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	<title>francesca mazzucato &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pariscoop! &#8211; Carmine Vitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 May 2011 06:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Carmine Vitale]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[Parigi, sogni e strade di una città, , Historica Edizioni di Carmine Vitale (estratti) C’è una foto scattata a dei manichini silenziosi che guardano un’apertura al centro di un palazzo. Parigi è questa storia, anche senza le voci, gli sguardi, in un silenzio assordante ha un cuore pulsante. Potrebbe fare a meno delle persone, dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Cop_Parigi_mini.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Cop_Parigi_mini.jpg" alt="" title="Cop_Parigi_mini" width="150" height="206" class="alignleft size-full wp-image-39073" /></a></p>
<p><strong>Parigi,</strong> <em>sogni e strade di una città, </em>, Historica Edizioni<br />
di<br />
<strong>Carmine Vitale</strong><br />
(estratti)</p>
<p>C’è una foto scattata a dei manichini silenziosi che guardano un’apertura al centro di un palazzo. Parigi è questa storia, anche senza le voci, gli sguardi, in un silenzio assordante ha un cuore pulsante. Potrebbe fare a meno delle persone, dei volti: ha un proprio asse, ci gira intorno il sole come una terra a parte, con queste sue strade che non ti lasciano neanche il tempo di dire come un corpo estraneo qui non possa mai entrare, è un lampo che dà stupore, rabbia, o dolore veloce, cose che si fondono insieme agli alberi e alle foglie, nel pieno centro del tuo cuore. È arte allo stato puro, è una montagna incantata, è la stella Assenzio, ars poetica, caffè, spirito delle leggi, è scadenze, ritorni, salvezza. Come a La Ruche dove c’è una scritta sul muro che ti guida: «<em>Tutti coloro che lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza»</em>.<br />
<span id="more-39072"></span><br />
<figure id="attachment_39075" aria-describedby="caption-attachment-39075" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-300x225.jpg" alt="" title="IMG_1954" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-39075" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39075" class="wp-caption-text">Paristiques- Immagine di Francesco Forlani</figcaption></figure></p>
<p>L’Alveare è un luogo artistico, un purissimo santuario delle arti dove dal 1902 si alternano artisti di tutto il mondo. Situato nel quartiere Vaugirard ai confini di al “2, Montparnasse Passagge de Dantzig”, la Ruche è una vecchia struttura a forma poligonale che ha dato ospitalità a molti dei più grandi pittori e scultori del novecento. Chi abitava alla Ruche doveva pagare un bassissimo affitto che quasi mai gli artisti pagavano, ma Alfred Boucher non ha mai cacciato via nessuno. Né Alexander Archipenko, Modigliani, Marc Chagall, Léger, Soutine, né Kremegne, Kikoine, Zadkine, Diego Rivera, Ardengo Soffici, Lipchitz, Marcel Damboise, e tanti, tantissimi altri. La Ruche ha rischiato molte volte la pelle, la demolizione. Ma mi piace immaginare che grazie all’amore si è sempre salvata. Perché non bisogna farsi ingannare e anche se non ci fosse più la speranza di cambiare il mondo, che nulla meritasse più il nostro amore, che ci resterebbe da fare?<br />
Salvare i nostri ricordi anche fuori tempo massimo. I ricordi possono diventare un business delle passioni, una risorsa, il punto di partenza di visite su cui impostare un ciclo degli amori sotto il profilo della Torre Eiffel.<br />
Ci sono casi in cui definire passioni i ricordi può sembrare un paradosso. Esistono infatti cuori, anime private, storie esemplari che dimostrano come i ricordi che buttiamo, possono tornare a nuova vita sotto forme diverse e rientrare nel cuore dalla porta principale.<br />
(&#8230;)<br />
In Rue de Cascades, in questa parte di Parigi che sembra ancora un villaggio, sorge il centro intitolato a Louise Michel, l’attivista libertaria della Comune parigina. A volerlo, alimentarlo, gestirlo in una parte della sua casa c’è una figura straordinaria, fuori da<br />
ogni tempo: Lucio Urtubia. Uno dei massimi magistrati francesi, pensando a lui ha affermato: «Lucio rappresenta più o meno quello che io avrei voluto diventare nella vita». Falsario, rivoluzionario, anarchico, maestro dell’essenziale, è un navarro che ha inseguito il sogno della giustizia sociale, attraversando i sogni. Dal 1954 esule in Francia, divenne famoso come falsario. Oggi è in pensione e mantiene vivo il sogno di chiunque attraversi la soglia sempre aperta della sua casa perché: «Ho sempre creduto che nella vita nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome. Ignoriamo ancora del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore – ben misere cose il denaro e il potere ‒ e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere. Come ora qui sotto un cielo azzurro a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?».</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
