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	<title>Fausto Paolo Filograna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ &#8211; ?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[willard van orman quine]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.
Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119347 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg" alt="" width="314" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-150x223.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p style="text-align: right;">“Dio ha la faccia piena di latte”</p>
<p>Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.</p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.</p>
<p>Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.</p>
<p>Ora posso solo stare seduto, e scrivere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>***</em></p>
<p>Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.</p>
<p>Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove <em>persino</em><em>lui</em> non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero <em>ancora lui</em>, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: <em>Willard Van Orman Quine, professore di logica</em>.</p>
<p>“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.</p>
<p>Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.</p>
<p>Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.</p>
<p>E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.</p>
<p>Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava &#8211; ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.</p>
<p>Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.</p>
<p>Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.</p>
<p>Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.</p>
<p>Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.</p>
<p>Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il <em>suo</em> centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere <em>il mio</em> centro.</p>
<p>Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo <em>cosiddetto sistema</em>, il suo <em>cosiddetto sistema</em> perfetto a due varianti, <em>il sistema di Quine</em>, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.</p>
<p>Ecco dunque il punto, che io ho <em>dovuto</em> aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il <em>sistema</em>.</p>
<p>Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?</p>
<p>Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, <em>nostra</em> madre.</p>
<p>Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.</p>
<p>Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).</p>
<p>I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.</p>
<p>“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.</p>
<p>La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.</p>
<p>Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:</p>
<p>Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.</p>
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			</item>
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		<title>Una proposta editoriale: Fausto Paolo Filograna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/16/una-proposta-editoriale-fausto-paolo-filograna/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2025 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br /> Mai come in questo caso la parola "attacco", per dire incipit, mi è sembrata adeguata. Per leggere il resto ci vorrà un editore perché un editore, questo romanzo ancora non ce l'ha. effeffe]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari lettori, autori, editori, questa è un&#8217;opera degna di nota. L&#8217;anteprima di un romanzo inedito ma non per molto, speriamo. effeffe  </em></p>
<p style="text-align: center;">da <strong>I primi figli</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<figure id="attachment_114448" aria-describedby="caption-attachment-114448" style="width: 789px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-114448" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17.png" alt="" width="789" height="671" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17.png 789w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17-300x255.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17-768x653.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17-150x128.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17-696x592.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-09-à-17.40.17-494x420.png 494w" sizes="(max-width: 789px) 100vw, 789px" /><figcaption id="caption-attachment-114448" class="wp-caption-text"><br />French six-day rider<br />Edward Hopper, 1937</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">
<p>La seconda notte che tornavo a Casa di Moglie — che non è ancora la mia Casa, perché Moglie non la voglio ancora vedere troppo, perché di Moglie ho visto abbastanza — la seconda notte ho fatto in autobus tutta la lunga Strada di Casa di Moglie perché doveva in ogni modo dirmi una cosa, mi aveva confidato al telefono.</p>
<p>Ho parcheggiato la mia macchina in stazione, senza la minima calma, e ho preso l’autobus. Ho pensato “bene, è così che uno perde tutta la sua libertà”. Non quando bisogna sapere le cose, ma perché l’autobus ti porta dove vuole lui e non dove vuoi tu.</p>
<p>E di questi tempi non è raro che quasi ogni autobus sia soppresso, quasi ogni taxi sia parcheggiato in un angolo della stazione, ogni strada quasi chiusa, e ogni mappa stracciata, e nessuno si stupisce di niente.</p>
<p>Perché qui non si può parcheggiare da nessuna parte, qui in Città, e se parcheggi male te la portano via, e io so che più ti allontani dalle campagne e più sono degli stronzi, sì, qui in Città, e se parcheggi male qualche testa sudata alla finestra si sporge e ti guarda, e con gli occhi fissi chiama il carro attrezzi, e sono trecento euro, e allora io, anche se piove, ho lasciato la macchina in stazione. Anche se ora ho gli scarponi pieni di fango e di pioggia, che Moglie mi toglierà con violenza, con l’urgenza di chi ha bisogno di dire qualcosa.</p>
<p>Ora io sono sull’autobus, che è l’unico autobus per questa notte, sì, un autobus merdoso, perché da quando dicono che la pioggia incessante e merdosa ha rotto tutte le tubature sotto la Città e l’acqua è ovunque, non c’è che un autobus, questo, e tutti accettano di salirci anche se è in ritardo di ore senza guardare più l’orologio (alcuni hanno addirittura buttato l’orologio) – e anch’io ho aspettato ore e ore, per la precisione – guardano le insegne luminose della banchina degli autobus che annunciano la soppressione di ogni altro autobus tolto questo: del classico 21, del classico 33, del classico 89, e tutti accettano che arbitrariamente possa arrivare qualunque cosa, perché con la rottura delle tubature l’acqua ha cominciato a salire da sotto il terreno – quando a pensarci bene era sempre venuta da sopra.</p>
<p>Questo ha toccato chiunque, ha fottuto le teste. E sebbene “le cause di questo disastro siano evidenti” dice Moglie, “sono allo stesso tempo imperscrutabili per tutti”. Così di questi tempi assurdi e silenziosi la gente teme che da un momento all’altro il sangue non circoli più nelle vene nella solita direzione ma solo in quella opposta, perché la faccenda delle tubature si ripercuote su tutto, e forse l’urgenza di Moglie e della sua bocca dipende proprio da questo, e fuori da Città, si è cominciato a bisbigliare, la gente nasce senza cordone ombelicale davanti a medici assonnati. Come tutti i merdosi passeggeri di questo autobus. “Chi può dirlo”, dicono, di questi tempi non dicono altro.</p>
<p>La cosa normale è il freddo. Anche su questo autobus. Sì, fa freddo come fuori, perché a ogni fermata l’autobus si ferma e apre le porte e il gelo entra dentro, ed è come stare nell’inverno, e io mi devo stringere la giacca, e mi stringo anche le falde della giacca sulle gambe. Sembra che non abbia il tetto, né il telaio, sembra non abbia niente. Così per il freddo uno sta bevendo una birra, qualche posto più avanti, sì, tira su la lattina e poi la tira giù, per riscaldarsi, ha pochi capelli dietro, c’è il riscaldamento che butta aria calda come una bestia che alita, quello lì beve eppure ha freddo, e questo non è buono, no, io penso che è proprio messo male. Sì, più uno ha freddo più è messo male, questo l’ho capito, che il freddo non ha niente a che fare con la pioggia o l’inverno, perché se uno ha un piumino d’estate non significa che ha freddo, significa che è messo molto male. Che è malato, Signore Mio, malato dappertutto, e se dice ho freddo vuole dire solo “sto male”. Ma non voglio pensarci, perché Moglie sta male, nella casa alla fine della lunga Strada di casa di Moglie, che dovrò fare tutta per sapere quello che ha da dirmi e non essere fagocitato dal suo silenzio, che è ben peggio delle sue parole nei miei confronti, non pensarci, mi dico.</p>
<p>Uno che ha freddo così con una birra in mano è uno che si è bruciato, certo, guardalo, e anche io la vorrei quella birra, perché so che un po’ mi scalderebbe, ma io ho già dato, io non bevo più, specialmente dopo che mi sono messo in testa certe cose, ma quello sì è uno che so è bruciato, dentro di lui si è bruciato qualcosa, lui è uno di quelli che non tornerà più come prima, dice Conoscente. Ci sono certi, così, che sono bruciati e non torneranno più come prima, mi disse. Certi, disse, che sono “a pezzi”. E mentre lo dico appaiono delle immagini nella mia testa: io vedo una motozappa che si scalda tantissimo, è quella di Zio, sì, si scalda come non mai, ma va bene, va benissimo di inverno, può arare anche due ettari di terra ghiacciata, scheggiarsi i denti e conficcare schegge di metallo nella terra, dico per la violenza del motore, può abbaiare come un cagnaccio incatenato, ma se si brucia no. No, Mio Signore, se si brucia “è finita”, disse, allora “è un’altra cosa”, non torna mai più come prima, ogni cosa se la bruci non è nemmeno più una motozappa, nemmeno una motozappa rotta, nemmeno quella di Zio, che è l’immagine che mi riempie la testa, e io so che se anche tutto non è una motozappa, penso di sicuro, tutto <em>funziona</em> come una motozappa e niente funziona in altro modo. Io so, so tante cose, Mio Signore. Certi non si aggiustano più. Perché? Perché qualcosa è andato a male dentro di loro e non può più aggiustarsi, mai più, qualunque cosa facciano, e non puoi nemmeno più chiamarli persone, per come la vedo io ora in questo freddo autobus, ma solo bruciati, bisognerebbe quindi cambiargli nome, nome di battesimo, perché ora sono altro, a un certo punto diventano altro, c’è scritto signore o signora sulla carta di identità, come sempre, ma loro sono altro. Sì, “c’è un punto”, dice il bastardo che io chiamo Conoscente. C’è un punto “prima del quale una persona è una persona”, e dopo non più, un punto preciso, precisissimo, un passo, e conviene stargli alla larga; ma c’è chi vive apposta vicino al punto così e così, c’è chi gli piace e un giorno cade, attorno a quel punto preciso, e allora, io lo so, non è più una persona. Specialmente ora che un odore di distruzione circola nell’aria e tutti si domandano perché, dice Moglie.</p>
