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	<title>francesco cozzolino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Bullezzumme</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/24/bullezzumme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 06:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bullezzumme]]></category>
		<category><![CDATA[francesco cozzolino]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Cozzolino</strong> <br /> Tilde era settivolte vedova. Lei, laconica, diceva semplicemente che s’era malmaritata.
Purchessia, come tutti i professionisti del settore, non amava entrare nel dettaglio dei fatti, anche perché soltanto semiquattro furono accertate come morti violente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 3">
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<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>[<em>Bullezzumme</em> è un romanzo inedito di Francesco Cozzolino. Ne pubblico un capitolo, intitolato <em>Profezie e malombre</em>. ot]</p>
<p>di <strong>Francesco Cozzolino</strong></p>
<p><em>Bullezzumme è il termine ligure usato per indicare il mare moderatamente mosso, che per l’azione del vento schiuma e ribolle. Il bullezzumme è lo stato fra il mare calmo e il mare grosso.</em></p>
<p><b>_</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sole barbagliava in fondo al vicolo, il sale lo scortava per i caruggi e insieme importunavano occhi e froge dei passanti.<br />
Dopo l’intossicazione commerciale, Bartolomeo non disiava altro che quella rinfrancante distesa azzurra.<br />
Attraversò piazze come francobolli e vicoli simili a corridoi, girandolò per diletto corteggiando il porto, un’ultima voltata e alfine il mare apparve.<br />
Il solleone si mangiava il porto. La meandrica passeggiata gli aveva messo sete, si ritemprò sul gradone del molo e decise di meritarsi un cordiale.<br />
Al tavolino del Bistrotto sbramò la sete con un Asinello, lo sorbì con sollecitudine, lasciò una buonamano al cameriere e sorrise al cielo.<br />
Quello si rabbruzzò e gli rispose a suo modo: una libecciata investì la Città Vecchia e asciugò il madore dei vicoli.<br />
Le si gettò tra le braccia, a spasso tra i palmizi il sentore equoreo lo mise di buonumore. Rinsaldò così il suo proponimento: Tilde.<br />
Tilde era settivolte vedova. Lei, laconica, diceva semplicemente che s’era malmaritata.<br />
Purchessia, come tutti i professionisti del settore, non amava entrare nel dettaglio dei fatti, anche perché soltanto semiquattro furono accertate come morti violente.<br />
Per i primordi mariti la faccenda si risolse in breve tempo: Gilberto cominciò ad accusare dolori al petto una mattina di gennaio e già anzi la cena, steso sul talamo, la pratica era archiviata.<br />
Tre anni dopo, Agostino fu raggiunto da furiosi singhiozzi postprandiali; noncurante uscì comunque a bagordare con gli amici. Poco dopo mezzanotte capitombolò a faccia in giù nella ritirata della fiaschetteria.<br />
Altri semiquattro anni e, appena rientrati da un viaggio per mare, Ettore fu colto da un colpo apoplettico mentre rincasava da una malanotte spesa a corseggiare i vicoli.<br />
Al quartario marito andò persino peggio: Felice perì durante il viaggio di nozze, scivolò dalla goletta che li portava a spasso per i mari caraibici e i pescecani s’occuparono del resto.<br />
Amedeo, invece, lottò fino all’ultimo contro la paralisi che s’era impossessata del suo corpo. Si spense muto, sulla poltrona del tinello.<br />
Leonardo, risultò il lutto più rocambolesco: una frizzante mattina di settembre uscì di casa e fu sfiorato da un pitale in caduta dal seigesimo piano.<br />
Scampato all’accaduto e sicuro che l’aneddoto avrebbe intrattenuto i caffeioli per tutta la colazione, tagliò la strada in fretta. Tradito dal binario del tramvai s’allungò sulla ferrata: la decapitazione fu repentina.<br />
