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	<title>fbi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tronismo di massa e sestessità scatologica: la cifra stilistica del populismo quotidiano, da Titti Brunetta a Lapo Elkann, via Maria Feliziani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2016 17:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. La cosa che mi ha più colpito dell’intervista a Titti Brunetta è stata questa frase: &#8220;Non ho giocato, ero io con il mio animo, le mie passioni politiche, il mio impegno civile e i miei rapporti di affettività. Io sono Bea e porto nel cuore questa esperienza…&#8221;. Sembra una specie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. La cosa che mi ha più colpito </span><a href="http://www.valigiablu.it/cyber-propaganda-grillo-pd/"><span style="font-weight: 400">dell’intervista a Titti Brunetta</span></a><span style="font-weight: 400"> è stata questa frase: &#8220;</span>Non ho giocato, ero io con il mio animo, le mie passioni politiche, il mio impegno civile e i miei rapporti di affettività. Io sono Bea e porto nel cuore questa esperienza…&#8221;. <span style="font-weight: 400">Sembra una specie di brevissima ode all’autenticità. Ma è anche qualcosa di formulare, sembra quasi che Titti dica questa cosa con lo stesso </span><i><span style="font-weight: 400">mood </span></i><span style="font-weight: 400">che si ha quando si consegnano i documenti di identità a un poliziotto che li richiede: ecco, io sono io. Siamo in pieno Tronismo e, allo stesso tempo, nel cuore di un momento di verità altissimo. Il complotto del complotto è smascherato con la semplice frase: “io sono vera”. Voglio dire: questa vicenda, oltre a raccontarci di falsificazioni e algoritmi che saltano, ci rivela anche una delle fondamentali realtà del social network, ossia che, come mirabilmente </span><a href="https://medium.com/art-marketing/the-dharma-of-facebook-fake-news-isnt-going-anywhere-unless-d46abc91ac89#.v5bf3fglm"><span style="font-weight: 400">spiega</span></a><span style="font-weight: 400"> esemplificando David Cohn su Medium:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">When I see content shared by a friend, I am not first learning about the world, I am primarily learning about my friend. Facts don’t matter. Truth does. Tim’s truth. Tim’s view of the world.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Si apre, da una ulteriore prospettiva, il grande capitolo della presunta distanza di tutto questo </span><i><span style="font-weight: 400">puffare </span></i><span style="font-weight: 400">dai fatti. Cioè: non c’è soltanto il porre in secondo piano l’effettivo accadimento, non c’è soltanto la confusione tra reale, vero e autentico; c’è anche che il telefonone, il social ecc. sono un fatto </span><i><span style="font-weight: 400">in sé</span></i><span style="font-weight: 400"> ovvero cose che avvengono realmente, ma avvengono </span><i><span style="font-weight: 400">attorno </span></i><span style="font-weight: 400">a narrazioni, o quel che sono. Questi strumenti generano </span><i><span style="font-weight: 400">per definizione </span></i><span style="font-weight: 400">dei metadati rispetto alla realtà fattuale. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. vuoi dunque sottolineare vari addentellati della vicenda di cui parlavamo nella puntata scorsa con altre questioni che abbiamo trattato in quelle precedenti, a cominciare dal rapporto tra gesto di parola e fatti </span><a href="http://www.economist.com/news/books-and-arts/21709937-politicians-words-particular-change-world-and-donald-trump-does-not-choose-his?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/morethanwordsmerespeechhaspowerfulconsequences"><span style="font-weight: 400">a cui faceva riferimento l’Economist</span></a><span style="font-weight: 400"> e che </span><a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/22/da-dove-viene-la-post-verita-e-cosa-fare-per-conviverci/"><span style="font-weight: 400">Alessandro Lanni precisava</span></a><span style="font-weight: 400">, riconducendolo alla sua originaria matrice filosofica. E al contempo sottolineare che la Moglie di Brunetta (il sessismo dell’etichettatura si deve al fatto che è ormai per noi un complottema top) surfa l’onda del </span><i><span style="font-weight: 400">get real</span></i><span style="font-weight: 400"> rappettaro nella chiave maccheronica del tronista, autentico, vero, non artefatto, dunque un non-complotto. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> sì voglio effettivamente far questo, sento che infine riusciremo anche a dire due cose sul posto che in questa ecologia occupano le bugie e i fascisti.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Forse non siamo ancora abituati ad una situazione nella quale i fatti-fatti e i fatti che si autoproducono nel corso di una narrazione dei fatti sono parte dello stesso sistema reticolare che definisce la realtà abitabile. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Va bene, e allora abituiamoci, alleniamoci a ragionarci sopra, i lanzichenecchi sono là, sulla linea dell’orizzonte, ma ci resta ancora un po’ di tempo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Cerchiamo ancora di distinguere tra un fatto ed un commento ai fatti, in una situazione nella quale, invece, il fatto-fatto è spesso prodotto dalla visione del mondo che lo dovrebbe commentare, secondo un ordine invertito del rapporto classico tra fatto e commento. Cioè, rendiamoci conto che è un po’ saltato questo rapporto gerarchico, col risultato che noi altri, filologi, storici, gente che vorrebbe ancora stabilire una concatenazione lineare e possibilmente gerarchica tra eventi e testimonianze, evidenze positive in genere, facciamo una gran fatica per elaborare sintesi delle quali non frega in realtà niente a nessuno. Ha ragione Cohn quando dice che «all acts center around identity creation and networking» e che «the entire news industry changed its strategy to accommodate this practice». Non stupisce che in questo contesto il metadato applicato ad un discorso diviene rapidamente dato esso stesso, anzi, a volte produce il dato, sfuggendo alle architetture di sistema controllabili. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è un po’ il seguito di quello che si diceva commentando la frase di Dumbledore, in calce al lenzuolone su </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/23/la-postverita-e-il-pallone-sbagliato/"><span style="font-weight: 400">postverità e palllone sbagliato</span></a><span style="font-weight: 400"> collegato alla riflessione sulla “guerrra di parole” che facciamo in </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/"><span style="font-weight: 400">“Da «sticazzi&#8230;» a «mecojoni!»”</span></a><span style="font-weight: 400">. A questo punto è necessario citare Vincenzo Marino e il suo “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/alt-right-italiana-provocatori-fake-news-bufale-troll-bomberismo-populismo"><span style="font-weight: 400">Bomberismo, troll e capre: ho cercato di capire se esiste un&#8217;alt-right italiana</span></a><span style="font-weight: 400">” uscito su Vice. Ci narra, fra le altre interessanti cose, del circuito dato-metadato scaturito dall’uscita di un video in cui alcuni nazisti facevano saluti nazisti-trumpisti durante un evento tenutosi a Washington D.C. a pochi giorni dall’elezione di Trump.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Il giorno dopo l&#8217;uscita di questo video, girato a una giornata di conferenze alt-right lo scorso sabato, hanno spiegato che i saluti nazisti non-ironici erano in realtà &#8220;effettivamente ironici&#8221;—</span><a href="http://www.nbcnews.com/politics/white-house/white-nationalist-alt-righter-claims-hail-trump-comments-were-ironic-n687021"><span style="font-weight: 400">sul serio</span></a><span style="font-weight: 400">).