<p>Ma io ho già dato, e io ho già bevuto troppo e perso troppo e fatto male troppo, tu lo sai, Mio Signore, io non sono nessuno, io, anzi, io sono peggio di nessuno, per questo ti chiedo scusa, ti chiedo perdono per questi pensieri, perché in poco tempo, in un attimo, per così dire, in uno sguardo su quel poveretto la mia grande fede, ovvero la grande casa della mia anima che mi sono costruito cade e io divento cupo, oscuro, che vuol dire che la mia speranza se n’è andata, e con le forze per andare da Moglie devo ricostruirla. Solo un attimo, certo, ora guardami, mi faccio il segno della croce mentre quello solleva ancora la birra. È come il prete che solleva l’ostia, Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome io dico. Fa freddo, Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome. Vedo il suo fiato, che esce e si mischia al fiato che esce dal radiatore sotto i sedili di mezzo dell’autobus, e, Signore mio, non vedo l’ora di stringere il corpo caldo di Moglie, nudi, e che questa strada in mezzo a questi poveri maiali sia breve e breve anche quello che Moglie mi dovrà dire perché comincio a sentire addosso la cupezza di una lunga giornata di pioggia e di rassegnazione.</p>
<p>Acqua, acqua ovunque, piove in queste periferie di Città, penso su tutto il mondo, dappertutto, nelle campagne, sopra le dighe, sopra il mare, sopra gli oceani e il muso dei pesci, sopra i baffi delle bestie rivolti alla notte, sopra i camioncini della spazzatura, acqua su acqua, e qui ci sono solo pozzanghere, segnali stradali piegati, auto grondanti, gocce alle grondaie, piccioni da cui cola la pioggia, acqua nelle buche dell’asfalto, qua in Città, dove quelli che fanno le pulizie passano sempre, e l’acqua li castiga come noi, e loro, sotto il cappuccio nero, abbassano la testa e fanno il loro dovere del cazzo, e li castiga, e castiga i topi, e le formiche, e tutto avviene per il Tuo volere, davanti al quale ogni cosa vale uno. Questa Mio Signore è Città, pioggia e silenzio sono forse rami dello stesso brutto albero che c’è in fondo alla Strada di casa di Moglie.</p>
<p>La notte, penso, quando piove molto, come oggi, siamo tutti come tossici, sì come tossici maledetti che un calcio in culo getta per strada col loro bisogno, ognuno col proprio bisogno, tossici che attraversano la pioggia con la furia, dicevo, del proprio bisogno. E io so qual è il mio bisogno stanotte, il mio bisogno è il calore e il sonno, e forse anche Moglie, in fondo a questa strada, sperando che sia calda questa notte. Tra poco, all’incrocio con la Strada di casa di Moglie l’autobus si fermerà, e io in pochi passi vedrò la sua casa, e nella testa io vedo già tutto, il portone di casa, il campanello perché non ho le chiavi, e anche quando sono con lei, io mi sto immaginando.</p>
<p>Sì, ora che l’autobus è quasi arrivato, nonostante un ritardo sconvolgente, io so a che cosa ho pensato quando Strada di casa di Moglie era finita l’autobus ha girato e sono sceso, io so che il mio bisogno, quando sento il vuoto dentro, è proprio andare a casa di quella che io chiamo Moglie, sì, il bisogno resta così anche se, sempre, sempre lei dà di matto dentro la sua casa – e se non sempre, certo la maggior parte delle volte, e soprattutto la notte, la notte – e quando piove, non sopporta l’odore della pioggia e non sopporta che la si disturbi di notte. Ma io lo so che il mio bisogno è lei e non stare senza di lei, e tutta questa pioggia mi ha fatto venire voglia di starle vicino, sì, perché quando non era matta stavo bene, e so che con urgenza dovrà interrompere i suoi silenzi. Poi, mentre scendevo dall’autobus, la sopresa si è mangiata la scena che mi ero immaginato, quando ho visto davanti a casa la pala dell&#8217;escavatore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era grande, per lavori grandi, altissimo, appoggiato su un camion a qualche metro da terra che non potevo vedere che pezzi della casa di Moglie alle sue spalle.</p>
<p>Intorno vedo la lunga rete di metallo a maglie che lo chiude e gira tutto intorno ai lavori come per proteggerlo – ma da cosa? I lavori, sì, tutto montato forse due giorni fa dai lavoratori che si sciacquavano di sicuro nella pioggia per le tubature, sì, e ora la pala e il braccio idraulico sono tutti bagnati e lucidi, scintillano, sotto le luci del supermercato, e la pala è pulitissima, splendente come la fronte di Gesù col suo santo sudore, non avevo mai visto una pala pulita. Dietro, coperta, la piccola Casa di Moglie ai piedi del temporale e di una luna sferzata da venti cittadini, lì, mio Signore, io vorrei arrivare, alla finestrella illuminata dietro cui Moglie starà facendo la matta.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chiamate notturne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/05/chiamate-notturne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 06:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Marito si è messo alla guida. È ancora luce in quella zona del mondo, e mancano molti mesi alla nascita e alla morte della loro bambina. Ogni tanto, al culmine di qualche salita, se le curve della strada non sono costeggiate da troppi alberi, riesce a vedere una striscia di mare perdersi lontano verso Ovest]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-106194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280.jpg" alt="" width="1280" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/parking-space-1487891_1280-747x420.jpg 747w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A Paolo</em></p>
<p>Marito si è messo alla guida. È ancora luce in quella zona del mondo, e mancano molti mesi alla nascita e alla morte della loro bambina. Ogni tanto, al culmine di qualche salita, se le curve della strada non sono costeggiate da troppi alberi, riesce a vedere una striscia di mare perdersi lontano verso Ovest, poi il nulla ai lati della strada, un’agave, un ulivo secco, finché il muro di una villa illumina il parabrezza, e dal finestrino abbassato si sente l’eco del rumore della macchina nello spazio vuoto. La macchina costeggia muri lunghi diversi chilometri, che rientrano improvvisamente esibendo grossi cancelli scuri e metallici. Cliniche, resort, residenze di industriali arteriosclerotici abbandonate o di politici che vogliono mettere il cazzo all’aria aperta. I miliardari, dice a bassa voce. Impiccàti. Tutti. E intanto pensa al sonno.Non vede l’ora di dormire, e anche Moglie a casa sua non vede l’ora di dormire. E sebbene sappiano che non sarà un buon sonno, ma una ripetizione incosciente delle ossessioni diurne, desiderano abbracciarsi alla sua transitorietà: in un attimo la luce della veglia lava ciò che è accaduto in sogno come l’acqua spegne la luce di un cannello della fiamma ossidrica. E per quanto ormai in parte lo temano, preferiscono il sonno alla vita. “Un giorno verremo giudicati per i nostri sogni” ha detto Moglie a Marito. Ma lui gli crederà? Ogni religione, predica di svegliarsi, di riprendersi dal sonno, e tutti hanno ricercato Dio nella veglia, finora, e nessuno sa se invece non sia sempre stato nel sonno e nel buio, o, come dice Moglie, nel suicidio.</p>
<p>Marito sta guidando da molto. Più avanti lungo la strada si sarebbe profilato il cimitero per un paio di chilometri, con le luci accese anche mentre il sole finisce il suo stupido lavoro. Si ferma prima, nella rientranza di uno di quei cancelli, e comprende che non è per niente calmo. E così, come tante altre notti, la chiama.</p>
<p>Stai guidando?</p>
<p>Mi sono fermato prima.</p>
<p>Prima?</p>
<p>Del cimitero.</p>
<p>Non lo dici in senso metaforico.</p>
<p>No dico davvero. Non voglio fermarmi alle porte del cimitero. Se mi fermano e mi chiedono che ci faccio lì, non posso dire che sto telefonando davanti al cimitero. Dai su. Tra l’altro un collega mi ha raccontato che hanno fermato uno lì davanti al cimitero. Gli hanno detto che ci fai davanti al cimitero. E lui balbetta che è venuto a fare delle visite. Delle visite per cosa, gli chiedono. I finanzieri glielo chiedono perché che si sia fermato al cimitero evidentemente non gli è piaciuto. ‘Sta cosa di fare delle visite al cimitero deve suonare strana a un finanziere. Ma non è solo questo, è anche che stare davanti al cimitero non mi piace.</p>
<p>Perché? Perché doveva suonare strano a un finanziere?</p>
<p>Perché uno fa di tutto per non crepare e finire al cimitero e poi ci va di sua spontanea volontà. Così. E perché se uno crede, crede nell’aldilà, be’ allora è sicuro che al cimitero non i sia nessuno, niente, nada, ok? Corpi, carcasse, polpette stagionate, involucri. Penso io. Altrimenti crede nei fantasmi, e be’, lì è meglio prendere qualche farmaco. E insomma gli hanno aperto la macchina e gli hanno trovato tre etti di cocaina nel portabagagli. Aspettava qualcuno, però vivo.</p>
<p>Madonna&#8230; L’hanno fermato solo perché stava al cimitero?</p>
<p>No.</p>
<p>No?</p>
<p>Non davvero. Pare che in realtà lo seguissero da mesi, e sapevano che doveva fare lo scambio con qualcuno. Solo che non sapevano dove. L’hanno seguito a una certa distanza a fari spenti. E ora è dentro insieme al fratello che pure sta in carcere.</p>
