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	<title>francesco de gregori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>E qualcosa rimane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Dec 2025 06:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca Veltri</strong> <br />
Cinquant'anni fa, in uscita da una nicchia indecifrabile, con un inatteso successo radiofonico risalente a qualche anno prima e una reputazione che si andava consolidando – a detta di molti – come sempre più “ermetica”, Francesco De Gregori licenzia all’alba del 1975 il disco della vita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-117115" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel.jpg" alt="" width="1000" height="1000" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Rimmel-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>A quel tempo era un ragazzo.</p>
<p>Improbabile che giocasse a ramino, ancor più che fischiasse alle donne.</p>
<p>Stava componendo, con pazienza e incoscienza, il proprio alfabeto. Non esistono alfabeti che nascano dal nulla: un palinsesto espressivo è sempre un puzzle di esperienze, magari anche inconsapevoli, di incontri e reminiscenze.</p>
<p>Cohen, Drake, Dylan, De André, le musiche tradizionali popolari, la poesia del Novecento, l’amore e la politica, Pasolini, la beat generation.</p>
<p>In uscita da una nicchia indecifrabile, con l’inatteso successo radiofonico risalente a qualche anno prima (<i>Alice</i>) e una reputazione che si andava consolidando – a detta di molti – come sempre più “ermetica”, Francesco De Gregori licenzia all’alba del 1975 il disco della vita. Quello che si indicherebbe a occhi chiusi, se si fosse costretti a scegliere una cosa, una soltanto, tra le tante che ha fatto.</p>
<p>Il disco esce nella stessa temperie di <i>Volume 8</i> di Fabrizio De André e addirittura contiene una stessa canzone, <i>Le storie di ieri</i>, un brano di De Gregori risalente già alle sessioni del suo disco precedente (noto come “La pecora”), dal quale era rimasto escluso. Il ragazzo e il maestro avevano lavorato al disco nuovo di quest’ultimo, nella tenuta gallurese di De André. Strana collaborazione, quella tra i due: pare non si vedessero molto, anzi quasi mai, e che, mentre l’uno scriveva, l’altro dormiva e viceversa, e che si lasciassero appunti e idee che poi l’altro arricchiva e a volte completava.</p>
<p>Apprendistato per De Gregori, rivitalizzazione per De André.</p>
<p>Dopo aver lavorato nella bottega del pigmalione, il ragazzo – che “ha una voglia strana in fondo al cuore, che nemmeno lui lo sa, se sia paura oppure libertà” – mette a punto un album nuovo, tutto suo. Ha lucida contezza di cosa ha combinato, e del fatto che i nove diamanti scheggiati di quel vinile diventeranno altrettanti piccoli mondi, isole nella corrente a sé stanti, dentro un mondo che cambia in mezzo secolo? Canta ride e stona, e ruba. Amore e furto, sì, perché “Buonanotte fiorellino” altro non è che una sorta di <i>Winterlude</i> di Bob Dylan – apparsa su <i>New Morning</i> qualche anno prima – rivisitata, e De Gregori non ancora Principe ammetterà di non essere mai stato tanto vicino al plagio come in quei due minuti; e il testo di <i>Piccola mela</i> è tratto a piene mani da una canzone popolare sarda. Furto artistico sia chiaro. Sa pescare con maestria, De Gregori, e tutto fa suo, imprimendo un marchio espressivo che sarà per sempre riconoscibilissimo. La ceralacca di quel timbro, che da allora in poi sarà per sempre “degregoriano”, si trova nei solchi di <i>Rimmel</i>.</p>