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Cioè questi dell’alt-right hanno detto questa cosa dell’ironia per dire che non sono nazisti, pur essendolo. La conclusione è che: “Una definizione precisa di alt-right è impossibile da stendere &#8211; sommersa com&#8217;è da strati di </span><a href="http://www.pbs.org/newshour/rundown/white-nationalist/"><span style="font-weight: 400">ironia</span></a><span style="font-weight: 400">, </span><a href="http://www.dailystormer.com/a-normies-guide-to-the-alt-right/"><span style="font-weight: 400">non-ironia</span></a><span style="font-weight: 400"> e </span><a href="https://www.buzzfeed.com/josephbernstein/the-alt-right-has-its-own-comedy-tv-show-on-a-time-warner-ne?utm_term=.itd991ZqV#.sfkXXx5oZ"><span style="font-weight: 400">post-ironia</span></a><span style="font-weight: 400">”. il ché, a uso nostro, significa che il circuito è attivato, e stare su un “piano di realtà” significa considerarlo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il conflitto in corso tra le élite e la massa può in un certo senso ridursi al fatto che la ka$ta vorrebbe mantenere il controllo della cosiddetta narrazione, mentre laggente vorrebbe il webbe libero dove può insultare chi le pare. Le élite, diciamo Iacoboni e Lotti per capirci, vorrebbero dimostrare che la massa è in realtà soltanto un </span><i><span style="font-weight: 400">transponder</span></i><span style="font-weight: 400"> che replica in maniera eterodiretta le narrazioni prodotte ai rami alti del complotto, mentre laggente reclama un proprio protagonismo, una propria autenticità. Cioè, laggente dicono (l’anacoluto è ormai grammaticalizzato), noi non è che ti insultiamo a te ka$ta perché ci dicono di farlo, ma proprio perché ce fai schifo e nella Moglie di Brunetta, da questo punto di vista, troviamo un mirabile e emblematico </span><i><span style="font-weight: 400">role model</span></i><span style="font-weight: 400">. Il che ci riporta al «fact doesn’t matter» di Cohn, perché laggente non stanno parlando dei fatti, si stanno presentando, stanno reclamando un protagonismo, che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e il giornalista de </span><i><span style="font-weight: 400">La Stampa</span></i><span style="font-weight: 400"> hanno acquisito come un diritto. Il vero conflitto, se ci pensi, è qua: voi volete continuare ad essere qualcuno, mentre noi dobbiamo tornare nel nostro pallosissimo anonimato, così voi potete droppare i nomi degli altri opinion leader come voi, collusi con la finanza internazionale, durante le cene di Farinetti negli attici terrazzatissimi del centro, mentre noi non contiamo niente, perché la crisi ci ha fatto ricordare che non siamo grandi tennisti (con la racchetta di Decathlon) o avventurosi viaggiatori (low cost), come proviamo a farvi (e a farci) credere via <em>Instagram</em>. E qui viene su la pretesa di autenticità: non sarò Federer, ma, cazzo, sono autentico.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, esatto. L’esempio più drammatico è di quello che si suicida in diretta sul social network, fatto cui segue un commentario interminabile. L’esempio estremo è  invece, su FB, la pagina mai cancellata di chi muore: capita che l’algoritmo ti restituisca suoi post a qualche anno di distanza e ti mandi di fatto il messaggio che quella persona è morta, mentre il post diceva: “Oggi </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giampaolo_Giuliani"><span style="font-weight: 400">le emissioni di radon </span></a><span style="font-weight: 400">sono alle stelle, dormirò in macchina”. Questa cosa qui è un grande tema, che dovremmo sviluppare. In qualche forma ne </span><a href="https://beizauberei.wordpress.com/2014/12/03/psichico-8-simbolo-microcultura-morte-idea-della-morte/"><span style="font-weight: 400">ha scritto</span></a><span style="font-weight: 400"> Costanza Jesurum, che di mestiere fa la psicoterapeuta junghiana, anche se forse lei non è d’accordo col fatto di averne scritto ma vabbene lo stesso e mi aspetto che si arrabbi perché l’ho citata a sproposito. Faceva l’esempio di Cosimo Pagnani:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">che ammazza la moglie e ne scrive fiero e probabilmente allucinato su Facebook – e trecento persone o più esprimono il loro apprezzamento a “sei morta troia” aumentando le richieste di amicizia e commentando con vivo entusiasmo.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Nel post che cito Jesurum è impegnata a de-sociologizzare l’analisi della cosa. Facendo questo entra nei gangli di un meccanismo sul quale ragionare a fondo:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Possiamo decidere che sono tutti qualcosa – per esempio maschilisti – ma poi dobbiamo discernere i diversi possibili usi psichici di sei morta troia – che afferiranno a diverse soggettività e a diverse microculture possibili.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">“Ci saranno i misogini [&#8230;]”, osserva. “Ci saranno le donne che hanno una psicopatologia dell’identità di genere, e un problema doloroso con il femminile interno [&#8230;]”, ma soprattutto (dal mio punto di vista) :</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Ci saranno quelli che useranno l’omicida come un soggetto postmoderno ed estetico, che rappresenta il maschilismo interno, non la misoginia, essi – e credo che non siano pochi – scinderanno la realtà della morte la realtà dell’omicidio dalla frase, la annulleranno e la metteranno tra parentesi in modo da poter leggere nella frase “sei morta troia” la concretizzazione di quell’insulto che rispetti una distribuzione di poteri che si vuol e vedere nella realtà, l’uso simbolico in questo caso è leggermente diverso, perché la troia è una donna da punire in quanto libera, non da ammazzare in quanto donna. La differenza è di capitale importanza.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E infine:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Credo poi che ci siano persino certi, che abbiano assolutamente desoggettificato anche l’omicida, che l’abbiano trasformato in un giocattolo che lo abbiano come dire videogamesizzato. E credo che questo riguardi una discreta percentuale di quelli che gli hanno chiesto l’amicizia. In questo caso l’oggetto simbolico da manipolare psicologicamente non è il femminile morto, ma il maschile vivo. E il problema potrebbe essere con quel maschile vivo che su internet viene improvvisamente proposto come animale da circo, come foca che salta nel cerchio. Vediamo che cosa fa? Vediamo come si comporta? Se si pente, se si suicida, se va al gabbio se mostra i muscoli se sputa al giudice. In alcune delle reazioni a questa funesta vicenda io ho psicologicamente visto anche questo uso simbolico del misogino cioè : l’oggetto da denigrare con violenza per un problema con il proprio maschile.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Ritorniamo alla monotonia della vita del &#8211; come lo abbiamo chiamato? &#8211; microborghese promosso dal debito pubblico col telefonone sottoutilizzato ecc ecc. In sostanza nella vita non succede una mazza e a quel punto il metadato serve, eccome, per non dirsi quanto ci si sta annoiando. Si prendono questi metadati, che sono alla dovuta distanza, e ci si fa un po’ la qualsiasi: diventano dati. E, per riallacciare il nodo con la puntata precedente: più il titolo suona “mecojoni” più il metadato/dato acchiappa.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo questa faccenda che menzioni dalla Moglie di Brunetta (stavolta maiuscolo in quanto Archetipo dell’Inconscio collettivo, nonché candidata a Best Complottema 2016) finiamo fino dalla Sciarelli o dalla Leosini, o da tutt’e due, scivolando dallo spoof del film di complotto a quello dell’intrigo thriller scabroso. Ma forse possiamo fermarci a metà strada con la faccenda Boldrini. Nel giorno in cui si tematizza la violenza maschile sulle donne, venerdì 25 novembre, la Presidentessa del Senato pubblica su twitter i nomi e i cognomi di un campione simbolico delle migliaia di molestatori che le rivolgono ormai da anni insulti sessisti sui social network:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-66018 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-300x300.jpg" alt="ztabuc" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/zTABUc.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">Si tratta solo di un piccolo campione, rispetto al quale “sei morta troia” pare quasi poca cosa, in effetti, o comunque parte del medesimo orrore misogino che, come dice Jesurum, è accomunato da una comune matrice maschilista patriarcale, ma sicuramente si articolerà in diverse modalità soggettive afferenti a diverse culture (poi diremo anche ‘sticazzi, bisognerebbe soltanto internarli tutti in un campo di lavoro in Siberia a spalare uranio, ma questo attiene al campo delle soluzioni). </span></p>