<p>Dove sei?</p>
<p>Davanti a una villa.</p>
<p>Capito. Non so.</p>
<p>Cosa.</p>
<p>Tu credi che si sia fermato lì perché in qualche modo voleva farsi fermare? Che in qualche modo voleva morire?</p>
<p>Morire? Magari era l’unico posto dove si può accostare sulla provinciale, dove ci stanno due macchine insieme senza sporgere il muso sulla strada. Perché morire?</p>
<p>Non so. Darsi appuntamento al cimitero. Quando uno dice ci troviamo al cimitero vuol dire una certa cosa, oppure finisco al cimitero vuol dire una certa cosa. Quando lo dicono le persone vuol dire una cosa sola. Sempre. Come ha fatto quello a dire ci vediamo al cimitero senza dirgli ci vediamo al cimitero? Pensi che abbia detto così?</p>
<p>Certo.</p>
<p>E allora sei d’accordo con me, perché ci vediamo al cimitero vuol dire una cosa sola. Perché nel suo caso doveva voler dire altro? Perché era ancora vivo?</p>
<p>Può darsi. Ma non ne sono sicuro. Tu stai dicendo che in pratica voleva morire e non lo sapeva.</p>
<p>Esatto.</p>
<p>E nel dubbio si è fatto arrestare.</p>
<p>E nel dubbio si è fatto arrestare.</p>
<p>Ma non è per niente morto.</p>
<p>Nel dubbio, ripeto, si è fatto arrestare, che non è morire ma è almeno stare al buio per un po’, senza spazio di manovra diciamo, impossibilitati a fare cose da vivi. In pochi metri quadrati di suolo, che dev’essere proprio un posto del cazzo. E uno non si muove da un posto del cazzo o quando ce lo hanno rinchiuso dentro o quando ci è morto. Che cazzo, sei gretto.</p>
<p>Non so.</p>
<p>Ci sono tante persone che vorrebbero morire.</p>
<p>Lui mi sa che voleva solo i soldi. Roba da vivi.</p>
<p>Ma alcune lo sanno, altre no. Ci sono troppe morti, io credo. Quanti di quelli che affogano si sono spinti volontariamente troppo oltre nel mare o sono andati a farsi una nuotatina quando il mare era in tempesta? Quanti deviando con l’auto non hanno scelto l’albero sul quale spargere le budella? Quanti non hanno pregato per un attacco di cuore? E una volta morti tutti a dire peccato, peccato, la vita, e invece lo hanno voluto. O scherzando con una calibro 13 hanno scelto di scherzare proprio sul petto di un amico o sul proprio?</p>
<p>Non so, che cazzo vuoi che ne sappia.</p>
<p>A te non va che a qualcuno possa voler morire.</p>
<p>Certo, a me non va.</p>
<p>A voi piace quello che a me fa schifo, è per questo che siamo così diversi, io, qui, e tutti voi, lì. Voi, felici, vivete nel mondo di chi vuole vivere. Perché mi hai chiamata?</p>
<p>Per parlare.</p>
<p>Perfetto.</p>
<p>Stiamo parlando. Non ero calmo. Non so perché. Nel portabagagli ho la mia attrezzatura, sono sicuro di non aver dimenticato niente, il Gav tecnico, gasolio per il gommone. Ho comprato un anti-fog per non fare appannare la maschera, roba seria, di fino, roba per sub fighettini. Allora devo essere calmo. Aspetta che controllo. Ormai sto quasi al buio.</p>
<p>Si girò e disse di non aver dimenticato nulla.</p>
<p>Nemmeno tre etti di coca?</p>
<p>Nemmeno tre etti di coca. Senti come sta la bambina?</p>
<p>Al buio anche lei.</p>
<p>Non la senti?</p>
<p>Certo che la sento. O meglio, insomma. Sento che si muove, di notte un botto. Stanotte non prendevo sonno. Mi sono risvegliata alle 2 e mi son dovuta fare un tè deteinato — quello normale non lo sto bevendo più, sai, ho cominciato a fare come da piccola, solo té deteinato tutti i giorni — e boh, ho guardato fuori dalla finestra rimbambita per mezz’ora. Le macchine avevano tutte i fari spenti, non una luce. La luce non mi va tanto. Poi son tornata a letto e alle 4 devo aver preso sonno. Lo sento con la pancia, diciamo. Non con le orecchie.</p>
<p>Chiaro, non bisogna aspettarsi che parli.</p>
<p>No, e nemmeno che pianga, a volte mi chiedo se non abbia bisogno di piangere.</p>
<p>Di solito lo fanno quando escono.</p>
<p>Ma io dico ora, se non ne ha bisogno ora, a volte, di sfogarsi. A me capita spesso, e se è mia figlia dovrà capitare anche a lei, no? Sentirsi male e aver voglia di sfogarsi, aver voglia di piangere. Ma mi chiedo come faccia in mezzo a tutta quell’acqua. E se volesse muoversi, stiracchiarsi, chiusa com’è? Se ci penso sto male.</p>
<p>Forse ha bisogno di stare lì. Se non esce, se non vuole uscire significa che ha bisogno di stare lì, che le piace.</p>
<p>E se non le piacesse e non potesse uscire invece? Se fosse ancora troppo debole per uscire, per piangere? Che inferno.</p>
<p>Può essere. Lo sai che molti pagherebbero per stare nella pancia della propria mamma? Lo sai o no?</p>
<p>Certo. Bravi. Lo dicono tanti, ma nessuno ricorda com’era. Come fanno a dirlo allora? Se non lo ricordano e non lo possono ricordare.</p>
<p>Ci sarà qualcosa di vero in questo desiderio, come in ogni desiderio.</p>
<p>E se la nostra bambina fosse in una specie di carcere anche lei?</p>
<p>Con le guardie?</p>
<p>Senza. Ci sei tu a fare la guardia. E i muscoli del mio utero come un cancello a due ante. Chiusissimo. Rigidissimo. Sicurissimo.</p>
<p>Ci sono io. Anche se ora sono qui, si sta alzando il vento.</p>
<p>Sei preoccupato?</p>
<p>No, credo che sia vento di superficie, in profondità nel mare non cambia niente se è così. Sotto i 30 metri è come stare sotto un tavolo mentre tutti gli altri pranzano.</p>
<p>Chi sono gli altri?</p>
<p>Boh, dio. Al di là della tovaglia.</p>
<p>Dei nuvoloni avevano fatto calare il buio prima che calasse il sole. Accese la macchina per scaldarsi, accese i fari, sullo stereo ricomparvero delle scritte rosse mentre in sottofondo si sentiva lo sfiatare del riscaldamento. Quando le agavi cominciarono a dondolare si videro dei lampi in lontananza. Passarono molto lentamente due o tre macchine con le luci di posizione accese. Sembravano spinte dal vento.</p>
<p>Però qualcosa non mi quadra. Della storia del tipo beccato con la droga.</p>
<p>La storia di prima?</p>
<p>Sì. Se il tipo volesse sì farsi mettere dentro, ma non come surrogato della morte? Ma per solitudine dico.</p>
<p>Perché era un uomo solo?</p>
<p>Perché dentro c’era il fratello. Ti avevo detto che in carcere c’era suo fratello, cazzo. Ti sei dimenticata?</p>
<p>Sì.</p>
<p>Anch’io me n’ero dimenticato ma adesso mi torna e non so perché. Se inconsapevolmente volesse sì stare in carcere, ma solo come pretesto, solo accidentalmente, solo perché il fratello ci era finito di recente?</p>
<p>Be’ poteva andare a trovarlo se voleva vederlo.</p>
<p>Consapevolmente poteva andare a trovarlo, ma inconsapevolmente? Se, come si suol dire, il cuore avesse una porta, e la chiave ce l’avesse avuta solo il fratello?</p>
<p>Ma quello perché stava in carcere? Pure lui coca?</p>
<p>No lui andava in giro con uno scooterone. Lì 300 grammi di coca non ce li metti. Estate e inverno senza casco. Era un biondino che sulle prime gli chiederesti se i genitori non sono slavi.</p>
<p>E invece tutt’altro.</p>
<p>Niente droga lui?</p>
<p>Non per gli altri. Quella sua, quei 10 grammi ci stavano benissimo nello scooterone. Una notte ne aveva fatti fuori più di metà di quei dieci e vedi tu se aveva i soldi per dell’altra. Manco per il cazzo. Quindi esce di casa alle 11, si mette sullo scooterone senza casco, come mostrano le immagini di sorveglianza di un garage, e fa non più di 300 metri da casa sua. Parcheggia davanti a una palazzina, suona a un campanello e la vecchia che ci abita lo fa entrare. Intendo dire: non ho idea di cosa le abbia detto, magari che aveva fatto un incidente e aveva bisogno di acqua, o di un telefono per avvertire un parente, o qualcos’altro che gli sia venuto in mente tra le pareti di quel cranio del cazzo. Fatto sta che gli apre, e questo sale di corsa i due piani, sbarra la porta della vecchia e rovista dappertutto per rubarle soldi e ori, che sono tutti in sala da pranzo.</p>
<p>Ma è andato a rubare di fronte a casa propria?</p>
<p>Esatto. Si conoscevano benissimo, è per questo che la vecchia lo ha fatto entrare.</p>
<p>E invece sembra che proprio per questo non doveva.</p>
<p>E quando ha rubato tutto quello che sembra avere di valore la vecchia, sente dei mugolii e si accorge che questa ha il marito allettato nell’altra stanza col respiratore. Al che va di là, fa alcune domande al marito, gli chiede se lui possiede altri soldi. Lo rigira da un lato e dall’altro convinto che possa essere il posto migliore per nascondere banconote, sotto il malato, insomma, nelle tasche del pigiama. Poi smonta la barriera del letto per infermi del poveretto e con quella picchia la moglie. Alla fine, quando sono già le 11.30 la stupra, e la stessa telecamera lo riprende di ritorno, ma non torna a casa.</p>
<p>Stupra la vecchia?</p>
<p>La vecchia.</p>
<p>E quanti anni aveva?</p>
<p>Più o meno sulla settantina.</p>
<p>Cazzo. E perché l’ha stuprata?</p>
<p>Questo il mio amico non me l’ha detto. E poi non so se la tua domanda ha senso. Ma il fratello, mi è venuto il dubbio che l’abbia fatto per amore di andare in carcere anche lui.</p>
<p>Tu non sei molto normale. È vera tutta sta roba?</p>
<p>È vero che non sono molto normale.</p>
<p>E la storia?</p>
<p>Non credo. Ma non stuprerei mai una vecchia. E se c’è un motivo per cui l’ha fatto, boh.</p>
<p>Tu non lo saprai sicuro.</p>
<p>Chiaro.</p>
<p>Voi non le capite ‘ste cose.</p>
<p>Noi chi?</p>
<p>Voi felici siete ciechi. Voi state al buio, state in una stanza buia, in una cazzo di grande, gigantesca stanza buia, un hangar stracolmo di cose possibili nel buio con una abat-jour accesa nel fondo, e pensate che ci sia solo quella perché fa luce, che in tutta quella cazzo di stanza gigante non ci sia altro che quella merdosa abat-jour. E ‘ste cose non le capirete mai. Voi piuttosto volete la luce, volete capire quella merdosa abat-jour accesa, perché è l’unica cosa che credete ci sia. Ma quando la portate fuori, alla luce del sole, alla potente luce del sole, nell’immensa luce del sole quell’abat-jour sembrerà spenta, e non significherà più niente per nessuno. Sarà una lunga notte, Marito mio, non avete paura voi felici?</p>
<p>Forse la stanza in cui stiamo noi, come dici tu, e quella dove state voi, sono due stanze diverse.</p>
<p>Ho sentito il rumore della macchina accesa e so che chiuderai, che hai fretta.</p>
