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	<title>federico nobili &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Federico Nobili</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/07/overbooking-federico-nobili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[federico nobili]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Marco Rovelli &#160; Enigma del Metodo Erodoto è un libro de-genere, non è poesia, non è un romanzo, non è filosofia, non è un saggio, ma tutte queste cose insieme, al limite (ma al limite, appunto). È prosa, questo si può dire, e, forse, si può anche dire che sia anche autobiografia, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota</strong></p>
<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://industriaeletteratura.it/prodotto/enigma-del-metodo-erodoto/">Enigma del Metodo Er<img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87344" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-768x1115.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-705x1024.jpg 705w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-250x363.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-200x290.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-160x232.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L.jpg 1000w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />odoto</a> è un libro de-genere, non è poesia, non è un romanzo, non è filosofia, non è un saggio, ma tutte queste cose insieme, al limite (ma <em>al limite</em>, appunto). È prosa, questo si può dire, e, forse, si può anche dire che sia anche autobiografia, ma nei termini cartografici che diremo. Anche l&#8217;autore, dunque, è un autore de-genere: Federico Nobili depone il suo nome e si fa Fred Biondina.</p>
<p>Metodo Erodoto: un&#8217;indagine geografica, senza inizio né fine, una catabasi che precipita in un catapumfete (che è l&#8217;ultima parola del libro), ma l&#8217;ultima volta non arriva mai, la fine é ricorsiva e non fa che tornare, a un inizio che non c&#8217;è, é una fine che non finisce, fallisce semmai, precipita in un precipizio senza fine e resta a mezz&#8217;aria, come un will coyote che diventa munchausen, (ac)cade come sempre é (ac)caduto, resta lì, nel tempo che resta, che é quello dove non c&#8217;è tempo, ma spazio, lo spazio da indagare con una catabasi geografica.<span id="more-87341"></span></p>
<p>È un metodo che fa mappa, una mappa sempre revocabile, sempre rinnovabile, esauribile. Come l&#8217;energia. Che é atto: atto senza potenza (m/atto!) , azione senza gesto (st/azione, via <em>ex crucis</em>).</p>
<p>La mappa é una maschera, che non maschera nulla. Fuori dalla maschera c&#8217;è il nulla. Ed é per fuggirlo (per fuggire qualcosa che non c&#8217;è, e che spaventa, tremendo, per il suo non esserci) che si chiama qualcosa all&#8217;essere, che lo si convoca al gioco dell&#8217;essere, questo é il problema, che non fa problema ma enigma.</p>
<p>L&#8217;essere scivola, diceva il Georges Bataille, e anche lui viene convocato in questa indagine in scivolata, con tanti altri, in questo coro di folli scivolanti, sghembi, buffi di cuore.</p>
<p>Scivolare per tracciare un autoritratto: dipingere il passaggio, scriveva Montaigne nel suo autoritrarsi imperfetto: auto/ritrarsi, certo, forma eccellente di s/velamento. E qui infatti ti auto/ritrai, senza parlare di te, lasciandoti emergere come emergono le isole vulcaniche dal mare (il Gesuvio di Bataille! Emergono i ricordi&#8230;), la mappa/maschera è arcipelagica. Emergono memorie, nel farsi della mappa, il trauma del Reale che la s/colpisce: il cuore, la madre, la morte. Questo è il cuore della mappa, il cuore sparso, il cuore che giace rossastro sulla strada e un gatto se lo mangia tra gente indifferente – ma non sono io, sono gli altri. Il disfacimento di ogni cosa, del mondo, dell&#8217;essere; come in Dick: è il disfacimento della vitamorte, ed è lo stesso disfacimento delle parole che scivolano fuori di se stesso, che è il modo di dirsi, di auto/ritrarsi, lasciando s/parlare le parole, facendole giocare, giocandole al limite di se stesse. Le parole esplodono come la vita. E tracciano una forma che è la forma stessa della vitamorte, del suo essere tragedia, che è il rovescio del comico, ma soprattutto viceversa. La maschera di Joker, verso cui convergono molte pagine dell&#8217;Enigma, è la cifra assoluta di questa forma.</p>
<p>Giocare, giocarsi. Il gioco in questo auto/ritrarsi è un rito apotropaico, un bimbo dagli occhi in fiamme si ripara dal suo spavento di fronte alla vitamorte, invocando girotondi, nenie, ninnananne, per tenersi sveglio mentre dorme. Chiede al suono di tener desto lo Stupor Mundi, sempre a un passo dal suo rovescio Stupro Mundi.</p>
<p>Gioca, il bimbo dagli occhi in fiamme, gioca se stesso per ripararsi anche dalla primordiale difesa umana dal caos e dalla morte, la difesa corticale della logica: e allora canta, un incessante ritornello, incessanti variazioni sul tema, un esorcismo per niente e per nessuno, una maschera che fiorisce nel cuore della tragedia. Immaginando di vedere la corona di spine del mondo dal punto di vista dello spazio vuoto, da quell&#8217;alto in cui non c&#8217;è più alto né basso da dove quella corona mostra la forma di una rosa canina, di un vino, di un incendio.</p>
<p>Così, poi, un messaggio nella bottiglia (infinitamente svuotata del suo vino che scorre senza fine) ci fa incontrare in un mancamento infinito, del resto l&#8217;origine consiste nel manque, e non finiamo mai di mancarci in questa consistenza, insistendo a mancarci nell&#8217;infinito inseguimento della tartaruga &#8211; l&#8217;unica che conti, nel propizio mancamento di quelle dei palestrati e dei neofasci, anche se appunto il suo contare sprofonda nell&#8217;infinita divisibilità &#8211; che in quanto tale non si converte mai in condivisibilità, per quanto, ancora, anche in questo, non cessiamo di provare, e fallire.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 18:47:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"><img loading="lazy" src="/archives/fronte_occid.jpg" class="blogbody" border="0" height="156" width="100" /></a></center>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).</p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
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