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	<title>federico gori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Poiché ero l’albero più occidentale del giardino. Di fragilità e potenza, opera di Federico Gori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Francesca Matteoni foto 1 di Martino Margheri foto 2/3 di Bärbel Reinhard &#160; L’albero che si stacca dalla terra è un albero morto. Nessuna fioritura dai suoi rami, nessuna acqua trattenuta nelle sue radici. Maestoso nel suo irrigidirsi e sfaldarsi fino al nulla. Davvero nulla? L’albero che non sente più la sete accenna il volo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/federico_gori_02.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-46790" alt="federico_gori_02" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/federico_gori_02-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/federico_gori_02-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/federico_gori_02-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>foto 1 di <strong>Martino Margheri</strong></p>
<p>foto 2/3 di <a href="http://www.baerbelreinhard.com" target="_blank"><strong>Bärbel Reinhard</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’albero che si stacca dalla terra è un albero morto. Nessuna fioritura dai suoi rami, nessuna acqua trattenuta nelle sue radici. Maestoso nel suo irrigidirsi e sfaldarsi fino al nulla. Davvero nulla? L’albero che non sente più la sete accenna il volo su una materia minerale che si imprime dei suoi rami, foglie, elementi vegetali che mutano al variare della luce e delle stagioni. Impronte, residui di sostanza viva, lente memorie. La memoria, come il tempo, non è mai intera. Si frange in noi, capaci di abitarne solo piccoli pezzi, reinventati nella prospettiva che cambia con l’esperienza o seguendo improvvise epifanie in cui il passato ci chiede di riconoscerlo presente. Si confondono l’effimero e il duraturo: la morte del gigante arboreo è la sua fragilità che nutre il paesaggio naturale a cui si riconsegna. La sua sospensione è la distanza necessaria affinché parli – non più abbeverato, sgorghi nella consapevolezza di chi osserva. Siano comprese le sue tracce.<br />
Non un albero, ma un fiore appassito è il protagonista di una poesia che scrissi con tutto il fervore dei miei otto anni. Un fiore ha un passaggio breve nell’esistenza, lo dimentichiamo in fretta quando muore, lo gettiamo. Allora questo mi sembrò un difetto imperdonabile della vista, per cui si cercano le cose belle, ma di rado le apprezziamo fino in fondo – quando ci lasciano e, come tutto, liberamente muoiono. Era proprio, nella mia visione di bambina, la fine con la sua povertà, il suo ingrigirsi e avvizzirsi a dover sollecitare l’amore più intenso. Sentivo che solo così la bellezza è completa. Che la perdita è una parte struggente dello scoprirsi grati.</p>
<p>Mi apparve dunque come una specie di miracoloso fenomeno empatico leggere pochi anni dopo, tra le fiabe di Hans Christian Andersen, la storia di un fiore e di un bambino. A raccontarla è un angelo che, mentre conduce un bambino in paradiso, sosta tra le macerie di una casa lungamente abbandonata per salvare un fiore di campo, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato. Nella casa era vissuto un altro bambino così malato da non poter mai uscire, la cui primavera si era tutta concentrata in quel fiore piantato in un vaso, poiché aveva le radici. Ogni anno rinasceva, facendo brillare la stanza e l’immaginazione del suo ospite. Il bambino era morto volgendosi al fiore.</p>
<p>L’angelo della fiaba sa tutte queste cose perché lui stesso è stato quel bambino: da un altrove ignoto ricorda e torna. Io, con la mia fede infantile e assoluta, ero certa che ci fosse una ricompensa per l’aver cura di ciò che è fragile e la ricompensa infatti venne, mantenendo una sorta di promessa, e fu il dolore. Bel guadagno, direte. Ma non giudicate troppo in fretta le parole, ripetetele come si affonda un seme nel terreno. Il dolore di morire per la prima volta: crescere. Seppellire i fiori dell’infanzia nella mia persona. Per coglierli ora devo imparare a scandire una memoria dopo l’altra. Nelle vene dei polsi percorrere gli steli ondulati, perché sboccino in un tempo diverso con la loro meraviglia minuscola, così facile da lacerare, da votare all’oblio dell’età adulta. La ricerca continua di quei fiori diventa la ricerca della felicità, l’ostinazione del bene niente affatto ingenuo: si affida ai desideri come al loro rovescio, si spinge verticale sulla vita – ne è responsabile – proietta un’ombra che la ripara. Si tende tra il sottosuolo e il cielo – si allunga, mette su strati di corteccia, si schianta impercettibilmente ad ogni cerchio, allarga le sue fronde. La pianta è quieta e paziente. Forse è, come nei versi di Margherita Guidacci, un albero esposto agli ultimi raggi solari che immergono il mondo nel crepuscolo.</p>
<p>Poiché ero l’albero più occidentale del giardino<br />
Per ultimo mi scuotevo di dosso la fredda rugiada.<br />
Nebbia e noia via dai miei rami lentamente strisciavano<br />
E nessuno al mio risveglio applaudiva,<br />
Ché i miei compagni erano da tempo gloriosi nella luce.</p>
<p>Ma la sera su me emigravano gli uccelli<br />
Che l’ombra sgomentava da ogni altro verde asilo;<br />
Lungo e dolce da me s’alzava il canto;<br />
Avidi gli occhi degli uomini mi fissavano, mentre<br />
Ero avvolto dal sole nell’amoroso addio<br />
