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	<title>favole &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La favola del contadino di Pian di Venola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2015 22:41:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[favole]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Cornia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Sono un incolto, ma per sbaglio ogni tanto leggo. In una libreria di Milano &#8220;normale&#8221;, ho intravisto su di uno scaffale Quasi amore (Sellerio, 2001). Ho letto una frase. Era una di quelle frasi vietate nei romanzi, con diciannove incisi e subordinate a piede libero. Comprato. Poi ho letto Le pratiche del disgusto (Sellerio, 2007). [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Sono un incolto, ma per sbaglio ogni tanto leggo. In una libreria di Milano &#8220;normale&#8221;, ho intravisto su di uno scaffale <em>Quasi amore </em>(Sellerio, 2001). Ho letto una frase. Era una di quelle frasi vietate nei romanzi, con diciannove incisi e subordinate a piede libero. Comprato. Poi ho letto <em>Le pratiche del disgusto </em>(Sellerio, 2007). Poi gli ho rotto le scatole, e lui gentilmente mi ha mandato questo testo inedito, tratto da una serie intitolata <em>Favole per badanti e vecchi disgraziati</em>. a. i]</p>
<p>di <strong>Ugo Cornia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’era un contadino che era riuscito a andare in pensione e aveva smesso di coltivare i suoi campi. <span id="more-56778"></span>L’unica cosa che faceva era segare l’erba tre volte all’anno perché non diventasse troppo alta. Però non gli piaceva che i suoi campi fossero vuoti. Quindi in un campo che stava di fianco alla Porrettana ci aveva messo dei nanetti di quelli da giardino di gesso colorato, così la gente che passava in macchina poteva guardare i nanetti e annoiarsi meno mentre guidava. Però, visto che era uno di campagna, i nanetti non gli piacevano. Preferiva gli animali. Allora ha tolto i nanetti e ha messo nel suo campo degli animali di gesso colorato, e ci aveva messo un contadino di gesso, una mucca di gesso, un maiale, un cinghiale, un capriolo, una volpe, un cervo, una gallina, un tasso, un fagiano, una cornacchia tutti di gesso. E quindi il campo era diventato pieno di animali di gesso. Soltanto che un giorno mentre passeggiava ha visto un cinghiale e gli è venuta un’idea, allora è andato dal cinghiale e gli ha detto: ciao cinghiale, e il cinghiale gli ha detto: ciao contadino.</p>
<p>lavori in questo periodo?</p>
<p>no, sono rimasto disoccupato;</p>
<p>hai voglia di venire in un mio campo a far finta di essere un cinghiale di gesso?</p>
<p>Quanto si prende?</p>
<p>200 euro al mese più vitto e alloggio gratis. Però devi fare un corso per imparare a stare fermissimo e a fare la statua</p>
<p>va bene, vengo</p>
<p>lo conosci un cervo?</p>
<p>Si</p>
<p>Mi porti dal cervo che vorrei assumere anche un cervo?</p>
<p>Va bene</p>
<p>Allora vanno dal cervo, gli spiegano, e anche il cervo stava per finirgli la cassa integrazione e accetta, così vanno anche da un capriolo, che accetta anche lui, poi trovano un serpente, una mucca, un maiale, un tasso, una volpe, eccetera. Poi il contadino gli ha detto: adesso venite tutti a casa mia che io vado a Bologna, in strada maggiore, a trovare uno di quei tipi che fanno finta di essere delle statue e gli chiedo se viene a insegnarvi. E così aveva fatto. E anche l’uomo statua gli aveva chiesto:</p>
<p>quanto si prende?</p>
<p>400 euro più vitto e alloggio</p>
<p>va bene</p>
<p>Così dopo un mese era tutto pronto, e se passavi in macchina dalla Porrettana e guardavi ti sembrava che nel campo ci fosse un cinghiale di gesso, e una mucca di gesso, e una volpe di gesso e un cervo di gesso e così via, e invece erano tutti animali vivi che stavano fermissimi, respiravano pianissimo e avevano imparato a resistere anche al prurito per ore, si grattavano soltanto di notte, quando andavano a dormire a casa dal contadino, che anche lui stava tutto il giorno nel campo a fare finta di esser di gesso.</p>
<p>Soltanto che un giorno vicino a quel prato è passato un lupo, è arrivato lì vicino e un bel momento ha detto:</p>
<p>siete tutti animali di gesso?</p>