<p><b>Lorenzo:</b><span style="font-weight: 400"> è da notare quanto questa cosa la si sia capita, in certi contesti. Ieri mi segnalavi questo articolo molto interessante al riguardo, dal titolo: “</span><a href="http://www.nytimes.com/2016/11/24/world/middleeast/isis-recruiters-social-media.html?emc=edit_th_20161125&amp;nl=todaysheadlines&amp;nlid=4755591"><span style="font-weight: 400">One by One, ISIS Social Media Experts Are Killed as Result of F.B.I. Program</span></a><span style="font-weight: 400">”. Quella che l’FBI chiama “The Legion” è la ormai quasi sconfitta task force dell’ISIS che lavora(va) attorno ai social network: “a band of English-speaking computer specialists who had given a far-reaching megaphone to Islamic State propaganda and exhorted online followers to carry out attacks in the West”. La “Legione” era (e parzialmente è tuttora) in grado di ispirare attacchi da parte di persone che si collegano all’ISIS nelle forme raccontate da Jesurum. Quale altro tipo di legame aveva con l’ISIS </span><i><span style="font-weight: 400">reale </span></i><span style="font-weight: 400">la coppia di </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_San_Bernardino"><span style="font-weight: 400">attentatori di S. Bernardino</span></a><span style="font-weight: 400">, o </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Nizza"><span style="font-weight: 400">il camionista di Nizza</span></a><span style="font-weight: 400">, o la </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Orlando"><span style="font-weight: 400">guardia privata di Orlando</span></a><span style="font-weight: 400">. E cosa li distingue, nel loro approccio al </span><i><span style="font-weight: 400">reale</span></i><span style="font-weight: 400">,</span> <span style="font-weight: 400">da un </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Monaco_di_Baviera_del_22_luglio_2016"><span style="font-weight: 400">ragazzetto tedesco-iraniano</span></a><span style="font-weight: 400">, soggetto a bullismi, che spara contro tutti i suoi coetanei a Monaco o a un </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Anders_Breivik"><span style="font-weight: 400">Anders Behring Breivik</span></a><span style="font-weight: 400">? Praticamente nulla, e di certo non una genericissima e financo sbadata affinità confessionale, visto l’esito macroscopico dei loro deliri. Sono invece tutti uguali proprio nella macroscopicità della risposta che danno a loro problemi specifici, che sono i veri motori dell’azione. Per dirla con Jesurum: le loro microculture. In tutto questo l’FBI l’ha capita benissimo, questa storia, e ha proprio un </span><i><span style="font-weight: 400">programma </span></i><span style="font-weight: 400">il cui scopo è </span><i><span style="font-weight: 400">eliminare fisicamente </span></i><span style="font-weight: 400">chi &#8211; nelle fila dell’ISIS &#8211; ha la capacità di ingegnerizzare questa roba qua per poi renderla fruibile in termini di propaganda. Cioè chi è capace di trasformare un camionista, un ispettore del Dipartimento sanitario, una guardia privata in un “soldato dell’ISIS”. Al-Qaida nella Penisola Araba &#8211; in un’epoca ormai lontanissima, il 2010 &#8211; aveva dato al suo magazine online in inglese il nome </span><i><span style="font-weight: 400">Inspire</span></i><span style="font-weight: 400">. I “figli” di quell’esperienza lì hanno capito che bisogna connettere quelle ispirazioni ai microproblemi di quattro disadattati. Ora: l’FBI ha capito questo fatto. Sarà ora di capirla anche noi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Be’, questa l’abbiamo capita. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ok, allora andiamo avanti, sento che approfondendo il caso Boldrini, possiamo portarci un passo oltre. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si nota a prima vista che gli insulti sessisti sono anche contestualizzati dentro <em>fake news</em>, come quella dei festini e dei pompini a Smaila, per dire (ma centinaia di altre affollano i social network) o chiamano in causa razzismi demodé, come quello nei confronti degli albanesi, che non sbarcano più sulle nostre coste da quindici anni, anzi emigriamo noi da loro. Se da una parte i populismi correnti si nutrono di complottismo per collegare fatti irrelati, dall&#8217;altra scaricano merda nel discorso pubblico per fare intrattenimento a partire da spunti che, di per loro, sticazzi veramente. Potendo mischiano le due cose, come è capitato appunto con Boldrini e più e meglio ancora negli USA con la Clinton. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> una specie di grosso contenitore con su scritto “Boldrini” nel quale sembra legittimo sversare veleni anacronistici inoculati in cellule le cui pareti sono costruite di falsi macroscopici. Un’operazione, quella del contenitore, che rende possibile l’interazione (insultante) di individui i quali, isolatamente, non potrebbero che stare zitti. Ma non per questo non penserebbero quello che dicono.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Dall’altra parte Trump se ne va tranquillo e beato al NYT a prenderli per il culo sul loro registro, facendo apparire i giornalisti della maggiore testata del mondo come una banda di mistificatori spocchiosi, criticoni liberal, arroganti ed elitari. Anche in questo la caratterizzazione professionale di Grillo si riscopre in maniera certo più costruita ed artefatta nella campagna elettorale del nuovo Presidente americano. Con tutta evidenza le leadership populiste non hanno interesse a rendersi immuni rispetto al discorso satirico, piuttosto mirano a rivolgerlo con forza doppia e contraria contro chi si fa beffe di loro, in considerazione del dilettantismo che portano in campi un tempo altamente professionalizzati, come quelli della cronaca e della politica. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Qui sta un punto importante perché scopriamo che la sinistra non ha più neanche più la penna per opporsi a tutto ciò.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Su questo voglio essere molto chiaro. Dopo aver teorizzato per cinquant’anni appresso a Bachtin che proprio la scatologia sarebbe l&#8217;arma con la quale il popolo combatte l&#8217;ordine costituito del potere, la sinistra non riesce ad arginare l’ondata di merda sollevata dal maremoto populista, capeggiato da istrioni, giullari o figure che ne scimmiottano le caratterizzazioni stereotipiche. In particolare soffre l’appropriazione della scatologia da parte della gente qualunque, perché la sua collezione di deiezioni scatologiche indirizzate al membro della casta è piuttosto ruvida, rabbiosa, volgare in un senso che non conserva nulla della sua etimologia e risulta piuttosto </span><i><span style="font-weight: 400">borderline</span></i><span style="font-weight: 400"> col più classico fascismo. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">E la cosa lascia molti in uno stato di anomia profondo.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E invece questo dato, già collegato a precisi e documentati atti di parola, era già lucidamente </span><a href="http://www.pandorarivista.it/articoli/ideale-e-realta-della-microborghesia-grillina/"><span style="font-weight: 400">osservabile e commentabile un paio d’anni fa’</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Il Giullare Premiato [Dario Fo], dona al Comico con la Barba [Beppe Grillo] la scatologia magica grazie alla quale la spada in duronio dell’esercito di giocatori di ruolo acquisirà la forza necessaria a scardinare e sovvertire il potere della casta. Il Giullare premiato ha una certa età ed ha capito fino a un certissimo punto quello che sta facendo: percepisce chiaramente che il suo gesto è forse coerente rispetto al suo percorso di ricerca, ma fino a un certissimo punto rispecchia davvero le finalità originarie della sua ricerca, quando ad esempio recitava il Mistero Buffo nelle carceri di fronte ai figli del proletariato che volevano fare la rivoluzione. Cioè, in sintesi, il Giullare Premiato si è perso una decina di stagioni di Grande Fratello, dunque non ha capito che il suo tentativo di sovversione è stato riassorbito dalle forze che combatteva e rivolto proprio contro quei ceti che egli ambiva a rappresentare e promuovere, ma è normale che a una certa età si perda di aderenza al contesto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La distanza che separa il <em>Mistero buffo</em> dalla scoreggia trasparente dei nostri disgraziati eroi emerge in tutta la sua chiarezza dall’ormai classica raccolta di ingiurie a Maria Novella Oppo, giornalista dell’Unità dal 1973, additata al pubblico ludibrio sulla </span><a href="http://www.beppegrillo.it/2013/12/giornalista_del_giorno_maria_novella_oppo_lunita.html"><span style="font-weight: 400">bacheca digitale</span></a><span style="font-weight: 400"> del Comico con la Barba, che, come si è detto, dà la linea. Secondo lo schema che si è provato ad illustrare, si capirà bene senza neanche andarlo a rivedere, che questo giochetto non può funzionare, primo perché Bachtin aveva ragione fino a un certissimo punto (Rabelais era un chierico, non il primo stronzo che passava in mezzo alla strada), secondo perché, sottratta allo spazio carnevalesco della sovversione, la scatologia determina un cortocircuito estetico piuttosto disturbante. Ma già che ci siamo, andiamocelo a rivedere, dai: </span><span style="font-weight: 400"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=uKAXfZzePbM">http://www.youtube.com/watch?v=uKAXfZzePbM</a>.