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	<title>franco maria ricci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;armento scarlatto [Eracle #10]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 08:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il riso che coglie chi di colpo si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia di Ginevra Bompiani Il tempo è bianco quando affiora dalla vagina materna alla luce abbagliante del giorno; giallo quando tocca il vertice, come l’oro e tutte le altre bionde ricchezze sperperabili; ma è rosso quando scende nelle acque [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-23109" title="Albero_001A" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-261x300.jpg" alt="Albero_001A" width="261" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-261x300.jpg 261w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A-893x1024.jpg 893w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Albero_001A.jpg 1920w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Il riso che coglie chi di colpo<br />
si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Il tempo è bianco quando affiora dalla vagina materna alla luce abbagliante del giorno; giallo quando tocca il vertice, come l’oro e tutte le altre bionde ricchezze sperperabili; ma è rosso quando scende nelle acque dietro al sole morente; rosso come le vacche del sole; rosso come l’Ovest; rosso come il sangue che sfugge alla ferita mortale; rosso come l’autunno e le foglie prima della caduta; rosso come l’Eritia, dove pascolano i buoi che Eracle deve rubare a Gerione, <em>l’uomo che Urla</em>, e portare a Euristeo per suo decimo incarico.<br />
<span id="more-23108"></span></p>
<p>Eracle parte in guerra a un colore, ma sono i numeri ad alzarsi in difesa: dodici figli di Neleo s’impennano al suo passaggio e si fanno distruggere fino all’ultimo, che tutti li perpetua e li riassume nel governo di Pilo; tre dèi gli si fanno incontro, e ciascuno si allontana ferito; ma di fronte, ancora lontano, non sogghignano già le tre teste di Gerione?</p>
<p>A Eracle che avanza verso Ovest – direzione fissa delle sue fatiche e di ogni viaggio umano &#8211; pare di risentire la voce beffarda di Euristeo: “vai, trova la casa del Tempo, e riportaci indietro il Vecchio Anno con tutti i suoi giorni”. Ed Eracle vagabonda sonnambulo in un sogno febbrile, con gli occhi annebbiati dalle cifre e dai colori, e i passi rapidi e spezzati di un pipistrello, senza mai avvicinarsi alla meta più di quanto non riuscisse a Odisseo nelle sue peregrinazioni: anche il suo viaggio è mentale, è il traguardo gli dovrà sbucare di fronte all’impensata, oppure sarà lui a perdersi nelle volute del Tempo. Da sonnambulo vede spuntare sul suo passaggio nemici improvvisi, come le facce fiocamente illuminate che arredano i tunnel dell’orrore, e davanti ai suoi gesti confusi li vede cadere come bambocci di tirassegno: nemmeno questo lo avvicina di un passo. Poi, ecco una creatura reale: è il gigante Anteo e lui lo tiene sollevato sulle braccia per impedire che toccando terra succhi il vigore della madre. Ma da quel semirisveglio precipita di nuovo nel suo sonno terribile, in cui sembra piombare come una bestia abbattuta ogni volta che vuol scrollarsi di dosso lo sguardo irrequieto degli dèi. E intanto dalla terra che nutriva le forze di Anteo sgusciano come sorci un’infinità di pigmei, che lo accerchiano con macchine da guerra e astuzie minuscole.</p>
<p>Eracle si sveglia e gira gli occhi. Nella memoria che si snebbia domina ancora il grande corpo steso dell’avversario. Ora quel corpo sembra muoversi sparpagliato in mille piccole mani, mille sgambetti affrettati, mentre un brulichio gli solletica le membra; forse pensa di essersi addormentato su un formicaio; e come Gulliver sbatte le braccia e vede precipitare cinquecento brache dal suo pelo. Poi si alza sui gomiti, guarda di nuovo e ride. Una risata infantile, in frenabile. Il riso che coglie chi di colpo si trova di fronte a una intuizione formidabile e ovvia; che testimonia della sua ottusità dello scherzo che la nebbia che gli dèi spandono sugli uomini gli ha giocato. C’era un gigante, è stato abbattuto, e ora fiorisce una miriade di piccoli orchi che mentre lo investe con la sua vivacità nana, da lui si aspetta la vita o la morte. Di che si tratta? Dell’uno che diventa i molti? Del grande che si frantuma nel piccolo? Ma no. Quell’Anteo era un albero, e gli è seccato sulle braccia.</p>
<p>Questi gnomi sono i suoi semi, e lui li raccoglie nella pelle del leone per portarli a Euristeo e seminare questa nuova pianta nei giardini di Micene. E anche la sua impresa si rischiara. È un’avventura vegetale.</p>
<p>Il vecchio anno torna da solo; torna col suo ciclo di tre e di dodici, infinito ripetersi di qualcosa che muore, come Eracle morirà e poi sarà infinito; lui stesso col suo sonno ne ha compiuto la durata, come la terra sotto il gelo invernale. Ancora una volta gli dèi lo hanno ricondotto all’umano; a lui, campione del soprannaturale, hanno fatto fare il giro del cortile con gli occhi bendati, per ricondurlo davanti alla porta di casa.</p>
<p>Quando finisce di ridere, Eracle si alza, percorre rapidamente tutto lo spazio e il tempo che lo separano dall’Occidente, vi pone due colonne, una a destra e una a sinistra del braccio di mare, e scrive a caratteri ben chiari <em>Qua non c’è nessun passaggio</em>. Poi si siede nella coppa del sole e porta al termine il suo viaggio come un nuovo giorno.</p>
