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	<title>fiaba &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tundra e Peive</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/03/25/tundra-e-peive/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Mar 2023 08:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[tundra e peive]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Francesca Matteoni </strong> <br /> È certamente una fiaba. Anzi, è l’incontro e la rielaborazione di molte fiabe: Il pifferaio di Hamelin, Hansel e Gretel, Peter Pan, i miti della selkie e alcuni racconti sciamanici.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Vanni Santoni </strong></p>



<p><strong>Francesca Matteoni, pistoiese classe &#8217;75, è ormai un punto di riferimento imprescindibile nel mondo della poesia dopo il successo di </strong><em><strong>Ciò che il mondo separa, </strong></em><strong>uscito due anni fa per Marcos y Marcos, non è nuova a incursioni nella prosa: dopo il primo romanzo, </strong><em><strong>Tutti gli altri, </strong></em><strong>uscito nel 2014 per Tunué, torna oggi in libreria per Nottetempo con </strong><em><strong>Tundra e Peive.</strong></em></p>



<p><strong>Matteoni, come nasce questo romanzo e cosa significa questo titolo così inusuale?</strong></p>



<p>Tundra e Peive sono i due personaggi principali, il cui legame è il centro della storia. Tundra è un folletto; Peive il gatto che lo accompagna. La storia si svolge in una città, ma la provenienza di alcuni personaggi è il <em>nord</em>, da cui la scelta del nome<em> Tundra</em> e di quello <em>Peive</em>:Peive è la variante meno nota del nome della divinità solare presso i sami: Beaivi, di solito femminile, ma qui maschile, come tributo al poeta Nils-Aslak Valkeapää, autore di una raccolta dal titolo <em>Il sole, mio padre</em>.</p>



<p><strong>Prima dell&#8217;inizio si legge: &#8220;Questa non è una favola&#8221;: è un po’ come la pipa di Magritte?</strong></p>



<p>È certamente una fiaba. Anzi, è l’incontro e la rielaborazione di molte fiabe: <em>Il pifferaio di Hamelin, Hansel e Gretel</em>, <em>Peter Pan</em>, i miti della <em>selkie</em> e alcuni racconti sciamanici. Queste storie interagiscono con i luoghi del mio abitare, con la persecuzione delle streghe nell’età moderna, con la questione ecologica. Perché quella frase, allora? Perché non finirò mai di dire che le fiabe sono vere. È il mio manifesto contro un interesse eccessivo per la cronaca come unica realtà, quando la realtà è complessa e fatta dell’invisibile. Volevo anche affrancarmi dalle etichette come: &#8220;romanzo fantasy&#8221;. Che senso ha?</p>



<p><strong>Come è nato e come si è sviluppato questo romanzo?</strong></p>



<p>Ho avuto la prima visione di questa storia intorno al 2005, quando abitavo a Londra. Non sapevo che ne avrei fatto, ma avendo una memoria tenace, l’ho tenuto lì, da parte. Ho buttato giù la prima stesura nel 2013. Non andava bene, anche se avevo già definito i personaggi e i luoghi. Ci ho rilavorato negli anni, lasciando, riprendendo, pensando nuove strutture, fino a capire che la storia non poteva piegarsi a nessuna esigenza esterna: per esempio quella di farne un libro per bambini, secondo le regole di un certo mercato, ovvero annacquando la cupezza. Ma cosa esiste di più oscuro dei bambini? Ho pensato molto al ruolo dell’infanzia in quanto scrivo e vivo: la sostanza non è tanto diversa da quella che potevo sognare a cinque anni, solo che allora non avevo attraversato lutti e delusioni. Credo che in genere, nelle mie parole, il tentativo sia piuttosto quello di tornare bambini. Certe storie, come è capitato a questa, possono restare nella nostra testa per anni, come amici immaginari. Poi è accaduto tutto in un lampo. Ho detto al mio editor, con cui stavo parlando di un altro libro da scrivere: avrei un romanzo, è un po’ strano. Ed eccoci qua.</p>



<p><strong>Si sente forte la presenza del mondo animale.</strong></p>



<p>L’amore più grande della mia vita sono e restano <em>gli altri animali </em>(anche noi siamo animali, ricordiamocelo). Questa è la parte più fedele alla me bambina, quando mi dicevo di proteggerli dalle cattiverie umane, miei coetanei compresi. Mica tutti i bambini sono buoni. Come non sono buoni gli animali: vanno lasciati stare. Con alcuni si innescano legami d’affetto non necessariamente ricambiato. Gli animali custodiscono la nostra capacità di creare un linguaggio nuovo, ma nella nostra ottusità, poiché non li capiamo, pensiamo siano inferiori, oppure siano innocenti complementi d’arredo.</p>



<p><strong>Che rapporto c&#8217;è, se c&#8217;è, con il suo libro di poesie </strong><em><strong>Nel sonno?</strong></em></p>



<p>C’è un forte legame temporale e formale. Ho scritto <em>Nel sonno</em> poco prima di sprofondare nell’universo di Tundra ed ero nel solito luogo: a Londra, per due anni di ricerca universitaria. Le poesie e le prose di quel libro nascono allo stesso modo: spegnendo l’attenzione e lasciando fluire le parole. Lì, il riferimento letterario è Alice. C’è poi una connessione più nascosta: <em>Nel sonno </em>si tiene attraverso legami familiari femminili. Questa linea è fortissima anche in <em>Tundra e Peive</em>. Gli uomini si perdono, feriscono, sbagliano, cercano redenzione. Le donne tessono riscatto, memoria, possibilità.</p>



<p><strong>E col suo precedente romanzo </strong><em><strong>Tutti gli altri?</strong></em></p>



<p>Insieme alla questione femminile di cui ho detto sopra, la presenza dei fratelli perduti. Sono gli stessi, in un certo senso, che troviamo in <em>Tundra e Peive</em>, solo che nel mio nuovo romanzo racconto anche quello che non si vede, perché in più c’è la magia. Sono entrambi libri costruiti sui personaggi e sull’intreccio delle loro storie individuali. E in entrambi vale la memoria. Il passato è la terra che veniamo costruendo, quella che forse può salvarci, in questo pianeta che abbiamo tanto martoriato.</p>



<p><strong>Nei ringraziamenti figura il centro per scrittori e traduttori nella città di Visby sull</strong>’<strong>isola di Gotland, in Svezia.</strong></p>



<p>Sono stata ospite nel 2019, poco prima che la pandemia stravolgesse le nostre vite; lì ho riscritto buona parte del libro. In quei giorni ho riletto la versione integrale di <em>Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson</em> di Selma Lagerlöf. Scrivere, leggere, passeggiare prima del crepuscolo che nell’inverno arriva verso le 15:00, nella città di Pippi Calzelunghe, affacciarsi sul Baltico nel vento notturno, condividere le serate con scrittori di ogni provenienza è una di quelle cose che ti fa sentire a casa. E poi, ero a nord. La mia bussola punta sempre a nord.</p>



<p>*intervista apparsa sul Corriere Fiorentino il 2 marzo 2023</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La regina del fuoco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/25/la-regina-del-fuoco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 04:50:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[maria gaia belli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[regina del fuoco]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>di Maria Gaia Belli</strong><br />