<p>E loro gli hanno detto:</p>
<p>no, siamo tutti animali veri, però abbiamo fatto un corso e facciamo finta di esser di gesso</p>
<p>E allora il contadino, che già da giorni pensava che un lupo ci mancava proprio gli ha detto:</p>
<p>ma tu lavori o sei disoccupato?</p>
<p>No, sono disoccupato</p>
<p>Vuoi venire a fare il lupo di gesso con noi?</p>
<p>Quanto si prende?</p>
<p>200 euro al mese più vitto e alloggio. Però devi fare un corso per imparare</p>
<p>va bene accetto</p>
<p>Allora il lupo ha fatto il corso e ha imparato anche lui a far finta di essere un lupo di gesso e il contadino l’aveva messo tra la mucca e il cinghiale. E il lupo stava fermissimo, respirava pianissimo, teneva sempre la coda ferma nello stesso posto però a star sempre di fianco alla mucca gli veniva una fame bestiale, infatti se uno l’avesse guardato da vicino vedeva che dalla bocca gli scendeva un filino di saliva di continuo perché aveva sempre l’acquolina in bocca; e il lupo si diceva: vacca boia che fame, vacca boia che fame, bisogna che resista. E resisti un giorno, resisti due giorni, resisti tre giorni, però il quarto giorno ha iniziato a tremare per quattro secondi e poi è saltato addosso alla mucca e l’ha sbranata in un minuto. E il contadino di colpo ha smesso di fare il contadino di gesso, è andato lì e gli ha detto: tu sei licenziato, va via. E il lupo diceva: ti prego, è stato un attimo di distrazione, ma non lo faccio più, non licenziarmi, ti prego. Ma il contadino gli ha detto: va via, e non farti più vedere. E allora il lupo, che piangeva fortissimo, se n’è andato.</p>
<p>E nel frattempo la gente che passava in macchina sulla Porrettana aveva visto che si muovevano e si era detta: allora non sono di gesso, son vivi e fan finta di esser di gesso, e qualcuno era uscito di strada e era morto nell’incidente.</p>
<p>Poi però il contadino è andato a cercare una nuova mucca, l’ha assunta, le ha fatto fare il corso e dopo un mese era tutto di nuovo perfetto, con tutti gli animali che facevano finta di esser di gesso. E al contadino era passata la rabbia, era di nuovo contento. E infatti dopo un mese ripassa di lì il lupo, che era diventato molto magro perché non aveva trovato più da lavorare, e va dal contadino e gli dice:</p>
<p>ti prego, riassumimi, ti giuro che non mangio più nessuna mucca</p>
<p>allora il contadino, che era buono e gli era passata la rabbia, decide di riassumere il lupo e stavolta lo mette in mezzo tra la volpe e il cinghiale, il lupo voleva essere bravissimo, e stava fermissimo a fare il lupo di gesso. E il contadino il primo giorno lo teneva d’occhio, e guardava se per caso gli scendeva dalla bocca un filino di bava, ma il lupo era bravissimo. Però, passa due giorni, passa tre giorni, a un certo punto al lupo gli è tornata fame, e diceva che fame che c’ho, devo resistere, devo resistere, e resisti un giorno, resisti un altro giorno, al decimo giorno il lupo ha detto: che fame, non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio più, e ha sbranato il cinghiale. E il contadino gli ha detto: ti licenzio, questa volta ti licenzio per sempre.</p>
<p>Poi il giorno dopo ha comprato un lupo di gesso, che era proprio una statua. E il lupo vero, quando ha visto che il contadino aveva comprato un lupo di gesso, si è buttato giù da una rupe e è morto.</p>
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		<title>una nonna narratrice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[barbera editore]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
		<category><![CDATA[favole]]></category>
		<category><![CDATA[flow]]></category>
		<category><![CDATA[raccontare]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Palandri Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-40708" title="fairytales" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales-300x281.jpg" alt="" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales.jpg 399w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono quindi semplicemente bugie: da Omero a oggi, attraverso miti e leggende, poemi e romanzi, gli autori non hanno fatto altro che raccontare delle storie. Perché dobbiamo inventare quando possiamo dire la verità? Non riusciamo neppure a vivere tutto quello che vorremmo e perdiamo tempo a scrivere e leggere romanzi! Perché aggiungere al mondo reale un mondo immaginario?<br />
