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	<title>Franco Arminio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>In mezzo alla terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:02:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Oggi ancora Puglia, ma è un viaggio muto, non voglio portare a casa impressioni particolari, non voglio trovare niente di nuovo. Vago tranquillamente nella campagna. Mi fermo davanti a una masseria semiabbandonata. Poi passo per Ordona, ma oggi i paesi non mi attirano, potrei andare a Stornara e a Stornarella, preferisco camminare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> Oggi ancora Puglia, ma è un viaggio muto, non voglio portare a casa impressioni particolari, non voglio trovare niente di nuovo. Vago tranquillamente nella campagna. Mi fermo davanti a una masseria semiabbandonata. Poi passo per Ordona, ma oggi i paesi non mi attirano, potrei andare a Stornara e a Stornarella, preferisco camminare un poco a piedi su queste strade tra i campi dove non passa nessuno. Si vede tanta terra da ogni lato, ecco, sono qui per la terra, sono qui lontano dall’Italia urbana e anche da quella paesana. Oggi sento di avere la giusta densità umana per stare tra le cose. Sono qui anche per stare lontano dal computer e dalla scrittura. A un certo punto mi avvio verso Foggia, poi ci ripenso, proprio non me la sento di vedere semafori e file di macchine, prendo ancora una via che non so dove porta. Quello che mi piace è non avere umori precisi, intenzioni precise, sono come il grano che cresce, sono leggermente commosso dalla luce che declina, il giorno di maggio non finisce mai a precipizio, il giorno di maggio è accogliente, sono i giorni migliori per stare all’aperto. La giornata di oggi spiega tante cose dei miei ultimi due anni in mezzo ai paesi. Poco alla volta l’interesse per le cose è cresciuto ed è diminuito quello per le persone. Non ho incontrato tanti sindaci, non ho parlato con tanti ragazzi. Non si può dire che mi sono preoccupato di approfondire la conoscenza dei paesi. In molti casi mi sono limitato a passarci dentro e oggi non ho fatto neanche quello.</p>
<p>Il pensiero del momento è questo: i paesi non sono la soluzione e la soluzione non è la città e neppure la campagna e neppure i nostri affari. La grazia è infilare le ore con un filo di svagatezza, giocare con il tempo che passa senza inseguire niente e nessuno. Un puro stare con le cose e nelle cose, un puro stare lontano dal mormorio degli umani per qualche ora e poi tornarci dentro, ricominciare a sentirli, cercando di non assillare nessuno e di non farsi assillare, scivolare lungo un margine silenzioso, mettersi anche al centro, ma con un cuore molto leggero, non spingere nessuno a vedere dove siamo, sentirsi come un cardo, come certi fiori che crescono fuori dall’aratura, come una stalla che ha perduto il tetto e anche le bestie che c’erano dentro, eppure a vederla ti fa piacere, ti fa sentire qualcosa. Non mi interessa che nella mia scrittura la voce sia grossa e il passo militare, mi interessa che dentro le frasi ci sia un senso di terra, ci sia quest’aria di oggi, dove niente è gonfio, anche la paura di morire è un pensiero che dura giusto il tempo che occorre a una lucertola per nascondersi dentro una fessura. Il Sud che amo è il Sud dove non c’è nessuno. Oggi non ho visto neppure quelli che lavorano la terra, mi danno fastidio i macchinoni, le insegne dei bar, mi danno fastidio quelli che parlano dei problemi dei paesi. Oggi non ci sono problemi e non ci sono idee brillanti da illustrare, non ci sono progetti da lanciare. Penso che per me ormai la direzione sia questa. Cercare la terra, cercare gli spazi che gli uomini trascurano. La paesologia era già fatta di poche cose e quasi tutte le lascia andare. Sento che lascia andare anche i grovigli della mia testa, rimane poco, rimane il fatto di essere per qualche ora all’aperto e mettere fuori parole semplici, asciutte, senza gonfiori, senza muscoli. La paesologia diventa sempre più lontana dai pensieri che ci sono in giro, senza pretendere di piazzare chissà quali invenzioni. È un semplice stare a metà tra se stessi e le cose. Io sono una terra di mezzo, me ne sono accorto oggi che ero in mezzo alla terra. Io sono aria e vento e creta e niente. Faccio parole con la carne e con la terra. Con le parole faccio carne e terra e niente.</p>
<div><em>(questo brano è tratto da &#8220;Terracarne&#8221;, Mondadori, 2011)</em></div>
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		<title>Il Nobel per la letteratura di quest&#8217;anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 07:30:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giochi]]></category>
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		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel per la Letteratura 2013]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
