi sociali della nostra epoca. Alborghetti, Cattaneo, Cangiano saranno per Mari possibili luoghi d’incontro di una messa a punto di una poesia che si serve della lingua d’uso, mentre Carlo Bordini apparirà un buon modello di apertura intellettuale e dell’assunzione del ruolo del poeta ai giorni nostri. A questo punto, Francesco Terzago scende ad approfondire il problema di comunicazione fra pubblico e poeti, il quale forse proprio la “Nuova poesia civile” potrebbe contribuire a migliorare, gettando i germi di un’epica italiana anche poetica, nell’interesse di guadagnare un pubblico più vasto. La riflessione sulla “poesia dell’oralità” e sulla poetica di Luigi Nacci permettono a Terzago di concretizzare il suo discorso con indicazioni retoriche. Infine, Guido Mattia Gallerani riflette sulle peculiarità che la “Nuova poesia civile” può assumere nel nostro paese e nelle sue deviate dinamiche sociali. In tal senso, solo una sorta di “rivolta morale” può consentire la creazione di quelle premesse di divulgazione che avvicinino il pubblico, e non lo respingano. </em></p>
<p><span id="more-37985"></span><br />
<strong> Prove di responsabilità e lavoro.</strong></p>
<p>Non nascondiamoci dietro un dito: se la poesia mediamente non viene letta, se non sposta le coscienze, se perde il proprio ruolo fondamentale nei confronti delle persone di essere strumento di crescita, confronto e dialogo la colpa non è della società. La colpa è dell&#8217;offerta.<br />
Un&#8217;offerta che in Italia a partire dagli anni Settanta ha deciso in maniera programmatica di diventare materia solo di pochi addetti ai lavori, di una casta di privilegiati pronti a bearsi di sovrastrutture sempre meno funzionali al testo: enormi cattedrali senza fondamenta e soprattutto senza significato, che hanno reso incomprensibile la poesia e hanno soprattutto allontanato i più anche attraverso quel meccanismo di rifiuto che alimentato dal business delle case editrici “da sottoscala” (impresa sempre florida nel nostro amato Paese) ha permesso una sovrapubblicazione di qualsiasi pensiero in libertà rendendo se possibile ancora più complicato il panorama complessivo odierno per lo meno dal punto di vista della percezione dell&#8217;eventuale pubblico.<br />
Rintanarsi nei classici alibi di questi anni “la poesia è un discorso per pochi&#8230;”, “bisogna che i poeti comprino i libri di poesia&#8230;” diventa infine qualcosa di fortemente banale e giustificativo nei confronti dell&#8217;attuale panorama, come se inevitabile fosse la crisi dell&#8217;intero sistema poetico italiano, come se gli eventi dovessero magicamente accadere e miracolosamente un giorno possano scomparire. Ma senza un impegno serio da parte di tutti e in particolare delle nuove generazioni (e di quella che in questo momento inizia ad emergere) non sarà possibile uscire dal baratro, e questo potrà accadere soltanto se contemporaneamente sarà possibile proporre opere e progetti in grado di andare là dove la poesia si è dimenticata di andare, tra la gente appunto, troppo impegnata a farsi bella nelle accademie.</p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Fabio Franzin.</strong></p>
<p>La fabbrica, il luogo centrale oggi del lavoro, da sempre terreno di sofferenza e di fatica, di consumo del corpo e di aberrazione delle condizioni. Oggi forse in un momento di profonda crisi ancora di più tutto questo vale, in una dimensione dove il precariato e la crisi internazionali, i flussi migratori e i nuovi lavoratori stranieri se possibile estremizzano tutto. E in mezzo da tramite deve essere posta la poesia: Fabio Franzin, poeta dialettale trevigiano, di una lingua parlata soltanto nell&#8217;Opitergino – Mottense, già egli stesso operaio nei mobilifici della zona si è imposto negli ultimi anni per la forza, il vigore, ma anche la delicatezza e la pietà che esce dalle sue pagine attraverso una lingua splendida ma nel contempo funzionale, leggera e cruda assieme. Franzin ci parla di questioni che conosciamo bene, e se per nostra fortuna non ne fossimo a conoscenza ce le sbatte giustamente in faccia, ambientando il libro all&#8217;interno di una fabbrica così vicina a un lager, così delicata nei propri equilibri, nella quale davvero riemerge rivista nelle pulsioni del contemporaneo tutta la generazione che Primo Levi ci aveva già fatto vedere nei propri scritti.<br />
Gli ebrei umiliati dai nazisti sono oggi «[&#8230;] indiani, romèni e neri, / atei e cristiani, musulmani / o de jèova, del demonio / dea fame o del dio dei schèi, / tuti mis.ciàdhi, cussì [&#8230;] (trad. indiani, rumeni e neri, / atei e cristiani, mussulmani / o testimoni di Geova, del demonio / della fame o del dio denaro, / tutti mescolati, così)», i padroni col loro controllo del lavoro nascosti dietro qualche angolo buio, con le loro barzellette alle quali si deve per forza ridere col capo prono rendono se possibile ancora più estrema la tensione quotidiana, ingigantita dalle pessime condizioni di sicurezza che portano ogni anno a migliaia di vittime e ferite. Questa è appunto la fabbrica, dura e umana: così la vita e così la poesia, Franzin ci consegna tutto questo in un solo libro che non lascia indifferenti come invece fa tanta Poesia italiana a cui ci siamo purtroppo abituati, se riprenderà il tratto sociale e in qualche modo civile del fare e leggere poesia allora si sarà fatto molto per tutti noi.</p>
