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	<title>fondamentalismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il Rapimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jan 2011 16:22:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Chissà come hanno passato queste feste nell&#8217;America profonda, quella dei fondamentalisti cristiani, milioni di persone che credono nell&#8217;imminenza della Fine dei Tempi e vorrebbero l&#8217;instaurazione della teocrazia sulla Terra. Ne scrive Joe Bageant in un bel libro edito da Bruno Mondadori: “La Bibbia e il fucile. Cronache dall&#8217;America profonda”. Joe Bageant ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/rapture1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-37737" title="rapture(1)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/rapture1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Chissà come hanno passato queste feste nell&#8217;America profonda, quella dei fondamentalisti cristiani, milioni di persone che credono nell&#8217;imminenza della Fine dei Tempi e vorrebbero l&#8217;instaurazione della teocrazia sulla Terra. Ne scrive Joe Bageant in un bel libro edito da Bruno Mondadori: “La Bibbia e il fucile. Cronache dall&#8217;America profonda”. Joe Bageant ha un <a href="http://www.joebageant.com">blog </a>seguitissimo dai liberal americani. I quali da lui, che nell&#8217;America profonda vive (e la forza del libro sta proprio in questa sua capacità di raccontarla dall&#8217;interno), cercano di apprendere i fondamentali di un mondo che gli sfugge totalmente (così come succede anche da queste parti&#8230;). Cercano di recuperare notizie su un mondo di proletari in balia di un&#8217;egemonia culturale e religiosa di una destra fondamentalista e oscurantista (in questo senso, date le numerose affinità, il leghismo può essere letto anche come ulteriore tappa nell&#8217;americanizzazione dell&#8217;Italia).<span id="more-37735"></span> Un&#8217;America “provinciale” dove i diritti dei lavoratori non esistono, si soggiace al ricatto quotidiano, ci si indebita per vivere, si crede che se non si è conseguito il successo la colpa è da imputarsi solo a sé e dunque non si vuole la Social Security, in un impeto di etica autolesionista. Così si aspetta la Fine e l&#8217;Avvento del Regno, nella convinzione di essere i salvati che, prima delle carneficine finali, saranno assunti in cielo, “rapiti” proprio come dai marziani. E&#8217; l&#8217;idea del Rapimento, che a noi sembra assurda, ma che è moneta corrente da quelle parti. Si veda ad esempio, sul sito <a href="http://www.raptureready.com/rap2.html">Rapture Ready</a>, il <a href="http://www.raptureready.com/rap2.html">Rapture  Index</a>,  “il Dow Jones della Fine dei Tempi”. 45 categorie, dalla disoccupazione al satanismo, da Israele al liberalismo, ognuna con un punteggio. In questo momento l&#8217;indice è altissimo, 173, e le istruzioni avvertono: “allacciate le cinture di sicurezza”. Loro stanno per volare in cielo, noi al massacro. E siccome il satanismo è in ribasso, a quanto pare, potremmo, noi dannati, cantare allegramente &#8220;Sympathy for the devil”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 8/1/2011)</em></p>
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		<title>Appello a Sonia Gandhi in difesa della scrittrice Taslima Nasreen minacciata dai fondamentalisti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/appello-a-sonia-gandhi-in-difesa-della-scrittrice-taslima-nasreen-minacciata-dai-fondamentalisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 23:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[Gentile Signora Sonia Gandhi, Lei, che ha a radici nel Paese in cui viviamo, è stata ed è da tempo una delle figure più importanti e influenti della politica di una nazione laica tanto grande, complessa e piena di energia come l’India. Per questa ragione noi, intellettuali, poeti, artisti e scrittori italiani ci rivolgiamo a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Signora Sonia Gandhi,<br />
Lei, che ha a radici nel Paese in cui viviamo, è stata ed è da tempo una delle figure più importanti e influenti della politica di una nazione laica tanto grande, complessa e piena di energia come l’India.<br />
Per questa ragione noi, intellettuali, poeti, artisti e scrittori italiani ci rivolgiamo a Lei e le chiediamo di intervenire in aiuto di una grande scrittrice, nota in tutto il mondo e perseguitata da tempo per la sola colpa di amare la libertà e di combattere, da non credente, in nome dei diritti e della dignità delle donne di tutto il mondo: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Taslima_Nasreen">Taslima Nasreen</a>.<br />
