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	<title>fazi editore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’ultima estate autunnale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Sep 2017 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cesarina Vighy]]></category>
		<category><![CDATA[epistolario]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultima estate e altri scritti]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Vincenzo Mengaldo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Come diceva Charlot, la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia.  Appena pubblicato da Fazi Editore, con prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo, “L’ultima estate e altri scritti” di Cesarina Vighy è un libro sorprendente, e non solo perché è composto da un romanzo, un epistolario, una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><i><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69724" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Lultima-estate-e-altri-scritti-cover-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Lultima-estate-e-altri-scritti-cover-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Lultima-estate-e-altri-scritti-cover.jpg 350w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />Come diceva Charlot, la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia. </i></p>
<p>Appena pubblicato da Fazi Editore, con prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo, “L’ultima estate e altri scritti” di Cesarina Vighy è un libro sorprendente, e non solo perché è composto da un romanzo, un epistolario, una raccolta poetica e un abbozzo di pittoresca narrazione incompiuta, ma anche e soprattutto per la forte e vividissima capacità d’introspezione, per l’ironia e il coinvolgimento sentimentale che si porta dietro.<br />
Non si può non empatizzare, infatti, con la suprema protagonista, una donna ormai molto vecchia, col corpo tristemente brutalizzato da un’atroce malattia degenerativa, ma la mente lucidissima, affilata e tagliente da far invidia alle nostre intere generazioni di nativi digitali. <span id="more-69723"></span><br />
Ha un sapore autunnale, questo libro, frammisto di ricordi e di nostalgie, che tanto somigliano alle foglie ingiallite, bagnate dalla pioggia e forse anche dalle lacrime, che si è soliti ammucchiare ai lati, lungo i vialoni alberati della memoria umana.<br />
La signora Z. (“anche se il suo nome è Amelia, detta Pucci”, come ci ricorda la voce in corsivo, che gioca il doppio col cosiddetto io narrante nel presentare al lettore questo stream of conscoiusness di fine vita) ha avuto quel che si suole definire un&#8217;esistenza piena, intensa, costellata &#8211; come quella di quasi tutti, del resto &#8211; di grandi gioie e dolori; e sempre ha conservato intatta una capacità critica testarda e volitiva, che la fa sembrare talora anche inacidita, rancida persino, che potrebbe farla apparire come una vecchia “trombona” annoiata e incattivita col mondo e con se stessa, ma che &#8211; a ben vedere &#8211; si svela essere la quintessenza di quello spirito luminoso, eternamente giovane, eternamente ribelle, insofferente ai dogmi, riluttante alle regole, oltraggiosa coi canoni prestabiliti, insomma il più vero e autentico “spirito libero” che è il valore proprio della natura umana, e che anche i più pusillanimi, infondo, in cuor loro, vorrebbero essere in grado di tirar fuori, almeno per un breve anelito di vitalità.</p>
<p><i>E perché due nature così diverse, una semplice, in rilievo, ribaldamente in vista, l’altra segreta, buia, la parte concava di un calco, cercano l’una dall’altra il piacere a caso, complementari ma opposte? </i></p>
<p>Molto importante in tutto il testo, insieme a un linguaggio forbito, sperimentale e controllassimo, lo stolido filo conduttore di stile e materia risulta essere il tema del doppio, del rovescio: l’amore e l’odio, la giovinezza e la vecchiaia, la salute e la malattia, e ancora la rassegnazione e la voglia di lottare, la libertà e la schiavitù, la fede e l’ateismo…<br />
E chi volesse leggere il romanzo tutto d’un fiato, sperando invano di trovare la risposta giusta, beh, temo potrebbe restare deluso. Cesarina Vighy, col suo limpido acume e la sua sincera sapienza, ci racconta proprio l’impossibilità di rintracciare il bandolo della matassa esistenziale, l’impraticabilità dello scioglimento di ogni costrutto fisiologico e intellettuale, nel bene o nel male, ammesso che qualcosa di simile esista.</p>
<p><i>Terremo solo un pezzetto di dubbio, magari nascosto in fondo in fondo a un cassetto, per ricordarci sempre che niente è certo. </i></p>
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		<title>(Le nostre) Nuvole di fango</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/07/24/le-nostre-nuvole-fango/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2017 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bronze Book Owl]]></category>
		<category><![CDATA[esordi]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Inge Schilperoord]]></category>
		<category><![CDATA[Nuvole di fango]]></category>
		<category><![CDATA[pedifilia]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Musilli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Nabokov ci aveva già avvertiti, con la sua incredibile Lolita: leggere e soprattuto descrivere l’attrazione erotica irrefrenabile nei confronti di un giovanissimo essere umano, non è certo cosa semplice. Non è cosa semplice, a maggior ragione, se l’età dell’oggetto (soggetto) d’amore &#8211; o, diremmo, d’ossessione &#8211; diminuisce ancora, fino a sfiorare solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69124" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/nuvole-fango-light-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/nuvole-fango-light-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/nuvole-fango-light-768x1168.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/nuvole-fango-light-673x1024.jpg 673w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/nuvole-fango-light.jpg 1654w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />Nabokov ci aveva già avvertiti, con la sua incredibile <i>Lolita</i>: leggere e soprattuto descrivere l’attrazione erotica irrefrenabile nei confronti di un giovanissimo essere umano, non è certo cosa semplice.</p>
<p>Non è cosa semplice, a maggior ragione, se l’età dell’oggetto (soggetto) d’amore &#8211; o, diremmo, d’ossessione &#8211; diminuisce ancora, fino a sfiorare solo in maniera contingentale la pubertà.</p>
<p>Non è cosa semplice, ancora, fare tutto questo con un primo libro, un’iniziale prova letteraria. Forse, addirittura, con “Un esordio straordinario”, come lo definisce The Telegraph.<br />