<p>Non ho fretta. Ho solo freddo.</p>
<p>Ti scrivo se non dormo. Forse un’altra notte del cazzo.</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/users/harutmovsisyan-2839589/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1487891">Harut Movsisyan</a> da <a href="https://pixabay.com//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1487891">Pixabay</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non siamo mai stanchi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/13/non-siamo-mai-stanchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Ho già detto che il mio peccato è la dimenticanza. Ma la memoria riguarda il mio corpo e dunque la mia vita attuale. Quando io ricordo io vivo, o rivivo, proprio nel mio corpo — come una zanzara, morta, attraversata da una scossa elettrica rivive il movimento. Non c’è memoria se non nel corpo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-103518 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280.jpg" alt="" width="1280" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/pocket-watch-g61e692f58_1280-747x420.jpg 747w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Vecchio Volto di Pietra, guarda:<br />
</em><em>Non si possono più pensare le cose cui troppo a lungo si è pensato! Cazzo!<br />
</em>W.B. Yeats</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da alcuni giorni ormai avevamo imparato a leggere gli orologi e il cosiddetto tempo. Quelli digitali, con le cifre indicate da alcune barrette luminose, che indicano le ore con una coppia di cifre alla sinistra, e, dopo due puntini o uno spazio vuoto, i minuti con una coppia di cifre sulla destra (questi erano così semplici da leggere che non c’era nessun merito a saperli leggere). Poi quelli analogici, molto più difficili da decifrare, con cifre disposte su un cerchio — che potevano essere dodici, quattro, o addirittura, come presto imparai, zero — e delle lancette a indicarle, una per le ore e una per i minuti — che in quest’ultimo caso orbitavano nell’universo del quadrante senza riferimenti come scie nello spazio profondo. Di questi orologi, nonostante la tecnologia avanzasse con la velocità di una slavina, era piena la mia casa.</p>
<p>Ogni stanza aveva il proprio, come in previsione del fatto che in ogni stanza prima o poi qualcuno avrebbe chiesto “che ore sono?”, oppure, “quanto manca?” — come in previsione di un dolore o una festa, un dolore o un macello. Ma era poi così scontato che ogni risposta fosse vera? All’epoca, dirò, capitava che mia madre dicesse arrivo alle otto e io, che sapevo leggere gli orologi, constatavo che alle otto non c’era: ed era vero sia che erano le otto, alle otto non c’era sia che lei non era ancora arrivata, e quindi l’orologio doveva essere rotto e io ero una bambina sola. Adesso ciò che mi sconcerta è quando qualcuno chiederà “quanto manca?” — e qualcuno lo farà. Allora tutto dipenderà da quando la sua domanda verrà posta, anche la verità.</p>
<p>L’ultimo orologio arrivato era un regalo di compleanno fatto alla famiglia, cumulativamente per il compleanno di ciascuno di noi. Lo aveva fatto mia sorella appena sposata e andata via di casa incinta, con numerosi problemi coniugali. Ci aveva dato un bel pendolo, coi numeri romani, e in cuor suo, dato il costo apparente di quell’aggeggio, era un messaggio ai nostri genitori che diceva: oh, non preoccupatevi più della mia situazione economica, finalmente i regali sono io a farli — anch’io ho poi per anni avuto la certezza che l’essere adulti consistesse solo nel passare dall’insieme di quelli che ricevono i regali a quello di coloro che li fanno. Ora so che se il bambino pensa di possedere tutto ciò che ha intorno, e non possiede nulla se non spiritualmente — e quindi può solo ricevere; l’adulto, invece, possiede solo poche cose — materialmente — ma ciò non comporta alcuna differenza col bambino: se io qualcosa ho posseduto, allora come adesso, sono le mie ossa e i miei pensieri, che finché vivo non posso donare — e anche quelli non sono che una concessione per qualche anno, i quali, se Dio lo concederà, sarà proprio quel pendolo a segnarli, i miei anni, dico.</p>
<p>Sono stata peccaminosa a non dire quante volte nella noia dei pomeriggi senza mia sorella, che come ho già detto ci lasciò per suo marito, io l’ho tirato giù, e l’ho aperto, con immensa facilità, perché non era che un’anta di legno che si apriva come un libro, ma vuoto. Vuoto, dicevo, perché il pendolo, posizionato dietro un vetrino di plastica, non era che un meccanismo posticcio, di veduta, del tutto inutile, tant’è che dentro sembrava una qualsiasi volgare sveglia, incollata ad una scatola di legno dagli intarsi preziosi e baroccheggianti. E io ora so, anche se non so esattamente quale, che anche il suo vuoto doveva avere un valore. Perché quando restavo sola lo tiravo giù e lo aprivo fingendo guasti o per zelo, per fare delle immaginarie manutenzioni. Una volta sognai di aprire così mia sorella come un’anta e di trovare nel suo pancione gli angoli bui e vuoti di quella scatola di legno.</p>
<p>Ma ciò che sto per dirvi — ora che sono meno di un corpo asciutto e spossato, un frammento del cazzo che scaccia le mosche con l’ultimo fiato — so che non mi rivelò niente, nemmeno in piccola parte, dei misteri del cosiddetto tempo — quando uno è così malato, tutto diventa solo cosiddetto, e il tempo un cosiddetto tempo.</p>
<p>Il mio migliore amico era Giovanni. Il pomeriggio, quando venivano le cinque, entravo nella camera dei miei genitori dove era ancora tristemente collocato il mio letto, e cominciavo a prepararmi per la Santa Messa. Guardavo la TV sempre con meno attenzione, giocherellavo col telecomando, coi calzini, li toglievo e li rimettevo prendendoli dalla punta, poi il mio pensiero creava un flusso plasticoso che uscendo dalla finestra sorvolava il paese e arrivava nella camera da letto dove anche Giovanni stava cominciando a prepararsi per la Santa Messa. Allora, spiritualmente, ero pronta. La campana della chiesa aveva suonato una volta, e quando suonava mi riportava alla mia longeva abitudine, ovvero alla vita — non sono tutte le cose, compresa la vita, forme di abitudine?</p>
<p>Cominciavo a prepararmi ciondolando tra le mura di casa dei miei genitori, dove tutto era mio. Accarezzavo le librerie nei corridoi, prendevo in mano le foto dei vecchi morti dalle loro cornici. Alcune librerie avevano degli specchi sugli scaffali, nei quali a turno mi vedevo tra Tolstoj e Brönte, e tra le facce dei morti nelle foto. Poi mi lavavo, e quando uscivo di casa, ero come una a cui un elastico era stato legato e tirato sempre più forte, e tutti i movimenti gli erano costati sempre più fatica, finché non ero fuori, dove non mi apparteneva niente e i miei genitori non c’erano più e diventavo leggerissima e camminando non facevo rumore.</p>
<p>L’enorme ingresso posteriore della chiesa si apriva con grande sforzo per far entrare i bambini. Mi genuflettevo e cercavo mia nonna. Lei era seduta al solito banco, oppure no. Sorrideva se andavo a messa. Quando era seduta voleva dire che stava bene, e le andavo a dare un bacio — per siglare che ero lì — e mi recavo verso la sacrestia per indossare la mia vestina bianca, con la consapevolezza di entrare nella salvezza negata a tutti perché esistevo solo io. Giovanni era lì che indossava già la sua veste, e al massimo riempiva le boccette di vino e di acqua per la funzione, oppure svuotava l’acqua dei fiori in un tino nero. Poi, quando ero vestita anche io, ci sistemavamo il colletto bianco a forma di mezzaluna sulla nuca. Gli altri bambini e i loro nomi non me li ricordo, ma ci sistemavano il colletto e noi a loro, specie a chi aveva sotto una maglia col cappuccio — in questo caso dovevamo infilare il braccio nella veste per schiaccialo il più possibile perché non facesse l’effetto di una gobba. Ma i ricordi di Dio e della sua cosiddetta casa sono così dolorosi che alla fine non ricordo che il marmo bianco dappertutto, il dolore alle ginocchia e lo sguardo della nonna. Ricordo che servivo la messa e tutte le cose, i paramenti e il basalto e la voce patriarcale dei vari parroci che si avvicendarono nella mia infanzia, una sfilza di don Arnaldo, don Antonio, don Ludovico; tutti loro creavano una guaina attorno i miei organi, come una busta che non mi faceva respirare, e pure loro era la mano che la stringeva, e mi impediva di ridere come una pazza nel silenzio siderale dell’enorme cosiddetta Casa di Dio. O forse dovrei dire Casetta, o Capanna. Un’asfissia dal senso ambiguo, dicevo. Un dolore generale. E ora, come adulta so che solo due sono le possibilità: l’avere un senso e il non averlo. Il resto appartiene a mondi senza parole. Non parlerò del senso di quel dolore (il dolore non ha mai senso), ma della sua fine e di come la mano lasciava la busta per farmi ridere.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>⁂⁂⁂</em></strong></p>
<p>Alla fine della messa io e Giovanni uscivamo dal portone davanti, svoltavamo a sinistra, percorrevamo una salita, salivamo alcune scale e ci avvicinavamo a un posto molto più sacro della chiesa, nonché, se è vero che la sacralità si misura in altezza, molto più in alto di questa. Salendo alcune scale ripide e limpide, oscurate da alte pareti di roccia calcarea, nel segreto e nell’umido del colle salivamo fino a vedere tutto il paese, malilluminato, le luci delle case le cui porte sono già tutte chiuse per la notte, e davanti a noi la chiesa. La chiesa e il suo orologio vicinissimi, ora, questo come un fratello gigante, ghiacciato; noi ne misuravamo l’altezza con la mano sulla fronte. Sembrava che nessuno potesse sapere quando eravamo lì, che fossimo in una tasca di Dio e invece proprio le leggi di mia madre avevano reso quel posto l’unico in cui io e Giovanni potessimo stare a giocare. Lì, diceva, potevamo leggere l’orario a qualunque ora della sera. Lì eravamo costretti dalla <em>sua </em>sicurezza, che non può essere che una sicurezza abominevole e malsana, dalla <em>sua</em> preoccupazione, che quando il divieto del tempo era superato saremmo tornati a casa, prima che il mondo delle cose reclamasse la mia estraneità. Lunare, illuminato per tutta la notte l’orologio della chiesa scortava i miei pensieri e quelli di Giovanni, senza il minimo rumore, come un dio tranquillo.</p>