<p><strong>I problemi e le ipotesi per una soluzione.</strong></p>
<p>Ricorre in molti luoghi, in molte voci, una disperazione che pretende il nome di felicità: la mancanza di pubblico e di mercato della poesia contemporanea garantirebbe estrema libertà e vitalità ai suoi autori ed eventualmente anche ai suoi – penultimi – fruitori.<br />
È la retorica del “tanto peggio, tanto meglio”, che è, purtroppo, anche la base ideale di una politica senza sbocchi, nel contesto di una crisi che, come qualcuno ha scritto, ha la potenza di fuoco per spazzare via chi la soffre e chi la contesta, più che chi l’ha causata.<br />
Se infatti l’assenza dai circuiti di mercato non solo delle piccole, ma anche delle grandi case editrici può coincidere forse con l’organizzazione di attività editoriali, letterarie e culturali che si pongano in una cosciente alternativa a quelle – non più – dominanti, non è chiaro come la riduzione, sempre progressiva, del pubblico della poesia possa risolversi in una “incredibile” vitalità dello scenario poetico. I conti non tornano, oppure si tratta dei soliti esercizi di vitalità, sempre assai vicini alla masturbazione.<br />
Senza scomodare Josif Brodskij, per il quale l’evoluzione di una società si misura nell’ascolto dei suoi poeti (ma si trattava, con tutta evidenza, di altre coordinate socioeconomiche e culturali), si può comunque immaginare che là dove viene meno la comunicazione, nei due sensi, tra l’autore e il pubblico, si possono intravvedere, senza troppo sbagliare, scenari di elitarismo, di torri d’avorio, di scarsa attitudine a incidere nel mondo. Che è come abbandonarsi alle incisioni, ai segni dettati dal potere.<br />
Questo discorsetto può forse essere assorbito e fatto proprio nell’ambito della trita e ritrita paternale, che affonda le radici in un pensiero che non si fatica a definire reazionario, contro la poesia definita “di ricerca”. In realtà, si rivela diretto verso tutte quelle forme – senza distinzioni di poetica, in principio – che di ricerca non sono, e vivono nell’angoscia di dover presenziare alla – per ora sempre ipotizzata e mai accaduta – morte della poesia: “proprio adesso che…”. Che, poi, è sempre un “proprio adesso che io…” o, al limite, “proprio adesso che noi…”.<br />
Restando vicini ai testi, non si tratta dunque di misurare, semplicemente, quanta prosa sia presente nella poesia italiana contemporanea: il criterio di misura non è affatto sicuro, sia da un punto di vista retorico e letterario (come distinguere la poesia dalla prosa, e misurarne la reciproca compenetrazione?) sia da un punto di vista critico, legato all’analisi discorsiva (perché dovrebbe essere la prosa il banco di prova, in un contesto di moltiplicazione esponenziale delle narrazioni?).<br />
In ogni caso, quello che finora si è considerata “prosa” – e “Prosa in Prosa” (AA. VV., Le Lettere, 2009) è uno dei testi-limite per esplorare questa linea logica e cronologica, lontana, in ogni caso, dal definirsi come scientifico-strutturale – è il luogo in cui emergono i nuclei simbolici, tematici e ideologici della comunicazione – da intendersi, naturalmente, in senso lato.<br />
E se la già citata operazione letteraria di “Prosa in prosa” riesce ad esprimere un’idea di comunicazione vicina al modello che si è indicato, questo accade soprattutto nei momenti in cui si coglie, tra il mare magnum di riferimenti, anche la discendenza letteraria da Elio Pagliarani, o da Nelo Risi, o anche da altri poeti che hanno praticato la prosa in poesia – genere contro cui, polemicamente, si scaglia il paratesto, e buona parte del testo, dell’opera – senza cadere per questo in un minimalismo e quotidianismo che non è nient’altro che diarismo (nella sua versione, con ogni probabilità letale, del soggettivismo spinto e narcisista). Ed è chiaro come la poesia non possa essere “incredibilmente vitale”, oggi, se si limita a ripresentare questioni interne alla soggettività poetante – sia essa religiosa oppure laicamente positiva – e non si muove invece per interrogarsi sul sistema letterario, sulla comunicazione letteraria e sul suo avanzato stato di deperimento. (Sul fatto originario, ma non originale: “c’è qualcosa da dire?” e dunque: “da chi, a chi, dove, come, quando, perché?”.)<br />
Guardando da questo limite al resto del campo, che non è necessariamente un “guardarsi indietro”, l’importanza della questione della comunicazione emerge ancor più stilizzata e netta in altre opere degli ultimi anni. Si va dall’opposizione alla neolingua del potere, che trova ampio spazio nella cronaca nera, soprattutto nella cronaca nera famigliare, del “Registro dei fragili” di Fabiano Alborghetti, alle deflagrazioni del tessuto sociale e culturale che punteggiano di bagliori sinistri – giustamente inquietanti – i testi di Simone Cattaneo, passando per una cronaca bolognese affatto lontana dall’esercizio di una critica militante, nell’esordio di Mimmo Cangiano…<br />