Molto molto tempo fa, quando il cielo era più alto della dorsale, la bambina Pauni viveva in un villaggio sulla montagna.
Suo padre cacciava nei boschi per la lunga estate, portava a casa carne e pellicce in abbondanza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Maria Gaia Belli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molto molto tempo fa, quando il cielo era più alto della dorsale, la bambina Pauni viveva in un villaggio sulla montagna.<br />
Suo padre cacciava nei boschi per la lunga estate, portava a casa carne e pellicce in abbondanza. Sua madre tesseva la lana e cuciva le pelli, spezzava con le mani la legna per il fuoco, poi scendeva al fiume a prendere l&#8217;acqua e la portava in tre secchi, due con le mani, uno in equilibrio sulla testa. La donna teneva sempre Pauni con sé, perché vedesse e imparasse. Le mostrò come muovere veloci le dita sul telaio, come pulire il nervo di bue facendoselo passare tra naso e bocca, come scegliere i sassi asciutti per accendere il fuoco, e tutto quello che serviva per badare alla casa sulla montagna.<br />
La bambina crebbe in salute e altezza. Quando ebbe i seni e il sangue tra le gambe, suo padre la portò al centro del villaggio, perché un uomo la scegliesse. La scelse un cacciatore. Divenne suo marito e Pauni andò a casa con lui.</p>
<p>Venne la lunga estate. L&#8217;uomo prese i cani e le armi e partì per i boschi, la donna rimase a casa. Ogni giorno accendeva il fuoco, spezzava la legna per mantenere viva la fiamma. Raccoglieva i panni sporchi e li portava al fiume, dove li strofinava con la cenere e li pestava con i piedi, poi li allargava ad asciugare al sole. Riportava il secchio pieno fino a casa, poi sedeva al telaio finché durava la luce del giorno.<br />
La casa di Pauni era lontana da quella di sua madre e nessuno veniva mai a trovarla. Una mattina, come ogni giorno, andò al fiume. La sera prima si era punta il dito con l&#8217;ago, e il dito si era gonfiato. Aveva le nocche e i piedi scorticati per il tanto strofinare la cenere; le dolevano il collo e le gambe, e il sole batteva forte sulla testa. Pauni era stanca, così si stese sotto l&#8217;ombra di un salice e si addormentò.<br />
Mentre dormiva, suo marito tornò dalla caccia e trovò il fuoco spento. Vide che non c&#8217;erano panni puliti né cibo pronto, allora uscì a cercare sua moglie. Arrivò al fiume e trovò i panni sporchi e i secchi vuoti e Pauni che dormiva sotto il salice. L&#8217;uomo raccolse un bastone e la picchiò sulle gambe e sulla schiena.<br />
La ragazza si svegliò nel dolore, urlò e pianse, ma l&#8217;uomo era arrabbiato e il bastone duro. Per la paura, Pauni si buttò in acqua. Il fiume, che la conosceva, ebbe pietà di lei; la prese e la portò lontana dal marito. Le tolse i vestiti e le lavò il corpo, poi la lasciò ad asciugare al sole in una valle lontana.</p>
<p>Abitava in quella valle una famiglia di draghi neri. Il figlio maggiore, quel giorno, era fuori a caccia. Mentre volava sul fiume, vide la ragazza addormentata, gli piacquero i suoi lunghi capelli scuri, scese dal cielo e la raccolse. La portò sulla vetta della montagna, nella tana di sua madre, dove vivevano con lui cinque sorelle. Vedendolo tornare con la preda, le giovani draghesse gli andarono incontro, sbattevano le ali e gli leccavano il muso con gioia. Ma lui le scacciava, finché non venne sua madre a dirgli:<br />
«Sei uscito a caccia e sei tornato con la carne. Perché non lasci che le tue sorelle mangino?».<br />
«Questa non è carne» disse il drago. Posò la ragazza con delicatezza, perché i capelli neri splendessero alla luce della neve.<br />
«Da tempo ormai mi chiedi di trovare una compagna per dare nuovo sangue alla famiglia» disse il drago alla madre. «Io scelgo questa femmina dalla bella criniera».<br />
«Questa femmina è carne» rispose la madre, e le sorelle si avventarono su di lui.<br />
Mentre i draghi litigavano, Pauni si svegliò e capì che la sua vita era in pericolo, così finse di essere morta. Ma presto fu incuriosita e iniziò ad aprire gli occhi. Vide il giovane drago che lottava con tutta la forza delle ali e dei denti per difenderla, e il suo sangue che bagnava la neve bianca. Le sue ali erano grandi e scure come le nubi del temporale, e la coda forte come l&#8217;acqua della cascata. Subito la ragazza se ne innamorò. Si alzò in piedi e si rivolse alla madre:<br />
«Ti prego, di&#8217; alle tue figlie di non uccidere il fratello per causa mia! Ti mostrerò da me quanto valgo».<br />
«Piccola femmina» disse la madre «Sei nuda e senza ali. Cosa puoi valere? L&#8217;unica cosa che vogliamo è la tua carne».<br />
«So tessere le stoffe da vendere al mercato» disse Pauni, e prese da terra i ciuffi di pelo caduti dal collo del drago, e subito mostrò come farne un filo.<br />
«Non teniamo in nessun conto il denaro e viviamo coperti dalle pellicce con cui siamo nati» disse la madre.<br />
«So spezzare la legna con le mani e farne armi» disse Pauni, raccolse un bastone e lo spezzò in tante parti.<br />
«I nostri denti spaccano le rocce come fossero ossa di scoiattolo» disse la madre. «E ora succhieremo anche il tuo midollo».<br />
«Ho un&#8217;ultima cosa da mostrarti» disse Pauni. «Se nemmeno questa ti piacerà, potrete mangiarmi».<br />
La ragazza si accucciò, fece un mucchio di legna e pelo, scelse da terra due pietre asciutte e cominciò a batterle. Richiamate dal rumore, le sorelle smisero di combattere e si avvicinarono a guardare.<br />
Quando ebbe battuto le pietre sette volte, tra le mani di Pauni nacque la scintilla. Il pelo secco nutrì la fiamma, che subito si levò alta sopra la legna. Le sorelle, spaventate, volarono via. Persino la madre indietreggiò. Solo il giovane drago nero, che riposava a terra dopo aver lottato, non si mosse, ma guardava il fuoco con grande curiosità.<br />
Pauni raccolse un legno che bruciava e glielo portò, lo avvicinò al muso e il fiato caldo del drago si tramutò in un grande fuoco, che rischiarò la valle e sciolse la neve.<br />
La madre, che era rimasta in silenzio per la paura, si riebbe. Chiamò a sé le figlie e le sgridò, perché erano fuggite come cerve. Chiamò il figlio e gli leccò le ferite. Infine si rivolse a Pauni:<br />
«Piccola femmina nuda, il tuo potere è grande. Donacelo e in cambio ti darò mio figlio e un nome da drago, vivrai nella mia casa e le mie figlie ti serviranno.»<br />
Pauni accettò e rimase nella tana, a fabbricare il fuoco per i draghi. Le sorelle le diedero la propria criniera per cucire una pelliccia e i propri denti come corna. Le insegnarono a cambiare le braccia in ali, a volare sulle valli e a cacciare nei boschi. Le diedero un nome nuovo, e tutti gli animali iniziarono a chiamarla Regina.</p>
<p>Passarono le stagioni. Con il potere del fuoco, i draghi erano divenuti padroni della montagna e ogni creatura dei boschi li temeva. Stanchi di vivere nella paura, i capi degli animali si incontrarono in segreto.<br />
«Prima i draghi volavano in cielo e noi correvamo sulla terra, spartivamo la carne del cervo e del coniglio. Ora vengono di notte con il fuoco, bruciano le nostre tane e i nostri cuccioli, prendono per loro tutta la carne della montagna» dissero il lupo e la volpe.<br />
«Bruciano il bosco per spingerci nella valle e lì ci massacrano. Gli alberi sono carbone e il nostro cibo è cenere» dissero i cervi e i cinghiali.<br />
Tutti aspettavano la parola dell&#8217;orso, che prima del fuoco era l&#8217;unico animale di cui i draghi avevano paura. L&#8217;orso pensò per molto tempo, infine decise:<br />
«Chiediamo aiuto agli umani, poiché loro sanno comandare il fiume».<br />
Andarono al villaggio degli uomini e promisero loro pelli e carne in abbondanza per cento anni, se avessero tolto il fuoco ai draghi. Gli uomini scelsero cinque cacciatori e li mandarono quella stessa notte sulla montagna.</p>
<p>Lungo la strada, trovarono un giovane drago che viaggiava lontano dalla tana, lo presero di sorpresa nel sonno e lo uccisero. Ballarono sopra la sua schiena, poi, prima che facesse giorno gli tagliarono la lingua, la punta della coda e delle ali e buttarono tutte queste cose nel fiume. Pregarono il fiume di spegnere il fuoco, e credendo che il fiume li avesse ascoltati, fecero ritorno a casa. Ma il fiume, che ricorda ogni volto che ha guardato nelle sue acque, si rigirò fino alla sorgente in cima alla montagna, e da lì chiamò Regina.<br />
«L&#8217;uomo che avevi per marito stanotte ti ha ammazzato un figlio» le disse.<br />
Regina non pianse, non si strappò i capelli né pestò i piedi. Tornò alla tana, dove il suo compagno dormiva accanto al fuoco. Si sdraiò sotto la sua ala e finse di dormire.<br />
«Dove sei stata?» chiese lui.<br />
«A contare le stelle» disse lei, perché lo amava molto e non voleva addolorarlo con la morte del cucciolo.<br />
Quando la luce dell&#8217;alba toccò l&#8217;entrata della tana, Regina si alzò, mise la pelliccia sulle spalle e le corna in testa. Andò nel bosco, trovò un lupo e lo uccise. Si rotolò tre volte nel suo sangue, gli leccò il muso e disse:<br />
«Indicami il villaggio degli uomini, perché vi andrò e lo brucerò fino alle radici, mangerò le loro ossa bianche e di loro non resterà niente».<br />
Il naso del lupo diventò il suo e Regina poté vedere dove gli uomini avevano calpestato il bosco. Seguì l&#8217;odore di letame e carne bollita, di frutta marcia e pidocchi, finché non arrivò in vista del villaggio. Le case dei cacciatori odoravano di sangue. Regina accostò l&#8217;orecchio ai tetti e sentì il fiato di bambini addormentati. Sentì la vibrazione dei fili tesi nel telaio, colpi di tosse, una risata sottovoce. Non ricordava niente di questi suoni, così fabbricò il fuoco e andò a posarlo su ogni tetto del villaggio. Quando ebbe finito, spiccò il volo, per poter guardare dall&#8217;alto ciò che aveva fatto.<br />
Per primi scapparono gli uomini, senza darsi pena di donne, vecchi e bambini. Poi uscirono le donne, con fazzoletti intorno alla bocca e i figli caricati sulle spalle. I cani abbaiarono e i vitelli piansero. Il fumo, pian piano, faceva scendere il silenzio.</p>
<p>In quel momento, una vecchia, che la notte non poteva dormire per i dolori, tornava dal fiume con i secchi dell&#8217;acqua. Vide il cielo fattosi nero e la donna che volava sopra il fuoco. La sua pena fu grande, e il secchio le cadde dalla testa.<br />
«Pauni!» chiamò. «Che cosa hai fatto?»<br />
Regina riconobbe la voce di sua madre e il suono del suo nome di bambina. Ripensò alla mano sulla guancia, e al bastone sulla schiena. Ricordò che le urla nel bosco erano voci di persone, e seppe distinguere le urla dei gatti dal pianto dei neonati.<br />
Mentre volava come un drago ricordò di essere una ragazza. Le sue ali tornarono braccia e cadde dal cielo dentro il fuoco.<br />
Le donne del villaggio intanto erano corse al fiume, avevano preso l&#8217;acqua e già spegnevano l&#8217;incendio. Quando restò solo fumo, trovarono la ragazza morta sotto la cenere. La presero e la portarono lontana nel bosco, dove gli uomini scavarono una buca alta sette metri. Qui la deposero, vi versarono sopra acqua fredda e sigillarono la tomba con tre grosse pietre.<br />
Quella notte i draghi vennero a cercarla, ma non riuscirono a trovare il suo odore da nessuna parte. La cercarono per molti giorni e molte notti, usarono il fuoco per chiamarla nei boschi scuri e nelle grotte buie. Quando l&#8217;ebbero consumato tutto, tornarono alla tana sulla montagna, ma qui, senza Regina che lo curava, trovarono il fuoco spento.<br />
Il suo compagno rotolò pietre asciutte e legna secca davanti all&#8217;entrata della tana, si strappò il pelo della criniera coi denti e sedette ad aspettarla. Aspettò per tutta la lunga estate, per tutto il lungo inverno, e per tutte le stagioni che vennero in mezzo, finché lui stesso non diventò pietra e il ghiaccio lo coprì. Il bosco tornò verde e le tane abitate. Il tempo trasformò il fuoco in una storia, e i draghi in animali come tutti gli altri.</p>
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		<title>Da che mondo è mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/18/da-che-mondo-e-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Da che mondo è mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[sperimentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Paolo Morelli ci ha da tempo abituati a una vivace sperimentazione linguistica, e il suo stile &#8211; pure cangiante e multiforme &#8211; resta sempre, di fatto, ben riconoscibile, puntuale, particolarmente attento alla descrizione di un altrove, fisico o allegorico che sia, quanto pure ottimamente radicato nella società e nel tempo in cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-71859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/da-che-mondo-e-mondo-d526.jpg" alt="" width="200" height="284" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>Paolo Morelli ci ha da tempo abituati a una vivace sperimentazione linguistica, e il suo stile &#8211; pure cangiante e multiforme &#8211; resta sempre, di fatto, ben riconoscibile, puntuale, particolarmente attento alla descrizione di un altrove, fisico o allegorico che sia, quanto pure ottimamente radicato nella società e nel tempo in cui stiamo vivendo.<br />
Così era nel <em>Racconto del fiume Sangro</em> (edito da Quodlibet nel 2013), in cui una passeggiata straniante lungo le dorsali di un fiume ci allontanava dal più classico dei viavai cittadini, restituendoci però una concretezza degli affari quotidiani che senza l&#8217;ausilio della giusta distanza facilmente sarebbe sfuggita alle nostre assonnate percezioni; così era pure ne <em>Il trasloco </em>(pubblicato da nottetempo nel 2010) brillante affresco di oggettistica privata e condivisa, atto sviscerato sulla pagina di quella che è stata da più fronti definita come la maggiore fonte di stress e di rinascita tra le abitudini dell&#8217;uomo medio contemporaneo. <span id="more-71858"></span><br />
Oggi, dopo vari anni e molte altre pubblicazioni all&#8217;attivo, Paolo Morelli torna in casa nottetempo, e lo fa &#8211; udite udite &#8211; con una fiaba per adulti. <em>Da che mondo è mondo</em> è l&#8217;espressione di un disagio atavico, la stolida paura del diverso, il terrore inimmaginabile che ogni sorta di cambiamento è d&#8217;uso portare con sé.<br />
La narrazione ha un andamento orale, proprio delle vecchie zie che raccontano aneddoti miracolosi ai nipotini, con una lingua mescolata di ricordi e stilemi preziosi, e uno stile surreale quanto basta per aiutarci &#8211; ancora una volta &#8211; ad aprire bene gli occhi sul mondo di oggi.</p>
<p>Di seguito, un estratto.</p>
<p>*</p>
<p>C’è sicuro gente oggigiorno in questa città, ecco come pensava, diciamo così, entrando nella stazione metro Piramide, c’è gente sicuro che entrata per esempio alla stazione metro Piramide con una certa idea, esce a Termini con un’altra, mentre la loro sfortuna è costante.<br />
E c’è gente che, entrata in un cinodromo e scommesso su un cane assorto per vincere mille euro, dopo venti minuti esce contenta di non aver vinto mille e non solo dieci, persa per persa è sempre meglio… C’è gente pure che di mattina presto, senza nemmeno lavarsi la faccia, entrata in una libreria vede solo persone che conosce, poi guarda meglio e scopre che somigliano a persone che conosce, anche se sono quasi uguali.<br />
Poi di sicuro c’è chi, entrato per sbaglio in una sala dove c’è un convegno sulla malinconia, ne esce dopo sei ore contento come una pasqua… E chi in bicicletta, uscito da casa di un amico che aveva una bottiglia di vino, forse fatato, dopo è entrato nel chiostro di una chiesa e ha cominciato a girare sui sampietrini, a girare, godendosi l’aria annuvolata del tramonto, le rose, le rondini, una specie di estasi era, molto lucida però che lo portava in alto con tutto il giardino sempre più su a girare, le rondini ormai accanto ridevano con lui e si davano molto da fare nei loro voli, mentre a lui non sembrava nemmeno di pedalare e le rose da parte loro profumavano e si spampanavano una nuvola dietro l’altra. Fin quando dal convento sono scese molte sutrine in ordine sparso, scure, la maggior parte indiane e con occhi belli grandi che ridevano, laggiù in fila sulla scalinata guardavano in su e lo seguivano nei suoi giri ed era ora di chiusura. Quest’ultimo qui ha risposto alle suore di aspettare per favore, perché voleva fare cifra tonda…<br />
