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	<title>Francesco Permunian &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La solitudine pensante della lettura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-solitudine-pensante-della-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Romano A. Fiocchi</strong> <br />
Il libro è diviso in due parti: la prima, uno zibaldone dove affiorano «microstorie» per lo più bizzarre ma autentiche, personaggi strampalati, esponenti della «romanzeria nazionale», ballerine di flamenco, luoghi magici. La seconda parte ricostruisce invece il peregrinare che fece Permunian in compagnia della Leica di Mario Dondero tra i luoghi della Resistenza polesani. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><br />
<img loading="lazy" class="wp-image-105244 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono.jpg" alt="" width="359" height="549" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono.jpg 1430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-669x1024.jpg 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-768x1176.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-1003x1536.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-1338x2048.jpg 1338w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-300x459.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-696x1065.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-1068x1635.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/permunian_tutti_chiedono-274x420.jpg 274w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Francesco Permunian</b></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Tutti chiedono compassione</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">,<br />
</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Editoriale Scientifica, 2023</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">È una scena tra il grottesco felliniano e l’apocalittico di Bergman del </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Settimo Sigillo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">. Su una strada bianca di polvere avanza un grosso carro trainato da un cavallo bardato a lutto. L’aria è infuocata. Il carro procede a sobbalzi con un lamento inquietante delle ruote sgangherate. Lo guida un pagliaccio travestito da angelo equestre, da dietro le spalle gli sbucano due ali di cartapesta. Accanto a lui, una sorta di segretario con i capelli lucidi tirati all’indietro e due baffetti alla Amedeo Nazzari, un lapis infilato dietro l’orecchio «come certi alimentaristi di paese». Il carro è stipato di ombre: i morti della lotta partigiana in Polesine. Ebbene, di tutto il libro credo che sia questa la scena che rimane più impressa nella memoria visiva del lettore. Così come del </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Don Chisciotte</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, nonostante le miriadi di disavventure narrate in diverse centinaia di pagine, il lettore ricorda la scena dei mulini a vento scambiati per giganti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">E qui è il primo aspetto curioso di </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Tutti chiedono compassione</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;">: la scena del carro dei morti della lotta partigiana appare nella Seconda Parte, che inizia ben oltre i due terzi del libro e si chiude con l’</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Epilogo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> appena trentasei pagine dopo. Aspetto curioso anche la collocazione di un incipit in seconda battuta: l’attacco narrativo non si trova in prima pagina – dove invece Permunian introduce il concetto di rovine, frammenti e calcinacci con cui, come Eliot, puntella la propria </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Terra desolata</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> – ma si nasconde all’inizio della seconda:Francesco Permunian</span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">«La contrada in cui sono nato contava sì e no una decina di case, tutte gonfie di umidità e corrose dal vento salmastro che proveniva dal mare. Piccole case più simili a stamberghe che, viste da lontano, a malapena si stagliavano sopra una landa di campi laggiù nel Polesine. Case in cui oggi si odono ancora, sul far della sera, i rintocchi di campane suonate in altri tempi. E per altre persone&#8230; Simulacri di focolari dove, da tempo immemorabile, non entra più anima viva e solo pernottano il gelo e l’oscurità. Luoghi in cui l’odore della solitudine regna sovrano nonostante, fino a non molti anni fa, risuonassero i clamori della giovinezza».</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Perché dunque spostare due baricentri del testo in queste posizioni? Permunian dà la colpa alla sua prosa frammentata, «infarcita da materiali di scarto, da mattoni e mattonelle sbrecciate palesemente inadatte per costruirci un solido romanzo». Ma il suo scopo è un altro: prendere il lettore per mano, accompagnarlo nel suo mondo grottesco, mostrargli la verità, la vita, la morte, ma anche l’idiozia degli uomini, le loro insulse ambizioni, le loro fisime, e all’improvviso stordirlo con immagini di violenta bellezza letteraria. È una scrittura emotivamente altalenante, con invettive terribili alternate a picchi di prosa lirica e descrittiva. Il tutto edificato con cura maniacale perché Permunian non è scrittore che lascia spazio alla casualità, anche la singola parola è soppesata e valutata nella sua precisione semantica e musicale, da poeta. È infatti proprio dalla poesia che è incominciata la sua attività letteraria (</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Il teatro della neve</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Arlecchino notturno</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Un lungo sguardo silenzioso</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, ecc.), per poi espandersi nella pianura di una prosa vigorosa e travolgente (</span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/03/04/oui-je-suis-permunian/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>La Casa del Sollievo Mentale</i></span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Costellazioni del crepuscolo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/21/permunian-come-genere-letterario/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Il gabinetto del dottor Kafka</i></span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Il rapido lembo del ridicolo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Giorni di collera e di annientamento</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Elogio dell’aberrazione</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, per citarne qualcuno). Tanto meno è lasciata al caso la scelta dei titoli, particolarissimi, come si arguisce dai soli esempi qui sopra.</span></p>
<figure id="attachment_105245" aria-describedby="caption-attachment-105245" style="width: 1600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-105245 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian.jpg" alt="" width="1600" height="1054" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-1024x675.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-768x506.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-1536x1012.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-696x458.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-1068x704.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Permunian-638x420.jpg 638w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /><figcaption id="caption-attachment-105245" class="wp-caption-text">Francesco Permunian in uno scatto di Pino Mongiello</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Il libro, si diceva, è diviso in due parti: la prima, uno zibaldone dove affiorano «microstorie» per lo più bizzarre ma autentiche, personaggi strampalati, esponenti della «romanzeria nazionale», ballerine di flamenco, luoghi magici (le cartiere di Toscolano Maderno), figure storiche quali Teofilo Folengo e Bernardo da Chiaravalle, esilaranti reperti burocratici come il Regolamento Scolastico del Tirolo del 1909, scrittori e poeti conosciuti di persona o attraverso letture (Parise, Cioran, Bruno Schulz, Sándor Márai, Gadda, Manganelli, Kafka, Borges, Ceronetti, Zanzotto, Maria Corti, Pietro Citati), fotografi del calibro di Lisetta Carmi, Mario Giacomelli, Mario Dondero, tutto questo in forma di «realismo autobiografico». La seconda parte, </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>L’angelo di Dondero</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, ricostruisce invece il peregrinare che fece Permunian in compagnia della Leica di Mario Dondero tra i luoghi della Resistenza polesani, dove pullulano i fantasmi dei cittadini inermi trucidati dai tedeschi e dalle Brigate Nere della Repubblica Sociale di Salò. Ne elenca quarantadue, nome per nome, indicando l’età – i più giovani appena quindicenni – e la provenienza. Sono le vittime dell’eccidio di Villamarzana. Per non dimenticare. Perché quelle ombre, insieme a molte altre, continuano ad aggirarsi per le strade polverose e abbandonate del suo amato Polesine.