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	<title>Flavio Marcolini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Staccare la Spina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jul 2013 06:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Spina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Marcolini Dopo una breve malattia l&#8217;altroieri è morto a Brescia lo scrittore Alessandro Spina, che da anni viveva nel suo buen retiro in Franciacorta, in una tenuta secentesca nella campagna di Padergnone. Nato a Bengasi nel 1927, Alessandro Spina è stato per decenni lo pseudonimo di derivazione verghiana dietro il quale si è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Spina.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-46027" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Spina.jpg" alt="Spina" width="308" height="335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Spina.jpg 308w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Spina-275x300.jpg 275w" sizes="(max-width: 308px) 100vw, 308px" /></a>di <strong>Flavio Marcolini</strong></p>
<p>Dopo una breve malattia l&#8217;altroieri è morto a Brescia lo scrittore Alessandro Spina, che da anni viveva nel suo <i>buen retiro</i> in Franciacorta, in una tenuta secentesca nella campagna di Padergnone.</p>
<p>Nato a Bengasi nel 1927, Alessandro Spina è stato per decenni lo pseudonimo di derivazione verghiana dietro il quale si è celato Basili Khouzam, un facoltoso imprenditore milanese che in Libia aveva trascorso l&#8217;infanzia, dirigendovi poi l&#8217;azienda di famiglia dal 1953 al 1979.</p>
<p>Di  famiglia cristiano maronita, laureato in lettere con Mario Marcazzan, è stato un autore prolifico e un fine intellettuale, intrattenendo rapporti con figure di primo piano della cultura italiana: Bassani, Cristina Campo, Pietro Citati, Elémire Zolla, Vittorio Sereni, Alfredo Cattabiani e Claudio Magris.</p>
<p>Dopo il lungo soggiorno africano, era tornato in Italia dove viveva appartato dal mondo letterario. Schivo e riservato, Spina si era dedicato da sempre alla lettura, alla scrittura, al culto della musica (per anni si vantò di avere come unico lettore il compositore Camillo Togni) e dell&#8217;arte, coltivando pochi sceltissimi rapporti d’amicizia.</p>
<p>I numerosi romanzi (pubblicati via via da Mondadori, Garzanti, Rusconi, Scheiwiller, Ares, Morcelliana) costituiscono un ciclo narrativo ma unitario, che ripercorre con diversi spunti di estrema attualità la complessa e troppo spesso rimossa vicenda coloniale italiana: “Il giovane maronita”, “Le nozze di Omar”, “Il visitatore notturno”, “La commedia mentale”, “Le notti del Cairo”, “Ingresso a Babele”, “La riva della vita minore”. Pregevoli pure le “Storie di ufficiali”, dedicate al delicato tema dell&#8217;onore, e l’agile volumetto<i> </i>“Tempo e corruzione”.</p>
<p>Saggista e orientalista, aveva curato anche diverse traduzioni: la<i> </i>“Storia della città di rame”, le “Cinque novelle arabe”, la “Catastasi” di Sinesio di Cirene. Nel 2007 aveva vinto il Premio Bagutta con la monumentale opera “I confini dell’ombra” (ben 1268 pagine pubblicate da Morcelliana), nella quale aveva raccolto ben undici tomi della sua sterminata produzione. Pochi mesi dopo era di nuovo in libreria con i tre romanzi brevi raccolti in “Altre sponde” (Morcelliana, 2008).</p>
<p>Ma tutto era cominciato dall’apprezzamento che oltre cinquant’anni fa Cristina Campo ebbe modo di riservare alla sua novella “Giugno ‘40”, giudicandola “il miglior racconto scritto in lingua italiana”. “Lo mostrò a tutta Roma e questo cambiò la mia vita” ricordava Spina. Di quella vicenda, della figura della scrittrice toscana e della loro amicizia epistolare sono testimonianza due volumi, editi sempre da Morcelliana: “Conversazioni in Piazza Sant’Anselmo e altri scritti” (2002) e il prezioso “Carteggio” (2007).</p>
