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	<title>fiorino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storie di Fiorino: lago in collina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2021 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[fiorino]]></category>
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					<description><![CDATA[(l&#8217;ultima storia di Fiorino è qui) “Paolaaa!” “Sì, bestia?” Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-94021" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1.jpg 400w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><br />
(l&#8217;ultima storia di Fiorino è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/05/autunno/">qui</a>)<br />
“Paolaaa!”<br />
“Sì, bestia?”<br />
Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava Fiorino. E poi era contento, perché quella risposta la Paola l’aveva data al suo amico che l’aveva chiamata, non a lui; era meglio che l’amico, che era poi l’amico del cuore di quegli anni, fosse tenuto un po’ a distanza, perché la Paola piaceva a lui, oddìo, piaceva, sì, come s’intende questo verbo a quell’età, oscura e deliziosa, ma d’estate, in riva al lago, deliziosa proprio, senza tante svenevolezze e rigiri del cuore.<br />
La Paola era figlia di una collega della zia, maestre erano entrambe nella scuola elementare di San Bruno, ma né Fiorino né l’amico del cuore Ernesto le avevano come maestre. Ernesto poi era due anni più vecchio e questo gli conferiva un’aura di autorità, inconfessata ma ineludibile, aveva più esperienza, aveva amici più grandi, faceva allusioni appena intuibili, e qualche volta lasciava cadere delle informazioni scottanti nelle orecchie di Fiorino, che ci doveva pensare un po’ per ricostruirne il senso oscuramente eccitante.<br />
Ernesto e Fiorino andavano tutti i pomeriggi, nei quali i compiti non li occupavano eccessivamente, a fare una passeggiata sulle colline che stavano alle spalle di San Bruno: le colline moreniche, così le chiamavano i maestri che insegnavano la geografia locale, dalle quali, più su si andava, meglio si vedeva il grande lago, sempre un po’ più lontano, fino in mezzo in mezzo. Erano, quelle passeggiate, un inizio certo di educazione sentimentale, una scoperta di libertà espressiva, una conquista lenta e piacevole di comunicazione di nuovo sentire. C’erano delle piccole scalate, dei passaggi che bisognava fare carponi, qualche casa abbandonata sulla quale congetturare chissà quali storie; e c’era il tracciato della vecchia ferrovia, quella che s’era dovuta costruire quando era stato bombardato il viadotto che collegava tra loro due colline vicine, un bel viadotto con arcate a sesto acuto, quasi fossero d’una enorme chiesa gotica, le cui macerie erano rimaste per anni a testimoniare sui prati sottostanti gli orrori della guerra. Tutto il tracciato provvisorio della ferrovia si snodava in mezzo a campi e boschetti, se mettevi l’orecchio sulle rotaie, col cuore in gola, potevi sentire l’avvicinarsi del treno già da lontano.<br />
Era Ernesto che guidava, accettando talvolta, con regale condiscendenza, qualche proposta di Fiorino. Fatto sta che accadeva molto spesso che quelle passeggiate avessero come punto d’arrivo, o comunque di sosta privilegiata, uno spiazzo arioso e piacevole, intorno ad un laghetto, di quelli non grandi, e tuttavia inaspettatamente profondi, che si trovano ad interrompere i pendii delle colline. C’erano tante piante, di cui i ragazzi non conoscevano i nomi e anche tanti fiori, in primavera, quando il piacere di quelle passeggiate acquistava un sapore nuovo e ogni anno diverso; diventava – questo piacere – meno acerbo, e anche più fatalmente maturo, mai del tutto distaccato dalla consapevolezza di una perdita. Anche i fiori cambiavano spesso, e Fiorino ed Ernesto non ci pensavano molto, avevan da confidarsi i loro primi pensieri, da guardare per aria, da fissare il tremolio di quel piccolo specchio d’acqua, che aveva un nome che sapeva un po’ del dialetto del paese e un po’ di oriente misterioso; un nome che poteva essere pronunciato con l’accento un po’ rude che prediligeva le o chiuse, ma che allo stesso tempo conteneva suoni che facevano pensare a famosi edifici orientali.<br />
Ci fu un periodo, tra aprile e maggio, nel quale però i ragazzi rimasero perplessi a guardare l’apparire di una macchia di fiori, che crescevano, nella parte più lontana dal lago, su un terreno arido e sassoso, dove non sembrava che altra erba riuscisse a spuntare. Come degli steli alti e instabili che cominciavano a produrre dei boccioli inspiegabilmente neri, o comunque molto scuri. Fiorino li guardava con una certa inquietudine, e anche la ben nota sicurezza di Ernesto non era più tanto solida.<br />
Fiorino però, che non era mai certo delle proprie conoscenze, non se la sentiva di parlare di piante, era un argomento troppo gentile, quasi fuori luogo, di cui oltretutto non era esperto, da non sottolineare, semmai da gustare di riflesso; era persino disposto a pensare che potessero esistere dei fiori neri. Non aveva forse letto, tra i primi romanzi d’avventura che stavano bene in fila nella sua cameretta, Il tulipano nero, che raccontava una complicata storia, e anche un po’ torbida, dello scatenarsi di straordinari interessi intorno alla creazione di uno speciale tipo di tulipano, dal colore sempre più scuro, fino ad essere nero. E perché poi avrebbe dovuto rivestire un così grande interesse un tulipano nero? Certo erano molto più belli quelli rossi, o gialli, che qualche volta regalavano alla zia maestra.<br />
Ma quelli lì, non lontani dal bordo del laghetto della collina, non dovevano essere tulipani, non avevano quella rigidezza metallica, quel carattere inossidabile del tulipano. Erano sì appesi a steli abbastanza rigidi, ma più alti e con foglioline più tenere e gentili, e portavano delle specie di pannocchie con tanti boccioli, che non sembravano poter dar luogo a un fiore così squadrato come quello del  tulipano. Ma Fiorino era possibilista, la zia avrebbe certo saputo di che fiori si trattasse. La zia? Forse, però anche la Paola l’avrebbe saputo, lei che aveva un giardino ben più grande di quello della famiglia di Fiorino, e che ostentava sempre tanta sicurezza sui fiori che capitava loro di vedere.<br />
Ernesto invece, che pure di fiori poco sapeva, aveva sentito dire da qualche parte che gli unici colori che un fiore non poteva avere erano il verde, perché se no si sarebbe confuso con una foglia, e il nero. E quindi quei fiori dello spiazzo arido lo turbavano un po’; quando le certezze sono più rigide, scuoterle può essere più inquietante. Ma mentre parlavano dei fiori, passò il treno, lento sul suo provvisorio tracciato, che per qualche minuto soffocava ogni cosa col suo rumore e col suo vapore bianco e soffice. Sul treno c’era sempre qualcuno che salutava due ragazzini a spasso nella campagna e in pochi attimi frulli di pensieri svolavano su per le rotaie e i due sognavano già di essere su quei vagoni, diretti lontano, a Brescia forse, ma anche a Milano, a Torino, chissà. Una volta Fiorino era andato con la sua mamma in vacanza in un paesino della Liguria, da un’amica di famiglia, e avevano dovuto cambiare molti treni, sbuffanti vapore bianco. Quei treni erano per Fiorino macchine straordinarie e paurose, che gli incutevano, così come altri oggetti della vita, un misto di turbamento e di ammirazione.<br />