</span></p></blockquote>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ricollegando questo simile caso a quello odierno, il fatto che </span><a href="http://www.lastampa.it/2016/11/25/italia/cronache/laura-boldrini-basta-insulti-sessisti-ho-chiesto-di-eliminarli-a-facebook-e-twitter-vKCfnVvLEpiXr4xEsTZuMO/pagina.html"><span style="font-weight: 400">Boldrini abbia chiesto la rimozione da FB e TW degli insulti sessisti</span></a><span style="font-weight: 400"> mostra con tutta evidenza la difficoltà che la sinistra dimostra quando si tratta di interagire con la violenza populista, impropriamente mascherata da discorso satirico. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Ed è penoso che anche persone intelligenti indulgano in questa forma di snobissima corsa alla banalizzazione suscitata dall’</span><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2016/11/27/news/il_personaggio_le_sue_offese_sui_social_rese_note_dalla_presidente_della_camera_e_ora_maria_si_scusa-152908833/"><span style="font-weight: 400">articolo di Repubblica</span></a><span style="font-weight: 400"> che ha regalato un ulteriore momento di protagonismo a questa Maria Feliziani, che se si vergogna di essere esposta per quello che è, fa solo bene. Perché al di là dei sofismi io non capisco proprio come il cosiddetto analfabetismo digitale possa giustificare il fatto che copri di ingiurie sessiste una donna mille volte più figa di te, che può anche permettersi di essere antipatica quanto cazzo le pare. E nessuno mi toglie dalla testa che quegli insulti a Boldrini siano solo il riflesso di un’incultura patriarcale maschilista demmerda, da qualunque parte vengano. Per dire, <a href="https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2016/11/29/27-of-europeans-think-rape-may-be-acceptable-in-some-circumstances/?tid=sm_tw">esce oggi sul Washington Post</a> un sondaggio commissionato dalla EU, secondo il quale circa un europeo su quattro reputa lo stupro accettabile in determinate circostanze, con punte del 55% in alcuni stati membri. Siamo così sicuri che sia un problema di analfabetismo digitale? Non sarà per caso qualcosa di più profondo e radicato nella storia della nostra cultura che tramite la rete affiora più facilmente in superficie? </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è capitata una cosa molto simile nei giorni seguenti ai fatti di Gorino. Quest’ansia di dover ricomprendere Laggente Del Polesine (che si-rendeva-conto-di-aver-sbagliato) in un’epopea nazionale così rimasticata da far venire il voltastomaco, dando così una romanella di fascismo a tutti noi, E ancora prima era successo a Fermo, dove il nazista assassino di </span><span style="font-weight: 400">Emmanuel Chidi Namdi </span><span style="font-weight: 400">alla fine è diventato l’eroe definitivo della curva, da allora in poi coscientemente razzista, mentre un intero ecosistema di giornali locali gettava fango sulla vittima.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Prendiamo un giovane del ‘92, tipo quello che figura nell&#8217;ormai celebre scrinsciotto della Boldrini, quello che vorrebbe passare un giorno con lei per mutilarla e farla soffrire prima di farla morire male. Ma veramente ce lo vogliono spacciare per una analfabeta digitale? Vive dentro al telefonino, articola tramite <em>whatsapp</em>, ma quale analfabeta digitale!? Magari analfabeta e basta, di sicuro uno stronzo, probabilmente una merda fascista. E se sei una donna che dai della troia handicappata, anche senza h, di sicuro hai un&#8217;alfabetizzazione precaria in assoluto ed un correlato problema di deficit culturale pure. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Peraltro è facile fare l’umanizzazione dell’ingiuria sessista passando dalla signora che raccoglie le verdure nel campo e si vergogna della sua rabbia repressa (manco più, grazie ai social network). Proviamo a farla intervistando il decerebrato del ‘92 e vediamo se non viene fuori un altro discorso. Ha ragione qui Jesurum, quando dice che non si può prendere un elemento del sistema e generalizzare, perché il concetto generale va poi declinato in tutte le sottoculture dalle quali scaturisce, altrimenti santifichi la povera donna analfabeta digitale, dimenticando che per il suo insulto ne puoi contare un milione di altri che provengono da matrici completamente diverse. E da questo punto di vista è proprio il presunto “giornalismo d’inchiesta” che si trasforma in sciacallaggio, non il fatto che la vittima delle aggressioni denunci i suoi aggressori. Dunque che c’è il ragazzino che inventa bufale razziste per farsi la paghetta. Ma sappiamo anche che il giorno dopo il ritorno a casa dell’assassino Amedeo Mancini, gli ultrà del Fermo espongono questo striscione qui:</span></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-66019 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa-300x218.jpg" alt="amedeo-mancini-casa" width="300" height="218" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa-300x218.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/amedeo-mancini-casa.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><span style="font-weight: 400">La cosa avviene dopo che &#8211; proprio a causa di questo processo che descrivi &#8211; da “razzista/fascista”, Mancini era stato “ripulito”, viste le sue origini “popolane”, per diventare un “ultrà”.  Qui la stampa aveva fatto ciò che i nazisti di Washington si erano autocostruiti. Lì entrava prepotentemente il tema della bucìa vera e propria, che viene sdoganata come elemento di verità (non siamo nazisti), la quale verità è falsa (perché in effetti sono dei nazisti). Ma, a pensarci bene, anche in questo caso siamo di fronte a una bugia strutturale e strutturante. La qual cosa, occorre ricordarla, è una costante storica del fascismo &#8211; parliamo di un mix di arroganza e di vigliaccheria, con l’attitudine a fare branco a fare da eccipiente. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo insomma osservare, e questa è la parte che ci interessa, che, così come il culturalismo </span><i><span style="font-weight: 400">post-modern</span></i><span style="font-weight: 400">, anche la teorizzazione dei registri scatologici della letteratura popolare sia ritornata indietro tipo boomerang per colpirci dove non batte il sole. Paradossalmente, </span><i><span style="font-weight: 400">mutatis mutandis</span></i><span style="font-weight: 400"> (e sperabilmente anche le mutande, considerata la natura della metafora in questione), ci si ritrova in una posizione non dissimile da quella dei militanti del cosiddetto islamismo radicale, anche se la differenza di codice è patente. I dileggiatori dilettanti, laggente che insultava Oppo e oggi ancora insulta Boldrini, sono e sempre resteranno (l&#8217;anacoluto è ormai grammaticalizzato) un branco di individui carichi di rabbia repressa, sessisti e misogini, mentre </span><i><span style="font-weight: 400">Charlie Hebdo</span></i><span style="font-weight: 400"> è un giornale satirico, che ti può divertire o far schifo, con una responsabilità collettiva di carattere non solo legale, ma anche culturale. Ora, nel momento in cui il populismo corrente fa decadere la differenza tra questi due soggetti e tra i codici che sostanziano il loro agire, ecco che se non «stai allo scherzo» ti si sventola davanti che allora </span><i><span style="font-weight: 400">jesuisciarlì</span></i><span style="font-weight: 400">? Cioè, facevi tanto il difensore della libertà di espressione quando si trattava dei tuoi amici troskisti che dileggiano il pensiero religioso, mo’ che tocca a te invece sarebbe diffamazione? Il populismo dimostra da questo punto di vista la sua natura proto-fascista, mescolando i codici e cancellando le linee di confine che demarcano la differenza tra un genere espressivo e l’altro. Se non sei un comico, non stai facendo satira, stai soltanto insultando una persona. Non c’entra niente la libertà di espressione. L’autenticità del discorso scatologico ti qualifica davvero come <em>testesso</em>, cioè come una vera merda. Diciamo che diventi il <em>testimonial</em> del discorso scatologico che stai formulando, identificandoti con esso, presentandoti come la sua forma patetica.