Inge Schilperoord, psicologa forense olandese, classe 1973, nel 2015 ha vinto il Bronze Book Owl come miglior debutto dell’anno proprio con <i>Nuvole di fango</i>, oggi pubblicato in Italia da Fazi Editore, con la traduzione di Stefano Musilli. <span id="more-69123"></span></p>
<p>Ci troviamo davanti a un libro, quindi, molto complesso: un racconto tutto esclusivamente orientato dalla parte del narratore, un giovane uomo appena uscito di galera, accusato &#8211; a giusta ragione &#8211; di aver commesso uno dei crimini più raccapriccianti che siamo oggi immaginati a pensare: aver abusato sessualmente di una bambina. Eppure, ciononostante, il lettore non riesce a non fraternizzare con lui: non dico simpatizzare, sarebbe eccessivo. Ma certamente la propensione all’indagine psicologica dimostrata dall’autrice, suffragata dall’esperienza diretta che le deriva dalla sua professione, ma anche da una squisita e finissima sensibilità umana, fa procedere il lettore di pagina in pagina senza indugiare per un solo momento sull’istinto più immediato, che più banalmente sarebbe quello della semplice condanna.</p>
<p>Così, assistiamo al dramma interiore del protagonista, impegnato a lottare contro se stesso giorno per giorno, a ricacciare indietro girono per giorno le sue pulsioni più primitive, istintuali; un protagonista che verrà messo nuovamente alla prova, e che nuovamente cadrà preda di se stesso, dei suoi demoni inestinguibili, delle sue stesse atroci fobie, come dei suoi più lancinanti e accorati desideri.</p>
<p>Questo è un libro delicato, nonostante le tematiche; un libro rispettoso, seducente, estremamente consapevole.</p>
<p>Di seguito, un estratto.</p>
<blockquote><p>Voleva maledirsi, colpirsi in faccia davanti allo specchio, schiaffeggiarsi le guance come se non fossero le sue. Ma pensò all’esercizio sull’autostima. Era importante che fosse gentile, mite con se stesso, aveva imparato. Come funzionava, però? Come si faceva? Non aveva la forza di riprendere il libro. Ora smettila di pensare, si disse sottovoce, e drizzò la schiena. Non puoi farci niente. La prossima volta andrà meglio. Mise le braccia intorno alle ginocchia e strinse le gambe al petto. Riecco quell’odore animalesco che saliva dal suo corpo. E tuttavia non riuscì a impedire al treno dei pensieri di rimettersi in moto, prendere velocità e subito dopo sferragliare sulle rotaie cigolanti e logore.</p></blockquote>
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		<title>Valentino Zeichen, Le poesie più belle</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/07/10/valentino-zeichen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2017 05:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[raccolte]]></category>
		<category><![CDATA[valentino zeichen]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Fazi Editore pubblica Le poesie più belle di Valentino Zeichen, a un anno dalla sua scomparsa. Di seguito, alcuni estratti. * Come dirti ancora amore mio, mia, mio, adesso che gli aggettivi possessivi sono istruiti di dubbi, svogliati e disaffezionati alla proprietà abbandonano la guardia e disertano lasciando sguarniti i beni privati, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 23">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68908" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-768x1172.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover-671x1024.jpg 671w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/cover.jpg 1400w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />Fazi Editore pubblica <em>Le poesie più belle</em> di Valentino Zeichen, a un anno dalla sua scomparsa.<br />
Di seguito, alcuni estratti.</p>
<p>*</p>
<p>Come dirti ancora amore mio,<br />
mia, mio, adesso<br />
che gli aggettivi possessivi<br />
sono istruiti di dubbi, svogliati<br />
e disaffezionati alla proprietà<br />
abbandonano la guardia e disertano<br />
lasciando sguarniti i beni privati,<br />
concedendosi solo al plurale.</p>
<div class="page" title="Page 57"></div>
</div>
</div>
</div>
<p><span id="more-68905"></span></p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 57">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Ero a caccia di belle vedute;<br />
e ho visto alcuni milioni d’anni<br />
sommarsi in un istante,<br />
nel vento che modella ad arte<br />
nella vertigine,<br />
la parete rocciosa,<br />
a strapiombo sul mare;<br />
ma tutto quel tempo caparbio<br />
non è bastato per imitare<br />
il breve mestiere dell’uomo.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 59">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Come frecce scoccate<br />
da un ludico arciere<br />
che non ha sempre<br />
per mira un bersaglio, bensì<br />
la bellezza d’una traiettoria,<br />
sorvoliamo lo spazio degli anni.<br />
Nella permanenza in volo<br />
ci viene meno l’orientamento,<br />
siamo oggetto di lanci sbagliati<br />
e privi di verosimile obiettivo.<br />
Dove, dove cadremo?<br />
così senza onore.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 91">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em>Semiotica</em></p>
<p>Come la spia rossa che<br />
si accende sul cruscotto<br />
e segnala al conducente,<br />
che la benzina è alla fine,<br />
così, anche il sentimento<br />
che nutrivo per te<br />
è ormai in riserva.</p>
<p>*</p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 95">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><em>Mi ripeto&#8230;</em></p>
<p>Mi ripeto&#8230;<br />
Il mio cuore è sempre stato<br />
come la porta girevole<br />
d’un albergo a ore<br />
dove si poteva entrare<br />
e pernottare a piacere;<br />
riuscire in incognito<br />
e senza rimpianti.<br />
Ora, vorresti istallare<br />
una porta nel vuoto e<br />
mettere una serratura<br />
di marca all’aria?</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 173">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Sono transitati secoli<br />
dentro i miei anni<br />
e (io) non vi ho fatto caso.</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 177">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Gli amori perduti evocano<br />
gli ombrelli dimenticati,<br />
ma dove? Sarebbe struggente<br />
ricordarsene sotto queste<br />
