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	<title>famiglie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Assialità dei legami : fotografie di Isabelle Boccon-Gibod</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/15/assialita-dei-legami-fotografie-di-isabelle-boccon-gibod/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 May 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[#antropofotografia]]></category>
		<category><![CDATA[#assialità]]></category>
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		<category><![CDATA[assi generazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Lisa Ginzburg</b><br />
Ho conosciuto Isabelle Boccon-Gibod qualche anno fa, perché un’amica la portò a cena da me (ancora si cenava insieme, con quegli “aggiungi un posto a tavola” a movimentare convivialità che è difficile e anche doloroso ricordare nel presente di adesso).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-90181" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857.jpeg" alt="" width="506" height="643" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857.jpeg 506w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857-236x300.jpeg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857-150x191.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857-300x381.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/STRUCTURE_COVER_EN-e1620994695857-331x420.jpeg 331w" sizes="(max-width: 506px) 100vw, 506px" /></p>
<p>di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>Ho conosciuto Isabelle Boccon-Gibod qualche anno fa, perché un&#8217;amica la portò a cena da me (ancora si cenava insieme, con quegli &#8220;aggiungi un posto a tavola&#8221; a movimentare convivialità che è difficile e anche doloroso ricordare nel presente di adesso). Isabelle aveva appena perso sua madre (&#8220;appena&#8221;, letteralmente): una fine annunciata, ma il dolore le invadeva lo sguardo nel mentre fu nel corso della serata di una levità, profondità e verità che mi colpirono molto. Non cito l&#8217;episodio per superficiale irriguardo, ma perché della personalità di Boccon-Gibod è impregnato il suo lavoro, e quella stessa autenticità asciutta, rigorosa, torna in mente e trova particolare conferma nelle sue ultime produzioni.</p>
<p><em> Structure</em> è un libro fotografico che esce ora in Francia con prefazione di Daniel Mendelsohn (autore de <em>Gli scomparsi</em>) (https://hemeria.com/produit/structure-isabelle-boccon-gibod/). <em>Structure</em> è un libro permeato dalla qualità della misura: lo stesso contenimento umanissimo che avevo osservato in Isabelle Boccon-Gibod quella sera a casa mia, la percezione di un&#8217;intensità, l&#8217;autorevolezza di un&#8217;estetica che trova ragione anzitutto nel saper contenere, imbrigliare, addomesticare: e cosí poter condividere.</p>
<p>Con un passato recente di ruoli di alta dirigenzialità nell&#8217;imprenditoria della carta (una nemesi: il suo nonno materno era Georges Fridemann, fondatore della sociologia del lavoro industriale), Isabelle Boccon-Gibod in parallelo percorre da anni una strada creativa in cui convergono traiettorie diversificate, tutte afferenti allo stesso sguardo acceso da curiosità specifiche, chirurgiche.  Un talento di fotografa pensato e vissuto come costante, lento, nitido avvicinarsi a temi distinti ma che sempre trovano struttura nella stessa linea di confine: quel crinale che separa distanza e implicazione, nitore dello sguardo e obiettività da un lato, dall&#8217;altro la densità assoluta del coinvolgimento.</p>
<p><em>Structure </em>si compone di una serie di ritratti di famiglia: scatti in posa, in bianco e nero, dei quali colpisce immediatamente la simmetria e geometria delle inquadrature. Scatti in cui nuclei famigliari diversi e vari per composizione &#8211; numerosi o più ristretti, più e meno misti quanto a provenienze &#8211; invitati nello studio di Isabelle Boccon-Gibod si concedono al suo sguardo fotografico. Lo studio è un loft a Parigi, dalle parti di Port Royal, un immenso spazio inondato di luce grazie a una gigantesca finestra affacciata sul cielo. Lì i suoi soggetti, obbedienti ma liberi, si sono di volta in volta adeguati a quanto da lei richiesto per esigenza narrativa. Per prima cosa si è trattato per loro di scegliere come disporsi nello spazio, ma lungo griglie invariabilmente fisse, geometriche. In un secondo tempo, in virtù di quell&#8217;alchimia specialissima che può essere di un set fotografico, è stato chiesto loro di esprimersi così, nell&#8217;obbedienza allo schema prossemico: lasciar trapelare il loro rapporto con il nucleo e con la natura di ciascun legame interno alla struttura. Ogni membro delle famiglie ritratte in <em>Strucuture</em> racconta attraverso postura ed espressione cosa lo leghi sia agli altri, sia al &#8220;nucleo famiglia&#8221; inteso come struttura di cui lui/lei/loro sono parte. Il risultato è una griglia di linee assiali, segmentate da dinamismi interni tutti ispirati alla linearità.  Geometria come solida sponda di contenimento alle passioni e ragioni dei protagonisti dei ritratti &#8211; passioni compresse, che proprio perché compresse lasciano emanare la loro forza. Arabeschi di rapporti dove le emozioni si dispongono e parlano secondo le stesse traiettorie che sono delle posture e disposizioni nello spazio di ciascuno.</p>