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		<title>La cintura [Eracle #9]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 07:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Ma Zeus dov’era mentre il suo figlio prediletto deviava così dalla propria strada? La storia si potrebbe anche raccontare così. La figlia di Euristeo voleva il cinto di Ippolita. L’amazzone acconsente a donarlo a Eracle, ma nel momento in cui glielo consegna legge nel suo sguardo che ha deciso di tenerlo per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-20956" title="wonder_woman21" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/wonder_woman21.jpg" alt="wonder_woman21" width="300" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/wonder_woman21.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/wonder_woman21-229x300.jpg 229w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ma Zeus dov’era mentre il suo figlio prediletto<br />
deviava così dalla propria strada?</em></p>
<p>La storia si potrebbe anche raccontare così. La figlia di Euristeo voleva il cinto di Ippolita. L’amazzone acconsente a donarlo a Eracle, ma nel momento in cui glielo consegna legge nel suo sguardo che ha deciso di tenerlo per sé. Allora pone le sue condizioni.<br />
<span id="more-20955"></span><br />
In quel cinto Eracle aveva visto qualcosa di più di un ornamento regale: vide il recinto, e fu tentato di entrarvi. Ma Ippolita gli fece subito capire che andava conquistato, e provocò lui e i suoi compagni in combattimento, costringendolo a strapparlo alla sua agonia (o alla sua resa, se divenne la sposa di Teseo). I compagni non videro in quella faccenda altro che un segno della volubilità femminile e un’occasione per farsi un po’ di fama. Ma Eracle aveva già capito. E infatti in questa impresa – letta frammentariamente &#8211; vi sono troppi elementi femminili per non costituire un itinerario. Così Eracle si mescolò successivamente ad avventure che lo portarono a immergersi per tre giorni nel ventre di un serpente marino, per riuscirne come la farfalla dal bozzolo dov’è entrata baco.</p>
<p>Nato per la seconda volta, e in balia della natura come un lattante, gli dei s’incaricarono d’isolarlo dai suoi compagni, strapazzando e sparpagliando le sue navi e scagliandolo con pochi seguaci su una terra ostile; perché quella avventura era destinata a lui solo. La sua nuova nascita era ancora così fragile che una minuscola popolazione caparbia poté avere la meglio di quel novizio; Eracle per sfuggire e nascondere la sua nudità infantile, si veste. E indossa vesti femminili. Raggiunta così la seconda pubertà, si avvia verso le nozze e sposa il figlio del re.</p>
<p>Ma Zeus dov’era mentre il suo figlio prediletto deviava così dalla propria strada? Dormiva. Era lo aveva immerso in un sonno traditore; fosse per inimicizia maligna verso l’eroe, o per ambigue complicità alla tentazione di lui. Zeus preferisce crederla addirittura l’origine di quel capriccio perverso, e punirla appendendola a una corda d’oro fissata in cielo con due incudini ai piedi. Poi, pesca il suo rampollo in fuga nel femminile e lo rimette nel Peloponneso come un burattinaio la sua marionetta.</p>
<p>Per spiegare l’atteggiamento di Eracle si possono tentare due interpretazioni: Eracle, l’eroe maschio per eccellenza, dal viso largo e sanguigno, bendato da barba e baffi arruffati, anche incamiciato in vesti femminili come poteva trarre in inganno con il suo aspetto? Era dunque tentato non dal femminile, ma dalla contaminazione del femminile col maschile. Tanto è vero che la sua mascherata non si palesa alle donne, da cui è ispirata, ma agli uomini. In altre parole, egli non cercò la somiglianza con Ippolita, ma la diversità dal rivale, facendone uno sposo.</p>
<p>Entrò nel recinto per contemplare di là il suo mondo con occhi nuovi. Naturalmente quello sguardo era proibito soprattutto a lui che aveva bisogno di una vigilanza chiara e in equivoca per affrontare limpidamente i mostri che si affacciano sulla strada degli uomini. Se per un istante, penetrando nella tana del Leone Nemeo si fosse immedesimato nella bestia, non l’avrebbe più uccisa. Ma forse la sua colpa, cresciuta poco per volta nella processione delle fatiche, era ancora più grave. Egli non soltanto discendeva da Zeus, &#8211; colui che aveva rovesciato il regno dei Titani e delle Madri, &#8211; ma era il protetto di Atena, lo sguardo più nitido di tutto l’Olimpo. La non-sensuale che aveva abiurato il suo stampo femminile. Generata dal maschio e mai succube di esso, niente le era più estraneo e dispettoso di quel che è confuso, torbido, ambiguo: dell’eccitazione, dell’ebbrezza, della saturazione. A nulla era ostile come alla perdita dell’individualità.</p>
<p>Non era la prima volta che Bacco si affacciava col suo sorriso arguto e segreto alle fatiche; e che Eracle ne afferrava la profonda e melmosa potenza; soggiogato dalla sua presenza nella bellezza felina, nella violenza del toro, nella furia dell’uomo, Dioniso lo attirava, non come il suo vero rovescio, ma come il rovescio del ruolo – la maschera – che gli era stata imposta. Come a teatro un attore troppo incarnito nella sua parte all’improvviso propone al compagno di scambiarsi le maschere e comincia a recitare dietro quella dell’interlocutore, così fece Eracle, portando nella matematica dei ruoli fissati dagli olimpici, la confusione che Dioniso aveva salvato in un’anfora preziosa del forte liquore che la precedente generazione degli dei versava sul suo popolo forte e spaventato, come una pioggia fangosa; quel liquore che i titanici Centauri avevano gustato per la prima volta come un dono, ma che in origine imbeveva il loro sangue.</p>
<p>Non c’è dubbio che Eracle questa volta fosse venuto alle prese col regno della Madri. Ma l’imprevedibile fu che egli per un momento decidesse di essere loro figlio. Si può aggiungere una terza possibilità: che Eracle sperasse di venirne a capo da solo: di entrare in quel corridoio oscuro come un cordone ombelicale e di uscirne illeso e trionfante.</p>