<span id="more-40706"></span><br />
Nella mia infanzia una nonna raccontava a me e i miei fratelli le vicende familiari, e ne faceva dei miti. Un ante- nato, nella prima metà dell’Ottocento, aveva un’amante e le aveva comprato una casa in Barbaria de le Tole. Era così geloso che aveva comprato anche tutte le case attorno per tenerle vuote, in modo che nessuno la vedesse. Op- pure c’era la zia Alice, zia non saprei dire di chi, ma credo venisse dalla parte greco-ortodossa della mia famiglia ma- terna, che si era sposata a sedici anni e quando le aveva- no chiesto se era contenta aveva risposto: «Io faccio tutto quello che mi dicono mamma e papà». Poi nella notte era scappata in vestaglia per le strade di Venezia, era tornata dai genitori dicendo stupefatta: «Mio marito è diventato matto! Non potete immaginare cosa vuol fare&#8230;». Un altro parente, sempre nel XIX secolo, era stato spedito in India perché aveva la sifilide, non perché sperassero in un rimedio, piuttosto per toglierselo dai piedi. Poi ce n’era uno con un naso rosso ed enorme, bruttissimo, che credo fosse finito ad abitare su una panchina e così via, racconti infiniti. Storie che ci apparivano tutte meravigliose, un bel fiume vivace, abitato e fecondo. Questa nonna era del 1899 e immagino che il gusto del raccontare le fosse venuto a sua volta da qualche nonna o zio. Sia lei che mio nonno avevano origini illustri, ma le famiglie erano molto decadute nella generazione precedente alla loro e raccontavano quindi declassando tutti i parenti, per ridicolizzarli e lenire la malinconia del declino. Mia nonna si vantava, ed è importante per quello che si vuole qui sotto- lineare, del fatto che i quattro membri della sua famiglia (altri sette fratelli erano morti di varie epidemie, cosa non eccezionale in quegli anni), fossero nati in quattro nazioni diverse, pur essendo nati nel raggio di pochi chilometri. Montenegro, Italia, Austria e Croazia. Lei era di Susak e aveva sposato un greco ortodosso, mio nonno Giovanni Petrovich, che aveva una nonna Licudis, pronipote a sua volta di un istitutore di Pietro il Grande che era stato in- viato a Venezia per perorare un’alleanza della Serenissima in una guerra contro i turchi. Tra i nomi dei nostri pa- renti da parte di madre c’erano tanti slavi, austriaci e altri mitteleuropei, com’era frequentissimo a Venezia. Iechlin, Dekleva, oltre ai Licudis, che intrecciavano una rete fa- miliare che contraddiceva già nei cognomi l’irredentismo italiano. Alcuni si nascosero, diventando nazionalisti italiani, cioè fascisti, mentre altri restarono fedeli alla loro identità frammentata dagli eventi, e quindi antinazionalisti, partigiani e antifascisti. Suo padre era stato addirittura sorteggiato per l’attentato a Francesco Giuseppe, mentre erano profughi nelle Marche, ma i compagni lo avevano risparmiato perché aveva già due figli ed era quindi partito al suo posto Guglielmo Oberdan. Queste storie sono sempre restate con me. Cos’erano per lei e cosa sono per me? Erano vere? Non credo, o certamente non del tutto. Perché a mia nonna piaceva raccontare e quindi faceva qualcosa di diverso dal tentare di dire la verità. Del resto cosa significa dire la verità a bambini tra i tre e i dieci anni? C’erano senz’altro elementi pedagogici e censure sugli eventi sessuali, che mi si sono chiariti negli anni successivi, ma soprattutto c’era moltissima invenzione romanzesca. Le cose si sviluppa- vano, si rivelavano, ritornavano a personaggi minori per farli crescere in una nuovo capitolo della storia.</p>