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Scrittura dunque permeata di impegno civile, quella di Permunian, non solo nell’evocazione dei nomi da scolpire nella memoria collettiva, ma anche nel denunciare l’imbecillità del nostro tempo:</span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">«L’odierna assurda e folle monomania di stare sempre sui social. Sembra quasi che tutti abbiano qualcosa d’importante da dire, qualcosa di necessario da comunicare al mondo intero. Anche se poi tutti, o quasi tutti, vogliono soltanto raccontare i fatti e i misfatti della loro vita privata. E più tale esistenza è per loro noiosa e tapina, oltreché disgustosa e miseranda oltre ogni limite, più ne parlano e straparlano chiedendo insistentemente attenzione come dei mendicanti che chiedono la carità per strada. Lungo le gelide e infinite </span><span style="font-family: Georgia, serif;">strade del web. In realtà, tutti chiedono comprensione. O forse, alla fin fine, “tutti chiedono compassione”».</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Con lo stesso rabbioso sarcasmo denuncia l’impoverimento culturale del settore che avrebbe proprio il compito di elevare la cultura:</span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">«È vero, i libri vanno male ma i festival sui libri vanno bene. Perché ricordano la messa o il circo. Inscenare libri è figo, leggerli è pesante. In fondo restiamo un paese di cultura orale se non visiva nel senso delle figure, che ama l’ammuina e la festa patronale, la battuta o solo la pantomima, ma non la solitudine pensante della lettura».</span></p>
</blockquote>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;">* * *</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Sono temi che, in fondo, lo scrittore di Cavarzere affronta da sempre. Vorrei però soffermarmi su due caratteristiche intorno a cui si sviluppa l’idea letteraria di Permunian. La prima si avverte leggendo semplicemente qualche riga di una pagina a caso, aprendo </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Tutti chiedono compassione</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> o qualsiasi altro suo libro: la potenza della lingua. Una lingua, come ebbi occasione di scrivere altrove, pulita e tagliente, ruvida e colta, quasi dantesca, di quel Dante – per intenderci – che passa con disinvoltura da espressioni come “Taide è, la puttana che rispuose al drudo suo…” o quella del diavolo “che avea del cul fatto trombetta”, ai termini colti delle citazioni latine ed ebraiche, alla scena amorosa di Paolo e Francesca e alle visioni celestiali del paradiso.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">La seconda è un’astrazione che si percepisce solo leggendo più libri di Permunian: il progetto globale della sua opera, di cui ogni libro è un particolare tassello. Come se tutta la sua produzione fosse un unico libro, un libro assoluto che costruisce il mondo visionario e maledettamente reale di Permunian. Un progetto globale, dunque, che si muove in piena libertà e non conosce limitazioni editoriali. Le opere di Permunian sono infatti uscite per un numero incredibile di editori, tutti dotati di un’impeccabile veste grafica: Aragno, Nutrimenti, Meridiano Zero, Quodlibet, Diabasis, Il Saggiatore, Oligo, Rizzoli, Ponte alle Grazie, Edizioni Theoria, Ronzani, Italo Svevo, Chiarelettere. Questa è la volta della napoletana </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.editorialescientifica.com/shop/catalogo/collane-di-narrativa/s-confini.html" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">Editoriale Scientifica</span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, che lo ospita nella collana S-Confini diretta da Fabrizio Coscia, con illustrazioni dell’artista giapponese </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Furuya_Kōrin" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">Furuya Korin</span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> applicate in prima di copertina e nella rispettiva bandella. Una raffinatezza grafica.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Piccola antologia della peste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/12/piccola-antologia-della-peste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[Peste]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, Piccola antologia della peste volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. G.B.) di Francesco Permunian Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86397" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Copertina_fronte-641x1024.jpg" alt="" width="358" height="565" />(<i>Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, </i>Piccola antologia della peste<i> volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. </i>G.B.) </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Francesco Permunian</b></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Il battito d’ali di una farfalla</i></p>
<p align="JUSTIFY">«Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene e il male e dato un senso a ogni cosa, Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo, che, in assenza del giudice supremo, gli apparve all’improvviso d’una spaventosa ambiguità; l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative che gli uomini si divisero tra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello» – queste le parole di Milan Kundera, tratte da un suo breve saggio (<i>La denigrata eredità di Cervantes</i>) confluito poi in <i>L’arte del romanzo</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è appunto a tali parole – e alla conseguente immagine di un vecchio mondo finito in frantumi sotto i colpi di un virus letale – che s’ispira il progetto di questa antologia costituita dalle varie voci di una realtà improvvisamente implosa e ‘scomposta’ in mille schegge impazzite. Nella speranza di poter ricomporre, attraverso il collante della scrittura, gli infiniti frammenti di un unico affresco nazionale; o perlomeno di riuscire a tracciare i tratti salienti di quella cartografia dell’angoscia e della speranza in cui si rispecchia il volto dell’Italia di oggi.</p>
<p align="JUSTIFY">I volti, per dirla con Fabio Pusterla, di quegli individui che si levano dal disastro contemporaneo e guardano verso l’alto «nell’ascolto dell’eco di un canto forse impossibile a cui non possiamo rinunciare». Ma anche i volti, aggiungo io, di coloro che guardano più prosaicamente verso il basso, nell’ascolto di un’arte nata come eco di quella risata di Dio che è il romanzo moderno.</p>
<p align="JUSTIFY">Prosa e poesia s’intrecciano infatti in questa sorta di originale prosimetro privo di qualsiasi pretesa antologica, simile piuttosto ad un’opera aperta che sta tra l’indagine socioculturale e un inesausto work in progress. Insomma, un ritratto in divenire dell’Italia alle prese col coronavirus affidato alla penna di una trentina di narratori e poeti appartenenti a differenti generazioni, alcuni al loro esordio, altri nella piena maturità artistica. Taluni più noti al pubblico dei lettori, altri invece più laterali o di nicchia, con la presenza non secondaria di una pattuglia di giovani autori che operano e scrivono soprattutto sul web.</p>
<p align="JUSTIFY">E, ciò che più conta, tutti provenienti dagli angoli più diversi del Belpaese, a conferma di una comune Patria letteraria fatta di tante piccole patrie locali, secondo la felice e feconda intuizione di Carlo Dionisotti. Una nazione, in sostanza, intessuta di svariate e molteplici parlate regionali, e perfino comunali: per dire, dal dialetto di una lontana contrada di Marsala – la contrada Cutusìu del poeta Nino De Vita – fino a quella ‘lingua di confine’, impastata di incroci ed esclusioni, che appartiene alla Lugano in cui vive e opera un altro poeta, Fabio Pusterla.</p>