<p>Se fu così, si spiega come Zeus non lo punisse, ma lo salvasse con un gesto clemente. Anche se il suo furore dovette essere grande quando, svegliatosi, vide sul suo campione i segni irrecusabili dell’unione degli opposti che solo divisi possono mantenere un equilibrio accettabile nel mondo umano, e che la maschera invece tende continuamente a mescolare come dadi in una boccia di due colori che mani esperte capovolgono ora da una parte ora dall’altra dando l’illusione che il colore sia uno solo, sfumato ed effimero, percosso da un battito accelerato.</p>
<p><span style="color: #00abab;">[Questo è il nono di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>La cintura </em>è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. </p>
<p>In apice c’è una immagine dell’infanzia della mia generazione, è Lynda Carter che interpretava <em>Wonder Woman</em> nella serie televisiva prodotta dalla Warner Bros e trasmessa dal 1974 al 1976 da ABC e dal 1977 al 1979 da CBS. Io la guardavo negli anni ottanta. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, la sesta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-5/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">., la settima </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-7/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">, l’ottava </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-follia-amorosa-eracle-8/"><span style="color: #00abab;">qui</span></a><span style="color: #00abab;">.</span></p>
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		<title>La follia amorosa [Eracle #8]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 07:30:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-20951" title="minotauro2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-300x292.jpg" alt="minotauro2" width="300" height="292" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-300x292.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2-1024x998.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/minotauro2.jpg 1325w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eracle, la testa mezzo nascosta dalla pelle del Leone Nemeo,<br />
nemmeno se ne accorse.</em></p>
<p>Per Minosse quel toro era la sua vergogna. Perciò aiutò Eracle a catturarlo. Interessava più a lui che a Euristeo che l’eroe se lo portasse via. Al paese l’animale aveva fatto due doni infami: la follia amorosa e il Minotauro, entrambi scavati nel grembo di Pasifae, regina imbestiata.<br />
<span id="more-20944"></span></p>
<p>Eracle liberò Creta dalla causa di quei flagelli, ma i doni restarono. Restarono per Teseo. Poiché Teseo apparteneva alla generazione successiva, s’imbatté nei frutti dell’albero che Eracle aveva divelto. Ma anche lui lasciò intatto qualcosa: la follia amorosa, che lo investì come uno sciame di api disturbate nel favo. Fosse viltà o consapevolezza, appena ebbe tra le mani la bellezza di Arianna, la depose sull’isola e fuggì prima che le sue vele spiegate s’incontrassero sullo stesso orizzonte con dio dell’ebrietà.</p>
<p>Lui, aveva bisogno della purezza. Non poteva cedere alla trama che il filo di materia imprecisa che lo aveva tratto dal labirinto, filo di sensualità super umana, di eros selvatico, cordone ombelicale che unisce la donna all’uomo inerme, al protetto, al figlio-ragazzo, gli tesseva intorno.</p>
<p>Risparmiò Fedra perché era una bambina. E Fedra, cresciuta, chiuse intorno a lui il cerchio del delirio incestuoso. (Ma forse la storia fu tutt’altra, forse Teseo non riuscì semplicemente più a scordare il Minotauro).</p>
<p>Eracle quella fatica l’aveva compiuta per Teseo. Ma per averla compiuta, un nuovo segno s’impresse su di lui, come una tacca sull’albero, impercettibile fino al giorno in cui, sciolto dagli obblighi, avrebbe contato su di sé le cicatrici lasciate dalle sue battaglie: il delitto, la lussuria, l’avidità, il sacrilegio. Tutte le spoglie strappate al nemico vinto, e poi indossate come trofei: ultima la tunica bagnata nel sangue del Centauro che divenne la sua stessa pelle infuocata. Gli ultimi anni della sua vita Eracle li passò sotto altre spoglie, rovinoso dietro la maschera cieca che gli era cresciuta sul viso; come un manichino investito da un fulmine – e non era da meno la sua forza splendente – apparve ancora tremendo e poi si disintegrò.</p>
<p>A quel tempo il suo sonno era divenuto torbido, e ogni risveglio più terribile. Uscito dalla regola che lo teneva stretto – per un ciclo di dodici infinità – se ve ne sono altre – quella che aveva domato con tanta facilità, prendendola per le corna e portandosela dietro come un cane, s’impadronì di lui, e forte del riso sommesso degli dei, si scatenò nelle sue braccia.</p>
<p>Ma, in quella ottava fatica, ne era ancora ignaro. Legò il toro pazzo e lo portò a Euristeo che lo lasciò vagare libero nei campi. Eracle su quella bestia non aveva speso un pensiero. Neppure quando il re Minosse, mentre insieme lo legavano, soffocato dalla vergogna, alzò verso il liberatore i suoi occhi acuti. Fu uno sguardo molto rapido. Eracle, la testa mezzo nascosta dalla pelle del Leone Nemeo, nemmeno se ne accorse.</p>
<p><span style="color: #584770;">[Questo è l’ottavo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>La follia amorosa </em>è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è <em>Il minotauro 2</em> di </span><a href="http://www.daviderinaldi.eu/disegni.htm"><span style="color: #584770;">Davide Rinaldi</span></a><span style="color: #584770;">. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la sesta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-5/"><span style="color: #584770;">qui</span></a><span style="color: #584770;">, la settima </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/le-stalle-fetide-eracle-7/"><span style="color: #584770;">qui</span></a>.</p>