Comecchessia, Bartolomeo sfilò tra la ragazzaglia che affollava il sestiere del molo e giunse al palazzaccio.<br />
Senza troppe madamerie, Tilde lo fece entrare. Aveva lunghe borse sotto gli occhi, anche lei veniva per sicuro da una malanotte.<br />
Bartolomeo, affannone per i nove piani di scale, ebbe appena il tempo di occhieggiare fuori dalla finestra. La distesa blu già mareggiava, ma Tilde lo scostò e serrò le gelosie. L’oscurità era d’obbligo.<br />
Gli fece strada nel tenebrore del corridoio dove le sette buonanime occupavano tutta la parete, raggiunsero il tinello e in quella mescidanza di oggetti, Bartolomeo indentificò i suoi ferri del mestiere.<br />
Tilde aveva bacinelle ottomane e dadi arabi, medicine andaluse e rimedi indiani d’ogni tipo.<br />
Il libeccio s’infiltrava per tutti i pertugi e zufolava per casa. Nella penombra accanto alle gelosie c’era Norberto, il gufo di Tilde. Artigliava il trespolo con una zampetta monca e mirava fissamente Bartolomeo.<br />
Tilde aprì la madia, piazzò la candela al centro del tavolo e fece brillare un cerino. Il lucore le bagnò il viso e la donna s’affacciò su di lui.<br />
“Ci sono malombre intorno a te, Bartolomeo.”<br />
“Di che tipo?”<br />
“Del peggior tipo, giocolieri e scherzatori.”<br />
“Cosa possiamo fare?”<br />
“Bere.”<br />
Tornò alla madia e gli presentò un bicchierino colmo di biancamaro.<br />
Era ancora una bella donna, aveva fianchi generosi e occhi da lupa. Negli anni, Bartolomeo le fece tre proposte di matrimonio. Tutte per ragioni professionali, è inteso.<br />
La primordia fu avventata, ma sincera. Tilde era già alla triaria vedovanza e a Bartolomeo sembrò un’occasione ghiotta. Lei si negò con una carezza.<br />
L’altra avvenne dopo il trapasso di Felice ma Tilde, ancora scossa dall’accaduto, nicchiò per qualche tempo, risolvendosi poi a declinare.<br />
L’ultima avvenne molto tempo dopo, la chiese in sposa sotto un tramonto settembrino. Fu allora che Tilde gli raccontò la sua storia.<br />
In pochi sapevano di come lei, giovane e sola, fosse approdata in quella città brindellona, una dieciata d’anni innanzi.<br />
Era nata su un’isola, Tilde. E da bambina parlava coi pesci e coi gabbiani. Fu quando era già ragazza che conobbe l’amorgrande.<br />
Se la matematica non finge, si sarà notato che la lista nuziale difetta d’un consorte.<br />
Storia infelice quella di Amerigo, si può dire l’unico che Tilde amò veramente.<br />
Tecnicamente non ancora sposo, ma promesso tale, Amerigo fu il più grande navigatore del suo tempo. Ammiraglio in patria, raccolse titoli qua e là per il mondo.<br />
Aveva comandato così tanti barchi che non ne ricordava più il nome o il numero. I cinque oceani gli s’inchinavano, dicevano alcuni.<br />
Lui e Tilde strinsero il patto d’amore il primordio giorno di primavera, la mattina dopo Amerigo s’imbarcò per Kapingamarangi.<br />
Sarebbe stato il suo ultimo viaggio, sempre che nella vita d’un uomo di mare esista invero una tale eventualità. Sennonché, la malafortuna era in agguato.<br />
Fu la tempesta più feroce che si ricordi. Il suo vascello, il Pelagus, guerreggiò col mare per settigiornate. Alla ventuvesima alba si spezzò nel mezzo del Pacifico.<br />
Amerigo adesso è in un abisso marino. E lei l’amò doppievolte, da vivo e nel ricordo.<br />
Bartolomeo capì così che la vera scienza non ammette accorciastrade.<br />
Tilde accese un legno di palosanto, si cavò tre fagioli di tasca e li lanciò sul tavolo.<br />
Poi prese il suo dado fenomenale, quello che non aveva mai perso, e lo cacciò in mezzo ai fagioli. Quindi ingollò il biancamaro in un sorso.<br />
“Tutto ciò è malurioso.”<br />
“È grave?”<br />
“Potrebbe.”<br />
“Cosa possiamo fare?”<br />
“Pranzare.”<br />
S’insalivò le dita e spense il lucignolo della candela. Alfine aprì le gelosie e il bagliore straripò nel tinello.<br />
Bartolomeo, abbacinato dalla luce, strinse gli occhi: fuori dal vetro il cielo era nemboso.<br />