<p>Lo scopo estetico resta invariato: sgombrare il campo da ogni orpello, svincolare la raffigurazione da qualsiasi dettaglio o particolare che possa generare qualsivoglia forma di teoria. &#8220;Nessun interrogativo sociale da parte mia&#8221;, mi racconta Isabelle. Non c&#8217;erano domande di partenza; piuttosto la necessità artistica di raffigurare il nesso tra il minuscolo (il singolo soggetto) e il Maiuscolo (il nucleo, la struttura famigliare). Cercare &#8220;l&#8217;immensità di ciascuno e il suo posto in un sistema genealogico&#8221;.  Erigere a criterio narrativo solo e  soltanto la prossemica, il disporsi nello spazio tracciando arabeschi di distanze che a propria volta disegnino traiettorie, linee assiali. Contro il mistero e l&#8217;elusività dell&#8217;auto-rappresentazione, la verità inoppugnabile delle relazioni, intersezioni involontarie nella cornice di uno scatto in posa.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-90953" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2.jpg" alt="" width="585" height="891" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2.jpg 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2-150x228.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2-300x457.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/structure-2-276x420.jpg 276w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></p>
<p><em>Structure</em> ha una lunga gestazione, con significative rimodulazioni a segnare un percorso denso e molto riflettuto; per tre anni Isabelle Boccon-Gibod ha lavorato a ritratti di famiglia dove a scattare erano, a rotazione, i componenti di ogni nucleo. Solo dopo quel lungo esperimento ha deciso di capovolgere lo schema, essere lei la fotografa, lei a dover trovare il proprio posto. Spettatrice di relazioni, mai però in senso psicologico. Dalle sue sessioni di fotografia ogni volta Isabelle Boccon-Gibod esce prostrata: il suo collocarsi è fatica, fatica fisica, come altrettanta fatica è sgombrare lo spazio da ridondanze mentali, lasciare che sia la geometria della realtà a parlare. Contenimento, anche lì, nel senso di equilibrio nei rapporti di forza: &#8220;né il soggetto mi schiaccia, né io lui ,&#8221; puntualizza; &#8220;perché è la foto in sé a dover agire da regolatore di empatia. La stessa geometria delle linee deve poter funzionare da contenitore di dramma&#8221;. Insiste su quella stanchezza fisica, mai mentale; fisica perché &#8220;il grande sforzo è trovare un equilibrio in termini di presenza, in cui nessuno predomina, o fa ombra all&#8217;altro&#8221;.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-90974 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-217x300.jpg" alt="" width="318" height="440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-742x1024.jpg 742w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-768x1060.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-1113x1536.jpg 1113w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-1484x2048.jpg 1484w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-300x414.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-696x961.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-1068x1474.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-1920x2650.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-304x420.jpg 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/DV-sm-scaled.jpg 1855w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></p>
<p>Qualcosa si sprigiona dal rigore formale che Isabelle Boccon-Gibod impone ai suoi soggetti (genitori e figli, madre e figlia, coppie), e che fa sviscerando dinamiche, permettendo contiguità o invece distanze. Quanto ai soggetti, molte volte s&#8217;è imbattuta in loro per caso, persone adocchiate a una fermata di autobus, stranieri a Parigi o cittadini parigini, come che sia ogni volta puntualmente da lei convinti a posare, persuasi spiegando loro in pochi minuti il suo progetto lineare e ambiziosissimo insieme. Raccontare la famiglia ma senza proiezioni,  secondo un&#8217;unica ottica entomologica, raffreddata dall&#8217;assenza della freddezza delle teorie. Dissezionare personalità e legami facendolo però nella cornice di uno sguardo sempre lucido, cartesiano. Lavorare di sottrazione, togliere e ancora togliere, finanche il &#8220;brusìo visuale&#8221;, così che &#8220;il ritratto s&#8217;imponga al di là di ogni interferenza&#8221;. Una visione che a tutti i costi vuol essere neutra, per nulla romantica, in nessun senso enfatica.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-90975 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-203x300.jpg" alt="" width="269" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-693x1024.jpg 693w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-768x1134.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-1040x1536.jpg 1040w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-1387x2048.jpg 1387w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-300x443.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-696x1028.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-1068x1577.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-1920x2836.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-284x420.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/ALLARD-sm-scaled.jpg 1733w" sizes="(max-width: 269px) 100vw, 269px" /></p>