<p>Dio, aiutami a descrivere questo posto, non per lo sforzo, ma per la gioia, per la gioia. Era, il posto, solo una piccola corte scavata nella roccia, rientrante di tre lati rispetto alla strada piastrellata, come una stanza ricavata nel paese, senza un lato e senza il tetto: due case bianche e abbandonate perimetravano due lati, coi loro portoni verdi malchiusi, come le facce degli apostoli nelle deposizioni — tenuti bloccati da lunghi catenacci e dai loro doppi giri; l’erba, lì, cresceva a ciuffi alti tra le piastrelle messe dagli operai dimostrando che il paese non era dell’uomo. Al centro c’era una cabina elettrica semiaperta, grigia giorno e notte, come se il suo colore non potesse cambiare né con la luce né con le stagioni, con l’anta pericolosamente semiaperta e un grosso catenaccio utile a dissuadere solo esteticamente gli avventori come i colori degli insetti più minuscoli e indifesi. Tra i ciuffi d’erba le leve dell’elettricità del quartiere erano tutte scoperte, e forse, pensavamo noi, con un certo sforzo la cabina poteva essere aperta del tutto, e, il paese tutto, spento. Chissà perché nessuno ci aveva mai pensato.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>⁂⁂⁂</em></strong></p>
<p>Ho già detto che il mio peccato è la dimenticanza. Ma la memoria riguarda il mio corpo e dunque la mia vita attuale. Quando io ricordo io vivo, o rivivo, proprio nel mio corpo — come una zanzara, morta, attraversata da una scossa elettrica rivive il movimento. Non c’è memoria se non nel corpo, Signore, e io ora non ho e non sono che quello, ovvero una lingua e due arcate di denti, una lingua e due chiostre di sedici denti ciascuna, e il resto è perso chissà dove nel cosiddetto tempo, e solo ciò che è rimasto — una lingua e due arcate di denti — ora ti parla da chissà dove. Ma io rivivo, rivivo le mie ossa di bambina, la mia schiena appoggiata ai muretti, i colori della sera che mi accarezzano le cornee, il leggero calore del gomito di Giovanni sul mio, i rumori della casa del Giudice rivivono come bagliori nei miei neuroni. Perché terminata la funzione io e Giovanni, nella nostra cosiddetta stanza, ci accucciavamo sotto la finestra di cui solo la mia schiena e le mie orecchie sanno qualcosa: il terzo lato della nostra camera senza soffitto era la casa del Giudice. Seduti col sedere per terra e le spalle sulla sua casa, con la pelle fresca d’estate, parlavamo sussurrando sotto un’ampia finestra aperta, che lasciava uscire il vociare di una TV attraverso una grande zanzariera posizionata a non più di un metro da terra e a un centimetro dalle nostre teste. I nostri racconti, le nostre storie avvenivano lì, a ridosso della casa del Giudice e del suo fratello pazzo, e dei rumori che questo produceva, e che uscivano senza ostacolo. Noi guardavamo alcune immagini di cani che cadono sullo schermo del telefonino di Giovanni e ridevamo, parlavamo di scene immaginarie come la caduta del parroco o dei vecchi in generale e ridevamo. Dentro sicuramente si sentiva tutto. Noi sentivamo la TV, i gemiti del fratello del Giudice e le parole gentili della Nuora. Volendo dirla da scrittori — e perché no? — eravamo appoggiati a una specie di balcone shakespeariano, per cui gli attori fanno finta di non sentirsi e parlano da soli, ma non è così.</p>
<p>All’ora di andarcene, ci alzavamo da terra e urlavamo al fratello del Giudice<em> pazzo, pazzo, pazzo</em> e dietro la zanzariera alcune ombre si animavano, si gettavano sulla zanzariera come esseri dentro giganti ecografie, disperdendoci nella notte.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>⁂⁂⁂</em></strong></p>
<p>La maggior parte degli abitanti del paese diceva che la casa era del Giudice, l’altra del fratello. Ma questo generava una certa incertezza. Alcuni la chiamavano la casa del pazzo e altri la casa del Giudice. In realtà a nessuno interessava la casa. Quella interessava solo ai vecchi, perché avevano conosciuto il padre di entrambi e il suo mestiere: poi negli anni erano stati buttati a terra il bancone, gli scolatoi, i rubinetti, portati via ganci, corde, messi via i pannelli che reggevano i coltelli, lavate le fessure del pavimento con la candeggina e riverniciato con cura ogni angolo, ma per i vecchi quella casa rimaneva il Macello.</p>
<p>Dicevano che il Giudice lo tenesse in casa con sé e sua moglie per amore, e che non avrebbe voluto nient’altro per lui, tantomeno l’idea di internarlo lo aveva mai toccato in vita sua. Così è l’amore alcune volte, specie tra due dissimili. Dicevano: il macellaio ne ha fatti due e due devono restare.</p>
<p>L’amore difficilmente ha conosciuto forme così alte tra dissimili di questo genere. Alto e possente il Giudice e incredibilmente basso il fratello. Il Giudice era sempre vestito con abiti leggeri; persino d’inverno era difficile vedergli non dico un cappottino di lana, ma addirittura una giacca, qualcosa per coprirsi gli avambracci, come se un caldo magmatico lo torturasse di continuo, oppure, io penso, lo costituisse. La privazione dalle cose inutili lo aveva portato a una solidità che si riferiva anche alla sua temperatura, al suo corpo tremendo, e della sua equità — che vuol dire potere — si parlava spesso in paese così come della sua corporatura: monolitica, omerica, l’una e l’altra. La sua testa glabra, la mancanza di sopracciglia e barba, ma soprattutto di ciglia, nascondeva pensieri di una sicurezza tale che nessun pelo avrebbe potuto intaccare. Ora le mie fantasie di malata mi danno l’idea di un uomo composto da un unico materiale: se stesso, uguale in tutte le parti del corpo, senza giunture, muscoli, organi ma Giudice in ogni parte.</p>
<p>In una notte invernale, dicono, era stato visto guidare nudo all’interno di una vecchia Panda, nella sicura speranza di non essere visto, verso le strade di campagna che portano alle scogliere. E forse più di una notte, dato che in molti dicono di aver visto questa scena, in numerose zone della campagna buia, e ovviamente dicono anche che pioveva, e che erano sicuri che dietro il volante ci fosse proprio la sua testa nuda — e nudo persino il suo corpo pantagruelico, e le sue carni giganti.</p>
<p>Da piccolo, diceva mio padre, portava i quarti di maiale in spalla, dalla valle del paese fino al Macello, e non sudava; lui di qua, sulla sinistra, e suo fratello di là, sulla destra, agganciati per i gomiti per bilanciare il peso verso l’interno, come in uno specchio, senza la minima goccia di sudore, i polpacci glabri scintillavano — diocane, diceva mio padre, pensando al ragazzino. Addirittura quando per arrivare al Macello si prendevano strade strettissime, utilizzate al tempo delle devastazioni degli arabi, e non si riusciva a camminare appaiati, anche lì, col suo quarto di maiale, avresti potuto vedere solo la scia del sangue, ma non una goccia di sudore dalla fronte, dagli avambracci.</p>
<p>Se rientrava presto ci nascondevamo per vederlo passare: prima di entrare si appoggiava alla cabina elettrica, riprendeva fiato e poi proseguiva. Aveva certe volte un grande e nero giaccone di pelle con le maniche tranciate sotto il gomito, opera probabile di un vecchio attrezzo del Macello, con cui doveva aver liberato qualche nevrosi per farla uscire dal buco slabbrato delle maniche.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>⁂⁂⁂</em></strong></p>
<p>Signore, ascoltami, mentre ora ti dico come ricordo quando giocavo con il pallone davanti alla mia casa, con tanti bambini di cui vedo le ginocchia appuntite dalla corsa o dal volo e nessun dolore per ciascuno, e quando qualcuno tirava la palla tutti correvano giù per la discesa della collina come biglie in un imbuto, urlando tra le auto che “è tardi!” e nella luce appena accesa dei lampioni io li guardavo scendere e gridare a tutti i passanti “non siamo stanchi”, “non siamo stanchi” e poi anche io mi precipitavo con le scarpe che si slacciavano nella corsa e la giacca che si sbottonava, tanto eravamo folli come girandole</p>
<p>“tu sei stanca?”</p>
<p>“chi?”</p>
<p>“torniamo, prima che arrivino i nostri genitori?”</p>
<p>“oggi non torneremo!”</p>
<p>“e poi?”</p>
<p>E c’era sempre vento, e i nostri giubbotti erano tutti aperti e le cerniere si toccavano tintinnando, spargendo i desideri come cade la polvere delle falene quando si alzano in volo, fino al muro in fondo alla valle.</p>
<p>Se il ricordo è l’unico mezzo per la redenzione e il perdono, Signore, allora il ricordo è preghiera.</p>
<p>Quel giorno raggiungemmo il nostro solito posto con Giovanni, sudati e per mano, seduti sotto la zanzariera del Giudice sicuri di essere colpevoli. E io dissi:</p>
<p>“Io è da quando sono piccola che soffro, non mi piace la vita”</p>
<p>E lui non rispondeva.</p>
<p>“Ho sentito la mamma dire che la vita e il dolore nascono insieme, che il dolore prima della vita o dopo la vita è impossibile, e quindi la vita è il dolore”</p>
<p>E lui non rispondeva.</p>
<p>“Era di là nella cucina? Eri di là nel soggiorno?” diceva</p>
<p>“Non me l’ha detto, io l’ho sentito, nel suo alito. Mentre faceva le cose, nell’ordine in cui faceva le cose, nell’ordine delle cose disposte sulla cucina, in come aveva messo i piatti e la scopa, e nell’ordine in cui disponeva le cose per mangiare e in quello del tempo in cui mi lasciava da sola ed usciva e quello in cui ritornava; e quando se ne va, ecco: se n’è andata ed è rimasto un solo ordine. Ogni altro ordine crollato, ogni universo finito, per farne nascere uno solo e le sue regole, ogni volta, e restiamo soli Giovanni”. E neanche noi parlavamo con le parole ma con l’ordine in cui facevamo le cose.</p>
