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	<title>federico campagna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mago come terapeuta della realtà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/08/magia-e-tecnica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Sep 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Tlon]]></category>
		<category><![CDATA[federico campagna]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Magia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; La magia si oppone risolutamente al processo dissolvitore.  Ernesto de Martino, Il mondo magico &#160; Non si potrebbe salire in cielo  e chiedere a Dio se è permesso che le cose siano così? Canto yiddish &#160; Ospito qui un estratto da Magia e Tecnica. La ricostruzione della realtà del filosofo Federico Campagna, uscito per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-92743" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75.jpg" alt="" width="430" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75.jpg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75-300x417.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/9788831498333_0_430_597_75-303x420.jpg 303w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>La magia si oppone risolutamente al processo dissolvitore. </em></p>
<p style="text-align: right;">Ernesto de Martino, <em>Il mondo magico</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Non si potrebbe salire in cielo </em></p>
<p style="text-align: right;"><em> e chiedere a Dio se è permesso </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>che le cose siano così?</em></p>
<p style="text-align: right;">Canto yiddish</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ospito qui un estratto da <em>Magia e Tecnica. La ricostruzione della realtà </em>del filosofo <strong>Federico Campagna</strong>, uscito per le <strong>Edizioni Tlon</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Concepito come  una cosmogonia alternativa, o come <em>sforamento</em> rispetto all&#8217;immobilismo della cornice della Tecnica, il libro di Campagna è un portentoso scuotimento, la dimostrazione che il processo di ricostruzione deve necessariamente passare per lo scavo, l&#8217;eccedenza, il <em>repurposing</em> o riattraversamento di quelle tradizioni che più sembrano distanti dalla nostra epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il mago, l&#8217;alchimista, lo sciamano diventano destabilizzatori del tempo, forze <em>terapeutiche, </em>scovatori dei «prodigi nascosti nei penetrali del mondo» (Pico della Mirandola),<span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"> </span>e <em>l&#8217;iniziazione</em> torna a essere intesa come accensione immaginale: l&#8217;innescarsi di una diversa rivoluzione percettiva: «sciamani e maghi impiegano i loro poteri magici per superare questo stato di crisi. Mentre risalgono dai sintomi del malessere fino alla loro causa scatenante, essi cercano di offrire un’alternativa, immediatamente percorribile, al sistema di realtà che li ha prodotti in primo luogo».</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;estratto che ospito è tratto dal terzo capitolo del libro, intitolato &#8220;Cosmogonia della magia&#8221;. Ringrazio gli editori per la gentile concessione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cosmogonia della Magia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scegliere il termine “Magia” per definire la propria proposta filosofica può suonare come una cattiva idea. Di questi tempi, qualsiasi cosa che venga definita come “magica” porta alla mente alcunché di scadente. L’uso più frequente (e improprio) di questo termine si ritrova nelle serie televisive e nelle pubblicità di profumi, o nella confusa nozione di <em>witchcraft</em> intrattenuta da alcune sottoculture adolescenziali. E tuttavia, il termine Magia possiede alcuni importanti elementi che forse nessun’altra parola riesce a trasmettere in forma così evocativa. Prima di iniziare la nostra esplorazione del sistema di realtà che desidero presentare come alternativa possibile a quello della Tecnica, dovremmo iniziare dando uno sguardo più da vicino al termine che lo definisce. Cosa significa “magia” nel contesto di questo volume? E in che modo il suo significato, per come lo useremo, è differente dalla sua accezione generale?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della storia occidentale, la magia ha agito come l’ombra silenziosa di gran parte delle forme culturali egemoniche, dalla filosofia alla teologia, fino alla scienza moderna. Eppure, ogni tentativo di fornire una storia completa e dettagliata della magia è destinato a fallire. Il motivo ha a che fare, in parte, con il fatto che la magia non riconosce la “storia” come propria categoria temporale<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> e, in parte, con il mistero e la segretezza di cui si è sempre velata, sia per via della particolarità del suo orizzonte, sia per cautela, a causa del suo posto marginale all’interno della società. Non sorprende quindi che la concezione della magia prevalente in Occidente attraverso i secoli sia stata flagellata da grossolane inesattezze, che ne hanno completamente distorto non solo la storia, ma anche il significato e lo spirito della sua opera. Per com’è presentata al giorno d’oggi nei film e nella letteratura, la magia è poco più che un insieme di spettacolari abilità tecniche, riducibili a un catalogo di progressi tecnologici non ancora raggiunti. La magia è considerata semplicemente un’altra maniera, forse più esotica, di sfruttare il mondo come un accumulo di riserve disponibili, che il mago o la maga sono in grado di mobilitare grazie ai propri poteri. Come vedremo nel prossimo e ultimo capitolo di questo libro, questa concezione della magia è esattamente l’opposto di quella che caratterizzava la pratica tardoantica della teurgia e, più in generale, della tradizione della “vera magia” che va dalla tarda antichità fino alla fine dell’età rinascimentale.