Come Lei certamente sa Taslima Nasreen è di lingua e cultura bengalese, e da tempo le viene impedito di vivere nel suo paese, il Bangladesh, a causa delle minacce e delle pressioni dei gruppi di integralisti musulmani che le hanno scagliato contro ben due fatwah e posto diverse taglie sulla sua testa, per punire il suo orgoglio e contrastare la battaglia per la libertà e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. <span id="more-26067"></span><br />
Nonostante questo, Taslima Nasreen gira tutto il mondo per far conoscere la grandezza e la ricchezza della sua terra, della sua cultura, della sua lingua, senza per questo rinunciare ad esprimere liberamente il suo pensiero, senza temere di criticare ciò che qualsiasi società civile rifiuterebbe: la schiavitù della donna, i soprusi contro la sua intelligenza, la sua sensibilità e il suo corpo, nonché gli abusi da parte di un regime autoritario e teocratico.<br />
Dal 2004 fino a poco tempo fa, Taslima Nasreen viveva in esilio in India, paese che considera la sua patria adottiva, ma sin dal giorno del suo arrivo non si sono fatte attendere le minacce, le aggressioni, le campagne stampa diffamatorie orchestrate da gruppi integralisti musulmani. Questi attacchi hanno fatto sì, infine, che la scrittrice venisse allontanata anche dall’India.<br />
Da quel momento non le è più consentito di fare ritorno nella sua casa a Calcutta, dove sono ancora tutti i suoi beni, i suoi libri, ogni cosa che le appartiene, materialmente e sentimentalmente.<br />
Noi – che svolgiamo un lavoro tanto simile a quello di Taslima – possiamo soltanto immaginare quale terribile ferita, quale irrimediabile danno possa causare nella vita di una scrittrice l&#8217;esilio forzato, la lontananza imposta dalla propria lingua, il violento strappo che separa dalle radici a cui si sente di appartenere.<br />
Taslima non vuole vivere in Occidente, vuole tornare a risiedere là dov’è nata, nel subcontinente indiano. Se le fosse consentito di tornare a vivere in India, Taslima potrebbe fare molto di più nella lotta che da tempo la impegna per la difesa della dignità delle donne e per la diffusione della democrazia e dei diritti umani, ideali che sappiamo anche Lei condivide.<br />
Taslima ha già provato due volte a tornare in India, ma non appena arriva le viene comunicato l’ordine del Governo indiano di lasciare il paese.<br />
Troviamo tutto ciò scandaloso e indegno. Noi abbiamo la concreta speranza che Lei, Signora Gandhi, voglia intervenire affinché a una così importante scrittrice e poetessa, che da anni mette in gioco la sua vita in nome della libertà e della democrazia, sia infine permesso di tornare nella sua casa, tra la sua gente, circondata dal suono della sua lingua, nell’unico luogo dove, com’è suo diritto, lei desidera vivere.<br />
Lei, Signora Gandhi, è uno dei principali leader di un paese democratico e noi tutti, artisti, intellettuali e scrittori italiani, ci aspettiamo che faccia qualcosa per difendere il diritto di Taslima a tornare a casa, a dispetto di tutte le pressioni e le prepotenze dei fanatici, nemici della libertà e della convivenza.</p>
<p>Nel ringraziarLa della sua attenzione, Le inviamo i nostri più distinti saluti,</p>
<p><em>Lello Voce, Wu Ming, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Ermanno Cavazzoni, Dima Saad, Paolo Repetti, Franco &#8220;Bifo&#8221; Berardi, Gianni Biondillo, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Gabriele Frasca, Laura Pugno, Stefano Tassinari, Maria Rosa Cutrufelli, Kai Zen, Antonio Moresco, Sergio Baratto, Franco Buffoni, Luigi Nacci, Guido Barbujani, Simone Regazzoni, Giaime Alonge, Giovanna Cosenza, Marco Palladini, Tiziana Colusso, Chiara Daino, Guglielmo Pispisa, Monica Mazzitelli, Sergio Paoli, Nino G. D&#8217;Attis, Rossella Macchia, Giacomo Verde, Rosaria Lo Russo, Claudio Calia, Alberto Garlini, Maria Valente, Alberto Masala, Vanni Santoni, Simone Sarasso, Giuseppe Genna, Girolamo De Michele, Alessandra Daniele, Alberto Prunetti</em>.</p>
<p>[<em><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&#038;idappello=391115">qui</a> puoi firmare l&#8217;appello</em>]</p>