<p>La sfida è vinta: famiglia diventa &#8220;struttura&#8221; perché luogo di costruzione e di distruzione attraverso un disporsi assiale nello spazio che corrisponde a una neutralità di rapporto con il tempo e quindi con lo stratificarsi della vita famigliare (la genealogia). Assialità dell&#8217;incanalare un magma di passioni senza supporti di ragioni. Una visione scabra, volutamente orfana di sfumature sentimentali; immagini che fanno pensare come intesa in senso di concetto, di condizione sociale normativa &#8211; applicando quel genere di teorizzazione che le foto di Boccon-Gibod non intendono generare &#8211; la famiglia smotti, deflagri e si scomponga, riducendosi a figura , a griglia di assi intersecati secondo criteri invisibili e decisivi. &#8220;Figura&#8221; austera in senso quasi spietato, a dire la ferocia di legami le cui nervature sono capillari, disegnano mosaici. Entità liriche proprio perché refrattarie a ogni forma di poesia.</p>
<p>Non stupisce che Daniel Mendelsohn abbia trovato nelle foto di <em>Structure</em> una chiave di lettura preziosa per rivisitare il proprio stesso lavoro, quelle memoria genealogica della diaspora identitaria che attraversa il suo bellissimo <em>Gli scomparsi</em> (Neri Pozza 2007). Nel rigore formale e nell&#8217;assialità delle relazioni famigliari delle foto di Isabelle Boccon-Gibod, lui a ragione rinviene una prospettiva liberatoria, una soluzione diversa di oggettivazione dello stesso concetto di legami e di &#8220;passato di famiglia&#8221;. Distanziamento, di questo si tratta: <em>mise en abyme</em>, ma senza l&#8217;<em>abyme.</em> Punti di vista che in nessun modo attutiscono l&#8217;urgenza di interrogativi  psicologici e antropologici su identità individuali e collettive; che non azzerano il dolore e la centripeticità di ogni esilio e trasmigrazione genealogica. Piuttosto, dispositivi in grado di &#8220;sistemare&#8221; le cose nell&#8217;apparenza dello spazio per moltiplicarne la portata lungo la curva del tempo.</p>
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		<title>RITRATTI DI FAMIGLIE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/13/ritratti-di-famiglie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 18:42:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Berardicurti]]></category>
		<category><![CDATA[circolo mario mieli]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[mirta lispi]]></category>
		<category><![CDATA[nuove famiglie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Circolo Mario Mieli &#8211; Roma Ritratti di famiglie non convenzionali Mostra fotografica di Mirta Lispi Inaugurazione 16 Dicembre 2010, ore 17.30 Libreria Feltrinelli – Piazza Colonna Roma Le fotografie raccontano storie di coppie e di Nuove Famiglie, che da anni vivono “consapevolmente” la mancanza di un loro completo riconoscimento sociale e giuridico. Coppie gay, coppie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Circolo Mario Mieli &#8211; Roma</p>
<p>Ritratti di famiglie non convenzionali</p>
<p>Mostra fotografica di Mirta Lispi</p>
<p>Inaugurazione 16 Dicembre 2010, ore 17.30 Libreria Feltrinelli – Piazza Colonna Roma</p>
<p>Le fotografie raccontano storie di coppie e di Nuove Famiglie, che da anni vivono “consapevolmente” la mancanza di un loro completo riconoscimento sociale e giuridico. Coppie gay, coppie lesbiche, coppie eterosessuali non sposate, coppie che scelgono di concepire un figlio o di crescere i figli che sono stati generati da precedenti legami di uno dei partner, famiglie formate da amici, unioni durature e feconde di legami, di relazioni, famiglie innovative, “esperimenti” d’amore, famiglie che si aggregano sulla base di scelte di vita e di condivisione: un universo variegato di situazioni che, prescindendo da orientamenti sessuali e identità di genere, mette insieme i progetti di vita di persone che formano nuclei familiari diversi da quello formalizzato dallo statuto del matrimonio tradizionalmente concepito.<span id="more-37477"></span></p>
<p>In preparazione dell’Europride 2011, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è lieto di promuovere la mostra UNCONVENTIONAL – Ritratti di famiglie non convenzionali, che verrà inaugurata giovedì 16 dicembre 2010 presso la Libreria Feltrinelli di Piazza Colonna in Roma.</p>
<p>Vengono proposte le fotografie di Mirta Lispi: ritratti di famiglie “non convenzionali”, con l’obiettivo di mettere in luce uno spaccato della nostra società e delle nuove realtà che la compongono, e con l’intento di valorizzare le diversità attraverso la qualità artistica, l’impegno civile e la promozione dei diritti di tutti.</p>