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Poi è anche vero che quando il segretario FNSI dichiara alla Camera che “La rete messa a disposizione di qualsiasi cittadino può diventare un&#8217;arma letale&#8221; dice un’altra cosa ottusa. Non è un problema di rete, non è un problema di veicolo espressivo, quanto piuttosto di contenuti espressi, dei quali ci si preoccupa sempre meno per le ragioni che stiamo dicendo da mesi, che cioè c’è un prevalere del discorso mediatico, ingegneristico e sociologico quantitativo su ragionamenti di sostanza relativi a chi siamo veramente, cosa pensiamo, perché lo pensiamo e come lo diciamo. E, se valutiamo questi aspetti, ci rendiamo immediatamente conto che non possiamo ridurre tutta questa questione ad un problema di </span><i><span style="font-weight: 400">conversational divide</span></i><span style="font-weight: 400">, </span><a href="https://mediamondo.wordpress.com/tag/laura-boldrini/"><span style="font-weight: 400">come fa Giovanni Boccia Altieri</span></a><span style="font-weight: 400">. Che mi significa proporre &#8220;percorsi educativi e di socializzazione&#8221; per “analfabeti digitali”? Se quelle persone avessero detto le stesse cose in contesto non digitale non le avremmo forse viste ma la gravità del loro dire non sarebbe minore. Togliendo il “digitale”, sarei d’accordo con Boccia Altieri. Parleremmo della scuola, di come farla funzionare di nuovo. Per di più all’indomani di cose terribili come Gorino o Fermo ecc., si cerca in tutti i modi possibili di mettere questa polvere sotto al tappeto e la cosa è quantomeno irresponsabile.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Alla fine mi pare chiaro, ma è anche ovvio, che il </span><i><span style="font-weight: 400">divide </span></i><span style="font-weight: 400">digitale non può che essere parte di un più articolato discorso sul </span><i><span style="font-weight: 400">divide</span></i><span style="font-weight: 400"> culturale. Non ci crederò mai che se adesso spieghiamo alla signora sessantenne come si usa facebook, allora ecco che la smette di dare della troia alla Presidentessa della Camera. Cioè, magari lo fa, ma il problema rimane, perché l’odio a quel punto represso dove cazzo lo metto? Sotto al tappeto pure quello? Da qualche parte mi salta fuori, non ci sono argini che lo tengano più. Specialmente quando i soggetti in questione sono meno apparentemente innocui e santificabili.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ma ecco, ecco. In diretta dalla Camera dei Deputati su queste cose che diciamo noi, C’è Walter Quattrociocchi, c’è Boldrini. Anche Boccia Altieri. Be’, che dire? Qualcosa succede.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Che se ne parli in sedi istituzionali è già qualcosa. La Boldrini dice, giustamente secondo me, che il problema non è l’odio, ma cosa ce ne vogliamo fare. L’odio non lo puoi eliminare, e di questo dobbiamo parlare in una puntata sulle emozioni che il discorso pubblico veicola, ma certo conta cosa te ne vuoi fare. Se vuoi camuffarlo da sberleffo, sperando di demistificarlo in questo modo, se vuoi cavalcarlo per vincere le elezioni, se vuoi provare a trasformarlo in un altro sentimento meglio spendibile e più costruttivo da un punto di vista della crescita delle dinamiche sociali. Di sicuro non si può parlare solo del mezzo che lo veicola, santificandolo o demonizzandolo, né profilare gli utenti inconsapevoli come fa la stampa del sensazionalismo d’inchiesta. Così rimani dentro la spirale dell’ignoranza, anzi la alimenti. Alimenti soprattutto quel protagonismo che ti fa sentire un sacco autenticamente testesso quando alzi i toni dello scontro, quando sale la temperatura del confronto, come capita nei talk show, oltre che in rete, ma anche un po’ sempre nella vita, indipendentemente dal mezzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, è necessario ritornare al punto delle emozioni, facendo tesoro di tutto questo, e con la consapevolezza che sì, ci abbiamo abbastanza preso. Il nostro scienziato di riferimento, Walter Quattrociocchi, con il suo <em>Pandoors</em> non andrà a caccia di fake ma di “temi sensibili”.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. La potremmo fare lunghissima, ricominciando con Lapo Elkann, massacrato per tutto il giorno da commenti omofobi, sessisti, qualunquisti, la somma dei quali dà bene la misura<a href="https://populismi.wordpress.com/2016/11/27/la-definizione-difficile-di-populismo/"> di cosa si possa intendere per populismo</a> oggi.  Diciamo che a lui con la post-verità j&#8217;è annata male e chiudiamo qua?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. La simulazione di sequestro è troppo sgamata, almeno da <em>Fargo</em> in poi.</span></p>
<p><strong>Anatole</strong>. Deve pigliare un addetto stampa che gli aggiorni le narrazioni.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Che altrimenti parte il delirio scatologico.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Ma de brutto proprio. Mettiamolo nel titolo per fare <em>clickbaiting</em> populista.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Chi va cor zoppo&#8230;</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Ampara a zoppica&#8217;</p>
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		<title>Enemy aliens in America &#8211; I romanzi di Julie Otsuka e le storie dimenticate dei giapponesi schedati e internati nei campi di prigionia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 07:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi  Tradurre i romanzi di Julie Otsuka è stata un’esperienza molto coinvolgente, non solo per la bellezza della sua scrittura, limpida, essenziale e fluida, ma anche per il grande interesse delle storie da lei raccontate. Storie poco note persino negli Stati Uniti, dove si svolgono, perché riguardano una minoranza che le ha perlopiù [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ninehoursofseparation.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Silvia Pareschi</strong> </a></p>
<figure id="attachment_44908" aria-describedby="caption-attachment-44908" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44908" alt="Three boys looking through barbed-wire camp fence - Toyo Miyatake" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg" width="600" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-96x76.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-38x30.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-268x215.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-128x102.jpg 128w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44908" class="wp-caption-text">Three boys looking through barbed-wire camp fence &#8211; Toyo Miyatake</figcaption></figure>
<p>Tradurre i romanzi di Julie Otsuka è stata un’esperienza molto coinvolgente, non solo per la bellezza della sua scrittura, limpida, essenziale e fluida, ma anche per il grande interesse delle storie da lei raccontate. Storie poco note persino negli Stati Uniti, dove si svolgono, perché riguardano una minoranza che le ha perlopiù archiviate senza clamore, quasi con un senso di vergogna per ciò che ha subito. Il primo libro di Julie Otsuka che ho tradotto, <i>Venivamo tutte per mare</i> &#8211; che in realtà è il secondo da lei scritto, vincitore del PEN/Faulkner Award 2012 – racconta la storia delle migliaia di “spose per corrispondenza” (o “spose in fotografia”) arrivate negli anni ’10 e ’20 dal Giappone alla costa occidentale degli Stati Uniti per sposare loro compatrioti che hanno visto solo in fotografia.</p>
<p><i>Sulla nave non potevamo sapere che quando avremmo visto i nostri mariti non li avremmo riconosciuti. Che tutti quegli uomini in berretto di maglia e cappotto nero sdrucito che ci aspettavano giù sul molo sarebbero stati così diversi dai bei giovanotti delle fotografie. Che le fotografie che ci avevano mandato erano vecchie di vent’anni. Che le lettere che ci avevano scritto erano state scritte da altri, professionisti della bella calligrafia che di mestiere raccontavano bugie e conquistavano cuori. Che nel sentir gridare i nostri nomi dalla terraferma, una di noi si sarebbe girata coprendosi gli occhi – </i>Voglio tornare a casa – <i>ma tutte le altre avrebbero abbassato la testa, si sarebbero lisciate la gonna del kimono e sarebbero scese dalla passerella per uscire nel giorno ancora tiepido.</i> Questa è l’America<i>, ci saremmo dette,</i> non c’è nulla di cui preoccuparsi. <i>E ci saremmo sbagliate.<br />
</i>[Da <i>Venivamo tutte per mare</i>, di Julie Otsuka, Bollati Boringhieri.]</p>
<p>Nel suo primo romanzo, pubblicato di recente in Italia con il titolo <i>Quando l’imperatore era un dio</i>, Otsuka narra invece la storia di una famiglia giapponese internata nei campi di prigionia americani durante la Seconda guerra mondiale. Una storia non molto conosciuta neppure negli Stati Uniti (un po’ di più sulla costa occidentale, dove molti ricordano ancora l’improvvisa scomparsa dei loro vicini di casa giapponesi), una pagina molto brutta della storia americana che ho voluto esplorare un po’ più a fondo, lasciandomi guidare dalla storia narrata nel romanzo.</p>