<p>Ma Giovanni non riuscì a dire che è falso, e ci stringemmo tra di noi e facemmo sguardi rapidissimi. Passò il tempo, e quel giorno, e altri, e ogni giorno più o meno prendevamo un biglietto e scrivevamo: la vita e il dolore nascono insieme. La vita è dolore. E ne prendevamo un altro e scrivevamo: la vita e la gioia nascono insieme. La vita è gioia. E forse non importava poi tantissimo che fosse vero o che fosse falso, come potevamo credere che era vero o falso? Scrivevamo solo su un lato e lo ripetevamo ad alta voce. Certi eventi, avevo la sensazione, quando sono accaduti, quando si è saputo insomma che i genitori sono succubi di tale legge divina, o addirittura sono demoni e emissari di quel tale dio che fa sì che siano vere o false le cose, questi eventi insinuano il dubbio che i genitori non abbiano niente di rassicurante, e viene paura persino di dormire nei loro letti, quando questi eventi sono accaduti. E si insinua il dubbio secondario che tutti i genitori del mondo siano a quel punto di questo genere, se lo è stato uno, e allora ogni genitore è nemico dei propri figli, e ogni figlio si sentirà sicuro quando sarà da solo. Uno di quei giorni presi il mio letto, che era ancora stretto nella camera dei genitori, e cercai di trascinarlo verso la stanza dove dormiva mia sorella. Mio padre mi fermò e io non seppi che dire.</p>
<p>Quando un giorno, ripetuta messa della conoscenza e della fratellanza mia e di Giovanni – e chi potrebbe essere diventato mio fratello se non chi avesse la disposizione giusta per conoscere le cose insieme a me – e chiestici</p>
<p>“È vero? È vero?”</p>
<p>“È falso? È Falso?”</p>
<p>sentimmo una voce uscire dalla zanzariera. Una voce, dicevo, che fluiva dalla zanzariera e ci solleticava i timpani elastici e spugnosi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Non bisogna credere che è vero, bisogna solo credere che è necessario. Parlo per esperienza, bambini, dietro le palpebre io ho visto, e ho visto chiaramente. Uno che ha visto dice cose vere? Chissà. Eppure è importante che vi dica. Un giorno mi diedero il caso di un uomo il cui crimine era troppo grande per ricordarlo — non voglio certo passare il mio tempo a ricordare le violenze del mondo, anzi, meno ne ricordo e meglio sto — per questo il carcere era diventato la sua nuova casa, e poi la sua nuova abitudine, e poi la sua natura e quindi la sua vita. Ma sentirete quanto la storia diventi interessante, e allo stesso tempo come mi inizierà a tremare la voce e la mascella al ricordo.</p>
<p>Un giorno gli dissero</p>
<p>“Dì che sai di essere qui, in carne ed ossa”</p>
<p>e che in questo caso lo avrebbero liberato dalla prigione in cui stava da oltre quarant’anni, incappottato come un cacciatore di montagna e rifiutando persino le posate che gli offrivano.</p>
<p>Quando glielo dissero non si mosse dalla sedia, dove regnava composto con le braccia sulle ginocchia, col cappuccio severamente tirato giù, né tremò alla voce dei due secondini che gli avevano sussurrato all’orecchio l’affare</p>
<p>“Devi solo dire che sai di essere qui, in carne ed ossa”.</p>
<p>Pensò che era fatta e nella sua mente si fece luce.</p>
<p>Pensò “ora mi alzo da questa sedia e dico loro che so di essere qui in carne ed ossa: io conosco persino le cuciture del mio cappuccio quando mi cala sugli occhi e le ciocche dei miei capelli, quando vanno di qua per il vento e quando restano ferme se non c’è il vento, e conosco le stelle anche se non le vedo e le scritture e le leggi di ogni uomo e ciascuno dei prigionieri con me e il peccato di ciascuno e si può dire che io li giudichi con certezza”.</p>
<p>Ma la cosa gli parve immediatamente intollerabile.</p>
<p>Dire che sapeva, innanzitutto, cosa voleva dire? Non valeva la pena nemmeno pensarci, tanto era difficile. Allora, dato che i secondini non gli sembravano brillare certo per acutezza, pensò che forse era meglio dire loro che nel suo cervello c’era l’idea che lui era proprio lì, in carne ed ossa. Davanti al loro alito fresco, allora, doveva solo dimostrare che le persone hanno le idee, e poi di avere un cervello. Ma improvvisamente si ricordò della grandezza di quella prigione e del suo crimine, dei suoi corridoi pressoché infiniti, e come uno sparo gli venne in mente che il suo cervello, indubitabilmente presente, né lui, mai, né sua madre o suo padre lo avevano mai visto. Mai, mai e poi mai,</p>
<p>“Dopo tutta questa vita — disse cercando l’orecchio dei secondini, che avevano tutta l’aria di scrivere su un foglio — dopo tutto quest’essermi pensato, dopo tutto quest’essermi esaminato, spulciato e per così dire elencato. Dovrò spaccarmi il cranio per dimostrare che ho un cervello e in esso l’idea di essere qui in carne e ossa? In carne e ossa, poi, il colmo, pensò, poiché le mie ossa non le ho mai viste nemmeno una volta. Dovrei tagliarmi la pelle, e poi i muscoli?”.</p>
<p>Il tempo era passato, i mesi sono come un soffio per i secondini che scrivono e scrivono, e forse anche il termine mesi non vuol dire proprio niente in questi posti, perché ciascuna parola, lì, non corrisponde che ad altre parole senza oggetto. Si mise in piedi, camminò e pensò: se cammino devo avere le ossa. Cosa può fare un grande pezzo di pelle se no? Cosa potrei fare se fossi fatto solo di pelle? Sarei come una palpebra, una busta. A grandi distanze gli altri detenuti, dietro grandi mura mangiavano e rifacevano i propri letti, cacavano e si raccontavano barzellette. Come avrebbero fatto senza ossa? Pensò agli atlanti di anatomia illustrati che le zie gli mostravano da bambino: sotto la pelle di tutti gli esseri umani ci sono le ossa, ma perché dunque <em>anche </em>la mia? Perché dunque <em>anche </em>la mia? E se fossi fatto di plastica pensò? Se dentro di me delle fibre di plastica dessero forma al mio corpo?</p>
<p>Ormai il tempo non produceva più nuovi ricordi nella sua mente, poiché era vecchio e le sue giornate uguali e i suoi pensieri gli stessi. Si chiese allora se qualcuno l’avesse mai visto. E si disse: finalmente saranno i secondini, che mi guarderanno e mi confermeranno che mi hanno visto qui, in carne e ossa, saranno loro a liberarmi. Ma si ricordò della grandezza di quella prigione e del suo crimine, dei suoi corridoi pressoché infiniti e questa certezza si impossessò di lui come un colpo di fucile si impossessa del buco che produce in un petto. E si disse: “Ma se mi chiederanno se per caso io non sia qualcuno che, somigliandomi terribilmente in tutto, mi abbia sostituito questa notte nel letto, entrando con le sue scarpe uguali alle mie, quelli come faranno, con il sospetto che io non sono io, a dire che hanno visto proprio me?”.</p>
<p>Pensò a quanto siano folli le persone&#8230; Ognuno va a letto con la propria moglie o con il proprio marito, e la mattina è convinto che quella sia la stessa persona della sera prima. Ah, pensò, se chiedessi loro: tu dormivi, è così? E come fai a sapere che sia la stessa moglie di ieri? Come puoi saperlo ogni mattina? Come dici <em>io so</em> ogni mattina? E mentre diceva questo, tenendo stretto il polso di un secondino febbrilmente, e sentendolo incredibilmente duro nonostante con la mano continuasse a scrivere e a scrivere, pensò: anche lui non avrà che ossa di plastica? “Anche tu, gli disse, anche voi, stringendo sempre più il polso ora anche dell’altro come un ramo che non si piega, non siete più quelli che mi chiesero di dire che ero qui in carne ed ossa? Siamo sull’orlo di un fosso, la colpa ci percuote, la mannaia del giudizio ci cala sulla testa fin da quando sappiamo parlare”.</p>
<p>L’uomo, dicono, pronunciò queste e poche altre parole nella notte seguente, ma nel silenzio e nel deserto della cella, così nessuno sa esattamente cosa disse, prima di avere la libertà. Ecco come ebbe la libertà: del suo corpo e nient’altro, trasportato la mattina dopo prima della sveglia degli altri detenuti, in una sacca gialla, fuori, il suo corpo libero dalle parole, ora che non ne aveva più. Neanche sui bigliettini ormai i suoi occhi avrebbero riconosciuto le parole, e se avesse avuto davanti i vostri, di bigliettini. I suoi occhi non sarebbero più consci di uno specchio davanti al quale si pone un foglio scritto. Aveva la bocca ma non le parole! E allora le parole dove stanno? Nelle leggi? In cielo? In dio? Nei vostri padri e nelle vostre madri? Nelle loro parole?».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io smisi di stringere la mano di Giovanni, perché mi formicolavano le dita. Come un affogato che riemerge e vede il sole, ecco il gigantesco orologio alto nel cielo, illuminato da un alone luminoso, e quell’alone era la mia rabbia, la mia furia, la chiesa, tutto il paese si reggeva sulla mia grande rabbia, pensai, i formicai sotto di me, le piastrelle, le cantine, i palazzi diroccati, il campanile, i fiumi sotterranei, i movimenti geologici. E il campanile era così luminoso da infastidirmi gli occhi. Allora presi dallo sconcerto io e Giovanni, con una strana nebbia nel cervello — quella che di solito circonda le cose alte, i pensieri filosofici, il sole prima delle bufere — raggiungemmo la cabina elettrica e ognuno prese tre leve per ogni mano, e spegnemmo tutto insieme e finalmente, stanchi della luce, infastiditi dalla luce, per la prima volta, fu buio su tutto il paese, finalmente fu buio l’orologio. Fuggimmo, senza dire niente, come un branco di mosche.</p>
<p>“torniamo, prima che arrivino i nostri genitori”</p>
<p>“oggi non torneremo!”</p>
<p>“e poi?”</p>
<p>Ora la mia bocca sta da qualche parte su un letto, e noi siamo sull’orlo di un dirupo, siamo sempre più colpevoli e malati, sempre più colpevoli e rotti. Da quel giorno non baciai più mia madre né mio padre. E poi venne a piovere, e venne l’inverno, un inverno del cazzo.</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/felixmittermeier-4397258/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2036304">PayPal.me/FelixMittermeier</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2036304">Pixabay</a></p>
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		<title>Prima di morire</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Fausto Paolo Filograna </strong><br />
Stavo terminando di leggere le Ricerche filosofiche quando ci prendemmo la mamma malata e ce la portammo in casa]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-94980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/pexels-max-andrey-1197095.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di Max Andrey da Pexels</figcaption></figure>