<p>Una mostra che tocca in modo esauriente l’universo delle famiglie, riunendole in una stessa esposizione, per mezzo della “fiction” fotografica, e mostrando la loro naturalezza, la loro gioia di vivere e di restare unite, il bisogno non più rimandabile di vedere riconosciuto a pieno titolo il loro innegabile valore aggiunto nel nostro sistema sociale.</p>
<p>Le foto sono semplici e dirette e rappresentano famiglie vere e felici. La richiesta di un riconoscimento giuridico è infatti l’unico atto “freddo” che le famiglie non convenzionali sono disposte a far entrare nella loro vita.</p>
<p>La mostra vuole anche segnalare la difficoltà che le nuove famiglie possono incontrare, in particolare quelle formate da coppie gay e lesbiche che hanno deciso di avere un figlio. Il nostro augurio è che presto non abbiano più nessuna difficoltà a mostrare la bellezza dei loro bambini e delle loro bambine. Protagonisti orgogliosi del nostro futuro.</p>
<p>Romana, classe 1976, Mirta Lispi ritrae personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport per MTV, Vanity Fair, Chi, Max, A, e molte altre testate. Insegna ritratto fotografico all’Istituto Europeo di Design di Roma. Tra le mostre esposte ricordiamo PORTRAITS (Milano 2008, Roma 2009), “Hiv+Real Life: People” (Roma Aeroporto Leonardo da Vinci 2006), e UNCONVENTIONAL .</p>
<p>Dal 16 al 31 Dicembre 2010</p>
<p>Libreria Feltrinelli – Galleria Sordi</p>
<p>Piazza Colonna – Roma</p>
<p>Lun – ven 10 – 21</p>
<p>Sabato 10 – 22</p>
<p>Dom e festivi 10 – 21</p>
<p>Ingresso gratuito</p>
<p>Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli</p>
<p>Ufficio Stampa – Andrea Berardicurti</p>
<p>06/5413985 &#8211; 348/7708437</p>
<p>info@mariomieli.org</p>
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		<title>Donne immigrate e processi di inclusione: il caso delle donne albanesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 08:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[claudia cominelli]]></category>
		<category><![CDATA[comunità albanese]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni possibili]]></category>
		<category><![CDATA[nomadi]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Claudia Cominelli Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Cominelli</strong></p>
<p>Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in ordine a questioni inerenti l’intreccio tra particolarismo e universalismo dei diritti. Appare particolarmente evidente, quindi, la necessità di discutere intorno alle differenze culturali, alle loro trasformazioni, all’impatto sulle culture autoctone.<br />
A tal proposito, nell’ambito del fenomeno migratorio, risulta interessante volgere l’attenzione al mondo femminile, non sempre oggetto di accurata riflessione: si tende, infatti, a ragionare in termini maschili, anche se la radicalizzazione della presenza immigrata sul territorio italiano, non più prevalentemente appannaggio di uomini soli ma ormai di taglio familiare, ha da tempo posto la questione di prendere in considerazione la valenza euristica della variabile di genere.<br />
<span id="more-5262"></span> Guardare al mondo immigrato attraverso tale punto di vista significa, infatti, tener presente, in primo luogo, che il marker dell’appartenenza sessuale ha valenza fortemente simbolica in tutte le culture (pur con significati diversi) e che rappresenta una delle principali categorie a partire da cui le società stabiliscono norme di vita, regolano l’agire sociale, governano i destini individuali (di conseguenza anche l’agire migratorio) e in secondo luogo che si tratta di uno dei principali mezzi attraverso cui le società strutturano e manifestano i rapporti di potere, senza dimenticare quanto sia interessante osservare ciò che emerge dall’intreccio tra le disuguaglianze di genere e le disuguaglianze etniche.<br />
Basti considerare, per esempio, come le donne straniere nel nostro paese siano discriminate almeno sotto tre aspetti: in quanto donne (soprattutto sul piano del riconoscimento di competenze professionali), in quanto immigrate (quindi sottoposte a tutti i processi di esclusione sociale che tipicamente colpiscono gli immigrati) e anche in quanto madri (se gli autoctoni risolvono il problema di un welfare debole con la rete parentale, le donne immigrate anche in questo senso sono penalizzate) [Ambrosini, 2005: 134].<br />
La questione appare complicarsi se vi è un’appartenenza a una comunità particolarmente stigmatizzata come quella, per esempio, albanese: le donne albanesi rischiano di essere prese in considerazione solo attraverso stereotipi negativi, relativi al mondo della prostituzione o della microdelinquenza. La nazionalità albanese appare, infatti, una tra le più etichettate da pregiudizi sociali, generalmente seconda solo alle comunità nomadi, pur essendo una delle nazionalità da più tempo presente nel nostro paese, con cui abbiamo condiviso anche una serie di vicende storiche (1). L’immigrato albanese incarna molto bene, infatti, la raffigurazione simmeliana dello straniero come soggetto che è contemporaneamente vicino e lontano, voluto ed escluso, ricercato e rifiutato (2). Nell’immaginario comune della società italiana, in particolare grazie alla diffusione di una rappresentazione spesso distorta da parte dei mass-media (3), la donna albanese, qualora non sia coinvolta in attività di prostituzione (4), resta invece madre, moglie, sorella, figlia di uomini che sono dediti alla microcriminalità nelle aree ricche del Nord e, pertanto, non affidabile, pericolosa, dai costumi corrotti.<br />