<figure id="attachment_44902" aria-describedby="caption-attachment-44902" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44902" alt="Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg" width="650" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-96x68.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-38x27.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-301x215.jpg 301w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-128x91.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44902" class="wp-caption-text">Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942</figcaption></figure>
<p><b>Enemy Aliens</b></p>
<p>Le spose per corrispondenza protagoniste di <i>Venivamo tutte per mare</i> continuano ad arrivare in California fino al 1924, quando negli Stati Uniti entra in vigore l’<i><a href="http://history.state.gov/milestones/1921-1936/ImmigrationAct" target="_blank">Asian Exclusion Act</a></i>, che proibisce l’immigrazione dei cittadini asiatici e vieta loro la naturalizzazione e il possesso di terre. La grande maggioranza degli immigrati giapponesi lavora nelle campagne della West Coast; sono bravi contadini, noti per la qualità dei loro prodotti e per la loro capacità di coltivare qualunque terreno. Doti che non li rendono certo popolari agli occhi degli altri contadini e proprietari terrieri, che naturalmente sono tra i primi sostenitori dell’<i>Asian Exclusion Act</i>. Non si tratta del primo “atto di esclusione” di questo tipo nei confronti degli immigrati asiatici (il primo era stato emesso contro i cinesi nel 1882), ma per i giapponesi le cose cominciano a peggiorare nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale. In quel momento non esiste una convenzione internazionale sul trattamento dei civili residenti di nazionalità nemica, e i cittadini dei paesi dell’Asse che vivono negli Stati Uniti non sanno ancora a cosa andranno incontro.</p>
<p>Poco dopo l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, i cittadini giapponesi, tedeschi e italiani presenti sul suolo americano – già soggetti all’<i><a href="http://www-rohan.sdsu.edu/dept/polsciwb/brianl/docs/1940AlienRegistrationAct.pdf" target="_blank">Alien Registration Act</a></i> del 1940, che obbliga tutti i residenti di nazionalità straniera (circa cinque milioni) a sottoporsi a schedatura annuale presso gli uffici postali &#8211; vengono dichiarati <i>enemy aliens </i>(stranieri nemici). La condizione dell’<i>enemy alien</i> è equiparabile alla libertà vigilata, con l’aggiunta di un coprifuoco notturno. Tutti gli <i>enemy aliens </i>dai quattordici anni in su possono venire arrestati, trattenuti, reclusi e trasferiti forzatamente, senza che vengano loro comunicati i capi d’accusa o le prove a carico. Se in seguito alle indagini oppure a una delazione si ritiene necessario l’arresto, l’<i>enemy alien </i>viene semplicemente prelevato dall’FBI e condotto al centro di detenzione più vicino. Da lì, se giudicato pericoloso, viene trasferito in un campo di prigionia.</p>
<figure id="attachment_44903" aria-describedby="caption-attachment-44903" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44903" alt="La fotografia è di Ira W. Guldner" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg" width="650" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-96x67.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-305x215.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-128x89.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44903" class="wp-caption-text">La fotografia è di Ira W. Guldner</figcaption></figure>
<p><i>Erano venuti a prenderlo poco dopo mezzanotte. Tre uomini in giacca e cravatta e borsalino nero con il distintivo dell’FBI sotto il cappotto. «Prenda lo spazzolino da denti» gli avevano detto. Era successo in dicembre, subito dopo Pearl Harbor, quando vivevano ancora a Berkeley, nella casa bianca </i><i>in un’ampia strada non lontano dal mare. Avevano fatto l’albero di Natale e l’intera casa profumava di pino, e dalla finestra il bambino li aveva visti portar fuori suo padre in vestaglia e pantofole e fargli attraversare il giardino fino alla macchina nera parcheggiata accanto al marciapiede. Non aveva mai visto suo padre uscire di casa senza cappello. Era questo che lo aveva turbato di più. </i><i>Niente cappello. E quelle pantofole: malconce e sbiadite, con la suola di gomma ricurva alle estremità. Se solo gli avessero permesso di mettersi le scarpe, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma non c’era tempo per le scarpe.<br />
</i>[Da <i>Quando l’imperatore era un dio</i>, di Julie Otsuka, Bollati Boringhieri.]</p>
<figure id="attachment_44899" aria-describedby="caption-attachment-44899" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44899" alt="A dust storm hits Manzanar Relocation-Center in California on July-3-1942 - Dorothea Lange" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg" width="650" height="471" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-96x69.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-38x27.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-296x215.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-128x92.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-250x180.jpg 250w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44899" class="wp-caption-text">A dust storm hits Manzanar Relocation-Center in California on July-3-1942 &#8211; Dorothea Lange</figcaption></figure>
<p><b>Campi di prigionia</b></p>
<p>I successi iniziali dell’esercito nipponico nel Pacifico scatenano il panico nella popolazione americana, soprattutto tra gli abitanti della costa occidentale. Il 19 febbraio 1942, sotto la pressione dell’opinione pubblica, Roosevelt firma <a href="http://home.comcast.net/~eo9066/EO9066.html" target="_blank">l’Executive Order 9066</a>, che designa «aree militari dalle quali alcune o tutte le persone possono venire escluse». Tale misura interessa indistintamente <i>enemy aliens</i> e cittadini americani di origine giapponese.</p>
<p><i>Il cartello era apparso durante la notte. Sui pannelli per le affissioni, sugli alberi e sullo schienale delle panchine alle fermate dell’autobus. Era appeso nella vetrina di Woolworth’s. Di fianco all’ingresso della YMCA. Affisso al portone del tribunale municipale, e inchiodato ad altezza d’occhio a ogni palo del telefono lungo University Avenue. La donna stava restituendo un libro alla biblioteca quando vide il cartello nella vetrina dell’ufficio postale. Era una giornata di sole a Berkeley, nella primavera del 1942, e lei aveva gli occhiali nuovi e ci vedeva bene per la prima volta da settimane. Non doveva più socchiudere gli occhi, eppure li socchiuse ugualmente, per abitudine. Lesse il cartello da cima a fondo e poi, sempre con gli occhi socchiusi, tirò fuori una penna e lo rilesse di nuovo. Era scritto in caratteri piccoli e scuri. In certi punti minuscoli. La donna annotò alcune parole sul retro di una ricevuta bancaria, poi si voltò, tornò a casa e cominciò a preparare i bagagli.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid.]</span></p>
<p>La principale “zona di esclusione” è proprio la costa del Pacifico: tutti i giapponesi che vi abitano &#8211; circa 112.000, di cui 85.000 tra <i>nisei</i> (giapponesi di seconda generazione, nati negli Usa e cittadini americani) e <i>sansei </i>(i figli dei <i>nisei</i>) &#8211; vengono deportati e internati in campi di prigionia, com’era già successo agli <i>enemy aliens</i> considerati pericolosi per la sicurezza del paese. L’<i>Office of Alien Property Custodian</i> si occupa<i> </i>della gestione delle proprietà confiscate ai deportati, i quali ricevono l’ordine di liquidare tutti i loro beni con un preavviso che va dai tre giorni alle due settimane. La <i>War Relocation Authority</i>, invece, gestisce la deportazione dei prigionieri nei campi. La prima tappa è in uno degli <i>Assembly Centers</i>, centri di raccolta allestiti in luoghi pubblici come ippodromi e zone fieristiche. La madre e i due bambini di <i>Quando l’imperatore era un dio </i>passano mesi nel Tanforan Assembly Center di San Francisco, un ex ippodromo dove gli alloggi sono ricavati dalle scuderie.</p>
<p><i>Per tutta l’estate avevano vissuto nelle vecchie scuderie dietro la pista dell’ippodromo. Al mattino si lavavano la faccia nelle lunghe mangiatoie di lamiera, e di notte dormivano su materassi imbottiti di paglia. Due volte al giorno, quando suonava la sirena, tornavano nelle scuderie per l’appello, e tre volte al giorno si mettevano in fila nella mensa sotto le tribune.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<figure id="attachment_44898" aria-describedby="caption-attachment-44898" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44898" alt="Portraits of evacuees housed in the Manzanar Relocation Center in California, taken by Ansel Adams in 1943" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg" width="650" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-96x61.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-38x24.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-334x215.jpg 334w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-128x82.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44898" class="wp-caption-text">Portraits of evacuees housed in the Manzanar Relocation Center in California, taken by Ansel Adams in 1943</figcaption></figure>