Non sono poche le raccolte che pongono seri punti interrogativi sulla lingua in uso, sul fatto di potersi ritrovare nel suo alveo – o al di fuori di esso, ma consapevolmente – per avvicinare, o riavvicinare, chi scrive e chi legge.<br />
L’offerta di sé del poeta, che è gratuità, ma di un tipo affine e divergente rispetto alla gratuità imposta da un pensiero economicista, non si può avvalere soltanto di un gesto compiaciuto e fine a se stesso (quale emerge sia nelle letture pubbliche, nei festival, che nei testi, in uno dei pochi veri punti di congiunzione tra queste attività, queste professionalità). È un gesto che riceve una qualificazione e un’articolazione più estesa quando arriva a essere un momento (strettamente in-necessario e in-utile, sia chiaro) di un movimento di prossimità, una fase in un processo di creazione e ricreazione di comunità (che non è mai soltanto “comunità letteraria”) e un passo nel cammino della poesia come fare.<br />
La prossimità che così si (ri)costruisce è la prossimità di chi, per decenni, ha parlato di resistenza, di critica dello sfruttamento, di necessità della memoria, di ricostituzione (senza rifondazione) di un’azione politica, e di molto altro, permettendo il riconoscimento, o lo straniamento, in questa materia del lettore, dell’ascoltatore.<br />
La comunità e il cammino, ipotetici, sono di chi scrive non solo per un popolo futuro, ma anche per un popolo che nel tempo presente si qualifica sempre più, e con sempre maggiore convinzione, come assente. </p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Carlo Bordini.</strong></p>
<p>Attestandosi su più livelli, e rifiutando quindi l’attribuzione unilaterale di etichette come “razionalismo onirico” o “dormiveglia vigile”, la poesia di Bordini immette la propria – apparentemente innegabile – solitudine psichica in un campo di tensioni più ampio, che non è soltanto “sociale”. In virtù di questo strabordare, si è di fronte a un modello testuale autentico di offerta della parola al lettore, di prossimità, di enunciazione di miti collettivi sui quali ritrovarsi per poi meditarne l’allontanamento ironico, alla ricerca di una riflessione lucida, accorata, che non ha l’obbligo di particolari inquadrature ideali, o temporali.<br />
Accade così che con la pubblicazione nel 2010 della corposa antologia “I costruttori di vulcani: tutte le poesie 1975-2010” (Sossella) il percorso poetico di Bordini non si concluda, ma trovi nell’iterazione, con varianti, dei propri testi la conferma di un’inclinazione, da sempre presente, alla ripetizione (che spezza e invalida ogni autobiografismo) e a un verbalismo rapsodico che – non facendosi né canto né discorso ideologico – ha comunque la capacità di dire, raccontare, eventualmente spiegare (come coglie Filippo La Porta nella prefazione a “Pericolo”, del 2004).<br />
È la stessa attitudine alla comunicazione che Bordini aveva ravvisato nei testi dei ‘marginali’, curando, insieme ad Antonio Veneziani, l’introduzione all’antologia “Dal fondo. La poesia dei marginali” (Savelli, 1978): “Erminia non vuole diventare “la voce delle puttane”, vuole solo essere Erminia, la puttana che vive e scandalosamente ci dà in poesia la nebbia, la notte, le scopate fugaci; Marco è e vuole rimanere un prostituto eroinomane, ci sbatte di fronte la sua nudità, la sua poesia dobbiamo leggerla perché è un SOS di vita, ma non chiede pietà, non chiede aiuto, chiede forse solo di camminare un pezzo di strada, magari con lui.<br />
I poeti presenti in questo libro non scrivono per acquistare un “ruolo”, ma per comunicare tra loro. Anziché mediazione o sfogo solitario, la diffusione della poesia diviene rito e pratica “liberatoria”: parte di una devianza di massa che è sentita come il solo modo per sottrarsi, insieme, ad una società giunta al massimo grado di solitudine, di massificazione, di degradazione dei rapporti umani (…) si scrivono poesie perché non c’è altro mezzo per rompere i codici di un linguaggio “corrente” che si è ridotto, ormai, ad una serie di gerghi massificati, fatti di frasi morte, che non comunicano e non vibrano.”<br />
Come i marginali, ma da una posizione leggermente diversa, Bordini ha saputo cogliere e praticare la distinzione fortiniana tra funzione e ruolo dell’intellettuale – in questo caso, del poeta. Non lui, in un accesso narcisistico, ma la sua scrittura si è fatta “poesia zoppa”, “demente”, “inutile” (come si legge nei titoli delle poesie, poi variamente ripetuti negli anni).<br />
Conscio del rischio di demenza e follia che si coglie sperimentando la stessa tensione psichica dei marginali, dell’inutilità del ruolo del poeta, ma non della sua funzione, è, in ogni caso, nella “zoppía” che Bordini riversa un’immagine tutta politica: la “zoppía dei cortei” cui ancora Bordini prende parte e dei quali dà testimonianza nella serie denominata, appunto, “Corteo”. L’autore si rivela qui profondamente vicino alle istanze della contestazione politica e sociale della contemporaneità, vivendola visceralmente, al punto di riqualificare la propria posizione di ‘anziano’, cioè ‘non più giovane’ in relazione agli eventi, eppure, allo stesso tempo, analizzando la situazione con disincanto (da “Ricominciare da capo”: “che triste fine / per il 68  / finire in questa antologia! (…) C’è qualcosa da dire: / morire o rinascere / è la stessa cosa”).<br />
