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	<title>fiera del libro di torino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>alfazeta per alfabeta: P come Потёмкин</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 09:01:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Puntata di Alfazeta per Alfabeta, dedicata alla presentazione del 13 maggio al Salone del Libro di Torino del numero 09 di «alfabeta2» e del supplemento «alfabetalibri» con interventi di Umberto Eco, Maurizio Ferraris e i curatori di «alfabetalibri» Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone. La sala gremita, i temi toccati al centro di numerose questioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" width="460" height="292" src="http://www.youtube.com/embed/0HMV8Hm68zc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Puntata di <a href="http://www.alfabeta2.it/tag/francesco-forlani/">Alfazeta</a> per <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta,</a> dedicata alla <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/12/alfabeta2-al-salone-del-libro-di-torino-venerdi-13-maggio/">presentazione  del 13 maggio al Salone del Libro di Torino</a>  del numero 09 di «alfabeta2» e del supplemento <a href="http://www.alfabeta2.it/alfalibri/">«alfabetalibri»</a>  con interventi di  Umberto Eco, Maurizio Ferraris e i curatori di «alfabetalibri» Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone. La sala gremita, i temi toccati al centro di numerose questioni sia culturali che politiche cui Alfabeta tenta di dare delle risposte sia culturali che politiche. Intanto lo spettro di Fantozzi si aggira per l&#8217;Europa ma questa volta sembra volerci dire altro, qualcosa del tipo : Fantozzi è una cagata pazzesca!!<br />
La poesia di Lidia Riviello pubblicata sul numero 9, è letta dall&#8217;autrice in controcanto con le parole introduttive di Andrea Cortellessa. L&#8217;enfant rouge si fa un giro sul suo monopattino  come ad aspettare il momento giusto per dare l&#8217;assalto e nei pensieri Brahms.<br />
effeffe</p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
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					<description><![CDATA[“L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix) (Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:) Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" title="falcone2.jpg"><img loading="lazy" border="0" width="140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" alt="falcone2.jpg" height="190" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" title="arafat.jpg"><img loading="lazy" border="0" width="140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" alt="arafat.jpg" height="190" /></a><strong> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)</strong></p>
<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come un serpente in trappola. Il fatto stesso che la “democrazia” detta “Ytalya” esistesse era per loro – quelle democrazie compiute, perfette in virtù del fatto stesso di essere coscienti della propria imperfezione – una “catastrofe”. Si fregiavano di buoni sentimenti nei confronti di un pugno di dannati, di straccioni, che alla nascita di quello Stato si erano visti espropriati delle loro terre e gettati a marcire in qualche <em>no man’s land</em> dalle condizioni di vita indicibili. Rifiutavano di ammettere che quei quattro pulciosi erano loro i primi a disprezzarli, a odiarli, a ignorarli (salvo farsene una bandiera, nel caso, trasformandoli nell’oggetto di una strumentalizzazione politica delle più abiette).</p>
<p>Ma d’altra parte:<span id="more-5549"></span></p>
<p>Era sotto gli occhi di tutti che la “maffia” era il vero motore del Paese-Ytalya, che lo governava e pensava per lui. Peraltro, in alcune regioni addirittura era stata democraticamente eletta; l’opposizione vi vivacchiava fra sogni di gloria e interminabili lotte intestine.</p>
<p>Strano Paese, sospiravano all’estero, negli ambienti meglio informati.</p>
