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	<title>Federico Platania &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Samuel Beckett e la matematica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 10:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesca E. Magni]]></category>
		<category><![CDATA[matematica e letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro dell'assurdo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca E. Magni «Per tutti gli anni ‘60 e ‘70 i lettori devoti di Beckett salutarono ogni opera sempre più breve del maestro con una mistura di reverenza e apprensione; era come vedere un grande matematico lavorare sull’analisi infinitesimale, con le sue equazioni che si avvicinavano via via di più al nulla.» John Banville, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca E. Magni</strong><br />
<figure id="attachment_26220" aria-describedby="caption-attachment-26220" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett3.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett3-300x300.jpg" alt="Samuel Beckett" title="beckett3" width="300" height="300" class="size-medium wp-image-26220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett3-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett3-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett3.jpg 567w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26220" class="wp-caption-text">Samuel Beckett</figcaption></figure> «<em>Per tutti gli anni ‘60 e ‘70 i lettori devoti di Beckett salutarono ogni opera sempre più breve del maestro con una mistura di reverenza e apprensione; era come vedere un grande matematico lavorare sull’analisi infinitesimale, con le sue equazioni che si avvicinavano via via di più al nulla</em>.» John Banville, <em>The New York Review of Books</em>, 13/8/92.</p>
<p>L’opera di <strong>Samuel Beckett</strong>, premio Nobel per la letteratura nel 1969, è colma di matematica. Sia che si tratti di opera poetica, narrativa, teatrale, radiofonica o televisiva, l’elemento matematico vi compare in maniera chiara ed esplicita oppure più nascosta, ma è senza dubbio presente. </p>
<p>Samuel Beckett, irlandese di nascita e francese d’adozione, ha rivoluzionato la letteratura e la drammaturgia del Novecento, al pari di <strong>James Joyce</strong>, suo maestro e amico, anche se però in maniera del tutto differente.<br />
Beckett è noto al largo pubblico soprattutto per l’opera teatrale <em>Aspettando Godot</em>, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1953. <span id="more-26217"></span>Lo spettacolo fu una «straordinaria rivelazione»:  la struttura drammatica non aveva più uno sviluppo logico nel tempo e tutta l’azione consisteva nell’attesa di un certo Godot da parte di due vagabondi, Vladimiro ed Estragone. Una battuta riassume bene la situazione narrata: «Non succede nulla, non viene nessuno, nessuno se ne va, è terribile».</p>
<p>Il critico Martin Esslin, in un suo famoso saggio del 1961 definì teatro dell’assurdo  la messa in scena dell’insensatezza della condizione umana, dell’assurdità del vivere, dello smarrimento di fronte allo svanire delle certezze, che accomunava autori quali Beckett, Ionesco, Adamov, Genet, Albee e Pinter. Nonostante nessuno degli autori si sia mai riconosciuto in questa definizione, essa è diventata una specie di “etichetta” che indica la rappresentazione teatrale di «qualcosa che è contrario alla razionalità, al senso comune e all’evidenza». </p>
<p>Samuel Beckett si rifiutò sempre di spiegare le proprie opere, perché affermava che esse andavano semplicemente “vissute”. A proposito di <em>Aspettando Godot</em>, dichiarò: </p>
<p>«c’è qualcosa di strano nell’opera, non so esattamente cosa, che si scava la sua strada nella gente, che lo vogliano o no […] ma io ho sempre torto, tranne, qualche volta, quando avere torto significa essere nel giusto».<br />
Quest’ultima battuta fa capire come Beckett fosse attratto dai paradossi e amasse le situazioni contraddittorie da un punto di vista logico.</p>