Entrando, cioè,  in pieno e con passione nello scontro generazionale che in Italia è sempre stata materia intellettuale e politica, senza uscire dalla retorica e farsi corpo, per mettersi a nudo.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>48</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37724</guid>

					<description><![CDATA[di Nadia Agustoni In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37726" title="5-copertina-franzin-2-rid1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg 420w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></div>
<div>di <strong>Nadia Agustoni</strong></div>
<div id="_mcePaste">In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo non li cambia. Lascia intatto l’essenziale: quel senso di perdita e di pesantezza, una gravità diversa. Se qualcuno provasse a descrivere una fabbrica come un non-luogo, forse sbaglierebbe. Forse, e dico forse, questi sono i luoghi per eccellenza. Solidi e piantati nella mente prima che nel paesaggio. Una fabbrica costruisce i corpi che la abitano e rimane costruzione anche quando è in disuso. E’ costruita per precedere il tempo e crea una dissonanza che la lingua non può trovare e quindi di fatto pone la difficoltà di dire che cos’è la sua stessa materialità.” (1) Negli ultimi due anni alcuni poeti hanno ripreso a raccontare la “fabbrica” e la realtà del lavoro da punti di vista diversi, ma evidenziando che se esistono fabbrica e lavoro, da tempo non esiste più una classe operaia, ma solo degli operai. Fabio Franzin coglieva già in Fabrica aspetti di quella condizione che Simone Weil sintetizzava in una frase:”Non si può essere coscienti”. (2)<span id="more-37724"></span> Si può esserlo invece, e qualcuno lo è, a prezzo altissimo, dove l’essere coscienti implica vedersi e vedere l’ambiente e ciò che vi accade e quelli con cui si condivide quel tempo di lavoro che è, come tra parentesi quadre, un aprire e chiudere i propri giorni. In Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen libro in cinque sezioni di cui l’ultima in prosa e i testi accompagnati dalle fotografie di Anna Visini (3), Fabio Franzin racconta nel dialetto dell’Opitergino-Mottense cosa c’è dopo la fabbrica, come si vive stando in cassa integrazione e guardando sotto la neve la fabbrica vuota, dove la “calma barbarica” è ora il silenzio delle macchine e l’usura della mente che non si stacca dal luogo perché non sa cosa fare. Il luogo che imprigionava è all’improvviso lo spazio di una resa che tormenta l’uomo, espulso da quel centro, nel suo cercare traccia di sé in quello che per trent’anni è stato il suo mondo. Lo tormenta al punto che gli sembra di avere perduto le mani (come il titolo del libro evidenzia) e la sua stessa casa diventa il posto in cui più acutamente avverte la propria diminuzione nel dovere di un aiuto domestico che gli cade addosso come ulteriore umiliazione, una nullificazione del suo sé. Paradossalmente la “fabrica” diventa allora una non-libertà maschile contrapposta a una libertà che non è mai stata tale (la casa) perché femminile. I segni meno che si leggono tra le righe dell’ultima raccolta di poesie di Fabio Franzin diventano indicativi di ogni “condizione”. Lo si comprende meglio quando leggiamo nella sezione “Mòbii. Mobiità” dei rapporti intercorsi tra gli operai della fabbrica smobilitata: “ ‘dèss che forse/ pa’a prima volta sen davéro tuti/ conpagni, cussì, ligàdhi aa stessa/ sort. Vardéne: se ‘ven anca scanà/ fra de noàntri, e sbarufà… “. I sottintesi e a volte palesi rancori che hanno diviso i compagni di lavoro risaltano ancora più chiaramente nello stringersi insieme da sconfitti e nella paura che traccia come un segno tra loro, una linea che conduce fuori dai cancelli e non a una presa di coscienza per quanto tardiva. La “docilità” di cui Weil parlava, e che pare si impossessi di chi vive la condizione di subalternità, è significativa in quel fare “testamento” che lo stesso autore ci restituisce con il voltarsi nostalgico, un’ultima volta prima di uscire, forse sapendo che quella morsa nel cuore è il peggiore nemico e prefigura il pericolo di farsi statua di sale nel proprio rimpianto per ciò che si è perduto. Un’altra breve nota sulla “condizione” per evidenziare come risulti chiaramente, leggendo questa raccolta, la sconfitta storica dei due veri soggetti protagonisti delle lotte del decennio 1968-1978, ovvero gli operai e le donne, nel presente entrambi non-soggetti, ma corpi declassati a corpo di fatica, “corpo esposto” all’abuso, alle morti bianche, al silenzio impotente di chi è sovrastato da una diffamazione a volte sottile, a volte dura, ma sempre pervicace e  inquietante. (4) Se leggiamo da questa nostra distanza il libro di Tommaso Di Ciaula Tuta blu, pubblicato in prima edizione trent’anni fa, il balzo all’indietro degli operai da soggetto storico a sconfitti, risalta particolarmente: “ Oggi si è avvicinato il capo alla mia macchina. Mi ha indicato lo stipetto e ha detto cosa vuol dire quella scritta. Io facendo finta di non capire: quale scritta? Questa qua, mi dice prendendomi per il braccio: ”W la rivoluzione, dobbiamo cambiare la società, cacciare i ladri, i mostri”. (5)</div>