E poi ancora, fermo alla stazione Tiburtina pensava Saleadore, deve essere come quando siamo su un treno fermo in una stazione che se ne affianca un altro in direzione contraria. A un certo punto ci pare di partire, invece è l’altro treno che se ne va in direzione contraria. Dev’essere così, si diceva nella testa, un’illusione ottica in carne e ossa. Dev’essere come quando si cammina in un bosco da soli, si diceva traversando il parco della Rimembranza, che a un certo punto si prende un ramo secco per un serpente e si rabbrividisce dalla paura. Poi ci si accorge che quello che si è visto serpente è un ramo secco, sparisce il serpente, ma il ramo però non sparisce…<br />
Forse dev’essere come se uno sta leggendo un libro che tratta di mosche assaltante, e nel frattempo viene assalito dalle zanzare…</p>
<p>*</p>
<p>[Qui la mia nota sul <em>Racconto del fiume Sangro:</em> da <em><a href="http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/novembre/LETTURE/2_morelli/morelli.pdf">Reti di Dedalus </a></em>]</p>
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		<title>Abracadabra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/19/nicola-ponzio-da-abracadabra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2016 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[folklore]]></category>
		<category><![CDATA[nicola ponzio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Nicola Ponzio &#160; I Infliggere ai due Gobbi tre frustate Accoltellare Dotto al basso ventre Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate Squarciare di netto la gola alla Strega dell&#8217;Est &#160; Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Copertina.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-59222" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Copertina-150x150.jpg" alt="Nciola Ponzio Abracadabra" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Copertina-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Copertina-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Copertina-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>di <strong>Nicola Ponzio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I</p>
<p>Infliggere ai due Gobbi tre frustate</p>
<p>Accoltellare Dotto al basso ventre</p>
<p>Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate</p>
<p>Squarciare di netto la gola alla Strega dell&#8217;Est</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto</p>
<p>Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo</p>
<p>Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa</p>
<p>Danneggiare la Radura Incantata con nafta e diossine</p>
<p><span id="more-59219"></span></p>
<p>Amputare le mani e le orecchie al vecchio Rink Rank</p>
<p>Vessare metodicamente i Tre Porcellini</p>
<p>Scannare l’oca Mårten con la ronca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mitragliare i Sette corvi con la raffica a ventaglio</p>
<p>Punzecchiare nel vivo il Principe Canarino</p>
<p>Sfigurare la vergine Malvina tenendola al guinzaglio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>IV</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino</p>
<p>Svaligiare la casetta dei Tre Orsi</p>
<p>Incaprettare il nano ingrato sotto un pino</p>
<p>Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Angosciare la Strega di Hansel e Gretel</p>
<p>Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela</p>
<p>Malmenare per spasso i Musicanti di Brema</p>
<p>Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu</p>
<p>Asfissiare l’Usignolo con il Sarin</p>
<p>Legnare sui denti anche Madre Sambuco</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comandare a bacchetta la fata Berylune</p>
<p>Sciupare di proposito le Scarpette Rosse</p>
<p>Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VII</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sbeffeggiare di gusto Jorinda e Joringhello</p>
<p>Separare per sempre Pancopinco e Pincopanco</p>
<p>Accoppare con un martello la Principessa sul pisello</p>
<p>Infierire con ferocia sul Cavaliere Bianco</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Braccare per sport i Folletti dei boschi</p>
<p>Menare gli abitanti della Terra Blu dei Munchkins</p>
<p>Inchiappettare Zezolla da mattina a sera</p>
<p>Circuire tra le risa il Re di Macchia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Strangolare nel sonno il Cappellaio Matto</p>
<p>Vituperare con passione il papà di Biancaneve</p>
<p>Estraniare dal mondo anche Mastro Geppetto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Denigrare la Storia della Falsa Tartaruga</p>
<p>Eviscerare Humpty Dumpty col falcetto</p>
<p>Giustiziare Giufà con la Culla di Giuda</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XVI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Atterrire per noia la nonna di Gerda</p>
<p>Murare in una torre il Re delle Scimmie Alate</p>
<p>Schiaffeggiare il grande Claus per un nonnulla</p>
<p>Reprimere il guardiano dei porci a randellate</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Illudere Sole, Luna e Talia</p>
<p>Lacerare le alucce alla Regina delle api</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Liquidare Pollicino con l’aconito napello</p>
<p>Annullare il potere agli Oggetti Fatati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Azzoppare Prezzemolina a bella posta</p>
<p>Bombardare a tappeto il paese di Acchiappacitrulli</p>
<p>Trafugare la Palla d’oro di nascosto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Strozzare le Sorellastre con una calza di seta</p>
<p>Turlupinare Wendy e i suoi fratelli</p>
<p>Gassare il Mago di Oz col Zyklon B</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XVII</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bruciare la Selva degli Elfi col fosforo bianco</p>
<p>Intossicare con l’arsenico il Cavaliere Nero</p>
<p>Affamare la nonna di Cappuccetto Rosso</p>
<p>Scuoiare lo Spaventapasseri vestito di blu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbindolare il serpente del Piccolo Principe</p>
<p>Incatenare ad una rupe Amore e Psiche</p>
<p>Incendiare l’Uccello d’oro col fuoco greco</p>
<p>Avvilire Rosmarina per ripicca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dilaniare col C4 i piedini di Mammolo</p>
<p>Plagiare la Regina dei topi campagnoli</p>
<p>Negare il dolore del Brutto Anatroccolo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Razziare l’asteroide B 612</p>
<p>Infilzare Pinocchio con un chiodo arrugginito</p>
<p>Cavare l’occhio destro al Principe Ranocchio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dalla postfazione di Renata Morresi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti scenari vengono manipolati e mescolati in questo piccolo libro esplosivo. Ecco la prima, evidente, miscela deflagrante: la poesia, coi ritmi e le armoniche che celebrano la lingua, si combina all&#8217;anti-poesia, o meglio, alla critica del discorso poetico, con la sfida ai suoi facili ornamenti, alle sue ovvie bontà. I protagonisti dell&#8217;inaspettata sintesi sono quanto mai dissimili: le creature della letteratura fantastica, delle fiabe di magia e del folclore tradizionali, che affondano in rituali di rigenerazione antichissimi e il mondo ideale dell&#8217;infanzia ci fanno vagheggiare, e insieme ad essi, opportunamente predisposte, le pratiche più efferate di crudeltà e sterminio, usate per farli fuori e soggiogarli. Da una parte, infatti, sono evocate le tante storie favolose con cui gli umani nei secoli hanno cercato di venire a patti con il caso, l&#8217;ingiusto e il cattivo, sospinti dalla propria caparbia voglia di sopravvivere e godere. Dall&#8217;altra parte è offerto un elenco di istruzioni criminose: per ogni personaggio ed oggetto fiabico l&#8217;autore suggerisce una precisa tecnica delittuosa – dai supplizi &#8216;classici&#8217; come stupri, pugnalate, scuoiamenti e mutilazioni, alle specialità chimiche più moderne (fosforo bianco, napalm, Ziklon B, antrace, Tabun, ecc.), agli strumenti di comprovato successo come ghigliottina, garrotta, Desert Eagle o falcetto, ai vibrioni del colera, fino a metodi più subdoli, quali bandire, molestare, inquinare, pervertire, e così via. Cosa anima questa inaudita profanazione dei mondi fiabeschi? Bizzarra quanto spassosa, intendiamoci. E poi di nuovo tremenda. Senza particolare enfasi, senza grandiosa malvagità. Quali discorsi mobilita questa strana fusione di immaginari? E a quale coscienzioso collettore dobbiamo la lista di imperativi di questi versi, legati in apparenza alla forma del sonetto e fedeli, in modo progressivamente inquietante, al canto? (&#8230;)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nicola Ponzio, <strong>Abracadabra</strong>, 2015, Arcipelago itaca Edizioni, Collana Lacustrine diretta da Renata Morresi, con 7 tavole dell&#8217;autore, postfazione di Renata Morresi, pagg 48.</p>
<p>Il libro puo&#8217; essere ordinato <a href="http://www.arcipelagoitaca.it/abracadabra/" target="_blank">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fiaba d’amore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/24/fiaba-damore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-) G.B.) Antonio Moresco, Fiaba d’amore, Mondadori, 2014, 155 pag. Antonio Moresco con Fiaba d’amore ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-50298" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg" alt="a moresco" width="473" height="272" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<em>per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-)</em> G.B.)</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Antonio Moresco, </b><i><b>Fiaba d’amore</b></i><b>, Mondadori, 2014, 155 pag.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Antonio Moresco con <i>Fiaba d’amore</i> ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure come è simile al nostro mondo, al nostro tempo, la vita disperata del protagonista, un vecchio pazzo, residuo di una società indifferente, che vive coperto di stracci e cartoni nel cuore di una metropoli.</p>
<p align="JUSTIFY">A quest’uomo che non ha più nulla, né beni materiali né speranze, con un corpo acciaccato e un’anima sfibrata, accade, “come nelle favole”, il più incomprensibile dei miracoli: il suo sguardo incrocia il volto di una ragazza bellissima che, quasi lo avesse cercato fra tutti i rifiuti del mondo, lo porterà con sé, a casa sua. I due vivranno di un amore fatto di gesti e di corpi, prima ancora che di parole, sempre inadeguate di fronte ai miracoli.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni scrittore, se è davvero uno scrittore, non scrive mai “opere minori”. In attesa della pubblicazione del monumentale <i>Gli increati</i>, conclusione di un’opera-mondo iniziata decenni addietro, Moresco, con questa sua fiaba che parla di vita, di morte, di tradimento e redenzione, si comporta come un pittore che, in attesa di portare a termine l’affresco della cattedrale, continua a vergare bozzetti, disegni, acquarelli. Non per puro intrattenimento personale, ma come desiderio di fissare immagini, sperimentare forme. E non è un caso che spesso in queste opere, quasi più svincolate dal programma monumentale, si svela una libertà immaginifica che commuove.</p>
<p align="JUSTIFY">È una fiaba crudele e dolce assieme, rivolta ad un pubblico che non ha età, scritta con una lingua che non nasconde nulla, esplicita fino all’ossessione nelle descrizioni tattili, eppure spesso pudica nei sentimenti; scrittura pura come quella di un bambino che non ha problemi ad immaginare una luminosa città dei vivi attraversata da morti inconsapevoli, e una buia città dei morti, così tanto simile alla sua gemella, dove però, quando tutto è perduto, si può tornare a vivere per davvero.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 8, del 18 febbraio 2014</em>)</p>
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		<title>La regina della neve (seconda parte)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/08/la-regina-della-neve-seconda-parte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[christian birmingham]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
		<category><![CDATA[vladyslav yerko]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci (la prima parte si può leggere qui.) Principi, principesse e ragazze virili Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p><em><strong>(la prima parte si può leggere<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/03/la-regina-della-neve-prima-parte/"> qui.</a>)</strong></em></p>
<p><figure id="attachment_49921" aria-describedby="caption-attachment-49921" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49921 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg" alt="birmingham9" width="400" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-49921" class="wp-caption-text">Christian Birmingham</figcaption></figure></p>
<h1>Principi, principesse e ragazze virili</h1>
<p>Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle principesse disponibili sul mercato delle fiabe, è Kay? A differenza di quel che si dice in giro, non è che ci sia tutta questa disponibilità di vere principesse e Gerda questo lo sapeva bene. Possibile che proprio Kay avesse trovato quel favoloso connubio di intelligenza e nobiltà in una donna, e che ciò lo avesse reso principe?</p>
<p>La scena che conduce Gerda a questa verifica è di una bellezza pari solo a quella raccontata nel mito di Eros e Psiche: condotta furtivamente nei pressi della stanza più segreta del castello che custodisce il talamo dei neosposi, Gerda deve attraversare uno  strano e popolato corridoio, prima di entrare nella camera da letto. Sono i sogni degli sposi a popolare quel corridoio limitrofo al sonno: cavalli purosangue, cacce, dame, cavalieri da cui Gerda fu circondata in un attimo. Oddio, pensò, i sogni di Kay potrebbero essere questi … Ma quando Gerda alzò la lampada, esattamente come fece Psiche per finalmente <em>vedere</em>  se il suo uomo fosse un mostro o l’amore, lei sapeva già in cuor suo che quelli non potevano essere i sogni di Kay. E infatti principe e principessa erano solamente principe e principessa: due giovani gentili e generosi che quando seppero, invece di cacciare a pedate quella strana ragazza  che si era introdotta nottetempo nei loro sogni, la rivestirono di tutto punto e le regalarono una carrozza per andare dove volesse, e ai suoi due fratelli di volo, corvo e cornacchia, ritennero giusto restituire pari libertà.<span id="more-49919"></span></p>
<p>Ma Gerda è soprattutto un’esule e il nuovo apparecchiamento principesco non è destinato a durare molto. Appena fatta un po’ di strada la nostra subì un’imboscata da parte di briganti che però qui somigliano, invece che a manigoldi d’altri tempi, a orchi, anzi a orchesse. Infatti la più scatenata, quella che subito propone alla banda di fare fuori Gerda per impadronirsi di tutto quel ben di Dio che le avevano donato i principi, è una vecchia brigantessa barbuta che ha per figlia una ragazza assai virile. É il vero capo della banda. Per la verità la ragazza virile è un personaggio molto affascinante, forse il più fascinoso di tutti. Sembra una ragazza viziata e prepotente ma presto vedremo che l’autorità che Andersen le accorda non le arriva dalle sue velleità intimidatorie, né dall’essere figlia di un’orchessa che stravede per lei.</p>
<p>Subito, con prepotenza maschile della peggior specie, la ragazza precisa alla banda, madre compresa, che Gerda è il suo giocattolo e che quindi solo lei può farne quello che vuole. Del resto la fanciulla virile ama così, e lo dimostra a Gerda trattandola come tutto l’esercito di animali piccoli e grandi che tiene imprigionati, qualcuno rinchiuso, qualcun altro recluso per mezzo soltanto del terrore che incute. É il caso di una bellissima renna lappone finita chissà per quale oscura via in mano a  quella ragazza.</p>