<p>Strano Paese, analizzavano nelle cerchie intellettuali, in cui l’illegalità è il vero valore fondante dello Stato e dove, ciononostante, i rari oppositori non si impegnano in una semplice denuncia integrale, 24 ore su 24, dell’intollerabile scandalo che è, in fondo, la loro stessa esistenza, e insistono malgrado tutto a disperdersi in azioni palesemente inutili quali la scrittura di romanzi, di poesie (“sperimentali”, certo, fondate sul rovesciamento dei valori fondanti della società) e di altre finzioni non immediatamente finalizzate all’azione diretta.</p>
<p>Era quella la prova del loro FASCISMO profondo, sapevano i critici letterarî distaccati presso la stampa di tutti i regimi, il culturame parcheggiato in una qualche università, in prepensionamento mentale dall’età di trent’anni, i balbuzienti (“opposizione frontale!”) a spese del contribuente, quelli, insomma, per cui la vita degli uomini è solo un aspetto degli ETERNI DISCORSI sulla politica internazionale (il <em>must</em> di qualunque <em>dinner party</em> che si rispetti), e la politica a malapena un ramo minore dell’Albero delle lettere (nel corso dei <em>brunch</em> più esclusivi). Persone come voi e come me.</p>
<p>A volte, gli oppositori emigravano. Si allontanavano dall’Ytalya, si rifugiavano leggeri, felici, in Paesi vicini e ben più civili; c’erano molti <em>dinner parties</em>, anche lì. Quale non era il loro stupore, all’inizio, come descrivere in seguito la loro delusione, la loro amarezza, quando constatavano che il malcelato disprezzo che circondava il loro Paese era destinato anche a loro.</p>
<p>Erano diversi, ma come spiegarlo? In quante parole dire sé stessi, quando non si hanno a disposizione che trenta secondi tra un salatino e l’altro, o venti minuti appena di fronte al pubblico distratto di un giovedì sera di pioggia? Si vedevano quindi respinti loro malgrado nelle trincee di un’identità nazionale, un’etichetta quale che fosse. “Tutti maffiosi, vero? Tutti usciti dalla maledetta entytà! Tutti complici!”. Il volto oscuro di quello stesso spettro identitario che li inseguiva dalla nascita. E tutto ciò ti veniva detto con il sorriso complice di quello che ti fa l’onore di ammetterti alla tavola dei Giusti. Constatavano la povertà intellettuale, l’incapacità di autoanalisi, di coloro che avrebbero dovuto salvarli dalla rovina. Scoprivano che il problema concreto che avevano affrontato fino ad allora – l’abnorme e incessante presenza nelle loro vite dell’”entytà maffiosa” che li aveva visti nascere – era solo un velo gettato a nascondere, e con quale goffaggine!, una questione ben più seria, più radicale ancora: perché essere in <em>questo</em> mondo, e come? A quanta buona coscienza avrebbe dovuto rinunciare, a quale lucidità senza crepe (a che disperazione integrale e serena, dunque) sarebbe stato destinato colui che, proveniente da un qualunque Paese, avesse scelto di portare sempre su di sé lo scandalo della non-appartenenza?</p>
<p>(Perché tanto poi, sai, in Occidente nessuno ti ammetterà mai da nessuna parte; mai un Occidentale rinuncerà ad essere ciò che è, cioè a dire il centro del mondo, nevvero, con tutta l’arroganza intellettuale che sta alla base del diritto di bombardare, opprimere, affamare e <em>al tempo stesso</em> essere la coscienza critica di questi stessi atti; non sarai mai niente di più della foglia di fico, della prova supplementare del loro integralismo illuminato: il maffioso “buono” che capisce di cosa si parla quando in sua presenza si discute di lui, dei suoi amici, della sua infanzia, del suo (non-)futuro).</p>
<p>Ma non bastava mai: la non-appartenenza stessa era un inganno, una negazione istintiva e primaria dei processi storici e delle complessità del campo politico. Il vero dramma essendo, in fondo, che malgrado tutto bisognava vivere. Che – <em>the age demanded!</em> – bisognava essere Ytalyani, parte integrante di questa onnipresente “entytà”.</p>
<p>E lì, due strade si aprivano:</p>
<p>Alcuni restavano all’estero. Si integravano poco a poco, imparavano la nuova lingua, dimenticavano, meticciavano la propria, sviluppavano gli anticorpi al pensiero unico (alle certezze sia di destra che di sinistra, al razzismo dei buoni sentimenti) che solo i veri esiliati – e sono pochi – possono avere. Si condannavano a capirsi soltanto fra di loro, e nemmeno del tutto – perlomeno da vivi. Ne andavano fieri, e facevano bene. Scrivevano libri minoritarî, esploravano piste inattese, non scrivevano neanche una frase come si deve. Oppure si lanciavano nella più febbrile delle paratassi, nella crisi di rabbia, nel pamphlet. O non parlavano di “quello”, o parlavano soltanto di “quello”. In Ytalya, gli oppositori interni all’”entytà maffiosa” li rispettavano senza davvero leggerli (ma è già qualcosa, il rispetto, non è vero?, è già essere qualcosa, è un’”entytà”).</p>