<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna </strong></p>



<p>“Posso dubitare che questo colore si chiama “blu”? C’è forse solo un ordine per le mie parole, ed è questo. Quando stavo bene vorticavano nella mia testa senza forma. Ora Wittgenstein le ha messe così, o forse sono stato io. Non lo so più. Forse mi sono sbagliato, ma anche i miei errori ora hanno creato un sistema. E se qualcosa è sbagliato, be’.</p>



<p>Stavo terminando di leggere le <em>Ricerche filosofiche</em> quando ci prendemmo la mamma malata e ce la portammo in casa. Come ogni cosa importante furono i sogni ad anticipare questo fatto (o questa frase, non so ancora se fu un fatto o una frase la malattia di mia madre), e a seguirla: i fatti, quelli davvero importanti, si pensano poco o quasi niente; tuttavia li sogniamo di continuo e questa è la decadenza della mia e nostra memoria. Quasi per sbaglio, come si entra sbadatamente nella porta di casa propria senza guardare dentro, come non si fa caso alle chiavi che si tengono in mano (se si inciampa in una frase, in un mobile troppo vicino alla porta che si conosce troppo bene?) la andammo a prendere in macchina io e mia moglie. Come mi guardavano, ora, le <em>Ricerche filosofiche</em> in copertina sbiadita, poggiate sul cruscotto come terzo passeggero&#8230; Dovevo apparire ridicolo nella mia camicia sbottonata e sudata, a guardarmi da lì; non più ridicolo di chiunque altro, senz’altro, e poi… ero io quello? Con addosso una camicia di mio padre, per non aprire le valigie ancora chiuse dall&#8217;imminente trasloco di me e mia moglie nella nostra nuova casa.</p>



<p>Del viaggio di andata, dottore, non ricordo nulla, se non l’equilibrio dell’auto sulle corsie dell’autostrada. Non ricordo nemmeno chi guidasse, anche se so che ero io (io lo so, dico, senza pensarci ma con una certezza enorme, ma come posso esserne così sicuro, chi mi ha convinto, di chi è che mi sto fidando, Vergine Maria?).</p>



<p>Del viaggio di ritorno invece ricordo solo gli occhi liquidissimi, omerici e stampati di Wittgenstein sulla copertina delle <em>Ricerche</em> che mi guardavano dal cruscotto. Forse scrutavano mia madre sul sedile di dietro, e il suo viso che girato verso sinistra sul finestrino, anche nel moto apparente della macchina sembrava squadrare ogni problema di lato, conscia del fatto che tutto quel movimento e quella velocità non le costava nessuna fatica e non toccava nemmeno a lei mantenerla; e infine il silenzio di Caterina – gli occhi di Wittgenstein, dico, come due biglie in un acquario blu: il viaggio era lungo, e per questo, e per la sua intelligenza suprema e la sua importanza nella tradizione filosofica ecc&#8230; speravo che in essi si formulasse un’ipotesi sulla mamma, su chi fosse esattamente quella lì dietro dopo la malattia; eppure in essi non&nbsp; notai nulla, se non un contrasto indicibile con la primavera che faceva gesti di nascere intorno a noi, a due passi eppure così misteriosa nel suo involucro di gelo e fango. Ricordo nulla, in fondo. Nulla. Accucciato tra le mie mani sul volante, ferito e sano, conscio eppure stordito, dormiente e eccitato come un baco; guidavo, e l’essere dentro di me si sentiva come se fosse nella stiva di una nave, dondolato a sua insaputa nel mare calmo della malattia.</p>



<p>Così, giunti a metà di quella che ormai è solo la nebbia della mia geografia interiore, posso solo fare ipotesi sul luogo che attraversavamo, solo per darla a lei come un regalo in questo testo, e farla sentire seduta al centro del mio male, sulla polvere dell’asfalto; ipotesi basate sui terrapieni che nella nebbia facevano da confine dell’autostrada e sparivano come se a divaricarli fosse la nostra auto. Forse in tutto ciò la mamma parlò tutto il tempo, rendendomi tutto ancora più confuso di quanto non sembri, ma a me cosa importa&#8230; Il paesaggio attrae tutto, e ad esso si fonde anche il tono generico della gola della mamma a cui non badavo più, ma che ora attraversa le mie orecchie come un lamento troppo cristiano, cordiale, monastico, conventuale, ipocritamente vaticano, ovvero il suono che fanno le malattie quando sono percosse dal vento, una cosa italiana: sì, no, dicevano queste voci, sì e no insieme, nel loro tono falso e anfibio come quello dei giocattoli, fondendosi al suono maschio del carburatore e a quello della radio, che avevo acceso per pensare meglio alla sua nuova natura, mentre la sua voce risaliva i miei timpani come una colonna di formiche la mia verticale fisiologia. Oh Maria Vergine, più parlo della natura e più questa mi si confonde. Più parlo di lei (della mia mamma) <em>e </em>della natura e più queste mi si confondono insieme. <em>È questo </em>che mi angosciava, dottore. La mano della natura mi entrava dagli occhi e mi toccava i neuroni, e dalle orecchie invece mi entrava la mano della mamma e io, fior fiore dell&#8217;intelligencija italiana, le sentivo intrecciate nel cranio senza saperle distinguere. Perché due sono le mani, ma una sola è, per ora, la mia testa.</p>