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					<description><![CDATA[un accorato appello di Gianni Biondillo In attesa del responso dell’Accademia di Svezia voglio dirlo, ad alta voce, senza peli sulla lingua: ma quale Nobel per la letteratura a Bob Dylan! Insomma, basta con queste frescacce. Possibile che dobbiamo sistematicamente sottostare alla logica dello star system? Mai come quest’anno s’è fatto avanti nel nostro afflitto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un accorato appello di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In attesa del responso dell’Accademia di Svezia voglio dirlo, ad alta voce, senza peli sulla lingua: ma quale Nobel per la letteratura a Bob Dylan! Insomma, basta con queste frescacce. Possibile che dobbiamo sistematicamente sottostare alla logica dello star system?</p>
<p>Mai come quest’anno s’è fatto avanti nel nostro afflitto paese un nome che ci rappresenta al meglio, che ci rende orgogliosi e convinti della oculata candidatura (vorrei tanto conoscere il misterioso proponente, l&#8217;insigne professore, l&#8217;istituzione lungimirante).</p>
<p>Il nome di un autore, di un compositore, che ha saputo frantumare i muri dei generi artistici. Uno scrittore riservato, discreto, artefice di versi scolpiti nella memoria di tutti, capace di fare della poesia qualcosa che interessa tutti, non solo il piccolo, miope, circolino dell’intelligecjia nostrana. Qualcuno che ha da insegnare al mondo, Dylan compreso.</p>
<p>L’autore di rime alte, nobili, etiche. Roberto Vecchioni. Il mio candidato per Stoccolma.</p>
<p>In alternativa propongo Franco Arminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=DkpaI_2VtYQ">http://www.youtube.com/watch?v=DkpaI_2VtYQ</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>;-)</p>
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		<title>Lettera al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio&#8230;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/10/03/lettera-al-presidente-della-repubblica-e-al-presidente-del-consiglio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2013 13:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio illustri rappresentanti del popolo italiano vi chiedo di considerare la possibilità di indire una giornata di lutto nazionale per i morti di Lampedusa. Sarebbe un gesto che renderebbe agli alleati europei la misura della nostra difficoltà ad affrontare gli sbarchi di tanti sventurati. E servirebbe anche a risvegliare il popolo italiano che accoglie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>illustri rappresentanti del popolo italiano</p>
<p style="text-align: left">vi chiedo di considerare la possibilità di indire una giornata di lutto nazionale</p>
<p style="text-align: left">per i morti di Lampedusa.</p>
<p style="text-align: left">Sarebbe un gesto che renderebbe agli alleati europei la misura della nostra difficoltà</p>
<p style="text-align: left">ad <span id="more-46498"></span>affrontare gli sbarchi di tanti sventurati.</p>
<p style="text-align: left">E servirebbe anche a risvegliare il popolo italiano che accoglie queste notizie</p>
<p style="text-align: left">come se fossero cose ordinarie.</p>
<p style="text-align: left">Morire nel 2013 in questa maniera a ridosso delle coste italiane</p>
<p style="text-align: left">è inaccettabile.</p>
<p style="text-align: left">Non si può pensare anche questa volta di ridurre tutto alle solite dichiarazioni.</p>
<p style="text-align: left">Parliamo tanto della nostra crisi, sarebbe il caso di ricordarsi</p>
<p style="text-align: left">che ci sono situazioni ben più drammatiche della nostra.</p>
<p style="text-align: left">La tragedia di Lampedusa è avvenuta dopo una giornata</p>
<p style="text-align: left">assai poco decorosa</p>
<p style="text-align: left">nel parlamento italiano.</p>
<p style="text-align: left">Dichiarare il lutto nazionale in fondo sarebbe anche un modo per rientrare nella realtà,</p>
<p style="text-align: left">per uscire dal delirio delle menzogne e degli inganni a oltranza</p>
<p style="text-align: left">a cui si è ridotta la politica italiana negli ultimi decenni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">distinti saluti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">franco arminio</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>LA LUNA E I CALANCHI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 10:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211; Festival ideato e curato da Franco Arminio &#8211;  &#160; &#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211;</p>
<p>Festival ideato e curato da <strong>Franco Arminio &#8211; </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">&#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il programma</em></p>
<p><strong>Giovedì 29 agosto</strong></p>
<p>Ore 13.00: Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Aspettando la Luna e i calanchi<br />
Un video di <strong>Francesca Catarci</strong></p>
<p>Ore 15,30: Auditorium dei Calanchi<br />
I bambini e i calanchi<br />
a cura di <strong>Maria Delorenzo</strong></p>
<p>Ore 16.00: calanchi<br />