Fiorino aveva pensato qualche volta a questa strana mescolanza di sentimenti, e gli era parso di intuire che il turbamento andava scemando a misura che aumentava la conoscenza, il che era naturale, succedeva però anche che questo scemare era un po’ penoso, in quel turbamento era sempre mescolata una qualche gioia.<br />
Ne aveva parlato qualche volta con Ernesto, di questa faccenda e l’amico, che frequentava già il liceo, aveva detto di credere che tutto fosse legato a una certa formula, che suonava <em>odi et amo</em> e che si trovava in un grande poeta latino. Questa formula riguardava il territorio quasi inesplorato dell’amore e sembrava garantire che sempre con quel grande sentimento che doveva essere l’amore, si accompagnava un po’ di odio. Fiorino non capiva come, visto che se vuoi bene a una persona, non puoi contemporaneamente odiarla, e tuttavia avvertiva un’oscura somiglianza con quella storia dei treni, e un po’ anche con quei fiori neri che però … insomma, bisognava aspettare. E doveva anche avere a che fare con quell’altra storia che gli aveva raccontato suo padre non tanto tempo prima, che il voler bene è una cosa e l’amare è una cosa diversa, perché coinvolgeva degli aspetti che Fiorino ancora non controllava.<br />
Ormai del treno che era passato non lontano dal laghetto non rimaneva che un sentore di vapore nell’aria e i ragazzi erano già sul sentiero che tornava verso il paese su un differente percorso.</p>
<p>La Paola non frequentava il liceo, ma “la ragioneria”, una scuola che era arrivata da poco a San Bruno e che aveva subito raccolto molti studenti, che per tante ragioni non volevano immergersi nel “classico”. E poi diceva che voleva andare a fare la segretaria. Quindi al liceo non la si vedeva, però Fiorino aveva imparato che strada faceva quando andava a scuola la mattina e appena poteva andava a scuola in bicicletta: così <em>come per caso</em> la incrociava, e l’accompagnava, con quella posizione di superiorità che la bicicletta, anche a passo d’uomo, dà a chi accompagna qualcuno che cammina.<br />
“Lo sai che ho visto un fiore nero?” le disse Fiorino quella mattina.<br />
“Ma va’, scemo, chissà cosa ti ga visto” rispose la Paola, che aveva la mamma veneta e che quindi nei momenti di spontaneità usava qualche espressione dialettale; del resto anche il papà di Fiorino era veneto puro sangue e quindi lui capiva benissimo. Fiorino nominò il luogo del ritrovamento, ma la Paola non lo conosceva e dunque non poteva negare recisamente, rimaneva tuttavia in quella posizione di scherno appena accennato che cominciava a dare una parvenza di concretezza a quell’idea del poeta latino.<br />
“Ti portiamo noi a vederli quei fiori” propose Fiorino, che non osava dire “ti porto io”, sembrandogli di un’audacia improponibile, e coinvolgendo così, senza averglielo domandato, Ernesto in quest’impresa. “Non se ne parla” rispose subito La Paola, che spesso giocava a fare la ragazza irreprensibile “Chissà poi dove vorreste andare voi”.<br />
Fiorino non poté evitare di arrossire, tuttavia si fece forza e provò ad insistere, raccontando la bellezza dei luoghi e l’emozione del lago e dei fiori. La Paola non promise nulla, disse che forse avrebbe provato a dirlo alla mamma.<br />
Passò una settimana. Non era facilissimo incontrare la Paola quando attraversava “lo stradone” che separava la sua casa dalla scuola e qualche mattina Fiorino si alzava troppo tardi per permettersi quel giro in più; il preside non era tipo da tollerare ritardi, con quel suo fare secco e la voce tagliente che non ammetteva repliche. Come quando Fiorino, che era appena entrato al ginnasio. aveva creduto bene di scrivere sul giornalino del liceo, giornalino da poco inaugurato come elemento di grande apertura verso gli studenti, che gli insegnanti di italiano cambiavano ogni anno; così infatti aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Il preside aveva convocato Fiorino, che pure a scuola se la cavava bene, e gli aveva detto due parole secche secche a proposito dell’infangare il nome della scuola. Il giornalino aveva dovuto ospitare una smentita, ancorché un po’ ironica, di penna dello stesso Fiorino.<br />
La zia di Fiorino aveva comperato da poco un apparecchio televisivo, uno dei primi, che funzionavano talvolta e talvolta mostravano invece righe nere orizzontali difficilmente addomesticabili. Ma tale era la novità dell’apparecchio e delle sue prestazioni, che qualche amica veniva la sera a vedere quella nuova meraviglia e a sentirsi Lascia o raddoppia o qualche analogo intrattenimento. Una sera arrivò la mamma della Paola con la Paola e una delle sue quattro sorelle, la Fiorenza; intanto perché non si doveva far vedere che si andava solo con la figlia interessata, e interessata a cosa, poi? Inoltre così si allargava il pubblico e tutto diventava meno ufficiale.<br />
La Paola fece una cosa assolutamente incredibile, che Fiorino mai avrebbe osato pensare, disse cioè, prima dell’inizio dei programmi, con la sua bella, e studiata, spontaneità, al padre di Fiorino, che suo figlio l’aveva invitata ad andare a fare una passeggiata in campagna con lui. Il padre non si commosse minimamente, si limitò a pensare che suo figlio era meno timido di quanto lui pensasse e in qualche modo anzi si compiacque del fatto. Sembrò che in quattro e quattr’otto tutto fosse combinato per l’indomani, che era un sabato e quindi anche il regime dei compiti era un po’ più rilassato.<br />
Ma quel sabato piovve a dirotto e non ci fu nulla da fare.<br />
Certo la storia dei fiori neri era una scusa, questo Fiorino lo sapeva bene, sapeva che gli sarebbe piaciuto mostrare alla Paola i sentieri e i segreti che lui ed Ernesto avevano scoperto un po’ alla volta, in tutte le loro passeggiate. Naturalmente non tutto si poteva raccontare o mostrare alla Paola, non certo quell’indumento femminile che avevano trovato una volta intorno a una casa disabitata e sul quale avevano costruito un bel castello di adolescenziali fantasie, e che avevano poi accuratamente nascosto. E neanche i passaggi più difficili della passeggiata standard, con quel terreno che smottava e sul quale si rischiava di scivolare continuamente sbucciandosi gambe e braccia. Però altre cose sì, l’entrata nascosta e senza lucchetto nella cantina abbandonata, piena di ciarpame vecchio e polveroso e di sedie spagliate e anche di qualche pelle di biscia che magari avrebbe prodotto un brivido persino nella Paola. E poi vediamo se adesso crederà a quei fiori neri, pensava Fiorino, che non aveva ancora trovato il coraggio di raccontare ad Ernesto che aveva invitato la Paola in quel loro luogo intimo, luogo della collina e del cuore, che facevano tutt’uno.</p>
