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	<title>fiat mirafiori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>27-31</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 13:30:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fiat mirafiori]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione tunisina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>27-31 / gherardo bortolotti</h3>
<p>27. Seguivamo le vicende delle nostre settimane come storie di un&#8217;età parallela, come intrecci secondari in cui la merce era innocente, le immagini infinite. Nel corso delle giornate, alcuni accettavano di assistere alle cose dal punto di vista di chi non ha ragione, di chi riconosce al mondo le sue necessità, i suoi bisogni, anche crudeli. Non capivamo fino in fondo perché eppure eravamo in vita, in visita presso il reale, presso le notizie di cronaca, le fattispecie del capitale.</p>
<p>28. Come tracce di una civiltà scomparsa, ritrovavamo al mattino il senso delle nostre giornate, dei mesi a venire, mentre ascoltavamo in radio gli editoriali sull&#8217;accordo a Mirafiori, sulle rivolte tunisine. Sentivamo, nel petto, il peso di ciò che era in corso, di ciò che era vero, e guardavamo al futuro dalla cucina, quasi avendo il sospetto di un finale diverso.<br />
<span id="more-38064"></span><br />
29. &#8220;Non è il segno di niente che valga&#8221; diceva bgmole alle schiene degli altri clienti, nelle file alla cassa che frequentava con l&#8217;assiduità di un dilettante, con l&#8217;impegno di chi ha riconosciuto nell&#8217;acquisto gli indizi di un complotto più vasto, di una strategia impersonale, sottile ma di ampio respiro. Le opinioni, gli equivoci quotidiani, si aprivano in lui come faglie sul fondo dell&#8217;oceano, e ne usciva una materia incolore, aliena, più simile all&#8217;umore di foglie in decomposizione, terriccio, carte abbandonate ai lati del viale.</p>
<p>30. E ammettevamo che c&#8217;era il margine per indignarsi, per alzare la mano nella scenografia vuota che era l&#8217;inizio del secolo, l&#8217;occidente dopo la globalizzazione, mentre proliferavano i debiti pubblici, le speculazioni finanziarie ci colmavano di orrore e meraviglia, come epidemie di mali incurabili, come le gesta furiose dei signori del PIL e delle transazioni, e prendevamo ossessivamente la parola per sollevare eccezioni, per recriminare il fatto, il detto, il valore che avevamo sacrificato nelle ore che precedevano il sonno, seduti di fronte al televisore acceso, quasi astratti nella catastrofe povera dei suoi segni, nelle migliaia di trame, di particolari irrilevanti, di storie manipolate e incomprensibili in cui smarrivamo qualcosa. Ci inoltravamo nel futuro come in un fluido densissimo, lasciando che le correnti di ciò che avveniva sfibrassero la nostra presenza, la prova che eravamo qualcuno.</p>
<p>31. Dopo il sonno, il lavoro ci attendeva e il dolore, e chi ci stava accanto.<!--more--></p>
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		<title>Rubafiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 14:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiore-appassito.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-37868" title="fiore-appassito" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiore-appassito-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiore-appassito-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiore-appassito-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiore-appassito.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“Sembra la sceneggiatura di un film di Natale, con Christian de Sica che implora di rilasciare Belen spacciandola per la nipote di Chavez”, disse qualche mese fa Carlo Freccero, invitato da Gad Lerner a commentare la telefonata in questura, pietra di inciampo di Berlusconi. Parlava di una trama da neorealismo che, grazie alla trovata del primo attore, vira sulla commedia all’italiana &#8211; “questo genere così mortuario in fondo al suo vitalismo”. La grande fiction diventata storia italiana che si infrange contro la realtà da cui viene superata e fagocitata. E Berlusconi che prima l’ha prodotta, poi ne è stato il protagonista sceso in campo, ora rischierebbe di esserne distrutto come il Dr Frankenstein dalla sua creatura.<span id="more-37867"></span></p>