<p>C’erano due vene nel suo narrare: una era l’amore che si porta ai discendenti, l’altra il piacere di toccare i punti sensibili della sua biografia, sia quella individuale che quella collettiva, che doveva aver contato molto per lei negli anni del fascismo, a causa delle lacerazioni cui si accennava che divideva i parenti in fascisti e partigiani, e usare l’ambito familiare o parafamiliare per mescolare un po’ le due cose e spingerle verso un orizzonte allegro e fantastico. Il conflitto tra multiculturalismo e nazionalismo è stato drammatico nell’Impero austroungarico, in cui lei era nata, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Per questa ragione è interessante come nel racconto l’esperienza tragica di famiglie divise e contrapposte da guerre e politiche xenofobe si mescolasse al piacere del cosmopolitismo. Nella sua idea di famiglia entravano tutti i personaggi rilevanti della sua infanzia: includeva i domestici e i vicini di casa, i commercianti con cui si avevano rapporti regolari, insomma tutte le persone che umanamente partecipavano di un paesaggio vissuto personalmente, non attraverso i giornali o le istituzioni, e lei li raccontava per sentirli ancora vicini a sé. Per me che ascoltavo, queste figure arrivavano già fissate in una loro dimensione narrati- va che ovviamente mia nonna, che non faceva della storia ma raccontava delle storie, aveva modellato, ingrandito stilisticamente per catturare la nostra attenzione. Così il prozio geloso dell’amante poggiava su un tipo letterario di vecchio ricco e geloso, un Pantalone, la zia Alice sulla giovane ingenua, il sifilitico su qualcosa di vagamente comico e disgraziato, un Arlecchino. Così come nei ricordi di Tolstoj, di cui infatti era una grande lettrice, l’infanzia di Jasnaja Polyana appare un mondo completo, forgiato dalla poesia dell’immaginazione infantile.</p>
<p>Il secondo aspetto, l’amare i figli e i discendenti, era decisivo perché spingeva la creazione in una direzione evolutiva che si risolveva nel futuro. Diciamo che dava un lieto fine, e il lieto fine è la vita degli altri, in questo caso quei particolari altri che erano i suoi discendenti. Oggi mi è evidente, se considero da adulto quelle storie insieme a quello che so dell’epoca in cui lei ha vissuto, quanto lei trasformasse il materiale di cui parlava in una vita che valeva la pena aver vissuto, e che valeva la pena vivere ancora. Due guerre mondiali, la morte di sette fratelli, continue fughe da una parte all’altra di qualche confine, anni di disoccupazione, rovina economica di genitori e nonni e soprattutto gli effetti devastanti dei nazionalismi italiani, austriaci e slavi, nella zona in cui lei era cresciuta. C’era, è chiaro, tutta un’altra biografia, molto più drammatica, che io conosco non dal suo racconto ma dalla storia. Suo fratello era stato un tipico fascista di una zona di confine. Era un ufficiale dell’esercito e irredentista, ma aveva sposato una slovena il cui fratello era invece partigiano con i titini, e tra galere italiane e slave, figli da tirar su, foibe e altri ammazzamenti, la vita reale aveva continuamente contraddetto l’esperienza politica soggettiva, per loro come per tante famiglie. I cugini sloveni e italiani erano cresciuti insieme e si erano voluti bene, a volte molto bene, con amori che erano entrati a loro volta nelle leggende familiari, sebbene i padri fossero schierati su fronti opposti della guerra. I giovani erano Giuliette e Romeo che in quella zona avevano reso inaccettabile la politica.</p>
<p>Raccontare storie era per mia nonna tentare di ricucire insieme un materiale frammentario e contraddittorio attraverso un amore per i bambini che l’ascoltavano che era amore del futuro, del loro futuro.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-40707 aligncenter" title="Flow cover" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover.jpg 410w" sizes="(max-width: 202px) 100vw, 202px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Enrico Palandri, <em>Flow</em>, Barbera (2011), pp. 96, 12 eu.</strong></p>
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		<title>Troie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2010 06:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[favole]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Soda Star]]></category>
		<category><![CDATA[troie]]></category>
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					<description><![CDATA[Alcune favole di un certo tipo di Sergio Soda Star LA BIDELLA TROIA C’era una volta una bidella lombarda che a causa di alcune molestie che aveva subito durante l’infanzia da parte del nonno materno era diventata una troia e la sua vita era sempre alla ricerca del membro maschile. Le sue giornate erano tutte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/troia.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/troia.jpg" alt="" title="troia" width="398" height="201" class="alignnone size-full wp-image-34587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/troia.jpg 398w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/troia-300x151.jpg 300w" sizes="(max-width: 398px) 100vw, 398px" /></a><br />