<p>Glielo disse all’uscita di scuola il lunedì dopo; Ernesto abitava vicinissimo al liceo, quindi non si poteva fare un pezzo di strada assieme all’uscita da scuola, ma si poteva fermarsi sotto casa sua a parlar fitto. Fiorino spiegò che la Paola s’intendeva di fiori perché aveva la mamma col giardino grande, che lei stessa coltivava e che quindi era praticamente una spedizione di studio. Non fu difficile convincere l’amico, anche perché sotto sotto anche a lui la Paola non dispiaceva, anche se ogni tanto parlava con nonchalance di una certa Lorenza, una delle grandi che faceva già l’ultimo anno e non si sapeva che università sarebbe mai andata a scegliere; con quella grinta che già manifestava. Ernesto stava abbottonato quanto alle sue esperienze femminili, un po’ perché Fiorino era piccolo e non bisognava scandalizzarlo, come veniva talvolta pubblicamente – e spiacevolmente – dichiarato, un po’ perché c’era poco da raccontare, un po’ anche perché Ernesto temeva di incontrare la disapprovazione di Fiorino, al cui giudizio, comunque, teneva. Dunque si fissò per mercoledì, tempo permettendo, perché giovedì era il giorno leggero, c’era ginnastica e religione. Mercoledì splendeva un bel sole fin dal mattino, Fiorino faticò un poco a concentrarsi alla lezione di greco; era ancora al primo anno di questa materia nuova e affascinante e ancora bisognava allenarsi per leggere speditamente quei caratteri e quegli accenti e ancora non era in grado di capire quanto leggeva, se non in rarissimi casi di vocaboli semplici e studiati da poco. “Aretè timèn férei”, quella frase che stava in uno degli esercizi sulla prima declinazione l’aveva colpito molto fin da principio, la virtù porta onore, sarà vero si domandava Fiorino, che nella sua piccola vita del dopoguerra, non aveva visto molti esempi di virtù; salvo la sua mamma, naturalmente, che però aveva troppo presto perduta; e gli era rimasta quella frase, pensando che forse la si poteva dire solo in greco, che sarebbe stonata in qualsiasi altra lingua; perché l’onore poi che cos’era di preciso, dopo averci molto pensato Fiorino arrivava alla conclusione che era la stessa cosa della virtù, e allora la frase tanto bella però si svuotava di senso; ma non doveva essere neanche esattamente così, l’onore era qualcosa di cui suo padre parlava molto come di cosa sacra e irrinunciabile e quindi bisognava imparare un po’ alla volta a intuirne lo spessore.</p>
<p>Alle due del pomeriggio suonarono alla porta e Fiorino, col boccone in gola, si precipitò ad aprire: erano arrivati assieme, la Paola ed Ernesto, ma s’eran trovati casualmente sullo stradone e la piccola punta nel cuore di Fiorino si smussò subito. Lui era già pronto, col maglioncino sulle spalle e delle scarpe grosse e pesanti, così uscì senz’altro con i due amici.</p>
<p>L’inizio della passeggiata era sempre lo stesso; bisognava guadagnare l’inizio delle colline percorrendo un pezzo di strada asfaltata, ma il traffico non era asfissiante e il tragitto passava rapidamente. Appena cominciava il sentiero cominciava anche la salita, che non era molto erta, era però lunga e continua; Fiorino preferiva fermarsi spesso a guardarsi intorno; e lo faceva perché il suo fisico non era di quelli robusti che resistono solidamente a qualsiasi fatica, il suo fiato non era pronto come quello dei suoi compagni, e Fiorino intuiva che non sarebbe mai stato un atleta e un arrampicatore: avrebbe sempre dovuto tollerare quella sua situazione senza dolersene troppo, o almeno non troppo pubblicamente; si poteva forse parlarne a qualche amico in quei momenti di confessione totale che facevano poi stare così bene; ma pochi amici andavano bene per questo, ed Ernesto non era certo tra questi. Di fronte alla Paola, poi, figuriamoci.<br />
Si fermarono spesso, a guardare il grande lago, che da lì cominciava a mostrare la forma del suo bacino inferiore, un po’ arrotondata e svasata e anche le margherite e le violette, che i due maschi mai avevano notato, ma che la Paola immediatamente individuò con molti commenti istruttivi sulla capacità d’osservazione dei maschi.<br />
Passarono la casa disabitata, evitarono con un piccolo giro la scalata con la terra che smottava e d’un tratto si trovarono sullo spiazzo del laghetto, in uno dei suoi momenti migliori; la superficie dell’acqua appena marezzata e un fresco che mitigava il calore dell’emozione di quella intimità. Non si sentiva cinguettio  di uccelli, né latrato di cani; ci si poteva arrendere ad un momento di quieto godimento di una natura ferma; tutti e tre si lasciarono contagiare da questa sensazione e la assaporarono senza fretta. Era ancora presto per il passaggio del treno e il resto del mondo poteva aspettare.<br />
Accadde improvvisamente: la Paola volse lo sguardo verso lo spiazzo arido, culla dei loro fiori neri, ed emise un grido di gioia spontanea: gli asfodeli, gli asfodeli!! E rise poi, rise con quella sua voce inimitabile, calma ed insieme emozionante, una voce che non evocava mai la tragedia, ma che tendeva a comunicare sicurezza. In cima agli steli che appena ondeggiavano alla brezza, nella parte bassa di quelle pannocchie, erano sbocciati degli stupendi fiori bianchi; “gli asfodeli” gridò la Paola, “che la mia mamma ama tanto e fatica a far crescere. Così sarebbero questi i vostri famosi fiori neri?” Aggiunse con quella sua affettuosa ironia, “Questi sarebbero?” Fiorino ed Ernesto non sapevano che dire, ma avevano indubbiamente di che osservare: quei boccioli neri della settimana precedente avevano incominciato a schiudersi e allora appariva la loro vera natura: dei petali candidi e lucenti da abbagliare; <em>asphodelus albus</em> confermò la Paola, che ancora sorrideva di piacere.<br />
“Quel nero che avete visto voi dementi era quello dell’esterno del bocciolo, è per meglio conservare il bianco che c’è dentro.”<br />
Fiorino taceva.<br />
“Ah ecco perché” si intromise Ernesto, che era un dannunziano convinto, “ecco perché D’Annunzio dice &#8220;funebri come gli asfodeli dell&#8217;Ade&#8221;, parlando delle sue parole, nelle <em>Stirpi canore</em>, che è tutta una festa di parole e di suoni”.<br />
E giù a parlare delle parole di D’Annunzio e di che tipo doveva essere stato quel poeta così raffinato e così matto e forse così malato.<br />
Un’altra inquietudine svaniva nella testa di Fiorino, il fiore nero non c’era più, trapassava dal nero al bianco, una palpabile metafora del progredire della conoscenza, Fiorino perdeva un&#8217;altra fonte di turbamento. Anche la pena del vivere mutava forma rapidamente.</p>
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		<title>Il mondo di Fiorino: autunno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Oct 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[autunno]]></category>