<p>Ai tempi dell&#8217;ultima guerra italiana in Libia era stato inseguito dalla stampa nazionale per un commento autorevole su quella tragedia e, più in generale, sulle “primavere arabe” nei paesi del Nord Africa, che conosceva come pochi in Italia. “Mi occupo di storia, non di cronaca”  si schermiva laconico, parco di informazioni anche sulle propria attività. “A questa età non c&#8217;è più tempo per orizzonti lunghi, non è più possibile incominciare alcunché”.</p>
<p>Eppure era stato al centro di una fitta rete di iniziative e attenzioni: nel 2009 la comunità di Bose gli aveva dedicato una singolare giornata di studi (gli atti sono stati pubblicati da “Humanitas”), nel 2011 “Paragone” lo aveva celebrato con un numero monografico e il quotidiano “Avvenire” gli aveva affidato dall&#8217;autunno del 2010 a quello del 2011 la rubrica settimanale ”realtà e finzione”, i cui articoli sono appena confluiti nel volume “Elogio dell&#8217;inattuale” (Morcelliana, 2013), l&#8217;ultimo guizzo del suo acume.<b></b></p>
<p>Luogo di culto frequentato con passione da un crescente numero di lettori innamorati della mente di uno dei più incisivi (almeno <i>sub specie aeternitatis</i>) quanto appartati <i>maître à penser</i> dell&#8217;Italia contemporanea, quei folgoranti pezzi d&#8217;autore hanno fatto scoprire o riscoprire, attraverso la sua penna attenta e cristallina, una nutrita serie di talenti misconosciuti del panorama culturale internazionale. Sotto la cifra stilistica della inattualità richiamata dal titolo, ad attestare una fisiologica estraneità allo stolto chiacchiericcio delle cronache mondane, le prose spiniane meditano e inducono a meditare sul destino nostro compagno, aiutando il lettore a disambiguarne gli enigmi. Lo scrittore vi ha disegnato l&#8217;affascinante cartografia dei suoi incontri, il dialogo incessante con i classici di una personalissima biblioteca ideale, la riflessione sul peso reale o fittizio dei contemporanei.</p>
<p>Fra affinità elettive e divergenze spiegate, questo ultimo libro, come molti degli altri in precedenza, ha proposto una letteratura concepita come esperienza di vita, delineando paesaggi narrativi e poetici di un nitore desueto.</p>
<p>Tutto quello che Alessandro Spina raccontava era pervaso di un’aura di autorevolezza, consegnato alla storia con un <i>allure</i> tenacemente aderente alla inattualità come ineludibile necessità per cogliere le persistenze nell’inesorabile scorrere del tempo.</p>
<p>“Delle guerre coloniali non importava a nessuno” – aveva detto al Festivaletteratura 2011 di Mantova, stigmatizzando “le scemenze scritte in Italia sulla guerra di Libia, che ha distrutto un terzo della popolazione”.</p>
<p>“Il senso di colpa non è al centro del nostro sistema mentale” osservava desolato. “Ci sono tanti Istituti per la storia della Resistenza ma, se almeno uno di essi venisse dedicato allo studio della resistenza libica, sarebbe un atto nobile e importante, un omaggio ai veri valori della Resistenza italiana”.</p>
<p>Da tempo non pensava più al futuro, Spina. “Non ho alcun progetto” ripeteva con la sua voce da crooner. “J&#8217;ai veçu, come diceva quel personaggio di un romanzo francese di ritorno da Parigi”.</p>
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		<title>Libero (di morire) come un fringuello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2013 06:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Apertura caccia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Marcolini &#160; Dopo esser emerso come una delle parti più sconvolgenti del libro “Further Away” dello scrittore americano Jonathan Franzen (tradotto l&#8217;anno scorso per Einaudi col titolo “Più lontano ancora”), il massacro dei fringuelli che si perpetrava ogni anno nella stagione delle migrazioni sul colle bresciano di San Zeno ora è entrato in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/fringuello-cartuccia.