<p>Dai centri di raccolta, i prigionieri vengono trasportati a bordo di camion, autobus o treni in uno degli <i>Internment Camps</i>, dove rimarranno fino alla fine della guerra. Il campo dove vengono deportati la madre e i due bambini si trova a Topaz, nello Utah; il padre, invece, dopo l’arresto è stato mandato a Fort Missoula, in Montana, e da lì trasferito a Fort Sam Houston, in Texas.</p>
<p><i>Sopra il letto del bambino c’era una finestra, e fuori c’erano le stelle e la luna e le interminabili file di baracche nere allineate sulla sabbia. In lontananza, un grande campo vuoto dove cresceva solo artemisia, poi la recinzione e le alte torrette di legno. In ogni torretta c’era un soldato di guardia munito di mitragliatrice e binocolo, che di notte azionava il riflettore.<br />
</i>(…)<br />
<i>Le regole sulla recinzione erano semplici: non si poteva passarci sopra, non si poteva passarci sotto, non si poteva girarci intorno, non si poteva attraversarla.<br />
</i><i>E se il tuo aquilone vi si impigliava sopra?<br />
</i><i>Facile. Lasciavi andare l’aquilone.<br />
</i><i>C’erano anche regole sul linguaggio: </i>Qui diciamo Sala da pranzo anziché Sala mensa; Consiglio di sicurezza anziché Polizia interna; Residenti anziché Evacuati; e non ultimo, Clima mentale anziché Morale.<br />
<i>C’erano regole sul cibo: niente bis, tranne che per pane e latte.<br />
</i><i>E sui libri: niente libri in giapponese.<br />
</i><i>C’erano regole sulla religione: non sono ammessi scintoisti adoratori dell’Imperatore.<br />
</i>(…)<br />
<i>All’inizio dell’autunno arrivarono i reclutatori delle fattorie per ingaggiare nuova manodopera, e la War Relocation Authority permise a molti giovani, uomini e donne, di uscire dal campo per dare una mano con il raccolto. Alcuni di loro andarono a nord, in Idaho, a cimare le barbabietole da zucchero. Alcuni andarono in Wyoming a raccogliere le patate. Alcuni andarono nella tendopoli di Provo a raccogliere pesche e pere, e alla fine della stagione tornarono indossando Florsheim nuove di zecca. Alcuni tornarono indossando le stesse scarpe con cui erano partiti, e giurarono che non ci sarebbero più andati. Dissero che gli avevano sparato. Gli avevano sputato addosso. Gli avevano proibito l’ingresso al diner. Al cinema. Alla merceria. Dissero che, dovunque andassero, i cartelli nelle vetrine dicevano tutti la stessa cosa: VIETATO L’INGRESSO AI GIAPPONESI. La vita era più facile dissero, da questa parte della recinzione.<br />
</i>[Ibid<i>.</i>]</p>
<p>Il più tristemente noto di questi campi è quello di Manzanar, nella California orientale, nel quale vengono internate più di 10.000 persone (due terzi delle quali sotto i 18 anni), e che in seguito sarà dichiarato monumento nazionale. Altri si trovano più all’interno, in Arizona, Wyoming, Arkansas, Utah, Colorado, in zone desertiche dove le temperature invernali scendono sotto lo zero.</p>
<p><i>Al mattino la neve si era trasformata in fanghiglia, e un vento pungente soffiava dai monti Wasatch. «Copriti bene» disse sua madre. Strappò le pagine del catalogo Sears Roebuck e le ficcò dentro le fessure nelle pareti. Chiuse i nodi del legno con i coperchi delle lattine. Andò a prendere qualche secchio di carbone dal mucchio che ogni tanto compariva in mezzo alla strada e accese il fuoco nella stufa. Quando la </i><i>War Relocation Authority annunciò che avrebbe distribuito equipaggiamento militare della prima guerra mondiale, fece la fila per due ore e tornò con paraorecchie, gambali di tela e tre giubbotti da marinaio blu taglia cinquantasei.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<figure id="attachment_44904" aria-describedby="caption-attachment-44904" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-44904" alt="Dorothea Lange ritratta da Paul S. Taylor, 1934 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-300x226.jpg" width="300" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-1024x774.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-284x215.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-128x96.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934.jpg 1025w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44904" class="wp-caption-text">Dorothea Lange ritratta da Paul S. Taylor, 1934</figcaption></figure>
<p><b>Tre fotografi nel campo di Manzanar</b></p>
<p>Nel 1942 la <i>War Relocation Authority </i>ingaggia la fotografa Dorothea Lange per ritrarre la vita dei giapponesi internati nei campi. Quando le viene chiesto di fotografare le famiglie nippo-americane prima e dopo l’internamento, Lange è già famosa per aver documentato il periodo della Grande Depressione, ed è anche una dei pochi americani contrari all’Executive Order 9066; la sua partecipazione alle lotte dei contadini messicani immigrati l’ha resa consapevole del razzismo diffuso nella West Coast. Lange si butta nell’impresa con grande dedizione, malgrado gli ostacoli che le vengono continuamente posti dalle autorità militari, sempre più sospettose nei suoi confronti. Lavora dal febbraio al luglio del 1942, producendo circa 800 fotografie, di cui la maggior parte scattate, con molte restrizioni, nel campo di Manzanar. Le autorità militari, però, trovano troppo critico lo stile realistico di Lange, e confiscano le foto per tutta la durata della guerra. Al termine delle ostilità vengono trasferite negli archivi nazionali, dove rimangono pressoché ignorate per molto tempo, malgrado la fama dell’autrice e il fatto che ormai siano di pubblico dominio. Solo nel 1972 ne vengono esposte 27 in una mostra al Whitney Museum intitolata <i>Executive Order 9066</i>, mentre nel 2006 una selezione delle foto – circa un ottavo &#8211; viene pubblicata nel volume <a href="http://books.wwnorton.com/books/detail.aspx?id=17523" target="_blank"><i>Impounded: Dorothea Lange and the Censored Images of Japanese American Internment</i></a>, a cura di <a href="http://worldpress.org/2588.cfm" target="_blank">Linda Gordon</a> e Gary Okihiro.</p>
<figure id="attachment_44905" aria-describedby="caption-attachment-44905" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-44905" alt="Un ritratto di Ansel Adams" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-300x225.jpg" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-286x215.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-128x96.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44905" class="wp-caption-text">Un ritratto di Ansel Adams</figcaption></figure>
<p>Nel 1943 l’incarico di documentare la vita nel campo di Manzanar viene affidata al il più famoso fotografo americano, Ansel Adams. L’invito gli viene rivolto dal direttore del campo, Ralph Merritt, che è suo amico, ma questo non significa che il grande fotografo possa documentare tutto quello che vede senza censure. Le sue foto, scattate fra il 1943 e il 1944, verranno criticate perché non mostrano le sofferenze dei prigionieri, anzi, li fanno sembrare soddisfatti della loro vita nel campo. Dopo aver pubblicato una selezione delle foto nel libro <a href="http://memory.loc.gov/ammem/collections/anseladams/aamborn.html" target="_blank">Born Free and Equal</a>, nel 1968 Adams le dona alla <a href="http://memory.loc.gov/ammem/collections/anseladams/index.html" target="_blank">Library of Congress</a>.</p>
<figure id="attachment_44906" aria-describedby="caption-attachment-44906" style="width: 231px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-44906" alt="Un ritratto di Toyo Miyatake" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-231x300.jpg" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-74x96.jpg 74w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-29x38.jpg 29w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-165x215.jpg 165w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-98x128.jpg 98w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera.jpg 494w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44906" class="wp-caption-text">Un ritratto di Toyo Miyatake</figcaption></figure>