		<category><![CDATA[fiorino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Erano i mesi dell’autunno nebbioso. La quarta ginnasio era passata e Fiorino frequentava la quinta con qualche difficoltà iniziale. Stranezze, pensava suo padre, non abituato a dover firmare brutti voti. Il fatto è che Fiorino perdeva tempo, talvolta come in trance, e poi usciva spesso e aveva cominciato a vedere degli amici [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Desenzano-del-Garda-300x86.jpg" alt="" width="300" height="86" class="aligncenter size-medium wp-image-70009" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Desenzano-del-Garda-300x86.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Desenzano-del-Garda-768x220.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Desenzano-del-Garda-1024x294.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Desenzano-del-Garda.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Erano i mesi dell’autunno nebbioso. La quarta ginnasio era passata e Fiorino frequentava la quinta con qualche difficoltà iniziale. Stranezze, pensava suo padre, non abituato a dover firmare brutti voti. Il fatto è che Fiorino perdeva tempo, talvolta come in trance, e poi usciva spesso e aveva cominciato a vedere degli amici  nuovi, conosciuti tramite Ernesto. Susa era sparito ed Ernesto si portava dietro spesso un paio di altri ragazzi della sua età che parlavano diversamente e che, in particolare nei confronti di Fiorino, nettamente il più giovane del gruppo, mostravano una specie di affettato paternalismo.  Si vedevano nei tardi pomeriggi, bighellonavano per le strade di San Bruno, sotto i portici, ma anche nelle stradette oltre il duomo, vicino al lungolago. Fiorino stava spesso zitto, ad ascoltare e a pensare; pensava qualche volta per conto suo e qualche volta a quel che dicevano gli altri; diceva cose convenzionali, forse per paura di sbagliare, non erano persone alle quali aprire l’animo, come a Franco o a Giancarlo. E tuttavia Fiorino amava la compagnia, quel chiacchierare fitto nella luce filtrata dell’autunno, quei passi che ogni tanto si fermavano per capire meglio cosa si stava dicendo. Non c’era il rumore delle auto nelle zone dove andavano, c’erano dei nuovi mondi di conoscenza che facevano finta di essere da grandi, che imitavano le mosse dei grandi discorsi senza averne lo spessore, che tuttavia qualcosa agitavano nella mente, come un rimestamento in un magma informe per far affiorare ogni tanto una forma definita.<br />
Questi nuovi compagni di strada erano il Meme, piccoletto, sempre infagottato in un cappottino marrone a spina di pesce e poi Corrado, il maggiore d’età, più alto e con un soprabito grigio a doppio petto, sempre dritto sulla persona, spalle indietro, capelli tirati e radi sul biondo cenere, che parlava con un tono pacato e sicuro. Parlava però degli amorazzi che aveva sentito dire a San Bruno e di come fosse sfortunato tizio ad essersi imbattuto nella tale nel momento sbagliato. Quando qualche parola veniva detta, che qualcuno dei grandi pensava potesse offendere le orecchie ancor giovani di Fiorino, gli veniva chiesto scusa, così, quasi per vezzo. Fiorino sorrideva imbarazzato, assicurando che non si turbava per questo e non sapendo bene poi cosa dire, tanto gli sembravano poco naturali tali scuse.<br />
Un pomeriggio, con già l’invito del crepuscolo, incontrarono un ragazzo più vecchio di tutti, Alberto, forse già sui venti, che non andava più a scuola, era impiegato in qualche ufficio. Era di quelli che parlavano fitto, un po’ tra i baffi neri e corti e faceva lunghi racconti. Era triste quella sera e spiegò a tutti perché. Era morto giovane un suo caro amico, che anche gli altri vagamente conoscevano di vista, era uno di San Bruno che girava nell’ambiente della parrocchia. Quel che in particolare sconvolgeva Alberto era che solo poche sere prima di quell’avvenimento erano stati a chiacchierare e l’amico gli aveva parlato della vita e della morte, così, come spesso si faceva allora a vent’anni, con una sorta di tranquillo turbamento, come se fosse una cosa naturale; e veramente lo era, si disse Fiorino che quel pensiero l’aveva spesso. Fiorino in realtà credeva di essere lui un po’ strano a pensare così spesso alla morte e a tutto quello che la circonda, ma scoprì in pochi momenti che non era poi tanto strano. Si dipanò subito un discorso tra tutti, su quest’argomento così insolito, nel quale alcuni ruoli della piccola compagnia vennero rovesciati. Corrado aveva poco da dire, Ernesto parlò invece della sua nonna e di come l’aveva trovata una mattina dolcemente addormentata; il Meme si accalorò sulla questione dell’al di là e di dove si sarebbe poi andati e Fiorino, che aveva la triste esperienza della sua mamma che se n’era andata da pochi anni, arrivò a raccontare dei pensieri che quasi mai aveva raccontato perfino a se stesso. Pensieri sulla tristezza di vedere quelle casse, con quel che contenevano, nascondersi un po’ alla volta in terra, o infilarsi in un loculo di quella pietra che sembra sempre bianca e sporca dei cimiteri, ma anche pensieri di comunicazione con i “propri morti” – così egli li chiamava dentro di sé – come con dei mediatori di un dialogo con se stesso che trovava così uno sbocco più scorrevole. Questa possibilità che quella sera gli venne casualmente offerta di tirar fuori un grumo di riflessioni assai raramente comunicate fu vissuta da Fiorino come una affermazione di sé e della propria identità, di cui, più nascostamente ma anche più testardamente di altri, sempre andava in cerca.<br />
Si sentì esistente; pensò se stesso pensante – usò dentro di sé questa formula appena appresa da qualche insegnante filosofo – e fece un altro passo dentro la vita. La luce dei lampioni di San Bruno, di solito così fioca, sembrava più invitante, la nebbia più amica e Fiorino propose, inauditamente, di entrare in un caffè, pensando con tremore che le poche monete che tastava con le dita in tasca sarebbero forse state sufficienti per un caffè macchiato.<br />
Gli amici, vagamente stupiti, accettarono e trovarono un tavolo intorno al quale potersi sedere, per scaldarsi e raccontarsela il più a lungo possibile. Si sentivano più uguali quella sera, la morte, che già rende uguali dopo, aveva operato la stessa cosa anche prima, bastava parlarne tirando fuori quei pensieri fissi che, senza che normalmente apparisse, ognuno aveva.<br />
Quando uscirono dal caffè, nelle stradette illuminate dalla nebbiolina del crepuscolo che saliva dal lago, si rimisero a camminare, scambiando solo poche battute, ognuno assorbito da quel giro di discorsi che erano emersi anch’essi forse dal lago. Alberto, che aveva innescato la discussione, pareva imbarazzato per l’interesse che i suoi racconti avevano risvegliato, mentre il Meme ruminava tra sé e sé poche incomprensibili parole. Neppure Ernesto riusciva a sfoggiare qualche pensiero chiaro e distinto.<br />
Fiorino rifletteva inorridito che la morte di sua madre gli aveva permesso ora un ruolo insolitamente alto nella discussione con gli amici; che poi tanto amici non si potevano neppur dire – Fiorino stava sempre molto attento all’uso di quella parola – tranne Ernesto, s’intende. Gli altri erano come interlocutori che avevano però il pregio di schermare  la presenza talvolta ingombrante di Ernesto, e di creare un contesto nel quale Fiorino s’era sentito libero, e anzi spinto, a mostrarsi.<br />
Era ora di andare a casa per Fiorino, che doveva rispettare orari un po’ più rigidi degli altri. Si congedò con maggior sicurezza del solito e si avviò per la salita con un passo più certo.</p>
<p>Le precedenti storie di Fiorino sono <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/03/il-mondo-di-fiorino/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/03/il-mondo-di-fiorino/">qui</a> e anche <a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/03/01/campagna/">qui</a>.</p>