piogge incessanti.</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Angela Carter, la maga buona</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/27/angela-carter-la-maga-buona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 May 2016 12:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[angela carter]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Figlie sagge]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemoranea]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Vincenzoni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[salman rushdie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Salman Rushdie La prima volta che incontrai Angela Carter fu in occasione di una cena in onore dello scrittore cileno Jose Donoso, a casa di Liz Calder, che all&#8217;epoca era l&#8217;editrice di noi tutti. Il mio primo romanzo sarebbe uscito di lì a poco, mentre Angela aveva appena pubblicato il suo libro più oscuro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_62121" aria-describedby="caption-attachment-62121" style="width: 197px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-62121" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/figlie-sagge-light-197x300.jpg" alt="Angela Carter, Figlie sagge, Fazi Editore, 2016" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/figlie-sagge-light-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/figlie-sagge-light-768x1167.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/figlie-sagge-light-674x1024.jpg 674w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/figlie-sagge-light.jpg 1656w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /><figcaption id="caption-attachment-62121" class="wp-caption-text">Angela Carter, Figlie sagge, Fazi Editore, 2016</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Salman Rushdie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima volta che incontrai Angela Carter fu in occasione di una cena in onore dello scrittore cileno Jose Donoso, a casa di Liz Calder, che all&#8217;epoca era l&#8217;editrice di noi tutti. Il mio primo romanzo sarebbe uscito di lì a poco, mentre Angela aveva appena pubblicato il suo libro più oscuro <i>La passione della nuova Eva</i>. Io ero un suo grande fan. Donoso arrivò agghindato come un Buffalo Bill ispanico, con tanto di pizzetto brizzolato, giubbetto con le frange e stivali da cowboy, e continuava, come potei osservare, a trattare Angela in modo terribilmente condiscendente. Stupito dalla sua apparente ignoranza dell&#8217;opera della scrittrice, gli feci una lunga ramanzina informandolo che la donna con cui stava parlando era la più brillante autrice inglese. Angela rimase positivamente impressionata. Alla fine della serata ci piacevamo a vicenda. Fu la prima grande scrittrice che incontrai in vita mia, e un&#8217;amica fedele, sincera, una fonte continua d&#8217;ispirazione. <span id="more-62120"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando venni a sapere che aveva un cancro, la chiamai al telefono e ne parlammo. «Angela», le dissi, «c&#8217;è solo una cosa da fare. Devi sconfiggerlo, tutto qui». «Sì» &#8211; parlava strascicando le parole in modo lento e cupo &#8211; «ma come la mettiamo con la mia fascinazione per il fatalismo orientale?». «Stammi a sentire», le dissi, «l&#8217;orientale della famiglia sono io. Potresti cortesemente lasciare a me il fatalismo e occuparti della tua dannata vittoria?». «Oh», disse come sorpresa da quello che le appariva un buon suggerimento, «ok». Poi combatté come un demonio, lottò contro la morte con tutte le sue forze e tutto il suo coraggio, ma anche con la sua sagacia, il suo umorismo, il suo senso del ridicolo, la sua rabbia. La morte ringhiava e lei le mostrava il dito medio. La morte la lacerava e lei le faceva la linguaccia. Alla fine perse. Ma vinse, anche, perché nel suo furioso ridere, nella sua infuocata satira sulla propria morte, nel suo sgonfiare ciò che Henry James aveva pomposamente definito la «cosa distinta», ridimensionò la morte: nessuna cosa distinta, piuttosto un piccolo, sporco clown assassino. Dopo averci mostrato come scrivere, dopo averci aiutato a capire come vivere, Angela ci insegnò come morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo voglio dire ancora una volta: Angela Carter è stata una grande scrittrice. Lo ripeto perché a dispetto della sua fama mondiale, per qualche ragione qui in Inghilterra non ha mai avuto il riconoscimento che meritava. Certo, molti scrittori sapevano che era una rarità, una mosca bianca senza pari in tutto il pianeta; e, allo stesso modo, lo sapevano tanti lettori da lei ispirati, stregati. Ma chissà perché non le fu dato il posto che le apparteneva – al centro, al cuore  stesso della letteratura della sua epoca. Ora che è morta non dubito che in breve tempo apparirà chiara la portata dei suoi successi. È triste che gli scrittori debbano morire per poter trovare il proprio posto nel pantheon. Di sicuro Angela Carter sapeva quanto valeva. Ma avremmo potuto dirle più spesso, e con più convinzione, che anche noi lo sapevamo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo romanzo di Angela, <i>Figlie Sagge</i>, è anche il più bello. Lì sentiamo dispiegarsi in tutta la sua ricchezza la sua voce autentica, quella che impiegava anche fuori dalla pagina. Il romanzo è scritto con il suo inconfondibile marchio di fabbrica, uno spietato umorismo. Ride spensierato mentre fa a pezzi il secolo con i suoi motti di spirito. Come tutte le sue opere, è una celebrazione della sensualità della vita. Soprattutto celebra chi si trova dalla parte sbagliata, e anche chi è nato nel letto sbagliato. È una pernacchia rivolta da South London all&#8217;altra sponda del Tamigi, un inno alla bastardaggine (e il romanzo è una forma bastarda, non va dimenticato, per cui i romanzieri dovrebbero sempre stare dalla parte dei bastardi). Carter era una che prendeva per i fondelli, una profanatrice di mucche sacre. Nulla le era più caro di un ostinato – ma anche allegro – anticonformismo. I suoi libri ci liberano dalle catene, rovesciano le statue dei boriosi, demoliscono i templi e i commissariati della rettitudine. Traggono forza e vitalità da tutto ciò che è iniquo, illegittimo, basso. Sono senza eguali, e senza rivali.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la morte di Angela Carter la letteratura inglese ha perso la sua maga, la sua benevola strega-regina, un&#8217;artista geniale dotata di una buffa grazia. Noi che abbiamo perso un amica non vogliamo credere che non ci saranno più interminabili conversazioni al telefono con quella voce che poteva alzarsi ai vertici di passioni scatologiche o sprofondare, nei momenti più bui, in una sorta di  bambinesco sussurro. Ormai privi della Regina delle Fate, non siamo più capaci di riprodurre la magia che può salvarci. Né desideriamo essere salvati, non ancora. Fissiamo l&#8217;enorme vuoto con cui la sua morte ci ha lasciato e, senza staccare lo sguardo dal cratere della nostra perdita, la ricordiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">È morta il 16 febbraio del 1992. Tre settimane prima le avevo dato una copia di un lungo saggio che avevo scritto su uno dei suoi film preferiti, <i>Il mago di Oz.