<p align="JUSTIFY">Scendendo perciò da quel confine italo-elvetico, ecco che si giunge di lì a un po’ su quel lago d’Orta in cui risuona il timbro della voce narrante di Laura Pariani per arrivare infine, dopo un bel salto a volo d’uccello, sulle coste dell’Adriatico con la Venezia di Pasquale Di Palmo, la campagna trevigiana di Luciano Cecchinel e di Nicola De Cilia, nonché il Friuli più schivo e remoto di Anna Vallerugo. Compiendo con ciò un itinerario che passa inevitabilmente attraverso il suo centro nevralgico, ossia la Milano di Cristina Battocletti, Pierluigi Panza, Italo Testa, Franco Buffoni, Romano Augusto Fiocchi, Alessandro Zaccuri. Ma anche di Francesco Savio, direi, quotidianamente diviso tra il bancone di una libreria milanese e un quartiere di Brescia, in buona compagnia tra l’altro con Giuseppe Piotti e la sua terribile peste di Salò.</p>
<p align="JUSTIFY">Il tutto (tutto siffatto Nord letterario) storicamente e simbioticamente immerso in quel ribollente crogiuolo linguistico che è la Pianura Padana, humus da cui germogliano inquieti i fantasmi e i vampiri di Roberto Barbolini, arguto e brillante interprete di quella vena terragna e visionaria fiorita lungo il corso del Po e nelle zone adiacenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Zone fatte di terra e di acqua dove si muovono, altrettanto inquieti e intrepidi, autori quali Giuliano Gallini (Ferrara), Alice Pisu (Parma), Andrea Cisi (Cremona), Francesca Bonafini (Bologna), per non parlare di Renato Poletti che rumina e rimugina le sue ombre nell’estremo lembo del Polesine di Rovigo.</p>
<p align="JUSTIFY">Proseguendo quindi lungo la dorsale appenninica ci si imbatte in Adrián N. Bravi, uno scrittore italo-argentino che da anni vive tra Recanati e Macerata e la cui prosa, guarda caso, dona l’impressione di essere misteriosamente sospesa tra le sottili invenzioni della sua lingua madre – lo spagnolo – e lo spettacolo melodrammatico della commedia all’italiana. In quanto, per dirla con le sue stesse parole, «possiamo scrivere, pensare e sognare in altre lingue, ma non potremmo mai fare a meno della maternità che la nostra lingua madre rivendica su di noi, perché la maternità di una lingua non ci insegna solo a parlare, ma ci dona uno sguardo e un modo di essere. Parliamo la nostra lingua madre in tante altre lingue».</p>
<p align="JUSTIFY">E oltrepassate le Marche di Adrián Bravi, siamo già alle porte di Roma. Sulla soglia di quell’Urbe eterna che, assieme a Milano, conta il maggior numero di adesioni e contributi a questa Piccola antologia: da Dacia Maraini a Paolo Mauri, da Valerio Magrelli a Elio Pecora e altri valenti poeti e narratori quali Andrea Di Consoli, Gabriele Ottaviani, Leonardo G. Luccone, Fabio Donalisio, Gianni Garrera, Andrea Cafarella. E infine, a conclusione del nostro viaggio immaginario sulle ali di un virus, dopo Roma non resta che tuffarci nel multiforme mondo partenopeo. In certi suoi gironi infernali, qui rappresentati dalla lingua cristallina di Silvio Perrella oppure da quella – in puro barocco napoletano – dell’esordiente Mimma Rapicano.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Postilla</i></p>
<p align="JUSTIFY">Nella premessa a <i>Nuova teoria del caos</i> («In matematica e in fisica, il cosiddetto ‘effetto farfalla’, causato dal semplice battito delle sue ali, esprime l’idea che minime variazioni nelle condizioni iniziali producano massime variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema») Valerio Magrelli suggerisce l’esistenza di una parentela non solo tra la poesia e la fisica matematica – vedi il suo <i>Millenium poetry</i> – ma altresì tra la chimica e la poesia, convinto com’è che <i>quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma-pensiero, pensiero fatto forma, forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi</i>.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Autori vari</b>, <i>Piccola antologia della peste</i>, 2020, Ronzani Editore.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nel paese delle ceneri (un estratto)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/19/nel-paese-delle-ceneri-un-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2020 05:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Nel paese delle ceneri]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Francesco Permunian &#160; Grande era stata perciò la sorpresa quando mi ero trovato per la prima volta di fronte suor Zenobia e la cosiddetta “banda delle ostie”, come mi ero ormai abituato a chiamare quel manipolo di suore che da qualche tempo accudivano mia sorella. Che Eugenia, fin da ragazzina, avesse sempre nutrito una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Francesco Permunian</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
Grande era stata perciò la sorpresa quando mi ero trovato per la prima volta di fronte suor Zenobia e la cosiddetta “banda delle ostie”, come mi ero ormai abituato a chiamare quel manipolo di suore che da qualche tempo accudivano mia sorella.<br />
Che Eugenia, fin da ragazzina, avesse sempre nutrito una speciale devozione nei confronti degli ordini religiosi, di <em>tutti</em> gli ordini e le congregazioni religiose, questo non era mai stato un mistero in famiglia.<br />
Se invece di sposarsi si fosse fatta monaca, sicuramente sarebbe stata più felice. Ma adesso che era sola, sola e disperata dentro quell’enorme casa vuota, era normale che riempisse le sue giornate con una miriade di opere di carità.<br />
Le più diverse, e strampalate, iniziative di beneficenza costituivano dunque l’occupazione quotidiana di mia sorella. E poiché il ricordo del figlio morto le era insopportabile, spediva soldi a orfanotrofi e a missioni sparse in tutto il mondo, adottando “a distanza” qualunque orfano le capitasse a tiro. Mi pervenivano bollettini di pagamento dalla Cina, dalla Guinea-Bissau, dal Belucistan! Oppure istituiva sostanziose borse di studio destinate a studenti di teologia poveri in canna.<br />
«Molti sacerdoti, quando erano in seminario, hanno mangiato il pane dei Biscossa Aldegheri» mi confidava, orgogliosa, tutte le volte che la invitavo a moderare le spese.<br />
In pratica, quasi la metà del patrimonio di famiglia si era già dissolta in mille rivoli caritativi ed è naturale perciò che accogliessi con malcelata irritazione quell’ennesimo drappello di suore che, un bel giorno, ebbero l’ardire di presentarsi allo Sheraton a batter cassa direttamente da me, visto che Eugenia ormai si era ridotta in bolletta.<br />
Erano in quattro, mi ricordo, tutte e quattro vestite di grigio: grigio chiaro su grigio scuro, con una piccola croce dorata sul petto. Molto eleganti, devo dire. Anche le loro scarpe, lucidissime, senza neppure un granello di polvere, risultavano di ottima fattura, sicuramente confezionate a mano.<br />
Più che suore, in realtà sembravano quattro estetiste. Per la precisione, quattro estetiste di provincia che, per sfuggire alla noia mortale del loro ambiente, si erano divertite a camuffarsi da religiose.<br />
Per questo ero molto imbarazzato al momento delle presentazioni. Naturalmente mi guardai bene dal riceverle nella suite, ma d’accordo con il direttore dell’albergo – di cui purtroppo non mi sfuggiva lo sguardo ironico e divertito – ci appartammo in un angolo del vasto salone della reception.<br />
“Dite, dite pure, sorelle!” ricordo che esclamai, tanto per rompere il ghiaccio.<br />
Quelle sciocchine infatti continuavano ad ammirare, letteralmente a bocca aperta, le tende e i lampadari della reception. Ogni tanto tiravano il collo per sbirciare in altri saloni, di cui intravedevano le splendide scenografie parietali che riproducevano le più belle piazze del Veneto.<br />
Allora sospiravano, amaramente, confrontando tutta quella magnificenza con l’inevitabile squallore del buco di provincia da cui provenivano.<br />
Quindi, dandosi di gomito, bisbigliavano tra di loro: “hai visto in che lusso vive l’avvocato? Adesso capisco perché non viene più al paese, qui è meglio del Vaticano, dovrà essere ben generoso con noi!”<br />
E cercando di non dare nell’occhio, di tanto in tanto prendevano in mano i bordi del tappeto – intendo quell’enorme tappeto che ricopre quasi per intero il pavimento della reception – e ne tastavano la consistenza, neanche fossero in un mercatino rionale.  La più sfacciata delle quattro, forse per risolvere definitivamente la questione, a un certo punto si infilò in bocca un lembo del tappeto. Lo masticò a lungo, molto compunta e ad occhi chiusi, come meditasse sul mistero della eucarestia, quindi lo sputò esclamando a voce alta: “è autentico, ve lo dicevo io che non era sintetico!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per fortuna intervenne suor Zenobia a mettere fine a quella pagliacciata; tutti i camerieri sghignazzavano, io morivo dalla vergogna. Anche i cuochi avevano abbandonato le cucine per assistere allo spettacolo delle suore che ingoiavano i tappeti.<br />