Certamente, il fenomeno della prostituzione, così come quello della criminalità, che vedono il coinvolgimento della comunità albanese, sono una realtà, tuttavia una recente ricerca condotta a Brescia negli anni 2005-2006, rispetto al mondo femminile albanese di prima e seconda generazione mette in luce anche aspetti spesso non immediatamente visibili ai nostri occhi, ma che ci permettono di scoprire elementi che vanno al di là dei pregiudizi.<br />
La ricerca nello specifico ha raccolto informazioni sui percorsi di vita dei membri appartenenti a 8 famiglie albanesi (5), di cui facesse parte almeno una adolescente, al fine di rispondere al seguente “interrogativo di fondo”: in quali termini la dimensione di genere rappresenta un’opportunità e in quali un vincolo nell&#8217;esperienza di integrazione di ragazze straniere ai fini della costruzione del loro percorso di vita?<br />
Il materiale narrativo ottenuto attraverso lo strumento dei “racconti di vita” [Bertaux, 1999] è stato analizzato dal punto di vista dei contenuti (cosa), della struttura (come), e del contesto (perchè) [Poggio, 2004: 117] (6), sia compiendo un&#8217;operazione di frantumazione del testo narrativo, in modo tale da isolare quelle porzioni di racconto più significative rispetto al tema della formazione dell&#8217;identità, sia considerando alcune interviste come delle narrazioni in sé, al fine di renderle, attraverso un processo di ri-narrazione, sintesi e interpretazione, delle storie, che mettano in luce le strategie globali utilizzate da alcune adolescenti nell&#8217;affrontare la complessità del proprio processo di costruzione dell&#8217;identità.<br />
Ne è emerso un quadro composito dove la comunità albanese, mostra, attraverso le speranze delle sue seconde generazioni femminili e la capacità di tenuta delle loro famiglie, creative costruzioni di identità ibride, nonché originali possibilità di integrazione.<br />
Ripercorrendo alcuni dei risultati emersi, va richiamato, in primo luogo, per esempio, come diversamente tra prima e seconda generazione venga vissuto l’evento migratorio. Anche se nell’ambito di un nucleo familiare l’esperienza migratoria rappresenta sempre una frattura esistenziale non ricomponibile tra un prima e dopo, chiaramente i soggetti giunti, quando gli elementi base della propria identità si sono già affermati vivranno un impatto e un senso di sradicamento più intensi, e tendenzialmente svilupperanno un senso di appartenenza “doppia”, con un legame sia rispetto al contesto di origine che al nuovo ambito di vita, a differenza di coloro che nascono nel nostro paese da genitori stranieri o vi giungono in tenerissima età, i quali con maggior probabilità daranno origine a un senso di appartenenza connesso prevalentemente al contesto di approdo.<br />
Diverso anche il modo con cui le due generazioni reagiscono all’impatto con una società stigmatizzante: mentre nelle seconde generazioni, fra le adolescenti, pare ravvisabile una maggior tendenza al mimetismo e un’enfasi sui tratti stereotipati associabili al genere femminile (essere buone, disponibili, tranquille, generose), nelle prime non è raro il caso di donne che si adoperano per il riscatto del lato buono dell’identità albanese, specie se coinvolte in attività di mediazione culturale o se in contatto con realtà pubbliche istituzionali. Anche tra le adolescenti, tuttavia, in alcuni casi, soprattutto se in ambito familiare vi è un’attenzione specifica dedicata alle proprie origini, vi è un particolare attaccamento verso la propria realtà culturale, sebbene vi sia anche il desiderio di essere riconosciute come degne di appartenenza anche dalla comunità italiana.<br />
Per quanto riguarda un altro aspetto, ossia l’atteggiamento riguardo alle chance di vita (7) delle seconde generazioni, rilevante si è mostrato il condizionamento subito rispetto dal progetto migratorio familiare. In particolare, il comportamento riscontrato nelle adolescenti, pare distanziarsi da una logica individualistica (le ragazze non sono incoraggiate a scegliere esclusivamente sulla base di ciò che a loro piace) e abbracciare una predisposizione a una scelta del proprio futuro di tipo familiare, sulla scorta delle aspettative che hanno alimentato la partenza dal proprio paese. Inoltre, pare venga assunta un’ottica, tendenzialmente, a valenza strumentale, anziché espressiva, ossia le adolescenti scelgono il loro futuro soprattutto al fine di realizzare precisi obiettivi economici e di mobilità sociale e non per dare spazio alle proprie aspirazioni personali. Il condizionamento familiare rispetto alle chance di vita è evidentemente un aspetto che va a influire anche sui percorsi della componente autoctona, tuttavia, le aspettative familiari, in seguito a un investimento migratorio, possano premere ben più pesantemente sui destini delle seconde generazioni straniere. I processi di scelta appaiono, peraltro, anche in parte condizionati dalla variabile di genere, per cui la propensione nel caso della comunità albanese è quella di orientare le proprie figlie verso percorsi tipicamente femminili, che generalmente implicano flessibilità d’orario, coinvolgimento relazionale intenso, ma anche mansioni di scarso prestigio e maggior instabilità occupazionale.<br />