</i> Le avevo chiesto se potevo dedicarglielo, lei aveva acconsentito. Tristemente, non ho mai saputo se fosse riuscita a leggerlo. Ma almeno in quella dedica potei dire in parte quello che provavo. Quando Dorothy chiede alla Strega Buona Glinda se il Mago di Oz è buono o cattivo, Glinda risponde dicendo che «è un buon Mago&#8230; ma molto misterioso». Il Mago di Oz è un impostore, si scopre alla fine. Angela Carter era una maga buona, forse la migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">[traduzione di <strong>Nicola Vincenzoni</strong>]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il sesto giorno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/18/60507/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2016 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Il sesto giorno]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Rosanna Rubino]]></category>
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					<description><![CDATA[Da ieri nelle librerie, pubblicato da Fazi Editore, nella collana Darkside, &#8220;Il sesto giorno&#8221; di Rosanna Rubino è un libro che s&#8217;interroga e ci fa riflettere sul futuro umano e tecnologico che (forse) ci aspetta. Di seguito, un breve estratto. di Rosanna Rubino Ronnie era rimasto in piedi sulla porta. Ragazzo continuava a pettinare i capelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-60518" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/12842521_10154167083802240_1835998780_o-197x300.jpg" alt="12842521_10154167083802240_1835998780_o" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/12842521_10154167083802240_1835998780_o-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/12842521_10154167083802240_1835998780_o-671x1024.jpg 671w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/12842521_10154167083802240_1835998780_o.jpg 1342w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />Da ieri nelle librerie, pubblicato da <em>Fazi Editore</em>, nella collana Darkside, &#8220;Il sesto giorno&#8221; di Rosanna Rubino è un libro che s&#8217;interroga e ci fa riflettere sul futuro umano e tecnologico che (forse) ci aspetta.<br />
Di seguito, un breve estratto.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Rosanna Rubino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ronnie era rimasto in piedi sulla porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ragazzo continuava a pettinare i capelli del padre, ciocca per ciocca, aiutandosi con le dita per allentare i nodi, fino a quando i nodi si scioglievano e il pettine andava giù liscio lungo tutta la lunghezza del capello, dalla radice fino alla punta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo non sembrava accorgersi di quello che accadeva intorno a lui. Fissava il vuoto con sguardo bovino. Ruminava come se stesse masticando qualcosa, ma non aveva nulla in bocca. Aveva il viso affilato, così magro che pareva scarnificato. La sua testa era tutta occhi, due schegge trasparenti, affilate come ghiaccio. <span id="more-60507"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ragazzo disse che andava avanti così da un paio d’anni oramai. La vita gli era esplosa in testa frantumandosi in tante immagini tra loro scollegate. Di tanto in tanto una di queste figurine saltava fuori da qualche luogo remoto della me- moria e gli passava davanti, priva di profondità, poi spariva.</p>
<p style="text-align: justify;">A Ronnie sembrò che l’uomo avesse uno sguardo sereno. Dava l’impressione di esistere in uno spazio fuori dal tempo, libero da ricordi, indifferente al futuro. L’uomo sorrise e un filo di saliva gli colò sul mento. Ragazzo gli pulì la bocca, poi girò intorno alla sedia e prese a sistemargli i capelli sulla nuca. I suoi movimenti erano gentili, come se stesse maneggiando una bambola antica. Ronnie pensò che ci fosse del buono in quella gentilezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre e figlio erano simili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ronnie guardò il figlio, poi guardò il padre, e pensò che il padre fosse una versione avvizzita del figlio. Nei tratti del vecchio, guastati dall’età, Ronnie lesse il futuro di Ragazzo: col passare degli anni il suo viso già magro si sarebbe assottigliato ancora di più e il naso sarebbe apparso enorme al centro della faccia, e gli occhi troppo piccoli dentro le orbite svuotate di carne. Era come se Ragazzo, guardando il padre, potesse vedersi allo specchio con decenni di anticipo, in un bizzarro gioco di salti temporali.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui invece non ce l’aveva uno specchio del tempo, pensò Ronnie, né l’avrebbe mai avuto. Niente padre o madre, zero legami di sangue. Esisteva slegato da vincoli, veniva dal nulla, era destinato all’assenza. La sua fine si sarebbe compiuta nel vuoto. Provò stupore, poi inquietudine, infine sollievo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu in quel momento che l’uomo alzò il viso e incrociò gli occhi di Ronnie, fulminandolo con lo sguardo. Erano occhi furenti. Fu come se per un istante fosse rientrato nel tempo ricordando cose dimenticate, e Ronnie pensò che dovevano essere cose molto brutte per incendiargli gli occhi in quel modo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo fece una smorfia e cominciò a urlare. Ragazzo gli strinse la mano e prese a parlargli all’orecchio sottovoce accarezzandogli i capelli, ma lui non smetteva di gridare. Gridava più forte che poteva, pareva terrorizzato. Fuori aveva ricominciato a piovere.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Stoner</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[John Edward Williams]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Cameron]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stoner]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Finalmente ho letto Stoner, di John Edward Williams (1922 – 1994), pubblicato da Fazi Editore nel 2012, nella collana Le strade, con la postfazione di Peter Cameron. Dico finalmente perché è un libro che in pochissimo tempo è diventato quasi un oggetto di culto, (tanto che il blog della casa editrice ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-53327" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/stoner-203x300.gif" alt="stoner" width="203" height="300" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Finalmente ho letto <em>Stoner</em>, di John Edward Williams (1922 – 1994), pubblicato da Fazi Editore nel 2012, nella collana Le strade, con la postfazione di Peter Cameron.</p>