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		<title>Le cavalle sanguinarie [Eracle #7]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2009 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto. Quando Eracle ebbe compiuto sei fatiche, il suo destino mutò in tre punti: da quel momento il pungolo alle sue imprese sembrò piuttosto la macchinazione che la paura, e dacché la paura è solitaria, ma alla macchinazione servono complici, nelle sue avventure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-20391" title="pic_010" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010.jpg" alt="pic_010" width="303" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/pic_010-234x300.jpg 234w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto.</em></p>
<p>Quando Eracle ebbe compiuto sei fatiche, il suo destino mutò in tre punti: da quel momento il pungolo alle sue imprese sembrò piuttosto la macchinazione che la paura, e dacché la paura è solitaria, ma alla macchinazione servono complici, nelle sue avventure compaiono sempre più spesso compagni e brigate: così, dietro ai passi dell’uno o dell’altro, i suoi viaggi si allungarono imbrogliandosi di altre imprese.<br />
<span id="more-20211"></span><br />
Qualcosa era cambiato intorno a lui: la morte aveva perso i panni di uccello da preda in picchiata su pastori inermi e lungamente ammutoliti dalla sgomento, per prendere quelli del cane da caccia al servizio di qualunque padrone. Dal duello si era passati all’agguato. E gli occhi dimenticarono la propria morte per appuntarsi su quella altrui. Così il mucchio di sterco imputridito sotto gli zoccoli delle vacche solari aveva cessato d’incombere come una montagna dannata per diventare il lievito di una terra che nutriva il vivente coi sepolti.</p>
<p>Eracle banchettava in casa di Admeto circondato da un cortese, ospitale silenzio sulle faccende di casa e su quella nuova legge che proprio dietro le sue spalle stava mietendo la sua vittima più tenera. Legge che all’affettuoso Admeto pareva già tanto naturale da sacrificarle la vita della sposa fedele per rinnovare la sua. Ma un rumore familiare dovette drizzare le orecchie di Eracle perché all’improvviso, lasciato il banchetto a metà, si alzò a precipizio e corse fuori nella notte, dove la vecchia nemica stava trascinando il suo fragile bottino. Quando tornò alla casa con Alcesti tremante, tutti si rallegrarono del nuovo tiro giocato alla morte che avevano rinunciato a combattere a viso aperto. Ma la legge era impressa per sempre e nessuno pensò di rinnegarla.</p>
<p>Euristeo voleva le cavalle di Diomede. Quelle che nella mangiatoia trovavano ogni giorno un uomo per saziare la loro fame. Le voleva non per liberare il mondo da un delitto quotidiano, ma per acquistarselo e averlo più vicino, al suo servizio. Quando Eracle vide affacciarsi alla porta della stalla il lungo muso di uno di quegli animali, capì subito che si trattava di nuovo della morte. E poiché non doveva vincerla stavolta, ma in qualche modo comprarla, si domandò quale sarebbe stato il prezzo.</p>
<p>Tentò di ingannarla offrendo in pasto alle bestie il re Diomede. Ma la morte sdegnò lo scherzo e gli rubò il compagno più caro, perché nessun dio si accontenta di una vittima di scarto. Alla perdita di quel compagno Eracle non si sapeva rassegnare. Aveva capito la legge, ma non gli piaceva. Non era adatta a lui, abituato a battersi per ogni cosa. Così decise di dar battaglia proprio al nuovo nocciolo della morte, faccia a faccia, e provocò a duello Ares e tutti i suoi figli. La battaglia, come tutte le sue, fu inutile e fortunata. Tanto fortunata da mandare il dio della guerra ferito all’Olimpo, mentre i suoi figli restavano uccisi sul campo.</p>
<p>In questa impresa Eracle non figura più come un pensatore, ma come un uomo d’azione. I tempi muti sono trapassati dei cori guerreschi, l’avventura nella spedizione. Non c’è più tempo per studiare il nemico: bisogna aggirarlo e colpirlo quasi prima di conoscerlo, piombare su di lui prima che faccia altrettanto. Non aspetterà come il Leone Nemeo in fondo alla grotta, ma durante il sonno si è avvicinato tanto che il tuo incubo non ha il tempo di svegliarti. Il risveglio avviene sempre in campo nemico.</p>
<p>Eracle è a disagio nella nuova civiltà che gli cresce accanto. E già miracoloso che abbia intuito che si trattava di Ares e si sia vendicato su di lui, lasciando Ecate ai suoi alleati.</p>
<p>Ma Eracle non basta più, se non come una futile provvidenza. Intorno ai suoi piedi piantati al suolo in posizione di combattimento, passano le comitive: qualcuna, come gli Argonauti, lo prende con sé e poi lo abbandona. Sono tempi comuni, cacce collettive, alla ricerca dell’oro. Mentre l’immortale si rifugia ferito sull’Olimpo, le schiere umane percorrono la campagna con entusiasmo guerriero.</p>
<p><span style="color: #800080;">[Questo è il settimo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Le cavalle sanguinarie</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è <em>La nave dei folli</em> di Dino Valls. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #800080;">qui</span></a><span style="color: #800080;">, la quinta <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/il-volo-eracle-5/">qui</a>, la sesta <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/23/le-stalle-fetide-eracle-6/">qui</a>.</span></p>
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		<title>Le stalle fetide [Eracle #6]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 07:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. di Ginevra Bompiani Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-20261" title="manzoni2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg" alt="manzoni2" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/manzoni2.jpg 367w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>E si potrebbe pensare alle stalle<br />