«Non è nostra intenzione farle perdere del tempo prezioso, gentile avvocato» così esordì la superiora di quel branco di scimunite, trattenendo la mia mano nella sua per un tempo francamente eccessivo per una donna di fede.<br />
«In sostanza», proseguì, «lei avrà sicuramente intuito» &#8211; non avevo ancora capito un bel nulla, invece – «che se noi sorelle della Compagnia della Santa Eucarestia siamo venute da lei, evidentemente è per impetrare il suo sostegno a un progetto eucaristico assolutamente eccezionale.<br />
Come lei ben sa, l’eucarestia è il fulcro della vita soprannaturale nella chiesa ed è quindi il mistero più alto in cui si accentra la liturgia cristiana. I tempi antichi e l’età moderna sono testimoni  di numerosi miracoli eucaristici, giusto la settimana scorsa &#8211; tanto per dire – abbiamo compiuto una visita di preghiera presso il duomo di Orvieto, dove viene venerato il famoso miracolo di Bolsena.<br />
Avesse visto quant’era felice sua sorella! Girare un po’ per il mondo alla scoperta di illustri reliquie religiose, ovviamente guidata da mani esperte; uscire ogni tanto dal silenzio asfissiante di quella casa e svagarsi tra chiese e santuari, ebbene, lei non ha idea, caro avvocato, degli enormi vantaggi che ne derivano alla salute psicofisica della povera Eugenia.  E se ora sono qui, è appunto per assicurarle che il progetto eucaristico al quale stiamo lavorando si trova ormai in una fase molto avanzata. In quella fase cioè in cui &#8211; magari per un nonnulla, badi bene! &#8211; potrebbe scaturire un miracolo grandioso  oppure il fallimento più abietto.<br />
Insomma il momento è delicato, molto delicato, non so se mi sono spiegata a sufficienza?»<br />
«Lei è stata chiarissima, sorella. E mi dica: quanto le serve?» chiesi allora per troncare quel colloquio durato anche troppo. Tanto, sapevo già per esperienza dove andava a parare quel genere di discorsi.<br />
«Prego?» rispose sorpresa suor Zenobia. Se fingeva, era davvero una grande attrice.<br />
«Ripeto, quanti soldi le occorrono?» e posai sul tavolo il blocchetto degli assegni.<br />
«Naturalmente», aggiunsi, «esigo una relazione scritta e firmata sull’uso del denaro, con tanto di ricevuta per qualsiasi spesa. Ogni centesimo che vi sarà elargito, dovrà venire impiegato esclusivamente nell’interesse di mia sorella,  sono stato chiaro?»<br />
Dopo tali parole le suore si guardarono in faccia, sgomente. Parevano sul punto di scoppiare a piangere, una si soffiò il naso molto rumorosamente. Quindi madre Zenobia estrasse dalla borsa un catalogo di oggetti sacri, ognuno con tanto di prezzo. E con molta competenza, devo riconoscere, mi illustrò il funzionamento di una macchina automatica per l’impasto, la cottura e lo stampo di ostie e di particole.<br />
Trasecolai, lo ammetto, ascoltando le prestazioni tecniche di quel marchingegno, il quale produceva dalle quattrocento alle settecento particole all’ora, più un numero imprecisato di ostie magne.<br />
«Cosa ve ne fate di tutte ‘ste ostie?» domandai perciò sbalordito. «Dopo tutto, per certe esigenze eucaristiche, potreste rivolgervi alle canossiane del Lauretum».<br />
«Ma figuariamoci, quelle sono  ferme al medioevo; anzi, alla preistoria!» mi rispose bruscamente suor Zenobia. La quale mi spiegò, scandalizzata, come le canossiane si servissero ancora di un rudimentale “fornetto” per cuocere  le loro ostie.<br />
«Hanno avuto perfino il coraggio di rifiutare una macchina termoelettrica per ostie e particole &#8211; troppo moderna! hanno detto &#8211; di cui la nostra congregazione intendeva disfarsi per acquistare, appunto, un modello automatico. Noi siamo per l’aggiornamento continuo, ecco il punto, loro invece sono letteralmente spaventate dalla tecnologia applicata al corpo eucaristico. Ogni progresso per loro equivale a una diavoleria, non meraviglia quindi che siano rimaste soltanto in quattro gatti là dentro al Lauretum. Sì, quattro vecchie suore dove neppure vostra sorella, a quanto mi risulta, si arrischia più a mettere piede. Quello è un ospizio, avvocato, l’estremo rifugio di una fede ormai decrepita e superata. Noi invece rappresentiamo il futuro della chiesa; reliquie e miracoli oggi contano più di qualsiasi preghiera.<br />
Pur con tutto il rispetto verso madre Bettina, cosa possono mai valere anche le preghiere più ardenti di fronte al silenzio dei cieli? E’ nostra intenzione pertanto entrare in possesso di una reliquia importantissima ai fini di un miracolo che io spero imminente. O perlomeno, di un frammento di quella preziosa testimonianza divina  (in fondo è giusto che anche lei ne sia al corrente, visto che è il nostro benefattore)  costituita dalla coda di quell’asino che “fu fatto degno di portare il nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosolima”.<br />
La reliquia in questione, lei deve sapere, era custodita fino a non molto tempo fa presso i domenicani della chiesa di Santa Maria di Castello, a Genova. Adesso sembra sia sparita, purtroppo. I frati ne parlano malvolentieri, è evidente che si vergognano di un tale ingombro del passato. Ma conoscendo i domenicani, credo che con un po’ di pazienza e <em>molta</em> elemosina, alla fine riusciremo a procurarci almeno una porzione di quella coda miracolosa. Ripeto: un crine, un pelo appena di quella coda sarebbe più che sufficiente!»<br />
A quel punto, avendo notato come i camerieri dello Sheraton &#8211; che da ore ci spiavano facendo finta di nulla &#8211; se la ridevano alle nostre spalle e addirittura si scambiavano a voce alta, da un salone all’altro, alcune battute inequivocabili del tipo: «ale  muneghe ghe piase la coa del musso!», proprio allora, dicevo, mettendo da parte ogni ulteriore esitazione, ho staccato un assegno più che sostanzioso porgendolo nelle mani accoglienti di suor Zenobia.<br />
«Iddio le renderà merito, caro avvocato» furono le sue ultime parole prima di congedarsi. E mentre si avviava all’uscita, volle regalarmi un prezioso portaostie in ottone dorato con coperchio in legno d’ulivo, sul quale era stato inciso il seguente acronimo: P.I.S.T.A!<br />
Lo userò come contenitore per i sonniferi, pensai infilandolo in tasca.<br />
Sì, ci metterò dentro le pastiglie per il sonno, mi dicevo, e intanto suor Zenobia mi illustrava il significato di quella strana iscrizione. Che era il seguente, se ben ricordo: Paremus Iesu Semitas Tenacissimo Ardore!</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Oui, je suis Permunian</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/03/04/oui-je-suis-permunian/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2015 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Francesco Permunian, La Casa del Sollievo Mentale, Nutrimenti, 2011; La maison du soulagement mental, traduit de l’italien par Lise Chapuis, Éditions de l’Arbre Vengeur, 2015. “Peut-être est-ce le vent descendu impétueusement des Alpes – il brouille les herbes des prairies et les humeurs féminines – qui remue le sang et l’esprit [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/PERMUNIAN-COUVERTURE.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-51326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/PERMUNIAN-COUVERTURE.jpg" alt="PERMUNIAN-COUVERTURE" width="300" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/PERMUNIAN-COUVERTURE.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/PERMUNIAN-COUVERTURE-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Francesco Permunian</b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La Casa del Sollievo Mentale</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, Nutrimenti, 2011; </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La maison du soulagement mental</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">traduit de l’italien par Lise Chapuis, Éditions de l’Arbre Vengeur</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, 2015.