<p><em>La primavera cresce e si prende la mamma</em>, pensai, attorcigliando il mio pensiero allo sciabordio delle ruote. La natura quasi primaverile che ci sfilava ai lati dell’autostrada. I terrapieni. I fiori dei pioppi predisposti alla diffusione.</p>



<p>Poi quando ci fermammo a lato, forse per un’urgenza, tutto il paesaggio si condensò nella mia mente e si concretizzò sul faccino di una volpe che vidi rintanata sopra un terrapieno, riparata nei cespugli a qualche metro di altezza da noi, scura e distante. Bella era, soprattutto perché non ne avevo mai vista una di giorno ma solo di notte. Avevo già letto che fossero piccole, ma quando lo vidi, be’. Dicevo, era accucciata e rivolta verso uno dei tanti cespugli sul lato destro dell’autostrada, con la schiena alta, arcuata come i denti di una forchetta e il faccino e il muso verso il cespuglio, timida ma al contempo incuriosita da qualcosa. Mentre la guardavo il suo piccolo sistema nervoso analizzava milioni di odori, guardava in un tenue bianco e nero un universo senza colpe, forse una cucciolata di gattini lasciati lì temporaneamente da una gatta randagia, e per lei piccoli e grandi fa differenza solo perché i piccoli sono più semplici, non certo perché sono innocenti, senza peccato, senza disordine. Sicuramente era lì dopo aver fatto qualche saltello, e infatti le sue zampe posteriori, rizzate più delle anteriori, erano ancora tese e esprimevano la danza e lo sforzo dei momenti prima. Solo un attimo, credo, si girò dalla mia parte, e ho visto le ciliegie degli occhi, anche se non ero io a interessarle, né noi della macchinata. Se no, avrebbe visto tre persone in macchina, tre poverini, fermi a lato per la quarta volta, nel bel sole del Norditalia, dottore. Uno sportello che si apre come la porta di un forno. Avrebbe visto una faccia che spunta in basso, non da un cespuglio ma dallo sportello di una macchina. L’avrebbe vista spalancare la bocca &#8211; e son sicuro che la bocca la riconoscerebbe perché gli occhi sono occhi dappertutto e significano viso, anima, anche per gli animali &#8211; spalancare la bocca e tirare una striscia di vomito in fuori con un piccolo urlo. Uno scoppio di fucile in lontananza. E poi lo sportello che si richiude. E poi la mamma rientrare. Nient’altro, di suo interesse; di ciò avrebbe capito ben poco, se non dei quattro merli, che prima ancora che ripartissimo si fiondarono sulla pozza di vomito lasciato dalla mia mamma, becchettandone i bordi, e iniziando a bisticciare tra loro mentre altri due arrivavano da lontano con lo sguardo appuntito, solleticando il suo interesse ancora in volo. Li vidi nel retrovisore. Il muso della volpe fece una U nel cielo per seguirli, tre o quattro volte quanti erano loro. Finché non dovettero volare via, e la volpe non lo so, che fine ha fatto. Forse il bordo strada era troppo anche per lei. Ciò avviene nel silenzio, nel paesaggio stepposo e verde scuro sopra la congrega degli uccelli, dove la nostra auto aveva impedito alla polvere di depositarsi per qualche momento; e a nulla serve aggiungere adesso il rumore di macchine (anche questo lo so, che c’era, ma come?), lasciamolo così. Senza niente.</p>



<p>Mi chiedo infine se quella piccola volpe avesse guardato la mia mamma, forse. Magari l’avrebbe guardata come si guarda il proprio fratello? Come si guarda l’unico ulteriore animale in un deserto di pietre? Volpe a volpe nella devastazione del mondo, o come i due ladroni in croce ultimi rimasti di questo mondo distrutto. Avrebbe notato quanto di germogliante, di erbaceo, di metabolico e di nutriente stava accadendo dentro di lei da tempo? No ripeto, non c’è dettaglio che ha senso aggiungere. Basta.</p>



<p>Com’è che puzzi di vomito, eh, ma’? Ho detto. Proprio ora che ti portiamo al Nord? È vero che la portavamo verso Nord. A te fa schifo il Nord. A te il Nord fa schifo <em>non</em> perché è il Nord, ma’. A te fa schifo il Nord perché tu vuoi morire a casa come la nonna. E lei poi è non è neanche morta a casa. E il tumore ce l’aveva al pancreas, lei. Altra roba. Altra riabilitazione. Sopravvivenza. Pensavo alla mamma prima, poi adesso. Ancora provo forte colpa, forte colpa per una frase che le dissi sicuramente, perché non l’ho mai dimenticata: anzi, ne ho dimenticato la forma, ma la sostanza era: che c’era tempo per vomitare a casa, quando non disturbava nessuno. Ma tu continui a fare di testa sua. Tu continui a fermare tutto. Se avessi saputo quanto avrei pensato in seguito non le avrei detto così, e se avessi saputo quante cose sporche avrei tenuto nella testa dopo l’avrei cominciata da allora a tenerla pulita, e forse è per questo che sogno spesso di bucarmi il cranio, e mi sa che l’ho bucato ed è da lì che parlo. Credo che, non so se prima o dopo, mi disse di fermarmi ancora perché voleva prendere il suo fazzoletto che era nel cofano. Proprio quello ti serve, eh? Dovetti dirle. Voleva il suo, quello col ricamo a uno degli angoli. Perché devi farmi arrabbiare già prima di arrivare, ma’? Almeno fai in fretta, ho detto. Almeno fai in fretta, ho detto. E ne ho approfittato per riposare il piede della frizione, è vero, l’ho detto a Caterina e lei mi ha detto: riposato? O forse non hai fatto in tempo, forse non c’è stato il tempo? No, certo, chiaro che se ci fosse traffico sarebbe un’altra storia. Ma sembra che siamo soli stamattina.</p>



<p>Pensavo ad Arturo Belano, in macchina nel romanzo di Roberto Bolaño. Lei dottore non lo sa di sicuro, ma neanch’io lo sapevo prima. Arturo Belano attraversava spavaldo il deserto Sonora per ritrovare una poetessa scomparsa, la famosa Cesárea Tinajero, che forse non era mai esistita, chissà, ma forse per questo era da ricostruire, come una funzione della mente che non si è mai avuta, o una lingua o un ponte su un fiume che non si è mai visto o una volpe scorta in una pietraia. La ricostruzione in quell’anima libresca che avevo letto pochi mesi prima, in questo brano, ecco, le faccio vedere dove ce l’ho scritto, sta qui, ecco, che dice con queste parole del suo ultimo viaggio che mi spiegano bene:</p>



<blockquote class="wp-block-quote td_quote_box td_box_center"><p><em>E quando fecero il nome di Cesárea io alzai gli occhi e li guardai come se li vedessi attraverso una tenda di garza, garza da ospedale per essere esatti e dissi non mi chiamate signore, chiamatemi, non mi ricordo come mi dovete chiamare</em></p></blockquote>



<p>e poi</p>



<blockquote class="wp-block-quote td_quote_box td_box_center"><p><em>&#8230;E come ci sono donne che vedono il futuro io vedo il passato, vedo il passato del mondo quando non ero morta ma per questo neanche viva, e vedo la schiena di questa donna che si allontana dal mio sogno, e le dico, dove vai, Cesárea? dove vai, Cesárea Tinajero…</em></p></blockquote>



<p>Così dal suo fazzoletto la vedevo nel retrovisore, mentre si puliva il naso, trasformata in un reticolo col fazzoletto tutto sulla faccia. A volte mi chiamava senza toglierselo dalla bocca, per poi dirmi niente. Hai chiamato, ma’? No no. E allora sono pazzo. Il mio stomaco è nel profondo di una stiva.</p>



<p>Ora mi chiedo solo: quand’è che hai smesso di accettare <em>qualunque</em> fazzoletto e hai ostinatamente voluto <em>il tuo</em>? Poi lo laviamo, ma’, anche se è il mio, anche se è quello di papà. Macché. Macché. Vuole il suo. A casa vomiterai. Ma quale casa? C’è una casa dove va bene se vomito? Dove si mettono i malati non troppo gravi e non troppo in salute? Il mio fazzoletto perché non voglio che mi si screpoli la pelle, fa ancora freddo mi pare che disse per farmi chiudere i finestrini – e altre cose, disse. Ma no, ma no, che dici, ma’, quale freddo, dissi.&nbsp; Si riparava col fazzoletto.</p>



<p>Qualche uccello lo vedemmo ancora, forse che andava verso la pozza da cui la mamma stava dando da mangiare ai merli. Forse avevamo fatto non più di due chilometri, ma una cosa che c’è, c’è ovunque tu sia. La mamma è un’altra cosa, mi sa. E poi la portammo come una cosa, come quel che rimane di una cosa perché mi pare che c’era altro dentro di lei, c’era qualcosa in qualcuno di cui mi sono accorto solo ora. Forse al termine del viaggio fu solo una donna visibile solo attraverso un fazzoletto per il naso.</p>



<p>Quella sera stette male e a me venne la febbre. Sognai le falene attorno a una luce spenta.</p>
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