Mangiarono insieme culaccini di pane e acciughe dissalate, galletta secca, scorzonera e condiglione.<br />
La bottiglia le sciolse la lingua: “Ci sono persone che cabalano, se presti orecchio le puoi sentire.”<br />
Bartolomeo trangugiò il vino e si guardò intorno con circospezione.<br />
“L’avvedutezza non servirà, Bartolomeo, gli oceani sono grandi, ma non infiniti: la Sabrina ha già lasciato il molo.”<br />
Alzò lo sguardo, i suoi occhi saettarono per il tinello e si posarono sulla finestra.<br />
“Cosa vedi?”<br />
“Prue e poppe che si rincorrono, onde alte come torri. Una tempesta, Bartolomeo.”<br />
“È grave?”<br />
“Potrebbe.”<br />
“Cosa possiamo fare?”<br />
Tilde non rispose. Norberto bubolò. S’alzò in volo, fece tre cerchi intorno al tinello e artigliò la seggiola. Zampettò tra i resti del pranzo e ghermì un fagiolo.<br />
Bartolomeo non aveva capito granché di ciò che aveva detto Tilde, ed era anche un po’ ottuso. In ogni caso si fidava ciecamente di lei: Tilde vedeva e sapeva.<br />
Si rimise in strada alticcio, le cassandriche profezie della donna non aiutarono la digestione.<br />
S’aggirò ramingo, in equilibrio sulle mura di Malapaga, raggiunse Porta Siberia, lì un gatto piangolava e l’accompagnò fino ai Portici dai mille passi.<br />
Decise di lasciare che il pomeriggio si srotolasse prima di tornare per il suo cappello.<br />
Girandolò nubivago per i vicoli, lambiccando le vetrine fino all’angolo di piazza del Caricamento; fu lì che lo vide.<br />
Il manifesto fresco di stampa recava il timbro del Municipio e diceva Radunanza Generale.<br />
Sarebbe iniziata da lì a poco, già sentiva la pispilloria levarsi.<br />
E sia, si disse.</p>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Il blues della Maddalena</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/10/il-blues-della-maddalena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[francesco cozzolino]]></category>
		<category><![CDATA[golem edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[il blues della maddalena]]></category>
		<category><![CDATA[marco grasso]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; [Esce oggi il romanzo Il blues della Maddalena di Francesco Cozzolino e Marco Grasso (Golem Edizioni). Ne pubblico il primo capitolo. ot] di Francesco Cozzolino e Marco Grasso Dovrei dormire un po’ e invece sempre la sensazione di essere inghiottito da una crepa nel muro. Guardo la sveglia: alle quattro la mia battaglia è finita e l’attesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-80759 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-250x325.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-200x260.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001-160x208.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/ilbluesdellamadd-covercompleta2.jpeg_page-0001.jpg 761w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Esce oggi il romanzo </em>Il blues della Maddalena <em>di Francesco Cozzolino e Marco Grasso (Golem Edizioni). Ne pubblico il primo capitolo. </em>ot<em>]</em></p>
<p>di <strong>Francesco Cozzolino</strong><br />
e <strong>Marco Grasso</strong></p>
<p>Dovrei dormire un po’ e invece sempre la sensazione di essere inghiottito da una crepa nel muro. Guardo la sveglia: alle quattro la mia battaglia è finita e l’attesa mi accompagna fino all’alba.<br />
Ancora pochi minuti e il Colonnello si presenterà alla mia porta per stuccare la parete. Forse è già sul pianerottolo.<br />
Ho provato a dirgli che la domenica devo lavorare, che la notte devo lavorare, ma lui è una di quelle persone che non capisce le ragioni degli altri, e d’altronde non crede che scrivere sulle bustine di zucchero sia un vero lavoro.<br />
Non posso biasimarlo, anche se la ragione che ci divide è un’altra: per lui lo sfregio nel muro rappresenta un affronto, una sfida che non può essere rimandata.<br />