<p style="text-align: justify;">Dico finalmente perché è un libro che in pochissimo tempo è diventato quasi un oggetto di culto, (tanto che il blog della casa editrice ha addirittura preso il suo nome!)<span id="more-53326"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dovunque ho riscontrato pareri favorevoli, in questi anni, ma non trovavo mai il coraggio di avvicinarmi davvero al testo. Un po’ per la trama, che mi sembrava riecheggiasse suggestioni e immagini già viste, già largamente sperimentate in più e più occasioni, letterarie e non; un po’ per lo stile, apparentemente così classico e diluito, così accomodante e confortevole, quasi fatto apposta per il lettore, e questo è un procedimento che spesso &#8211; personalmente &#8211; mi indispone, mi fa pensare a una sorta di furberia malcelata dell’autore; un po’ soprattutto, come dicevo, per il grande battage mediatico che il libro aveva suscitato, tanto unanime consenso da farmi pensare più a un indovinatissimo “prodotto di mercato” che a un ottimo romanzo tout court.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i miei erano più che altro pregiudizi, e infatti mi sbagliavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho iniziato a leggere <em>Stoner</em> con grande ritardo, per quelli che sono i tempi editoriali correnti, dopo ben tre anni dalla sua prima uscita italiana. E sono stata immediatamente rapita dalla vita di quest’uomo, Will, giovane ragazzo di campagna, approdato quasi per caso all’Università, e infine diventato professore di Letteratura Inglese, durante i tragici anni dei conflitti mondiali, dagli anni Dieci agli anni Cinquanta del secolo scorso, nello scenario tanto inglorioso del più crudele Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">William Stoner è, a tutti gli effetti, l’uomo qualunque: si iscrive alla facoltà di agraria spinto da un amico di famiglia e non per reale interesse verso la materia e il suo apprendimento; cambia facoltà e intraprende una rapidissima scalata universitaria, appassionandosi certamente alla letteratura, ma senza poi fondamentalmente brillare per grandi doti demiurgiche, e senza dare sfogo alle sue presunte qualità di particolare assennatezza; si sposa con una donna con la quale scambierà, per tutto il corso della vita, pochissime e glaciali parole; fa una figlia quasi per dovere, ma non costruisce mai con lei un vero rapporto, ne soffre in silenzio, eppure non s’impegna affatto perché le cose vadano in modo diverso; ha degli amori, veramente un amore, extraconiugale, che potrebbe anche concorrere a farlo sentire realmente vivo, ma che lui sceglie poi di abbandonare, seppure forse con grandi sofferenze, assolutamente senza combattere; ha degli amici e colleghi che muoiono in guerra, che si suicidano, che potrebbero avergli segnato la vita, eppure sembra che tutto gli scivoli addosso, imperscrutabilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra, ma non è davvero così. Stoner soffre di una sofferenza pura, autentica, incontrovertibile. La sua rassegnazione non si nutre della pigrizia passiva dei parassiti, ma nasce dal germe della comprensione, della delicatezza e dell’affezione umana. Affezione che William non sa, non si sente in grado, non riesce a canalizzare davvero, non la esplica mai verso l’esterno, finendo così, beffa delle beffe, per farsi mangiare dentro, dall’interno, da una sedimentazione fattasi cancerosa, viscerale, quasi lietamente letale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda, questo libro è il baluardo di una generazione sempre attuale e apolide, oltre che un affresco superbo della società americana della prima metà del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">La raffinatezza espositiva, la cura del dettaglio, l’introspezione oggettivata, son forse difficili da ritrovare nella scrittura dei romanzi contemporanei, eppure John Edward Williams potrebbe essere nato anche nel ventunesimo secolo, ed è questa, secondo me, la vera forza di un talento.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Cosa ti aspettavi? pensò di nuovo.</em><br />
<em> Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabilità che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva. Ma non c’era alcun bisogno di correre. Poteva ignorarle, se voleva. Aveva tutto il tempo del mondo.</em><br />
<em>Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.”</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La lottatrice di sumo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/01/la-lottatrice-di-sumo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Nisini]]></category>
		<category><![CDATA[La lottatrice di sumo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Nisini Margherita era stata una specie di “calamita dell’attenzione”, aveva ridato di colpo densità alle cose presenti, consentendomi di attraversare la fase finale della mia adolescenza senza perdere definitivamente il contatto con la realtà. Non ricordo quando l’avevo vista la prima volta, forse l’inverno precedente, a una delle riunioni del collettivo studentesco, o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-52165" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/11065291_10153301309677240_868831157_o-198x300.jpg" alt="La lottatrice di sumo, Giorgio Nisini, Fazi Editore " width="198" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/11065291_10153301309677240_868831157_o-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/11065291_10153301309677240_868831157_o-676x1024.jpg 676w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/11065291_10153301309677240_868831157_o-900x1364.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/11065291_10153301309677240_868831157_o.jpg 1351w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Giorgio Nisini </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Margherita era stata una specie di “calamita dell’attenzione”, aveva ridato di colpo densità alle cose presenti, consentendomi di attraversare la fase finale della mia adolescenza senza perdere definitivamente il contatto con la realtà.