<p>La realtà che i giornali ci propongono attorno alla vicenda di Ruby è un incalzare di comunicati, interviste, dichiarazioni e articoli che a loro volta sottendono altri tipi di testo come le intercettazioni, i tabulati, i verbali. Ci sono troppe forme di “racconto” e troppo disparate. Troppi filoni, troppi personaggi, troppi luoghi. Il troppo stroppia. E il pubblico non apprezza più questo genere di esagerazioni. Predilige le Isole e le Case: sia quella del Grande Fratello, sia la villette di Cogne e di Avetrana. Unità di tempo, personaggi, luogo. Così Berlusconi continua a fare chiasso sul clamore, consapevole che la sua voce verrà amplificata più delle altre. Ma forse è soprattutto fiducioso che una storia dove entrano dozzine e dozzine di ragazze, tra cui addirittura una ex portaborse pdl, poi corriere della droga per una rete di narcos colombiani in combutta con mafia e camorra, e infine collaboratrice della Procura di Palermo, non convincerà la gente che segue i reality o Bruno Vespa. Tutto l’eccesso verrà scartato come –  il punto è questo &#8211; inverosimile. E poco importa che non significhi sia falso.</p>
<p>Di tutte le forme di narrazione proposte da “Raiset” o da Medusa, nessuna sembra in grado di contenere tutti i materiali raccolti dai giornali. Come si fa, al giorno d’oggi, a rappresentare una realtà che sembra un romanzo d’appendice impazzito? La si smembra, la si riduce, la si uniforma. Da un lato c’è l’opzione del film di Natale, dall’altro quello della ragazza marocchina che finisce sulla cattiva strada: l’opzione “neorealista”, buona per il nostro cinema d’autore, al patto però che non vi compaiano più nipoti di Mubarak o capi di stato ospitati durante i party.</p>
<p>Questa supposta inenarrabilità d’insieme non gioca solo a favore di Berlusconi, ma ci fa cogliere una nostra più profonda inadeguatezza. Perché se fossimo i telespettatori di un altro paese, la vicenda di Karima-Ruby ci suonerebbe oltremodo familiare.</p>
<p><em>Senza tette non c’è paradiso</em> è il nome di una telenovela colombiana che racconta la storia di Catalina, una povera ragazza che si prostituisce per una protesi al seno. Senza tette i narcos non la vogliono e può scordarsi di farsi strada verso la tv o il cinema: l’unico paradiso che riesca a immaginare.</p>
<p>La serie, nata dal romanzo di un giornalista che aveva fatto un’inchiesta sulla prostituzione minorile, ha avuto un tale successo in Colombia da aver ottenuto presto due remake altrettanto popolari: uno prodotto dall’emittente ispanico-statunitense “Telemundo”, l’altro iberico, trasmesso dalla ex-berlusconiana “Telecinco”. Tutti paesi del Centro- e Sudamerica hanno visto le due serie latinoamericane, ma anche Serbia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Bosnia e Macedonia.</p>
<p>L’edizione italiana è finalmente approdata su Canale5 il 6 ottobre, ma dopo due puntate è  stata degradata su La5. La tv di Berlusconi sembra aver anticipato giusto di un pelo la realtà di Berlusconi, prima che qualcuno se ne accorgesse. Verrebbe da scomodare dietrologie, se gli indici di ascolto non fossero dati inequivocabili. Sarà stata pure la sfortuna di incappare nella rivelazione live del assassino di Sarah Scazzi, ma dietro al naufragio ci sono anche ragioni intrinseche al prodotto e al suo lancio in Italia.</p>
<p>Prima di tutto il titolo: <em>Le due facce dell’amore!</em> Grande storia d’amore impossibile fra una studentessa di giurisprudenza “che crede fortemente nel valore della legalità” e un boss della periferia romana, fiction per tutta la famiglia. Niente più tette da rifarsi disperatamente, niente prostituzione, almeno non nella presentazione ufficiale.</p>
<p>Questa scelta comunicativa di Canale 5, per quanto sintomatica, è solo l’atto finale di un processo graduale di edulcorazione. Nell’originale colombiano tutto è esplicito. Si vedono i quartieri miseri a fianco delle megaville dei narcos. Questi sono panzoni, vecchi o viscidi e allungano le mani in modi inequivocabili. Persino l’ultima scena in cui Catilina, dopo morte violenta, ammonisce dal paradiso che quella da lei imboccata non è la strada giusta, somiglia più alla morale brechtiana dell’<em>Opera da Tre Soldi</em> che a un finale edificante: un messaggio di cui comprendi che è impraticabile. Nella versione ispanoamericana pensata soprattutto per il Messico tutto è già più ripulito, artificiale, per questo ambivalente. Il mondo dei narcos diventa glam e appare anche un boss bello e desiderabile.</p>