<p>Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero  portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.</p>
<p>Questa  ragazza che Andersen rappresenta facendo scelte narrative modernissime, è il personaggio della storia che Gerda subisce di più. Sia in termini di paura che di fascinazione. Tuttavia neanche la fanciulla virile riuscirà a  fermare Gerda che stavolta è davvero vicina alla meta. Ancora una volta sono gli animali a dare a Gerda una traccia riguardo la sparizione di Kay: Gerda è a letto con la fanciulla virile ed è spaventata. Quella ragazza ha sempre per compagno un coltello, ma non si sa se lo brandisce per giocare o minacciare. Si è già fatta raccontare tutta la storia due volte, come se la vita di Gerda fosse solo una favola. E adesso pretende che Gerda dorma insieme a lei, dopo il racconto. Gerda non sa se morirà o sarà amata, e per la prima volta  è perfettamente consapevole di quanto siano equidistanti entrambe le possibilità, come fossero le due facce di una moneta che a un certo punto del proprio viaggio è necessario spendere per intero.</p>
<p>Infatti è proprio a questo punto della storia che i palombi, gli unici animali della brigata che sembrano vivere insieme a quella strana gente per scelta, le rivelano che hanno visto Kay, lo hanno visto passare su una  slitta insieme alla regina della neve, probabilmente diretto con lei in Lapponia. Sì, la Lapponia il posto che, per una coincidenza molto curiosa, è anche il luogo d’origine della povera renna che la ragazza virile tiene prigioniera per motivi che non sappiamo e che pure minaccia col coltello, in quanto anch’essa evidentemente, come Gerda, le è estremamente cara.  È  dalla renna che finalmente apprendiamo qualcosa di importante sulla regina della neve, qualcosa che non somiglia a una chimera o al vagheggiamento innamorato di qualche giovane poeta: la regina della neve è una donna in carne e ossa che vive in Lapponia d’estate, che è originaria non di un paese delle fiabe ma di un luogo vero, l’isola di <em>Spizberg </em>o forse <em>Spitsbergen</em>, ossia le isole Svalbard! Possibile? A ogni buon conto Kay non è sparito, non è morto, ma si trova, forse per sua scelta o forse no, in un luogo vero. E alla luce di questa rivelazione, diventa fondamentale per Gerda capire se Kay è costretto prigioniero all’estremità più gelida del mondo o se in un modo o in un altro si trovi lì come di ritorno a casa.</p>
<p>La mattina successiva, tutto è cambiato. Gerda si risveglia in un letto in cui non è stata uccisa, se la più giovane dei briganti, non solo decide di lasciarla andare, ma le assegna come guida  la renna, l’unico essere al mondo  che possa condurla dove la bambina desidera veramente andare. Senza una lacrima, e con molta ironia, la fanciulla virile compie il gesto più nobile dei tanti che abbiamo visto fin qui:  lascia andare le due creature che le sono più care, e insieme a loro forse l’unica possibilità che una orchessa abbia di differenziarsi  dalla brigata turpe che capeggia. Lo fa consapevolmente e senza l’aria di sacrificarsi, diventando così uno dei personaggi più difficili da dimenticare sebbene il destino di Gerda fosse tutt’altro dal brigantaggio.</p>
<h1>La visione gotica</h1>
<p>Che cos’è una fiaba? Che funzione svolge nell’immaginario di ognuno di noi? Volendo lasciare indisturbate nelle loro sedi le spiegazioni di natura antropologica, sociologica, etnica, la domanda resta quella relativa al legame che ha la fiaba con la poesia, o meglio  con l’integrità della persona di cui la poesia è espressione. Karen Blixen, un’altra grande narratrice danese che tra realtà e poesia ha saputo intessere una vera e propria <em>araldica</em> (Nadia Fusini) delle casistiche umane, nelle sue fiabe per adulti rappresenta in filigrana un doppio del reale, un’ultrarealtà che mette finalmente a dimora il seme dell’invisibile dentro il risaputo, rompendo attraverso il linguaggio l’immobilità che talvolta imprigiona i destini, iniziando così il lettore all’imprevedibile. Sortilegio che la Blixen applicò in primo luogo alla sua vita, utilizzando la scrittura come vero e proprio <em>orientamento</em> occulto della sua vicenda personale. Tutto lascia supporre che anche per il suo connazionale Andersen le cose non stessero diversamente, se è vero che un poeta, e Andersen fu soprattutto questo, rimane sempre una sorta di amante rifiutato. Uno sguardo che dal margine del suo isolamento attenta per mezzo della poesia, alle infinite apparenze con cui l’amatissima <em>realtà </em>si mischia, senza che lui la possa quasi mai  toccare.</p>
<p>Gerda in groppa alla rena viaggia ormai ad altissima velocità verso la sua meta. Ormai sembra che più nulla la ostacoli, neanche i falsi destini che di  volta in volta le si sono frapposti e hanno tentato di trattenerla in storie che non le appartenessero. A questo punto Gerda ha a che fare con due donne che Andersen definisce solo mediante l’area geografica di cui sono espressione. La prima è la donna lappone che vive in una casa la cui porta è quasi sotterrata, frigge il pesce e ascolta con partecipazione le storie delle due creature che le si parano di fronte: una renna parlante, e una bambina intirizzita. E senza stupore, e senza soprattutto antipatici protagonismi, scrive su un pezzo di baccalà, una lettera, forse di raccomandazione, a quella che a tutti gli effetti si dimostra poi una collega finlandese, superiore gerarchicamente per chiaroveggenza. La donna lappone e la donna finlandese sono due streghe.</p>
<p>Così sempre in groppa alla renna Gerda raggiunge l’altra strega che naturalmente già sa tutto. Già sa che a questo punto la storia è finita. Ma né Gerda, né la renna né Kay ancora lo sanno. La finlandese che vive in una casa senza porta e caldissima a dispetto del clima del suo paese, ha la pelle sporca, chissà perché. E legge probabilmente per finta. Legge il pezzo di baccalà inviato dalla collega. Legge da un altro foglio lettere incomprensibili. Quando la renna ingenuamente le chiede se non ha qualche pozione che renda Gerda più forte della donna che le ha rubato il fidanzato, la finlandese sa che nulla che possano dire o stabilire in quel momento ha più alcune senso. E allora si inventa la solfa che grazie ai meriti accumulati durante il viaggio e grazie alla sua purezza di spirito, Gerda è già più forte della gelida maliarda. Molto affrettatamente poi, si sbarazza dei due, dando indicazioni alla renna di condurre Gerda a un cespuglio che segna l’inizio del giardino di un castello di ghiaccio. Lì Kay non è rinchiuso e vive momentaneamente da solo, dato che quella che avrebbe dovuto essere la sua carceriera, se n’è andata per un po’ in Italia, attratta dai fumi del vulcano Etna, che desidera morbidamente imbiancare essendo quello il vulcano più ganzo d’Europa.</p>
<p>Anna Maria Ortese scrive “senza la retorica, nulla di serio o di vero può esser detto, mancando quel <em>falso </em>che è misura e supporto del vero”. Spesso, negli scrittori profondamente collusi con l’<em>irreale</em>, con la favola, con una visione <em>gotica</em> dell’umano, come lo fu Andersen, il depistaggio che questi <em>poeti</em> operano falsificando attraverso il linguaggio, le piste insignificanti, piuttosto che l’ordito di una trama realistica, compone una visione lussureggiante della pura verità. Un tipo di verità che rende assai vero quello su cui una scena quotidiana, di primo acchito silenziosa, risulta magicamente reticente.</p>
<p><figure id="attachment_49922" aria-describedby="caption-attachment-49922" style="width: 634px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49922 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg" alt="Vladyslav Yerko" width="634" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 634px) 100vw, 634px" /><figcaption id="caption-attachment-49922" class="wp-caption-text">Vladyslav Yerko</figcaption></figure></p>
<h1>… e vissero tutti più o meno felici e contenti</h1>
<p>Gerda finalmente incontra Kay. Incontra non il bambino rapito dalla strega più potente del mondo, ma un ragazzo mezzo assiderato, chino da chissà quanto tempo sulla possibilità di comporre un unico lemma. Chiuso da quattro pareti gelide, tanto estraniato da tutto che neanche la riconosce. Certo possiamo anche credere che invece le cose stessero letteralmente come le scrisse Andersen, cioè che la regina della neve partendo per l’Italia, fosse certa che il ragazzo lasciato solo con il suo gioco fatto di tutte le lettere dell’alfabeto, non sarebbe mai stato capace, così assiderato e abbandonato, di evadere, componendo la parola eternità e acquisendo con ciò di colpo l’età adulta, un paio di pattini nuovi e la libertà. O magari possiamo anche ritenere che la responsabilità di tutti questi avvenimenti Andersen l’avesse liquidata a monte con la premessa dello specchio diabolico infranto che aveva deturpato momentaneamente il cuore e la vista del nostro giovane poeta. Ma cosa cambierebbe? Dopo che i due si sono ritrovati, Kay finalmente piange e lava via ogni scheggia diabolica dal suo corpo.</p>
<p>Quasi tutti i personaggi di questa storia, dopo che accade la catarsi del ritrovamento, escono dalle loro vite con sollievo e possono cambiare i destini dentro cui erano costretti perché tutto si compisse. La renna è un maschio che intanto si è sposato e offre ai due ragazzi il latte dai seni della sua giovane signora. Si viene a sapere che il corvo, amico fraterno di Gerda, è passato a miglior vita. Che principe e principessa, dopo l’incontro con la nostra eroina, hanno preso la via del mondo, probabilmente stufi di una favola che li voleva così banalmente buoni e belli. E le due streghe, la lappone e la finlandese , salvata la sorte di quella ragazza sbandata, si sentirono libere di tornarsene due vecchie contadine assai materne, che semplicemente parteggiavano per bonomia nordica in favore della gioventù. Ma più di tutti è la ragazza virile che, finalmente diventata l’avventuriera generosa e solitaria che ci aspettavamo, con una frase lapidaria rivolta a Kay, dice quasi tutto ciò che resta da dire: “Vorrei sapere se lo meriti, che una corra fino alla fine del mondo per te!”</p>
<p>C’è un’altra favola di Andersen incredibilmente significativa che a ben guardare possiede molte tessere che combaciano con questa storia. <em>L’uomo di neve</em> parla di un giovanissimo uomo che similmente a Kay, essendo fatto di neve, ne possiede apparentemente tutte le caratteristiche: il legame con il gelo che cristallizza le sue possibilità di vita in un arco di tempo brevissimo e impossibile da eludere, la capacità di vivere con gli elementi della natura una sorta consanguineità esangue che gli fa intendere la lingua degli animali e l’alternanza di sole e luna, senza davvero capirli, e soprattutto, l’ingenuità delle creature votate a un sogno soltanto. L’uomo di neve nella breve parabola della sua esistenza, si sente sempre strano ed è una sensazione che non sa spiegarsi, che gli fa venire in cuore uno strano languore che scrive Andersen “tutti gli uomini conoscono, se sono fatti di neve”. L’unico desiderio, l’unico sogno dell’uomo di neve è la dissolvenza attraverso il calore di una stufa, impossibile da raggiungere perché è qualcosa che sta agli antipodi del suo gelo eppure che egli sente intimamente propria.</p>
<p>Difficile alla fine immaginare Gerda e Kay, che sono diventati nel frattempo la donna e l’uomo che abbiamo visto, tornare alla loro città, e sedere per gioco sulle loro seggioline di bambini. Una volta di fronte l’uno all’altra, difficile che fossero potuti rimanere lì fermi per sempre in un idillio irrealistico che Andersen prima di tutti, non avrebbe consentito che durasse più del tempo di un frettoloso lieto fino. Andersen avrebbe continuato a raccontarli per sempre, come in effetti ha fatto cambiando di continui titoli e svolte alla sua pirotecnica ricerca della pura verità, attraverso le figure che attribuiva a se stesso e agli altri. Lo avrebbe fatto per sempre, perché come Kay col suo unico lemma, Andersen sapeva fin troppo bene che la ricerca di se stessi “è come se uno stesse lì seduto a esercitarsi su un pezzo senza poterlo mai terminare, sempre lo stesso pezzo. Ha un bel dire che se la caverà, non ci riuscirà mai, per quanto suoni!”</p>
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		<title>La regina della neve (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[arthur rackham]]></category>
		<category><![CDATA[eleanor vere boyle]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci &#160; Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro in che modo sia la causa di tutto. Ne Il brutto anatroccolo ad esempio ciò che il pulcino ha perso prima dell’inizio della storia è la specie cui appartiene, e noi, come lui non lo sappiamo fino alla fine, grazie alla magistrale tessitura in cui Andersen, come se fossimo quel pulcino, ci impiglia facendoci patire lo stesso smarrimento del protagonista, il quale non trova la sua identità, e insieme a quella, il suo bene,  in nessuna circostanza che il destino gli propone. Ne <em>La regina della neve</em> è un bambino a perdersi e non sono un papà o una mamma che lo stanno cercando ma una bambina come lui che è l’unico essere umano ad avere qualche speranza di poterlo recuperare. Nel caso de <em>Il brutto anatroccolo</em> anche il destino per un lungo periodo sembra ignorare l’identità del pulcino. Non sembra curarsi di lui, come se lo stesso destino potesse agire efficacemente solo su quelle vite che abbiano avuto modo di rinvenire al di là delle numerose falsificazioni, il loro vero atto di nascita. Nella storia che stiamo per raccontare sembra che il destino sia la personificazione di quella stessa città che James Hillman ci descrive come incurante di noi finché qualcuno o qualcosa si faccia carico di recuperare il  bambino che abbiamo smarrito.<span id="more-49915"></span></p>
<p>********************</p>
<p>quando mai c’è, <em>per quel che ne sappiamo</em>, una cosa senza di noi? Chi è attore di linguaggio, ma amoroso di figure, deve pur compiere con parole quel che vede, facendolo rinascere dalla sua lingua. <strong>Nanni Cagnone</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle fiabe c’è spesso un convegno al quale messaggeri meravigliosi hanno convocato e condotto. Poi, giunti al luogo non c’è nessuno: “una fratta selvaggia oscura e vuota”. Ciò significa soltanto, in quelle fiabe, “Ti aspetto più avanti” (<em>ascende superus, duc in altum, Lc 14,10- 5,4</em>). Dove? Nessuno lo sa; più avanti. <strong>Cristina Campo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><figure id="attachment_49916" aria-describedby="caption-attachment-49916" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49916 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg" alt="snowqueen_rackham1" width="500" height="229" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1-300x137.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-49916" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure></p>
<h1>Il diavolo</h1>