<em>Quando Carmine Vitale mi annunciò che  Francesca Mazzucato,  gli aveva chiesto di pubblicare un libro nella sua collana <a href="http://cahierdiviaggio.blogspot.com/">Cahier di Viaggio</a> (Historica Edizioni) la notizia mi aveva reso felice. Felice perché quando scopri un autore- si badi bene che chi scopre ha meno meriti di chi si è lasciato scoprire ed   era successo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/09/usura-triptyque/"> qualche tempo prima</a>&#8211; non c&#8217;è gioia maggiore della condivisione della &#8220;scoperta&#8221; con altri esploratori, e con i lettori che spero davvero siano tanti  Nella mia quasi ventennale residenza a Parigi, ho accolto diverse centinaia di persone secondo il famoso teorema dei circoli affettivi, prima i parenti e gli amici, poi gli amici degli amici eccetera eccetera. I primi anni, lasciavo agli ospiti degli itinerari su fogli sparsi, </em><em>un jour après l&#8217;autre,</em> e in qualche modo funzionavano visto che a distanza di anni, gli stessi  ospiti, rammentavano gli stessi con riconoscenza. Del resto quegli itinerari erano il frutto di un <em>sur place,</em> quasi militante, mica di un Erasmus o un viaggio di Nozze!  Un giorno, però, avevo dimenticato di compilare per i miei ospiti  il famoso vademecum  e così in serata,  prima che affrontassi la cosa i due, era una giovane coppia, cominciarono il racconto della giornata, l&#8217;epica del proprio casuale itinerario con tale dovizia di particolari e ritmo di narrazione che mi lasciarono basito. Cos&#8217;era che rendeva  quel racconto migliore dell&#8217;altro, ovvero del racconto dell&#8217; esperienza che avrebbero fatto dei miei itinerari? Quel che lo faceva inimitabile era il loro essere &#8220;unico&#8221;. Il &#8220;loro&#8221; itinerario era una abito fatto su misura &#8211; qui Carmine mi capisce- cucito, tagliato, con aghi e forbici che non avrebbero servito nessun altro. Ecco perché questo libro è prezioso, secondo me. Perché insegna ad amare l&#8217;unico modo che valga, per poter conoscere una città, ovvero perdersi in essa, alla maniera dei  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flâneur">flâneur</a>, così come  Walter Benjamin  e ancor prima Charles Baudelaire ci hanno insegnato. E loro maestra fu Parigi. Così come per noi. La Parigi di Carmine è un libro in cui ci si può smarrire, o ritrovarsi, magari entrambe le cose.</p>
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		<title>MeTrou!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 09:06:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[Metromania di Paolo Melissi detto Melpunk Una città è tua se ci sei nato o se la conquisti. La seconda possibilità è la mia. Una città si conquista percorrendo diverse strade. Ognuna di queste va percorsa un passo alla volta: la città va camminata palmo a palmo, con metodo, imparandone le commessure della pavimentazione, consumandoci le suole, guardandola, spiandola e, soprattutto, tracciando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/melpunk.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-32114" title="melpunk" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/melpunk.jpg" alt="" width="348" height="116" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/melpunk.jpg 348w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/melpunk-300x100.jpg 300w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /></a><br />
<strong>Metromania</strong> <br />
di<br />
<strong>Paolo Melissi</strong> detto <a href="http://melpunk.splinder.com/">Melpunk</a></p>
<p>Una città è tua se ci sei nato o se la conquisti. La seconda possibilità è la mia. Una città si conquista percorrendo diverse strade. Ognuna di queste va percorsa un passo alla volta: la città va camminata palmo a palmo, con metodo, imparandone le commessure della pavimentazione, consumandoci le suole, guardandola, spiandola e, soprattutto, tracciando nel suo tessuto dei percorsi, luoghi da collegare. Si prendono così le misure alle distanze, si rende famigliare ciò che non lo è mai stato, si acquisiscono abitudini, si impara a guardare in faccia l’ignoto che, poco a poco, si rassicura nella consuetudine. Si costruisce una mappa personale, disegnata dal flusso delle abitudini ma anche dei gusti, delle inclinazioni. Si scelgono i pezzi della città da cucire insieme, i quartieri, gli edifici, i monumenti, le strade. Poco alla volta si individua il codice o l’alfabeto secondo i quali vive e dorme quella città, si imparano le strutture, le ricorrenze, le peculiarità. Le impara l’occhio, prima del pensiero. C’è una rassicurazione nel camminare, il cui orizzonte si sposta all’avanzare del campo visivo, ruota nell’angolo di centottanta gradi. Per quanto sia irregolare il moto lo sguardo è sempre avanti. E colonizza. Rende abitabile.</p>