come a una città massicciamente visitata dalla morte,<br />
e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura.</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Si sa che le vacche appartengono al padrone dei campi, il sole. Sue erano quelle che gli rubò Ermes: sue quelle con cui banchettarono sacrilegamente i compagni di Odisseo. Ma di sole non ce n’è uno, ce ne sono tre: sole nascente, sole a picco e sole morente.<br />
<span id="more-20209"></span><br />
Queste appartenevano al terzo padrone, il tramonto. E se il sole ha sempre a che fare con la morte, quello ne è addirittura il complice. È un sole al confine, e la tristezza dei suoi raggi è probabilmente dovuta al loro avanzare piatti, rasoterra, anziché in piedi come i vivi. Questi raggi, caldi e rossi e ombrosi, crescevano le vacche dell’Elide e arricchivano la terra dei loro frutti di vita e di morte, latte e sterco.</p>
<p>Com’era accaduto che a un tratto l’equilibrio si fosse spezzato e i frutti putridi avessero tanto sopravanzato quelli freschi? E che le stalle si fossero a tal punto riempite di letame da appestare tutta la regione? Verrebbe da pensare alla città di Tebe e a quei corpi che imputridivano nelle strade e nei campi per l’ordine di Creonte di non dargli sepoltura. Ordine che Antigone disubbidì. Si trattava in qualche modo dello stesso fenomeno: non della morte ma della sua esposizione. E sembrava &#8211; come quando una rovina si contempla per anni senza vederla e di colpo appare in tutta la sua miseria – che all’improvviso sul capo di Eracle fosse caduto l’ordine perentorio: “che su questo scempio non cali il sole!”</p>
<p>Infatti per far sparire quel che si era accumulato in anni e anni, a Eracle fu concesso un giorno – ritmo solare. Comando assurdo, dettato dal desiderio di vederlo fallire? Oppure dall’orgasmo di chi si trova davanti a una catastrofe quasi non più rimediabile? A inclinare per la seconda ipotesi induce il fatto che a quell’impresa tenesse tanto Augia, re dell’Elide e usufruttuario delle stalle sudice, che Euristeo, tiranno di Eracle. Eracle intuì l’unica possibile soluzione: abattè le pareti esterne dell’edificio e vi deviò l’acqua di uno dei due fiumi.</p>
<p>Così l’acqua lavò e purificò i luoghi trascinando gli escrementi nel suo letto. Ma non si può dimenticare che il letame non rappresenta solo putrefazione, ma ricchezza: e questo sia per il suo valore reale di concime, che per il colore dorato, che il sole accende coi suoi riflessi. Due forme di ricchezza discendevano perciò dalle mandrie solari: una diretta alla vita l’altra alla morte. E l’odore, questa spia della morte, aveva avvertito che la frontiera era stata travalicata e un campo invaso dall’altro.</p>
<p>Che ricchezza ci fosse lo dice anche la pretesa di Eracle a una ricompensa da parte di Augia: terra o moglie che fosse. Ed è ovvio pensare che l’acqua, distribuendo nella campagna il letame, l’ingrassasse di concime e la rendesse più fertile.</p>
<p>Ma di una faccenda così grossolana non si sarebbe imbarazzato Eracle, se la fertilità della terra non avesse riguardato da vicino gli dei, che la dispensavano in ricompensa ai sacrifici.</p>
<p>Come sempre, sotto al quotidiano strisciava il sacro: la purificazione dietro la pulizia, la pietà dietro alla sepoltura. Ma seppellire prima del calare del sole si faceva coi morti in battaglia. La loro esposizione oltre quel termine era un delitto perché impediva alla anime di diventare, di entrare cioè nella condizione che gli spettava.</p>
<p>E gli escrementi che altro sono se non qualcosa che deve passare dall’interno del corpo all’interno della terra? E che solo così diventa ricchezza? L’esposizione dell’escremento è perciò sacrilega: turba un ordine e impedisce una metamorfosi. L’esposizione tratteneva qualcosa in uno stato intermedio e dunque impuro. L’acqua, abituale scrigno di segreti, doveva porvi rimedio.</p>
<p>Pare di nuovo di assistere alla discussione tra Antigone e Creonte sulla bontà rispettiva delle due leggi: quella dell’esposizione e quella della sepoltura: lo scoperto e il segreto. Creonte opponeva una legge umana a quella divina. Così come le stalle, offrivano un tesoro fittizio – il letame dorato &#8211; al posto di un tesoro reale: il concime.</p>
<p>E si potrebbe pensare alle stalle come a una città massicciamente visitata dalla morte, e che Eracle venisse a insegnare le pratiche di sepoltura. A insegnare cioè agli uomini quello che finora avevano incaricato lui di fare: nascondere la vista della morte, per permettere a ciascuno di continuare il suo giorno.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questo è il sesto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Le stalle fetide</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. L&#8217;opera in apice è di Piero Manzoni. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">, la quinta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-volo-eracle-5/"><span style="color: #800000;">qui</span></a><span style="color: #800000;">.</span></p>