<strong>Alcune favole di un certo tipo</strong><br />
di <strong>Sergio Soda Star</strong></p>
<p><strong>LA BIDELLA TROIA</strong><br />
C’era una volta una bidella lombarda che a causa di alcune molestie che aveva subito durante l’infanzia da parte del nonno materno era diventata una troia e la sua vita era sempre alla ricerca del membro maschile. Le sue giornate erano tutte piene di messaggi sessuali sia ai ragazzi della scuola che ad alcuni insegnanti. Per esempio un professore molto educatamente chiedeva se poteva passare perché lei aveva appena pulito, e lei rispondeva non si preoccupi prof a me piace molto scopare e posso farlo sempre. Oppure un ragazzo comprava da lei una panino con la salamella e lei diceva anche a me piacciono molto le salamelle ecc. Addirittura si permetteva questi doppi sensi anche col preside che però essendo calabrese non li capiva.<br />
Questa favola ci fa capire che quando una persona pensa sempre alla stessa cosa poi non riesce a non mandare quel messaggio a chiunque, e che lo psicologo Freud che ha scoperto queste cose aveva sicuramente ragione.<br />
<span id="more-34586"></span><br />
<strong>LA PRESIDE TROIA</strong><br />
C’era una volta una preside di 46 anni che grazie ad alcune operazioni era ancora bonissima e aveva ottenuta la sua presidenza grazie al suo sexy appil facendo eccitare il direttore provinciale di un csa. Questa donna era molto vogliosa e lanciava provocazioni sessuali sia agli alunni che agli insegnanti e anche al personale ata, e l’unica persona con cui non aveva successo era il professor Mettiri che purtroppo essendo omosessuale voleva fare il suo dovere senza cedere ai suoi ricatti. Un giorno questa preside lo convocò in presidenza fingendo di dovergli parlare di alcuni progetti culturali sugli ebrei e il professore ci cascò, ma quando entrò nella stanza trovò la preside che si sistemava il reggiseno chiaramente volendo provocarlo. Lui, in un primo momento, disse alla preside che stava facendo facendosi rosso ma quando lei provò a prenderlo in bocca cercò di scappare non riuscendoci perché la porta era stata chiusa a chiave dalla segretaria. Il professore era sconvolto e dovette confessare la sua omosessualità alla preside e il dirigente scolastico allora capì che non c’era veramente niente da fare perché era dell’altra sponda. Sicuramente si arrese ma prima lo insultò dicendo che era un ricchione di merda e che però lo faceva rimanere nell’istituto senza licenziarlo, e lui la ringraziò per aver capito la situazione ma che purtroppo non era colpa sua ma della natura. Questa favola ci fa capire che dicendo la verità possiamo essere più compresi dagli altri e che non serve mentire, ma che in una società schifosa come questa anche un semplice omosessuale può diventare vittima di un sistema che non lo rispetta e lo emargina.</p>
<p><strong>LA GIORNALISTA TROIA</strong><br />
C’era una volta una giornalista che svolgeva il suo lavoro con grande professionalità. Lei non inventava le notizie e non era lecchina con i politici e se doveva intervistare un politico veramente gli faceva le domande e non le domande concordate col politico. A causa di questo professionismo aveva attirata l’invidia delle colleghe la quale non la sopportavano anche perché era molto bona. Il suo tallone d’Achille infatti era la sua troiaggine che la portava ad avere molti rapporti sessuali con i colleghi maschi e con le persone che intervistava e chiaramente essendo molto disponibile faceva carriera e questo non andava giù. Un giorno fu convocata in ufficio dal suo direttore, un ex extraparlamentare di sinistra col vizio dei videopoker che gli disse che doveva smettere di avere i rapporti sessuali con le persone che intervistava perché questo non era professionale e le attirava molte invidie. Lei capì che questo discorso era fatto in buona fede e accettò il consiglio volendo però provare per l’ultima volta il rapporto orale col direttore. Questa favola ci fa capire che in una società schifosa come questa anche un semplice consiglio può salvare una persona, ma che bisogna sempre seguire il proprio istinto se questo ci fa stare bene.</p>