<div id="_mcePaste">Se altre parole chiede il racconto di una sconfitta che ridisegna, una volta di più, i rapporti sociali nel mondo post-fordista è per una annotazione ulteriore, non certo secondaria, con cui si rileva che la distruzione del paesaggio nelle regioni italiane, più marcato in alcuni luoghi, ma ovunque in atto, è descritto anche da Franzin come uno dei risultati di un modo di intendere la vita e i rapporti tra persone come sottostanti all’unica realtà che incide, quella del capitale e dello sfruttamento a oltranza, fino a cancellare anche geograficamente lo spazio vitale necessario alle comunità. Si delinea ancora di più come le colonizzazioni abbiano bisogno di corpi e territorio per affermarsi e che quando si parla di dominio e sfruttamento si parla sempre di colonizzati.</div>
<div id="_mcePaste">Ai poeti resta forse il compito di: “ Essere appena l’intermediario tra la terra incolta e il campo arato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra l’infelice affamato e l’infelice che è stato saziato”. (6)</div>
<div id="_mcePaste">E qui apriremmo un altro campo, perché altri abomini si palesano da tempo, altre ferite si sono aperte e i confini attraversano non solo la geografia del mondo, ma gli individui uno ad uno, mostrando la scissione interiore, dove in rapporto alla condizione, la vittima è carnefice, lo sconfitto sta col vincitore e chi a questa logica non cede è superfluo.</div>
<p><span style="font-size: xx-small;"><br />
</span></p>
<div id="_mcePaste"><span style="font-size: xx-small;"><em><strong>Note</strong></em></span></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div id="_mcePaste"><em>1) Nadia Agustoni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/05/29/quaderno-di-fabbrica/">Quaderno di fabbrica</a>, in Nazione Indiana 29 maggio 2007</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>2) Simone Weil, La condizione operaia, Se Edizioni 2003. <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/weil/albertine.htm">Qui </a>un estratto.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Fabio Franzin, Fabrica, Edizioni Atelier 2009</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Aggiungo qui un paragrafo da un intervento critico di Stefano Colangelo apparso su “L’Ernesto” XIX, n° 3-4 2010, pp. 78-79.e parzialmente riprodotto in quarta di copertina di Co’e man monche [Con le mani mozzate] 2011:</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>“Chi legge per la prima volta i versi di Fabio Franzin &#8211; soprattutto questi inediti tratti da una raccolta in via di pubblicazione presso Le Voci della Luna e intitolata Co&#8217;e man monche (Con le mani mozzate) – chi legge, dicevo, per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un&#8217;evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti, il cui unico sostegno persuasivo è l&#8217;esserci stata e l&#8217;esserci, in quel momento storico e in quei luoghi. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell&#8217;industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con le trappole e gli spigoli del vocabolario delle sue zone, tra Oderzo e Motta di Livenza, provincia di Treviso; la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, edizioni Atelier, forse il miglior libro di poesia italiana dell&#8217;ultimo decennio. Si sentiva l&#8217;epica delle mani, in Fabrica: l&#8217;elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l&#8217;affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità, in un budello rumoroso e pieno di polvere, gomito a gomito, dove a forza di star dietro al ritmo dei «tòchi», dei «pezzi», si finiva per diventare pezzi, a propria volta, nel respiro del macchinario.”</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>3) Fabio Franzin, Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen e fotografie di Anna Visini. I titoli delle cinque sezioni sono: PASSÀ EL SANT, PASSÀ EL MIRÀCOEO, MÒBII/MOBIITA’, CO’E MAN IN MAN, EL CORPO DEA CRISI, PROSE DEL TRICOEÓR.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>4) Prendo a prestito il “ Corpo esposto” da Marco Rovelli di cui ricordo “Lavorare uccide” sulle morti da lavoro, Bur 2008.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>5) Tommaso Di Ciaula , Tuta blu, Editore Zambon  (Francoforte) 2002 . Da notare che <a href="http://rebstein.wordpress.com/2009/01/16/per-il-trentennale-di-tuta-blu-omaggio-a-tommaso-di-ciaula/#more-6630">il libro</a> è editato da un editore in Germania.