Movimenti, Canti, suoni, letture e narrazioni nel paesaggio inoperoso<br />
<strong>Valerio Apice, Samanta Balzani, Egidia Bruno, Joe Capalbo, Lucia Citterio, Camillo Ciorciarlo, Pietro Colaiacovo, Nicola D’Imperio, Claudia Fofi, Teresa Lardino, Cristiana Liguori, Luigi Marra, Antonio Petrocelli, Gloria Pomardi, Caterina Pontrandolfo, Pino Quartullo, Mariolina Venezia e altri</strong></p>
<p><span id="more-46294"></span><br />
Ore 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Io sono uno degli altri<br />
omaggio a <strong>Rocco Scotellaro</strong> (Altroteatro)<br />
Lettura per Rocco<br />
<strong>Joe Capalbo</strong></p>
<p>Ora 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.00: Piazzetta Panevino<br />
Duo lucano<br />
<strong>Caterina Pontrandolfo</strong> &amp; <strong>Graziano Accinni</strong></p>
<p>Ore 22.00: Piazzetta Panevino<br />
da solo o in buona compagnia<br />
<strong>Antonio Infantino</strong></p>
<p>Ore 23.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti meridiani<br />
<strong>Gaetano Calabrese, Daniel Cundari, Biagio Guerrera, Silvana Kuhtz, Peppe Lanzetta, Vincenzo Mastropirro, Raffaele Niro, Salvatore Ritrovato, Pasquale Vitagliano e altri</strong></p>
<p>ore 2.00:   Auditorium dei calanchi<br />
Visioni notturne<br />
<strong>Rocco Brancati, Paolo De Falco, Luigi Di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Venerdì 30 agosto<br />
dalle ore 10.00 alle ore 20.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Parlamenti sull’Italia interna<br />
Intervengono, tra gli altri, <strong>Pino Aprile, Silvana Arbia, Franco Arminio, Fabrizio Barca, Piero Bevilacqua, Rocco Brancati, Joe Capalbo, Antonello Caporale, Franco Cassano, Luisa Cavaliere, Domenico Cersosimo, Vito De Filippo, Riccardo De Gennaro, Luigi De Lorenzo, Francesco Erbani, Micaela Fanelli, Doriana Laraia, Roberto Leoni, Paride Leporace, Maria Liguori, Laura Marchetti, Angelo Mastrandrea, Mauro Minervino, Raffaele Nigro, Mimmo Parrella, Giampiero Perri, Francesco Pesce, Ulderico Pesce, Marta Ragozzino, Cristiano Re, Isaia Sales, Vincenzo Santoro, Mario Salzarulo, Vito Teti</strong></p>
<p>Ore 21.30: Cortile Palazzo Colonna<br />
Cartoline dai morti<br />
di <strong>Franco Arminio</strong>, spedite da <strong>Rocco Papaleo</strong></p>
<p>Ore 22.30: Piazza San Luigi Gonzaga<br />
Canzoniere dell’ebbrezza:<br />
<strong>Daniele Sepe e il suo gruppo</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti lucani<br />
<strong>Dora Albanese, Domenico Brancale, Antonio Bruno, Antonio De Rosa, Andrea Di Consoli, Elena Di Napoli, Donato Aurelio Giordano, Alfonso Guida, Donato Imprenda, Roberto Linzalone, Antonello Morea, Raffaele Nigro, Eliana Petrizzi, Gilda Policastro, Daniela Riviello, Lidia Riviello e altri</strong></p>
<p>Ore 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
<strong>Rocco Brancati, Francesca Catarci, Paolo De Falco, Luigi di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Ore 5.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche albeggianti<br />
<strong>Nazim Comunale</strong></p>
<p>Ore 5.30, davanti alla tomba di Carlo Levi<br />
Quaderno di legno<br />
<strong>Andrea Di Consoli</strong></p>
<p>Ore 6.00: Piazzetta Panevino<br />
Canti delle sei del mattino:<br />
<strong>Samanta Balzani, Claudia Fofi, Silvia La Ferrara, Roberta Langone, Marzouk Mejri, Caterina Pontrandolfo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 31 agosto</p>
<p>Ore 10.00: in giro per il paese<br />
Esercizi di paesologia</p>
<p>Ore 13.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Laboratori illustrati<br />
gli artisti invitati raccontano il loro lavoro</p>
<p>Ore 18.00 Cortile Palazzo Colonna<br />
Il barbiere di anime<br />
presentazione del libro di <strong>Anton Giulio Scardaccione</strong></p>
<p>0re 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Jennu brigannu, <strong>Teatro della Ginestra</strong></p>
<p>Ore 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.30:  Auditorium dei Calanchi<br />
La farfalla della voce, poesie e canzoni d’amore<br />
Con<br />
<strong>Franco Arminio, Alessandro D’Alessandro, Rocco De Rosa, Canio Loguercio,</strong><br />
<strong> Gloria Pomardi</strong></p>
<p>0re 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Omaggio a <strong>Matteo Salvatore</strong><br />
Video prodotto da <strong>FestambienteSud</strong><br />
<strong>Livio e Manfredi Arminio</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche facoltative, canti notturni, deliri e parlamenti finali<br />
<strong>Biagio Accardi, Alessandro D’Alessandro, Vittorio Nicoletti Altimari, Vittorino Curci, Carmine Ioanna, Mandatari, Marzouk Mejri, Pasquale Innarella, Musici lucani di Sergio Santalucia, SuonidiLuna e tanti altri</strong></p>
<p>Ore 5,00: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
I Basilischi di <strong>Lina Wertmuller</strong> a cinquant’anni dall’uscita<br />
**<br />
LABORATORI<br />
Arte ambientale a cura di <strong>Pietrantonio Arminio</strong><br />