<span id="more-52157"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo quando l’avevo vista la prima volta, forse l’inverno precedente, a una delle riunioni del collettivo studentesco, o forse fuori la sua classe durante una pausa di ricreazione, comunque con largo anticipo rispetto all’istante in cui qualcuno, dopo che l’avevo notata sulla pista da ballo, tra una massa di ragazzi che si muoveva al ritmo di <i>Imitation of Christ</i> degli Psychedelic Furs, me la presentò. Di quei momenti ricordo soprattutto i dettagli del viso: certi sguardi veloci, certi sorrisi lievi che mi erano sembrati pieni di cose da dire, la sua espressione malinconica quando c’eravamo salutati a fine serata. Per tutta la notte avevo ripensato a lei, avevo provato a immaginare l’evoluzione della nostra amicizia, che nella mia mente non era più amicizia, ma qualcosa che già rasentava pericolosamente il concetto di amore. Avevo ripensato anche ai mesi trascorsi, quando l’avevo intravista tra le mura della scuola, e non riuscivo a capacitarmi del fatto che in tutto quel periodo avessi potuto fare a meno di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c’era un’altra questione: Margherita era una ragazza bella, o perlomeno io la ritenevo tale, visto che la maggior parte dei miei amici non la pensava come me. Che poi la sua fosse una bellezza un po’ anomala e particolare non importava. Una volta un suo compagno di classe mi disse che Margherita sembrava una tipa fuori dal tempo – usò proprio questa espressione: “fuori dal tempo” – e in effetti aveva ragione, perché somigliava a una principessa medievale che si aggira esitante in un’epoca che non le appartiene fino in fondo. Ma era proprio questo lieve attrito con la realtà che le donava fascino; ed era anche la ragione per cui non riuscivo a catalogarla in nessuna tipologia socio-antropologica a me nota: non era la più carina della scuola, la ragazza snob, la sfigata, la bruttina simpatica o la secchiona, né appunto l’adolescente complessata, né tanto meno l’aspirante showgirl o la sportiva o l’intellettuale femminista impegnata politicamente. No, nulla di tutto questo: Margherita era Margherita, e la sua inclassificabilità era ciò che mi aveva fatto innamorare di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">Nel giro di poco tempo, però, osservando con attenzione alcuni suoi atteggiamenti, alcuni sguardi, alcuni modi di fare, mi convinsi che non stava lì il problema: spesso assumeva espressioni distaccate, diceva cose che sembravano nascondere un doppio senso, non rispondeva o evitava le mie domande. Tutto ciò andava al di là della sua naturale stravaganza e del suo carattere riflessivo: era piuttosto qualcosa di molto indeterminato, che gettava una luce ambigua su ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, lasciandomi nel dubbio che ci fosse un lato oscuro nella sua personalità che mi aveva sempre tenuto nascosto.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutti i potenziali destini non potevo immaginare l’unico che la stava aspettando. Quando, pochi giorni dopo, avrebbe perso la vita in un incidente stradale sulla via Flaminia, ebbi l’assoluta certezza che il nostro ponte di comunicazione si fosse interrotto per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, forse, mi sbagliavo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>La lottatrice di sumo</em>, Giorgio Nisini, Fazi Editore</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La letteratura sperata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/la-letteratura-sperata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 09:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[david shields]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele trevi]]></category>
		<category><![CDATA[fame di realtà]]></category>
		<category><![CDATA[fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[Saggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Emanuele Trevi Già il fatto che David Shields definisca «un manifesto» il suo Fame di realtà (Fazi, prefazione di Stefano Salis, trad.di Marco Rossari, pp.264, euro 18,50) ci parla di uno stile di pensiero decisamente inconsueto, per non dire inattuale. A chi può mai rivolgersi, nel 2010, un manifesto? Il fatto è che la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864111476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864111476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37176" title="famedirealtà" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà-188x300.jpg" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà.jpg 600w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a></p>
<p>di <strong>Emanuele Trevi</strong></p>
<p>Già il fatto che David Shields definisca «un manifesto» il suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864111476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864111476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Fame di realtà</em></a> (Fazi, prefazione di Stefano Salis, trad.di Marco Rossari, pp.264, euro 18,50) ci parla di uno stile di pensiero decisamente inconsueto, per non dire inattuale. A chi può mai rivolgersi, nel 2010, un manifesto? Il fatto è che la teoria letteraria di Shields chiama in causa i suoi lettori, li seleziona mentre procede. Dai manifesti delle vecchie avanguardie lo scrittore californiano, nato nel 1956, ha imparato a rivolgersi a una minoranza <em>come se</em> si trattasse, contro tutte le apparenze, di una moltitudine. Spazzando via d’un colpo, grazie alla sola energia del desiderio, il più triste dei prodotti dell’industria culturale: la rigida separazione dei ruoli, il Muro di Berlino che separa i produttori dai consumatori. «Non credo di essere l’unico», si legge per esempio a un certo punto, «che trova sempre più difficile leggere o scrivere romanzi».<br />
<span id="more-37175"></span><br />
Proprio questo è il punto: bisogna restituire al «leggere» e allo «scrivere» la loro salutare circolarità. Gli stessi disagi, e le stesse ambizioni. Shields non ha dubbi sul suo bersaglio: nell’Epoca dell’Egemonia del Romanzo, entrambe le funzioni perdono di senso, sono solo dei feticci rinsecchiti. Della perduta ricchezza, rimangono solo due prestazioni, asservite e speculari: la produzione di trame, e il loro consumo. I cosiddetti scrittori, nel clima asfittico e segretamente autoritario della <em>fiction</em>, muovono i loro pupazzi, più o meno abilmente. Ai cosidetti lettori, dall’altra parte del muro, non rimangono che le squallide prerogative dell’identificazione e il desiderio, ottuso e identico a se stesso come una coazione a ripetere, di vedere come andrà a finire. E la critica ? Basta aprire un giornale qualunque: la critica produce riassunti. Il suo massimo sforzo cognitivo consiste nel non rivelare qualcosa del finale, <em>guastando il piacere</em>. Al massimo grado del suo prestigio, il critico di oggi è il servo così sciocco e zelante da non avere mai bisogno dell’imbeccata del padrone. Facilmente gli verrà concesso di scriverlo anche lui, il suo romanzo.<br />