<p style="text-align: justify;">All’inizio de <em>La regina della neve</em>  Andersen dà un annuncio solenne che ci fa pensare che l’autore non si stia rivolgendo soltanto a un pubblico di piccoli lettori. Andersen ci avvisa che alla fine di questo lungo racconto noi ne sapremo molto di più sul diavolo e del suo potere sul mondo. La prima storia delle sette che compongono quel meraviglioso romanzo che è <em>La regina della neve</em> infatti è un antefatto, il motivo cioè che causerà  le disavventure di una bambina e di un bambino per via  di un incidente occorso a uno strumento diabolico. La seconda cosa sorprendente che apprendiamo riguarda un aspetto della vita intima del  diavolo, frequentato di rado anche dalla letteratura per adulti, cioè quello di come impiega il suo tempo libero. Infatti lo vediamo impegnato per diletto, come un qualsiasi hobbista, nella costruzione dilettantistica  di un oggetto. Ma siccome è il diavolo, non sta facendo decoupage, ma sta fabbricando uno specchio che di ogni cosa riflette  il contrario se questa è dritta, il rovescio  se questa è  bella, la sua perversità  se questa è amata.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che all’inizio lo scopo principale di questa impresa diabolica era soltanto la derisione. Ad esempio  un pensiero buono diventava qualcosa di ridicolo, qualcosa che faceva ridere.  Per un po’ fu sufficiente questo per divertirlo, ma poi dopo quella domenica pomeriggio in cui inventò lo specchio, il diavolo, che era un cattivo maestro, tornò alla sua classe di cattivi studenti e più allegro del solito, raccontò il suo esilarante fine settimana, così tutti i suoi studenti diabolici andarono in giro a raccontare che finalmente un miracolo al contrario era in grado di mostrare veramente come fossero gli uomini e il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io sono il dio nelle cui mani gli uomini pongono i loro desideri” scrive Gustav Meyrink, parlando per bocca di Lucifero.  La tentazione si può dire che per un diavolo costituisce le basi del mestiere in quanto è la premessa di ogni dannazione sua e altrui ma è anche l’irriverenza che sta alla base di tutti i moti indipendentisti dell’anima. Per cui accadde che gli studenti del diavolo furono tentati di mettere alla prova la straordinaria malignità dello specchio risalendo con quello alla mano tutte le gerarchie del bene al solo scopo di ridicolizzarle. Ma finché si trattò di cherubini alati ricciuti e paffutelli,  lo specchio si limitò a sghignazzare rendendoli deformi, però quando la risalita dei goliardi arrivò un po’ più in alto, lo specchio non resse alla visione pervertita degli arcangeli e tanto si agitò che scivolò dalle mani degli studenti per precipitare fin sulla terra frantumandosi in mille pezzi, schegge e polveri che si dispersero ovunque nel mondo diventando il mondo, anche un po’ fatto delle stessa sostanza di quello specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">I ghiacci non si trovano solo al colmo delle altezze ma sono anche al colmo della profondità. Sotto la terra, sotto l’acqua, sotto il fuoco dell’inferno, c’è il nono cerchio dantesco, l’ultimo, che è fatto di ghiaccio ed è riservato ai traditori. Qui, di ghiaccio e non di fuoco è la casa di Lucifero. Un luogo in cui nulla è abbastanza fermo, assoluto, cristallizzato, compresa l’intenzione del male. Questo è l’antefatto di una storia che già dal principio smette apparentemente di riguardare il diavolo per diventare la narrazione del viaggio iniziatico che  una ragazza  e un ragazzo compiranno in questo mondo danneggiato da uno specchio diabolico, separatamente, forse non tanto per ritrovarsi alla fine, come sembra lo scopo dichiarato del viaggio.</p>
<h1>Kay</h1>
<p><figure id="attachment_49917" aria-describedby="caption-attachment-49917" style="width: 464px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-49917 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg" alt="snowqueen_rackham2" width="464" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg 464w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2-232x300.jpg 232w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /><figcaption id="caption-attachment-49917" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ebbe inizio in una città che è il luogo del destino per eccellenza. Ma che è anche un posto in cui di rado c’è spazio per i giardini, specialmente nei quartieri più degradati o quelli in cui la gente va solo a dormire e ci lascia i figli per forza di cose da soli o guardati da altri. Siccome Gerda e Kay non avevano un giardino in cui poter giocare, decisero di eleggere a giardino un paio di vasi pensili sospesi tra i loro due balconi che non si sa se per caso o perché il diavolo volle così, erano dirimpettai. I due ragazzi erano felici grazie a quel giardinetto pensile che d’estate era coloratissimo e profumato di rose, a cui si affacciavano per guardarsi d’inverno, e per guardare la neve che cadeva. Kay era innamorato della neve, lo era da sempre senza sapere perché. La neve per Kay, era qualcosa che gli apparteneva anche da prima di quando d’inverno si affacciava alla finestra chiusa per giocare ai segni con Gerda che lo aspettava all’altra finestra, mentre i fiocchi turbinavano tra loro come uno sciame di api bianche, la cui regina però tardava a comparire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passò qualche stagione e la regina comparve. Accade quando arrivò un inverno particolarmente freddo. Si susseguirono molte settimane in cui la città pareva così chiusa dalla morsa del gelo da sparire sotto montagne di ghiaccio. E ogni giorno verso le cinque cominciava a nevicare prima piano poi sempre più turbinosamente, come fa la neve che non perde mai leggerezza anche quando è violenta. Verso le cinque Kay usciva per non perdersi quello spettacolo tutto intabarrato, ma con la testa e il naso scoperti perché gli pareva che così, vedendo meglio quel candore, potesse fiutare anche il profumo bianco e un po’ mischiato alla polvere diabolica dello specchio, come tutte le cose del mondo ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, quel profumo gli pareva così buono e ricercato, anche per via della malia dello specchio, che per quanto cattiva e indegna, non ci dimentichiamo che era una magia ispirata dal padre di tutte le tentazioni. É più probabile che fu così che Kay si ritrovò una scheggia di specchio nell’occhio, e peggio, un’altra che passando dal naso gli raggiunse il cuore, seguendo una di quelle traiettorie improbabili e perverse che solo il caso, o il diavolo in persona, sanno direzionare come peggio non si potrebbe. Secondo Andersen invece Kay si buscò questo malanno un giorno d’estate mentre leggeva un libro insieme alla sua Gerda per cui a un tratto il loro giardino sospeso gli apparve quale era, cioè un paio di vasi striminziti abbarbicati tenacemente su un balcone di periferia, e Gerda soltanto una mocciosa. Forse, come spesso accade, erano vere tutte e due le cose. Forse l’inverno prima, insieme ad essere colpito dalle schegge impazzite dello specchio, Kay era rimasto folgorato su quella stessa strada da una donna che come scrive Andersen “aveva gli occhi fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace né tranquillità” e la cosa peggiore fu che quella donna, bella come Kay non ne aveva mai viste, in quell’occasione fece cenno proprio a lui di seguirlo, come se lo conoscesse da sempre. Ma Kay non riuscì a raggiungerla, perdendosi man a mano che la tempesta di neve aumentava. Così l’estate successiva, è probabile che leggendo l’ennesimo libro insieme a Gerda, non si fosse per niente dimenticato di quell’episodio, perciò fu da quel momento che la sua amica cominciò ad avvertire quanto Kay fosse cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Andersen ci dice che Kay faceva giochi più “seri”, giochi adulti che Gerda non capiva, come quello di imitare gli altri cosicché non si capiva più se Kay era Kay o solamente uno qualunque che faceva cose qualunque o si metteva al microscopio ad analizzare per ore un fiocco di neve ritenendolo, diceva, la forma più bella che la natura avesse inventato, perfetta e assoluta, come non lo sarebbero mai state le loro rose nei vasi. Gerda era preoccupata, più passava il tempo, più Kay diventava distante, finché ancora una volta arrivò l’inverno. E con l’inverno Kay riprese l’abitudine a uscire dopo le cinque aspettandosi da un momento all’altro che nevicasse. Ma la neve non arrivava e Kay divenne sempre più nervoso finché un giorno, alla fine di febbraio poco prima delle cinque, cominciò a cadere: i primi fiocchi impercettibili che non sembra neve, sembra acqua o quello che chiamano nevischio che non c’entra niente con gli impareggiabili fiocchi con cui la neve è capace di fare silenzio intorno, solo perché arriva nei luoghi come fanno le grandi dame o i grandi spiriti. Kay corse a rotta di collo giù per le scale come se avesse il sentore che finalmente l’ora e il luogo dell’appuntamento con il suo destino fossero giunti, e aveva ragione perché quando lo sciame bianco della neve infittì comparve pure la regina. “Abbiamo fatto una bella corsa!”, disse la regina a Kay con uno strano sorriso. “Ma che freddo, vieni, ficcati nella mia pelliccia d’orso”, e lo disse come se anche per lei con Kay si fosse trattato di riaprire un discorso che in realtà non s’era mai interrotto. Poi la regina della neve baciò Kay, e lo baciò di nuovo e infine disse: “Adesso non ti bacerò più, perché finirei per farti morire”, ma mentiva e lo baciò ancora e ancora.</p>
<h1>Gerda</h1>
<p>Andersen riferisce che Gerda, disperata, partì alla ricerca di Kay. Ma noi possiamo solo testimoniare che Gerda partì. Ora se partì verosimilmente alla ricerca del suo amico del cuore, chi può dirlo? Gerda partì perché non c’era più motivo di restare in quella città. E poi di un viaggio, nonostante le nostre intenzioni, si può sapere solo quale sia il punto di partenza. Quindi Kay forse era morto o forse stava solo capendo chi fosse l’uomo che aspettava di diventare a rischio della sua stessa vita. Allora Gerda decise di calzare un paio di scarpette rosse, che aveva comprato dopo la scomparsa di Kay e che Kay non si sarebbe mai potuto figurare come le stessero bene ai piedi, qualora fosse veramente morto o fosse diventato il principe consorte della neve, che poi era la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle scarpette rosse erano per Gerda una cosa della massima importanza, erano le prime scarpe che avesse scelto da sola e le aveva scelte rosse con un’audacia che stava solamente cercando il modo di comunicarsi a Gerda come una delle sue virtù più risolutive. Un’altra famosissima favola di Andersen riguarda proprio un paio di scarpette. <em>Scarpette rosse</em> racconta il desiderio che le scarpe suscitarono in una ragazza e la responsabilità che ebbero riguardo la sua fine tragica.  Sicuramente le scarpe da donna, erano un elemento che Andersen considerava fondamentale e allo stesso tempo viveva in modo contraddittorio. Che Andersen amasse le scarpe femminili è dimostrato dalla sua attenzione verso le credenze e verso la religiosità dei suoi luoghi d’origine, che attribuivano alle scarpe rosse un valore altamente seducente e perciò demoniaco. Ma la posizione controversa del poeta danese al riguardo emerge ancora meglio dal suo genio che lo conduceva spesso a un vero e proprio contraddittorio interiore, espresso da trame che andavano molto oltre la trasposizione di una tradizione orale o scritta<strong>. </strong>Ad esempio un’evidenza della malcelata antipatia di Andersen verso la più che nota sproporzione biblica tra esiguità della colpa e crudeltà del castigo, ci viene dalla sottilissima ironia che ammanta una favola meno famosa di <em>Scarpette rosse</em> ma altrettanto interessante, che si intitola <em>La ragazza che calpestò il pane</em>. Questa è la storia di una fanciulla che per non sporcarsi le scarpette fiammanti, getta in terra e calpesta come un zerbino il pane, destinato a sua madre poverissima. Chiaramente l’universo le si scatena contro e lei finisce istantaneamente morta ammazzata  e gettata in un inferno che somiglia a quel nono girone di cui sopra. Sempre in questa favola però compare a mescolare  singolarmente le carte  del destino ancora una volta una figura femminile incredibile che appartiene alla sfera intima di Satana: la sua bisnonna. Questo personaggio molto rispettato nota subito che la ragazza che ama su tutto le sue scarpe nuove, è molto ben predisposta a peccare. E la vuole avere per cariatide in casa, la stessa casa di Lucifero che qui, più che lo spaventoso satanasso che tutti sanno, appare un tenero nipote che vive ancora con la bisnonna più ciarliera che gli inferi ricordino.</p>
<p>É calzando quelle stesse controverse scarpe rosse che Gerda,  prima di partire per il suo viaggio, uscì dalla città e si recò un’ultima volta al fiume, che era l’unico luogo da  cui aveva sempre avuto risposte.</p>
<h1>La donna esperta di magia</h1>
<p><figure id="attachment_49918" aria-describedby="caption-attachment-49918" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49918 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg" alt="eleanor v.boyle_snowqueen3" width="303" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3-227x300.jpg 227w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-49918" class="wp-caption-text">Eleanor Vere Boyle</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Arrivata al fiume Gerda fece una cosa incomprensibile: prese le scarpe rosse  e le gettò in acqua, forse perché il sacrificio della sua audacia le parve una cosa necessaria al fine di riavere Kay. Ma si sbagliava e il fiume con un gesto tranquillo gliele restituì. Allora Gerda finse di non capire, prese una barca, arrivò a largo e getto di nuovo le scarpe in acqua. Fu qui che il fiume prese posizione, visto che Gerda non voleva intendere. L’acqua si inventò una corrente abbastanza forte da far perdere a Gerda il controllo della barca. Il fiume così le impose di iniziare il suo proprio viaggio. Prima Gerda ebbe paura, su quella barca trascinata non si sa dove con indosso solo le calze ma poi la paura passò perché cominciò a guardare le sponde del fiume e vide un paesaggio tanto bello quanto sconosciuto, così sconosciuto da apparire familiare, come solo accade a quello che incontriamo la prima volta e ci dimostra che esistono parentele con luoghi e persone molto più radicate di quelle che conosciamo fin dalla nascita. E infatti la barca si fermò davanti a una casetta immersa nella campagna solitaria, Gerda scese senza paura e bussò a quella porta. La donna che aprì si trovò davanti una bambina senza scarpe con l’aria di aver pianto più lacrime di quanto a quell’età se ne abbia a disposizione. Però non vide solo quello, perché la donna era una strega e sapeva tutto, non proprio come sa tutto  il diavolo, ma quasi. “Una bambina così bella era da tanto tempo che la sognavo”, disse la vecchia tra sé, “Adesso vedrai come ce la intenderemo bene noi due”. E sospingendo dolcemente Gerda dentro casa, chiuse la porta  a chiave.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da dire che la strega che accolse Gerda in casa non era cattiva. Lo era solo un po’, come lo sono quelle persone  che sono disposte a rubare e ingannare non per abitudine, ma solo se qualcosa o qualcuno piace loro tantissimo. E Gerda a quella strega piaceva da impazzire tanto che decise di ingannarla purché restasse quanto più a lungo possibile con lei. Allora si servì della magia. Mentre Gerda dormiva, dopo aver mangiato straordinarie ciliegie magiche, la vecchia uscì di casa e con un colpo del suo bastone costrinse ogni rosaio del giardino a tornare per intero sottoterra come rimangiandosi i fiori, la gemmazione, il fusto, le spine in modo che le rose non potessero ricordare a Gerda nulla del giardino  condiviso con Kay, né del misterioso disgusto per le rose che aveva colto il ragazzo poco prima di sparire. E poi dal giorno successivo seppe dare a Gerda la piacevole abitudine di essere pettinata a lungo dalle mani di una strega, mani  che a volte reggevano un pettine fatato che smemorava, cosicché Gerda si trovò senza passato nella casa di un giardino fatato di cui per incantesimo le sembrò di essere la padrona.</p>