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		<title>Il cuoco è un mestiere pericoloso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/03/il-cuoco-e-un-mestiere-pericoloso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 06:43:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/samuel.jpg" alt="" title="samuel" width="292" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-11794" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, chef all’Hotel Oberoi che appartiene alla catena Hilton, ha raggiunto la sua famiglia con addosso la giacca bianca inamidata con cui quella sera aveva cominciato il suo servizio. Nella stessa parte della città-  Colaba, il quartiere di lusso vicino al porto e alla Gateway of India- ma in un luogo di cui la gran parte dei bombaiti ignorava verosimilmente l’esistenza, la cuoca indiana del centro ebraico scappa con il figlio del rabbino in braccio<span id="more-11793"></span>. Si chiama Sandra Samuel e lavora presso i Chabad-Lubavitch da cinque anni, ossia da quando Gavriel Holtzberg vi è arrivato da un precedente incarico in Thailandia insieme alla moglie Rivka. La cuoca ha una crocchia allentata e sghemba, le braccia della magrezza nervosa di chi lavora molto. Appare in un filmato di qualche anno prima, mentre prepara dei panini tipici askenaziti, fatti a girella e dolci, con gli stessi capelli attorcigliati per comodità, la stessa faccia che si presume già da tempo vecchia e destinata a rimanere uguale per molto tempo, solo un po’ meno stravolta di quella della foto in cui stringe il figlio del rabbino. Si era nascosta dentro una stanza con un altro inserviente, vi aveva passato tutta la sera, poi ha sentito “Sandra, Sandra”, era Moshe che la chiamava, l’aveva visto nascere e l’aveva accudito, non ce l’ha fatta a non seguire la voce del bambino. L’altro dipendente ha cercato di dissuaderla, ma lei è uscita dal nascondiglio, è salita al piano di sopra, l’ha trovato in una stanza dove c’erano quattro persone a terra e sangue dappertutto, non si è chiesta chi fossero e se fossero vive o morte, ha visto abbastanza per afferrare il figlio del suo datore di lavoro e fuggire. Erano passate le undici di sera, i terroristi stavano sul tetto, anche questo l’aveva visto prima di agire, ma quando è corsa fuori dall’edificio le hanno sparato dietro. Moshe aveva i vestiti sporchi di sangue e stringeva un peluche non meglio identificato di colore azzurro. Ora sta con i nonni materni venuti da Israele, ma l’unica persona a cui risponde è Sandra. Il giorno dopo essere stato salvato e essere diventato orfano, ha compiuto due anni.<br />
Nelle foto da cerimonia apparse sui giornali per commemorarli, Gavriel e Rivka Holztberg incarnano quasi perfettamente l’iconografia dei Chassidim ultraortodossi, così come sono iscritti in un immaginario identico nei secoli che appartiene all’Est Europa e all’occidente e sembrano la cosa più lontana da quello legato all’India. Gene Wilder, rabbi yiddish che gira a cavallo fra i fuorilegge nella commedia &#8220;Scusi, dove è il West?&#8221;, con la sua barba  più folta e altrettanto rossa di quella del suo reale collega di Bombay, appare meno assurdo. Ma è proprio la misura della barba il dettaglio con cui il rabbino Holtzberg tradisce le aspettative. E’ troppo corta, è troppo giovane, il figlio di un macellaio kasher di Brooklyn. Aveva  29 anni, sua moglie 28, quando sono stati uccisi.<br />
Nel filmino ripescato dalla tv del quotidiano israeliano “Haaretz”, dove si vede pure Sandra Samuel intenta a formare e allineare su una teglia i panini, gli Holtzberg risultano soprattutto questo: giovani. Al posto del grande cappello nero, Gavriel ha in testa una piccola kippah, la camicia bianca gli penzola dai pantaloni insieme ai filatteri, Rivka indossa una maglietta verde mela con dei fiorellini e ha dei capelli castani lisci e lunghi alle spalle che sembrano quelli di una qualsiasi ragazza: non la parrucca indossata dalle ortodosse dopo il matrimonio. Pur con gli occhiali, è carina.<br />
I Chabad-Lubavitch sono arcaici e moderni, applicano una sorta di spirito missionario all’interno dell’ebraismo, l’accoglienza anche solo occasionale di chi è lontano e lontanissimo dai precetti della torah li ha fatti diventare un movimento fortissimo e gli ha spinti in tutti gli angoli del mondo, pure in Thailandia e a Bombay. Gli Holtzberg non sono venuti principalmente per assistere le poche centinaia di vecchi scuri di pelle e donne in sari che con la loro ortodossia askenazita non c’entrano un bel nulla, ossia quel che rimane degli ebrei autoctoni nella città che ebbe la sua prima sinagoga nel settecento e deve la sua ascesa anche alla dinastia dei Sassoon di Baghdad, mercanti e poi banchieri che fecero costruire sinagoghe, librerie e persino i docks di Colaba