Poesia in azione a cura di <strong>Silvana Kuhtz</strong><br />
Corpo paesaggio a cura di <strong>Lucia Citterio</strong><br />
Maschere provvisorie a cura di <strong>Deni Bianco</strong><br />
Calancart a cura di<strong> Arturoom</strong></p>
<p>AZIONI VISIONARIE<br />
<strong>Roberto Campoli, Paola Livia Di Chiara, Salvatore Di Vilio, Federico Iadarola, Claudia Fabris, Marco Petroni, Michela Pozzi, Maria Grazia Tata, Cristina Balestracci</strong></p>
<p>RIPRESE VIDEO<br />
<strong>Paolo Muran</strong></p>
<p>GRAFICA<br />
<strong>Franco Lancio</strong><br />
WEB<br />
<strong>Davide Ardito</strong></p>
<p>COORDINAMENTO ORGANIZZATIVO<br />
<strong>Antonio Colaiacovo, Luigi Scelzi e Ilenia Fulco</strong></p>
<p>Saranno presenti anche<br />
<strong>Gianluca Mulone, Patrizia Flecchia, Barbara Lottero, Benedetta Ricci, Roberta Sama, Mario Lusi, Grazia Coppola, Fabrizio Carucci, Nicola Baccellieri, Massimiliano Guerrieri, Marcella Zeppa, Andrea Semplici, Valentina Russo, Francesca Di Ciaula, Domenico Porfido, Marco Montanaro, Federico Pommier, Nicola Di Croce, Massimo Ammendola, Marianna Borriello, Diana Senese, Irene Balducci, Barbara Crusco, Mauro Orlando, Fabio Nigro, Paolo Bruschi, Antonella Screti, Alessandra Battaglia, Francesco Ventura, Rocco Calandriello, Filomena Sessa, Mauro De Cillis, Luigi Cazzato, Vassilis Nikolapoulos, Imma Tessitore, Mario Fellet, Riccardo Benetti, Susanna Piccin, Enzo Gioffrè, Mario Vallone, Mariangela Contursi, Brunella Cappiello, Laura Angelino, Ilde Catapane, Francesco Forlani, Carlotta Napolitano e Rossella Della Corte, Palma Bianca, Antonella Sassone, Giovanni Simiele, Ettore Botte, Gianluca Coviello, Marinella Murgolo e Francesco Sivilli, Consuelo Nava, Valentina Del Pizzo, Loretta Amadori</strong></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Del sentimento</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 10:03:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi. in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 231px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" " alt="" src="http://eklektx.com/wp-content/uploads/Ron-Birth.jpg" width="231" height="277" /><figcaption class="wp-caption-text">Ron Mueck &#8211; &#8216;Ron Birth&#8217;.</figcaption></figure>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento</p>
<p>qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi.</p>
<p>in altre parole, il complesso processo di frattura, di dislocazione e contrazione temporale, di riarticolazione del linguaggio su un altro corpo non presente, e sui suoi multipli e stratificati meccanismi, che produce ad esempio il sentimento della nostalgia, è assai più ricco e interessante della sua concettualizzazione in un’analisi storica o psicanalitica, che consiste in poco più che una semplice registrazione e composizione secondo una regola meccanica (un po’ nel modo in cui una melodia è più complessa, e ricca di informazione e di scarto inventivo di un virtuosismo strumentale).</p>
<p>ecco la ragione per cui un babbuino e pare anche un’otaria può comporre parole e numeri, ma non potrà mai commuoversi per la fioraia cieca di chaplin e nemmeno per un’otaria cieca (semmai, solo, in qualche modo, piangere).</p>
<p>tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. <b>uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio</b>. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.</p>
<p>il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, <b>non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica</b> (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), <b>ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica.</b> i 2 atteggiamenti sono connessi. <b>il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi</b>. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.</p>
<p>cercano il testo di buon gusto, (ma “assolutamente moderno”!), caro ai borghesi e ai formalisti e neo-parnassiani e neo-accademici di tutte le ere. si pongono davanti allo scritto con l’occhio sopraffino di michele l’intenditore, quando faceva ruotare il whisky nel cristallo, e dai sentori che ne sprigionavano e vagliando i riflessi e gli <i>archetti </i>(!), emetteva la sua squisita sentenza, fra i gridolini di ammirazione dei convitati: michele! lui sì che se ne intende. a questo hanno ridotto la parola, e cioè l’essenza costitutiva della specie uomo.</p>
<p>in sostanza questi intenditori che non se ne intendono, inùmano il testo prima che nasca, quando è ancora feto. <b>producono e inducono testi già morti, prima ancora di svolgere la propria funzione, che è quella di agire nel mondo, </b>produrre effetti, entrare nella circolazione di passioni, pulsioni, repulsioni e revulsioni, desideri, spasmi, conati, aneliti, in una parola sentimenti, che anima e costituisce la comunità di pezzi di carne sperduti di cui siamo parte, e nel cui <i>campo</i> può assumere qualche vago senso la parola. per svolgere questa funzione, il testo non deve essere ancora testo&#8230; lo diventerà per i posteri, se posteri ci saranno, lo diventerà nei cimiteri delle antologie, lì dove la cultura viva e gramscianamente coinvolta nelle cose umane, si riduce a pezzi inerti di sillabe e concetti&#8230; questa inevitabile fase obitoriale loro la pretendono dal linguaggio appena emesso dalla carne, nei fiotti ancora caldi, nelle secrezioni necessariamente ancora aromatiche, grevi, sporche, scomposte.</p>