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>6) Simone Weil, L’ombra e la grazia, pag. 85 Bompiani 2002</em></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div style="text-align: center;">**********</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Il lavoro delle mie mani io guardo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>E la pena sofferta a farlo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>Ed ecco è miseria tutto)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(e con voi &#8211; siete i più &#8211; che, disarmati</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>oggi tirate avanti, ma domani,</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>senza saper chi ringraziare, non avrete</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>tra le mani un mestiere</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>né sicurezza, non arte né parte.)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)</em></div>
<div id="_mcePaste">VENDESI, FITASI CAPANONI</div>
<div id="_mcePaste">l’é scrit, te panèi de conpensato</div>
<div id="_mcePaste">scarto, ligàdhi col fil de fèro ae</div>
<div id="_mcePaste">paeàdhe rùdhene, ai cancèi seràdhi,</div>
<div id="_mcePaste">inciodàdhi in fra ‘e mace mìitari</div>
<div id="_mcePaste">dei plateni drio ‘ste contrade contadine</div>
<div id="_mcePaste">stadhe distréti, drio ‘ste strade squasi</div>
<div id="_mcePaste">desmentegàde, sora i fiori de vite òni</div>
<div id="_mcePaste">sabo stuàdhe…VENDESI, FITASI,</div>
<div id="_mcePaste">te un ‘taliàn mis.cià al diaèto petà come</div>
<div id="_mcePaste">vis.cio aa lengua de tuti quanti qua, operai</div>
<div id="_mcePaste">e paroni, leghisti e ciavasanti, VENDESI</div>
<div id="_mcePaste">dopo ‘a furia del cior, dopo ‘ver  sepoì</div>
<div id="_mcePaste">‘a tèra coi CAPANONI, ‘verghe FITÀ</div>
<div id="_mcePaste">el cuòr ai schèi. Te chii cartèi ‘a ‘pigrafe</div>
<div id="_mcePaste">al lavoro, un luto che se sconta tea miseria.</div>
<div id="_mcePaste"><em>VENDESI, FITASI CAPANONI / sta scritto, in pannelli di compensato / scarto, fissati col filo di ferro alla / ruggine delle recinzioni, alle cancellate chiuse, // inchiodati fra le macchie mimetiche / dei platani lungo queste contrade contadine / state distretti, lungo queste strade quasi / dimenticate, sopra i fiori di vite ogni // sabato sera carpite… VENDESI, FITASI, / in un italiano impastato col dialetto appiccicato come / vischio alla lingua di tutti, qui, operai / e imprenditori, leghisti e bigotti, VENDESI // dopo la furia del comprare, dopo aver seppellito / la terra coi CAPANONI, avere AFITATO / il cuore al denaro. In quei cartelli l’epigrafe / del lavoro, un lutto che si sconta nella miseria.</em></div>
<div id="_mcePaste">IV</div>
<div id="_mcePaste">E cussì star qua, co’e man</div>
<div id="_mcePaste">in man, ‘a testa scontrarse</div>
<div id="_mcePaste">contro ‘a mura de ‘sto tenpo</div>
<div id="_mcePaste">scuro, massa lasco, i pensieri</div>
<div id="_mcePaste">far spiràe fra incùo e doman,</div>
<div id="_mcePaste">‘torno un ieri che ‘l par za</div>
<div id="_mcePaste">un passà senza ritorno romài.</div>
<div id="_mcePaste">Star qua, co’e man restàdhe</div>
<div id="_mcePaste">vòdhe, seràdhe su a pugno</div>
<div id="_mcePaste">come te un sgranf de rabia,</div>
<div id="_mcePaste">o a sofegàr l’aria che manca</div>
<div id="_mcePaste">ai suspiri de l’ansia; operai</div>
<div id="_mcePaste">sen, sì, quei che ‘e senpre stat</div>
<div id="_mcePaste">carne da mazhèo, quei che ‘à</div>
<div id="_mcePaste">da tàser, senpre, e basta, schèi</div>
<div id="_mcePaste">che no’ basta mai, tea busta,</div>
<div id="_mcePaste">sbassàr ‘a testa e ringrazhiàr</div>
<div id="_mcePaste">istéss co’a ne casca tee man.</div>
<div id="_mcePaste">Ma ‘dèss quant’eo che costa</div>
<div id="_mcePaste">‘a desgrazhia de ‘ste ore vèrte</div>
<div id="_mcePaste">e spòjie, de passi cussì, tant</div>
<div id="_mcePaste">parché ‘e ore passe, un caffè</div>
<div id="_mcePaste">al tavoìn del bar, el zhùchero</div>
<div id="_mcePaste">da cior su, piàn, co’l cuciarìn?</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>E così rimanere qui, con le mani / in mano, la testa sbattere / contro il muro di questo tempo / buio, troppo lasco, i pensieri // far spirale fra l’oggi e il futuro, / intorno a un ieri che sembra già / un passato senza ritorno ormai. / Stare qui, con le mani rimaste // vuote, chiuse a pugno / come in un crampo di rancore, / o a soffocare l’aria mancante / ai sospiri dell’ansia; operai // siamo, sì, quelli che sono sempre stati considerati / carne da macello, quelli che debbono / tacere, sempre, e basta, soldi / che non bastano mai, nella busta, // abbassare la testa e ringraziare / lo stesso quando cade nelle mani. / Ma ora quanto costa / lo spreco di queste ore aperte // e spoglie, di passi così, tanto / perché le ore passino, un caffè / al tavolino del bar, lo zucchero / da raccogliere, lentamente, col cucchiaino?</p>
<p></em><em> </em></p>
</div>
<div id="_mcePaste">V</div>
<div id="_mcePaste">O ‘ndar ‘torno pa’l paese,</div>
<div id="_mcePaste">fermarse a vardàr el fiume</div>
<div id="_mcePaste">passàr, dal pont, el cantièr</div>