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> L’attuale concezione della magia è l’ombra del nostro tempo. Allo stesso modo in cui la “magia nera” medievale era presentata come l’equivalente demoniaco della teologia cristiana ortodossa, così la magia è oggi vista come l’equivalente fantasmagorico delle forme tecno-scientifiche attualmente prevalenti. In effetti, sin dalla sua prima definizione, la magia è stata destinata a essere intesa come l’ombra di tutto ciò che la società conosce e chiama come suo proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’origine stessa della parola magia rinvia a una “alterità” definita attraverso una relazione negativa con ciò che è già noto e familiare. Il primo esempio nel quale la parola appare nel suo attuale significato è nel greco <em>magike techne</em>, che si riferisce all’arte (<em>techne</em>) dei Magi persiani. Nelle sue <em>Storie</em>,<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> Erodoto spiega come il termine “Magi”, originariamente il nome di una delle sei tribù dei Medi, finì per indicare i membri della casta sacerdotale della religione zoroastriana durante l’Impero persiano. Forse pochi altri casi di ostilità sono famosi quanto quello fra i Greci prima di Alessandro e la Persia zoroastriana al tempo dei Magi. Ancor più dei barbari per Roma, i Persiani erano veramente percepiti dai Greci classici quali la propria ombra inquietante. Se consideriamo come nelle società premoderne la religione sintetizzasse in forme ritualistiche le modalità attraverso cui i diversi gruppi sociali si rapportavano con il mondo – agendo quindi come il vessillo delle varie identità culturali – comprendiamo perché i Greci considerassero i Magi come l’incarnazione delle peculiari caratteristiche del loro popolo. Per i Greci, i Magi rappresentavano quella “oscura alterità” che era la quintessenza dei Persiani e del loro potere. Tale alterità era concepita in termini relativi, rispetto all’identità degli stessi Greci: <em>magike techne</em> era letteralmente l’arte dell’ombra dei Greci, ovvero l’arte delle ombre. Per coloro che si vedono esterni a essa, la magia appare, sin dal primo uso del termine, come l’incarnazione di ciò che può essere definito unicamente in relazione all’identità del “nostro” potere e del nostro modo “normale” di avere a che fare con le cose e con il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">La nozione di magia proposta in questo volume va contro questa concezione, che si estende dai tempi di Erodoto fino ai giorni nostri. In questo libro, quando parliamo di magia, non intendiamo niente che abbia a che fare con un oscuro, esotico equivalente dello stesso regime tecnico che regna sulla nostra epoca. Di fatto, con questo termine noi intendiamo un sistema di realtà che è fondamentalmente alternativo a quello della Tecnica: una cosmologia alternativa originata da una forza cosmogonica alternativa. Una realtà diversa, basata su una diversa metafisica fondamentale, pur seguendo le regole della metafisica e della cosmogonia. L’opposto speculare della Tecnica, piuttosto che la sua ombra. Non di meno, un aspetto della nozione comune di magia è presente in questo libro. La magia è sempre stata un elemento inquietante per le comunità egemoniche di una certa epoca. Persino nel caso del nostro esperimento cosmogonico, proporre un sistema di realtà basato sulla magia significa sostenere una proposta che può sembrare problematica (se non ridicola) a quanti hanno a cuore i principi derivanti dalla cosmologia della Tecnica. In questo senso, l’“alterità” problematica che ha da sempre caratterizzato la consueta interpretazione della “magia” rimane rilevante anche per il nostro uso di questo termine per definire un progetto cosmogonico.</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione fra Magia e Tecnica non è solo di fondamentale alterità. Da una certa prospettiva, la Magia può anche essere considerata come una forma di terapia rispetto al brutale regime imposto dalla Tecnica sul mondo, che essa ha costruito a propria immagine. Quando abbiamo cominciato a considerare la Tecnica, le prime osservazioni riguardavano l’attuale paralisi dell’abilità di agire e di immaginare, e la crisi dello stesso senso di realtà. Per spiegare questa condizione, abbiamo preso in prestito le parole di Ernesto de Martino, che definiva tale stato di crisi come una situazione in cui tutto si trasforma in tutto e il nulla emerge. Tuttavia, quando abbiamo citato de Martino non abbiamo accennato al contesto originario dal quale proveniva la sua originale definizione di crisi di realtà. Per de Martino, questa disintegrazione della realtà e, in particolare, della presenza dell’individuo e del suo mondo, è uno stato ricorrente di “crisi” – cioè, etimologicamente, un momento che richiede un giudizio (<em>krisis</em>, dal greco <em>krinein</em>, giudicare) e un intervento immediati. L’essenza della magia, conclude de Martino, consiste esattamente in questa forma di intervento, volto a ripristinare le condizioni nelle quali sia il mondo che l’individuo possano riguadagnare la loro presenza, e possano dunque continuare nella loro comune relazione attiva e immaginativa.</p>