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		<title>Il mondo di Fiorino: estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 06:00:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani (la prima puntata è qui.) La provincia quell’estate non era poi così polverosa. O lo era forse nel senso che il paesetto dov&#8217;era la casa di Giancarlo lo si poteva raggiungere solo in macchina, o con vecchie corriere molto polverose. Ma una volta giunti, il verde arrivava subito a colpire gli occhi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>(<em>la prima puntata è</em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/03/il-mondo-di-fiorino/"><em>qui</em></a>.)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/il-fiume-Oglio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/il-fiume-Oglio-300x224.jpg" alt="" title="il fiume Oglio" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-28601" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/il-fiume-Oglio-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/il-fiume-Oglio.jpg 519w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La provincia quell’estate non era poi così polverosa. O lo era forse nel senso che il paesetto dov&#8217;era la casa di Giancarlo lo si poteva raggiungere solo in macchina, o con vecchie corriere molto polverose. Ma una volta giunti, il verde arrivava subito a colpire gli occhi e il naso. La casa era ai bordi del paese e aveva un giardino in pieno rigoglio. Non c’erano gli asfodeli, che Fiorino aveva imparato a riconoscere dopo la storia della Paola, ma c’era una festa di rose straordinarie di tanti colori e di tanti profumi che colpirono molto Fiorino.<br />
Era venuto, per quel lungo fine settimana, anche un altro amico di scuola e del collegio, Ermanno. Non era alto, aveva il naso aquilino, era leggermente strabico, e aveva la non comune abilità di aumentare a comando il proprio strabismo. Negli ultimi tempi erano stati spesso assieme, Giancarlo, Ermanno e Fiorino. <span id="more-28598"></span><br />
Era, e sarebbe stata, una caratteristica della vita di relazione di Fiorino, quella di appartenere a terzetti; tre sembrava essere un bel numero, adatto a una buona relazione amicale, consentiva dinamiche varie, senza dar luogo a eccessive gelosie.<br />
“Tre, soltanto tre – canticchiava ogni tanto il padre di Fiorino, così, inaspettatamente – sono le cose che piacciono a me” che però proseguiva “ma, una ce n’è, una ce n’è che ha da valer per tre” e Fiorino non capiva mai che cosa fosse questa cosa privilegiata.<br />
E poi la mamma di Fiorino aveva fatto a tempo a raccontargli la trama di qualche grande opera della letteratura, che le era sembrata particolarmente adatta alla fantasia del figlio, e a Fiorino era rimasta impressa la storia di <em>Pene d’amor perdute</em>, soprattutto per quel titolo, cosa saranno mai le pene d’amor perdute, pensava Fiorino, come si fa a perdere una pena d’amore, che già Fiorino stentava allora a immaginarsi. Eppure il titolo suonava così bene, pene d’amor perdute, un dolce settenario, dal tono lontano e misterioso. Però tutta la storia cominciava con quei tre amici intimi del re che facevano lo strano voto di studiare per tre anni senza mai divertirsi e senza mai pensare ad altro; ma poi erano arrivate tre donzelle…, e comunque il tre tornava fuori.</p>
<p>Tre dunque erano ora, com’erano stati con Ernesto e con Susa, e stavolta un anno era passato, c’era qualcosa in più rispetto a quell’altro primo terzetto. C’era come una componente fisica, un’attenzione al proprio corpo e al corpo degli altri che prometteva emozioni nuove.<br />
Si trovarono il venerdì pomeriggio alla casa di Giancarlo, che viveva con i genitori e con tre sorelle. La Zena, più piccola e con un bel sorriso, la Daria, la maggiore, bella molto, agli occhi di quegli adolescenti, e infine la Carlina, con il segno dell’acerbo sul viso, dai lineamenti ancora duri, lampeggianti da lontano, pochi sorrisi, solo qualche gesto. Si stava come in famiglia, a casa di Giancarlo, i genitori erano bravi a far sentire gli amici del figlio come figli anche loro, senza d’altra parte interferire nelle loro faccende e lasciandoli liberi come l’aria. Era bello perché di giorno giocavano e chiacchieravano tutti assieme, anche con qualcuna delle sorelle, mentre la sera, quando ci si ritirava a dormire, c’era l’intimità di loro tre. Con qualche brivido e qualche timore, da parte di Fiorino, che tendeva sempre ad avvertirsi come più timido degli altri, ad osare meno, almeno esternamente. Come ad esempio quella sera, non la prima che fu in verità una mezza nottata di confidenze e pensieri, ma la seconda, dopo che l’intimità era stata ampiamente rinsaldata, nella quale apparve qualche sfida più ardita, tipo mostrarselo a vicenda, quello, l’innominato, per il quale non c’era ancora un nome ben stabilito, farselo vedere appena, così, non per confronti, ma per il gesto in sé, per il bel gesto fuori norma. Perché così era Giancarlo, che aveva il ruolo dominante nel terzetto, per lui era il gesto ardito che contava, lo sprezzo per le convenzioni, la battuta, elegante ma in dialetto, per risolvere la discussione. </p>
<p>Questa del dialetto era un’altra faccenda difficile per Fiorino, che certo lo capiva, per aver sempre abitato, almeno da quando aveva tre anni, a San Bruno, ma non lo parlava, o se si azzardava a farlo, faceva come niente errori ridicoli; perché un errore in italiano, o in latino, si scusa subito, ma un errore in dialetto non è tollerabile, e del ridicolo è il colmo. E molti dei suoi amici il dialetto lo parlavano con naturalezza, perché in casa loro lo si usava correntemente. Nella casa di Fiorino invece ci si era sforzati di non parlarlo, anche perché il padre di Fiorino era veneto, e non lombardo, e poi il ragazzino doveva venir su con la lingua italiana, non con il dialetto, perbacco.</p>
<p>Fiorino, pur vergognandosi della propria vergogna, non si adattò a quella proposta esibizione e guardò con difficoltà a quelle degli amici. Questi risero un po’, ma ebbero il buon gusto di non insistere, Fiorino ebbe la sensazione che l’amicizia contasse ben più che la disponibilità a gesti sfrontati e dormì tranquillo; una delle prime volte che dormiva fuori di casa, affidato ad un’altra famiglia, con altre abitudini, altri interessi, altri pensieri. Si addormentò pensando al domani, c’era ancora un intero giorno di quella deliziosa e un po’ inaspettata vacanza, si poteva fare qualsiasi cosa.</p>
<p>E infatti i tre andarono al fiume. Non lontano dal paesetto in cui abitava Giancarlo, correva l’Oglio; correva per la campagna, con qualche ansa e qualche rapida tra il verde dell’estate. C’erano alberi a riparare dagli sguardi e c’era l’erba sul greto che rendeva piacevole il contatto dei piedi con la terra. Si trattava di provare a fare il bagno in quella poca acqua, poca e tuttavia corrente e con qualche pozza in cui sembrava ci si potesse inabissare. Fiorino non aveva portato costume da bagno da casa, perché alla presenza di quel corso d’acqua non aveva pensato, e quindi toccava fare il bagno in mutande, con quell’ombra di imbarazzo che Fiorino ben conosceva, e forse alimentava o almeno non rifuggiva; aveva in verità la confusa sensazione che Giancarlo lo amasse anche per questo, perché riconosceva un altro modo di essere, di cui avvertiva almeno una sfumatura di delicatezza. E comunque Fiorino aveva voglia del contatto con l’acqua, sapeva che avrebbe avuto una spiacevole sensazione di freddo, non era stoico, lui, ma sapeva anche che poi gli sarebbe piaciuto molto. Ma quella volta vi fu qualcosa in più del conosciuto piacere dell’acqua fresca, perché, non appena Fiorino si immerse nella corrente e provò a nuotare, staccando i piedi dal fondo, si sentì trascinare via, come da una forza inaspettata. Era la prima volta che Fiorino sperimentava una sensazione che lo inebriava e lo portava fuori di sé, sensazione che avrebbe poi provato qualche altra rara volta nella sua vita futura; era l’unico vero momento in cui Fiorino intendeva per un attimo di essere un pezzo di natura e non fuori di essa; era l’abbandono temibile ma appagante a qualche cosa di incontrollato che lo portava con sé. Era un attimo, un baleno invadente ed esigente che dura un tempo oggettivo così piccolo, ma che occupa un tempo mentale enorme. Un momento solitario e incomunicabile, nel quale gli amici erano spariti e Fiorino aveva per la prima volta la percezione di una vera personale identità.</p>