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		<title>Il volo [Eracle #5]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 08:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eracle era un pensatore di Ginevra Bompiani Quando si alzavano in volo oscuravano il cielo. Dall’alto della collina, seduto con l’arco e le nacchere di bronzo appoggiate accanto, Eracle aspettava quel momento. Sotto di lui c’erano le paludi grigie, quasi immobili, se non per le bolle d’acqua che ciotoli che ruzzolavano o rane che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-20256" title="zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1.jpg" alt="zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1" width="300" height="416" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/zwr1yxjkmq_42941_1_1805_1-216x300.jpg 216w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eracle era un pensatore</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Quando si alzavano in volo oscuravano il cielo. Dall’alto della collina, seduto con l’arco e le nacchere di bronzo appoggiate accanto, Eracle aspettava quel momento. Sotto di lui c’erano le paludi grigie, quasi immobili, se non per le bolle d’acqua che ciotoli che ruzzolavano o rane che si tuffavano aprivano le canne. Ma in mezzo, acquattati tra le foglie dei giunchi, c’erano loro, gli aguzzi, i becchi affusolati, taglienti come temperini, e una sull’altra strusciavano come aghi da calza le penne acuminate.<br />
<span id="more-20142"></span><br />
Eracle era un pensatore. Non per nulla gli posero sempre a fianco Atena, la riflessiva. Perciò, mentre aspettava, si chiedeva che cosa stava per uccidere, o per disperdere, questa volta. Non partiva alla cieca. Spesso il senso della battaglia gli si rivelava però al moneto del confronto con l’avversario. Ma questa volta non ci sarebbe stato confronto. Solo una grande ombra. Poi un agitarsi pazzo, strepitoso: poi il disperdersi schiamazzante, oppure la picchiata. Si doveva battere contro una caligine simile a quella che appanna i rami traversati dalla luce sul tetto della foresta. Aspettava il crepuscolo.</p>
<p>Aveva deciso di combatterli con la somiglianza: svegliarsi col clamore e fermare le loro penne con le sue frecce. così avrebbe sparigliato le ombre diceva tra sé. Quando la luce fu argentea e le ombre una scia dietro ogni foglia, Eracle si alzò in piedi, prese le grandi nacchere di bronzo e le sbatté con forza una sull’altra. Allora le canne si aprirono come un ventaglio da cui sprizzarono gli uccelli carnivori. Appena raggiunta quota composero una formazione. E a giri concentrici, come avvoltoi, sorvolarono il lago e la collina. Eracle, dritto sulle gambe, l’arco in mano, spiava.</p>
<p>Quando gli furono sopra, scoccò la prima freccia. Come un pezzo di brace tiepida il primo uccello precipitò dal cielo e si disfece al suolo in una polvere grigia. La formazione sbandò, stridette, poi si ricompose. Eracle tirò la seconda freccia. Di nuovo una caduta, lo scompiglio e l’ordine. Man mano che gli uccelli cadevano lo schieramento si stringeva e colmava i suoi buchi. Senza requie Eracle tirava le sue frecce una dopo l’altra, mentre gli uccelli avviticchiavano il cerchio intorno al bersaglio. Ai suoi fianchi piovevano ali brunogrigie e frecce. E la notte avanzante le confondeva col terreno.</p>
<p>Se tutti insieme gli uccelli si fossero lanciati contro i suoi occhi e li avessero traversati in volo, la battaglia sarebbe subito finita. Ma la loro strategia aveva leggi più rigorose, tese forse a sboccare in un’ultima mossa, fatale, di cui però non si vide nulla perché al calare della notte, un grido improvviso del capofila allineò dietro di sé la schiera e diede il segnale della partenza.</p>
<p>Sorvolarono la palude, il lago e proseguirono in formazione triangolare. Dalla collina Eracle li vide dirigersi decisamente verso Nord. Allora si chinò sui resti impalpabili della sua carneficina e prese in mano un animale, badando a non ferirsi con le penne; tra l’indice e il pollice pendeva il capo, sul polso giaceva abbandonata la coda. Ne osservò il corpo ben fatto e minuto, che quell’estenuante ricomporsi della formazione strategica e quel gioco di ali simmetricamente allineate gli avevano fin’allora nascosto. Poi lo buttò nel carniere insieme ad alcuni altri, prove concrete della sua vittoria: ma di quale vittoria?</p>
<p>Quell’ordine incomprensibile che gli avevano schierato davanti, certo non lo aveva battuto. Solo spostato più lontano, dove gli occhi timidi degli Stinfalidi avrebbero potuto dimenticarlo. Lui invece continuava a domandarsi qual era il senso di quella figura, tanto eccellente che gli uccelli durante tutto il combattimento avevano badato più a ripeterla che a difendersi uno per uno?</p>
<p><span style="color: #333399;">[Questo è il quinto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il volo</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. La prima fatica di Eracle è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la seconda </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la terza </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">, la quarta </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/il-convito-eracle-4/"><span style="color: #333399;">qui</span></a><span style="color: #333399;">.</span></p>
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		<title>Il convito [Eracle #4]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2009 07:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani In realtà non era venuto lì per banchettare. Doveva occuparsi del cinghiale; ma traversando la terra dei centauri si era fermato con loro, vinto dall’ospitalità. Gli avevano cotto le carni, che di solito mangiavano crude. Avevano conversato con lui, e messo a tacere la metà animale: per una volta che potevano trattarsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3.jpg" alt="convito_3" title="convito_3" width="600" height="401" class="aligncenter size-full wp-image-20137" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/convito_3-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><br />
di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>In realtà non era venuto lì per banchettare. Doveva occuparsi del cinghiale; ma traversando la terra dei centauri si era fermato con loro, vinto dall’ospitalità. Gli avevano cotto le carni, che di solito mangiavano crude. Avevano conversato con lui, e messo a tacere la metà animale: per una volta che potevano trattarsi da uomini.<br />