E brillavo come una torcia sul mondo spento.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2787a01.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-46791" alt="_MG_2787a01" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2787a01-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2787a01-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2787a01-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> Ecco, la potenza dell’albero è la sua attesa. Il suo sfolgorare più vivido perché a lungo ha conosciuto l’oscurità e di nuovo sta per entrare nel buio notturno. In questo albero che si accende in procinto di sparire noi possiamo meglio distinguere l’umano, la soglia mortale che ne determina il valore. L’amore con cui la pianta si congeda dal giorno dei vivi viene da tutte le esistenze che in lei si sono assopite; dalle ombre che non hanno mai smesso di dialogare in noi, di solcarci, inciderci, non più con le loro vite concluse, ma con la nostra. Così tanto l’albero ha scosso la sua chioma nell’aria che infine, morto, si è alzato in un sogno tangibile a dispetto della gravità. Così tanto possiamo porre lo sguardo nel ricordo e nell’immaginazione da far sì che il tempo dismetta il suo inganno più antico, che ci vuole gradualmente separati in uno scorrere lineare, e riveli invece come il coraggio si sovrapponga alla sofferenza, come siano forti le frasi interiori di chi amiamo, non importa da dove provengono, da quale regione, corpo consumato in una fotografia.</p>
<p>Facciamo di nuovo attenzione all’opera, alle scritture impresse sul rame, in basso, dove stiamo. L’albero è scomparso, spezzato. Le linee che lo spezzano non sono i confini della morte, ma le ferite della nostra speranza, la gora dell’acqua che mai abbiamo cessato di versare, perché tornassero lo stelo e la corolla. Ogni lastra ha una sua altezza, reca un frammento simile agli altri eppure unico: ha una data, un nome, un gesto. La curva di una foglia è lo scodinzolio di un cane o la schiena del gatto, calati nel cimitero domestico di un orto. Questo intreccio di rami e germogli sono le dita di un compagno che prematuramente abbiamo dovuto ascoltare oltre il silenzio &#8211; abbiamo appreso a tenere con noi, mentre lo perdevamo. Un’amica. Un genitore. Un fratello. Dobbiamo fare fatica, ora, per guardarli. Non sono più come li volevamo. L’acqua che ci unisce ha l’amarezza del pianto, ma ogni lacrima ci alleggerisce, ci rende più umili, malleabili. Ogni lacrima scava la nostra natura fino al paese dove nessuno è dimenticato. Riemerge. Esile, ma tenace, voce di un coro. Per ognuno di noi ha un invito, una commovente fiducia, un timbro ineguagliato. Dice: non temere, gioisci. Anche se non ritorno, io resto. Accoglimi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2666.jpg"><img loading="lazy" class="size-thumbnail wp-image-46792 aligncenter" alt="_MG_2666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2666-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2666-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/MG_2666-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><small>Il testo è tratto dal catalogo dell’opera <em>Di fragilità e potenza</em> di <a href="http://www.federicogori.it/" target="_blank">Federico Gori</a> (Gli Ori, 2013).</small></p>
<p><small>L’installazione, esposta sotto una quercia sospesa a Palazzo Strozzi nella primavera 2013 e ora in collocazione definitiva presso la sede di Vannucci Piante (Pistoia).</small></p>
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		<title>ETERNAL SUNSHINE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/eternal-sunshine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[eternal sunshine]]></category>
		<category><![CDATA[fabio migliorati]]></category>
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					<description><![CDATA[Personale di Federico Gori. A cura di Fabio Migliorati. APERTURA: sabato 13 Marzo ore 18.00 presso Alexander Alvarez Contemporary Art (presentazione catalogo) SEDI: Alexander Alvarez Contemporary Art 2° piano Palazzo Melchionni, Via Migliara, 15121 Alessandria 13 Marzo – 10 Aprile 2010 info@alexanderalvarez.it tel. 3331053479 da martedì a sabato 15.30 – 19.30 Museo MAEC della Città [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4048/4424408623_fb0f933b41.jpg" class="alignnone" width="500" height="178" /></p>
<p>Personale di <strong>Federico Gori</strong>.<br />
A cura di <strong>Fabio Migliorati</strong>.<br />
<span id="more-31778"></span></p>
<p>APERTURA: <strong>sabato 13 Marzo ore 18.00 presso <a href="www.alexanderalvarez.it">Alexander Alvarez Contemporary Art</a></strong><br />
(presentazione catalogo)</p>
<p>SEDI: <strong>Alexander Alvarez Contemporary Art</strong><br />
2° piano Palazzo Melchionni, Via Migliara, 15121 Alessandria</p>
<p><strong>13 Marzo – 10 Aprile 2010</strong><br />
info@alexanderalvarez.it tel. 3331053479</p>
<p>da martedì a sabato 15.30 – 19.30</p>
<p><strong>Museo MAEC della Città di Cortona</strong><br />
Piazza Signorelli n. 9, Cortona (AR)</p>
<p><strong>17 Aprile – 16 Maggio 2010</strong></p>
<p><strong>Con il Patrocinio di: Regione Piemonte, Regione Toscana, Provincia di Alessandria, Comune di Alessandria,<br />
Comune di Cortona.</strong></p>
<p>Nel 1717, il poeta inglese Alexander Pope scrive “Eloise to Abelard”, non primo omaggio a una delle storie d’amore più intense di tutti i tempi. La romanica, parigina vicenda è sfruttata da Pope per il proprio sentire, e ciò serve a sua volta, qui e ora, in senso nuovo,per estrarre il titolo di una mostra da una frase del componimento: «Eternal Sunshine of the Spotless Mind».<br />