Dal punto di vista del capitale sociale, sia le prime che le seconde generazioni femminili soffrono di una debolezza nella possibilità di costruire reti relazionali ricche, sia all’interno della propria comunità presente in Italia, sia rispetto alla componente autoctona, il che incide in particolare sulle seconde generazioni in termini di integrazione e rispetto alle proprie scelte di vita future (reti povere significa spesso poche informazioni che aiutino nei processi di scelta).<br />
Tuttavia, dalla ricerca condotta, le donne incontrate hanno mostrato anche uno sforzo rilevante, intrapreso sia dalle adolescenti che, in alcuni casi, dalle loro madri, per accreditarsi rispetto alla comunità di approdo: in tal senso è apparso emblematica la scelta da parte di alcune famiglie, per esempio, di abbracciare la religione cattolica non solo sulla scorta di un bisogno di fede interiore, ma anche al fine di dare risposta a un bisogno di appartenenza sociale.<br />
Per le seconde generazioni femminili, è emerso, inoltre, come incisivo il ruolo giocato dalla madre: figure materne dall’atteggiamento intraprendente, solerte, operoso, dotate di strumenti adeguati di interpretazione della realtà, hanno mostrato efficacia nel costruire opportunità più ricche per la crescita delle proprie figlie, al contrario di madri con un comportamento passivo, chiuso, rigido e stereotipato. Tuttavia, a controbilanciare l’apporto materno si è evidenziata, come altrettanto determinante, la presenza di una figura paterna in grado di equilibrare l’intenso rapporto fra madre e figlia, così come a proiettare una visione corretta e propositiva dell’investimento all’esterno del nucleo familiare. Padri notevolmente provati e penalizzati dal contatto diretto con la società di accoglienza, con scarsa fiducia nelle proprie capacità di riuscita, così come padri che abdicano o vivono in modo inadeguato il proprio ruolo in ambito familiare, penalizzano, evidentemente, il destino delle proprie figlie.<br />
Dalla ricerca si è rilevata anche una istituzione scolastica che, nonostante il molto impegno, fatica ancora a promuovere, specie nei gradi di istruzione superiori, la diversità come ricchezza, essendo spinta nel proprio agire prevalentemente da un ottica universalistica che tende a negare le differenze culturali di cui i soggetti stranieri sono portatori.<br />
Il punto di forza resta la famiglia che nei casi incontrati ha mostrato, seppur sovraccaricata da problemi economici e sociali, una buona tenuta e una significativa capacità di fronteggiare le difficoltà in cui si è imbattuta. Gli interventi di politica locale per l’inclusione a sostegno di queste famiglie, in particolare nelle zone non cittadine, sono apparse, di contro, piuttosto deboli e le famiglie si reggono, quindi, quasi esclusivamente sulle proprie risorse.<br />
Rispetto al nostro stile di vita, invece, gli adulti, in particolare, hanno mostrato disorientamento e atteggiamento critico, disapprovazione verso modelli del femminile eccessivamente emancipati, preoccupazioni educative rispetto alle seconde generazioni riguardo al rispetto delle regole e dell’autorità genitoriale, riguardo a come conciliare uno stile esterno alla famiglia giudicato un po’ troppo disinvolto e stile di vita interno condizionato da valori diversi ma anche da ristrettezze economiche. Le prime generazioni, invece, sono parse più impegnate nella ricerca di un equilibrio tra quanto appreso in famiglia e quanto incontrato all’esterno. Colpisce, in particolare, il valore formativo che per alcune ragazze ha avuto l’esperienza migratoria sul piano della maturazione personale. Specialmente nel confronto con le generazioni autoctone, infatti, è degno di nota osservare come le adolescenti intervistate abbiano mostrato di possedere un tendenziale orientamento verso quella che da Anolli [2006] viene definita mente multicuturale, ossia la capacità di governare gli indizi culturali forniti dal contesto, che di volta in volta si presenta come cornice dell’esperienza, dimostrando di adattarvisi attivamente, rispondendo, cioè, in modo appropriato alle aspettative relazionali e sociali in atto.<br />
La conduzione di una ricerca di questo taglio, che certo non persegue obiettivi di rappresentatività del campione di soggetti analizzati, ma intende raggiungere in profondità i contenuti della loro esperienza e dare voce ai singoli percorsi di vita porta con sé, in termini di valori aggiunti, l’opportunità di conoscere meglio una comunità fortemente stigmatizzata, di approfondire il tema dell’evolversi dell’identità femminile nella componente immigrata e in generale, nella nostra nuova società multiculturale, di riflettere sul destino delle seconde generazioni immigrate, di pensare a un loro futuro di convivenza con le nostre generazioni, in cui tutti abbiano riconosciuta una cittadinanza sostanziale e un accesso ai diritti reale.</p>