<p>Un primo punto di partenza verso la matematica può essere infatti la presenza dell’elemento negazione-affermazione nelle opere di Beckett. In esse compare spesso l’uso ripetuto di due proposizioni antitetiche, come nel finale del racconto <em>Dante e l’aragosta</em> a proposito della morte del crostaceo nell’acqua bollente della pentola: «È una morte veloce / Non lo è». Numerosi personaggi – sia delle sue opere giovanili sia di quelle più tarde – negano quello che hanno appena affermato e, come fa notare Maurice Nadeau,  «dicono contemporaneamente sì e no». Nel romanzo Molloy si legge: «l&#8217;unico modo di andare avanti era quello di fermarsi» e, per fare un altro esempio, Vladimiro ed Estragone sospendono l’attesa dicendosi l’un l’altro: «Andiamo», però nel copione c’è la nota: «non si muovono».<br />
<figure id="attachment_26235" aria-describedby="caption-attachment-26235" style="width: 256px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_godot2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_godot2.jpg" alt="Estragone e Vladimiro" title="beckett_godot" width="256" height="245" class="size-full wp-image-26235" /></a><figcaption id="caption-attachment-26235" class="wp-caption-text">Estragone e Vladimiro</figcaption></figure> L’impianto narrativo stesso sfrutta il paradosso e l’antinomia  come tecnica innovativa che sostituisce il tradizionale schema coerente della storia e della descrizione organica dei personaggi: la prosa è sconnessa, la struttura della narrazione è molto spesso contraddittoria. Si pensi ancora che Godot, il personaggio principale dell’opera, è assente, non compare mai in scena: alquanto paradossale per un protagonista!<br />
L’attenzione di Beckett verso l’aspetto paradossale può essere giustificato dalla convinzione che la razionalità fosse un mezzo insufficiente per spiegare e dare un senso all’esistenza e alle azioni umane.<br />
È nel romanzo <em>Watt</em> che, tramite una efferata parodia della logica deduttiva, il cosiddetto “attacco comico alla razionalità” si esprime in maniera eclatante. «Il romanzo descrive gli sforzi di un personaggio di nome Watt per condurre un’inchiesta razionale secondo le regole della logica: ci sono sempre obiezioni per ogni conclusione. La ragione non risolve nulla. […] L’autore impone al suo personaggio di applicare la causalità razionalistica a problemi che infine lo costringono al paradosso».  In <em>Watt</em> compaiono molti errori di calcolo, alcuni sottolineati dallo stesso autore («le cifre fin qui riportate sono inesatte. I calcoli seguenti sono dunque doppiamente errati»), come un conto della spesa sbagliato o quando il narratore annuncia l’elenco di tre momenti della giornata e poi ne descrive quattro! Beckett si serve dell’apparato razionale matematico stesso per riderne: è un attacco dall’interno, un uso della razionalità per colpire se stessa.<br />
L’auto-referenzialità, alla base di molti paradossi, è un altro aspetto presente in Beckett in moltissimi livelli, si pensi anche ai personaggi che ascoltano la loro stessa voce   sia nel teatro: <em>L’ultimo nastro di Krapp</em>, <em>Quella volta</em>, <em>Dondolo</em>, <em>Passi</em>, sia nella narrativa: <em>Compagnia</em>, sia nella produzione televisiva: <em>Nuvole</em>.<br />
«In <em>Watt</em>, Beckett cita esplicitamente la categoria aristotelica della <em>dianoia</em> ovvero la conoscenza intellettuale della propria ragione. […] Il riso dianoetico, ovvero il ridere di ciò che è tragico, è una delle caratteristiche più intime dell&#8217;opera di Beckett («Non esiste nulla di più comico dell’infelicità» proclama il personaggio Nell in <em>Finale di partita</em>)». <br />
«Beckett rappresenta la nostra impossibilità di rappresentarci»  nonostante la necessità di farlo. Nell’opera radiofonica <em>Cascando</em> si ritrova «la tesi di fondo della poetica beckettiana: non c’è niente da esprimere se non che non c’è niente da esprimere e il doverlo esprimere a tutti i costi». <br />