<p><strong>LA FARMACISTA TROIA</strong><br />
C’era una volta una farmacista che non aveva la minima idea del suo lavoro essendo diventata farmacista avendo rapporti con i professori universitari e poi anche con il capo dell’ordine dei farmacisti di Caserta. Era un personaggio di uno squallore unico ma fortunatamente per lei era molto bona e sfruttava il suo sexy appeal, infatti aveva la quinta di reggiseno e il sedere che non entrava nei jeans, e questo faceva impazzire tutte le persone che entravano in contatto con lei. Purtroppo però il lavoro in farmacia era un disastro un po’ perché era sempre sul retro ad avere i rapporti un po’ perché essendo ignorante dava le medicine sbagliate creando notevoli difficoltà soprattutto ai vecchi. Le donne di Maddaloni (CE) erano stanche di vedere i mariti che con la scusa di andare a comprare i medicinali andavano a guardare quella farmacista per poi fare i commenti fuori al bar con gli altri vecchi, e allora pensarono di farla minacciare da un esponente del clan Schiavone. Questo esponente un giorno con due suoi amici entrarono in farmacia e violentarono per circa un’ora e mezza la farmacista che capì il suo errore e che doveva vestirsi diversamente smettendola con le provocazioni. Questa favola ci fa capire che in certe realtà bisogna stare attenti al proprio comportamento e che in una società schifosa come questa basta una semplice segnalazione ad un esponente di un clan per risolvere un proprio problema dando una lezione a chi sbaglia anche se illegalmente.</p>
<p><strong>L’OSTETRICA TROIA</strong><br />
C’era una volta un’ostetrica che si lamentava continuamente del suo lavoro in cui vedeva molti organi femminili e quasi mai quelli maschili che a lei interessavano, anche se una collega gli faceva notare che era normale. Lei diceva che era assurdo vedere tutti quegli organi femminili e mai quella controparte che interessava a lei mentre era costretta continuamente a toccare le parti intime delle donne senza provare alcun piacere. Un giorno la sua collega gli fece un discorso molto particolare in cui spiegava che non esistono solo gli uomini ma che si può provare piacere anche con le donne. Purtroppo questo auting creò molti problemi perché invece di quel rapporto dovevano stare tutt’e due in sala parto dove purtroppo erano state sostituite all’ultimo momento da due infermiere illegali dello sri lanka che non capivano una parola di italiano e non avevano mai visto una vagina (tranne la loro), e infatti il dottor Mettiri dopo quel fatto le convocò nel suo studio dicendogli che erano due puttane.<br />
Questa favola ci fa capire che la sessualità non è sempre normale e che in una società schifosa come questa non si ha lo spazio per viverla e per esercitare correttamente la propria professione, soprattutto se si è gay.</p>
<p><strong>LA BRIGATISTA TROIA</strong><br />
C’era una volta nel 1980 un personaggio di uno squallore unico. Questa donna per certi suoi problemi personali pensava per forza che doveva diventare qualcuno ma il problema è che non sapeva fare niente tranne i rapporti orali. Questa cosa però non bastava alla sua personalità vogliosa e allora lei essendo arrabbiata con tutti decise di diventare terrorista. All’inizio era talmente confusa che pensava che i nar erano di sinistra poi fortunatamente all’università durante i rapporti nell’aula occupata conoscé un lider universitario che le spiegò le differenze politiche e cosa doveva fare per diventare famosa al di là dei rapporti orali. Lei allora riuscì ad entrare nelle brigate rosse dove però a causa della sua personalità fu messa dietro una scrivania e spesso era costretta dai vari rivoluzionari a fare sesso mentre scriveva i comunicati. Nel 1983 purtroppo fu arrestata in un covo della colonna milanese a lambrate mentre masturbava un finto agente di commercio di como. Questa favola ci fa capire che spesso vogliamo delle cose che non possiamo avere e che in una società schifosa come quella un giovane qualunque poteva avere la sfortuna di entrare nella lotta armata rovinandosi la vita.</p>
<p><strong>L’IMPIEGATA DI BANCA TROIA</strong><br />