<p>Ma la trasformazione più radicale avviene con il passaggio in Europa. La protagonista della sempre più patinata e inverosimile fiction spagnola, non si vende più per carriera, ma per amore. Ha perso la testa per un poco di buono e per lui è disposta a tutto: storia antica che c’entra poco con il punto di partenza, e che sarà la stessa proposta in Italia.</p>
<p>Se ci fosse stato il coraggio di adattare l’originale colombiano, dai quartieri da Romanzo Criminale saremmo forse arrivati alla periferia di Napoli, ma non a Arcore. In Colombia,  invece, <em>Sin tetas no hay paraiso</em> è stato l’apripista per molte telenovelas seguitissime, rispetto alle quali <em>La Piovra</em> fa ridere come affronto al buon nome dell’Italia. Narrazioni che parlano della corruzione di polizia e politica, creando dei feuilleton sporchi e duri che virano sul tragico.</p>
<p>Esistono paesi più evidentemente disastrati dell’Italia che hanno saputo rinnovare le forme con cui si raccontano, creando rappresentazioni fittizie poco censorie. Se questo è vero per la telenovela, vale anche per la letteratura “alta”. In <em>2666</em>, capolavoro postumo del cileno Roberto Bolaño, vi è una parte centrale dedicata agli omicidi seriali di donne a Santa Teresa, reinvenzione della città messicana di Ciudad Juárez. Fra quelle pagine terribili, calcate sulla cronaca giudiziaria, compare il personaggio di un donna, politico di grande potere, che fa indagare sulla scomparsa di un’amica, titolare di un’agenzia di eventi. Scopre così che quegli “eventi” erano orge. Festini frequentati non solo dai pezzi grossi dei cartelli, ma soprattutto delle istituzioni, inclusi i suoi compagni di partito. Bolaño, che in Messico ha vissuto, è un romanziere iperletterario, lontanissimo da ogni idea di piatto realismo. Eppure ha raffigurato lo stato di un paese e continente, dove tutto, a cominciare dalle donne, è diventato preda o merce disponibile per i potenti.</p>
<p>Non è solo per colpa di Berlusconi e del suo dominio sul nostro immaginario tenuto in un limbo datato agli anni ‘50 rivisitati negli ‘80, che fatichiamo a creare narrazioni in grado di farci orizzontare nel nostro presente. Dovremmo mettere a fuoco un quadro molto più ampio e doloroso. Scoprirci non troppo dissimili a quel ”terzo mondo” che evochiamo con la spensieratezza di uno sfogo: non solo per certe area geografiche o periferiche, ma per dinamiche trasversali sempre più estese e radicate. Forse è questa la morale che potremmo trarre dalla vicenda di Silvio e Ruby. Se la storia di Berlusconi è anche la storia dell’Italia, come dice Freccero, l’uomo che aveva creato “centomila posti di lavoro” e oggi mantiene un indotto di ragazze, riflette come uno specchio di Dorian Gray il declino di un paese che si credeva potenza economica mondiale. Per questo, Ruby Rubacuori è anche l’altra faccia di Fiat Mirafiori. La classe operaia ridotta a cinquemila voti, da sola e fino a ordine contrario, ha dovuto scegliere se permanere o meno in purgatorio, mentre nella Fabbrica Italia che sta ad Arcore sognava il paradiso chi vendeva il proprio plusvalore in carne e ossa &#8211; l’unico disponibile &#8211; a un vecchio imprenditore.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, 19.1.2011</em></p>
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		<title>diciamolo, per una volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 18:06:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiat.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-37817" title="fiat" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiat.jpg" alt="fiat / francesco forlani" width="364" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiat.jpg 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiat-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 364px) 100vw, 364px" /></a></p>