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-46004" alt="fringuello-cartuccia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/fringuello-cartuccia.jpg" width="251" height="263" /></a>di <strong>Flavio Marcolini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo esser emerso come una delle parti più sconvolgenti del libro “Further Away” dello scrittore americano Jonathan Franzen (tradotto l&#8217;anno scorso per Einaudi col titolo “Più lontano ancora”), il massacro dei fringuelli che si perpetrava ogni anno nella stagione delle migrazioni sul colle bresciano di San Zeno ora è entrato in un film prodotto dallo stesso Franzen e presentato con successo al Documentary Film Festival di Sheffield.</p>
<p>La pellicola si intitola “Emptying the Skies” ed è stata girata dal regista Douglas Kass in collaborazione con Andrea Rutigliano, Sergio Coen e Piero Liberati, tre volontari del comitato contro l&#8217;uccellagione Cabs, l’associazione nota nelle valli bresciane come &#8220;i tedeschi&#8221; e oggetto in passato di ordinanze ad hoc da parte di sindaci nonché di interrogazioni parlamentari per allontanarli da quelle zone.</p>
<p>Birdwatcher di lungo corso, Franzen guida qui lo spettatore attraverso i rischi e le emozioni dell&#8217;impegno anticaccia, argomentando l&#8217;importanza di porre fine a questa strage. La troupe di Kass ha seguito le azioni del Cabs a Cipro, in Francia e nel Bresciano, con il sequestro e la distruzione di migliaia di trappole, reti, rami cosparsi di vischio per catturare a tradimento gli uccelli, gli scontri con i bracconieri, le denunce e il coordinamento con le autorità giudiziarie.</p>
<p>“Lo scrittore ci contattò nel 2010 – racconta il portavoce del Cabs Andrea Rutigliano – per un suo articolo sul bracconaggio. Ci vedemmo poi a Cipro per due giorni, durante i quali fummo gravemente aggrediti dagli uccellatori, fatto poi narrato dallo scrittore. Pubblicato il racconto, Franzen mi scrisse che Roger Kass, produttore del celebre &#8216;A History of Violence&#8217;, aveva letto l&#8217;articolo e voleva trasporlo sugli schermi. Gli dissi che era un&#8217;idea che avevo in testa da tempo &#8211; una missione difficile, uccelli splendidi, panorami mozzafiato, suspence e dedizione &#8211; ma irrealizzabile senza finanziamenti. Roger mi chiamò e ci incontrammo in Francia. Dopo aver subito con noi alcune aggressioni oltralpe e a Cipro, nell&#8217;autunno 2011 la troupe venne nel Bresciano, dove le mostrammo gli archetti, le trappole e le reti piazzate intorno ai capanni dei cacciatori. Videro e registrarono l&#8217;illegalità totale che verteva intorno al mercato dei richiami vivi. Filmò le missioni del Nucleo Operativo Anticaccia, durante la tanto vituperata quanto efficace Operazione Pettirosso. Spiegai a Kass il quadro legale della Direttiva Uccelli e come la Regione Lombardia per 20 anni avesse scientemente piegato la giustizia autorizzando l&#8217;abbattimento sistematico di milioni di uccelli protetti (fringuelli, peppole, pispole, frosoni)”.</p>
<p>“L&#8217;anno prima – informa &#8211; mi ero recato a cercare archetti sul colle San Zeno e insieme a una volontaria inglese avevo rivisto per l&#8217;ennesima volta una scena allucinante. A poche decine di metri dal rifugio del Passabocche tre cacciatori sparavano in fila agli stormi di fringuelli che passavano a 5 metri sulle loro teste attraversando il valico. Si vedevano i piccoli uccelli cadere a decine sul prato, raccolti dalle solerti mogli dei cacciatori, alcuni saltellare via feriti nel bosco e perdersi fra le foglie, ignorati dai cacciatori che continuavano incessantemente a sparare sui gruppetti che migravano. Era una violenza disgustosa, lo dicevano anche gli escursionisti che assistevano allo spettacolo”.</p>