<p>Era capitato qualche settimana prima, subito dopo la fine della scuola, che Fiorino passeggiasse da solo in riva al lago a San Bruno, vicino a quel ponte sul canale<br />
<img loading="lazy" alt="" src="http://farm2.static.flickr.com/1186/1251275319_341478e044.jpg?v=0" title="ponte alla veneziana" class="alignright" width="500" height="332" /><br />
che metteva nella darsena del paese; era il crepuscolo, e Fiorino pensava per conto suo trasognato guardando il lago, ma guardando insieme anche il paese e le persone e le cose che lo circondavano, e lì si era trovato preda di una sensazione simile, non tanto di venir preso e trascinato via quanto piuttosto di appartenere ad un flusso complessivo, di cui si sentiva una piccola ma esistente parte. E questa percezione l’aveva comunicata, per quanto fosse possibile con le limitate e ingannevoli  parole che aveva a disposizione, a Giancarlo; il quale non aveva riso, qualcosa aveva colto e aveva cercato anche di mettere in comune quella sensazione con Ermanno, non appena ci si era visti tutti e tre.</p>
<p>Giancarlo, nel linguaggio dell’intimità dei tre, si chiamava John, era il John nome di battaglia e di eroismi, con quel sapore misto di Far West e di capitano dei mille mari. Ermanno era Sam, mentre Fiorino non aveva un vero e proprio appellativo fantastico, se non, per un breve tempo, Jim, che però non suonava benissimo e venne di fatto poco usato. Si cominciava talvolta a parlare di ragazze, Giancarlo spiegava delle tecniche e gli altri si chiedevano in cuor loro se lui le avesse davvero sperimentate, anche se non importava veramente, la bellezza era ascoltare John raccontare quegli episodi, sempre con quel tono a metà tra la burla e la sicurezza di chi ha già navigato. Era bello stare sulla riva dell’Oglio al fresco dell’erba e sentirlo scorrere leggero, come se fosse lui a lasciar passare un tempo lieve e senza ombre; solo qualche vibrazione trattenuta, gesti sottintesi, parole svagate.</p>
<p>Tornarono a casa adagio a piccoli passi; i genitori di Giancarlo, la madre gioviale e aperta, il padre, leggermente zoppo, denso di burbera generosità, li accolsero con la solita, quasi scontata, bonomia, e cenarono volentieri. Dopocena era prevista una piccola festa nell’aia della casa, cui partecipò qualche altro amico dei ragazzi e soprattutto le sorelle di Giancarlo. Anche se la Daria piaceva a Fiorino, che pur ne avvertiva l’irraggiungibilità anagrafica, Giancarlo cercava di mettergli vicino la Carlina, che era quella con l’età più vicina a quella di Fiorino. Tra giochi e penitenze, arrivò il momento in cui bisognava dare un bacio alla propria compagna e a Fiorino toccò per l’appunto di dover baciare la Carlina. Lì, in presenza di tutti, sulla bocca. Quel viso acerbo lo lasciava interdetto e imbarazzato, oltre a non sapere esattamente come si faceva un’operazione del genere, Ma il suo amico John lo spingeva e Fiorino si buttò – si fa per dire, naturalmente – e fu assai stupito della facilità del gesto, e del sapore di quelle piccole rigide labbra. Non vi fu piacere in quel gesto, solo l’emozione del nuovo. Fiorino guardava la Carlina col rimorso che non fosse stato in alcun modo preparato, che non ci fosse stato tempo di dirsi qualcosa prima, ma così era: non solo la Carlina era acerba.<br />
La sera si prolungava e trapassava ormai nella notte sull’aia; si cantò un po’, ma non successe più nulla che producesse una risonanza nel cuore di Fiorino: egli in fondo attendeva solo l’intimità della notte nella stanzetta con gli amici, quando ci si sarebbe potuti chiedere, ma allora la Carlina ti piace, oppure quando Giancarlo avrebbe raccontato dei suoi gesti trattenuti verso la sorella più grande, la Daria, l’irraggiungibile e fascinosa, grande e lontana e tuttavia desiderata e presente nelle fantasie dei più giovani. Uno squarcio su un altro mondo rappresentava quello, per Fiorino; forse, così egli pensava, un pezzo di vita vera, come doveva essere al di fuori dell’atmosfera ovattata delle consuetudini di San Bruno, tante nuove persone, gente più ricca dei suoi, l’invito per agosto nella loro casa in collina, un’automobile di proprietà. E poi Giancarlo che insegnava e interagiva diversamente dai sambrunesi, sempre un po’ scuri e trasandati.<br />
La notte passò con i grilli che cantavano subito fuori dalla finestra e Ermanno che parlava nel sonno.</p>
<p>La mattina si doveva far colazione e poi lo zio di Fiorino sarebbe venuto a prenderlo in macchina per riportarlo a casa. La Carlina si venne a sedere per il caffellatte vicino a Fiorino e ogni tanto lo guardava da sotto le ciglia ancora irregolari, ma con gli occhi tranquilli. Anche Fiorino era più tranquillo, forse perché ineluttabilmente se ne sarebbe andato e quindi non c’era più alcuna prospettiva di tremori, ma forse anche perché la notte aveva sedimentato quel po’ di dolcezza che era passata nella sera precedente. Fiorino fu affettuoso con la Carlina, si diedero un piccolo abbraccio e si salutarono. Con John si guardarono invece negli occhi a lungo, e John non abbassava lo sguardo e il sorriso complici. Erano quelli i momenti che Fiorino voleva afferrare e mantenere vivi nella memoria, perché capiva che erano quelli i momenti nei quali qualcosa di vero accadeva, qualche cosa di forte di cui bisognava conservare gelosamente la sensazione, per poterla rivivere nella memoria in qualsiasi momento futuro. Ci vediamo dopo l’estate si dissero, quando Giancarlo sarebbe tornato al collegio. </p>
<p>Che strappo di viscere erano per Fiorino quei momenti di allontanamento imposto dalle circostanze della vita, momenti nei quali cominciava a capire sulla sua pelle che i vincoli esterni condizionavano duramente i suoi desideri più vitali.</p>