</span></span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-US">Peut-être est-ce le vent descendu impétueusement des Alpes </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-US">–</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-US"> il brouille les herbes des prairies et les humeurs féminines </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-US">– </span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-US">q</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><span lang="en-GB">ui remue le sang et l’esprit de certaines femmes du lac de Garde. Lorsque tante Arpalice, par exemple, fut frappée de cette maudite apoplexie qui la cloua sur un fauteuil roulant, elle sembla tout à coup avoir été heurtée de plein fouet par le vent tourbillonnant et sournois de la folie. Privée désormais de retenue et de pudeur, elle commença par alterner des moments de prière avec d’interminables parlottes truffées de phrases à double sens. Après quoi, la situation s’aggravant, elle se mit à jurer comme un charretier du matin au soir, à la maison et au dehors, et finit par perturber les enfants du quartier avec ses expressions obscènes et ordurières”.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>(Forse è il vento di primavera che scende impetuoso dalle Alpi – e scompiglia le erbe e dei prati e gli umori femminili – a rimescolare il sangue e la mente di certe donne del lago di Garda. Quando alla zia Arpalice, per esempio, capitò quel maledetto colpo apoplettico che la ridusse su una sedia a rotelle, tutto ad un tratto sembrò essere stata investita dal vento turbinoso e maligno della follia. Senza più freni né pudore, all’inizio cominciò ad alternare momenti di preghiera a interminabili sproloqui infarciti di frasi a doppio senso. Dopo di che, peggiorata la situazione, prese a sacramentare come un turco dalla mattina alla sera, in casa e fuori casa, finendo col turbare i bambini del quartiere con espressioni oscene e scurrili)</i></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Così le prime parole di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La maison du soulagement mental</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, uscito a gennaio in Francia nella traduzione di Lise Chapuis, storica traduttrice di autori italiani del calibro di Antonio Tabucchi. Grazie al cielo continuiamo ad esportare cultura a livelli di piccola editoria. Il che significa esportare non solo best seller di largo consumo ma anche Letteratura con la elle maiuscola. E per di più, in questo caso, verso una nazione che è restia a concedere spazio a tutto ciò che non sia prodotto nazionale. Non per nulla Permunian, come ho scritto nel luglio scorso, </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/21/permunian-come-genere-letterario/"><span style="font-family: Garamond, serif;">qui</span></a></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, è autore così singolare da fare della sua scrittura un genere letterario.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ho letto dunque </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La Casa del Sollievo Mentale</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (2011) dopo aver letto </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Il gabinetto del dottor Kafka</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (2013). L’ho letto quasi d’un fiato, come se l’esercizio effettuato su quest’ultimo avesse rodato il mio motore di lettore di Permunian. E allora mi sono chiesto: qual è il segreto della sua scrittura? Voglio dire, come è costruita questa macchina complessa di personaggi grotteschi, di continue discese tra gli inferi, di alternanza di voci narranti, e di follie, certo, follie che in un modo o nell’altro contaminano tutti, protagonista compreso? (Discese tra gli inferi, ho detto bene, perché </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La Casa del Sollievo Mentale</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è una vera e propria cantica dantesca con tanto di rinvenimento della personificazione del male – alias Lucifero – nel gran finale con coda)</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">È stato così che ho deciso di smontarla, questa macchina letteraria. A cominciare dalla dichiarazione di responsabilità all’inizio del testo: “Tutti i personaggi del libro sono stati inventati dall’autore e vivono unicamente nei suoi sogni. Nei suoi incubi”. L’ho comparata con quella anteposta a </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Il gabinetto del dottor Kafka</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, dove le stesse parole giocano su sfumature diverse: “Tutti i personaggi del libro esistono o sono esistiti realmente. Anche quelli inventati dall’autore”. Dunque </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La C</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>asa del Sollievo Mentale</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è popolata di fantasmi dei sogni di Permunian, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Il gabinetto del dottor Kafka</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> di personaggi esistiti realmente o di fantasmi divenuti reali. Ho preso allora i fantasmi della </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Casa</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> e li ho messi da parte. In quanto fantasmi letterari, il solo elencarli ne fa già una narrazione nella narrazione, come a dire che ognuno di loro porta nel romanzo la sua propria storia che va ad incastrarsi in una macrostoria più generale. Eccoli qui, più o meno in ordine di apparizione:</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Ludovico Toppi, bibliotecario folle (alter ego di Permunian); zia Arpalice, trasformata in ninfomane da una sorta di improvvisa demenza senile; Camillo Gruber, spietato nazista in incognito; il barone Alfonso Maria Manotazo, per gli amici don Alfonso o addirittura Alfonsino; il padre di lui, Ottone Manotazo, con la sua splendida ed esilarante rassegna di ritratti che adattano l’espressione a seconda dei reparti del manicomio in cui sono collocati; Madame Pompadour, ex “bomba sessuale” che con l’avanzare della vecchiaia si è convertita a esempio (esteriore) di devozione religiosa; Guido Ceronetti, proprio lui, il poeta “dall’impareggiabile volto clownesco”; lo psichiatra psicopatico Diomede Korea, che scrive un libro sulla seduzione dal titolo “Immobili come gechi” ovvero “Brevi raccomandazioni pratiche per corteggiare una dama nelle sale cinematografiche durante il periodo invernale”; don Tibaldo, cappellano del manicomio; il fidanzato dell’impazzita zia Arpalice, incendiario irriducibile; donna Maria Reginalda Manotazo, presidentessa delle Dame di San Vincenzo pronta a prostituirsi per la causa; Amalia Barroso, cognata di don Alfonso, ex ballerina ormai ridotta a rottame umano per abuso di alcol; le signorine Eburnea e Leocadia, Real Doll ovvero bambole a grandezza naturale che si muovono come automi intelligenti negli ambienti del romanzo; il signor Armando o Armandino, necroforo necrofilo e sfruttatore delle due bambole; il vicino di casa Osvaldo, prostatico impotente e assassino per corna, rinchiuso anche lui nella Casa del Sollievo Mentale; il vecchio e monomaniaco falegname Girolamo Toppi e moglie, genitori del protagonista, dediti all’agioterapia; Ninetta e Cristoforo, ambigui custodi dell’Albergo del Mutilato.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Nella mia opera di demolizione della macchina permuniana ho stilato altri elenchi. Quello delle voci narranti: Ludovico Toppi, in prima persona sino al cap. XXI; Camillo Gruber, in prima persona dal cap. XXII alla fine, con eccezione delle chiusure dei capitoli XXIV, XXV e l’intero capitolo XXVI, tutti in terza persona. Poi l’elenco delle ambientazioni: l’Imperial-Regia Casa del Sollievo Mentale, con annessa l’inquietante Villa dei Bambini (“Mi piacerebbe farne un museo dell’infanzia. Dell’infanzia perduta del Novecento” – dice il Korea in una drammatica anticipazione del finale); la casa del bibliotecario, con annessa scena del crimine dove il signor Osvaldo scatena la sua pazzia pluriomicida; l’Albergo del Mutilato, che si rivela un doppio della Casa del Sollievo Mentale.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Permunian_casa_sollievo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-51328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Permunian_casa_sollievo.jpg" alt="Permunian_casa_sollievo" width="250" height="396" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Permunian_casa_sollievo.