<p>“La settimana seguente – prosegue &#8211; mi reco da solo sul Passabocche. C&#8217;è nebbiolina bassa e un passo straordinario, come ogni anno a metá ottobre: passano fringuelli incessantemente, in piccoli gruppi, richiamandosi di continuo. Alle 7 non c&#8217;é nessuno stranamente, ma si sentono spari ogni secondo poco lontano. Cosí mi incammino in direzione di San Zeno, al passo Gale, quel lembo di colle che la Provincia ha tenuto aperto alla caccia. E&#8217; una raffica di colpi continui. Appena alle spalle del colle a terra vedo subito una pispola ferita, nessuno la reclama. Ha un&#8217;ala rotta dai pallini e saltella via terrorizzata. Io supero il dosso e mi trovo nel mezzo della scena del crimine: intorno a me ci sono una trentina di tiroavolisti che sparano in continuazione. Mi piazzo nel mezzo fingendomi un escursionista suicida e riprendo tutto, soprattutto il numero di spari al secondo. Due volte vengo colpito anche io, ma i cacciatori neanche mi dicono di spostarmi, talmente sono presi dalla foga di ammazzare tutti i fringuelli che passano sopra le loro teste. Riprendo scene comiche se non ci fosse da piangere: un cacciatore che per uccidere uno stormo si inarca fino a cadere all&#8217;indietro, i cani che corrono su e giú per star dietro alle decine di fringuelli che saltellano feriti dappertutto. Alla faccia dei controlli, della caccia in deroga in condizioni rigide e con piccoli numeri. È una carneficina che il video solo in parte riesce a rendere”.</p>
<p>Il fine settimana dopo Andrea torna con i volontari della Lega Abolizione Caccia, per rallentare il massacro e riprendere ancora. “Riusciamo nel secondo obiettivo, non nel primo” afferma. “I migratori devono passare per quel colle perché così gli insegnano milioni di anni di storia, e i cacciatori tirano su tutto, fringuelli, pispole, allodole, lucherini. Poi si accendono i richiami elettromagnetici nelle tasche per far tornare indietro quelli che si erano salvati al primo passo”.</p>
<p>Dopo aver ricevuto il film, il Commissario Ue all&#8217;Ambiente Janez Potočnik scrisse all&#8217;allora ministro Corrado Clini chiedendo la fine degli abusi sulle deroghe, “tant&#8217;è &#8211; osserva Andrea &#8211; che nel 2012 non c&#8217;é stato nessun &#8220;caso San Zeno&#8221; e i cacciatori si sono ritirati in buon ordine da quella zona. Come ha detto uno di loro, &#8216;questo video ha fatto piú male alla caccia di tanti anni di battaglie degli animalisti&#8217;. Quello che succedeva sul colle San Zeno accade ancora ogni giorno a Malta, in Francia, in Spagna, a Cipro. Fra i 200 e i 300 milioni di uccelli vengono uccisi dalla caccia intorno al Mediterraneo ogni anno; viene anche da chiedersi se la caccia non sia la prima causa di scomparsa degli uccelli in Europa”.</p>
<p>Ma questa pratica nel nord Italia non è scomparsa: “Scene analoghe &#8211; assicura &#8211; le abbiamo riviste sulle alture di Lumezzane, in aree off limit visto che le chiavi della strada di accesso le hanno solo i cacciatori, o sul passo del Lavidino.”</p>
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		<title>Un esercizio del diritto di critica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2005 14:13:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[aldo busi]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Marcolini]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo zega]]></category>
