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	<title>Francesco Moriconi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’uomo nella fioriera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Moriconi</strong><br /> A Latina c’è la stazione ferroviaria. Cioè, non proprio a Latina, perché quando hanno fatto la direttissima Roma–Napoli, Latina non esisteva]]></description>
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<p>di <strong>Francesco Moriconi</strong></p>
<p>A Latina c’è la stazione ferroviaria. Cioè, non proprio a Latina, perché quando hanno fatto la direttissima Roma–Napoli, Latina non esisteva. Quando è stata fondata, col nome di Littoria, l’hanno fatta a 10 chilometri dalla ferrovia.</p>
<p>Questa stazione, dicevo, esisteva anche lei prima di Latina, ma era solo una casa cantoniera; in seguito, nel 1932, Angiolo Mazzoni, ingegnere delle Ferrovie dello Stato, ha progettato il primo vero edificio, poi ampliato nel 1934. Questo secondo intervento è un lavoro di ottima qualità, con due tettoie “a farfalla” in cemento armato, ottenute ciascuna attraverso una gettata a doppia falda rovescia. Il calcestruzzo è pieno di inerti costituiti da vetri verdi da bottiglia e, lasciato a vista, fa anche da elemento d’arredo. La cortina in laterizio ricorda episodi di architettura organica; le finestre circolari con cornice in travertino sono tipiche del periodo e, ancor di più, delle creazioni di Mazzoni. Esternamente c’è una seduta continua, sempre in travertino, per i viaggiatori in attesa.</p>
<p>All’estremità occidentale di questa stazione c’era la sala autorità, la parte nobile, rivestita di marmo cipollino.</p>
<p>La tettoia interna, verso i binari, in quella zona è sostenuta da un pilastro, anch’esso foderato di cipollino, raccordato a una seduta con fioriera incorporata, dello stesso materiale e di una certa creatività. Quando i treni da Napoli erano lunghissimi, la mattina all’alba ho spesso atteso l’arrivo del mio, seduto su quella panca di cipollino, accanto alla fioriera incassata, ricavata direttamente nel piano di quello che avrebbe potuto essere un ulteriore posto dove poggiare il sedere. Un grande foro oblungo, come un rettangolo coi lati corti curvi. L’ho vista sempre senza un accenno di vita, piena di terriccio, immondizia, merda di cani. Era la rappresentazione perfetta del rapporto con quell’architettura semiabbandonata, generalmente cupa per gli ombelicali abusi edilizi.</p>
<p>Oggi, questo posto in cui ogni muro, ogni piastrella, ogni maniglia, ogni infisso, ogni controtelaio era stato prodotto e pensato esattamente per dare forma a quel luogo, ai miei occhi risulta oggetto di uno stupro. Calpestii sollevati per essere adeguati alle nuove altezze dei treni, pensiline standard della RFI giustapposte a quelle storiche, pavimentazioni originali sostituite con casuali e burocratici cementi bitumati. Abbandono.</p>
<p>Ogni giorno ci passano migliaia di persone, con gli occhi bianchi sui display, al massimo sui tabelloni, come piccioni occupanti, sul ciglio, spalle alla fioriera, alle sedute, a tutto l’edificio, indecisi tra ingoiare un sasso o volare via. Le sale d’aspetto sono chiuse, serrate, per evitare che qualcuno ci vada a dormire di notte. E anche di giorno.</p>
<p>Nella fioriera, da un po’ di tempo, ci abita un uomo. Ha gli occhi di un gommista in pausa, con lampi di curiosità verso l’asfalto, il pilastro, a volte il cielo. Non parla, però scrive molto. Su fogli sparsi, libri sfasciati, quaderni, giornali. Scrive in un codice tutto suo, come fanno i bambini in età prescolare. Ormai, intorno ai bordi della fioriera ha un apparato effimero, una muratura di carte; perciò, ha anche un solo lato per entrare e uscire. Sì, perché ogni tanto esce, fa un giro sulla banchina, arriva al bagno, a volte scrocca qualcosa al bar, poi torna dentro.</p>
<p>Credo scriva a un amico immaginario, muto come lui, l’unico che capisca la sua scrittura. Sarà tipo quello di Zerocalcare. A questo amico racconta della sua vita, della gran fortuna che ha avuto, del destino che lo ha prescelto.</p>
<p>Vedi? Guarda che posto che mi hanno riservato. Guarda: sdraiato ci entro perfettamente. Su misura per me.</p>