<p><b>il risultato di tutto ciò, è che se la letteratura non ha mai interessato nessuno, ora non l’interessa colpevolmente, perché non ha nulla da dire e guarda caso non dice nulla</b>. la poesia di questi anni è diventata un cortese o spesso scortese scambio fra addetti ai lavori, una gara a chi esegue con più destrezza l’esercizio assegnato, una profluvie di finezze che non fanno ridere e non fanno piangere<b>, </b>da ammirare più che da amare, o da amare con i recettori letterari sensibili al potere e alla forza<b>.</b> non per niente credo che le uniche espressioni artistiche di questi anni che in qualche modo resteranno, non siano affatto quelle che vi aspiravano, ma semmai certo rock, certi video e certe performance di comici come corrado guzzanti. poesie di questi qui, no di certo. se non, forse, in alcuni casi, loro malgrado.</p>
<p>mi si obietterà: ma tutto il “contemporaneo” trae il suo senso proprio dal non aver nulla da dire, e da un certo significato che questo svuotamento produce, o quantomeno si dispone nel vuoto scavato da questo paradosso, da questa estrazione di senso. infatti questi intenditori che depreco non hanno realmente nulla da dire, essi dicono incessantemente che dicono meglio degli altri di non aver nulla da dire, e dunque dicono qualcosa, questa cosa, che però non è interessante. in altri termini, la loro finalità è sentirsi intelligenti, proposito che però quasi mai coincide con l’esserlo.</p>
<p>a questo fine adoperano una lingua posticcia, una lingua di sintesi, un tessuto tecnico, che non userebbero mai per fare la rivoluzione, per spiegare al medico come non farli morire, o per persuadere il partner ad accoppiarsi, ma nemmeno nel sogno, nella preghiera o nella possessione. è una lingua che esiste solo nella dimensione pellicolare della carta.<a name="_GoBack"></a></p>
<p>ci sono alternative che restino rigorose a questo tipo di scritture? direi di sì, e sono scritture ben consapevoli del fatto che il sentimento è un’elaborazione linguistica complessa come il concetto è una modalità percettiva e sensoriale. valerio magrelli, che ha letto probabilmente più libri di tutti gli “intenditori” messi insieme e ha una scrittura assai più disorientante e graffiante della loro, ci ha consegnato con Geologia di un padre un libro straniato, cruento, quanto sentimentale. peter handke ha scritto capolavori sulla figlia e sulla madre suicida, valère novarina racconta un uomo tanto disaderente quanto corporeo, istintuale, tattile e sensoriale. franco arminio chiama il suo ultimo libro “geografia <i>commossa</i> dell’italia interna”, ma naturalmente gli intenditori apprezzano la sua produzione meno vertiginosa, forse tarata proprio sulla loro vacuità. mariangela gualtieri recupera risonanze emotive desuete e antimoderne, e ci parla senza remore di abbracci, di amore, di natura. mi viene in mente anche un piccolo capolavoro di ivano ferrari, macello, dove apparentemente non si trova un grammo di sentimento, e tuttavia lo dice. roberto saviano produce una scrittura la cui verità è garantita dal suo corpo e dal suo modo di situarsi nel mondo, un’opera che non si sostanzia semplicemente di questa innervatura etica, ma ne è fatta, consiste appunto in questo rapporto di un corpo al mondo, ed ha in tal senso una portata molto più ampia dei ghirigori e arabeschi che appena scalfiscono il foglio di certi sussiegosi poeti. qualche volta cade nella retorica e scade nello stile giornalistico? questo è un problema di michele.</p>
<p>ma infine, se ci poniamo di fronte alla questione con radicale e virile franchezza, cosa autorizza il gratuito e volgare snobismo nei confronti di tante produzioni popolari sentimentali, da certe canzoni di claudio baglioni (intendo le 2-3- più riuscite) ai trottolini amorosi di non ricordo (concedo) quale cherubica ugola? dovrebbe bastare la coscienza della labilità dei confini psichici individuali, del comune attingimento alla grande falda del linguaggio, per comprendere che i sentimenti posti in circolazione da queste opere, non solo non producono qualsivoglia danno, ma sostengono e strutturano insostituibilmente il tessuto sociale, e hanno dunque una funzione etica primaria.</p>
<p>senza il movimento eccentrico dell’emozione e della commozione, senza l’estasi romantica che porta fuori da sé, senza l’esposizione e la vulnerabilità che levinas descriveva come costitutiva dell’eros, l’etica si ridurrebbe al contratto sociale, la solidarietà umana a una voce della retorica della sinistra, e l’idea stessa di umanità a una specie di casuale accolita che si sorregge vicendevolmente per pura convenienza gregaria, non molto differente dalla babbuinità e dalla vermità.</p>