		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Marcolini I giudici della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno respinto il ricorso di Aldo Busi che si era sentito diffamato dalle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera del 27 novembre 1997 dall’allora direttore di Famiglia Cristiana don Leonardo Zega, il quale intervenendo su una puntata del Maurizio Costanzo Show aveva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Flavio Marcolini</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="famiglia_cristiana.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/famiglia_cristiana.jpg" width="168" height="71" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left/>I giudici della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno respinto il ricorso di <b>Aldo Busi</b> che si era sentito diffamato dalle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera del 27 novembre 1997 dall’allora direttore di <a href="http://www.sanpaolo.org/fc/default.htm"><i>Famiglia Cristiana</i></a> <b>don Leonardo Zega</b>, il quale intervenendo su una puntata del Maurizio Costanzo Show aveva dichiarato: «Si decide di trasmettere un dibattito sulla pedofilia e si affida il commento ad Aldo Busi, cioè ad uno che della pedofilia è aperto sostenitore e predicatore».  Secondo i giudici la sconcertante affermazione rientra nell’«esercizio del diritto di critica».<br />
<span id="more-970"></span><br />
Ricordiamo che il sacerdote giudicava inopportuna l’apparizione televisiva, in un dibattito dedicato a questa scottante problematica, di Aldo Busi che invece – per un precedente pronunciamento giudiziario del Tribunale competente – «aveva tutto il diritto a non vedersi tacciato di comportamenti che nell’immaginario collettivo vengono spesso impropriamente associati all’omosessualità».<br />
Naturalmente «don Zega non ha detto che Aldo Busi pratica la pedofilia, ma che sostiene la pedofilia come un valore positivo» – come si legge nella successiva sentenza della Corte d’appello. Insomma, il prete «non ha portato un attacco personale che involge i comportamenti di Busi, ma una critica a una posizione intellettuale estremamente provocatoria e radicale che, ostentata in forme clamorose e paradossali, comportava, secondo il punto di vista del sacerdote, rischi notevoli per il loro influsso sulla pubblica opinione».<br />
Ma che cosa aveva detto di tanto grave lo scrittore da Costanzo? Aveva ricordato che all’interno del fenomeno vi erano manifestazioni assai diverse tra loro e che il minore non è un essere asessuato, documentando quanto sostenuto con casi tratti dalla tradizione popolare scevra da qualsiasi forma di violenza sui minori.<br />
Ma secondo una precedente sentenza della Corte d’appello, don Zega  era «insorto contro manifestazioni di compromissione e di tolleranza verso la pedofilia, dal suo punto di vista ritenute inaccettabili, esercitando un diritto di critica che non è trasmodato in attacco personale, ama è rimasto nei limiti di un’aspra censura». Motivazioni riprese dalla Cassazione, che non ha accolto il ricorso di Busi, illustrato con la consueta abilità dialettica «senza indulgenza alcuna verso le forme di violenza o di abuso nei confronti dei minori». Cosa che peraltro è testimoniata non solo dalla sua cospicua opera letteraria, «che contiene dal primo all’ultimo libro un grido di dolore e disdegno verso l’infanzia violata», ma anche dalle sue numerose azioni concrete per il sostentamento di decine di ragazzi, per la loro promozione umana, per l’affermazione anche nel nostro paese di una educazione come pratica della libertà, che abbia come unico metro il valore assoluto della persona umana in sé e per sé.<br />
Lapidaria ieri la reazione di Busi alla notizia della sentenza: «I commenti li lascio agli italiani di buona volontà, di miglior intelligenza, di ottimo coraggio civile».</p>