Ecco cosa ci separa, la crepa potrebbe avanzare, contagiare gli altri muri e trovare il perfetto punto di tensione, ma per me difficilmente diventerebbe una priorità. Io sono in bilico e il Colonnello vuole tirarmi dalla parte dei giusti, quelli che odiano il luogo in cui abitano.<br />
Vivo in un condominio variegato, tre piani costruiti all’inizio del secolo scorso, tre appartamenti occupati e tre sfitti. Un viado come amministratrice, un ex militare in pensione e il Fiasco, un bar immortale che sonnecchia di fronte al nostro palazzo.<br />
Il Colonnello abita nell’appartamento di sopra. È in pensione ed è mattiniero, un pessimo incrocio. Ma c’è di peggio, è un cultore dilettante di storia locale, declama lezioni all’unico vicino di casa con cui può ancora parlare, io.<br />
Lo scampanellio del collare annuncia Eisenhower, il suo yorkshire che con rumore furtivo ogni mattina riversa un rivolo di piscio sul mio zerbino.<br />
Poco dopo, alcuni colpi decisi sono l’inno del capo reggimento degli scocciatori.<br />
«Ragazzo, sei sveglio?»<br />
Il silenzio non funzionerà.<br />
«Andiamo, lo so che sei sveglio. Il generale ha puntato la porta e ha abbaiato. Non sbaglia mai, è un ufficiale come me. Forza, apri: prima cominciamo e prima finiamo.»<br />
Potrebbe andare avanti per ore, per questo mi tiro giù dal letto. «Brutta roba l’insonnia. Ma il mattino ha l’oro in bocca, dove tieni<br />
la spatola?»<br />
È nelle battaglie più importanti che ci si accorge che manca l’arma giusta.<br />
Pantaloni di velluto verde, scarpe da ginnastica e camicia di flanella, il Colonnello passa le giornate affaccendato in cose inutili.<br />
«Ho scritto al Comune questa mattina, – dice mentre impasta lo stucco – ho imbucato la lettera poco prima di venire qui. Stanno facendo crollare le edicole votive. Tu sai che nei vicoli di Genova ce ne sono ancora settantacinque? Un tempo la città ne era piena. È una tradizione cristiana del Medioevo e il picco fu a metà del ’600, quando dominavamo il mondo, prestavamo soldi al re di Francia e bruciavamo vivi i Turchi sulle loro zattere…»<br />
Il Colonnello si gratta la tempia con la spatola e inquadra con aria sicura il mio muro.<br />
«…ah, che tempi. Pensa che allora ce n’erano centinaia. Poi, con la grande speculazione degli anni Sessanta, hanno distrutto tutto. Una delle ditte di costruzione che aprì il centro storico come una scatoletta di tonno cominciò ad accatastarle in una cantina. È andato tutto in malora, e un giorno sono sparite. C’è chi dice che se le siano vendute gli operai. Abbiamo perso le edicole e abbiamo guadagnato i grattacieli.»<br />
Il Colonnello suda e parla, consapevole di avere, da qualche parte, un interlocutore. Si occupa della mia parete con passione e riempie la crepa di stucco.<br />
Nel frattempo lo squarcio si è allungato nella parte sana del muro, la mattina è finita e lui deve dare da mangiare a Eisenhower.<br />
Guardo la crepa e mi sembra educato invitarlo a restare per un caffè. Glielo servo con piattino e bustina dove campeggia il precario frutto della mia fatica: “I sogni sono il lavoro in nero della mente”.<br />
La frase lo incuriosisce, ma la liquida con poco: «Lo prendo nero. Non te la sarai mica presa con me, ragazzo? Sai, a una certa età la gente finisce per evitarti. E la solitudine è un nemico al quale non ti preparano nell’esercito».<br />
Su un tappeto di stucco e calce, io e il Colonnello sediamo uno di fronte all’altro e sorseggiamo un pessimo caffè. Lui a schiena ritta su una sedia, io con aria sconfitta nella mia poltrona.<br />
Non è da tutti usare la buona volontà per sopravvivere in tempi come questi. In fondo non è che una reazione alla solita domanda: cosa fai per tirare avanti? Ognuno risponde come può: «Lo stucco dovrebbe essere asciutto per stasera, mi raccomando non toccarlo. Ripasso domani per vedere com’è venuto».<br />