C’era una volta un’impiegata di banca. Questa impiegata lavorava in una banca molto buona che però era stata convolta in uno scandalo dove avevano prelevato dei soldi a dei correntisti senza dirglielo. Fortunatamente la magistratura se ne era accorta e allora la banca aveva mandato un modulo per riavere i soldi che poi comunque alla fine non aveva restituito, infatti nel modulo c’era scritto piccolissimo che in ogni caso i soldi non sarebbero stati recuperati in nessun modo. Gli impiegati avevano capito che la loro collega era una troia e allora se ne approfittavano invitandola spesso a uscire per farsela fino a quando un giorno fu licenziata proprio perché aveva venduto pochi prodotti finanziari essendo impegnata in una squallida orgia a casa di un imprenditore che in banca aveva 22 milioni di euro e col direttore si dava del tu.</p>
<p><strong>IL DIRETTORE DELLA GIORNALISTA TROIA</strong><br />
C’era una volta un direttore della giornalista troia. Questo direttore aveva avuto una vita eccezionale in cui aveva fatto il 68 il 77 e tutti i movimenti di quelle epoche e poi si era iscritto ai socialisti fino a tangentopoli. Quel movimento culturale per lui fu un grave danno e fu allora che cominciò ad appassionarsi ai giochi di carte che poi lo condussero al videopoker. Lui aveva capito che anche se si fondava un giornale di sinistra si potevano prendere i soldi statali, e attraverso il giornale si potevano procurare molti rapporti con le giornaliste praticanti alla quale si dava l’opportunità di fare pratica. Lui chiaramente ci metteva la sua grande esperienza per dare un taglio al giornale. Un giorno purtroppo però dovette andare in tribunale perché c’era un’intercettazione dove lui spiegava a un suo collega la sua linea editoriale e un rapporto orale che gli aveva fatto l’ultima arrivata al giornale il giorno prima.<br />
Questa favola ci fa capire che bisogna stare sempre attenti a non mischiare il lavoro con i sentimenti, e che i soldi pubblici sono sempre i più richiesti soprattutto per le attività culturali.</p>
<p><strong>LA COMMESSA IKEA TROIA</strong><br />
C’era una volta una commessa IKEA che era una troia. Questo non era un problema perché molte sue colleghe lo erano e anche molte sue coetanee. La sua particolarità era che lei con i suoi colleghi oltre ad avere dei rapporti sessuali bestiali dietro quegli scaffali con i mobili, giocava tutt’il giorno con quei nomi dei prodotti IKEA che però loro trasformavano sessualmente. Per esempio lei diceva gianni è ancora disponibile CHIAVAMMT, oppure c’è ancora BOKKIN, la scarpiera? E la loro giornata lavorativa trascorreva così, essendo poco produttivi. Un giorno però il direttore svedese disse al direttore di reparto di rimproverarli. Quest’uomo che era un pugliese di un’ignoranza incredibile gli fece un discorso molto particolare ma a base di minacce.<br />
Questa favola insegna che sul posto di lavoro bisogna essere seri, e che anche se si è appassionati di sessualità non è che la si può viverla in ogni circostanza.</p>
<p><strong>LA FIGLIA DELLA PRESIDE TROIA TROIA</strong><br />
C’era una volta la figlia della preside troia. Questa figlia aveva grossi problemi psicologici perché era cresciuta in una famiglia senza valori in cui la madre faceva i rapporti orali a scuola e il padre aspettava che andavano tutti a dormire per vedere dei film per adulti. Questo tipo di ambiente le aveva creato dei problemi d’identità e una voglia sessuale al di sopra della media. Una volta andò da uno psicanalista molto bravo che le fece capire che lei aveva quei problemi per un problema d’identificazione colla madre e perché sperava inconsciamente col suo comportamento di rendersi accettabile la figura paterna che aveva come unico interesse la pornografia bizzarre. Lei effettivamente fu d’accordo ma queste parole la eccitarono e infatti subito offrì il rapporto orale al dottore che dopo alcuni istanti di dubbio accettò non facendola pagare alla fine.<br />
Questa favola ci fa capire che la sessualità e l’identità sono molto collegate, e che crescere in certi ambienti familiari può creare sofferenze difficilmente superabili anche con l’aiuto di uno bravo psicologo.</p>
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