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		<title>Busi tra Amici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2004 21:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo busi]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Marcolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Marcolini Ricevo questo intervento che pubblico molto volentieri. Non ho la tivù, e purtroppo non ho ancora seguito le lezioni televisive di Busi che ci segnala Marcolini. Voi sì? Che ne pensate? Ma a prescidere dal grande Aldo Busi, mi sembra un’occasione per continuare a riflettere sull’atteggiamento degli intellettuali verso la televisione (andarci?, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Flavio Marcolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/busi_aldo_tn.jpg" alt="busi_aldo_tn.jpg" align="left" border="0" height="166" hspace="4" vspace="2" width="201" /><em>Ricevo questo intervento che pubblico molto volentieri. Non ho la tivù, e purtroppo non ho ancora seguito le lezioni televisive di Busi che ci segnala Marcolini. Voi sì? Che ne pensate? Ma a prescidere dal grande <strong>Aldo Busi</strong>, mi sembra un’occasione per continuare a riflettere sull’atteggiamento degli intellettuali verso la televisione (andarci?, non andarci?) e in generale su un impegno culturale più popolare (o, per meglio dire, più pop), che tenga conto delle classi poco alfabetizzate e molto telebetizzate. T. S.</em></p>
<p>Non si può non dire tutto il bene possibile dell’opera di educazione civile che <strong>Aldo Busi</strong> da almeno vent’anni propone al paese. Se oggi l’Italia è un po’ più libera, colta, umana, lo deve anche ai suoi libri.</p>
<p>Ma stavolta lo scrittore di <strong>Montichiari</strong> si è imbarcato in un’impresa per molti osservatori più che discutibile. Ha accettato di condurre <strong>da febbraio a maggio</strong> una serie di <strong>lezioni settimanali</strong> sull’<strong>importanza della lettura</strong> (ma della cultura più in generale, visto lo stato di abbandono in cui versano le menti degli allievi) agli “<strong>Amici</strong>” di <strong>Maria De Filippi</strong>, il reality show quotidiano di <strong>Canale5</strong>, seguitissimo dagli adolescenti.<br />
<span id="more-339"></span><br />
Busi, 56 anni appena compiuti, si è preso l’impegno di recarsi ogni martedì a Roma per educare i giovani allievi di questa scuola privata per la formazione artistica, con una dedizione ed un entusiasmo paterni, degni forse di miglior causa.</p>
<p>Frammenti delle sue imperdibili lezioni vanno in onda per uno spazio di tempo che (tolti gli spot, le presentazioni e i ritardi della programmazione) complessivamente non supera i <strong>30 minuti ogni settimana</strong>. Ogni tanto lo si vede anche discutere con gli insegnanti, fare visita ai ragazzi nelle loro stanze, intrattenersi con loro sui reciproci vissuti. L’impressione è di un abissale divario, non solo e non tanto sul piano della conoscenza della lingua italiana e della preparazione culturale in senso molto lato (nella seconda lezione, ad esempio, Busi ha dovuto fare la sua bella fatica a spiegare agli allievi il significato dell’aggettivo sostantivato “velleitario” o dell’espressione “spada di Damocle”), ma soprattutto nella solida piattaforma valoriale che ispira da sempre l’etica busiana,  assolutamente sconosciuta a queste facce vestite uguali che per ogni occhio sembrano avere almeno due travi, che passano i pranzi e le cene a psicocaricarsi stolidi, demolendo virtualmente gli antagonisti, in vista della sfida finale che li porterà – se prescelti – a interpretare in ottobre il musical <strong>Footloose</strong> al <strong>Teatro Sistina di Roma</strong>, per la regia di <strong>Patrick Rossi Gastaldi</strong>.</p>
<p>Insomma, la spettacolarizzazione del darwinismo sociale ripreso in differita, cifra imbelle di una trasmissione del genere, appare completamente altro rispetto alla saggia e mite solitarietà che sa farsi aperta e pervicace solidarietà di un Aldo Busi che speriamo torni presto alle sue impavide battaglie libertarie per l’affermazione dei diritti e della dignità di tutti i cittadini. La corte dei miracoli virtuali lasciamola ai cortigiani.</p>
<p>________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Marzo 2004&#8221;</em></p>
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