<p>Un poco di spazio per la testa, un po’ per i piedi, perfetto. Come sono felice. C’è anche la tettoia; se piove mi bagno poco. Si dorme bene, entrare e uscire è comodissimo. E posso scriverti tranquillo, non mi disturba nessuno. Quanto sto bene. Hai visto? Tutto fatto proprio per me.</p>
<p>Sai? Ieri c’era il sole e qui intorno il solito prato, però più verde. Lì, a riva, scorreva il fiume ma era più rapido, sembrava avesse fretta di arrivare a destinazione. Le ghiandaie facevano su e giù, da una sponda all’altra; alcune, più annoiate, qui sopra, sul tetto, cantavano e sembravano spronare le altre che volavano. C’era festa al villaggio, il raccolto quest’anno è stato ricco, evidentemente. La guerra è finita e il mercato è tranquillo. Forse dovrei andare anche io a festeggiare, potrei farmi le strisce bianche, come la zebra, più tardi magari andremo insieme. Non ci mancherà niente, quest’anno, finalmente. Mia madre ha detto che potremo comprare stoffe nuove e anche tappeti, così togliamo le stuoie.</p>
<p>Ho lavorato troppo. Adesso posso riposarmi, ma ho veramente lavorato troppo. Le cofane, fatte con i copertoni dei camion, sono scomode, alla fine. Quelli spegnevano la calce nelle fosse e quasi si ustionavano per il calore e i vapori. Poi, dopo qualche giorno, cominciavamo a riempire le cofane e a portarle all’essiccazione. Avanti e indietro dalla mattina alla sera. Rovesciavamo il grassello e poi gli altri lo stendevano per farne strati sottili. Quando era essiccato, ci riempivano di nuovo le cofane e ricominciavamo il trasporto verso i depositi, dove la calce veniva venduta ai contadini per bilanciare l’acidità del terreno. Qualcuno ci imbiancava anche i muri di terra. Una volta mi sono ustionato.</p>
<p>Stavamo in fila, io avevo la cofana sulla spalla; camminavamo sul sentiero che scende alle fosse. Dietro di me stava mio cugino. Scivola in avanti e la sua cofana mi cade sulle gambe: la calce viva ha fatto il suo lavoro immediatamente e mi ha ustionato polpacci e caviglie. Anche io sono caduto, di lato. Non riuscivo a muovermi, il dolore era acuto, come se un serpentario stesse cercando di catturarmi per procurarsi il cibo. Non ho lavorato per giorni, non ricordo più niente. So solo che ho lavorato troppo. Ed è per questo che ho sempre sonno, forse.</p>
<p>Stamattina mi ha svegliato l’odore di niébé, sono buonissimi. Fa un po’ caldo, perciò mi do una rinfrescata al fiume. Passano nuvole bianche, ci vedo gnu e bufali in mandria, corrono selvaggi e liberi. Le mani mi fanno male, non riesco tanto a camminare, mi gira la testa. Torno a riposare.</p>
<p>La zebra è passata oggi. Lungo l’altra sponda. Camminava tranquilla. Oggi il fiume è sereno, non deve andare da nessuna parte di corsa. Mi ha guardato e ha fatto un cenno di saluto. Io le ho detto: com’è caldo il prato, vero? Vedi come sono fortunato ad avere il prato intorno? Da queste parti è veramente raro. Sai, tutto questo che vedi è fatto apposta per me.</p>
<p>Domani pioverà, sento il vento. Sicuramente il fiume si gonfierà e passerà oltre le rive. Arriverà qui, magari mi lascerà un pesce. Qui è talmente bello e prospero che trovo sempre qualcosa per mangiare. Adesso ti sembrerò matto, ma ti assicuro che certe volte me lo ritrovo accanto anche senza fare niente. Guarda come entro bene qui. Su misura. E poi, vedi com’è solido? È un posto tranquillo, questo. Non ci sono soldati.</p>
<p>Tra poco vado al pozzo. Che bello avere il pozzo, bevo quanto voglio. L’acqua è limpida, fresca; quando tocca le labbra mi fa venire la pelle d’oca, poi lungo il palato e la gola sento lavare via l’arsura, la polvere, le parole della fatica. Rimangono scherzi, sorrisi, il cammino al tramonto e il sonno, di pace, in questo posto che mi ha sempre aspettato, il mio luogo protetto.</p>
<p>Chissà.</p>
<p>Chissà quante altre cose scrive quell’uomo nella fioriera. Quando torno in treno, da Roma, sta lì dentro. È l’ornamento che deve crescere in quella terra. I trolley rollano sull’asfalto, i piccioni tornano al nido, qualcuno rientra in taxi. L’info point, abbandonato da sempre, sta lì con le vetrine opache e i totem rovesciati.</p>
<p>Al Villaggio, come si chiamava Latina Scalo prima delle nobilitazioni, dei deliri da accoglienza turistica e del pendolarismo in cravatta, c’è un po’ di traffico. Ma è l’ora del rientro, ciascuno nel proprio luogo protetto.</p>
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