<div id="_mcePaste">dea pàeazhina che i ‘é drio</div>
<div id="_mcePaste">butar su, là, drio ‘a piazha,</div>
<div id="_mcePaste">cussì, come vèci pensionati,</div>
<div id="_mcePaste">o come quei che no’à vòjia</div>
<div id="_mcePaste">de far nient &#8211; che si’i vardéa</div>
<div id="_mcePaste">fin ieri, fra disprèzho e un fià</div>
<div id="_mcePaste">de invidia, sen sinceri, noàntri</div>
<div id="_mcePaste">senpre de corsa, in afàno, tii</div>
<div id="_mcePaste">retàji del tenpo dopo ‘l lavoro</div>
<div id="_mcePaste">pa’ndar in posta a pagàr ‘a</div>
<div id="_mcePaste">boéta, ‘na docia veòce e via</div>
<div id="_mcePaste">pa’ no’ far tardi dal dotór, a</div>
<div id="_mcePaste">l’apuntamento co’l dentista –</div>
<div id="_mcePaste">e ‘dess sen qua anca noàntri</div>
<div id="_mcePaste">a farghe compagnia a chii là,</div>
<div id="_mcePaste">qua, anca noàntri, a caminàr</div>
<div id="_mcePaste">su e zó, a vardàr ‘e vetrine</div>
<div id="_mcePaste">dei negozi, a vardàr co’là,</div>
<div id="_mcePaste">quel co’e man in scassèa</div>
<div id="_mcePaste">serà drento ‘l viéro insieme</div>
<div id="_mcePaste">ae scarpe, a majie o siarpe,</div>
<div id="_mcePaste">co’là che ’l varda fiss un</div>
<div id="_mcePaste">calcòssa che no’ l’é, là, fra</div>
<div id="_mcePaste">‘i scafài, e nianca fra ‘l via</div>
<div id="_mcePaste">vai del zhentro; chel senpio.</div>
<div id="_mcePaste"><em>V</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>O vagare per il paese, / fermarsi a osservare il fiume / scorrere, dal ponte, il cantiere / della palazzina che stanno // edificando, là, dietro la piazza, / così, come vecchi pensionati, / o come quei fannulloni / &#8211;  che guardavamo // sino a ieri, fra disprezzo e un po’ / di invidia, siamo sinceri, noi / sempre di corsa, in affanno, nei / ritagli di tempo dopo il lavoro // per andare in posta a pagare la / bolletta, una doccia veloce e via / per non far tardi dal dottore, / all’appuntamento col dentista &#8211; // ed ora siamo qui anche noi / a far loro compagnia, / qui, anche noi, a passeggiare / su e giù, a guardare le vetrine // dei negozi, spiare quello lì, / quello con le mani in tasca / prigioniero dentro il vetro insieme / alle scarpe, a maglie e sciarpe, // quello che scruta fisso un / qualcosa che non è, lì, fra / gli scaffali, e neppure fra il via / vai del centro; quel fallito.</em></div>
<div id="_mcePaste">X</div>
<div id="_mcePaste">Prova ‘ndarghe ‘dèss, prova</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; magari parché te sì de nòvo</div>
<div id="_mcePaste">in zherca de un lavoro – farte</div>
<div id="_mcePaste">un giro drio i capanóni, ‘torno</div>
<div id="_mcePaste">‘sti labirinti de stradhèe drete</div>
<div id="_mcePaste">e ‘ste muréte… da videozògo.</div>
<div id="_mcePaste">Prova a vardàr tute chee tasse</div>
<div id="_mcePaste">de bancài rebaltàdhi, de nàili</div>
<div id="_mcePaste">verdi che sèra su scarti, ròba</div>
<div id="_mcePaste">che no’ va via, rùi o machine</div>
<div id="_mcePaste">da salvàr daa rùdhene, prova;</div>
<div id="_mcePaste">biìci, o motrice parchejàdhi</div>
<div id="_mcePaste">drio ‘e paeàdhe, fra ‘e spine</div>
<div id="_mcePaste">dee righe come mostri morti,</div>
<div id="_mcePaste">ribandonàdhi dae commesse,</div>
<div id="_mcePaste">dai autisti; e sinti, come che</div>
<div id="_mcePaste">se ‘a snasa, te l’aria ‘sta crisi,</div>
<div id="_mcePaste">e come che ‘a se disegna, po’,</div>
<div id="_mcePaste">te ‘sti liòghi. ‘E carte che core</div>
<div id="_mcePaste">tel ‘sfalto, no’ le ‘é pì i schèi</div>
<div id="_mcePaste">che ‘à cronpà anca l’ànema;</div>
<div id="_mcePaste">tase ‘e vose che comandéa:</div>
<div id="_mcePaste">tel siénzhio che resta se passa</div>
<div id="_mcePaste">come in mèdho ai rovinàzhi.</div>
<div id="_mcePaste"><em>X</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Prova ad andarci ora, prova / &#8211; magari perché sei di nuovo / in cerca di un lavoro – a farti / un giro lungo i capannoni, intorno // a questi labirinti di stradine dritte / e perimetri murarî… da videogame. / Prova a osservare tutte quelle pile / di bancali rovesciate, di teli // verdi ad avvolgere scarti, prodotti / non più richiesti, rulli o macchinari / da proteggere dalla ruggine, prova; / bilici, o motrici parcheggiate // lungo il recinto, fra le lische / delle righe come mostri morti, / abbandonati dalle commesse, / dagli autisti; e senti come // si avverte, nell’aria, questa crisi, / e come si disegna, poi, / in questi luoghi. Le cartacce che corrono / sull’asfalto, non sono più i soldi // che comprarono anche l’anima; / tacciono le voci che impartivano gli ordini: / nel silenzio che rimane si cammina / come sopra alle macerie.</em></div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste">Qua, ae vie che daa statàe</div>
<div id="_mcePaste">mena drento ‘e fìe de capanóni</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; stradhèe strente, ‘ndo’ che</div>
<div id="_mcePaste">i càmii fadhìga a far manovra &#8211;</div>
<div id="_mcePaste">i ghe ‘à dat nomi de rejón: via</div>