<p>E qualcosa rimane, di quel fascio di luce, di quelle pagine che sono soltanto chiare, e manco una scura? Certamente, la poesia non muore mai. E anche se <i>Rimmel</i> è un disco di musica, c’è lì in mezzo a quella mezzora scarsa tanta poesia, o se preferite poeticità. Una mezzora, grosso modo quanto <i>Pink Moon</i> di Nick Drake: anche lì si trattava di un terzo album cruciale (e purtroppo ultimo, in quel caso), destinato a coniare un canone; e, volendo continuare a giocare con l’importanza del Terzo Disco, più o meno anche la smilza durata di <i>Sulle corde di Aries</i>, incredibile capolavoro di Franco Battiato apparso due anni prima, che tracciava ben altre pionieristiche traiettorie. Se un artista riesce a condensare in modo così lapidario la propria poetica, vuol dire che ha trovato la cifra esatta della propria espressività, che i conti gli tornano alla perfezione.</p>
<p>In <i>Rimmel</i> ben tre brani dell’album restano sotto i tre minuti, e soltanto due superano i quattro – i due episodi più politici, <i>Pablo</i> e <i>Le storie di ieri</i>. A testimonianza che molto spesso l’impegno non va d’accordo con la sintesi, qualunque valore si voglia dare a questo dato? Va detto però che è una pregevole coda di sorprendente sapore jazz, a opera del sassofonista Mario Schiano, ad allungare <i>Le storie di ieri</i>, una canzone che dà conto della persistenza del fascismo – il fascismo eterno di Umberto Eco, si direbbe – nel sentire profondo della nostra società.</p>
<p>De Gregori sembra mettere in atto musicalmente, un decennio prima, un significativo estratto delle non ancora codificate <i>Lezioni americane</i> di Calvino: brevità, coerenza (stilistica), esattezza, (apparente) leggerezza. A causa della presunta leggerezza – opposta alla pesantezza dell’impegno militante preteso – il cantautore comincerà a diventare inviso a un pubblico che lo vorrebbe organico, vessillifero di istanze politiche inequivocabilmente etichettabili, schierato.</p>
<p>In questo senso, il ritornello di <i>Pablo</i> sarebbe semplicemente perfetto:</p>
<blockquote><p>Hanno ammazzato Pablo:</p>
<p>Pablo è vivo.</p></blockquote>
<p>E pazienza se, nel testo, Pablo non sia il “compagno” spagnolo, e che bisogni accontentarsi del “collega” spagnolo. Ma lo slogan diventerà funzionale per i tempi. Verrà purtroppo utilizzato ben presto, con la semplice sostituzione del nome, per commemorare il povero Pietro Bruno, il diciottenne di Lotta continua della Garbatella ammazzato dalla polizia durante un attacco all’ambasciata dello Zaire per l’autodeterminazione dell’Angola. Un raid che doveva avere solo un valore simbolico e dimostrativo, organizzato dal futuro scrittore Erri De Luca, all’epoca leader di Lotta continua, che confesserà per sempre enorme rimorso per l’accaduto.</p>
<p>Peccato che, nei solchi del vinile, a <i>Pablo</i>, che regala uno slogan barricadero, faccia seguito l’imperdonabile valzer musette di <i>Buonanotte fiorellino</i>, che sciorina versi pieni di languore:</p>
<blockquote><p>Per sognarti, devo averti vicino,<br />
e vicino non è ancora abbastanza.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>Buonanotte, buonanotte, monetina</p></blockquote>
<p>Uno sgarbo perfettamente voluto da De Gregori, che rivendicava il diritto artistico della libertà espressiva, della scelta dei temi e dei toni, anche se ciò poteva comportare un completo abbandono amoroso. È questo versante che apre la strada verso una concezione di De Gregori “borghese” e disimpegnato. Il giornalista Giaime Pintor, sulla rivista <i>Muzak</i>, definisce De Gregori kitsch e melenso, avvicinando i suoi versi ai pensieri che si trovano nei baci Perugina e ai romanzi sentimentali di Liala, quintessenza di mielosità. La divaricazione porterà nel giro di un anno alle pesanti contestazioni subite dal cantautore al Palalido di Milano, a opera di gruppi della sinistra extra-parlamentare. Verrà sottoposto a un violento e traumatico processo – ma forse sarebbe più esatto definirlo una vera e propria aggressione –, accusato di non occuparsi abbastanza della rivoluzione, dei “compagni” e degli operai, e di pensare soltanto agli incassi dei suoi concerti.</p>