<p style="text-align: justify;">In date circostanze, la perdita di orizzonte della presenza si spinge sino al punto che si diventa una eco del mondo, ovvero un posseduto, in preda a impulsi incontrollati. Vi è un oltre rischioso della presenza, un angoscioso travaglio del suo orizzonte condendo: e, correlativamente, anche il mondo entra continuamente in crisi di orizzonte, e trapassa continuamente nell’oltre angosciante. Al limite, ogni rapporto della presenza col mondo diventa un rischio, una caduta di orizzonte […] qualcosa di simile alla situazione che costringe lo schizofrenico alla immobilità statuaria dello stupore catatonico […]. La magia risale questa china e si oppone risolutamente al processo dissolvitore. Essa mette a capo una serie di istituti attraverso i quali il rischio è segnalato e combattuto […] sorgono a rendere possibile, in forme più o meno mediate, il riscatto della presenza. In virtù di questa plasmazione culturale, di questa creazione di istituti, il dramma esistenziale di ciascuno non resta isolato, irrelativo, ma si inserisce nella tradizione e si avvale delle esperienze che la tradizione conserva e tramanda.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sciamani e maghi impiegano i loro poteri magici per superare questo stato di crisi. Mentre risalgono dai sintomi del malessere fino alla loro causa scatenante, essi cercano di offrire un’alternativa, immediatamente percorribile, al sistema di realtà che li ha prodotti in primo luogo. In altre parole, un mago può essere concepito come un terapeuta della realtà,<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> che agisce non solamente sui sintomi della malattia di un individuo, ma anche sulle condizioni di realtà che hanno permesso alla malattia di emergere. In modo simile all’interpretazione di de Martino, questa sezione del libro desidera proporre la Magia non solo come alternativa alla Tecnica, ma nello specifico come quel sistema cosmogonico che è in grado di occuparsi terapeuticamente dello stato di annichilimento a cui la Tecnica ha ridotto l’individuo contemporaneo, il suo mondo e la sua rivendicazione di una realtà vivibile. Come vedremo nelle prossime pagine, il primo principio della Magia può esser fatto risalire a quel dolore che abbiamo trovato in fondo alla catena delle emanazioni della Tecnica, e che a sua volta la Magia assume come sintomo del proprio inizio cosmogonico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per una valutazione critica delle comuni nozioni di storia e temporalità, da una prospettiva che è largamente vicina a quella adottata in questo volume, cfr. A. Coomaraswamy, Tempo ed eternità, Edizioni Mediterranee, Roma 2013.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Per un’introduzione interessante al concetto di Magia nell’era rinascimentale, e un quadro d’insieme degli studi (anglofoni) sull’argomento, cfr. J.S. Mebane, Renaissance Magic and the Return of the Golden Age, University of Nebraska Press, Lincoln 1992.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Cfr. Erodoto, Storie, i, 132, utet, Milano 2014.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> E. de Martino, Il mondo magico, op. cit., p. 165.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> In particolare, riguardo agli sciamani della foresta amazzonica, è interessante seguire l’analisi di E.V. de Castro sulla loro funzione di “terapisti della realtà”, anche riguardo alla relazione fra umani e non umani. Cfr. E.V. de Castro, Cannibal Metaphysics, Univocal, Minneapolis 2014, p. 151; ed. it. Metafisiche cannibali, Ombrecorte, Milano 2017.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Quelli che bruciano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/03/quelli-che-bruciano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2013 11:48:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Non mi ero pentita di averla accesa. Nel parterre mancavano gli ospiti che persino mio figlio riconosce come presenze di un patto sado-maso tra pubblico e programma, non stavano sbraitando, nemmeno interrompendosi di continuo. I servizi si concentravano su questioni più interessanti del consueto, rendendo tollerabili le inevitabili dosi di retorica. Poi il giovane conduttore si è avvicinato a un <a href="http://www.la7.it/piazzapulita/pvideo-stream?id=i709285">uomo in platea</a>, uno di quelli invitati nel ruolo della gente-che-porta-la-sua-testimonianza. La storia doveva essere giunta al cosiddetto onore della cronaca ma non ne sapevo nulla. Mi arriva solo la faccia del piccolo imprenditore senza lavoro, gli occhi con le lacrime malassorbite.