<p>Ma Gerda era destinata a non essere padrona di nulla, né tanto meno a dilettarsi di stregoneria, come la sua ospite. É a questo punto che successe una cosa che la strega non era stata in grado di prevedere, poiché la vecchia  era insuperabile  in fattucchierismi e manipolazioni, meno capace quando si trattava d’essere previdente: la strega si dimenticò di far sparire l’ultima rosa rimasta in casa, quella che pendeva dal suo cappello. Così quando Gerda una sera, molto tempo dopo il suo arrivo, si prese la briga di osservare meglio la sua ospite, si accorse che le pendeva dal capo proprio una rosa dello stesso colore di quella che Kay le aveva indicato con disgusto prima di sparire. Bastò quello a farle ricordare improvvisamente tutto. Ma non disse nulla, e di notte quando la strega finalmente si addormentò, uscì nel giardino per  piangere  tutto il tempo che aveva perso imprigionata in quella falsa estate. Qual era la vera stagione oltre la siepe del giardino fatato della strega? Si chiese, mentre finalmente  ritornava la sua audacia a renderla capace di tutto. Allora le rose che  non poterono più trattenersi dallo stare sottoterra, le dissero: “Noi sottoterra ci siamo state, là ci sono tutti i morti, ma Kay non c’era”. Il cancello del giardino era chiuso, ma fu a quelle parole dette dalle rose che Gerda alzò il gancio e ancora una volta a piedi nudi, trovò la via della fuga.</p>
<h1>Intermezzo</h1>
<p>Come ho sentito dire una volta da una persona molto saggia, le favole devono essere raccontate ai bambini perché racchiudono tutti i destini possibili che la vita può riservare a una donna e a un uomo, e narrarle ai più giovani può dare loro il senso delle infinite possibilità che da grandi potranno attuare. Ma secondo Andersen, certamente, le fiabe avevano anche il potere di rammentare agli adulti ciò che  a qualsiasi età fosse loro sempre e ancora possibile. A questo fine, il nostro poeta e favolista sapeva bene che  l’effetto più potente in una favola lo sortisce non tanto la storia di un destino, quanto l’uso di un  linguaggio  che improvvisamente infranga l’ostinazione tutta adulta di ogni alfabeto interiore che costringe all’immobilità. Del resto la parola è il più potente dei nomi. Una sorta di battesimo della realtà di cui ogni persona conserva facoltà per sempre. <em>Una volta messa in moto la mente, non solo si pronunciano parole, ma cielo e terra si fondano sull’intenzione, in un passaggio acrobatico subitaneo e trascendente </em>scrive James Hillman. Per cui i dialoghi più pregnanti, può capitare che i personaggi di Andersen, li abbiano con un oggetto, col fiume, con un rosaio o un animale. Lieh Tzu in un’antichissima favola taoista che si intitola <em>Bestia o uomo</em> asserisce che “coloro che si somigliano nello spirito possono differire nella forma, e coloro che si somigliano nella forma possono differire nello spirito”, azzerando le differenze testimoniate dai corpi visibili di animali e uomini in favore di identità spirituali magari  non evidenti, ma fondamentali nel dipanarsi del grande gioco della vita di ognuno. É proprio questo aspetto <em>bestiale</em> e del tutto realistico delle profondità umane che Gerda affronta nella quarta e nella quinta storia de <em>La Regina della neve</em>.</p>
<p>Scappata dal giardino eternamente estivo della strega, Gerda corre a piedi nudi verso l’inverno,  e  in mezzo alla neve, incontra inaspettatamente un amico, o forse di più, un fratello. Il primo indizio di certe fratellanze a posteriori è che due appena si parlano  si capiscono, pur provenendo da regioni totalmente estranee e separate. Infatti, l’essere che darà conforto a Gerda, malgrado un’evidente difficoltà linguistica, e che le dirà di aver visto probabilmente Kay, incoraggiandola a continuare la ricerca, è un corvo.</p>
<p>Abbiamo già visto in Gerda la capacità di dialoghi soprannaturali: il fiume che la consiglia sulle scarpe, le rose che fanno il tifo per lei pure da sottoterra e ora il corvo che le racconta di un giovanotto molto somigliante a Kay che ha appena sposato la principessa presso cui la sua fidanzata cornacchia è a servizio. A pensarci bene, la piccola Gerda non si sa di chi sia figlia, né di quale paese la sua stirpe sia originaria. Sappiamo che è innamorata di un giovane poeta che nutre una passione monomaniacale per la neve, quando lei ne nutre una un po’ più sana per lui e con ciò insieme toccano il limite della lingua condivisa. Sappiamo che la strega si invaghisce di lei, ma le streghe sono strani esseri e la parte di bestia che serbano nel cuore serve loro solo per ingannare,  perciò anche quella parlata con la strega risulta una lingua monomandataria che assicura solo i diritti di uno.  Gerda è sola come il brutto anatroccolo, non ha neppure la consapevolezza di una specificità che la indichi a se stessa, finché non incontrerà il corvo che, sebbene per eccesso di zelo la conduca verso un buco nell’acqua, le dona, come spesso accade nell’incontro con un simile, una consapevolezza fondamentale riguardo la sua vera natura. Sì, Gerda non sarà mai una principessa, come dimostrerà l’atteggiamento diversamente felice con cui Andersen ritrae la vera principessa che abita la prossima porzione di storia, ma non di meno la nostra è portatrice di uno spirito così alato che la renderà capace di percorrere quello che degli altri è il mondo più segreto: i loro sogni.</p>
<p><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
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		<title>Cìcikov</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2014 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Luna]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Quando il modulo lunare appoggiò le sue zampe metalliche in prossimità del Mare dei Sogni, il piccolo astronauta ebbe un tuffo al cuore. Si chiamava Ivan Petrovič Cìcikov, discendente di quel Pàvel Ivànovič Cìcikov che collezionava anime morte in un romanzo d’altri tempi. Ecco perché tutti lo chiamavano semplicemente così, Cìcikov. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luna.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48487" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luna.jpg" alt="luna" width="402" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luna.jpg 402w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luna-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luna-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 402px) 100vw, 402px" /></a>di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p>Quando il modulo lunare appoggiò le sue zampe metalliche in prossimità del Mare dei Sogni, il piccolo astronauta ebbe un tuffo al cuore.</p>
<p>Si chiamava Ivan Petrovič Cìcikov, discendente di quel Pàvel Ivànovič Cìcikov che collezionava anime morte in un romanzo d’altri tempi. Ecco perché tutti lo chiamavano semplicemente così, Cìcikov. Ma al contrario del suo trisavolo, niente anime morte: questo Cìcikov collezionava sogni. Fin dai primi anni di scuola aveva sognato di diventare astronauta per vedere la faccia nascosta della luna e si era così incaponito in quel desiderio infantile da dimenticarsi di crescere. Era rimasto un Cìcikov della statura di un bambino o poco più. Proporzionato ma piccolo. Nel frattempo aveva realizzato altri sogni: aveva portato avanti gli studi con ottimi risultati, si era laureato in ingegneria alla Lomonosov di Mosca e nonostante l’altezza, si fa per dire, era riuscito a conseguire il brevetto di volo con il celebre colonnello Dolgov. Ma da queste inaspettate soddisfazioni a finire sulla luna c’era un bel passo. Senza averci mai sperato, la sua corporatura da bambino si rivelò un autentico vantaggio quando l’Agenzia spaziale sovietica decise di agganciare un modulo lunare segreto a una navicella Soyuz. L’abitacolo ridottissimo scatenò la caccia agli ingegneri di dimensioni lillipuziane. Cìcikov si fece avanti. Fu subito accettato.</p>
<p>E allora eccolo lì, il piccolo Cìcikov, che senza rispettare il programma della missione, disobbedendo al comandante rimasto a bordo della Soyuz, interrompendo i contatti con la base di Baikonur e con la stazione orbitante, dirottava il suo modulo lunare oltre la linea di demarcazione di una splendida luna piena per finire dall’altra parte, nell’oscurità della sua faccia nascosta. Lì il buio dell’universo scendeva sino al suolo e si mangiava ogni cosa. Niente più crateri, solchi, striature a raggiera, monti e catene montuose. Cìcikov slacciò le cinture che lo legavano al sedile, agganciò zaino e manicotti per la passeggiata all’esterno, infilò il casco, aprì il portello del modulo lunare e uscì.</p>
<p>La tuta da cosmonauta, costruita su misura, lo isolava da ogni percezione ma sapeva che intorno a lui il silenzio era più profondo del rumore del suo respiro. Non c’era vento, sulla luna. E non ci sarebbero state né pioggia, né neve, né giornate nuvolose, né giornate afose. Il tempo non cambiava mai. C’erano soltanto la luce del giorno e il buio di una notte gelida che durava due settimane con una temperatura che scendeva sino ai centocinquanta gradi sotto lo zero. Cìcikov accese la luce sopra il casco. Compì alcuni passi incerti. La polvere si sollevava attorno ai piedi, si sentiva leggero e al tempo stesso trattenuto sul suolo lunare da una mano misteriosa, che era poi il peso stesso della tuta.</p>
<p>Salì l’altura che delimitava il Mare dei Sogni, accese il faretto di profondità e guardò dentro l’abisso. Fu una visione straordinaria. In fondo a un canalone c’erano ammucchiati migliaia e migliaia di oggetti provenienti dalla Terra. Erano di ogni tipo e forma, alcuni primordiali come vecchi utensili ricavati da ossa di mostri preistorici, altri modernissimi come testate nucleari dismesse. E poi mobili distrutti dai bombardamenti, chincaglierie, quintali di libri, di giornali, bottiglie di vino, armi arrugginite, attrezzi agricoli, vestiti nuovi e usati, spartiti musicali, pacchi di lettere, giocattoli, parrucche, manichini, montagne di scarpe da donna e da uomo, borse e sacchetti a non finire. Finito il canalone se ne apriva un altro, anche questo traboccante di manufatti umani lasciati lì da millenni. Era evidente che tutti i mari della faccia nascosta fossero pieni di queste cose. Gli sembrò allora di sentire la voce della luna che diceva: «Vedi, piccolo astronauta, la mia forza gravitazionale non serve solo per il movimento delle maree e per le pance delle gestanti: attira tutto ciò che l’uomo abbandona e dimentica, e lo raccoglie qui, nei mari della mia faccia nascosta. Un giorno, tutto ciò che avrà costruito l’uomo nel corso dei millenni finirà quassù».</p>
<p>Cìcikov si intristì. Il freddo saliva di intensità e cominciava a penetrare la tuta. Si incamminò con i suoi movimenti rallentati verso la linea di demarcazione. Una volta uscito dalla zona d’ombra, la protezione del casco dovette far fronte a una sferzata di luce e di calore. Fu allora che la vide.</p>
<p>Era una sfera colorata sospesa nell’oscurità dello spazio, senza frontiere né confini se non quelli dei mari e degli oceani. I bianchi erano abbacinanti, i blu intensi, i verdi e i rossi più vivaci del piumaggio di una paradisea. Non vedeva la vita – uomini, animali, piante – ma la vita traboccava da quella sfera colorata con una forza che investiva tutto l’universo. Disse allora una sequenza di frasi senza senso, del tipo: “Pensavo che fosse una cosa seria. Neppure la morte lo è. Neppure Russia America Giappone Cina. Anche le guerre, da quassù, sembrano nulla”.</p>
<p>Cìcikov capì che il sogno che aveva sempre inseguito era in realtà il mondo dove aveva sempre vissuto. Ma se fosse tornato a vivere laggiù, nel mondo meraviglioso che si chiama Terra, una specie di presbiopia cronica gli avrebbe impedito di riconoscerlo. E allora Ivan Petrovič Cìcikov decise. Rimase lì per l’eternità. Sarebbe stato uno dei tanti astronauti dispersi nello spazio e di cui più nessuno sapeva il nome.</p>
<p>E voi sulla Terra, finché la Terra continuerà ruotare intorno al sole, quando sollevate lo sguardo verso la luna ricordatevi del piccolo astronauta russo che con occhi infiniti vi osserva da lassù.</p>
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		<title>Tra gnomi e troll</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/19/tra-gnomi-e-troll/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[john bauer]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni &#160; nani delle caverne A metà degli anni Ottanta io ero una bambina fervidamente innamorata della lettura e dei mondi che in lei si dischiudevano. Per la festa della Prima Comunione, in mezzo a noiosa paccottiglia d’oro, apparvero due libri, uno sulla storia delle civiltà antiche, l’altro di fiabe della buonanotte. Inutile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
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<p><i><span style="text-decoration: underline;">nani delle caverne</span></i></p>
<p align="JUSTIFY">A metà degli anni Ottanta io ero una bambina fervidamente innamorata della lettura e dei mondi che in lei si dischiudevano. Per la festa della Prima Comunione, in mezzo a noiosa paccottiglia d’oro, apparvero due libri, uno sulla storia delle civiltà antiche, l’altro di fiabe della buonanotte. Inutile dire che sono gli unici doni sopravvissuti e amati, oltre alla medaglietta proveniente da mia nonna. Li lessi quella primavera. Il libro di fiabe aveva illustrazioni piacevoli e ordinarie, di bambini, giocattoli, luoghi, folletti. Una in particolar modo, tuttavia, mi rimase impressa, per la malignità della creatura che vi era ritratta: un nano dal mento aguzzo, che richiudeva guardingo il passaggio di roccia nella montagna. All’interno della montagna i nani accumulavano tesori, per lo più rubati agli esseri umani, almeno così diceva la storia. L’unica luce che riverberava dentro le caverne era quella delle pietre preziose e delle monete. Nella quasi totale oscurità i nani si muovevano benissimo e potevano intrappolare per sempre il malcapitato visitatore umano che fosse giunto lì, spinto dal caso o dalla curiosità. Non erano creature raccomandabili e avevano tutt’altra indole rispetto agli unici nani magici che conoscevo, i sette dell’adattamento disneyano della fiaba di Biancaneve. Questo nano malevolo era un lontano parente degli esseri ctonii della mitologia germanica, abitatori di caverne, fabbri e custodi di tesori, e anche dei nani nella Terra di Mezzo tolkieniana, che forgiano metalli nelle profondità delle montagne, ma privo del loro orgoglio e dei tratti eroici. Molto più della storia, mi interessava l’inquietudine, seppure leggera, che derivava da quella figura grifagna, qualcosa che avrei ricercato anche in seguito, leggendo di abitanti delle foreste e delle rocce, cercandoli nelle illustrazioni.<br />
<span id="more-45139"></span></p>
<p align="JUSTIFY"><i><span style="text-decoration: underline;">nel labirinto </span></i></p>
<p>Quegli anni furono anche gli anni di alcuni film fantasy in cui la lotta tra il bene e il male si svolgeva proprio nello scontro tra diverse forze della natura: c’erano gnomi, ragazzi fauneschi e fate, contro folletti, streghe cannibali degli acquitrini e diavoli che dimorano nel buio, nel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Legend_(film)"><i>Legend</i></a> di Ridley Scott; o le vicende di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Willow_(film)"><i>Willow</i></a> di Howard, dove il ”salice” del titolo è il nome del protagonista, il Nelwyn (nano) coraggioso che proteggerà, a costo della sua stessa vita, la bambina destinata a sconfiggere il potere malefico della strega che tiene sotto di sé tutta la landa. A fargli da scudieri due folletti della foresta, non più alti di un palmo di mano. Ma certo il più indimenticabile per genio e creature è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Labyrinth_-_Dove_tutto_%C3%A8_possibile"><i>Labyrinth</i></a>, il film di <b>Jim Henson</b> con David Bowie nella parte di Jareth, re dei Goblin, ovvero dei folletti maligni. La storia si richiama alla tradizione dei <i>changeling</i>, folletti mutaforma, che le fate sostituiscono ai bambini nella culla: il popolo fatato necessita infatti di bambini umani che sono più forti e resistenti e quindi capaci di portare nuovo sangue e nuovo vigore a questa stirpe crepuscolare.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/labyrinth-froud1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45163" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/labyrinth-froud1-300x182.jpg" alt="labyrinth froud" width="300" height="182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/labyrinth-froud1-300x182.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/labyrinth-froud1-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/labyrinth-froud1.jpg 576w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><i><span style="text-decoration: underline;"> </span></i></p>