<div id="_mcePaste">Lazio, o Caeàbria, Basiìcata…</div>
<div id="_mcePaste">‘A zona industriàe, cussì, ‘a ‘é</div>
<div id="_mcePaste">come ‘na Italia cèa, conpagna</div>
<div id="_mcePaste">squasi de quea che l’é a Rimini:</div>
<div id="_mcePaste">co’l Coeossèo grando ‘fa ‘na</div>
<div id="_mcePaste">vasca da bagno, ‘a tore de Pisa</div>
<div id="_mcePaste">pa’e foto, ‘e pose da Èrcoe che</div>
<div id="_mcePaste">prova a indrezhàrla fracàndo…</div>
<div id="_mcePaste">E mì, che incùo dovée ‘ndar</div>
<div id="_mcePaste">in Val D’Aosta da ‘na fabrica</div>
<div id="_mcePaste">che zherca operai, me son pers</div>
<div id="_mcePaste">fra i boschi de l’Aspromonte,</div>
<div id="_mcePaste">vae ‘torno ‘torno drio ‘e coste</div>
<div id="_mcePaste">dea Sardegna, e no’ son bon</div>
<div id="_mcePaste">de véder el mar, el faro del silo.</div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste"><em>Qui, alle vie che dalla statale / portano dentro le file di capannoni / &#8211; stradine strette, dove / i camion faticano a far manovra &#8211; // hanno dato nomi di regioni: via / Lazio, o Calabria, Basilicata… / Il distretto industriale, così, è / come una Italia in miniatura, quasi // simile a quella che c’è a Rimini: col Colosseo grande come una / vasca da bagno, la torre di Pisa / per le foto ricordo, le pose da Ercole che // cerca di raddrizzarla spingendo… / Ed io, che oggi dovevo recarmi / in Valle d’Aosta in un’azienda / che richiede operai , mi sono perso // fra i boschi dell’Aspromonte, / giro e ripasso lungo le coste / della Sardegna, e non sono capace / di scorgere il mare, il faro del silo.</em></div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La natura dei poeti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/la-natura-dei-poeti/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/la-natura-dei-poeti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 11:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Coacci]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[luigi socci]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=31751</guid>

					<description><![CDATA[MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30 PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE La natura dei poeti VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci Introduce Massimo Gezzi &#160; Anche quest&#8217;anno La natura dei poeti, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" alt="" width="448" height="633" border=1/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=841,height=1189,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://ilmareadestra.files.wordpress.com/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30</strong></p>
<p style="text-align: center;">PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>La natura dei poeti</strong></big></p>
<p style="text-align: center;">VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</p>
<p style="text-align: center;">Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci</p>
<p style="text-align: center;">Introduce Massimo Gezzi</p>
<p><span id="more-31751"></span><br />
&nbsp;<br />
Anche quest&#8217;anno<em> La natura dei poeti</em>, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi per Italia Nostra sez. del Fermano e giunta ormai alla VII edizione, ospiterà poeti giovani e nuovi, molti diversi stilisticamente l&#8217;uno dall&#8217;altro: i due appuntamenti del 7 e del 14 marzo vedranno protagonisti, infatti, quattro giovani poeti italiani, due marchigiani (Luigi Socci e Barbara Coacci) e due provenienti da fuori regione (Marilena Renda, siciliana ma di residenza romana, e Fabio Franzin, veneto).<br />
&nbsp;<br />
La mattinata del 14 marzo, che si svolgerà a Monte Giberto con la cura di Massimo Gezzi, vedrà come ospiti Luigi Socci e Marilena Renda. Socci (1966), anconetano, ha pubblicato una prima silloge di versi in<em> Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos 2004), con un&#8217;entusiasta prefazione di Aldo Nove. Di recente uscita (2009) è la sua prima <em>plaquette Freddo da palco</em>, per le Edizioni d&#8217;If di Napoli.<br />
Marilena Renda (1976), originaria di Erice (TP), ha esordito nel 2001 con la raccolta <em>Ceneri minime</em> (Kepos), seguita da varie apparizioni in rivista. Oltre alla poesia, ha scritto racconti e saggi su Bassani, Levi, Rosselli e altri. Sta ultimando un poema intitolato <em>Ruggine</em>.<br />
&nbsp;<br />
Il 21 marzo sarà invece la volta di Barbara Coacci (1969) e Fabio Franzin (1963), a Ponzano di Fermo, con la cura di Adelelmo Ruggieri.<br />
Barbara Coacci, che vive ad Ancona, ha esordito quest&#8217;anno con un apprezzato libro di poesia, <em>Nessuna nuova</em>, per le edizioni La Camera Verde di Roma. Fabio Franzin, poeta soprattutto dialettale, ha pubblicato di recente <em>Fabrica</em> (Edizioni Atelier 2009), raccolta che si è aggiudicata il prestigioso Premio Pascoli per la poesia neo-dialettale.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/la-natura-dei-poeti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-21 10:42:03 by W3 Total Cache
-->