<p><span id="more-32117"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/20472_1304411403024_1012667491_30914657_3377961_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-32121" title="20472_1304411403024_1012667491_30914657_3377961_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/20472_1304411403024_1012667491_30914657_3377961_n-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/20472_1304411403024_1012667491_30914657_3377961_n-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/20472_1304411403024_1012667491_30914657_3377961_n.jpg 348w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a> Doveva essere una necessità profonda fin dall’arrivo, quella. Faceva freddo, aveva nevicato da poco. C’erano ovunque cumuli di sporca neve ghiacciata nella mia prima mattina a Milano. L&#8217;aria fredda attraversava il tessuto del giaccone adatto ad altra latitudine. Dovevo andare da qualche parte e, dopo un breve tragitto, scesi nella metropolitana, in una stazione della Linea 1. Entrai nel bar per fare colazione. Il freddo aveva aumentato la mia fame. Chiesi un caffè e un cornetto. Il barista mi guardò perplesso e rimase allocchito e sfavellato dietro il bancone. Un cornetto, chiesi ancora, e il barista si rinfavellò trovando il fiato per dire, Non ne abbiamo in questa stagione. Pensai che fosse un ebete, allora, visto che sul bancone c’era una teca di plastica trasparente strapiena di cornetti, per di più caldi. E questi cosa sono, chiesi al presunto ebete, incerto se fosse solo ebete o avesse anche qualche prevenzione nei confronti del mio accento da immigrato interno. Ah, sfiatò, Vuole dire brioche!</p>
<p>Presi la metropolitana in stato di confusione. Per la brioche e per i nomi strani che c’erano sulla piantina: Rogoredo, Molino Dorino, Cascina Burrona, Inganni, Porto di Mare, Precotto. Ero spaesato, fuori dal paese ma nello stesso Paese. Non è facile o, almeno, non era facile in quel momento non esserlo. Solo uno straniero può sapere quanto siano ostili i volti di chi passa per strada, e quanto possano spaventare i nomi delle fermate di una linea della metro. In quel momento individuare un punto di riferimento visivo nella città, nella città piatta, era già uno sforzo. Era necessario trovare l’orientamento, imparare le cose che andavano imparate, accettare la fisiognomica cambiata, la gestualità e le espressioni, le voci e gli accenti, assecondare lentamente il processo dell’adattarsi, del prendere le misure alla città, trasformandola centimetro dopo centimetro in qualcosa di buono da pensare. Finché èsconosciuta, anche una città come Milano, per quanto semplice da percorrere nella sua struttura radiale, può apparire confusa, caotica e non per il traffico. Può frastornare, confondere le idee. Smarrire.<br />
Si smarrisce la strada, la ragione ma anche una città.<br />
Presto mi accorsi che con la metropolitana, nonostante lo straniamento, era più facile spostarsi, e un primo contatto con la città diventava un processo più agevole anche percorrendo tunnel umidi spruzzati di scintille dei freni. Si poteva raggiungere un luogo in pochi minuti e non era necessario perdersi, sbagliare strada, chiedere continuamente informazioni, tornare sui propri passi, vagare a casaccio nonostante gli occhi incollati alla cartina stradale. Viaggiare a bordo di un vagone della metropolitana è una variabile del camminare, in cui le azioni del vedere, dell’afferrare, sono traslate e differite: del vedere, dell’afferrare, sono traslate e differite: preludono mentre scorrono parallele. Andare in metropolitana non è solo muoversi sotto terra con velocità stando dentro una talpa metallica che stride sui binari. Significa anche percorrere una città. Cambia il punto di vista. Percorrere le strade sotterranee è un altro modo per aver ragione, un giorno dopo l’altro, del mondo ignoto, abituarsi ad abitarlo e, svegliandosi un giorno, riconoscerlo come più familiare. Perché, come diceva Georges Perec, si possa passare da uno spazio all’altro evitando di farsi troppo male.<br />
Ho scoperto la passione per le metropolitane a diciotto anni, quando andai per la prima volta a Parigi. Per me che arrivavo da Napoli, dove fino a pochi anni fa c’era solo una tratta che correva sulla linea ferroviaria e che puzzava spesso di creolina, entrare nella ragnatela del métro parigino fu una rivelazione. Appresi subito l’esercizio che è l’attraversare la città cambiando linee, passando incroci, percorrendo lunghi corridoi e tapis-roulant d’acciaio. Leggevo i nomi delle fermate come parti di un testo poetico che attendeva di essere composto: Cité Universitaire, Denfert-Rochereau, Port Royal, Luxembourg, Cluny-La Sorbonne, St. Michel, o République, Oberkampf, St. Ambroise, Voltaire, Charonne, Boulets Montreuil, Dupleix, La Motte-Piquet- Grenelle, Cambronne, Sèvres Lecombe, Pasteur, Montparnasse Bienvenue. Il fascino della città di superficie si ripeteva anche sotto terra. Si poteva scrivere della città sotterranea come di quella esposta alla luce del sole. Come si può fare per la metropolitana di una città italiana.<br />
Così l’accesso sotterraneo, percorrere le vie illuminate dai neon, può condurre più rapidamente alla città esposta al sole. O quanto meno alla bassa cappa di nuvole che lo nasconde.<br />
Ora, non so se finirò per fare come certe persone di cui parla Alex Roggero ne Il treno per Babylon. Quelle persone, a Londra, che “<em>vagano per la città dalle prime ore dell’alba, rincorrendo sequenze di numeri di griglia a casaccio nella mappa A-Z. Quelle persone vengono chiamate psicogeografi</em>”.<br />
Con maggiori certezze e, forse, minore casualità, continuo ad attraversare la rete metropolitana di Milano. E posso dire con certezza che la metropolitana mi ha dato una mano.</p>
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