<p><strong>Notizie sull&#8217;autrice</strong></p>
<p><em>Claudia Cominelli, che si occupa dello studio dei fenomeni migratori dal 1998, è Dottore di ricerca presso l’Università Cattolica di Milano e assegnista di ricerca presso il Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Migrazioni &#8211; Brescia (CIRMiB), con sede presso l’Università Cattolica di Brescia.</em></p>
<p><strong>Note al testo</strong><br />
1 Per un approfondimento vedi per es.: Biagini A. (2005), <em>Storia dell’Albania contemporanea</em>, Bompiani, Milano; Jade R. (1998), <em>Albania. Storia economica e risorse. Società e tradizioni. Arte cultura. Religione</em>, Pendragon, Bologna; Micunco G. (1997), <em>Albania nella storia</em>, Besa, Lecce.</p>
<p>2 Si veda: Simmel G. (1989), <em>Excursus sullo straniero</em>, in Simmel G., <em>Sociologia</em>, Edizioni di Comunità, Milano, pp.580-584; Tabboni S. (a cura di) (1990), <em>Vicinanza e lontananza. Modelli e figure dello straniero come categoria sociologica</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>3 Per un approfondimento rispetto all’immagine veicolata dai mass-media dell’immigrato albanese si veda per esempio : Vehbiu A., Devole R. (1996), <em>La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass-media</em>, Ed. Paoline.</p>
<p>4 Per un approfondimento rispetto al tema delle donne albanesi coinvolte nel traffico di prostituzione e tratta si vedano per esempio: Carchedi F et al. (2000), <em>I colori della notte</em>, Franco Angeli, Milano; Carchedi F., Mottura G., Pugliese E. (2003), Il <em>lavoro servile e le nuove schiavitù</em>, Franco Angeli, Milano, in particolare cap. 5; Monzini P. (2002), <em>Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento</em>, ed. Donzelli, Roma; Mascellini F. (2004), <em>Donne: vittime di tratta e possibilità di recupero</em>, in Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2004, Caritas/Migrantes, Roma, pp. 177-185; Carchedi F. (2004), <em>Prostituzione migrante e donne trafficate. Il caso delle donne albanesi, moldave e rumene</em>, Milano, Franco Angeli; Abbatecola E. (2006), <em>L’altra donna. Immigrazione e prostituzione in contesti metropolitani</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>5 Consapevoli della ristrettezza del campione di intervistati, si sottolinea che quanto è espresso va considerato nell&#8217;ottica di proporre delle “considerazioni situate”, ossia ricavate dal particolare incontro di un determinato ricercatore, con un preciso e specifico gruppo di soggetti, in un circostanziato contesto spaziale e temporale. Nulla, quindi, di quanto è affermato ha la pretesa di rappresentare “la verità”, né riguardo la comunità albanese, né tanto meno rispetto a dinamiche sociali ben più ampie. Del resto la ricerca condotta, trattandosi di una rilevazione qualitativa, è ben lontana dal desiderare di rispondere a canoni di rappresentatività, oggettività e standardizzazione, tuttavia, non si esimerà dal riportare alcune “verità”, innanzitutto quella del ricercatore stesso che inevitabilmente lascerà trasparire il suo particolare modo di vedere i fenomeni e gli attori sociali, oltre a quella degli intervistati, a cui il ricercatore, proprio privilegiando una metodologia a bassa direttività, ha cercato di dare spazio, rappresentandoli e permettendo di autorappresentarsi. E&#8217; evidente che gli elementi riscontrati nel corso della ricerca per trovare conferma dovranno essere sottoposti a ulteriori approfondimenti e comparazioni.</p>
<p>6 Si precisa che il modello di analisi illustrato da Poggio nel testo “Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali” [2004, cit. in bib.] fa riferimento specifico alla ricerca narrativa, tuttavia, considerando lo strumento di raccolta dati utilizzato, si è ritenuto non illegittimo mutuarlo per questa rilevazione.</p>
<p>7 Qui si fa riferimento al concetto di “chance di vita” elaborato da Dahrendof nell’opera <em>La libertà che cambia</em> [1980, Laterza, Roma-Bari] e in altri lavori successivi.</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Ambrosini M., Molina S. (2004), <em>Seconde generazioni. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia</em>, Fondazione Agnelli, Torino.<br />
Ambrosini M.(2005), <em>Donne migranti e famiglie trasnazionali</em>, in <em>Sociologia delle migrazioni</em>, Il Mulino, Bologna, pp.133-162.<br />
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Villano P., Zani B. (2004), <em>Donne forti: 35 interviste a donne maghrebine e albanesi</em>, in “Psicologia Contemporanea”, n. 185, pp. 34-41.</p>
<p>(Il precedente articolo del ciclo Migrazioni Possibili sulla realtà della Chinatown londinese è<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/"> qui.)</a></p>
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		<title>Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Aug 2007 12:26:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8211; Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230; &#8211; Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sandokan.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.thumbnail.jpg" alt="sandokan.jpg" /></a></p>