<span id="more-45747"></span> Dopo le elezioni, il testimone era andato davanti alla casa di Beppe Grillo e lì aveva conosciuto un altro artigiano: Mauro Sari, piastrellista, che tre giorni prima si era dato fuoco in una piazzuola sull’Aurelia a Vado Ligure. Entrambi avevano votato per i 5 Stelle, entrambi speravano in un aiuto del fondatore. Corrado Formigli fa partire il supporto foto e video per affiancare la faccia e le parole del uomo morto alle parole dell&#8217;uomo in piedi. Quest’ultimo, Giuseppe Piscitello, racconta che Sari si era stancato dell’attesa ma prima di andarsene gli aveva dato i suoi recapiti. Poco dopo, Piscitello era stato fatto entrare per un breve colloquio con Beppe Grillo che gli avrebbe promesso di ricontattarlo dopo pochi giorni. Formigli a un certo punto interrompe la testimonianza, devia il discorso verso i terreni meno accidentati dell’opinione politica. Sollecitato dal conduttore, Piscitello sostiene che Grillo avrebbe dovuto cominciare a “far qualcosa” e per fare qualcosa avrebbe dovuto accettare qualche forma di governo con il Pd. Sa come interpretare la parte del popolo che va in tv, ma non sembra davvero interessato a parlare di questi aspetti. Vuole arrivare al punto, all’accusa. Formigli gli si avvicina a un palmo mentre rimarca una presa di distanza. Grillo non ha mai governato il paese e non lo governa adesso, controbatte. <em>E&#8217; chiaro che non è che Beppe Grillo poteva salvare la vita di quell&#8217;uomo, no? Quell&#8217;uomo ha deciso di uccidersi perché è un uomo disperato. Grillo, lei dice, poteva fare una scelta politica di alleanza, di governo, che magari poteva cambiare in futuro le sorti di questo paese, probabilmente non le sorti di Mauro, no?</em>  L’argomentazione non suona solo paternalistica o ipocrita ma sostanzialmente campata in aria. Il testimone è venuto apposta per dire l’esatto contrario e Formigli lo sa bene: ma prima deve mettere le mani avanti, forse barcamenarsi nel tenere a bada i demoni da lui stesso convocati. Piscitello prosegue a raccontare che Sari l’aveva chiamato diverse volte per sapere se Grillo si fosse fatto vivo e poi conclude: <em>magari aveva solo bisogno di una pacca sulle spalle, di una parolina,“non preoccuparti Mauro che qualcosa faremo”. Non l&#8217;abbandono assoluto</em>.<br />
Più tardi scoppia una zuffa per un tweet con cui Salvo Mandarà, filmaker del M5S, esprime che Formigli dovrebbe darsi fuoco se avesse una coscienza, polemica che oscura tutto il resto. Il conduttore <a href="https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=604703942882845&#038;id=130384353648142">usa facebook</a> per difendere la propria correttezza professionale, ricevendo un po’ di solidarietà seguita da una gragnuola di accuse di sciacallaggio. Ma il disagio per la televisione che sfrutta e strumentalizza il dolore l’avevo visto montare su proprio su twitter durante la messa in onda e non da parte dei simpatizzanti del M5S.<br />
Per quanto mi riguarda, il disagio era aumentato anche guardando il<a href="http://www.la7.it/piazzapulita/pvideo-stream?id=i708957"> servizio</a> trasmesso subito dopo aver rimesso Piscitello al proprio posto di popolo-pubblico. Grillo che in diversi comizi denuncia la disperazione dei piccoli imprenditori schiacciati dalla crisi, racconta storie strazianti, urla che loro del Movimento sono gli unici a fare ciò possono per dare aiuto, anche solo l’aiuto di un po’ di ascolto perché “se ti senti totalmente invisibile diventi pericoloso, questo lo sanno anche i bambini.” Grillo che commenta la morte di Sari dicendo che si sente partecipe al dolore e anche responsabile perché non aveva capito sino che punto quel uomo fosse disperato. Grillo avvicinato dopo i comizi da uomini che gli consegnano i loro numeri di telefono, che elargisce abbracci e persino baci sulla fronte dei simpatizzanti. Qualcuno dei commentatori al post di Formigli rivendicava la scorrettezza di mostrarlo quasi fosse Padre Pio, ma se pare evidente che il video sia stato montato per veicolare un simile messaggio, il materiale filmico esibito non dev’essere stato difficile da riprendere o reperire. A me, a dire il vero, Grillo appariva più come una strana via di mezzo tra un santo taumaturgo e l’antica figura del politico-notabile chiamato a darsi da fare per gli elettori-clientes, ma non lo dico con spregio di giudizio. Lo dico con tutto lo sconcerto e il malessere che quella trasmissione mi ha lasciato addosso, malessere che avvertivo come qualcosa di più profondo di ogni tentativo di strumentalizzazione e che mi ha portato, infine, a ricostruire sin dall’inizio le vicende di Sari e Piscitello. </p>
<p>Il 26 aprile tutte le troupe sono appostate davanti alla casa del vincitore elettorale, ma Beppe Grillo non esce per rilasciare dichiarazioni. I giornalisti quindi si accontentano di <a href="http://video.repubblica.it/dossier/movimento-5-stelle-beppe-grillo/elezioni-2013-grillo-riceve-artigiano-in-difficolta/120664/119146">intervistare</a> prima Mauro Sari, venuto con l’Ape Piaggio azzurra con la striscia Grazie Beppe appiccicata sul parabrezza, e poi Giuseppe Piscitello. Sari dice di voler chiedere solo un consiglio, parla come un uomo mite e insicuro, nello sguardo traspare un’ansia depressiva. Piscitello è più aggressivo, rivendica i venti voti dati in famiglia all’M5S, vuole sapere Grillo che cosa ne farà, ora che ha conseguito il 25%. Provocatoriamente (forse anche perché ha l’accento meridionale) una giornalista gli chiede se ha fatto le foto alle schede, ma lui ribatte che è reato e che non si tratta proprio di voto di scambio. Più tardi, dopo essere stato filmato durante il colloquio con Grillo sull’uscio della casa, ribatte che è già contento così, molto più contento, non se lo sarebbe mai aspettato. Ripete con enfasi dimostrativa che Beppe Grillo è una persona seria che fa quel che promette: più avanti, con più calma, lo chiamerà per parlare dei problemi dei piccoli-medi imprenditori.</p>