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<p>Nel film il bambino, Toby, non viene scambiato, bensì rapito dai folletti di Jareth, quando Sarah, la sorella maggiore, dice le parole giuste perché essi vengano e si portino via il fratellino piagnucolone. Subito pentitasi la ragazza, (un’adolescente, poiché quella è un’età di passaggio in cui è più facile vedere le fate), si mette in viaggio per attraversare tutto il labirinto che la separa dal castello di Jareth, prima che lui faccia del bambino un perfetto goblin. Che cosa c’è di notevole oltre la storia? Per fare questo film Henson non solo scelse Bowie, l’alieno della musica internazionale, la cui stessa fisionomia ricorda l’alterità e il fascino di un elfo di cui diffidare, ma collaborò con tutta la famiglia Froud: Brian, Wendy e Toby. Brian ai disegni di fate, gnomi, folletti e altre creature strampalate, Wendy alla realizzazione dei molti pupazzi usati come goblin e Toby&#8230; nella parte di Toby. L’amicizia e la sintonia c’erano già. Qualche anno prima, insieme, avevano lavorato a una piccola perla, <i><b><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_dark_crystal" target="_blank" rel="noopener">The Dark Crystal</a></b></i>, fantasy con pupazzi animatronici e bambole-burattino, storia malinconica dove due creature simili a elfi, i Gelfling, devono riuscire a ricomporre il cristallo della verità, il cui danneggiamento ha provocato anche un’orribile frattura nei saggi suoi guardiani, dando vita a due specie diverse, una interamente malvagia che tiranneggia il mondo e l’altra perfettamente buona. Che il bene tuttavia non possa mai disgiungersi, ma solo riconoscersi come diverso dal male, lo dimostra il fatto che le due specie sono unite nella loro essenza vitale: se uno degli anziani Mistici soccombe, anche lo spregevole Skekis corrispondente deve morire.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/dark-crystal.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45141" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/dark-crystal-300x198.jpg" alt="dark crystal" width="300" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/dark-crystal-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/dark-crystal-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/dark-crystal.jpg 594w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Questa tensione drammatica viene meno in <i>Labyrinth</i>, nessuno penserebbe a Jareth come malvagio &#8211; solo capriccioso, volubile, tentatore e abituato ad avere ciò che vuole. Ma i suoi folletti e goblin grotteschi, il loro affollarsi nelle inquadrature, piccoli cialtroni sciocchi, molto meno svegli della ragazza umana che li affronta, sono memorabili: comici e inquietanti insieme. Così, del resto, sono anche alcuni dei personaggi del popolo fatato nei libri di <a href="http://www.worldoffroud.com/"><b>Brian Froud</b></a>. Folletti e nani della terra dai nasi lunghi o a forma di patata; ingrugniti leprecauni irlandesi che ruotano sulla punta del loro tricorno e se ne vanno in giro, finemente vestiti, fibbie d’argento alle scarpe e giacca con la coda, e soprattutto unici a poter vantare di svolgere un mestiere, (ciabattini che aggiustano una scarpa soltanto alla volta), in mezzo al Brownie scozzese, folletto domestico diligente quanto trasandato e al folletto senza bocca del mulino; o ai tanti folletti in frotte, Pixie della Cornovaglia che se indossano uno straccio di berretto è già tanto. E i troll del grande nord che si pietrificano sotto il sole, scarruffati, pelosi, con volti bruciati color delle cortecce; o gli assurdi Trow delle isole Shetland e Orcadi, tra la Scozia e la Norvegia, notturni troll in miniatura dalla camminata sghemba, che Froud rappresenta come esseri con tutti gli arti dislocati. E il suo Puck, bocca larghissima e occhi strizzati nel pensiero del prossimo dispetto; zampe caprine e piccole corna di diavolo, seduto su un tronco spezzato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/froud-puck.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45164" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/froud-puck-216x300.jpg" alt="froud-puck" width="216" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/froud-puck-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/froud-puck-739x1024.jpg 739w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /></a></p>
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<p align="JUSTIFY">Le creature di Froud ibridano elementi animali e naturali, si staccano dal bosco, dai sassi, dalle macchie muschiose tra i funghi, come l’anima visibile del paesaggio. La loro presenza è tanto significativa quanto la loro elusività. È come un monito ad accettare l’estraneità della natura di cui siamo parte: il suo pericolo, la sua arbitrarietà, la sua bruttezza come la sua bellezza, per poter dire infine che sì, è magica, piena di cose magiche da ammirare e da cui &#8230; tenersi alla larga, perchè insomma non si sa mai e nessuno vorrebbe che la sua testa finisse tra le gambe di qualche spirito caprino che ci giochi a calcio o nelle fauci di certi mostri lacustri e velocissimi nell’inseguimento, ma fortunatamente incapaci di attraversare rivoli liberi d’acqua, nei boschi. <i>Tutto questo non esiste</i>, già la sento, la voce della realtà dei fatti, o per essere più precisi, la voce delle cronache scambiate per realtà, dello spazio sociale che per un’amnesia tralascia ciò che brulica e si annida nel marginale. Ma invece all’immaginazione, che di realtà si nutre per vivere, i margini piacciono molto. Le piacciono quei rami tristi che si fanno braccia; le piacciono i motori inceppati per il capriccio di un demonio; le piace un cuore di volpe o di lepre selvatica, salvato dal dolore della tagliola, perché gli spiriti del mondo, dentro il mondo, a volte provvedono e appaiono come vecchi decrepiti oppure fanciulli con bretelle e stivali, e muovono orecchie di coniglio o zampe maculate di ranocchio. <i>Voi lo sapete, sì, cos’è l’umano</i>. Sussurra, schernendoci, l’immaginazione. E cadiamo nell’occhio che grazie a lei vede sempre qualcosa d’altro, cambia le fisionomie in momenti epifanici, disegna, dipinge.</p>
<p align="JUSTIFY"><i><span style="text-decoration: underline;">Tuvstarr</span></i></p>
<p>Viaggio indietro, verso anni in cui non c’ero e luoghi che non ho abitato, se non nelle immagini e nelle parole. Nel 1907, in Svezia, nasce la rivista, <i><b>Bland tomtar och troll</b></i>, ”tra gnomi e troll”, che ospita fiabe e storie folkloriche con belle illustrazioni, pubblicata da allora in poi ogni Natale. Proprio nei primi otto numeri appare il lavoro di <a href="http://bauer.artpassions.net/"><b>John Bauer</b></a>, la cui influenza è evidente nei lavori di Froud. In quegli anni il suo nome nella storia dell’illustrazione era in buona compagnia: le fiabe e il fantastico avevano interpreti come Arthur Rackham, Kay Nielsen, Edmund Dulac. Ma se devo scegliere, scelgo lui, l’artista dell’illustrazione suo malgrado, poiché aspirava infatti a essere riconosciuto come un pittore ”serio”, quando una morte prematura colse lui, la moglie e il figlio in un naufragio sul lago Vättern. Nelle sue illustrazioni di folletti nordici, che in tutto assomigliano a bambini e a benevoli vecchi barbuti in miniatura, o di pesanti troll dall’aria confusa, non è quasi mai pieno giorno. Grandi cieli stellati sulle foreste fitte di betulle e conifere ossute, acque lucenti eppure nere, che si percepiscono fredde e a loro volta popolate di incredibili creature. Se andiamo nella natura di John Bauer ci dobbiamo abituare all’oscurità, che pullula di occhi e gorgoglia e borbotta da ogni spaccatura nella roccia. Andiamo, perché il loro bagliore tenue ci attrae. Perché ci sono le ombre della luna e risate di strani bambini alti un pollice e goffi giganti bonari che mescolano zuppe di bacche. Eppure qualcosa ci avverte: <i>fate attenzione!</i> Sono gli alberi? Sono i grandi e piccoli animali che abitano i boschi come i loro corpi?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/john-bauer-troll-e-nisse.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45165" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/john-bauer-troll-e-nisse-300x276.jpg" alt="john bauer troll e nisse" width="300" height="276" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/john-bauer-troll-e-nisse-300x276.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/john-bauer-troll-e-nisse.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p align="JUSTIFY">Una fiaba, la più bella e quella per cui è più famoso, è particolarmente emblematica di questa commistione tra natura e anima dei personaggi, tra desiderio e smarrimento.</p>
<p>È la storia di un alce maschio, Skutt, e la piccola principessa Tuvstarr, scritta da Helge Kjellin e apparsa sulla rivista nel 1913. Nella versione inglese che ho potuto leggere io, Tuvstarr è tradotto con Cottongrass, erba-cotone, ovvero l’erioforo, la pianta di piumini bianchi, che si cresce sui bordi di acque lacustri montani o presso gli acquitrini. Tuvstarr è esile, diafana, con lunghi capelli biondi. Vive nel Castello del Sogno. Qui viene a trovarla l’alce Skutt, forte e leale spirito nobile della foresta, con cui la bambina stringe una singolare amicizia, un amore oltre la specie. Tuvstarr vuole esplorare i boschi, ma i boschi sono pieni di insidie e luccichii traditori nel loro buio. Dal sogno della prima dimora, al desiderio degli spazi inesplorati il passo è breve: uno scalpiccio di zoccoli selvaggi. L’alce raccomanda alla principessa di non lasciare per alcun motivo le sue corna e tutto andrà bene. L’alce non ha un cuore volubile, dove si affollano passioni contrastanti, ci sono solo il suo istinto e l’amore per la creatura che porta sulla groppa – non può prevedere l’effetto delle tentazioni sull’animo di Tuvstarr, la piccola lotta tra i buoni consigli da seguire e la pervicace curiosità umana. Prima arrivano gli elfi che danzano e riempiono di domande la principessa. Gentili e leggeri all’inizio, si fanno poi più spavaldi – le tirano le vesti e i capelli, Skutt comincia a correre. La principessa lascia con una mano la presa, per tenersi la corona d’oro e in un attimo la corona svanisce. <i>Perché non mi hai obbedito?,</i> chiede l’alce. Nella notte arrivano al rifugio di Skutt, Tuvstarr si addormenta nuda sul terreno, mentre il compagno resta vigile, davanti al mistero di questo corpo fragile di bambina e sotto gli astri, lucciole nell’immagine attorno all’animale. Il giorno seguente incontrano un pericolo ancora più insidioso, la fata o ninfa dei boschi dai capelli verdi e le braccia bianche, che si confonde agli alberi, sembra fuoriuscire e rientrare inafferrabile nelle ramaglie. Tuvstarr cavalca nuda, con il suo vestito davanti a sé, tra le corna dell’alce. La fata la interroga e la bambina non può non rispondere. <i>Come ti chiami? Cosa porti con te?</i> Ancora una volta lascia la presa per mostrare l’abito alla donna fatata e questo le viene sottratto, mentre troppo tardi la principessa si pente del suo cedimento.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45142" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-300x298.jpg" alt="John-Bauer-Elk-Cotton3" width="300" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-1024x1018.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3-120x120.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/John-Bauer-Elk-Cotton3.jpg 1368w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p align="JUSTIFY">Eppure Tuvstarr senza corona e veste ha ancora se stessa e l’amicizia dell’alce. L’ultimo luogo è l’acqua scura e ipnotica di un piccolo lago, dove l’alce va al principio dell’autunno. Tuvstarr è la prima umana che lo vedrà. Skutt sa che sotto la superficie acquorea si celano entità ben più imprevedibili degli elfi o della fata dei boschi, ma non può evitare che la principessa ne sia attratta. Tuvstarr si sporge sullo strano specchio nero, colmo di echi e presenze e il cuore d’oro che le ha dato sua madre nel giorno della nascita le si stacca dal collo per scivolare nel gorgo. Ora è perduta. Skutt la incita a venir via, a non cercare una sola cosa inutilmente, così da dimenticare tutto il resto. La saggezza dell’animale non può nulla contro la disperazione del desiderio di Tuvstarr. Abbraccia l’amico che torna a correre nella foresta, come è sua natura e necessità. Vediamo la principessa nell’illustrazione di Bauer, inginocchiata tra i tronchi lisci e scuri degli alberi, le radici che bevono dal lago e l’acqua che riflette e non dice, non rende nessuna identità. Potremmo pensare che sia solo una bambina, che si accinge a pettinarsi la chioma, una ninfa solitaria, nella taiga profonda. Ma noi sappiamo che non siamo gli unici a guardarla. Un alce si sofferma per un lungo tempo ad ammirarla. Non sappiamo nulla dei suoi pensieri. Passano gli anni e Skutt fa ritorno al lago per visitare l’amica che più non lo conosce, seduta e trasformata in una pianta sottile, incoronata di pennacchi di cotone.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutte le immagini di Bauer per questa fiaba tendono al desiderio che si fonde e si oppone all’amore. Ci chiedono, se mai le figure possono avanzare domande, di non giudicare questo sogno, non spiegare il segreto.</p>
<p align="JUSTIFY"><i><span style="text-decoration: underline;">skogsrået </span></i></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=M7tLqZXFMNo"><i><b>Skogsrået</b></i></a>, la fata dei boschi, è la stessa che da il titolo a un poemetto di <b>Viktor Rydberg</b>, cui si è ispirato <b>Jean Sibelius</b>, nella composizione di un omonimo poema sinfonico, la cui apertura dai toni eroici, scivola prima nel ritmo incalzante della scoperta, dell’avventura e della seduzione per terminare in un languore malinconico, senza espiazione né possibile redenzione. La storia è quella dell’eroe Björn, ”orso”, che ha già nel nome il debito delle culture nordiche all’animale totemico d’Europa, emblema di un mondo selvatico con le sue proprie leggi di crudeltà, necessità e stupore da cui l’umano non si affranca. Nella foresta notturna l’eroe supera i tranelli dei nani in abiti nero-pece, che intessono ragnatele di luce lunare, e vaga dove dormono il lupo e la lince, verso il suo sogno confuso allo spirito profondo e boschivo, che ha sospira e allunga le braccia e ha forme femminili e voluttuose. Björn fa l’amore con la fata e così perde la possibilità di riconoscere e amare sua moglie, a casa, là nella vita degli esseri umani. Chi ha contatto con le fate si smarrisce in un eterno languore. Nulla sarà mai più così pieno e stordente. Cosa desidera, ora, l’eroe? Non sa nominarlo. A chi e dove vuole tornare? Non sa ricordarlo chiaramente né si appassionerebbe a un altro volto, così effimero, scialbo. È dunque condannato a consumarsi solo e infelice.</p>
<p align="JUSTIFY">Il lettore attento ravviserà la somiglianza con la ballata che <b>John Keats</b> scrisse nel 1819, <i>La Belle Dame Sans Merci</i>, destinata poi a diventare d’ispirazione per tanta arte dei pittori preraffaeliti. La incontrai la prima volta in quinta superiore, in un’ora di letteratura inglese che mi sembra ancora non finire mai, per la mia gioia.</p>
<p><i>Oh what can ail thee, knight-at-arms,<br />
Alone and palely loitering?</i></p>
<p><i>O cosa ti affligge cavaliere armato,</i><br />
<i>Che vaghi pallido e solo?</i></p>
<p>Mi andai ripetendo tutto il giorno, incantata, cercando di visualizzare quella terra di confine, dove il cavaliere era approdato e poi rimasto prigioniero, come uno spettro senza requie. Quella sì, era una figlia delle fate dagli occhi fieri: bella, sospirante, falsa, languida, fedele come solo la morte può esserlo, ma anche in contatto con il lago, il prato, le pareti silicee dove è scavata la grotta elfica in cui dimora.</p>