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		<title>La luna e i calanchi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/04/la-luna-e-i-calanchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2012 14:39:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[la luna e i calanchi]]></category>
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					<description><![CDATA[]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43405" title="aliano" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/aliano.jpg 1575w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>De mortuis nihil nisi bene</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/06/13/de-mortuis-nihil-nisi-bene/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jun 2012 07:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Una buona politica comincia da una buona lingua, una lingua semplice, dolce, incantata. Non si sente questa lingua nella politica italiana. Si sentono frasi opache, generiche, senza carne, le frasi di una politica tesa a conservare un potere che non ha o a prendere un potere che non c’è. Le prossime elezioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/ghirri.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42730" title="ghirri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/ghirri.jpg" alt="" width="268" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/ghirri.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/ghirri-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" /></a>Una buona politica comincia da una buona lingua, una lingua semplice, dolce, incantata. Non si sente questa lingua nella politica italiana. Si sentono frasi opache, generiche, senza carne, le frasi di una politica tesa a conservare un potere che non ha o a prendere un potere che non c’è.<br />
Le prossime elezioni rischiano di diventare un gigantesco processo alla casta, un processo che porterà molte facce nuove in parlamento ma poche novità nei meccanismi profondi che muovono la società.<span id="more-42729"></span><br />
Bisogna dire cose inequivocabili come lo stop al consumo di suolo o alle spese militari o ai privilegi alla chiesa cattolica. Ci vuole una lingua che non aggiunga confusione alla confusione, conformismo al conformismo.<br />
Che senso ha continuare a parlare della crescita, quando si sa che è una strada senza uscita e che porta benefici di gran lunga inferiore ai danni che produce? Che senso ha contestare la penosa avarizia dei nostri parlamentari senza considerare un modello economico completamente fuori dallo schema produzione-consumo?<br />
La modernità è finita, sembra che solo le forze politiche non se ne siano accorte. Per governare una società che ha in testa un modello che non funziona non si può riproporre lo stesso modello, bisogna avere il coraggio di immaginarne un altro, anche se può richiedere tempi lunghi per essere costruito.<br />
La modernità nel tempo della sua fine non crea solo problemi, ci dà anche squarci utili. Tanto per citarne uno, ci fa vedere i benefici che potrebbe avere un modello di riattivazione della ruralità e della specificità dei luoghi. La civiltà contadina prima della modernità era una civiltà violenta e meschina, che annoiava la vita dei pochi agiati e lacerava la vita di tutti gli altri. Paradossalmente adesso non sarebbe così. Adesso, solo per fare un piccolo esempio, si può fare un orto per produrre cose da mangiare e nello stesso tempo per dare nuova linfa alla vita comunitaria. Si può ripartire dalla terra, coniugando il computer e il pero selvatico. Si può partire dall’idea di rivitalizzare i centri storici dei piccoli paesi, quasi tutti agonizzanti, ci si può ricordare che l’Italia è fatta in gran parte di montagne. E invece la lingua ristagna intorno alla crisi e alla necessità della crescita come unica via per uscirne. Politica e antipolitica in questo sembrano non discostarsi molto, come se la fuga dalla realtà fosse il collante per tenere insieme un sistema in cui l’alternanza non è tra proposte diverse. Politica e antipolitica danno vita ogni giorno a uno stucchevole teatrino che mette in discussione gli attori in scena e non la regia dello spettacolo, non la sua ideologia di fondo.<br />
Questa messa in discussione non può non avvenire anche sul terreno della lingua e su questo terreno gli scrittori dovrebbero farsi sentire, magari partecipando attivamente alle prossime elezioni. Quando qualcuno annuncia la volontà di candidarsi, subito viene fuori l’idea che la politica è sporca, che bisogna fare il proprio mestiere, che bisogna fare politica scrivendo buoni libri.<br />
Mi pare uno schema vecchio, uno schema modernista. La letteratura e la politica non sono un mestiere. Lo scrittore non è un elettrauto e il politico non è un imbianchino. La cultura e la politica dovrebbero offrire cornici linguistiche e legislative entro cui le persone possano scegliere il loro abitare il mondo.<br />