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Permunian_casa_sollievo-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>Poi c’è l’elenco delle epigrafi in testa ai capitoli: dalla dedica a Benedetta Centovalli “che crede ancora nella letteratura”, ai brani tratti dall’introduzione di un libro di Bruno Schulz o da un saggio su Fogazzaro, a citazioni di Terenzio, Cioran, Prezzolini, Giovanni Macchia, György </span><span style="font-family: Garamond, serif;">Konrad, sino alla lettera di Kokoschka alla signorina Moos con cui si apre il libro e della quale si scopre il senso solo a pagina 110: “Ultimamente mi sto appassionando alle lettere di Oscar Kokoschka indirizzate a Hermine Moos, un’artigiana di Stoccarda da lui incaricata di costruirgli una bambola di stoffa che fosse la copia esatta di Ala Mahler, da cui il pittore era stato piantato in asso. E al cui abbandono non si rassegnava”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Altro elenco, quello degli oggetti: qui ne cito solo due, la sega elettrica a cui </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>paròn</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> Toppi dedica l’ossessiva manutenzione serale, e lo straordinario bastone di Antonin Artaud – vero o falso che sia – che il barone Alfonso Maria Manotazo trasforma in una “Colonna Traiana da passeggio” incidendovi un fregio a spirale di caratteri alfabetici con “la sintesi del pensiero ateo di tutto l’Occidente”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Tolti tutti questi ingranaggi – personaggi, ambienti, oggetti, – cosa rimane della </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Casa del Sollievo Mentale</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">? La potenza della scrittura di Permunian. Una lingua pulita e tagliente, ruvida e colta, quasi dantesca: intendo di quel Dante che passa con disinvoltura dalle più bieche parole attinte dal volgare ai termini colti delle citazioni latine ed ebraiche. Allo stesso modo Permunian non si scandalizza a spaziare dal doppio senso sarcastico del “gioco dell’usignolo” all’umorismo puro e raffinato di don Alfonso: “È un mio sacrosanto diritto di ateo, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>perdio</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">!”, sino alla spassosa scenetta del festival di Mantova con cui Guido Ceronetti vuole farsi sostituire da una controfigura letteraria: “Ma ci vada lei al posto mio, caro don Alfonso, ci vada lei a incontrare il pubblico che mi aspetta! Tanto nessuno se ne accorgerà, glielo garantisco. Ci parli lei, per favore, a quella massa di imbecilli ammucchiati là sotto, uomini e donne che leggono con occhi di ciechi e hanno l’impudenza di ritenersi </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>miei lettori</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">! Analfabeti che corrono su e giù per l’Italia da un festival all’altro, tirando per la giacca ogni scrittore che incontrano… Idioti con la testa rintronata per i libri mai letti e convinti che il festival di Mantova sia un reality televisivo. Per queste ragioni, gentile amico, io le conferisco seduta stante la carica di mio sosia letterario con funzioni di rappresentanza su tutto il territorio nazionale e le rinnovo l’invito ad affrontare quei coglioni che poco fa l’hanno scambiata per il sottoscritto”. E via così sino all’opposto di questa verve, ossia gli stati di depressa ma poetica malinconia: “Umiliato dagli anni e dalla solitudine, sto invecchiando come un imbecille che non sa rassegnarsi al fallimento della sua vita e solo adesso, nell’ora del crepuscolo, mi accorgo di essere ricoperto della polvere dei sogni”. Oppure la scrittura rabbiosa di quando sputa veleno sugli psichiatri, “medici idioti che s’illudono di guarire la follia a suon di farmaci”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Scrittura potente, dicevo, che sfoggia tutta la sua forza espressiva quando i temi si fanno crudeli, quando i fantasmi non sono più – o meglio, non sono solamente – fantasmi del suo mondo interiore ma rispecchiano il mondo al di fuori, la parte violenta e drammatica della vita. E allora Permunian passa dalla descrizione spietata dell’alienazione mentale a quella evocativa e più terribile del male, di quell’umanità che fa del male con la consapevolezza di farlo e con l’assurda ignoranza di non comprenderne la gravità. Male che si concretizza nell’infierire sui deboli, soprattutto bambini, nel negare loro la facoltà di vivere una vita, come appunto è successo nei campi di concentramento. Il male è lui, Camillo Gruber. Ex nazista che come tanti gerarchi responsabili dei genocidi si è riciclato nel nuovo mondo. Plastica facciale, una cattedra a livello universitario e la possibilità di continuare, anche se non con la stessa libertà, gli esperimenti più atroci. Sì, perché Gruber ha appunto a che fare con l’inquietante Villa dei Bambini, con le stragi di Treblinka, di Terezín, di Auschwitz. In un continuo evocare i bimbi uccisi, vero e proprio esercito ai suoi comandi, il vecchio Gruber è in realtà un evocatore di fantasmi. Sembra quasi non si renda conto dell’orrore compiuto (anche se usa espressioni come: “Ancora oggi mi dolgono i polsi, tanti ne ho strozzati”), e in questo sta la sua malvagità più raccapricciante. Esalta il massacro e la pedofilia, le camere a gas e quelle ad acido cianidrico, la sua “macchina prediletta”, il tutto in una visione deformata della realtà che confonde esseri esistiti con fantasmi inventati.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Follia criminale da un lato, follia creativa dall’altro. In fondo anche la letteratura è follia, una follia benefica. “La scrittura è illusione”, dice Permunian, “una ridicola farsa”. Ma è grazie ad essa, alla possibilità di creare mondi paralleli a quello reale, che lo scrittore si salva. Scrive Permunian: “Senza la mia dolce e lucida follia, sarei già morto da un pezzo”.</span></span></span></span></p>
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		<title>Permunian come genere letterario</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/21/permunian-come-genere-letterario/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2014 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Francesco Permunian, Il gabinetto del dottor Kafka, Nutrimenti. Il gabinetto del dottor Kafka non è un romanzo. Non è una raccolta di racconti. Non è un blog. Non è  un libro di documenti fotografici. Non è un saggio. Nel frontespizio lo si definisce “Piccolo memoriale illustrato di ombre e fantasmi”. Nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-libro.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48489" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-libro.jpg" alt="permunian-libro" width="250" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-libro.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-libro-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p><strong>Francesco Permunian</strong>, <em>Il gabinetto del dottor Kafka</em>, Nutrimenti.</p>
<p><em>Il gabinetto del dottor Kafka</em> non è un romanzo. Non è una raccolta di racconti. Non è un blog. Non è  un libro di documenti fotografici. Non è un saggio. Nel frontespizio lo si definisce “Piccolo memoriale illustrato di ombre e fantasmi”. Nella “nota” finale di Daniele Giglioli lo si battezza come “La giostra dell’acchiappatopi”. Il titolo stesso del libro, che è poi il titolo del capitolo XIII (benché i capitoli non siano numerati), avrebbe potuto essere <em>Le scarpe di Joyce</em> (capitolo I) oppure <em>Il cacciatore delle sette piaghe</em> (capitolo XII) o <em>Seppellitemi con il vestito di Fred</em> (intendendo Fred Buscaglione, capitolo XVIII) o ancora <em>Dormire con i fantasmi</em> (capitolo XXIV) o un filosofico <em>Fra l’immondezzaio e l’eternità</em> (capitolo XXIX), e così via. Non ti aiutano neppure la dedica (A Silvano Nigro / e a Salvo Grassia / da parte di uno scrittore di bambole), né la precisazione “Tutti i personaggi del libro esistono o sono esistiti realmente. Anche quelli inventati dall’autore”.</p>
<p>Alla fine ti resta una sola definizione possibile: <em>Il gabinetto del dottor Kafka</em> è un libro di <a href="http://www.francescopermunian.com/">Permunian</a>. Punto. Come dire: un libro di Ceronetti è un libro di Ceronetti, punto. Scritture straordinariamente efficaci, in un italiano limpido e mordente, provocatorio nella loro bellezza. Entrambe scritture di poeti che si fanno prosatori, cronisti del proprio mondo interiore. Che denunciano la grande editoria quando fa libri di bassa qualità e la folla di scrivani che si proclamano scrittori. Così Permunian in vari punti del testo:</p>