<p>Passa poco più di una settimana e Piscitello viene imbarcato sulla nave-madre dei talk-show con Piazza e Popolo, ospite di Santoro nella puntata del 7 marzo di <em>Servizio Pubblico</em>. Un operatore lo segue nel suo appartamento, in banca dove un funzionario con volto oscurato e voce distorta gli illustra il debito accumulato senza aver fatto prelievi, in un ospedale dove in anni passati aveva lavorato alla ristrutturazione. Il titolo con il quale il video viene postato all’indomani su vari siti, tra cui <em>Il Fatto Quotidiano</em>, varia da “l’urlo di Giuseppe” a <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/08/servizio-pubblico-limprenditore-piscitello-grillo-aiutami-tu/223948/">“Grillo, aiutami tu”.</a><br />
Durante la trasmissione <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/08/servizio-pubblico-limprenditore-piscitello-vs-rosy-bindi/223952/">Piscitello attacca Rosy Bindi</a>, ignara dei problemi veri delle persone che non sanno come tirare avanti, le dice che è con il deretano sulla sedia da troppi anni, la invita a andare a casa per il bene del paese. Usa il “noi” con veemenza, un “noi” che non sta per il Movimento 5 Stelle che rivendica ancora una volta di aver votato, ma per tutta la gente stanca, arrabbiata, esasperata che chiede concretezza, soluzioni. Però quel attimo di gloria televisiva Giuseppe Piscitello lo ha raggiunto grazie all’episodio precedente, l’essere stato filmato mentre parlava con Grillo e poi intervistato davanti alla sua casa.<br />
Nel giro di brevissimo, Piscitello è passato dall’ombra alla visibilità, dal silenzio all’ascolto amplificato, misurabile in dati di share e audience. In quell’occasione non nomina Mauro Sari, ma è pressoché inevitabile figurarsi che il suo nuovo compagno di ventura l’abbia guardato, magari con tutta la famiglia, mentre ribadiva la sua fiducia in Beppe Grillo e la cantava chiara all’esponente della casta Rosy Bindi. E quindi immaginare che con tutta quella visibilità straordinaria, debba essersi ancora più accesa in entrambi la speranza di un aiuto o di un semplice ascolto.</p>
<p>Su quel che è successo esattamente da allora sino alla morte di Mauro Sari rimangono alcuni punti poco chiari. Sia Grillo che la moglie di Sari hanno affermato che il 26 aprile c’era stato un colloquio diretto anche con il guidatore dell’Ape Piaggio, mentre le telecamere presenti davanti alla casa del leader politico sembrano piuttosto dare credito alla versione di Piscitello, ossia che fosse stato solo lui a perorare per interposta persona la richiesta di Mauro Sari.<br />
La versione della moglie è riportata in <a href="http://www.truciolisavonesi.it/389/sec19.pdf">un’intervista</a> che esce, al riparo dalle grandi macine dello sfruttamento del dolore e del suo abuso politico, sulle pagine savonesi de Il Secolo XIX, in data 19 maggio.</p>
<p>“Si sentiva tradito da Grillo, che lo aveva ricevuto a casa sua a Genova subito dopo le elezioni. Poi più nulla. «Non mi ha più richiamato, gli avevo lasciato il mio numero di telefono».<br />
Due volte Mauro Sari era andato a Roma per parlarci di nuovo, ma non ci era riuscito. La seconda volta aveva chiesto scusa alla sua famiglia, alla moglie e alle due figlie adolescenti che non riusciva a portare in pizzeria:«Ho sprecato i soldi del viaggio, scusatemi».<br />
Venerdì si è dato fuoco lasciandole sole. A Grillo non gli aveva mai chiesto denaro per sé ma soltanto la possibilità di lavorare rimuovendo gli ostacoli burocratici legati a mancati versamenti previdenziali.<br />
«Era un bravissimo artigiano edile. Voleva solo lavorare, ma si sentiva deluso da Grillo, che aveva<br />
visto come l’ultima speranza» racconta la moglie.”<br />
L’indomani, <a href="http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20130520-suicidio-sari-piscitello-grillo-non-ci-ha-ricevuto-ha-fatto-dire-di-essere-a-roma-ma-era-a-casa-sua">Piscitello interviene</a> telefonicamente a un programma de <em>La 7</em> per dire anche lui che nel frattempo avrebbero cercato invano di farsi ricevere da Grillo; la sera stessa rilancia la sua accusa sotto i grandi riflettori di Piazza Pulita. </p>
<p>Il ruolo della tv in tutta questa vicenda è inquietante. Per due decenni, le trasmissioni politiche hanno allestito la messa in scena di “piazze” e proteste fornendo, di fatto, un surrogato alla mobilitazione nelle piazze, strade, fabbriche e svariate sedi della partecipazione politica reale. Non sono le uniche responsabili del fatto che i cittadini si siano trovati orfani di rappresentanze, organizzazioni e luoghi di aggregazione, ma il meccanismo di delega passiva e conseguente neutralizzazione della denuncia svolto dalla tv è stato talmente dilagante da diventare sistematico: dai programmi Mediaset come <em>Striscia la notizia</em> e <em>Le Iene</em> con il loro mix di “satira”, veline e inviati speciali alla scoperta dei malfunzionamenti del paese sino ai riti di “rappresentanza popolare” officiati dai programmi antiberlusconiani. La caduta del Cavaliere (rivelatasi temporanea) e il crescente disgusto per la politica hanno minacciato la sopravvivenza stessa di quei programmi, dipendenti dai dati di ascolto. Non posso ipotizzare sino a che punto la legge darwiniana della tv abbia inciso sulla scelta di <em>Servizio Pubblico</em> di coprire in esclusiva il target dei simpatizzanti e elettori del M5S o su quella di Formigli di cogliere al volo una crescente insofferenza a sinistra nei confronti di Grillo per smarcare se stesso e il suo programma da Santoro. Però in questo caso è palese che la guerra di conduttori e audience è passata anche attraverso la visibilità concessa a Piscitello quale testimone idoneo per trasmettere contenuti e emozioni opposte: dell’adesione euforica alla rabbiosa delusione. Il nucleo del problema però non sta tanto nella selezione del testimone da esibire, anche se in questo caso si intuisce un concorso dell’effetto catena massmediatico sulla tragedia di un uomo singolo: è lo statuto perverso che ha assunto la visibilità pubblica, il suo essere lievitato a unica prova di esistenza e di valore per gli altri, dove il ruolo della comunità è surrogato dal pubblico televisivo, quello delle autorità riconosciute dai più svariati personaggi pubblici.<br />