Non si può andare alle prossime elezioni senza scardinare questo meccanismo in cui ogni posizione, politica o antipolitica, ha solo la forza di rendere più povera la posizione opposta alla propria.<br />
C’è da impegnarsi subito pronunciandosi con nettezza, pronunciando la propria visione, e questo, prima degli altri, dovrebbero farlo gli scrittori e gli intellettuali in genere. Attraversare i paesi, i volti, le macerie con un linguaggio carnoso e civile, questo fa la differenza. Toccare i margini geografici e umani, le montagne e le rovine. Un agire politico che non parta dal centro, ma dai paesi sperduti, dai luoghi senza potere, dalle vite sfinite.<br />
Non è la casta il nemico da abbattere, ma un capitalismo sempre più cieco e verminoso, un capitalismo che non si lascia inumare perché ha impiegato gli ultimi decenni della sua vita a dare l’idea che era l’unico mondo possibile.<br />
Andiamo alle elezioni per seppellire questa salma, riconoscendone magari anche qualche lontano merito, ma ben convinti che il mondo ha bisogno di un’altra politica e di un’altra economia e forse anche di un’altra letteratura.<br />
<strong><br />
Il presente articolo è uscito oggi sul «manifesto».</strong><em></em></p>
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		<title>Contadini del sacro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 09:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[mirandola]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, dentro la tasca il telefonino intatto, la camicia bianca piena di polvere, il pantalone grigio con una macchia di sangue che pare un bicchiere, il dolore del funerale, il corpo dentro il legno, basta un corpo, uno solo che non parla più, mentre un diluvio di parole cade da ogni parte. Dopo il terremoto ci vuole un poco di silenzio o, se si vuole parlare, allora bisogna parlare dei morti.<span id="more-42632"></span> Forse vedere un corpo appena è tirato via da un capannone sarebbe uno squarcio alla retorica che nebulizza ormai ogni evento, ne fa un altro cartone da imballaggio per intrattenere i consumatori della notizia. Se non si vuole far vedere un piede, un occhio, se non si vuol far vedere una mano rotta, la macchina che aveva quel tizio, la borsetta dell’operaia, il quadro alla parete, i profumi dentro il bagno, se non si vuol far vedere la vita allora è meglio oscurare il video, togliere l’audio, mandare in onda solo una scritta con le notizie, solo la parola nuda, se davvero si vuole essere la prossima volta un poco più pronti.</p>
<p>Invece il terremoto è uno spettacolo, perfetto per la pista facile delle polemiche, per dare la parola agli esperti, per mischiare scienza e paure spicciole e poi dire degli aiuti e dei provvedimenti del governo. Le parole, le scene sono sempre quelle. Si dice di un paese distrutto, non si da alcuna notizie dei gatti morti, per esempio. Nelle case che cadono spesso abitano anche i gatti. Andiamo a raccogliere un libro tra le macerie, andiamo a salutare qualcuno con un sorriso molto sincero, molto affettuoso. Pensiamoci veramente al vedovo, alla vedova, alla madre che ha perso il figlio, al figlio che ha perso la madre. Consideriamoci quel che siamo, animali che possono farsi gentilezze. Dobbiamo essere contadini del sacro, piuttosto che spacciatori di disincanto. E dobbiamo mettere i pali di una democrazia profonda, chiudere nei cassonetti la scartoffie dei banchieri, gli intrallazzi dei calciatori, le compassate viltà dei cardinali. C’è da pensare intensamente a quei capannoni crollati, pensare che il capitalismo ha sempre più un cuore macabro e mangiare alle sue mense può sfamare ma non rende felici. Una democrazia degli scontenti non serve a niente, non serve a niente crescere, uscire dalla crisi, se non ci prendiamo veramente cura di chi soffre, se non sentiamo il dovere di onorare veramente i morti.</p>
<p>Sarebbe stato bello se il Presidente della Repubblica avesse ordinato di fermare la sfilata del due giugno o di annullare l’acquisto di bombardieri. Il Presidente auspica, i partiti studiano come conservare i privilegi senza darlo troppo a vedere. Non accade altro nei palazzi della politica. Il bello e il brutto sono giù nel mondo.</p>
<p><strong>Questo articolo è stato pubblicato dal «manifesto» il 31.05.2012</strong></p>
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		<title>Tour del commiato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/28/tour-del-commiato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Feb 2012 07:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Valerio Cuccaroni In occasione dell&#8217;uscita del numero monografico intitolato VIXI e dedicato al tema della Morte, la rivista Argo (ed. Nie Wiem/Cattedrale, con il Patrocinio dell&#8217;Università di Bologna &#8211; FLF), in collaborazione con Uaar, intende promuovere la conoscenza delle Sale del Commiato per i funerali laici. È la prima volta, in Italia, che una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valerio Cuccaroni</strong></p>