<p>Ma <i>Rimmel</i> è anche <i>Pezzi di vetro</i>, <i>Quattro cani</i>, destinate a diventare impegnativi banchi di prova per i chitarristi da falò: nel disco le chitarre sono suonate tutte dal bravissimo Renzo Zenobi; e poi la “santa voglia di vivere” dell’immortale title track, e lo “zingaro” che ha fatto le carte ma è “un trucco” – oggi non si potrebbe dire né cantare più un verso del genere, non sarebbe abbastanza woke.</p>
<p>E ancora, il pianista di <i>Piano bar</i>, che non è Antonello Venditti: una delle tante leggende metropolitane alimentate da dischi mitici come questo, insieme alla bufala che a lungo volle <i>Buonanotte fiorellino</i> dedicata a una fidanzata morta in un incidente aereo: completamente falso. Invece è veramente dedicata a Marco Pannella <i>Il Signor Hood</i>, un’ariosa ballad di sapore country che ribattezza il leader radicale come il nuovo Robin Hood. Senza alcuna co-militanza, ovviamente; anzi, com’è scritto nel sottotitolo in retrocopertina, “con autonomia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Alfazeta per Alfabeta: P come Poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2013 18:03:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani in Alfazeta per Alfabeta2 Elektro-poetry a Milano (Libreria Popolare di via Tadino) All&#8217;interno degli incontri di Tu se sai dire dillo LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO via A.Tadino 18 3 ottobre 2013, giovedì ore 21 Andrea Inglese e Stefano Delle Monache presentano il libro Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato + cd There&#8217;s [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Francesco Forlani</strong> in Alfazeta per <a href="http://www.alfabeta2.it/2013/12/29/alfadomenica-dicembre-5/?fb_action_ids=10152106611927071&#038;fb_action_types=og.likes&#038;fb_source=aggregation&#038;fb_aggregation_id=288381481237582">Alfabeta2</a></p>
<p>Elektro-poetry a Milano (Libreria Popolare di via Tadino)<br />
 All&#8217;interno degli incontri di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/09/21/tu-se-sai-dire-dillo-27-28-settembre-e-2-3-ottobre-a-milano/">Tu se sai dire dillo</a></p>
<p><strong>LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO</strong><br />
via A.Tadino 18  3 ottobre 2013, giovedì ore 21</p>
<p>Andrea Inglese e Stefano Delle Monache presentano il libro <a href="http://www.italicpequod.it/italicpequod/?p=1485">Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato</a> + cd There&#8217;s a choir in the straw stack (ed. ItalicPequod, 2013), in una performance per voce e live electronics insieme con Giovanni Cospito.</p>
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		<title>Sulla strada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2013 07:30:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri &#160; C’è qualcosa di sbalorditivo nella capacità di Francesco De Gregori a mantenere così alto il livello di ispirazione. Paragonato a più o meno buoni lavori recenti di suoi colleghi (Fossati, Battiato, Guccini), “Sulla strada” si posiziona varie spanne sopra. Come qualità, necessità compositiva, intensità poetica, calore, gioiosità. Nove canzoni senza cedimenti. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/DG.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45006" alt="DG" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/DG.jpg" width="386" height="285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/DG.jpg 386w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/DG-300x221.jpg 300w" sizes="(max-width: 386px) 100vw, 386px" /></a>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è qualcosa di sbalorditivo nella capacità di Francesco De Gregori a mantenere così alto il livello di ispirazione. Paragonato a più o meno buoni lavori recenti di suoi colleghi (Fossati, Battiato, Guccini), “Sulla strada” si posiziona varie spanne sopra. Come qualità, necessità compositiva, intensità poetica, calore, gioiosità. Nove canzoni senza