E Grillo? Quanto è responsabile Beppe Grillo di quella fine atroce che, come lui stesso ha dichiarato, un semplice gesto di generica risposta (magari neppure di lui in persona) avrebbe forse potuto evitare o procrastinare?<br />
Poco prima di imbattermi nella trasmissione di Formigli avevo letto un pezzo di Federico Campagna su <em>Alfabeta2</em> intitolato “La Crociata dei Fanciulli di Beppe Grillo”, che sviluppa il concetto del “primo movimento millenarista di massa del XXI secolo” attraverso paragoni con i contadini di Thomas Müntzer e con i Sioux “armati solo dalla fede nella loro danza e nel carisma del loro leader Wovoka” e massacrati infine a Wounded Knee dal Generale Custer.<br />
Per fare un esempio geograficamente più vicino, mi viene da ricordare la famosa “lauda” del francescano Jacopone da Todi contro il papa corrotto, empio e simoniaco Bonifacio VIII, visto che nel linguaggio di Beppe Grillo la parte accusatoria, trasmessa con registri privi di una vistosa discontinuità con quelli collaudati dal comico satirico, prevale sull’esaltazione del popolo vessato, ma moralmente salvo e puro. È la funzione che Grillo ha assunto, passando dalle presenze in tv agli applausi a pagamento degli spettacoli sino alla leadership di un movimento politico, ad aver dilatato il suo ruolo e la sua retorica a quella di un capopopolo politico investito di richieste spirituali. Però, al tempo stesso, il suo potere d’aggregazione continua a beneficiare in una misura sostanziale del fondamento della popolarità guadagnata come personaggio pubblico.</p>
<p>Scrive Campagna “La dimensione millenaria è, a mio avviso, l’aspetto più affascinante e pericoloso del M5S, lo stesso che potrebbe ispirare esperienze simili nel resto d’Europa. Di fronte a una crisi economica particolarmente virulenta nel contesto europeo, il ceto medio-basso si ritrova completamente privo di potere… Nel momento in cui i corpi singolari dei nuovi disoccupati e delle nuove vittime dello sfruttamento cercano sempre più spesso il suicidio come liberazione dalla dolorosa impasse sociale, i corpi sociali a loro volta cominciano a tendere verso il suicidio sociale.”<br />
La visione promossa da Grillo, secondo Campana, non è nemmeno in qualche modo utopistica, ma appunto squisitamente apocalittica. “Uno spazio che ecceda questa terra segnata dal conflitto e dalle contraddizioni, un tempo che ecceda questo tempo lento della corruzione e delle «caste». Il luogo dove riposano i monaci buddisti tibetani quando il fuoco ha consumato l’ultimo centimetro di carne ardente.”<br />
Non ho idea di quando Federico Campagna abbia scritto il suo articolo uscito a maggio, ossia quando Mauro Sari era ancora vivo; ma ho trovato sul blog di Grillo questo post del 28 marzo dal titolo “Tibet chiama, Italia risponde” che rende ancora più sinistre certe associazioni.</p>
<p>“Un giovane tibetano si è dato fuoco per protesta contro l&#8217;occupazione del suo Paese. Si chiamava Lampel Yeshi, si è ucciso a Nuova Delhi, in India, dove è atteso il presidente cinese Hu Jintao. Lo stesso che ha promesso a Rigor Montis investimenti in Italia. A proposito, caro Monti, le ha almeno detto due paroline sul Tibet? In un anno 30 tibetani si sono uccisi trasformandosi in falò umani per un Tibet libero. A Bologna, questa mattina, un piccolo imprenditore si è dato fuoco nella sua macchina davanti all&#8217;Agenzia delle Entrate a causa di pendenze tributarie. Per fortuna l&#8217;auto sembra ancora in buono stato. Così i debitori potranno rivalersi almeno su quella. Tibet chiama. Italia risponde.”</p>
<p>È stato attraverso il blog di Grillo che Mauro Sari ha appreso il modo per uccidersi a imitazione del sacrificio dei monaci tibetani, bonzi vietnamiti o di Jan Palach in piazza San Venceslao appena invasa dai carri armati sovietici? Ha pensato il suo ultimo gesto come estremo richiamo d’attenzione, come messaggio scritto in carne e fuoco perché fosse udibile sino allo strazio da colui nel quale aveva investito le sue ultime speranze? Ignorava che, a dispetto del parallelo tracciato da Beppe Grillo e del paragone con i “monaci tibetani” con il quale la sua morte <a href="http://www.cesena5stelle.org/?p=3768">è stata onorata</a> dai militanti di Cesena, il suo grido estremo di torcia umana non aveva alcun potere di diventare scintilla come era invece avvenuto in Tunisia dopo che l’ambulante <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Bouazizi">Mohamed Bouazizi</a> si era dato fuoco?<br />