<p>“L’unica cosa che conta non è saper scrivere, bensì recitare la parte di scrittori in quel reality di massa che è diventata la letteratura” (…) “L’ossessivo e assillante sciabordio quotidiano di chiacchiere letterarie, tutta quell’informe brodaglia che viene poi riciclata e trasformata dall’industria editoriale in manufatti librari, tutta quella disgustosa paccottiglia di compitini romanzati che furoreggiano nei salotti televisivi e nelle classifiche dei libri più venduti, da cui emana ormai un insopportabile tanfo di minestra riscaldata.” (…) “Un petulante <em>balbettio letterario</em> sale molesto da ogni parte d’Italia, è quella marea di grafomani incontinenti che non hanno nulla in comune con la letteratura (cantanti, comici, politici, magistrati, alienisti, maghi, casalinghe, prostitute, conduttori televisivi, ballerine e onanisti vari) e che producono quotidianamente tonnellate di mucillagine cartacea. Tonnellate di porcherie che ammorbano l’aria e ti investono in faccia appena ci si arrischi a mettere il naso in una libreria”. (…) “L’ultimo romanzo di una nota femminista italiana, un’orribile lesbica che s’è messa a scrivere romanzi pure lei come non bastassero già i comici e i cantanti&#8230;”</p>
<p>Ma attenzione, Permunian non è il solito scrittore frustrato sul genere di quelli che popolano la rete. Il suo è una sorta di esilio volontario: “È da un pezzo che io vivo (e scrivo) stando ai margini della letteratura ufficiale, è proprio questa la mia fortuna”. Permunian è dunque scrittore isolato, scontroso, in rotta con il mondo e con se stesso, come appunto Ceronetti (il Ceronetti che ti pubblica la raccolta di liriche <em>Scavi e segnali</em> nientemeno che con Tallone, in un volume composto a mano e impresso in neppure quattrocento copie, splendido ma volutamente non popolare).</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-48491" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-foto1.jpg" alt="permunian-foto" width="431" height="288" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-foto1.jpg 431w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-foto1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/permunian-foto1-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 431px) 100vw, 431px" />Permunian letterato aristocratico, dunque? Forse semplicemente letterato che ne va del suo essere letterato, del leggere il mondo con occhi da letterato, e di quel mondo essere “sfregiatore”. “Lei non è uno scrittore da portare al Campiello o nella buona società letteraria, se ne faccia una ragione, – lo apostrofa un funzionario editoriale – lei è un teppista da latrina!”. Sì, perché il sogno di Permunian sarebbe scrivere versi sui muri di un vecchio bagno della stazione di Desenzano, località dove abita. Trasformarlo in un gabinetto delle frasi d’autore, un posto dove ci si rifugia “quando i rumori e le voci diventano insopportabili”, un posto che sia boudoir ferroviario-filosofico, fabbrica e alcova delle sue macchine mentali. Insomma, sembra che Permunian ce l’abbia con tutta l’umanità: con i baroni universitari, con il padre della sfortunata Carmen Barriento, con i preti spretati della Casa dei Gentili, con i vecchi compagni di scuola, con i fantomatici editor affermati, con Zefirina la zingara, con il criminale nazista dalla voce di femminuccia. Eppure non tutto è negatività, il mondo di Permunian è popolato anche di persone e fantasmi positivi. Poeti soprattutto, ossia sognatori come lui, inoltre scrittori artisti pittori filosofi intellettuali, tutti confinati al di fuori della celebrità ma all’interno della cultura: Andrea Zanzotto, Lucio Piccolo, Cioran, Sebald, Bruno Schulz, Robert Walser, Pasolini, Mario Giacomelli, Sergio Quinzio, Maria Corti, Angelo Fiore, Guido Cavani, Antonio Delfini, Silvio D’Arzo, Dolores Prato, Lucio Mastronardi, Amedeo Giacomini, Umberto Bellintani.</p>
<p>Poi c’è l’umorismo, anche questo sui generis. Il vecchio compagno di scuola Beniamino, ora assicuratore di aziende agricole, vuole affidargli una budelleria che lavora per i più grandi salumifici italiani – e che Permunian qualifica subito come una budelleria del cazzo. La proposta, apparentemente paradossale, rientra nelle logiche grottesche delle invenzioni di Permunian per arrivare a una visione altrettanto grottesca del mondo e della letteratura: “I libri contengono i pensieri e le parole degli uomini, i salami invece le carni e il grasso degli animali, ma pur sempre insaccati sono. Il mondo intero è un insaccato”. Che è come dire si può fare letteratura anche sui muri di un cesso di stazione. Anzi, ormai è solo lì che si può fare. Le latrine e i cessi d’autore sono gli unici emblemi del nostro tempo, un tempo ridotto ormai a un’enorme discarica universale (sono parole sue).</p>
<p>Non c’è trama, nel libro <em>Il gabinetto del dottor Kafka</em>. Ci sono temi o veri propri leitmotiv che si inseguono: l’insonnia di Permunian, la sua infanzia, la catastrofica alluvione del <a href="http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=alluvionepolesine">Polesine</a> (della cui zona l’autore è originario), il sentirsi parte della Provincia in quanto suo cantore e sfregiatore. Nonostante tutto Permunian, nato poeta, resta poeta anche nella prosa. Un solo esempio: “La notte sta per finire. Si spengono le luci dei lampioni, s’inizia un altro giorno. Neppure il tempo di un sospiro e anche il giorno ben presto se ne va e i lampioni si accendono di nuovo per illuminare il quotidiano e immutabile disfacimento del tempo. L’eterno rimescolio di commedia e tragedia universale”.</p>
<p>Sigilla il libro nientemeno che un omicidio su commissione. Un patto segreto tra “un insonne bibliotecario del Garda e un cacciatore dalle sette piaghe” immigrato dal Senegal. Ancora una volta fantasmi reali e letterari si confondono. Ancora una volta Permunian fa letteratura senza abbracciare nessun genere letterario se non il suo.</p>
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		<title>La manutenzione della sega elettrica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/la-manutenzione-della-sega-elettrica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 07:23:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[La casa del sollievo mentale]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Nutrimenti edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Permunian Girolamo Toppi (paròn Giro, come era noto nel paese e in tutto il circondario) aveva perciò l’abitudine di passeggiare in casa con passo felpato e guardingo, fidandosi poco anche di transitare da una stanza all’altra. Il semplice atto di aprire una porta costituiva un problema, visto che poteva spalancargli d’incanto abissi sconosciuti. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Francesco Permunian</strong></p>
<p><a href="http://www.nutrimenti.net/Documents.asp?DocumentID=1853"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-41302" title="la casa del sollievo mentale" alt="la casa del sollievo mentale" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Casa_Sollievo_Mentale-193x300.jpg" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Casa_Sollievo_Mentale-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Casa_Sollievo_Mentale.jpg 400w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a>Girolamo Toppi (<em>paròn</em> Giro, come era noto nel paese e in tutto il circondario) aveva perciò l’abitudine di passeggiare in casa con passo felpato e guardingo, fidandosi poco anche di transitare da una stanza all’altra. Il semplice atto di aprire una porta costituiva un problema, visto che poteva spalancargli d’incanto abissi sconosciuti.</p>
<p>Le finestre erano chiuse da anni, il portone d’ingresso sbarrato e apribile soltanto dall’interno. Per uscire, sua moglie era costretta a sgusciare da un pertugio che dava sul retro della casa. Al rientro, doveva suonare il citofono e pronunciare, con voce chiara e squillante, la formula scaramantica <em>Chi non vigila è perduto!</em></p>
<p>Ombra tra le ombre, Girolamo vagava inquieto nella sua fortezza impugnando una piccola pila che dirigeva con sospetto verso il soffitto e nei cantoni più bui. A rovistare tra sporcizia e ragnatele, titubante eppur smanioso di scoprire chissà quale minaccia, chissà quale macchia o infamia oscura.<span id="more-41292"></span></p>
<p>Dopo il pranzo, si impiantava regolarmente davanti allo specchio della sala e se ne stava là a guardarsi la lingua per ore intere. La lingua, si sa, è la cartina di tornasole della salute e quindi per esaminarla meglio, spesso Girolamo si legava la pila sulla fronte, il che lo faceva assomigliare – sia detto senza offesa – a un folle minatore casalingo.</p>