cedimenti. Sebbene De Gregori e il suo produttore – lo storico “capobanda” Guido Guglielminetti – tendano a negarlo, ancora una volta un album del principe della canzone italiana induce un parallelo con Bob Dylan. Non diretto e immediato, stavolta, ma più articolato. Per “Tempest” s’è detto che si tratta di uno dei migliori lavori di Dylan di sempre, inaspettatamente; lo stesso si può affermare per “Sulla strada”, che si pone come uno dei dischi più riusciti del cantautore romano. Al pari di Dylan, De Gregori sembra aver più che mai interiorizzato le musiche antiche della propria tradizione. Musiche diverse da quelle dylaniane, patrimoni rispettivi; quindi il parallelo in questa occasione non è per <i>somiglianza</i>, ma per <i>analogia</i>. Le melodie di serena malinconia, che solcano gli orizzonti di “Sulla strada” come arcobaleni, attingono ai motivi dei padri, alla canzone mediterranea d’ante e immediato dopo-guerra. Almeno quattro canzoni dell’ultimo disco di De Gregori sono in grado di commuoverci (e non che le altre siano da meno). Vi pare poco, per un artista che festeggia i quarant’anni di attività discografica? Vietato tirare i remi in barca.</p>
<p>In mezzo alle altre canzoni, tra le quali una ballata notturna, felina, in chiusura di disco (“Falso movimento”) e un capolavoro romantico come “Showtime”, De Gregori continua quel meta-repertorio dedicato alla riflessione sul mestiere del cantante, regalandoci un tassello prezioso per chi studia il rapporto tra arte e vita. La canzone è “Guarda che non sono io”. Non è un impressionistico susseguirsi di metafore, come era “Per brevità chiamato artista”; piuttosto un approccio metodologico, definitivo. Sopra uno struggente accompagnamento di pianoforte e archi a cura di Nicola Piovani, cosa ci dice De Gregori in “Guarda che non sono io”? Che l’uomo e il cantante sono come due gemelli: si somigliano magari, ma sono due entità del tutto differenti, che non si conoscono, come un Giano Bifronte. E se tu, fan, incontri l’artista per strada in un giorno qualunque (naturalmente un giorno di pioggia) e volessi chiedergli qualcosa di, poniamo, “Pezzi di vetro”, e confidargli quanto sia stata importante per te, lui ti risponderebbe più o meno: “Guarda che chi canta quella canzone è De Gregori, io sono Francesco e sto semplicemente facendo la spesa, io e lui siamo due persone diverse, non perdere tempo con me, non è con me che devi parlare”. L’unica maniera per comunicare è quella di fruire delle sue canzoni, andare ai suoi concerti (nei quali il cantautore blandisce gli spettatori chiedendo loro retoricamente: “Come faccio a non volervi bene?”), goderne e applaudirlo. Non c’è altra via. L’autore di “Alice” e “Bellamore” è una cosa, la persona che vive la sua vita, tutta un’altra. La querelle, del resto molto stucchevole, su quanto vi sia di autobiografico nel lavoro di un artista, qui rimane alquanto indietro: non è questione di autobiografia, in questo caso si registra una vera e propria scissione. Molta distanza con la coincidenza tra arte e vita di un Guccini, per esempio, uno che ha messo in musica se stesso senza schermi. Quando canta in prima persona Guccini, è proprio lui, “io, Francesco Guccini”. De Gregori, al contrario, anche se usa la prima persona singolare, non parla (necessariamente) di sé. Anche se, paradossalmente, un’eccezione è rappresentata proprio dalla canzone in cui viene negata ogni corrispondenza tra cantante e persona, appunto “Guarda che non sono io”: qui, infatti, De Gregori sta parlando di sé. È singolare l’ossimoro che mette in scena “Guarda che non sono io”, il duello tra parole e musica: da una parte un accompagnamento orchestrale avvolgente e caldo, drammaticamente partecipe; dall’altra dichiarazioni quasi ciniche, o in ogni caso distanti, fortemente <i>non inclusive</i>, che stabiliscono l’impossibilità di avvicinamento umano tra chi canta e i suoi ammiratori, quelli che da quattro decenni vedono la propria vita intrisa della sua musica.</p>