<p>In occasione dell&#8217;uscita del numero monografico intitolato VIXI e dedicato al tema della Morte, la rivista Argo (ed. Nie Wiem/Cattedrale, con il Patrocinio dell&#8217;Università di Bologna &#8211; FLF), in collaborazione con Uaar, intende promuovere la conoscenza delle Sale del Commiato per i funerali laici.<span id="more-41785"></span><br />
È la prima volta, in Italia, che una rivista sceglie di utilizzare le Sale del Commiato &#8211; luoghi riservati alla celebrazione dei funerali laici e di confessioni diverse da quella cattolica &#8211; per organizzare incontri pubblici. Nella convinzione che vi sia un grande bisogno di parlare della Morte attraverso le arti. E che queste si facciano occasione di confronto civile.<br />
Dopo l’appuntamento del dicembre 2011 nella Sala del Commiato del Cimitero comunale di Ancona &#8211; con reading, interventi musicali del pianista Paolo Tarsi, la partecipazione di Uaar Ancona e una performance di Franco Arminio – Argo propone le seguenti date:</p>
<p>sabato 3 marzo, ore 18.30, Milano, alla libreria Utopia di Milano, Via Moscova 52. Intervengono Anna Lamberti Bocconi, Silvia Albanese, Marco Benedettelli, Filippo Brunamonti, Valerio Cuccaroni, Samuel Manzoni, Paolo Marasca e Gianni Montieri.</p>
<p>domenica 4 marzo, ore 11.30, Cimitero di Milano-Lambrate, Piazza Caduti e Dispersi in Russia, zona 3, incontro organizzato in collaborazione con Uaar Milano e la partecipazione dell’associazione Milk. Sono previsti reading e performance.</p>
<p>sabato 24 marzo Argo sarà alla Galleria Ono di Bologna</p>
<p>Argo e Uaar hanno inoltre preso contatti con i Comuni di Bologna, Roma, Torino e altre città italiane per proseguire l&#8217;esperienza e contribuire a fare conoscere agli italiani le Sale del Commiato delle rispettive zone.</p>
<p>Info www.argonline.it | www.uaar.it</p>
<p>ARGO VIXI</p>
<p>Il numero 17 di Argo, VIXI, è un tragicomico viaggio al cimitero, intrapreso in compagnia di scrittrici e poeti, ricercatori, illustratori e documentaristi, con poesie, racconti, fumetti, reportage e interviste, dall’Italia, dalla Francia, dalla Finlandia e dal Giappone. Anche VIXI, come i precedenti numeri di ARGO, è costruito come un romanzo collettivo di esplorazione storica, scandito in dodici capitoli.<br />
La prima parte, l’andata, è quella più angosciante e macabra. La seconda parte è pensata come il ritorno, ed è quella più corporale e anche comica. C’è il viaggio funebre dentro il cimitero, e c’è lo spazio magico del camposanto.<br />
Fra gli altri, hanno preso parte al viaggio di ARGO VIXI: il “paesologo” Franco Arminio, il maestro del noir italiano Luigi Bernardi, l’attore e regista teatrale argentino César Brie, il celebre illustratore Mauro Cicarè, il poeta Marco Giovenale, i narratori ed editor Massimiliano Santarossa e Giorgio Vasta, Mina Welby.<br />
VIXI sarà disponibile in libreria dal 7 marzo.</p>
<p>INFO SU ARGO</p>
<p>Nata nel 2000 a Bologna, “Argo. Rivista di esplorazione”, è una pubblicazione curata da un collettivo di scrittori, critici, giornalisti, grafici e artisti. Nel corso degli anni Argo ha ospitato artisti, scrittori, poeti, studiosi italiani e stranieri, come Etgar Keret, Tiziano Scarpa, Aldo Nove, Paolo Nori, Antonio Rezza, Massimo Montanari, Geraldina Colotti, Elisa Biagini, Enrico Ghezzi, David Altmejd, Marina Abramovic, Blu, ericailcane, Vivian Lamarque, Wu Ming, Paolo Rossi, Massimo Zamboni, Federico Solmi, Jack Hirschman, Ugo Cornia, Fabrizio Gatti, Mariangela Gualtieri, Luigi Bernardi, Franco Arminio, Giorgio Vasta e tanti altri interventi di giovani ricercatori e nuovi autori.<br />
La rivista e le sue attività sono già state segnalate da media nazionali come La Repubblica, D di Repubblica, Il manifesto, Le Monde diplomatique, Tg1 &#8211; rubrica Doreciakgulp e Tg3 &#8211; Linea notte, Radio Tre Fahrenheit e in numerose altre occasioni, nella stampa e nelle radio locali.<br />
Dopo un decennio di pubblicazioni, Argo è ormai una rivista di riferimento, segnalata anche in pubblicazioni accademiche: Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna 1968-2007, Vol.1-Poesia, a cura di Piero Pieri e Chiara Cretella, Clueb Editore, Bologna, 2007 e Fabrizio Frasnedi, Alberto Sebastiani, Lingua e cultura italiana. Studio linguistico e immaginario culturale, Archetipo Libri, Bologna, 2010.</p>
<p>La rivista Argo è immaginata e realizzata come un romanzo collettivo di esplorazione, che salda insieme articoli, microsaggi, interviste, recensioni, poesie, racconti, fumetti, fotografie e illustrazioni, in una narrazione aperta, basata su un impianto monografico. In ogni numero, infatti, il collettivo Argo esplora un territorio tematico attraverso molteplici strumenti interpretativi.</p>
<p>Argo appartiene all’associazione di promozione sociale Nie Wiem, attiva nel territorio marchigiano, ed è distribuita dalla casa editrice Cattedrale.</p>
<p>La rivista e il suo collettivo curano anche un sito continuamente aggiornato con recensioni e scritti di varia specie: www.argonline.it</p>
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