<p>Diciamo, per una volta, che accettiamo il gioco dell&#8217;attualità; diciamo che un momento nella successione degli avvenimenti, anziché essere visto come un passaggio di processi lunghi, complessi, contraddittori, è letto come un quadro fermo; diciamo che a Mirafiori è successo qualcosa.<br />
<span id="more-37809"></span><br />
Diciamo che gli operai e gli impiegati sono dei salariati; diciamo che il rischio di impresa è sempre sulle loro spalle; diciamo che l&#8217;economia delle equazioni sconta stipulazioni forti, per esempio che le parti sono date, che chi ha deciso chi paga ha deciso per sempre.</p>
<p>Diciamo che ci sono persone che hanno votato da sole, in un angolo a mettere una croce, e hanno pensato al marito, alla macchina nuova, ai figli che fanno le superiori; diciamo che tutto il paese li guardava, alcuni dall&#8217;alto, alcuni di fianco, agitarsi nel labirinto delle scelte obbligate; diciamo che le ragioni sono tante, che le speranze sono poche.</p>
<p>Diciamoci, da ora, che abbiamo dei compagni, che scegliamo con chi stare, che scegliamo chi ha ragione.</p>
<p style="text-align: right;">[<em>Immagine: Francesco Forlani</em>]</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.11</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 11:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400-300x300.jpg" alt="" title="charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-32745" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/charles_de_gaulle_quote_shirt-p2358322956104374144v2b_400.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Ricca messe di materiali questa settimana, grazie a straordinarie performance del <em>Foglio</em> di Giuliano Ferrara del 10 aprile. Inizieremo da “La chiesa non è una repubblica”, come titola in prima pagina l’editoriale non firmato, che polemizza con “l’assedio scandalistico al Papa” e conclude: “L’ex sindaco di Gerusalemme, Ed Koch, ha detto proprio ieri che la campagna internazionale di stampa sulla pedofilia dei preti (…) mostra non tanto la volontà di informare i cittadini quanto quella di punire la chiesa per le sue posizioni”. Può essere, ma Ed Koch è stato varie cose nella sua vita, tra cui sergente della 104° divisione di fanteria nella battaglia delle Ardenne, deputato al Congresso americano e perfino protagonista del <em>reality show </em> “The People’s Court”. Quello che non è mai stato, nonostante la sua origine al 100% ebraica (il padre era un pellicciaio del Bronx) è sindaco di Gerusalemme.</p>
<p>Se proprio vogliamo essere sofistici, è stato sindaco di New York per 11 anni, dal 1978 al 1989.<br />
<span id="more-32743"></span></p>
<p>Il giornale degli atei devoti, lo stesso giorno, si occupa anche della “democrazia dell’incarnazione” ma non è un articolo sull’importanza politica del crocifisso nelle aule. Per Lanfranco Pace, la“democrazia dell’incarnazione” sarebbe rappresentata da Charles De Gaulle, che costruendo la Quinta repubblica francese le avrebbe dato “larga preminenza sulla più comune democrazia della rappresentanza”. Uhm, uhm, chissà se gli esperti sarebbero d’accordo: l’autore dell’articolo non ci dice se questa innovativa categorizzazione dei regimi politici è tutta farina del suo sacco o se ha consultato Giovanni Sartori, Angelo Panebianco e Gianfranco Pasquino, per esempio.</p>
<p>Nel tracciare il percorso del generale De Gaulle, Pace scrive che, negli anni Trenta,  egli “approfondiva la tattica della guerra di movimento (…) e sfornava testi che venivano studiati con attenzione dai Von Rumsted e dai Rommel ma superbamente ignorati dagli stati maggiori francesi”. Certo, Lanfranco è grandissimo pokerista ma ha qualche difficoltà con l’ortografia dei nomi stranieri: un generale tedesco Von Rumsted non è mai esistito, ma esisteva invece un feldmaresciallo Von Rundstedt, che ebbe importanti incarichi al vertice dell’esercito tedesco tra il 1939 e il 1945.</p>