<span id="more-19531"></span><br />
C’era perfino Chirone, il saggio. E pareva un convito di vecchi sapienti, le zampe nell’ombra, le mani alacri, le teste dritte, a raccontare. Ma fu l’entusiasmo intellettuale a perderli. Il desiderio di celebrare quell’incontro di parole. E la Festa, con il suo slancio rituale, riportò il corpo alla luce. Eracle si curvò a bere dall’anfora quel liquido oscuro che ancora non si sapeva mescolare con l’acqua. Un dono di Dioniso, inaugurato per l’occasione, di cui s’ignorava il potere di confondere lo spirito alla sua ombra, di fare di due metà un tutto.</p>
<p>Allora gli zoccoli cominciarono a parlare, la lingua a danzare, le mani a vedere e gli occhi a combattere. Quel che era diviso si riunì, quel che era unito si divise – in due campi. Eracle volle rimanere dalla parte dell’intelligenza: ma anche per lui tutto si era confuso, e le sue frecce colpirono i mansueti. Ferirono per sempre Chirone, uccisero l’ospitale Folo, e risparmiarono i furioso, fuggiti nelle selve.</p>
<p>E questo imbroglio apparve così tremendo agli occhi di Eracle, tanto lo disperò, che quando tornò a Micene con il cinghiale vivo appeso alla spalla, e ancora una volta gli dissero che Euristeo si era nascosto al suo arrivo nel recipiente di bronzo per non doverlo vedere, gli andò sopra con la sua preda, si affacciò all’orlo del vaso da cui sporgevano la testa e le braccia del re, e lo spaventò a morte scuotendogli sul capo la bestia legata.</p>
<p>Era partito per un’impresa, e si era trovato in un’altra, che era un errore. Che gli importava di quel cinghiale vivo, quando aveva visto coi suoi occhi spalancarsi le porte di Dioniso e irridere i suoi sforzi a favore della misura? Come poteva lui solo far fronte al selvatico, all’eccesso, alla dismisura? Quando il clamore bacchico sfondava con le sue corna di toro le esili pareti tessute dalle pacate divinità? Chiudeva una falla e un’altra si apriva.</p>
<p>Lui e il cinghiale non formavano, affrontati, due metà di un tutto, come le zampe e il torso dei Centauri? Se anziché battersi si fossero fusi, quale non sarebbe stata la loro potenza?</p>
<p>Perciò, furente, scrollò sulla testa del re quella sua vittima insulsa, quella sua ombra animale, in cui, non per la prima volta, aveva riconosciuto un dio. Lo stesso che abitava la groppa di Chirone e che lo rendeva immortale. E se Dio e Bestia sono tutt’uno, quale sfida spingeva Eracle a battersi contro entrambi, da uomo? Il Centauro porta con sé cielo e inferno, ma Eracle è il campione di chi li vuol vedere disgiunti per cintare sulla terra la sua strada diritta.</p>
<p><span style="color: #808080;">[Questo è il quarto di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il convito</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. Il tavolo in apice è un progetto di Raul Barbieri. La prima fatica di Eracle è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/">qui</a>, la terza <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/02/la-cerva-cornuta-eracle-3/">qui</a>.</span></p>
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		<title>La cerva cornuta [Eracle #3]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 07:30:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eracle fu perciò un semidio: nessun tedio umano lo risparmiò. Quelle di Perseo, di Teseo, furono imprese. Le sue, fatiche. di Ginevra Bompiani È probabile che prima di mettersi a correre non l’avesse neppure vista. Gliela avevano descritta, naturalmente, come qualcosa di bello. Ha le corna. Al sole si vedono splendere. Ma poiché la sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-19409" title="goldencalf_hirst" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/goldencalf_hirst.jpg" alt="goldencalf_hirst" width="235" height="379" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eracle fu perciò un semidio: nessun tedio umano lo risparmiò.<br />
Quelle di Perseo, di Teseo, furono imprese.<br />
Le sue, fatiche</em>.</p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>È probabile che prima di mettersi a correre non l’avesse neppure vista. Gliela avevano descritta, naturalmente, come qualcosa di bello. Ha le corna. Al sole si vedono splendere. Ma poiché la sua caratteristica era la corsa veloce, è difficile che qualcuno l’abbia guardata da vicino. Di lei si sapeva che razziava nei campi. Ma chi non razziava nei campi? E che appetito poteva mai avere una cerva da rappresentare un flagello? Ma era quel baluginare delle corna, in una femmina, quel rutilio nella penombra del bosco a farne una preda degna di lui. Volevano che la prendesse per non essere tentati di inseguirla.<br />
<span id="more-19407"></span><br />
La loro vita era chiusa in quei campi dove lei appariva quand’erano deserti, e i contadini serrati in casa spiavano dalle porte, e quando lei se ne andava, si illanguidivano dalla voglia di andarle dietro. La cerva non rappresentava altro pericolo che quello del desiderio. Il desiderio di andarsene. Anche per sempre.</p>
<p>Quello era il desiderio che lui doveva spegnere, accollandoselo; una vertigine, lo spasimo di buttarsi nel vuoto precipizio; bisognava che lui scendesse vertiginosamente, rischiando di ruzzolare fino in fondo, sollevando sterpi sassi e radici sotto ogni passo, perché la loro saggezza si risolvesse un’altra volta a star ferma, ad accontentarsi, a non desiderare più.</p>
<p>Quindi appena si avvicinò, e lei prese a correre, la inseguì subito a rotta di collo spiando le sue tracce nell’erba senza nemmeno alzare gli occhi. E mentre correva, col pensiero ragionava sulla strada fatta, e sapeva bene dove lo stava portando.</p>