Lo accompagno alla porta e quando lo sento chiudersi in casa stringo lo scalpello in mano, rimango un momento sul pianerottolo. Eduardo Federico: sulla targhetta il mio secondo nome è discreto come un segreto inconfessabile.<br />
Una volta dentro, il gesto è automatico. Mi avvicino al muro e m’inginocchio davanti alla crepa. Lo stucco ancora fresco si sfalda con facilità, quello già indurito ha bisogno di qualche colpo più deciso, ma in pochi minuti la crepa è come nuova.<br />
Guardo la parete, sembra che sorrida. Non si riesce ancora a vedere dall’altra parte, ma è solo questione di tempo. In fondo il Colonnello ha ragione, la solidarietà è sempre importante. È come condividere un muro, non sai mai chi sono i tuoi vicini di casa finché non li inviti a entrare.<br />
Mi siedo sul pavimento e la osservo. Vedi alla parola crisi. Nel vocabolario cinese si usano due ideogrammi per definirne il significato: cambiamento e opportunità. Nel vocabolario di un giovane occidentale si vince o si perde, e quando non sai bene a che punto sia la partita, un’espressione racchiude il meglio delle filosofie del pianeta: essere nella merda.<br />
A mattina inoltrata apro la dispensa e prendo il necessario per il lavoro: pennelli, rullo e latta di vernice da cinque chili. Fuori dalla finestra la primavera tinge la città di colori caldi. Le scale del palazzo sono grigie e irregolari come quelle che facevano un tempo, quando le cose non erano progettate per essere dritte, ma per durare.<br />
«<em>Carinho</em>!» Wanda è un’esplosione di colori a qualsiasi ora del giorno. Mi regala un sorriso che ha imparato a Bahia e di cui un solo popolo conosce il segreto.<br />
«Ciao, Wanda, tutto bene?»<br />
«No, per fortuna, altrimenti sai che noia, piccolo mio.»<br />
Stretti nel vestito a fiori i suoi bicipiti reggono due sacchi di bottiglie di vetro. Un amministratore che si occupa anche della differenziata metterebbe di buon umore chiunque, ma la cosa più bella è che Wanda è molto più italiana e mascolina di me.<br />
«Ma che vuoi – mi ha detto una volta – la nazionalità è una questione di comfort. È una coperta per ripararti dal freddo. E nessuno può dirmi cosa mettere sul mio letto».<br />
È stata lei a fare i lavori di ristrutturazione del condominio, lascito di un vecchio zio a quanto dice. Il palazzo era in pessime condizioni ed era stata negata l’agibilità. Ma l’amore e i contatti giusti risolvono tutto.<br />
Wanda è un viado, una personalità influente nel quartiere, oltre a gestire vari appartamenti è a capo di un sindacato di prostitute, “il primo del Paese” secondo lei.<br />
Ogni volta che vuole salutarmi mi accarezza la guancia: «Se avessi un’altra vita la dedicherei al tango. Ma se ne avessi altre due, <em>carinho</em>, mi innamorerei dei tuoi occhi tristi».<br />
Un secondo posto non si butta mai via. La saluto quando ormai forse non mi sente più, sono in ritardo per il lavoro.<br />
Esco di casa come se stessi scappando da un uragano, tengo in tasca le cose fondamentali con le quali potrei tirare avanti un giorno in una città allagata: un pacchetto di sigarette semivuoto, uno nuovo, una penna che macchia, un mazzo di biglietti da visita.<br />
La vernice borbotta nella latta, giallo zolfo come lo sguardo di chi ha vissuto troppo tempo a Genova, anziana matrigna che vizia i suoi figli fino a soffocarli.<br />
La cosa più importante è la sfumatura: cerco sempre una tonalità leggermente più chiara dell’originale per fare in modo che in controluce rimanga qualcosa. Nei vicoli, se qualcuno si ferma a fissare un muro per più di un minuto o ha perso la via di casa o è semplicemente annoiato, in ogni caso si merita di vedere qualcosa.<br />
Attraverso tutta la città vecchia per arrivare in via delle Vigne, poi la salita di via Chiabrera dove i tetti si sfiorano e nascondono il cielo. Sono quasi arrivato quando sento quel tono familiare, la lingua più parlata fra<br />
queste vie, il mugugno. Un dialetto che assomiglia a un lamento continuo, l’espressione naturale della città, che ho trasformato in un fruttuoso business.<br />