<p>“Passo d’uomo” esprime un altro punto di vista forte del disco: “Vivo la mia vita a passo d’uomo, altra misura non conosco”, canta De Gregori. Manifesto dell’andare a piedi “sulla strada”, senza aver fretta di bruciare le tappe e di essere alla moda: “non c’è niente da nascondere, niente da salvare“. <i>Illo tempore</i> non c’era “niente da capire”. Frattanto il generale di tanto tempo fa oggi è un sergente sgangherato, nel rebetiko “Belle Epoque”, un affresco à la Leonard Cohen su un’epoca di mezzo (“fischia il sasso, fischia il vento, sta arrivando il Novecento”); oppure è il soldatino di un altro brano-chiave del disco, “La guerra”, una sceneggiatura che serve a riaffermare, dopo un secolo infinitamente bellico, che alla fine della guerra scoppierà la pace, ci sarà sempre una vedova disponibile a riaccogliere un uomo nuovo; e un reduce sfiorato dalla morte pronto a farsi aprire la porta. Ricomincia la vita, ricomincia l’amore.</p>
<p>Una delle canzoni più belle del disco è “Omero al Cantagiro”, che trasferisce gli aedi del passato classico dentro ai concorsi canori del secondo Novecento, con una di quelle melodie che ci ricordano i nostri nonni, da cantare senza sapere per forza le parole. Puro piacere della musica, un godimento che sa essere insieme disinteressato e necessario. De Gregori è capace di intenerirci persino quando usa espressioni comuni e fin troppo aduse come “volo a basso costo”, o quando descrive i preparativi di viaggio della “Ragazza del ‘95”, che “rimette a posto il cellulare”: lo sa fare con una grazia che è soltanto sua, in un brano di sapore caraibico dedicato alla rosa che sboccia, alla curiosità incontaminata, alla vita che preme e si affaccia. Anche lei è “sulla strada”, la ragazza del ’95: lo è su un “volo a basso costo”. È in cammino, pronta a farsi sorprendere dal domani, fiuta e brama i giorni, le pagine aperte sul futuro con leggerezza e voglia di scoperta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>ascolta </em> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_Ff-sA7rme8">Guarda che non sono io</a> )</p>
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		<title>Allegria!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2013 08:53:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[francesco de gregori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Ti ricorderai. Tu che dici che non vedi San Remo per curiosità ma per obbligo da imperativo catatonico, il cielo stellato sopra di me, un televisore piattoschermo dentro di me. E pensi, perché lo speri in fondo, che qualcuno una benedetta volta dovrà pur cadere da quelle cazzo di scale, ruzzolare, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="yd3V-b03URU"><iframe loading="lazy" title="Il suicidio di Luigi Tenco (documenti e interviste storiche)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/yd3V-b03URU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Ti ricorderai. Tu che dici che non vedi San Remo per curiosità ma per obbligo da imperativo catatonico, il cielo stellato sopra di me, un televisore piattoschermo dentro di me. <span id="more-44910"></span>E pensi, perché lo speri in fondo, che qualcuno una benedetta volta dovrà pur cadere da quelle cazzo di scale, ruzzolare, ma non tu, nel caso ti avessero chiamato a cantare una volta e per tutte, i nomi che vorresti musicare. Ti ricorderai forse, magari per un breve lampo, di luce che fa la polvere da sparo quando si attizza il male dell&#8217;anima, che non rimangono le tracce, dicono, e si farà avec, à la française, si sopporterà, tuonando allegria sulla ribalta, con la certezza che il fragore degli applausi copra ogni rumore di fondo. Quasi vorresti dimenticarlo, e ti ricorderai, nonostante tutto, in un breve stacco pubblicitario da terra, ascoltando e commentando il tono di voce, il gesto dell&#8217;ora dirige, ora canta, la mise dell&#8217;una, e il fantastico sorriso dei buffoni della corte dei miracoli senza più chiese. Ti ricorderai perché ci ricorderemo di lui, magari in uno stato post, un clicca mi piace, di Luigi Tenco che prima ancora di farsi dimenticare diceva, nell&#8217;intervista, di ricordare Piero Litaliano. Ti ricorderai?</p>