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		<title>Il mondo di Fiorino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 12:50:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[fiorino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Era stata un’estate passata a giocare ai pirati di Mompracem intorno alla vasca del bucato, al piano terra della casa di Ernesto, in mezzo a un vasto cortile di cemento, senza erba, che circondava tutta la casa. Erano tre, quell’estate. Con Fiorino ed Ernesto veniva quasi sempre anche un ragazzo dagli occhi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/la-pancia-del-grande-lago.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/la-pancia-del-grande-lago-300x225.jpg" alt="la pancia del grande lago" title="la pancia del grande lago" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-28302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/la-pancia-del-grande-lago-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/la-pancia-del-grande-lago.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Era stata un’estate passata a giocare ai pirati di Mompracem intorno alla vasca del bucato, al piano terra della casa di Ernesto, in mezzo a un vasto cortile di cemento, senza erba, che circondava tutta la casa. Erano tre, quell’estate. Con Fiorino ed Ernesto veniva quasi sempre anche un ragazzo dagli occhi un po’ persi, che tutti chiamavano Susa, Fiorino non capì mai perché, se fosse cioè il suo vero nome o qualche appellativo inventato dalla fantasia degli amici. Tanto più che intorno a Susa circolavano delle dicerie bizzarre, a proposito di sue strane e passate malattie, connesse con quel mondo degli organi sessuali, di cui così poco era ancora dato sapere. Fiorino non sapeva neppure dove abitasse e nulla della sua famiglia; era solo un ragazzotto alto e biondo con i capelli a spazzola e la voce già un po’ roca. Faceva parte comunque di quegli amici con cui si poteva “fare a spade”. <span id="more-28303"></span>Sì, a spade, perché Fiorino aveva imparato a tagliare col suo coltellino dei rami di nocciolo del vicino boschetto, a intagliare un manico, che sembrasse cesellato, ad asportare la corteccia del ramo e a farne appunto una spada. Lui ed Ernesto avevano preso qualche lezione di scherma negli ultimi mesi, da un maestro che faceva il vetraio a San Bruno, e mettevano alla prova quell’arte nei vicoli intorno alla casa di Ernesto, vantando naturalmente una grande superiorità nei confronti dei vari ragazzetti che si cimentavano a battersi con loro. Susa era bravo, era dell’età di Ernesto, ed era stato un po’ alla volta aggregato ai due amici.<br />
Si muovevano intorno, e dentro, alla vasca di cemento, vero <em>praho</em> malese, e Ernesto faceva Sandokan e dettava le leggi dell’isola salgariana. Il più delle volte Susa impersonava Yanez, l’ineffabile portoghese, compagno di avventure e di mollezze. Fiorino, che era il più giovane, faceva il “fido” Tremal-Naik. A Fiorino non piaceva del tutto questo ruolo sempre subalterno, ma c’era da considerare che l’accettarlo gli permetteva di giocare sempre con i più grandi. Passavano pomeriggi di arrembaggi e di riposi all’ombra fresca dei maestosi alberi dell’isola dei pirati, di vendetta sul perfido baronetto di Sarawak che perseguitava Sandokan e di navigazione sugli agitati mari della Sonda. Non si andava al mare quell’estate, Fiorino stava volentieri fuori di casa, la sua mamma era morta da non molto e in casa aleggiava una non eludibile tristezza che si trascinava tra visite al cimitero e lettere listate a lutto.</p>
<p>Nel cuore di Fiorino il fiore dell’amicizia fioriva ormai rigogliosamente: egli trovava in quel nuovo tipo di relazione una possibilità di intensità emotiva, bella e piena. Un giorno Ernesto era venuto, come altre volte, a trovarlo a casa ed erano stati tranquilli nella cameretta da letto di Fiorino, lontani dagli sguardi e dalle orecchie indiscrete dei famigliari. Non chiacchieravano tutto il tempo, solo ogni tanto, e questo piaceva molto a Fiorino, prendevano entrambi un libro da leggere e si immergeva ognuno nelle sue pagine e nei suoi pensieri. E quel giorno, mentre Ernesto leggeva quietamente seduto sul tappeto che era steso sul lato del lettuccio di Fiorino, questi gli aveva accarezzato lentamente e lungamente i capelli, lisci e tirati indietro, con una grande tranquilla emozione nel cuore; rendendosi conto che si trattava di un gesto inusuale, e forse dai contorni arditi; Fiorino provò tuttavia una grande gioia in quel gesto, e ancora di più gli piacque che Ernesto non reagisse in alcun modo, se non accettando tranquillamente la carezza e continuando a leggere. L’emozione crebbe e passò poi, depositando nell’animo di Fiorino una qualche nuova consapevolezza e autonomia di pensieri; Ernesto faceva sempre il superiore, ma vi erano dei momenti magici nei quali sembrava si attingesse ad una vera parità di fondo. </p>
<p>	Venne l’autunno e Fiorino iniziò la seconda media, a San Bruno, il paesotto adagiato sulla pancia del grande lago. La sua sezione, nella scuola col grande cortile, era per lo più popolata dai “collegiali”; cioè da quei ragazzi, grandi e piccoli, che venivano spediti a San Bruno dalle famiglie di tutta la provincia, e anche da province contigue, a frequentare le scuole di San Bruno e in particolare poi il famoso classico, allora l’unico oltre quello del capoluogo. I collegiali costituivano un campionario di ragazzi di tipo assai vario, già diversi dai sambrunesi, e Fiorino, timido ma ansioso di relazioni, li scrutava con interesse.<br />
Era un’epoca di pensieri in formazione: fermentavano entusiasmi e malinconie.<br />
	Fiorino cominciò a costruire una certa familiarità con un gruppo di collegiali, già forti della relazione che veniva loro dalla vita condivisa nel collegio e volle poco alla volta inserirsi in quell’intimità che già un po’ invidiava, cercando  di frequentare i ragazzi anche oltre le ore di scuola, andando a trovarli, il che si poteva fare con qualche opportuno permesso, all’interno del convitto. Franco era quello che all’inizio lo attirava di più, forse perché sembrava tener fede al suo nome, aperto, con un sorriso che non ingannava, bruno e con la voce squillante. Amava, come Fiorino, i romanzi di Urania, quelli che uscivano settimanalmente e che Fiorino cominciava allora a frequentare; la fantascienza non conosceva confini di stelle e di tecnologie e Franco inoltre possedeva alcuni dei primi volumi della serie, di quelli che Fiorino, vedendone il titolo elencato nei volumi successivi, avrebbe tanto voluto leggere, mentre mai avrebbe osato ordinare un “arretrato”. Franco abitava in un paesino del mantovano e Fiorino non poteva certo in alcun modo andare a trovarlo d’estate, quando la scuola era chiusa, perciò occorreva approfittare dei giorni di scuola per praticare la relazione. </p>
<p>Tra gli altri vi era però Giancarlo, meno franco e aperto del primo, ma con un modo, uno sguardo e uno stile che lasciavano Fiorino senza fiato. Era avanti, Giancarlo, sapeva molte cose; fu lui che un giorno, chiacchierando un po’ alla corsara nel cortile della scuola durante l’intervallo, fece capire d’un lampo a Fiorino come succede la faccenda del sesso tra uomo e donna, come un’intuizione che proveniva dal mettere insieme tante notizie sparse che stavano già – in quei tempi in cui l’educazione sessuale non era neppure remotamente immaginabile – nella testa di Fiorino, ma che improvvisamente si coagularono alle parole di Giancarlo. Incuteva, come tutte le persone con un qualche spessore, un misto di sentimenti e di reazioni, il timore reverenziale di fronte a chi sa come maneggiare certi argomenti e insieme il desiderio di stargli vicino per assorbire quella sua sicurezza calda. Ecco, era quella la differenza con Ernesto, così se la ragionava Fiorino, la sicurezza di Ernesto era fredda, la sua voce glaciale, con una sfumatura fanfaronesca, quando dettava le sue regole o enunciava le sue convinzioni, mentre Giancarlo aveva fervore nella voce, molta decisione, anche, sì, ma molta più capacità di coinvolgere e attirare. </p>