<p>E’ stato De Gaulle a teorizzare la guerra di movimento, basata sull’uso dei carri armati, e diventata poi celebre con il soprannome di <em>Blitzkrieg</em>?  Non esattamente.  Nel 1934, il leader francese (allora semplice colonnello) pubblicò <em>Vers l’armée de métier</em>, un libro in cui si parlava anche del ruolo che avrebbero dovuto avere le divisioni corazzate, ma l’esercito tedesco non aveva bisogno di mandare suoi emissari nelle librerie parigine per scoprire questa idea. Leggiamo cosa scrive il più conservatore tra gli storici militari, <a href="http://www.amazon.com/Mask-Command-John-Keegan/dp/9994311670/ref=sr_1_1?ie=UTF8&#038;s=books&#038;qid=1270971245&#038;sr=8-1">John Keegan</a>: “Il Blitzkrieg fu una formula per la vittoria che non ebbe un solo padre. I pionieri tedeschi nell’uso dei carri armati, Lutz e Guderian in paticolare, erano stati studenti coscienziosi degli ‘apostoli’ inglesi della guerra meccanizzata,  Fuller e Liddell Hart. Ma è un passo molto lungo quello che c’è tra il sostenere una dottrina [militare] rivoluzionaria, anche con la conversione di persone influenti, e la sua accettazione da parte di un’organizzazione così monolitica e abituata alle proprie regole come l’esercito tedesco” (p. 259).</p>
<p>Come si vede, Keegan non cita né De Gaulle, né Rommel, né Rundstedt: i generali tedeschi che svilupparono le dottrine per l’impiego dei carri armati in battaglia furono Oswald Lutz e Heinz Guderian, che <em>forse</em> avevano  letto i teorici <em>inglesi</em> della materia (benché anche questa versione sia stata smentita dalle ricerche storiche più recenti) ma certo non quelli francesi. Le tattiche impiegate contro la Francia avevano origine nell’esperienza delle “infiltrazioni” sperimentate con successo dai tedeschi nella seconda parte della Prima guerra mondiale e nell’interesse di Guderian per le comunicazioni radio, che permettevano un buon coordinamento delle unità corazzate fra loro e con l’aviazione di supporto.</p>
<p>Passando alla politica, Lanfranco Pace spiega poi come la “democrazia dell’incarnazione” sarebbe nata in Francia: “Il 15 maggio 1958 (…) il generale Massu, che comanda i paracadutisti di stanza ad Algeri, si mette alla testa di un comitato di salute pubblica (…) Lo spettro della guerra civile bussa alla porta (…) Il 29 maggio viene decretata la legge marziale, il 1° giugno il Generale assume i pieni poteri e presenta la sua Costituzione che il 28 settembre viene ratificata per referendum con il 79,25% dei voti”. </p>
<p>Quando si fa appello all’esperienza storica occorre mettere i punti e le virgole nei posti giusti; le cose andarono così: il 29 maggio il presidente della Quarta Repubblica René Coty annunciò che avrebbe incaricato De Gaulle di formare un governo e che, se il parlamento non avesse trovato una maggioranza favorevole, si sarebbe dimesso. Il 30, De Gaulle accettò. Il 1° giugno, domenica, De Gaulle si presentò all’Assemblée Nationale e dettò le sue condizioni, tra cui i pieni poteri per quattro mesi. I deputati, tra i paracadutisti e De Gaulle, scelsero De Gaulle con 329 voti contro 224. Pace scrive che il generale “presenta la sua Costituzione” ma non c’era alcuna Costituzione: essa fu opera di un gruppo ristretto, guidato da Michel Debré, nelle settimane successive. La commissione lavorò rapidamente e il testo fu pronto in agosto, per il referendum confermativo di settembre. Di fronte all’alternativa tra golpe militare e nuova costituzione i francesi scelsero la costituzione che diede vita alla Quinta Repubblica.</p>
<p>La formula miracolo per far funzionare la “democrazia dell’incarnazione” sarebbe quindi la presenza di un vero leader che “incarna” la volontà del popolo, più una nuova costituzione da far accettare con un plebiscito. Forse è così, ma l’icona liberale Raymond Aron non sembrava entusiasta:  egli scriveva nelle sue <em>Memorie</em> che la repubblica francese “aveva ceduto a una ribellione dell’esercito e dei francesi d’Algeria, ribellione alla quale lo stesso generale De Gaulle non era, quanto meno, del tutto estraneo”. Lanfranco, è questa la versione 2010 del tuo slogan preferito del 1970, “IL-PO-TE-RE DEV’ES-SE-RE O-PE-RA-IO!”? E poi, se le tute blu della Fiat Mirafori non ci sono più, le sostituiamo con i parà della Folgore? Onestamente, oggi non si vedono generali italiani con i <em>cojones</em> del noto torturatore Massu.</p>
<p>Voltiamo pagina: si consiglia la visione di <em>La battaglia d’Algeri</em>, anche su You Tube.</p>
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