<p>http://www.youtube.com/watch?v=RWL93Uxcsh4</p>
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		<title>Ex ordres littéraires : Elisa Ruotolo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 10:20:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nota di Carlotta Vissani su Ho rubato la pioggia, Elisa Ruotolo, Nottetempo, 15 euro Non saprei dire perché, ma continuo a imbattermi, felicemente, nei racconti di italiani al loro vero esordio. Voci peculiari che hanno qualcosa di importante da dire. Elisa Ruotolo, classe ’75, è una scoperta da fare perché sa bene dove andare a [&#8230;]]]></description>
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<strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Carlotta Vissani</strong><br />
su <em><a href="http://home.edizioninottetempo.it/autori/Elisa%20Ruotolo/">Ho rubato la pioggia</a>,</em> <strong>Elisa Ruotolo</strong>, Nottetempo, 15 euro</p>
<p>Non saprei dire perché, ma continuo a imbattermi, felicemente, nei racconti di italiani al loro vero esordio. Voci peculiari che hanno qualcosa di importante da dire. Elisa Ruotolo, classe ’75, è una scoperta da fare perché sa bene dove andare a parare con la sua penna guizzante e colloquiale (senza mai mancare di raffinatezza linguistica), capace però di restare dentro i confini imposti dalla forma narrativa a lei più congeniale perché quando scrivi racconti “<em>devi sempre sapere dove guardare, a quali dettagli dare la salvezza dell’inchiostro”</em>. Tre storie “<em>nate quando ho smesso di scegliere e ho deciso semplicemente di raccontare”</em>, tre personaggi forti – Molto Leggenda, Maria e Cesare – legati a doppio filo alla loro patria di origine, la Campania, radici umane saldamente piantate in un terreno comune, frutto di “<em>racconti tramandati, ma anche frammenti di conversazioni rubate ai discorsi distratti di una carrozza ferroviaria, geografia spaziale e mentale del perimetro in cui sono cresciuta”</em>.<br />
<span id="more-35048"></span><br />
È la narrazione lucida e tangibile di vite che non devono essere taciute, spesso imperniate su lavori dimenticati, praticati con “u<em>n’oncia di vergogna”</em>, corpi che si muovono dentro case-famiglie-nidi e che resterebbero altrimenti in ombra. Tutti, a modo loro, cercano di trasformare la mediocre normalità in gloria, anche quando ci si crede poco, riuscendo a intessere vite possibili, “oltre la mera sopravvivenza”. Ce la fa Molto Leggenda, calciatore in erba della squadra l’Aquila Nera, catapultato in serie A e palesemente non all’altezza tanto che preferisce raccattare cartacce e pulire i gabinetti pur di non stare in panchina, ci prova Cesare anche se non può parlare e il suo amore per Silvia, la domestica, resta inespresso e perso nelle pieghe del non detto, azzarda Maria che impara “a caro prezzo che a questo mondo niente ci è dovuto, nemmeno il ritorno a casa d’un figlio bambino” e che si muove nella Napoli degli orefici per vendere l’oro proibito a chi lo richiede, imbevuta di colonia per non farsi mancare di rispetto ché sua nonna, maestra di mestiere, la rispettavano tutti quando lei era bambina e camminavano insieme. Ecco che Ruotolo riesce a illuminare stanze piombate nell’oscurità della sera, mondi intimi che nascondono tensioni sotterranee, speranze e sentimenti afoni, facendo riferimento “<em>a una considerazione ancestrale della famiglia, che diventa quella radice alla quale si rimane appoggiati a lungo se non per sempre</em>”.</p>
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