<p>Altri tornavano nel loro Paese. Il doppio ricatto dell’identità nazionale e dell’appartenenza al “corpo” intellettuale aveva agito molto in profondità su di loro. L’affermazione e la negazione del “dover essere”, della sensazione di doversi fissare in un atteggiamento da avere nei confronti di una questione concreta, presente fino all’ossessione, coabitavano in loro in un’identità duale, una normalità schizofrenica, una fragilità di ogni giorno. Il che andava ad aggiungersi al rapporto normalmente conflittuale con il mondo che ogni scrittura implica, ogni scrittura essendo alla base un conflitto con sé stessa, con la sintassi in quanto potere: poter scrivere, poter dire. Essere in un’attitudine di contraddizione nei confronti della necessità di sempre contraddire la contraddizione: questo era, in sintesi, il loro compito quotidiano. Non dei più riposanti, ammetterete.</p>
<p>Alcuni di loro avevano successo. “Si vendono, le mie scribacchiature!”. La trappola mondana – la tenaglia del mondo – si richiudeva su di loro. I loro libri si somigliavano sempre di più, tutto vi diventava sottile all’infinito: un dettaglio qui, una virgola lì. La tentazione del Libro (il dramma borghese, l’allegoria dagli echi pesantemente metafisici, il poliziesco) diventava sempre più forte. Si dicevano: “Non saranno forse la normalità della creazione, il bacio glaciale della Norma, a custodire la possibilità, per un artista, di sfuggire al <em>compito in classe</em> del faccia a faccia con un’identità nazionale nata come cenere, come rovina, come crimine? Perché noi? Perché <em>io</em>?”. Ebbene, dato che la loro opera per questo motivo diventava sempre più, e frontalmente, monolitica e muta, è lì che nasceva e permane la necessità imperiosa per chiunque di ascoltarli. Perché il silenzio delle loro migliaia di pagine aveva il sentore, una volta e per sempre, della negazione assoluta. Era il gelo intersiderale di un’arte che, a forza di ripetere i proprî presupposti ideologici, finisce col non dirli più, col renderli inaudibili, sommersi – che paradosso! – dal piccolo rumore bianco (come una “piccola musica”) della saliva al momento della loro emissione sonora. In poltiglia i carcami dei lupi del Verbo scesi in mute dalle montagne, come anche le colate di lava dell’odio per l’altro che racchiudevano – anche loro, anche noi – in sé.</p>
<p>Ascoltarli leggere le loro pagine era ascoltare i rumori infinitesimali prodotti da un Muro che, man mano che il denaro e la cecità degli uomini lo innalzavano più alto e più forte, si incrinava come sabbia secca.</p>
<p>Il <em>loro</em> Muro di merda, non certo il nostro, che stamattina ancora, al contrario, ci incantava con le sue sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante.</p>
<p><small>[“Il meridiano locale, o impropriamente meridiano, è il cerchio massimo della volta celeste passante per i poli celesti e per i poli dell’orizzonte.” (Wikipedia)</small></p>
<p><small>E così il mio meridiano è stato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/lentyta-maffiosa-une-histoire-drole/">scrivere in francese</a>, e poi tradurre in italiano, questa storiella da ridere.]</small></p>
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		<title>Contrappello!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/contrappello-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 15:37:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
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					<description><![CDATA[contrappèllo [kontrap&#8217;pɛllo] s.m. secondo appello, che si fa per verificare il precedente Il testo che segue è di Sherif El Sebaie (Torino, Piemonte, Italy) ed è stato pubblicato nel suo blog e segnalato nei commenti alla lettera di Diego Ianiro. effeffe Non vi sarà di certo sfuggito il mio silenzio in merito alle polemiche scaturite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/nazione-unon.jpg' title='nazione-unon.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/nazione-unon.thumbnail.jpg' alt='nazione-unon.jpg' /></a><br />