In questa terra desolata, di fronte allo spettacolo di una letteratura ridotta al fanalino di coda dei saperi umani, <em>Fame di realtà</em> è un bellissimo anticorpo, un dono inaspettato. Fatto più unico che raro, anche fra coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, la sua forma non è inferiore all’ambizione delle idee. Il fatto è che Shields, teorico del collage e dell’appropriazione indebita di materiali eterogenei, non commette l’ingenuità di predicare cose che la sua lingua non potrebbe sostenere. I 618 paragrafi di cui si compone sono in massima parte delle citazioni, estrapolate da una selva di materiali eterogenei e, se occorre, opportunamente modificate. Solo le comprensibili preoccupazioni dell’ufficio legale della Random House hanno imposto a Shields di pubblicare in coda al libro un elenco dettagliato delle sue fonti. Così, per fare un esempio tra mille, quando leggiamo affermazioni come «il mio mezzo è la prosa, non il romanzo», il fatto che queste parole provengano da un’intervista a W.G.Sebald non dovrebbe possedere, nelle intenzioni dell’autore, la minima importanza. E’ vero anche il contrario: quando Shields esprime il suo punto di vista senza ricorrere a parole altrui, potremmo considerare ciò che leggiamo una specie di furto da se stesso, abilmente intarsiato con il resto. Se i procedimenti letterari si devono giudicare in base ai loro risultati, bisogna ammettere che Shields ha vinto la sua scommessa, e che è difficile, una volta accettate le regole del gioco, rimanere indifferenti a <em>Fame di realtà</em>, anche quando ci si trova in disaccordo su questo o quel punto. Ma non si comprenderebbe bene l’energia di persuasione di questo libro limitandosi a constatare che si tratta di un collage, o di un mosaico, di citazioni. L’altro fattore importante da considerare è che la scrittura critica di Shields è fortemente, contagiosamente <em>orientata</em>: se parte da un’insoddisfazione («la trama è roba per gente morta») è verso un futuro possibile che punta la bussola, senza indulgere (fatto molto meritorio) a nessuna elegia dei bei tempi andati. E con questo entriamo nel territorio più spinoso della proposta di Shields. Se «il genere è un carcere di massima sicurezza», infatti, esso possiede almeno il vantaggio d’essere definibile, di godere di regole tutto sommato stabili. Basta leggere il recente e fortunato libro di James Wood, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804605375/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804605375&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Come funzionano i romanzi</em></a>, e confrontarlo a <em>Fame di realtà</em> per capire, fin dai soli titoli, quanto sia difficile costruire una teoria senza potersi avvalere di un affidabile repertorio di esempi – ovvero di un’idea molto pragmatica ma efficace di tradizione. Wood pesca i suoi precetti da un numero nutrito di grandi capolavori, che sono ovviamente diversi l’uno dall’altro, ma che contengono suggerimenti validi per tutti. Shields, dal canto suo, elenca dei libri che gli piacciono, ma che incarnano un’idea della letteratura sostanzialmente irripetibile. Gli stessi concetti di <em>memoir</em> e <em>non-fiction</em>, con il loro implicito principio di indeterminazione, più che creare dei criteri di leggibilità, intorbidano ancora di più le acque. Rimane il fatto che la lettura di Wood è deprimente, come in genere lo sono i programmi dei corsi di scrittura, mentre quella di Shields è elettrizzante. Ciò che vale davvero la pena di desiderare, è sempre ciò di cui non riusciamo a nutrire un’idea ben precisa. Come principio generale, può anche valere che «l’assenza della trama lascia al lettore l’agio per pensare ad altro». Ma bisogna subito aggiungere che lo stesso titolo scelto da Shields per il suo libro potrebbe essere foriero di equivoci. <em>Reality Hunger</em> non vuole affatto tessere l’apologia del <em>memoir </em>spacciato per verità oggettiva in forma di scrittura. Intanto, bisogna sempre ricordare che la memoria non è più affidabile di un autore di <em>fiction </em>esperto delle più sottili tecniche di mistificazione. La cosiddetta autenticità dell’esperienza è una merce, o ancora peggio, come sa chi ricorda l’indegno caso di J.T.Leroy, un valore aggiunto che rende appetibile una merce scadente. A Shields interessa tutto il contrario: una relazione fra il vero e il falso che non sia reciprocamente esclusiva, e che permetta al narratore di destreggiarsi come meglio sa all’interno di questi due poli. Figlia illegittima della confessione e della menzogna, la «rappresentazione del reale» è una cosa ben diversa dall’inafferrabile realtà. Appartiene di diritto alla letteratura, perché implica una soggettività integrale che non nasconde il suo lavoro e nemmeno i suoi fallimenti in nome del prodotto finito. E’ un’esplorazione di sé e del mondo, tipica del saggista e del poeta, che non ricava nessuna utilità dall’«impalcatura fittizia» della trama, del luogo, della scena e dei personaggi. Con tutta la passione di un artista che preferisce mille fallimenti a una strada già battuta («il solito monnezzone da quattrocento pagine») Shields punta tutte le carte sulla possibilità di «trascendere l’artificio». L’opera che ha in mente non ha nome (si potrà solo parlare, come il Pasolini di <em>Petrolio</em>, di «qualcosa di scritto») e la sua forma coincide con il suo divenire, è un sentiero che si percorre camminando nel buio. Come un tempo certe opere di Barthes, <em>Fame di realtà</em> è un libro di critica che si legge con emozione, che costringe a rimettersi in gioco. Il suo vero oggetto non è né un genere di scrittura né un certo numero di libri esemplari. E’ soprattutto una letteratura <em>sperata</em>, quella di Shields: ancora da leggere, ancora da scrivere.</p>
<p>(<em>Pubblicato su Alias-Latalpalibri</em>)</p>
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		<title>NON POSSUMUS</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 05:25:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Martelli<br />
dal capitolo conclusivo di Italy, Vatican State, Fazi Editore</p>
<p>In occasione della proposta di legge Bindi-Pollastrini sui Dico, i cosiddetti Pacs all’italiana, nell’editoriale di Avvenire del 6 febbraio 2007 firmato «Av», attribuibile quindi all’allora direttore Dino Boffo, veniva riesumata la vecchia formula ottocentesca del «non possumus», «non possiamo», adottata dal papato di Pio IX nel 1871 per esprimere il rifiuto a riconoscere il neonato Stato unitario d’Italia. Boffo in realtà così anticipava il succo della Nota della Cei di Bagnasco, che nel marzo 2007 avrebbe chiamato i politici cattolici all’«impegno» di dissociarsi dai Dico, negando loro la facoltà di appellarsi al principio conciliare della «libertà di coscienza» e dell’«autonomia dei laici in politica».<br />