«Ma io mi dico, cosa passa per la testa di questi teppisti?» Il mio primo cliente della giornata.<br />
«E poi, che vuol dire questa frase? Almeno avesse un senso.»<br />
Tre metri per uno, tratto nero su sfondo giallo, è la bottega di un parrucchiere, un posto dove la gente passa un’infinità di tempo.<br />
Il luogo non è mai scelto a caso. La cornice deve enfatizzare adeguatamente le parole. In fondo sto rispondendo alla pubblicità del futuro, un tempo in cui non basta più un taglio di capelli per sentirsi meglio, nemmeno se è alla moda. Il pennello si muove, ma è come se fissasse per sempre quella scritta.<br />
Se apro un qualunque manuale di psicopatologia mi accorgo di avere una quantità di malattie variabile fra le trenta e le quaranta. La maggior parte delle volte succede di notte. Il trucco è alzarsi e camminare, nessuno busserà più per chiederti se sei vivo o no.<br />
Con questo piccolo stratagemma ho trasformato un insopportabile fastidio in un sistema di lavoro. Io la chiamo insonnia creativa.<br />
Lavoro in due tempi, dalle due alle sei il pennello scrive. Di giorno, nei ritagli di tempo, il pennello cancella. E io sono uno dei tanti giovani creativi che aiuta il quartiere.<br />
Le mie parole hanno vita breve, anche se c’è sempre qualcuno che le vede: chi rientra tardi e chi esce presto, i due momenti migliori della vita di ognuno, quando si lascia e quando si riprende la via di casa. Quando gli occhi sono quasi pieni e quando sono quasi vuoti. Ho il potere del primo e dell’ultimo pensiero nell’esistenza di queste persone; forse non è molto, ma di certo non è poco.<br />
Il viso del parrucchiere tradisce un sorriso, e un cliente soddisfatto significa sempre un altro cliente.<br />
«Venga, le offro un caffè, – dice mentre ammira il risultato – questa è la democrazia: tanti bei discorsi e poi ognuno fa quel che vuole. I giovani, invece di lavorare, vanno in giro a imbrattare i muri».<br />
Al bancone ci servono due tazzine, lui prende una bustina e legge: “La dittatura del sorriso finirà”.<br />
Con un leggero turbamento si volta e ricomincia: «Io il mio negozio l’ho tirato su da solo, quando ho cominciato qui non c’era nulla. Anche adesso non è facile, forse non sarà il quartiere migliore, ma per fortuna rimane gente come lei che si dà da fare».<br />
Pagati i caffè torniamo davanti al muro, lui annuisce ed estrae una banconota da cinquanta. Quando ci stringiamo la mano, recito la mia parte: «Se ha ancora bisogno di me, questo è il mio biglietto. Crac – Agenzia Risoluzione Problemi».<br />
Lei scrive il suo problema, noi glielo risolviamo. Se il problema lo abbiamo creato noi, è solo un dettaglio.<br />
Mi allontano qualche metro per ammirare l’opera. La superficie gialla nasconde un’essenza nera come la pece: “La chiave del successo è la sua necessità”.</p>
<p>Secondo vicolo, secondo cliente. Il mio lavoro continua in una strada del vecchio ghetto ebraico. L’uomo della pescheria è fuori di sé e io lo accolgo con il sorriso di chi capisce i problemi altrui ed è lì per risolverli.<br />
Il suo «mi piacerebbe avere per le mani chi mi ha imbrattato il muro» è solo un nuovo lamento che aspetta di essere consolato.<br />
«I colori della città vecchia sono molto particolari, rosso, giallo, verde acqua: venivano usati perché i marinai che facevano ritorno potessero riconoscere la propria casa entrando in porto; per guadagnare tempo, per essere a casa prima di mettere piede sulla terraferma» gli dico.<br />
È un’idea romantica che mi ha portato ad amare i muri di questa città, ormai li conosco uno a uno, come le pagine di uno spartito che suono ogni notte.<br />
Piazza Fossatello è l’ultima della lista. Ci arrivo quando la luce del tramonto comincia a salire dal mare e mi ricorda che la sera è dietro l’angolo, un momento importante da queste parti.</p>
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