Il numero delle persone che negli ultimi quattro mesi si sono date fuoco in Italia è impressionante. Ne ho contati una quindicina, esclusi Mauro Sari e l’imprenditore edile di Bologna ricordato da Grillo, ai quali si aggiungono uomini e donne che hanno compiuto quel gesto di estrema violenza contro se stessi per la fine di una relazione, una lite, una depressione cronica. Per disperazione sociale si sono dati fuoco un pensionato settantenne a Corigliano Calabro; un operaio licenziato di Forli davanti a Montecitorio; un disoccupato di 39 anni a Cesarano, Lecce; un trentenne senza lavoro a Quartu, Cagliari; un sessantenne licenziato a Firenze; un altro licenziato di 53 anni vicino a Roma; una pensionata alla quale era arrivato lo sfratto esecutivo sempre a Roma; un uomo con la casa pignorata che ha cercato di portarsi dietro la famiglia a Vittoria, nel Ragusano. Ma anche un diciannovenne della Costa d’Avorio che stava per essere espulso a Fiumicino, un marocchino disoccupato senza più permesso di soggiorno a Rimini, un imprenditore cinese di Faenza, un autotrasportatore tunisino a Ancona, un algerino senza lavoro a Varese, un bracciante albanese che protestava contro il caporalato sempre a Vittoria.</p>
<p>Nel caso in cui le autocombustioni non hanno avuto esito letale e ancora più quando si tratta di stranieri (morti o meno), l’attenzione mediatica spesso si riduce a poco, pochissimo. Stampa e tv possono avere altrettanto interesse a focalizzare un dramma particolare (<em>Servizio Pubblico</em> ha divulgato quello del suicida di Vittoria) quanto a far passare in sordina l’estensione intera del fenomeno: vuoi per non accentuare il rischio di un’imitazione epidemica, vuoi per ottundere la percezione negativa della misura a cui è giunta la disperazione sociale nel paese. Dal canto suo, il M5S non sembra intenzionato a iscrivere nel proprio martirologio magrebini, ivoriani e cinesi, nonostante la percentuale di questi soggetti privati da qualsiasi certezza di diritto &#8211; sociale e civile &#8211;  risulti altissima rispetto al numero complessivo degli abitanti dell’Italia in crisi.</p>
<p>Eppure il tunisino che si è dato fuoco ad Ancona somiglia molto più al Forlivese bruciato davanti a Montecitorio che a Mohamed Bouazizi e a tutti coloro che, seguendo il suo esempio, hanno aiutato a far divampare le rivoluzioni del mondo arabo: né i corpi in fiamme degli immigrati percepiti come extracomunitari (la parola stessa dice tutto) né quelli degli italiani sono stati recepiti da un corpo sociale esteso come una parte di sé che si autoimmola. Sono “sacrifici” che si riducono a suicidi particolarmente violenti e accusatori, sono in senso traslato tutte morti “extracomunitarie”.<br />
Riassumo a memoria e quindi con il rischio di distorcere il pensiero di René Girard quando afferma che più le basi di una società sono fragili e erose, più in essa aumentano quei sacrifici che dovrebbero garantirne il patto (e ricompattamento) fondamentale.<br />
Per questo appare sinistro e sintomatico che oggi in Italia tante persone ripetano il suicidio secondo una modalità sacrificale (e politica), però non generando altro che una fiammata che si consuma nel giro di qualche notiziario o di una trasmissione televisiva. In Spagna – per fare l’esempio della nazione più vicina – l’ondata dei suicidi causati dalla crisi è stata almeno accolta e tematizzata nelle recenti grandi manifestazioni. In Italia, invece, l’unico corpo che ha cercato di ridarsi un’identità collettiva si è aggregato intorno al M5S e a Beppe Grillo. Neppure se interpreta il ruolo in modo consapevole o compiacente, il leader senza il quale il Movimento non avrebbe mai saputo incanalare tanta rabbia, disperazione e speranza, può essere ritenuto colpevole del fatto che l’Italia versi in uno stato di sfacelo economico, sociale, politico, culturale e persino, in senso ampio, spirituale, da essere stato accolto come ultima spiaggia o novello salvatore in un clima sospeso tra Neofeudalesimo e Basso Impero senza fine. Nessun altro linguaggio e immaginario avrebbe saputo fare presa su cittadini tanto divisi e devastati dalla sfiducia in qualsiasi degna rappresentanza: non certo quello della sinistra governativa che si è giocata i (pen)ultimi riflessi automatici di poter essere riconosciuta come tale, nemmeno l’arco della sinistra che sta cercando di riconnettersi e ritrovare energia e visione.<br />
All’indomani del suo attacco a Stefano Rodotà, l’ “ottuagenario miracolato dalla rete”, Grillo mitiga la sua sparata, fornendo in più una spiegazione per molti aspetti limpida.</p>
<p>&#8220;Rodotà non è il presidente del M5S, ha un&#8217;altra storia politica, che coerentemente, mantiene. La sua onestà non è in dubbio e neppure la sua intelligenza. Non per questo posso assistere impassibile alla costruzione di un polo di sinistra che ha come obiettivo la divisione del M5S in cui lui si è posto, volente o nolente, informato o meno, come punto di riferimento. Il M5S non è nato per diventare il Soccorso Rosso di Vendola e Civati, di Delrio o di Crocetta. E&#8217; una forza popolare che è del tutto indifferente alle sirene della sinistra e della destra che in realtà sono la faccia della stessa medaglia.&#8221;</p>
<p>Sta diventando sempre più evidente che il capo del movimento preferisce andare incontro a eventuali fuoriuscite o scissioni e persino mettere in conto una parziale perdita di consenso pur di tutelare quello che immagina essere il nucleo fondante del suo potere d’aggregazione: l’immaginario di un corpo sociale né di destra né di sinistra, il corpo del Popolo (etnicamente) italiano dissanguato dalle oligarchie politico-economiche d’Italia e d’Europa.<br />