<p>Nell’attrezzatura mentale di Fiorino c’era una singolare capacità di tenere insieme diverse anime e di disporsi in modo diverso a seconda del suo interlocutore. I giri di discorsi adatti ad Ernesto non erano certamente quelli giusti per le confidenze con Giancarlo, ma questo a Fiorino non dispiaceva, era anzi contento di questa possibilità di differenti registri, sarebbe però stato assai imbarazzato della contemporanea presenza di due così diversi amici.<br />
E amici andava detto, senza dubbio. Era quella parola quasi sacra ormai per Fiorino, che poteva venir proferita relativamente ad alcune persone soltanto, con piena consapevolezza. Durante l’estate appena trascorsa Fiorino e Franco s’erano scritti, e s’erano scambiati appunto qualche libro di fantascienza, ma quelle lettere erano in verità delle vere prove di intensa amicale relazione. Eran corse frasi di gran peso, come “il tuo migliore amico” che richiedevano un investimento emotivo e una convinzione grandi per le forze di un undicenne. E da allora quella parola aveva una risonanza unica nel cuore di Fiorino, e veniva amministrata e gestita con cura e con un qualche tremore.<br />
Si andava al campo sportivo, qualche volta, con i collegiali, a giocare al pallone e a correre belli liberi; era un posto al di fuori del controllo delle autorità del collegio o della famiglia e si poteva parlare e scherzare liberamente anche su temi difficili. Si formavano gruppetti interni al gruppo degli amici di Fiorino, come ritualmente, e ci si scambiavano battute, ammiccamenti e qualche carezza. L’erba del campo era verde e spensierata, le ragazze ancora non c’entravano, se non in qualche prima barzelletta, non era ancora il momento, era una storia di ragazzini.</p>
<p>Venne il compleanno di Fiorino, era primavera e a casa si preparò uno spuntino per tutti gli amici che Fiorino aveva scelto; quella sì che era un’occasione difficile, perché come si poteva mettere insieme Ernesto con il gruppo dei collegiali, e con qualche altro compagno di scuola, senza creare delle dissonanze, delle scabrosità? Alla fine Fiorino risolse di invitare solo Giancarlo, dei collegiali, perché di lui non poteva proprio fare a meno. E così il papà e la zia prepararono il tè con le paste, e con lo strudel, che era il dolce preferito, e con la tovaglia bianca, nella sala con le sedie damascate; usarono anche il servizio di piatti e di tazzine buono, quello che non veniva usato che in rare occasioni, perché era un regalo di nozze dei genitori di Fiorino, e romperne anche un solo pezzo sarebbe sembrato assai grave. Qualche amico arrivò con un libro in regalo, Fiorino si schermiva, cercava di nascondere l’imbarazzo e la contentezza del ruolo di protagonista che per un giorno gli toccava.<br />
Le occasioni in cui molti erano presenti erano le più favorevoli ad esaltare il tono un po’ spaccone di Ernesto, che, forte della sua più antica amicizia con Fiorino, cercava di accreditare un suo superiore potere.<br />
E fu così che accadde.<br />
Giancarlo disse una battuta ardita, con quel suo tono nobile e campagnolo insieme, con la sua bocca larga e sorridente e lo sguardo, appena beffardo, che non si abbassava. Anch’egli forse per testimoniare la sua recente ma forte amicizia. Ernesto non si lasciò sfuggire l’occasione per dirgli: “Stai attento che se fai ancora così, non ti invitiamo più”; e questo eccesso gli fu fatale.<br />
Fiorino non ribatté subito, ma registrò in cuor suo la battuta come un atroce affronto e non perdonò. Il compleanno si concluse senza drammi e ognuno prese la strada di casa, ma Fiorino ripeteva con rabbia dentro di sé quelle parole, domandandosi come Ernesto avesse osato assumersi un’iniziativa del genere, come avesse potuto rivendicare un potere di decidere chi invitare e chi no, quando questo potere spettava evidentemente solo a lui, Fiorino. </p>
<p>L’anno scolastico era alla fine, c’era da lavorare e Fiorino poteva benissimo stare a casa al pomeriggio senza dover giustificare assenze ai richiami degli amici; andava raramente, e un po’ imbronciato, a trovare Ernesto nella sua casa con la vasca di cemento e cominciò a pretendere di impersonare almeno Yanez, ma il gioco ormai stancava.<br />
Il padre di Fiorino, che vedeva da tempo di buon occhio l’amicizia con Ernesto, del cui padre egli pure era amico, si stupì sulle prime delle mutate abitudini del figlio, e un giorno decise di domandare a Fiorino ragione del suo nuovo comportamento; qualche lamentela doveva essergli arrivata dalla casa di Ernesto. Fiorino fu all’inizio reticente, ma alla fine decise di spiegare l’orrore che Ernesto aveva commesso, dato che a lui era chiarissimo che si trattava di un gesto imperdonabile. Riferì la frase, ma come era forse ovvio, il padre minimizzò, desideroso evidentemente di indurre il figlio ad una ragionevole rappacificazione, e così Fiorino cominciò a pensare che talvolta i genitori non si rendono conto dell’importanza delle parole..<br />
Ma il momento cruciale arrivò quando fu Ernesto che si decise ad entrare in argomento. Non fu facile, ma le difficoltà si affrontano ad ogni età. Ernesto dovette farsi forza e lasciar finalmente vedere che l’amicizia di Fiorino contava più di quanto non apparisse dalle battute che talvolta lasciava andare con leggerezza. Una volta che Fiorino era a Ferrara dagli zii, cosa che accadeva quasi regolarmente d’estate, si scrissero qualche lettera, e in una lettera di poco precedente al ritorno di Fiorino a casa, Ernesto scrisse di saperglielo dire, quando sarebbe tornato, che lui avrebbe esposto la bandiera gialla, segno di scarlattina a bordo; all’inizio Fiorino neppure aveva capito una simile battuta, un po’ ricercata, e poi comunque gli era parsa spiacevole. Ora si era creata una di quelle situazioni in cui chi ha sempre dimostrato un atteggiamento superiore, e che ha avuto oggettivamente un ruolo esternamente dominante nella relazione, doveva abbassarsi un poco, doveva metter fuori quella dose di subalternità che comunque ha e si tiene dentro. Ernesto chiese dunque a Fiorino, quasi bruscamente come mai aveva così rallentato le visite alla casa con la vasca di cemento e Fiorino rispose, andando a pescare in quella riserva di energia che è sempre a disposizione quando si è certi di avere un valido supporto emotivo. Ernesto non sospettava che si trattasse di quella frase; dapprima schernì, poi si schermì, minimizzando, molto toccato tuttavia dalla faccenda. Ernesto reagiva rabbiosamente nel vedere la possibilità di essere scalzato da quel <em>parvenu</em> provinciale dallo sguardo alto.<br />
Non era, quella di Fiorino, un’età in cui si perdona facilmente, né, quella di Ernesto un’età in cui si accettano facilmente lezioni da un ragazzetto più giovane di due anni. Non fu una spiegazione risolutiva e costruttiva, fu rugginosa e scabra e lasciò tanto di non detto. L’amicizia si trascinò stancamente per mesi e mesi fino a logorarsi al punto che il vedersi una volta ogni tanto non faceva più male, ma neanche tanto bene.<br />
Durante l’estate Fiorino tanto fece, che riuscì ad ottenere di andare un intero fine settimana a casa di Giancarlo, nella polverosa provincia.</p>
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