<p><em>&#8211; Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230;<br />
&#8211; Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere o sentire qui dentro solo nei suoi romanzi e in una forma diversa, in modo da non crearci noie.</em><br />
Georges Simenon, <strong>Le memorie di Maigret</strong>, Adelphi</p>
<p>Ringrazio Rosaria, amica da sempre.</p>
<p>Vent&#8217;anni di cronaca in «<em>Sandokan. Storia di Camorra</em>» di <strong>Nanni Balestrini.</strong><br />
<em>I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi </em><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione </strong><br />
Eccone un altro, pensi. Ecco un grande scrittore che non si è mai sporcato le scarpe nel fango e nel sangue, che non ha mai visto un morto ammazzato, che non sa neppure Casale dov&#8217;è, e che vuole venire a raccontarci Casale, la camorra, Sandokan e Bardellino: con la retorica dei professorini e con la puzza al naso.<br />
<span id="more-4349"></span> Comprarlo era quasi un dovere, se, come chi scrive, dal 1986 ci si occupa da cronista di quei morti e di quei camorristi. E non si può negare un iniziale fastidio nel leggerlo. Ma il libro si finisce in una notte e ti fa ritrovare quasi vent&#8217;anni di cronaca: centinaia di articoli racchiusi in centotrenta pagine che narrano la storia vera di un paese &#8211; Albanova &#8211; somma di tre comunità degradate, Casal di Principe, San Cipriano e Casapesenna; e la tragica epopea di intere famiglie di camorristi che si succedono di delitto in delitto restando uguali a se stesse.</p>
<p>Sandokan. Storia di camorra (Einaudi, 13 euro), l&#8217;ultimo lavoro di Nanni Balestrini (che giovedì sera sarà alla Fondazione Morra, per la presentazione-evento del suo libro Sfinimondo), non è un romanzo-verità e non è un documento storico. Non ha un protagonista, se non la voce narrante; non ha un inizio e una fine; non attinge a fonti autorevoli e accreditate; non rispetta la cronologia dei fatti e talvolta neppure racconta fatti veri. Ma ha il pregio di essere un documento della memoria, e per questo più autorevole e vero di mille verbali di processo o di confessioni di un pentito. La successione o l&#8217;attribuzione sbagliata di alcuni episodi &#8211; come l&#8217;uccisione dell&#8217;impiegato comunale di Casal di Principe o di Antonio Bardellino &#8211; nulla cambia nella ricostruzione storica di quegli eventi. Il racconto dello studente che ha ispirato Balestrini, anzi, riesce a esser più logico e congruo, e quindi comprensibile, di quanto non lo sia stata la ricostruzione giudiziaria, e prima ancora quella affidata ai resoconti della cronaca, degli stessi eventi.</p>
<p>È come se si ascoltasse una storia raccontata da un vecchio contadino dei Mazzoni, seduti sotto un albero di pesco, e quello mettesse insieme spezzoni di ricordi, le chiacchiere del circolo, i suoi pensieri e i suoi sospetti, facendo riaffiorare episodi dimenticati anche dai pentiti, anche dal maxi-processo che va sotto il nome di Spartacus. Chissà per quale ragione la voce narrante fu assai colpita dalla morte di un vigile urbano, Antonio Diana, pochi mesi dopo la scomparsa di Bardellino. Fu ucciso, uno tra centinaia di altri morti di quel periodo, a pochi metri dal Municipio di San Cipriano. Non si è mai saputo perché e da chi. Magari a qualcuno, adesso, verrà la curiosità di saperne di più.</p>
<p>È intitolato a Sandokan, capo della camorra Casalese, ma il libro non è dedicato a Francesco Schiavone né, in realtà, si parla molto di lui. È soltanto un nome, l&#8217;ultimo di un elenco listato di nero, uno dei tanti figli di una terra incapace di partorire un Gandhi o un Che Guevara, come scrive Balestrini, perché «solo Sandokan ci può uscire da un paese così». Né un punto né una virgola per arrivare alla fine, che non è la fine di una storia di camorra ma quella di un giovane uomo, che quei fatti ha vissuto da spettatore e che poi è scappato: come tutti noi immaginiano che si debba fare se si è onesti, se si ha in odio la violenza, se si è nati a Casal di Principe o a San Cipriano. Ma in realtà quell&#8217;uomo non è mai andato via. Qui si conoscono solo camorristi che lo hanno fatto (al Nord, all&#8217;estero), per sfuggire a una vendetta o per allargare il giro degli affari. Non si scappa, da Casale, così come non scapparono, quando ne ebbero l&#8217;occasione, gli ebrei della Germania nazista: convinti di poter trovare nella loro casa, nella loro terra, uno spazio dove continuare a vivere con dignità. E invece, ciò che sappiamo di loro &#8211; ciò che sappiamo oggi dei casalesi onesti &#8211; è quanto è stato raccontato dai sopravvissuti o da chi scelse di fuggire per continuare a esistere</p>
<p>Titolo: VENT&#8217;ANNI DI CRONACA IN «SANDOKAN. STORIA DI CAMORRA» DI NANNI BALESTRINI I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi<br />
Testata: IL_MATTINO<br />
Edizione: NAZIONALE<br />
Data pubblicazione: 16/05/2004<br />
Pagina: 15</p>
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