Ma in questa luce appare ancora meno rassicurante che alle ultime elezioni amministrative l’unico a uscire visibilmente sconfitto sia stato lui e il suo movimento. Ha acceso una speranza che andava oltre a qualcosa di concreto ma che, al contempo, albergava una grande attesa che qualcosa di concreto si muovesse (il “fare qualcosa” di cui parlava Piscitello). Invece concretamente è accaduto che tutto continuasse come prima, peggio di prima. La delusione, a mio parere, trascende di gran lunga le possibili imputazioni razionalizzabili (il rifiuto di dialogo o di alleanza con il Pd, la delusione per l’inadeguatezza dei parlamentari M5S ecc). Risulta dal semplice scontro delle speranze con la realtà o il suo celebre principio. Accendere una speranza e poi deluderla crea un urto molto più forte che continuare a vivacchiare dell’erosione di promesse e identità, linea che il Pd crede (o si illude) di poter portare avanti come strategia minima di sopravvivenza, forse all’infinito.<br />
La delusione nel M5S non è una buona notizia per nessuno: anche perché le strategie per ripararvi che si delineano all’orizzonte sono due. La prima, già avviata, è l’istruzione di una decina degli esponenti più fedeli per comparire più spesso in tv, grazie a un corso in comunicazione impartito da Grillo e Casaleggio. La seconda sembra risiedere in un calcolo più a lungo termine. La crisi si aggraverà, la disperazione aumenterà, la delusione sul “non aver fatto nulla” all’indomani delle elezioni politiche sarà dimenticata di fronte al fallimento del governo.<br />
A quel punto, persino se si fosse costituita (cosa poco probabile) una formazione di sinistra con dentro Rodotà e Zagrebelsky, Vendola, Civati, Landini, Barca, Ingroia, i dissidenti del M5S e chi più ne ha più ne metta,  questa arriverebbe probabilmente a raggranellare non più del dieci per cento; mentre Grillo, fermo sulla sua linea, presumibilmente riguadagnerebbe quota.<br />
Sento già un commento classico: “perché questo, in fondo, non è un paese di sinistra.”<br />
Mi pare una risposta troppo facile, autoassolutoria e in fondo vittimistica.<br />
Il problema di come ripensare una politica di sinistra in tempi della crisi strutturale del lavoro e del welfare e nonché in un’epoca in cui c’è da tutelare anche l’ambiente e non più soltanto gli uomini, non riguarda solo l’Italia. È difficile essere aggreganti quando si hanno più domande giuste che risposte già fatte e convincenti. È difficile quando gli spunti e le spinte migliori vengono da una sorta di laboratorio o cantiere mobile, le cui elaborazioni presentano, per forza di cose, caratteri in parte poco accessibili e elitari (nemmeno <em>Il Capitale</em> si riassume in due slogan). Infatti è giusto, è necessario che ci sia questo sforzo di molte persone colte che parlano bene, scrivono bene, spesso vestono bene, se queste, come sta accadendo, sono comunque disposte a confrontarsi con la realtà complessa di un paese stremato e socialmente polverizzato.<br />
Solo che non può bastare.<br />
Forse è inutile specificarlo ma la via d’uscita non può nemmeno passare per i semplici trucchi della comunicazione, la grande scuola manipolativa che Berlusconi ha insegnato un po’ a tutti (politici e media d&#8217;ogni colore) e nel cui potere tutti ripongono una fiducia temo e spero eccessiva. Né può essere delegata a un altro leader che sul terreno bipartisan-popolare sia in grado funzionare come Matteo Renzi: perché i problemi da affrontare investono l’enorme fascia di cittadini che gli effetti della crisi sociale, economica e politica li sta scontando, perché c’è bisogno realmente di risposte che affrontino alla radice l’ingiustizia sociale dilagante e lo svuotamento di prospettive.<br />
Forse una delle prime cose sulle quali dovremmo fare chiarezza è un aspetto all’apparenza scontato e banale, ma nella realtà parecchio difficile da mettere a fuoco e perseguire con vera convinzione. Una politica di sinistra oggi non può più limitarsi a cercare di aggregare chi in qualsiasi modo si identifica (ancora) con la sinistra. Deve tornare a occuparsi di tutti i soggetti socialmente deboli anche se la loro identificazione con la sinistra non c’è mai stata o è stata persa da qualche decennio: dai migranti ai cassaintegrati ai precari alle partite Iva ai microimprenditori che hanno prima votato Berlusconi (o Lega) e poi Beppe Grillo. La frontiera dei conflitti economico-sociali (dello scontro tra Capitale e Lavoro, se volete) si è spostata e continua a farlo; però innescando tanti conflitti parziali, scenari di guerra tra poveri o impoveriti che, come non è mai successo prima, rendono difficilissimo tutelare i bisogni e interessi di un gruppo senza ledere quelli di qualcun altro. Tenerne conto richiede uno sforzo enorme di attenzione e d’inventiva che non so nemmeno quanto potrà mai essere ripagato. In Grecia, per esempio, dove Syriza è diventato forza politica maggioritaria, abbiamo assistito alla contemporanea ascesa dei neonazisti di Alba Dorata e la loro penetrazione presso le fasce popolari più sfiancate.<br />
Non si tratta di trovare la ricetta per vincere le elezioni o di far crescere nei termini di voti una sinistra degna della sua stessa definzione, ma di un obiettivo al contempo più modesto e più radicale: tornare a partecipare alla politica, fare politica per farla, per rompere la solitudine e l’atomizzazione delle nostre vite a cominciare da noi stessi, nella piena consapevolezza del punto della notte a cui siamo.</p>
<p>ps. spero di aver inserito tutti i link davvero utili per chi volesse approfondire o farsi un&#8217;idea più diretta guardando i video nominati. </p>
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