I personaggi beckettiani inoltre non riescono mai a narrarsi, ad autodefinirsi, ad avere un’identità precisa, o perché mentono o perché la memoria li abbandona o perché non riescono ad attribuire significato alle cose e alle parole. L’assoluta inconciliabilità fra l’esperienza e la sua espressione è un tema legato alla profonda meditazione sull’inadeguatezza del linguaggio, che Beckett affrontò lungo tutta la sua opera. La convinzione che «la scrittura serve a esplorare, non a risolvere» insieme all’impossibilità di comprendere l’esistenza umana si possono riassumere nelle ultime parole scritte da Beckett per il teatro in <em>Che dove</em>: «Il tempo passa. | E’ tutto. | Comprenda chi potrà. | Io spengo».</p>
<p>Un altro percorso per scoprire la matematica in Beckett è la semplice osservazione della notevole presenza nella sua opera di numeri, operazioni, figure geometriche, di descrizioni minuziose di combinazioni, disposizioni, permutazioni, insieme alla «descrizione non solo di ciò che accade, ma anche di tutte (o quasi) le possibili varianti». <br />
Il numero tre ricorre in maniera quasi ossessiva in tutta la produzione beckettiana: il romanzo <em>Molloy</em> (facente parte di una trilogia) ha tre inizi,  moltissime opere sia teatrali sia di narrativa sono divise in tre parti e molte hanno tre personaggi. Nello spettacolo <em>Quella volta</em> vi sono tre voci fuori campo indicate sul copione come A, B e C: «le voci parlano sempre in sequenze di tre per volta (ad esempio: ACB, BAC, ecc. Mai però nell&#8217;ordine più logico e cioè ABC).»,  l’azione si ripete per tre volte, per un totale di dodici triplette. Vi è inoltre un saggio di Antonio Borriello   che analizza lo spettacolo <em>L’ultimo nastro di Krapp</em> da questo punto di vista: vi sono tre donne importanti nella vita del protagonista, egli compie 33 azioni con 9 oggetti, mangia tre banane, ecc. Nell’opera televisiva in tre atti <em>Trio degli spiriti</em>, ispirata da un trio di Beethoven, vi sono tre punti statici di ripresa per la telecamera e il numero delle inquadrature cresce sempre di tre (da 35 nella prima parte, a 38 nella seconda e a 41 nella terza).</p>
<p>Dal numero 3 al 3,14: nel romanzo <em>Molloy</em>, il protagonista si diletta a trascrivere sulle pagine di un quaderno la lunga sequenza di cifre che si ottiene dalla divisione di 22 per 7, che coincide con un numero razionale che si avvicina al valore (irrazionale) di <em>pi greco</em>. Tramite questa metafora matematica «Molloy abbandona il rigore deduttivo per cedere al fascino dell’irrazionale». </p>
<p>L’atto del contare si ritrova spesso nelle azioni dei personaggi: «Due miliardi e mezzo di secondi. Incredibile così pochi», «Trentamila notti. Incredibile così poche» dice il Parlatore nella pièce <em>Un pezzo di monologo</em>. Nella prosa breve <em>Basta</em>, uno dei passatempi preferiti dai personaggi è l&#8217;aritmetica: «Quanti calcoli fatti a mente insieme piegati in due! Ci capitava di innalzare alla terza potenza dei numeri ternari interi. Certe volte sotto una pioggia torrenziale. Bene o male imprimendosi a poco a poco nella memoria i cubi si accumulavano». Così come, viceversa, in <em>Nuvole</em>, il protagonista per ingannare l’attesa della donna, estrae mentalmente radici cubiche (si noti anche qui la presenza del numero tre). La matematica è dunque anche uno dei tanti modi per passare il tempo, è un gioco. 	</p>
<p><figure id="attachment_26233" aria-describedby="caption-attachment-26233" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_murphy1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_murphy1-300x275.jpg" alt="immagine proposta da Beckett per la copertina del romanzo Murphy, ma che l’editore rifiutò." title="beckett_murphy" width="300" height="275" class="size-medium wp-image-26233" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_murphy1-300x275.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_murphy1.jpg 312w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26233" class="wp-caption-text">immagine proposta da Beckett per la copertina del romanzo Murphy, ma che l’editore rifiutò.</figcaption></figure> Un gioco come gli scacchi, grande passione di Beckett, che utilizza la precisa notazione algebrica per descrivere una famosa partita   nel romanzo <em>Murphy</em>, nella quale nessuno vince e nessun pezzo viene mangiato.</p>