<p><i>I met a lady in the meads,<br />
Full beautiful &#8211; a faery&#8217;s child,<br />
Her hair was long, her foot was light,<br />
And her eyes were wild.</i></p>
<p><i>Ho incontrato una dama nei prati,</i><br />
<i>Bellissima – la figlia di una fata,</i><br />
<i>I suoi capelli erano lunghi, il passo leggero,</i><br />
<i>E i suoi occhi selvaggi.</i></p>
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<p align="JUSTIFY">Una <i>Leanan Sídhe</i>, se ci trovassimo nel folklore irlandese, musa fatata che consuma la vita dei suoi amanti mortali, donando però loro intensità e talento artistico. E certo, pensando alla parabola del genio di Keats, morto di tisi a 25 anni in Italia, povero, lontano da casa e più volte disprezzato dalla critica, il demone fatato allunga le dita sottili sul nome del poeta “scritto nell’acqua”.</p>
<p>La <i>Belle Dame Sans Merci</i> è dunque un’altra delle manifestazioni di questo sogno mortale che ha la sua massima bellezza in luoghi di rapimento e perdita, dove ci incontra un’entità silvestre, ipnotica, primitiva &#8211; una sirena, come nella canzone celebre di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vMTEtDBHGY4"><b>Tim Buckley</b></a>, che attende oltre oceani senza forma, canta &#8211; <i>salpa verso di me, lascia che io ti abbracci</i>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45166" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci-300x203.jpg" alt="Dicksee La-Belle-Dame-Sans-Merci" width="300" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci-1024x693.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Dicksee-La-Belle-Dame-Sans-Merci.jpg 1594w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Lasciamo le dame fatate, torniamo ora ai vivaci spiriti folletti di Bauer, con i capelli color della stoppia o lunghi e grigi e attorcigliati, perché perfino i più giovani hanno già cento anni; alla buffa lentezza dei troll con stivali da montanari e malconci cappelli di feltro; alle loro voci sotto le stelle che quasi si toccano nei cieli settentrionali o tra pareti di tronchi e di neve per cui la luce è la più grande sorpresa. Ai funghi rossi e bianchi, belli e immangiabili; ai pendagli di pietre colorate con cui si adornano i nani delle foreste, ai bracciali sulle membra delle streghe, che conoscono ogni erba incantata o velenosa. Lasciamo che ci chiamino e ci spaventino, che ci facciano tremare d’attesa e ci annodino i riccioli in tralci d’arbusto e ragnatele facendoci indispettire, e ci rubino dalla bocca l’oro del miele, ridano forte fino a ruzzolarci nelle teste – ancora un poco.</p>
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		<title>Dove sono le cose selvagge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jul 2012 04:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[maurice sendak]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Francesca Matteoni &#160; C’è un paese dove i libri si aprono e fanno magie. Gli adulti si svestono della loro adultità, i bambini si conoscono tutti per nome. Max, Mickey, Ida, Maurice Sendak, il loro creatore. Le magie non sono buone né cattive. Devi crederci. Indossare il tuo costume di lupo, nuotare nel bricco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/23/dove-sono-le-cose-selvagge/final-drawing-for-where-the-wild-things-are-with-hammer/" rel="attachment wp-att-43059"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-43059" title="final-drawing-for-where-the-wild-things-are-with-hammer" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/final-drawing-for-where-the-wild-things-are-with-hammer-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/final-drawing-for-where-the-wild-things-are-with-hammer-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/final-drawing-for-where-the-wild-things-are-with-hammer-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a> di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
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<p>C’è un paese dove i libri si aprono e fanno magie. Gli adulti si svestono della loro adultità, i bambini si conoscono tutti per nome. Max, Mickey, Ida, <a href="http://childrensbooks.about.com/cs/authorsillustrato/a/sendakartistry.htm">Maurice Sendak</a>, il loro creatore. Le magie non sono buone né cattive. Devi crederci. Indossare il tuo costume di lupo, nuotare nel bricco del latte, suonare nel corno incantato. La tua stanza è ovunque e la Via Lattea un’enorme bottiglia di vetro, colma fino all’orlo. Ci sono viaggi sul vento e per mare. I genitori sono perduti, distratti, addormentati. I bambini si svegliano, non si perdono in pianti e paure. Vanno alla scoperta, alla ricerca.</p>
<p><span id="more-43006"></span></p>
<p>1.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/23/dove-sono-le-cose-selvagge/where-sendak-592x395/" rel="attachment wp-att-43062"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-43062" title="where-sendak-592x395" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/where-sendak-592x395-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/where-sendak-592x395-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/where-sendak-592x395-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a> In <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6cOEFnppm_A"><em>Where the Wild Things Are</em></a>, Max ha un attacco di disobbedienza acuta, fa, come avrebbe detto J.M.Barrie , il cane rabbioso; completamente calato nel suo travestimento animalesco, si ribella alle regole dei genitori, vorrebbe tirar giù tutta la casa, chissà, e viene mandato a letto senza cena. Ma se lui è un lupo, anche la sua camera deve adattarsi &#8211; ad occhi chiusi, la lascia crescere in una foresta che fruscia intricata dove stavano tende e coperte; l’attraversa, si affaccia sul mare, con una barca naviga per un anno, fino al paese delle cose selvagge. Quanto tempo eppure si è solo voltato la pagina! Nessun muro, nessun genitore. Nemmeno per un attimo gli sopravviene l’angoscia di essere lontano e smarrito o di poter finire triturato dalle dentature aguzze e prominenti dei mostri che gli ruggiscono contro, roteano occhi gialli, troppo grandi per fare davvero tremare un bambino che la sa lunga. E infatti Max li ferma tutti con il suo trucco magico: lui, il più selvaggio, viene incoronato re. Seguito dalle creature bizzarre, cornute, zannute, dragonesche, al sicuro dentro strati di pelle dura, artigli, pelliccia, fa una danza di cui anche al di qua della carta, arrivano gli scalpiccii, i salti, gli ululati.</p>
<p>Non ricordi? Non è stato così anche per te? Bambini selvatici che fanno rotolare la palla del mondo, quando gli adulti si voltano, presi nella loro fretta. Bambini che hanno tempi straordinariamente lunghi, perché i pomeriggi e le notti sono intere vite, più e più volte inventate. E sono mostri davvero, quelli che incontri, con quei corpi a righe e le squame, con la luna tagliata bianca, sullo sfondo notturno di queste illustrazioni ipnotiche, in cui cadi, indietro, verso la foresta? Rovesciavo le ceste dei giochi sul tappeto, quando ero selvaggia, e una volta rovesciati &#8211; il maialino di gomma, le costruzioni lego, pezzi di giornalino, tappi di succo di frutta, pistole ad acqua, pupazzi con le lacrime e il pelo rosso, mobilio di bambola, figurine sui koala e le pantere, elastici, oggetti a molla –stavano lì a guardarmi, meravigliosamente confusi, come un capo carismatico. Allora uscivo, percorrevo il corridoio seguita da spettri parlanti. Correvo fuori a prendere la bici, a buttarmi giù urlante per la discesa, frenando con le espadrillas, perché disdegnavo l’uso dei freni, finendo nella polvere con le ginocchia piene di croste. Non so quanto tempo trascorresse prima che arrivassero gli altri bambini, iniziassero i giochi condivisi. O prima che qualcuno si affacciasse a gridarmi che <em>non le pagavo io le scarpe!</em> Quanto deve passare perché tu senta la mancanza, perfino di un rimprovero, di chi ti vuole davvero, anche se non ti capisce o non è come te?</p>
<p>Circa un anno all’andata, così come al ritorno, suggerisce il libro saggio, pauroso, entusiasmante. Sarà tutto ancora là, un odore di cena calda, che viene dal davanzale. Allora forse non sono le cose che mutano, sei tu che ti sposti, inquietamente, bambino o adulto, che devi scovare un’altra prospettiva, pure buttando tutto per aria, lacerando e scappando, facendo esperienza di un paese ostile, di una violenza che ti cresce addosso, secondo strato di epidermide, ti mangia con il suo amore vorace, senza misura.</p>
<p><em>Taglia la seconda pelle, annusala, torna, scegli un amore che non sbrana – ma tieni a mente anche gli artigli che hai al posto delle unghie, che fanno brillare le foglie delle isole antiche.</em></p>
<p>2.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/23/dove-sono-le-cose-selvagge/night-kitchen/" rel="attachment wp-att-43061"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-43061" title="night-kitchen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/night-kitchen-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/night-kitchen-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/night-kitchen-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a> Un’altra esplorazione nelle ore del sonno, ma non così lontano – non è il rumore di bestie sconosciute o lo sciabordio della marea a disturbare Mickey, ma i suoni, mestoli, scodelle, rimescolio di latte e uova, che provengono dalla cucina notturna. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OTSBAADKHBk"><em>In the Night Kitchen</em></a>, è il secondo libro di un’ideale trilogia, un luogo che svela il cuore dell’immaginazione – si colma di volti, oggetti reali, ma messi in un altro posto, riordinati dalle rime e le assonanze delle parole. Mickey fluttua nudo per le stelle, finisce nell’impasto per i biscotti di tre panettieri paffuti, tre gemelli di Oliver Hardy, l’Ollio, proprio lui, amico di Stanlio. Si libera appena prima di finire nel forno – sullo sfondo stellato enormi vasi di marmellata, cibi in scatola, spezie, barattoli che sono grattacieli, antenne-frullino e tetti-imbuto: la cucina notturna si apre su una città intera, un mondo-amuleto, dove le masserizie che stanno in una mano diventano i contenitori, e su, verso lo spazio, alla volta dell’ingrediente più prezioso, il latte. Mickey si fabbrica un aereo di pasta fresca, vola, giocando con la falsa rima del suo nome, fino alla Milky Way, che non è altro che un’alta bottiglia, in cui il velivolo si scioglie, il bambino nuota <em>dentro il latte e con il latte dentro di sé</em>. Riempie il bricco per i panettieri, per poi rilasciarsi al sonno, asciutto e senza zuccheri tra le dita, nei capelli.</p>
<p><em>Sei piccolo. Ti spogli. Ti cuoci nel calore della casa. Nell’altra terra, città, ci sono perfino i personaggi della televisione, ma tutti sono un’altra cosa – una cosa accogliente e strana, che modelli, senza troppo pensiero. Cosa vedi quando non vedi. Sei in pace. Quando tutto è un po’ stralunato, assurdo, non ti giudica, non ti mette vergogna, divieti. Sogna.</em></p>
<p>3.</p>
<p>Chissà se ognuno ha un’immagine di quando era davvero molto piccolo, una vaga e brusca intromissione del mondo esterno, un fatto sconvolgente, di cui non sai parlare, metti dentro la memoria come qualcosa di terribile che non è accaduto a te, eppure avrebbe potuto. Quando Sendak crea <a href="http://youtu.be/0pi2FEsuV28"><em>Outside, Over There</em></a>, ricorre al folklore diffuso del <em>changeling</em>, il folletto che le fate lasciano nella dimensione umana come sostituto dei bambini rapiti, ma è un trauma vivido, esperito a 4 anni, che affronta fuori da se stesso: la fotografia di un altro bambino, fatto carcassa immobile, sfigurato. È il marzo del 1932, il figlio di venti mesi dell’aviatore Charles Lindbergh, sparisce dalla culla, anche se sono tutti in casa – il padre, la madre, la balia. Una busta bianca, con una richiesta di riscatto, è appoggiata su un mobile della stanza. Una scala rudimentale è stata fatta a pezzi e gettata non molto distante. Passano poco più di due mesi e a maggio i resti del bambino vengono trovati per caso da un camionista, in un cespuglio a qualche kilometro dalla casa: il corpo è in fase avanzata di decomposizione, il cranio mostra i segni di una frattura mortale. <em>Lo sai che un bambino che muore, così piccolo, brutalmente, senza la parola, è una presenza spettrale che continua a comparire? Devi seppellirlo sui confini, sotto il muro del cimitero, dentro il biancospino. Le fate se lo prendono. Devi benedirlo se lo incontri nell’oscurità. Devi riconoscerlo, se appare, come un animale.</em></p>
<p>Nel libro i genitori non sono attenti. Il padre in viaggio, sulla nave; la madre assorta sotto il pergolato. Ida suona il suo corno magico per far dormire la sorellina, ma le dà le spalle, non si accorge della scala, dei <em>goblin</em> incappucciati che salgono a portare via la bambina. Per salvarla, deve compiere riti, vestirsi con l’impermeabile della madre per affrontare il vento e la tempesta; cogliere nell’aria il suggerimento del padre, che le impedisce di volare altrove, via dalla caverna dei <em>goblin</em>, dove sta per celebrarsi il matrimonio – sua sorella come piccola sposa. Là sotto i folletti hanno fisionomie infantili – Ida soffia e suona lo strumento incantato, li fa danzare freneticamente, sparire in una corrente d’acqua e vapore, così che solo la sorellina rimanga ad attenderla, accoccolata in un guscio d’uovo. Sanno i bambini, sempre, che dovranno cavarsela da soli. Che dovranno prendere dai genitori quello che loro possono dare: un consiglio, un cappotto per la pioggia.</p>
<p>Le illustrazioni sono diverse dagli altri due libri, quasi uscite da un quadro preraffaellita, da un periodo in cui abbondavano, nella letteratura inglese, storie di bambini volanti e bambine curiose, di giardini segreti, di sorelle attratte dalle mercanzie e dai trucchi di ambigui folletti. E naturalmente c’è il cane. Lo vedi? Un pastore tedesco, perfettamente restituito dal disegno, che non si muove, è lì, come un guardiano. Sendak ne possedeva uno, chiamato Hermann (da Melville, uno dei suoi autori preferiti), diceva, e come dargli torto!, che la compagnia dei cani era superiore a qualsiasi amicizia umana. Credo che lo abbia messo nel libro come una protezione, perché andando indietro, alla vicenda originaria, potesse scrivere un altro finale, un finale giusto, ma non ripulito dell’orrore.</p>
<p>Non è questo che accade con l’infanzia quando la si rivive senza edulcorazioni? Stai dentro di lei come in un pozzo di spaventi, un pozzo su cui si affacciano cielo e funi, da cui si scavano cunicoli verso tane, grotte di meraviglia e di mistero. Ti chiedi come può essere così bello e così fragile e come diventerai adulto, se da adulto fingerai che niente sia successo. Quello che hai è quello che impari. Risalire, scorticandoti le mani; tenerti alla corda che hai legato in sogno; essere pratico, pragmatico, con una scorta d’acqua, cibo; ascoltare bene anche chi non ha la tua lingua; aggrapparti al tuo gatto, al tuo cane, per conforto; non smettere di nutrire fiducia in ciò che devi fare, nelle vite che puoi amare. Arrivare in cima, dire ai bambini che sono stati, che non ce l’hanno fatta o sono partiti per altre destinazioni: non vi ho scordato, mai.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/23/dove-sono-le-cose-selvagge/outside-over-there-2/" rel="attachment wp-att-43063"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43063" title="outside-over-there-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/outside-over-there-2.jpg" alt="" width="600" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/outside-over-there-2.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/outside-over-there-2-300x282.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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