contrappèllo [kontrap&#8217;pɛllo]<br />
s.m. <em>secondo appello, che si fa per verificare il precedente</em></p>
<p><em>Il testo che segue  è di</em> <a href="http://salamelik.blogspot.com/2008/02/israele-la-fiera-e-le-polemiche.html">Sherif El Sebaie</a> (Torino, Piemonte, Italy) <em>ed è stato pubblicato nel suo blog e segnalato nei commenti alla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/#comments">lettera </a>di Diego Ianiro.</em><br />
effeffe</p>
<p>Non vi sarà di certo sfuggito il mio silenzio in merito alle polemiche scaturite dalla presenza di Israele come Ospite d&#8217;onore alla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). Ho sempre i miei buoni motivi per farlo, e uno di questi era attendere l&#8217;incontro avvenuto ieri presso il Centro Culturale Italo-arabo di Torino tra le autorità locali (rappresentate dall&#8217;Assessore alla Cultura della Regione Piemonte e dall&#8217;Assessore alla Cultura della Città di Torino), gli organizzatori della Fiera (rappresentati dal Presidente Rolando Picchioni e dal Direttore Ernesto Ferrero) ed i membri delle comunità arabo-islamiche cittadine, in presenza di un pubblico variegato costituito da associazioni pro-palestinesi, docenti universitari, centri sociali, autonomi, anarchici e via dicendo. </p>
<p><span id="more-5318"></span><br />
Prima di procedere con la mia relazione su questo importante incontro diretto &#8211; e non filtrato dai media &#8211; tra organizzatori, favorevoli e contestatori, tengo però a precisare alcune cose. La prima è la questione relativa alla prevista presenza dell&#8217;Egitto in qualità di Ospite d&#8217;onore, sostituito invece da Israele. Posso portare la mia diretta testimonianza dei fatti, essendo stato uno dei primi informati della probabile presenza dell&#8217;Egitto alla Fiera torinese e della successiva rinuncia.</p>
<p> All&#8217;epoca &#8211; e ancor prima che la stessa Fiera optasse per Israele come alternativa &#8211; ho chiesto personalmente sia al Direttore della manifestazione che ad alti esponenti del Governo egiziano il motivo dell&#8217;assenza. E posso tranquillamente confermare che è stato l&#8217;Egitto a preferire di demandare la propria partecipazione al 2009, anno in cui è prevista una serie di importanti mostre ed eventi legati al Paese dei Faraoni. D&#8217;altronde &#8211; per chi non lo sapesse &#8211; l&#8217;Egitto è ospite d&#8217;onore del Salone del Libro svizzero, dal 30 aprile al 4 maggio 2008: il governo egiziano ha quindi ritenuto opportuno distribuire la sua presenza temporale nel continente europeo piuttosto che concentrarla in un breve periodo di tempo.</p>
<p>Ma torniamo all&#8217;incontro di ieri. Ebbene, la stragrande maggioranza dei cittadini arabi e musulmani presenti &#8211; pur avendo ampiamente criticato lo stato di Israele in presenza del Presidente della Comunità ebraica torinese, Tullio Levi &#8211; era chiaramente contraria all&#8217;idea del boicottaggio. Le opinioni più accese &#8211; che in qualche caso sono sconfinate persino negli insulti e nelle provocazioni rivolte agli esponenti politici e agli organizzatori dell&#8217;incontro &#8211; sono provenute da cittadini ed organizzazioni italiane. Per amore di verità quindi, non si dovrebbe parlare di un boicottaggio arabo-islamico, anche se è vero che alcuni famosi scrittori ed intellettuali arabi e palestinesi (e in qualche caso persino israeliani) hanno chiaramente rifiutato di aderire alla Fiera in presenza di Israele. Ma almeno loro l&#8217;hanno fatto con stile. La verità è che le polemiche sono nate e si stanno sviluppando e surriscaldando solo in ambito italiano, tanto che si è persino avuto la sensazione che la questione palestinese fosse diventata una questione di emergenza nazionale, come &#8211; e forse più &#8211; della mafia o dei rifiuti a Napoli.</p>