<p>Il terzo fotografo di Manzanar è uno dei suoi prigionieri, <a href="http://www.toyomiyatake.com/Category/Vintage_Manzanar" target="_blank">Toyo Miyatake</a>. Prima della guerra, Miyatake è un fotografo commerciale di successo a Los Angeles. Benché fra le misure restrittive imposte ai prigionieri nippo-americani vi sia il divieto di possedere macchine fotografiche, Miyatake riesce a introdurre una lente nel campo e a costruirsi una macchina. Quando lo scopre, il direttore Ralph Merritt gli permette di continuare: dapprima con un assistente bianco che preme l’otturatore al suo posto (per aggirare il divieto), poi semplicemente con la supervisione continua di un bianco, poi finalmente da solo. Nei più di tre anni passati a Manzanar, Miyatake scatta circa 1500 fotografie, in cui la vita dei prigionieri viene documentata da vicino, in tutti i suoi dettagli quotidiani.</p>
<figure id="attachment_44900" aria-describedby="caption-attachment-44900" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44900" alt="La fotografia è di Dorothea Lange" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg" width="650" height="460" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-96x67.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-303x215.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44900" class="wp-caption-text">La fotografia è di Dorothea Lange</figcaption></figure>
<p><b>Paranoia anti-giapponese</b></p>
<p>Il più grande trasferimento forzato di popolazione nella storia degli Stati Uniti avviene senza che si levi nessuna protesta, né da parte della comunità giapponese, né da parte dell’opinione pubblica. Le organizzazioni per la difesa delle libertà civili rimangono in silenzio, mentre i giornali – primo fra tutti il “New York Times” – sostengono con foga una drastica soluzione di quello che viene definito il “problema giapponese”. Solo i quaccheri si oppongono apertamente alle deportazioni, e a quanto pare Eleanor Roosevelt cerca invano di convincere il marito a non firmare il provvedimento. Un’altra voce contraria &#8211; isolata quanto inattesa &#8211; è quella di<strong> </strong>J. Edgar Hoover, il direttore dell’FBI, che indirizza al Ministero della Giustizia un memorandum segreto per smentire la teoria paranoica del “complotto giallo” sostenuta dal generale John L. DeWitt, il comandante della regione militare del Pacifico. La nota dell’FBI non viene recapitata alla Corte Suprema, che decreta, su pressione del governo, la validità dell’<i>Executive Order 9066</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La situazione degli italiani</b></p>
<p>I provvedimenti che colpiscono i nippo-americani si rivolgono all’inizio anche contro i cittadini italiani e tedeschi, che però rimangono quasi immuni dal clima di paranoia collettiva che circonda i giapponesi. Il 12 ottobre del 1942, in occasione della festività di Columbus Day, viene annunciata l’esenzione degli italiani dalla categoria degli stranieri nemici. Il partito democratico tenta in questo modo di riconquistare il voto di quasi sei milioni di elettori italo-americani, che rappresentano una componente importante della coalizione rooseveltiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_44901" aria-describedby="caption-attachment-44901" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44901" alt="A Japanese family returning home from a relocation center camp in Hunt, Idaho, found their home and garage vandalized with anti-Japanese graffiti and broken windows in Seattle, Washington, on May 10, 1945. (AP Photo)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg" width="650" height="492" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-300x227.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-284x215.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-128x96.jpg 128w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44901" class="wp-caption-text">A Japanese family returning home from a relocation center camp in Hunt, Idaho, found their home and garage vandalized with anti-Japanese graffiti and broken windows in Seattle, Washington, on May 10, 1945. (AP Photo)</figcaption></figure>
<p><b>Ritorno a casa</b></p>
<p>Nel gennaio del 1945 l’ordine esecutivo viene revocato. I prigionieri lasciano i campi, e a ciascuno vengono assegnati 25 dollari e un biglietto ferroviario per tornare a casa. Molti, però, al loro ritorno non trovano più quello che avevano lasciato. Chi ha ancora una casa è fortunato; anche molti contadini hanno perso le loro terre.</p>
<p><i>Il resto del nostro mobilio era sparito. Non aveva importanza. Eravamo a casa. Eravamo fortunati a essere a casa. Molti di quelli che erano tornati in treno con noi non avevano più una casa dove tornare. Quella sera avrebbero dormito negli ostelli, nelle chiese e sulle brande dell’YMCA.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<p>Gli ultimi campi, quelli dove sono stati internati gli <i>enemy aliens</i> considerati pericolosi, vengono chiusi nel 1946. Il padre di famiglia di Julie Otsuka può tornare a casa.</p>
<p><i>E allora arrestatemi pure. Prendete i miei figli. Prendete mia moglie. Congelate i miei beni. Sequestrate il mio raccolto. Perquisite il mio ufficio. Saccheggiate la mia casa. Cancellate la mia assicurazione. Mettete all’asta la mia impresa. Intestate a un altro il mio contratto d’affitto. Assegnatemi un numero. Informatemi del mio reato. </i>Troppo basso, troppo scuro, troppo brutto, troppo orgoglioso<i>. Mettetelo per iscritto &#8211; </i>è nervoso durante la conversazione, ride sempre nel momento sbagliato, non ride mai<i> &#8211; e io firmerò sulla linea tratteggiata. </i>È furbo e infido, è spietato, è crudele<i>. E se un giorno vi chiederanno se c’era qualcosa che volevo veramente dire, per favore, sappiate che era questo:<br />
</i><i>Mi dispiace.<br />
</i><i>Ecco. Ho finito. L’ho detto. Ora posso andare?<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<p>Nel 1948 viene approvato l’<i>American Japanese Claims Act</i>, che consente ai nippo-americani deportati di chiedere il risarcimento per i beni perduti. Nel frattempo, però, l’agenzia delle imposte ha già distrutto gran parte della documentazione fiscale del periodo 1939–42, e così solo una piccola percentuale delle perdite viene risarcita.</p>
<figure id="attachment_44907" aria-describedby="caption-attachment-44907" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44907" alt="After the orders to-relocate and detain-persons of Japanese ancestry were  rescinded evacuees began returning home and camps began to close." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg" width="650" height="556" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-300x256.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-96x82.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-38x32.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-251x215.jpg 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-128x109.jpg 128w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44907" class="wp-caption-text">After the orders to-relocate and detain-persons of Japanese ancestry were rescinded evacuees began returning home and camps began to close.</figcaption></figure>
<p><b>Epilogo</b></p>
<p>Per molto tempo nessuno parla più dell’internamento degli <i>enemy aliens</i>. Alla vergogna del governo americano si aggiunge la resistenza dei giapponesi, convinti che la divulgazione di questo episodio possa danneggiare la comunità e infangare il nome delle famiglie coinvolte. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, l’argomento comincia a venire discusso nelle università, e alcuni membri della comunità nippo-americana cominciano a fare pressioni per ottenere le scuse ufficiali e un risarcimento da parte del governo. Nel 1980 Jimmy Carter nomina una commissione d’indagine che stila il rapporto <a href="http://www.nps.gov/history/history/online_books/personal_justice_denied/" target="_blank"><i>Personal Justice Denied</i></a>, nel quale si decreta che non esisteva alcuna necessità militare per l’internamento della popolazione civile. Otto anni dopo, il 10 agosto 1988, Ronald Reagan firma il <a href="http://faculty.history.wisc.edu/archdeacon/404tja/redress.html" target="_blank">Redress Act</a>, l’atto di riparazione che, insieme alle scuse della nazione, decreta l’ammontare del risarcimento da assegnare a ciascuno dei circa 60.000 sopravvissuti: 20.000 dollari, una cifra puramente simbolica che non può certo ripagarli di tutto ciò che hanno perso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Julie Otsuka è nata in California, vive e lavora a New York. È autrice di due romanzi, </i>When the Emperor Was Divine<i> (2002; pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2103 con il titolo </i>Quando l’imperatore era un dio<i>) e </i>The Buddha in the Attic<i> (2011; pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2102 con il titolo </i>Venivamo tutte per mare<i>).</i></p>
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