che ospitano ancora oggi il mercato del pesce. I Bene Israel, comunità che si ritiene giunta in India dalla Galilea due secoli prima che vi crescesse Gesù Cristo, ora sono quasi tutti immigrati in Israele, dove si confrontano con le diffidenze e discriminazioni riservate ad altre minoranze ebree “etniche”. Gli Holtzberg si occupavano soprattutto di israeliani, uomini d’affari e principalmente di turisti, quel tipo di turista che viene in India per lasciarsi alle spalle le costrizioni della sua vita fra cui, nel caso specifico, il servizio militare figura ai primi posti. Passavano il loro tempo anche ad assistere i correligionari con problemi di tossicodipendenza o ad andare a visitare quelli finiti in carcere, senza domande, senza cercare di capire chi fra gli smarriti si portava dietro un trauma o era un disertore che poteva rivolgersi a loro, ma non al consolato.<br />
Insieme ai loro, sono stati ritrovati i corpi di altri sette ebrei o israeliani, tre dei quali a tutt’oggi non hanno ancora un nome, il che forse dice qualcosa della loro identità in fuga. Nove morti il cui peso sta nel fatto che siano stati deliberatamente scovati, presi in ostaggio e uccisi, più che nel numero:anche se in proporzione è superiore a quello degli altri stranieri ammazzati, inclusi gli americani e i britannici, i quali, pur essendo stati il bersaglio prediletto, formano in ogni caso nemmeno un terzo delle vittime. Il resto sono indiani come Sandra Samuel, come i quattromila che persero la vita negli attentati compiuti da fondamentalisti sia islamici che indù solo negli ultimi quattro anni, morti che, in molti casi, lontani dalla loro terra non avevano pressoché fatto notizia.<br />
Per fare propaganda col sangue, non serve ammazzarne il più possibile, bisogna colpire quelli giusti nei posti giusti, quelli che non potranno essere ignorati o dimenticati dal resto del mondo il giorno dopo, come è accaduto alle centinaia di vittime del treno pendolare fatto saltare sempre a Bombay solo due anni fa. L’orrore per farsi recepire deve avvalersi di grammatiche di morte universali, grammatiche di cui fa parte l’antiebraismo, e anche se l’attacco di questi giorni, al pari dei molti precedenti, avesse mirato principalmente alla causa dell’annessione al Pakistan del Kashmir, stavolta il suo idioma è stato forte e chiarissimo. L’orrore produce un mondo unito, unito e rattrappito dalla violenza, e genera nel mondo una contrattura irreversibile. Chi fugge dai conflitti a casa propria,  può finire per esserne mietuto nel luogo dove ha cercato relax e oblio, e diventa un lavoro pericoloso non solo fare il rabbino, ma pure il cuoco è un mestiere eroico e a rischio, e questo non per sbaglio o accidente, ma perché la sua presenza è richiesta nei templi del consumo e del capitalismo, nei luoghi da colpire, nei luoghi simbolo. Nel ristorante “Towers of the World”, posto all’ultimo piano delle Torri Gemelle, non si è salvato nessun cuoco, cameriere o sguattero. All’Oberoi di Bombay, lo chef Lattanzi non avrebbe mai compiuto il suo gesto di semplice amore e coraggio, se non avesse comunicato con sua moglie via sms, se sua figlia non avesse preso il biberon, e se, prima di tutto, andare all’estero non fosse una delle migliori opportunità per migliaia di cuochi italiani, un esercito invisibile sparpagliato dagli alberghi a cinque stelle alle più sperdute pizzerie “Bell’Italia” o “Vesuvio” aperte in ogni angolo del mondo. La diaspora dei cuochi italiani prima di trovare il suo eroe in Lattanzi, ha avuto il suo caduto, il suo martire. Antonio Amato nel maggio 2004 è stato giustiziato con tre colpi di pistola insieme ad altri dieci ad Al Khobar, zona di estrazione del petrolio in Arabia Saudita, nel corso di un attentato qaedista a un complesso residenziale per stranieri non casualmente chiamato “Oasis”. Aveva trentacinque anni e dirigeva da tre mesi il lussuoso ristorante “Casa mia”. Veniva da Giugliano in Campania, per l’esattezza da Varcaturo, la stessa frazione sulla domiziana dove l’undici luglio di quest’anno i Casalesi hanno ucciso il gestore del lido balneare “La Fiorente”, poi, nel raggio di pochi chilometri e nel giro di pochi mesi, un’altra decina di innocenti, fra cui un gestore di una sala giochi, un dipendente di un’impresa di pompe funebri, sette africani: muratori, sarti, elettricisti. Nel mondo piccolissimo della violenza ogni mestiere è a rischio e nessun luogo è altrove.</p>
<p><em>pubblicato il 2.12.2008 sul &#8220;Riformista&#8221;.</em></p>
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