<p>Per quanto riguarda la geometria, nelle opere di narrativa degli anni ’60, come <em>Quello che è strano, via</em> – <em>Immaginazione morte immaginate</em> –  <em>Lo spopolatore</em> – <em>Bing</em>, gli ambienti nei quali si svolgono le azioni sono rispettivamente: un parallelepipedo a base quadrata di 5 piedi di lato e 6 di altezza – una rotonda a base circolare con un diametro di 80 centimetri e alta 80 centimetri di cui 40 costituiti dal muro circolare che sorregge una volta – un cilindro di 50 metri di circonferenza e di 16 metri di altezza – un parallelepipedo di m. 1 x 1 x 2. I personaggi sono posizionati all’interno di questi ambienti claustrofobici con precisione millimetrica e, ad esempio, i circa duecento esseri de <em>Lo spopolatore</em> si trovano dentro circa venti nicchie disposte seguendo la forma geometrica della quinconcia. <br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_dama_quinconcia.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_dama_quinconcia-300x300.jpg" alt="beckett_dama_quinconcia" title="beckett_dama_quinconcia" width="300" height="300" class="alignright size-medium wp-image-26223" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_dama_quinconcia-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_dama_quinconcia-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/beckett_dama_quinconcia.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
  L’ultima opera scritta per il teatro rimasta incompiuta comincia con la frase «Lunga osservazione del raggio» a testimoniare l’ossessione di Beckett per i cilindri e gli spazi chiusi.<br />
Nell’opera per la televisione intitolata <em>Quad</em>, quattro danza- tori incappucciati percorrono le linee di un quadrato sul pavimento seguendo una ben definita sequenza di entrate e uscite nel palcoscenico (1, 13, 134, 1342, 342, 42, e poi 2, 21, 214, 2143, 143, 43, successivamente 3, 32, 321, 3214, 214, 14, e infine 4, 43, 432, 4321, 321, 21) in modo tale da creare una «struttura coreografica ciclica che si autogenera e allo stesso tempo si cancella con andamento ricorsivo». <br />
L’interesse di Beckett per le permutazioni si manifesta applicato a oggetti (come delle pietre nella tasca di Molloy) a movimenti e azioni dei suoi personaggi, ma anche come tecnica narrativa: in <em>Quello che è strano, via</em> non vi è una trama tradizionale ma c’è una descrizione di possibilità, così come in <em>Watt</em> si esplora un gran numero di varianti per ogni minimo accadimento.</p>
<p>La matematica quindi nella scrittura di Beckett non entra solo come semplice argomento, ma svolge un ruolo strutturale, soprattutto per le sue caratteristiche di precisione, di rigore formale, di estetica dell’essenziale e di astrazione.<br />
Per esplorare nuove vie che superassero il romanzo tradizionale, Beckett intraprese infatti un cammino di ricerca verso l’astrazione,  verso l’impoverimento e la ricerca di elementi essenziali sia nella forma sia nel contenuto (<em>Bing</em> è costituito da un unico paragrafo con frasi senza verbi e senza virgole). Egli stesso utilizzò una metafora di tipo matematico quando definì la propria come una “poetica della sottrazione” in netto contrasto con la prosa accumulatoria ed erudita di Joyce. Verso la fine della sua vita Beckett creò opere sempre più brevi, fino a un teatro senza personaggi e senza testo (con l’opera <em>Respiro</em>, della durata di soli 35 secondi).<br />
I principi estetici di eleganza ed economia tipici del procedimento matematico  lo aiutarono ad elaborare la propria poetica, sulla base di una cultura personale “onnivora” di musica, pittura, scultura, così come di Dante o di Freud e Jung, di Cartesio o del matematico e filosofo francese Henri Poincaré. </p>
<p>L&#8217;elenco completo delle opere di Beckett sta <a href="http://www.4-wall.com/authors/authors_b/beckett_samuel/beckett_samuel.htm">qui</a></p>
<p>[Articolo uscito nel numero 6-7 di &#8220;<a href="http://matematica.unibocconi.it/pubblicazioni/le-riviste/alice-bob"><em>Alice&#038;Bob</em></a>&#8221; (rivista del Pristem (l’acronimo P.RI.ST.EM sta a indicare il &#8220;Progetto Ricerche Storiche E Metodologiche&#8221;) dell&#8217;Università Bocconi di Milano per gli studenti delle scuole superiori.]</p>
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