<p> Il fatto che ci sia questa partecipazione e solidarizzazione con la questione palestinese non può che far piacere, ma non posso &#8211; no, non posso &#8211; essere d&#8217;accordo quando questa solidarietà si trasforma in un boomerang che danneggia la causa stessa. Ieri, più volte, si è accennato al fatto che con la presenza alla Fiera del Libro, Israele sta promuovendo un&#8217; immagine positiva dello Stato che non corrisponde alla realtà. Che gli scrittori israeliani presentati come acerrimi oppositori delle politiche israeliane altro non sono che testimonial sponsorizzati dal governo israeliano.</p>
<p> Ammettiamo pure che sia vero: sono perfettamente consapevole che spesso e volentieri anche il mondo della cultura o sedicente tale può prestarsi a basse operazioni di propaganda politica, specie in un clima di guerra. In Italia ci sono pregevoli esemplari di questa categoria. Ma il continuare ad affermare che tutte le voci critiche israeliane sono di fatto &#8220;specchietti per le allodole&#8221; non fa altro che promuovere l&#8217;immagine di un Israele monolitico e privo di senso critico, quell&#8217;Israele che vagheggia Magdi Allam e che esiste solo nella sua mente. C&#8217;è una fiorente produzione letteraria e cinematografica israeliana che non è affatto tenera con Israele. Qualcuno sostiene che si tratta di contributi censurati e criminalizzati. Perfetto, questa discussa Fiera potrebbe essere allora obbligata a dare loro ospitalità e visibilità, dato che anche questi contributi fanno parte &#8211; a pieno titolo &#8211; della cultura israeliana.</p>
<p>Per chi si è svegliato solo ora, tengo a ricordare che Israele si è fatto dedicare un anno intero, qui a Torino. Non capisco perché si stanno stracciando tutti le vesti per la presenza di quello stato alla Fiera del Libro, come se all&#8217;inaugurazione della più importante stagione musicale torinese non ci fosse proprio l&#8217;Orchestra sinfonica di Israele, o come se un imponente mostra sull&#8217;arte contemporanea organizzata da Palazzo Bricherasio non fosse dedicata proprio ad Israele. Che volete che vi dica? Che Israele è proprio bravo nel promuovere la propria immagine e nelle campagne di marketing? </p>
<p>Ebbene si. E scanso equivoci, lo stato israeliano ha provveduto a spiegare &#8211; per filo e per segno &#8211; in che cosa consisteva questa campagna e che cosa si voleva ottenere dall&#8217;opinione pubblica. Già questo basterebbe a smorzare le polemiche e a tranquillizzare gli animi più esagitati: non ci sono ebrei dissimulatori che complottano per rimbambire la gente ed &#8220;occupare&#8221; la Fiera. Forse è il caso allora che anche gli arabi e i loro sostenitori, piuttosto che fare le figure barbine di quelli che si oppongono alla cultura, confondendola con la politica, comincino a studiare le strategie israeliane di marketing, e soprattutto ad imparare &#8211; almeno per un po&#8217; &#8211; ad ascoltare l&#8217;acerrimo nemico di sempre, anche se totalmente schierato dalla parte della politica di Israele.</p>
<p> Ci rendiamo conto di quante volte anche gli arabi hanno perso occasioni d&#8217;oro per quel brutto vizio del boicottaggio? Come mai oggi l&#8217;Egitto si è ripreso il Sinai mentre i palestinesi stanno ancora sognando un mini-stato? Non è forse perché il presidente Sadat ha avuto persino il coraggio di recarsi a Gerusalemme e a parlare alla Knesset mentre gli arabi hanno preferito dipingere l&#8217;Egitto come traditore? </p>
<p>Ci rendiamo conto che i negoziatori palestinesi si recavano ai negoziati senza nemmeno carte geografiche mentre gli israeliani erano preparatissimi su tutto incluso il profilo psicologico dei negoziatori dall&#8217;altro lato del tavolo? Ci rendiamo conto di quanti miliardi di aiuti da paesi arabi e Unione Europea sono andati nelle tasche delle organizzazioni palestinesi senza che ci sia almeno una pubblicazione divulgativa sul punto di vista arabo nel conflitto? </p>
<p>E quel che è ancor peggio, ci rendiamo conto che l&#8217;unica volta in cui un&#8217;organizzazione islamica è riuscita a comprare una pagina su un gruppo di quotidiani italiani ha pubblicato un appello in cui ha paragonato Israele ai Nazisti riuscendo a far sollevare un coro bipartisan di indignazione politica e intellettuale, fino a farsi trascinare nei tribunali per istigazione all&#8217;odio razziale?</p>
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