<p>In una tasca, mescolato ai santini e ai purganti, teneva un curioso campanello a manico. Nell’altra tasca custodiva invece la peretta del clistere, che doveva essere sempre a portata di mano. A pronto uso, soprattutto nell’eventualità di un attacco improvviso di panico, durante il quale il respiro gli diventava affannoso e la fronte s’imperlava di sudore.</p>
<p>Preso nella morsa del terrore, strisciava allora per terra come un verme e suonava febbrilmente la campanella.</p>
<p>Avvisava in tal modo la moglie del suo orribile incomodo, ragion per cui l’Adele arrivava in soccorso di gran carriera spingendo avanti una poltrona sanitaria a rotelle che era munita, nella parte inferiore, di un apposito contenitore per gli escrementi. E non appena sistemato su quel singolare trono cacatorio, il signor Girolamo s’infilava il clistere su per il culo liberandosi dai lacci dell’angoscia con tremende scariche corporali.</p>
<p>Dopo di che riprendeva finalmente a respirare come tutti i cristiani. A far ritorno nel mondo dei vivi, con la coscienza tragica di chi ha visto l’inferno.</p>
<p>“Ah, la mia amata sedia-travaglio, il mio unico e infallibile carminativo!”, così lui chiamava con affetto quel seggiolone, sopra il quale si sentiva un papa sulla sedia gestatoria.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Sgravato quindi l’intestino, <em>paròn</em> Toppi gironzolava su e giù per la casa in piena libertà, tenendo le calze alla cacaiola. Ossia con i pantaloni cascanti, a mezza gamba, e ciò per dare un po’ di refrigerio al suo culo martoriato. Quindi si buttava sul divano e cominciava a sfogliare la Bibbia, una vecchia edizione illustrata che gli avevano regalato i frati di Assisi. E ogni volta rimaneva incantato a contemplare certe figure di angeli e profeti così belli, sani e forti che parevano il ritratto stesso della salute.</p>
<p>“Allora sì che si era tutti nella grazia del Signore!”, mormorava avvilito, avvertendo oscuramente la colpa di essere nato in un secolo sbagliato.</p>
<p>“In un’epoca di folli e di clisteri”, sospirava e per scacciare il malumore, dava una tiratina alla cordicella che gli girava attorno al collo, a cui teneva appesa una borsa d’acqua tiepida per favorire la digestione. Dopo di che controllava la fascia elastica al polpaccio, dato che le vene delle gambe – a furia di stare sempre in piedi dietro il bancone della falegnameria – gli si erano gonfiate come dei tuberi di patate.</p>
<p>La bottega non l’aveva chiusa però a causa delle vene, ma per via di un dannato incidente con un seghetto elettrico in cui aveva rischiato seriamente di perdere la mano destra. Ci rimise ben tre dita, quella volta, e fu l’inizio della fine.</p>
<p>In seguito a tale infortunio, Girolamo decise di cessare ogni attività lavorativa per non mettere più a repentaglio la vita. Cominciò allora a considerarsi alla stregua di un mutilato, un individuo irreparabilmente <em>lesionato</em> degno ormai della pensione. Ciò nonostante non volle mai separarsi dal seghetto con il quale si era ferito, esibendolo come un trofeo a ogni visita medica.</p>
<p>Amava illustrare ai dottori la meccanica precisa della sua disgrazia, con estrema dovizia di particolari, aspettandosi in cambio da loro un’altrettanto precisa e mirata terapia del caso. Alla fine riponeva il seghetto dentro la custodia e se lo portava via manco fosse una reliquia, manifestando un attaccamento a dir poco eccessivo verso quell’attrezzo micidiale.</p>
<p>Sua moglie invece ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel coso; fosse dipeso da lei, lo avrebbe sbolognato al ferrovecchio.</p>
<p>“Ti sbagli, cara, questo arnese può risultare ancora utile. Vedrai, Adele, un bel giorno vedrai e capirai!”, ripeteva lui con un’aria misteriosa e sibillina.</p>
<p>Ogni sera perciò lo tirava fuori e lo rimetteva in moto e poi se ne stava a fissarlo mentre girava a vuoto. Lo osservava in silenzio con una luce inquietante negli occhi e intanto si accarezzava la mano destra, quella mutilata.</p>
<p>La manutenzione della sega elettrica avveniva di solito dopo cena, era un modo per passare la serata. E spesso si protraeva fino a notte fonda dal momento che <em>paròn</em> Giro – ascoltando il ronzio ossessivo di quella lama metallica – s’illudeva di segare, sminuzzare e neutralizzare il male oscuro che l’opprimeva, le tenebre che sentiva avanzare minacciose nella sua mente.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Allattare un mostro</em></p>
<p>Tali erano dunque le curiose e lamentevoli condizioni in cui versavano i coniugi Toppi nel momento in cui il figlio, dopo tanti anni, finalmente li rivide.</p>
<p>Sembrano due mendicanti in attesa di un miracolo, pensò Ludovico, e si avvicinò a sua madre per abbracciarla.</p>
<p>“Mamma!”, fece appena in tempo a balbettare che suo padre, con una mossa a sorpresa, afferrò la donna per i capelli e gliela strappò via senza tanti riguardi.</p>
<p>“Non vogliamo nulla da te, sappilo. Le tue manine di bibliotecario, abituate ai libri, sono troppo delicate per dei vecchi infermi come noi”, gli rinfacciò quell’ingrato. E poi, con insopportabile magnanimità: “Ciò nonostante, noi siamo pur sempre i tuoi genitori, ti piaccia o no. Ti prego di portare le valigie e accompagnarci nei nostri alloggi presso l’Albergo del Mutilato, dove sarai ospitato per tutto il tempo necessario”.</p>
<p>I tre si avviarono quindi lungo il viale della stazione e dopo un po’ arrivarono davanti a un palazzo che sorgeva nella parte bassa del paese, la più povera e malfamata.</p>
<p>L’edificio doveva certamente aver conosciuto giorni migliori, dato che era ricoperto in lungo e in largo da grosse crepe e da numerose macchie di umidità. Eppure, nonostante sembrasse sul punto di crollare, appariva ancora così imponente che a malapena se ne poteva intravedere il tetto, il quale si dileguava nella luce crepuscolare della sera.</p>
<p>“Da quando tuo padre si è ammalato, abbiamo dovuto sostenere tante di quelle spese che neanche te lo immagini, figlio mio!”, si scusò sua madre. “E di conseguenza ogni volta che ci mettiamo in viaggio per ospedali o santuari, veniamo accolti in qualcuno dei vari Alberghi del Mutilato sparsi in Europa, sono gli unici ostelli che ci possiamo permettere.</p>
<p>“Certo, se tu avessi seguito le orme di tuo padre, avresti potuto prendere il suo posto quando lui si è infortunato. La Premiata Falegnameria Toppi non avrebbe chiuso i battenti, non c’è alcun dubbio, e invece hai preferito fuggire dalla nostra casa e rifugiarti in quella di zia Arpalice, la pazza di famiglia! Era inevitabile che tuo padre, il quale contava soltanto su di te, sprofondasse nei gorghi della depressione e della malinconia. Con la tua fuga, in pratica, gli hai sferrato il colpo di grazia e la sorte per noi fu segnata, è giusto che tu finalmente lo sappia.</p>
<p>“‘Abbiamo allevato un mostro!’, fu il suo commento il giorno in cui ci voltasti le spalle. Da allora non volle più sentir pronunciare il tuo nome e ogni volta che io mi arrischiavo a parlargli di te, invariabilmente lui mi ammutoliva con queste parole: ‘Stai zitta tu, che hai allattato un mostro!’.</p>
<p>“Adesso perciò ascoltami bene, ti prego. Per permettere a tuo padre di riprendersi dalle fatiche del viaggio, è necessario che tu ti allontani da lui visto che la tua vicinanza non gli consente di rilassarsi, né tanto meno di chiudere occhio. Il fatto che un giorno tu lo abbia ripudiato gli ha rovinato il sonno per sempre. Sembra incredibile, ma è la verità. E quindi mentre ora noi ci riposiamo un po’ in portineria e scambiamo quattro chiacchiere con la signora Ninetta, tu vai pure a dare un’occhiata in giro in compagnia di Cristoforo, il custode dell’Albergo, il quale sa esattamente ciò che deve fare. Vai dunque con lui, ti mostrerà i segreti di questo antico palazzo di cui tuo padre è un socio onorario. Vedrai, non tutto qui è da buttare, ci sono ancora degli appartamenti più che decorosi in cui anche tu potresti vivere da gran signore”.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>[<em>tratto da </em><a title="la casa del sollievo mentale" href="http://www.nutrimenti.net/Documents.asp?DocumentID=1853" target="_blank">La casa del sollievo mentale</a><em> di Francesco Permunian, Nutrimenti edizioni, 2011</em>] <em>&#8211; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008O61X8A/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008O61X8A&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Amazon</a></em></p>
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