“Eternal Sunshine” sia, quindi; e con la pretesa di alludere all’arte di Federico Gori in modo indiretto, meditato e mediato, ma suggestivo, seducente e modernamente affabulante. Come scrive in catalogo Fabio Migliorati – curatore dell’esposizione cortonese – «L’opera di Gori si fa scoprire per l’incanto che suscita, nell’esercizio di una riflessione intorno alla mimesi contemporanea, fino all’afflato di un’estetica del piacere che sa donarsi ancora in bellezza». Il concetto di natura guida, infatti, un suggerimento per la considerazione nostalgica delle cose, ma senza il peso drammatico della perdita o dello smarrimento, perché l’artista diventa un chimico sentimentale capace d’indurre, nel testo dell’arte, il riferimento emozionato alla trasformazione del mondo: dal passato al presente, attraverso lo strumento e la finta soluzione dell’artificialità. Nel linguaggio di Gori, sicché, non c’è nulla da risolvere. «Ci si offre – continua il critico aretino – all’intimità di un approccio visivo quasi sempre riconoscibile, distante così poco dall’appartenenza immutabile dell’umanità al mondo, che pare di sorprenderlo per innato slancio, di comprenderlo per congenita propensione. E, questo, nel gusto di un’immagine della fredda natura tanto sentita, da divenire personale, con tracce, cenni lievi di lirismo». Fotografia, dunque; quella di ambienti vegetali che, antichi ma vivi, pervadono di mistero la dimensione quotidiana dell’essere odierno: a farlo sembrare stanco di sé, perché sorretto da un’eleganza che giunge da lontano, forse dall’alto&#8230;<br />
Il dubbio si presenta allorché, nel trovarsi di fronte al lavoro di Gori, si percepiscono strane forme di profondità: eterno, ciclo, trascendenza; nell’alito iconico e aniconico di un’espressione ignota ma presente, da sempre. È la voce segreta delle cose, più forte nella natura che nel resto; è un canto di vita, perché da quella si propaga: a noi e, per noi, in tutto il resto.</p>
<p><em>Immagine: Federico Gori, “Eternal Sunshine 05”, 2010, 47 pezzi, smalto e inchiostro su alluminio, cm 156 x 450</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Federico e Lucia ### Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2615/4014723839_580d43bec0.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>per Federico e Lucia</em></p>
<p>###</p>
<p>Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di <a href="http://www.federicogori.it"><strong>Federico Gori </strong></a>è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. <span id="more-24444"></span>Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi &#8211; sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi,  il potere evocativo dei luoghi che si  fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.</p>
<p>###</p>
<p>La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del <em>transfert</em>, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l&#8217;opera è finita”.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4014723385_bde8aabb0d.jpg" alt="" /></p>
<p>Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.<br />
Penso a due versi di <strong>Osip Mandel’stam</strong></p>
<p><em>Scoli via la fanghiglia dell’istante:<br />
rimarrà il caro disegno, intatto.</em></p>
<p>L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.</p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3489/4015486448_399f4dab81.jpg" alt="" /></p>
<p>Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di <strong>Werner Herzog, <a href="http://www.ibs.it/code/9788877467096/herzog-werner/sentieri-nel-ghiaccio.html"><em>Sentieri nel ghiaccio</em></a></strong>, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia,  ma imprevedibile  &#8211; ora che sta nella lentezza di un cammino &#8211;  convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. <em>“Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca,  severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”</em>. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere  gli unici con il diritto di dimenticare. <em>“Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”</em>.  La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione. </p>
<p> ###</p>
<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3092/4014722561_583252c63b.jpg" alt="" /></p>
<p>Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle &#8211; anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore &#8211; di <em>oltrevita</em>. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai <strong>Radiohead</strong> agli islandesi <strong>Sigur Rós </strong>o ai loro conterranei <strong>Múm</strong> – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’),  si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in <em>Vonlenska</em>, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hme5jf2Z_ow"><em><strong>Von</strong></em></a>: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri. </p>
<p>###</p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4015485586_fd0c36e0c0.jpg" alt="" /></p>
<p>L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare. </p>
<p>###<br />
 <em><br />
11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.</p>
<p>Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece  pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.</em></p>
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