A commento della vicenda, proviamo a fare un rapido elenco dei non possumus dei laici.<span id="more-36708"></span></p>
<p>Primo. I laici non possono rinunciare alla separazione tra Stato e Chiesa. La Chiesa resti nel suo dominio, che è quello religioso e spirituale, e non invada il campo della politica. Che il cardinal Ruini coinvolga la Cei, fuori e dentro le chiese, nella campagna astensionistica nel referendum del 2005 sulla fecondazione assistita; che Ruini e Cei pongano il veto sui Dico, dando una spallata al Governo in carica con l’adunata di massa del Family Day; che il cardinal Bagnasco emani linee e direttive legislative contro il testamento biologico, proponendo al Parlamento un apposito disegno di legge che pregiudizialmente eviti l’eutanasia e altri casi Englaro; che l’episcopato, di cui l’Avvenire è il portavoce, solleciti un decreto-lampo del Governo per condannare (contro il dettato costituzionale e il parere dell’alta magistratura) il corpo incosciente di Eluana Englaro a restare indefinitamente attaccato alle macchine. Tutto questo e altre cose del genere sono inaccettabili per i laici.</p>
<p>Secondo. I laici non possono acconsentire a che lo Stato privilegi una qualche religione, seppure maggioritaria, perché si violerebbe il principio della tolleranza, della libertà e dell’eguaglianza giuridica dei cittadini, religiosi e non. Che la Chiesa goda di esenzioni fiscali per le sue attività di lucro e non di culto; che benefici del privilegio dell’“otto per mille”; che i suoi simboli appaiano nei luoghi pubblici, quali segni distintivi della presunta identità culturale della nazione; che i suoi prelati presenzino le manifestazioni e le cerimonie pubbliche; che il cattolicesimo sia insegnato nelle scuole statali. Anche questo è contrario al principio della laicità dello Stato.</p>
<p>Terzo. I laici non possono accettare la trasformazione del peccato in reato. Si farebbe un “salto mortale” all’indietro di cinquecento o mille anni, ripristinando in forme nuove e surrettizie la teocrazia medioevale e l’Inquisizione tridentina. Che divorzio, aborto, adulterio, pratiche sessuali pre-matrimoniali o extra-matrimoniali, contraccettivi, rifiuto di terapie mediche invasive, fecondazione eterologa, omofilia e unioni civili, che tutto ciò sia punibile come reato, o sia oggetto di legislazione e regolamentazione restrittiva da parte dello Stato, solo perché è peccato per la Chiesa, è incomprensibile e terribilmente retrogrado per i difensori dello Stato laico e dei diritti umani, nonché dell’indipendenza e del primato della giurisdizione civile su quella ecclesiastica.</p>
<p>Quarto. I laici non possono subordinare la ragione alla fede. Se la fede non è «fede dubbiosa», fragile, incerta e senza dogmi, ma sistema compiuto e articolato di verità indefettibili e imperfettibili, e la ragione è invece scienza e conoscenza fallibile e perfettibile, ricerca critica senza fine e senza verità definitive, allora tra fede e ragione c’è totale inconciliabilità. Che la Chiesa pretenda di condannare Galilei per le sue osservazioni astronomiche; imporre che sia poco o non scientifica la teoria di Darwin per la sua scoperta dell’evoluzione delle specie, solo perché contrasta col racconto vetero-testamentario e neo-testamentario del primo e del secondo Adamo; dettare limiti esterni, religiosi, eteronomi alla libera ricerca e sperimentazione biomedica e biotecnologica; rifare della filosofia l’ancilla theologiae, ergendosi a giudice del pensiero libero. A tutto questo i laici sono indisponibili.</p>
<p>Quinto. I laici non possono far propria l’“etica della Verità”, perché sono per un’etica senza Dio, empirica, storica, relativistica. Anche per i laici, come sappiamo, ci sono valori e verità non negoziabili; ma non discendendo da Dio e dai Sacri Testi, bensì dalla storia e dall’evoluzione della specie umana, sono perciò aperti, migliorabili, disponibili a correzioni, ampliamenti e integrazioni. Che la Chiesa possa imporre il suo assolutismo etico, i suoi dogmi di fede, le sue ricette catechistiche di ciò che è “Bene” e di ciò che è “Male”: non divorziare, non fornicare, non usare contraccettivi, nemmeno se sei uno delle migliaia di africani malati di Aids, non abortire, condannare l’omosessualità e le unioni civili. Ecco ciò che è irriducibilmente estraneo ed opposto alla mentalità, ai costumi e all’etica laica.</p>
<p>Sesto. I laici non possono plaudire alla privatizzazione o alla lenta distruzione della scuola e dell’università pubblica, perché sono queste le sedi privilegiate della formazione critica, culturale, pluralista, umanista, scientifica, civile del cittadino democratico. Che la Chiesa pretenda, o ottenga di fatto, il privilegio esclusivo dell’insegnamento della religione nelle scuole statali; che le scuole cattoliche ottengano in meno di due ore il finanziamento pubblico negato dal Governo alla scuola statale, mandandola in malora; che le università cattoliche, come il campus biomedico opusdeista di Roma, possano beneficiare dei soldi pubblici, pur subordinando ricerca e didattica al dogma bellarminiano; che la scienza non può mai contraddire la fede, pena il suo precipitare nell’errore. Ecco un altro gruppo di pretese teocratiche e clericali che i sostenitori della laicità non potranno mai accettare.</p>
<p>Settimo. I laici non possono rinunciare a difendere la democrazia liberale, il pilastro dei pilastri della laicità, la somma delle conquiste politiche della modernità. Che la Chiesa, gerarchica e sacramentale, non riconosca le regole antidispotiche della divisione dei poteri e del Governo della maggioranza; che trami, come nel caso Englaro, contro i pronunciamenti e l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo; che non si sottometta alla supremazia della giurisdizione civile, condannando sommessamente intra moenia i preti pedofili come don Cantini, e tentando così di sottrarli ai tribunali dello Stato; che non cessi di intromettersi pesantemente nella vita politica, con diktat, consigli, suggerimenti non richiesti, veti e ultimatum. Tutto questo è davvero intollerabile per i laici, credenti o non credenti, che hanno a cuore la Costituzione democratica.</p>
<p>Sette non possumus, sette principi irrinunciabili del laicismo. Sette essenziali motivi per cui «non possiamo non dirci laici». Per cui non possiamo non sentirci che liberi cittadini dell’Italia laica e repubblicana. Di un’Italia non vaticano-dipendente, ma autonoma e sovrana. Il cui inconfondibile indirizzo e denominazione per un visitatore e osservatore straniero possa essere Italy. Non Italy, Vatican State.</p>
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