<p>Eracle fu perciò un semidio: nessun tedio umano lo risparmiò. Quelle di Perseo, di Teseo, furono imprese. Le sue, fatiche. Ogni volta ci entrava a capofitto. E la sua consapevolezza gli serviva tanto poco quanto al centauro frenetico che rincorre la femmina è inutile quel cervello sospeso sulle zampe. Rincorreva un desiderio non suo e lo faceva suo.</p>
<p>Ma la corsa della cerva aveva qualcosa di speciale: la focosità del cavallo che torna alla stalla; infatti correva verso l’entrata del mondo sotterraneo; quel mondo che era casa per lei, divina, e per i morti. E dietro a lei, ancora una volta, verso quella stessa meta, si affannava Eracle, come un aspirante suicida, non come un eroe guerriero. Non doveva combattere la morte quanto catturare il desiderio di morte: e per ben mostrare la sua vittoria, riportare la sua preda viva.</p>
<p>Ci sono varie versioni per la cattura: o che avvenisse già nell’aldilà; o sulla soglia, mentre l’animale attraversava a nuoto il fiume di confine. Eracle l’afferrò, le legò le zampe e se le caricò sulle spalle. Poi intraprese il viaggio di ritorno. Dall’Istria a Micene. Tutto si era svolto come un inseguimento amoroso; simile a quelle galoppate di Zeus, sotto forma di toro o di altro animale, per acciuffare una vergine scontrosa; inseguimenti così furibondi e accesi da far tremate chi avesse a cuore l’incolumità della vergine come se fosse in palio la sua vita.</p>
<p>Fu così che, arrivato in Arcadia, l’inseguitore si trovò di fronte all’improvviso le due divinità fraterne, Apollo e Artemide, che gli rinfacciavano l’uccisione della sacra preda: Apollo già gliela voleva strappare, ché i morti sono cosa sua, e Artemide punirlo del misfatto, se Eracle non li disingannava, come bambini che han malinteso il senso della caccia: Ma è viva!, e gli mostrava il suo bottino indenne; e proseguiva, carico del suo trofeo, ormai privo di fascino perché strappato per sempre alla sua vocazione mortifera.</p>
<p>Ma era veramente un desiderio di morte quello che la cerva suscitava? O non piuttosto il desiderio puro, assoluto, che appare tremendo a chi vi si affaccia per la prima volta, perché trascina in una regione sconosciuta, nel proprio altrove, là dove non si sarà più se stessi, come nell’ebrietà, nel sogno, nell’ira; quel desiderio che Dioniso avrebbe chiamato divino, ma che per i devoti di Apollo significava soltanto rottura dell’equilibrio vitale? Di nuovo, di nuovo, Eracle, tornando vivo con la sua preda viva, aveva chiuso gli occhi affacciati sugli dei.</p>
<p><span style="color: #008080;">[Questo è il terzo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>La cerva cornuta</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. La prima fatica di Eracle è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/il-serpente-dacqua-eracle-2/">qui</a>, l&#8217;opera in apice è di Damien Hirst.]</span></p>
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		<title>Il serpente d&#8217;acqua [Eracle #2]</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 07:00:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le sue battaglie erano dunque metafore? O era metafora il cielo impallinato da quelle cartucce zodiacali? di Ginevra Bompiani Ogni volta che Eracle combatteva in terra una figura, in cielo si fissava un destino. Così il Granchio, alleato dell’Idra, contro cui Eracle lottò con un proprio alleato, dalla sua spada ricurva fu lanciato nella curva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-19387" title="pic_037_dino_valls" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/pic_037-300x231.jpg" alt="pic_037_dino_valls" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/pic_037-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/pic_037.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Le sue battaglie erano dunque metafore?<br />
O era metafora il cielo impallinato da quelle cartucce zodiacali?</em></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Ogni volta che Eracle combatteva in terra una figura, in cielo si fissava un destino. Così il Granchio, alleato dell’Idra, contro cui Eracle lottò con un proprio alleato, dalla sua spada ricurva fu lanciato nella curva zodiacale dove cucì con le sue branchie l’alto e il basso del cielo.<br />
<span id="more-19386"></span><br />
Intanto il giovane alleato, Iolao, cauterizzava con un tizzone acceso i colli mutilati del serpente perché non germogliassero nuove teste. Fu così che col fuoco Eracle vinse l’acqua, ma il segno dell’acqua venne sigillato per sempre sulla volta celeste.</p>
<p>Le sue battaglie erano dunque metafore? O era metafora il cielo impallinato da quelle cartucce zodiacali? E il senso di quei duelli va allora cercato nella trasformazione del capriccio in geometria, dell’avversario in destino, in sorte? D’altra parte, se l’Idra doveva per forza soccombere a Eracle, perché fregiarsi di tante teste, e da ogni testa spiccata gemmarne altre due? Una simile iterazione non poteva significare che il trascorrere inesauribile (ma per ciascuno esauribile) del tempo. Così come le stagioni che si susseguono mascherano la morte delle foglie (le foglie non ricrescono, si rimpiazzano, e nessuno, neppure l’albero ne soffre). Eracle insomma, dopo aver incontrato la Morte, incontrò il Tempo. E nel Tempo lesse il Ritmo, sottolineato da quella duplicità di avversari ai due lati della contesa. In questa nuova forma la vanità di ogni suo duello s’imperre con maggior forza nel suo cuore disincantato.</p>
<p>Però c’è un momento – quello in cui Eracle dà gran colpi di spada alle teste dell’Idra – in cui l’emozione sopraffa la consapevolezza di quel Ritmo che infrange e rinnova il Tempo – senza però scalfirlo – e trascina nell’eterno ogni sua battuta. Con la stessa foga con cui il cielo attirò il Granchio alla costellazione, Eracle si prodiga i quelle effimere mutilazioni, vinto dall’aspetto momentaneo e incalzante dei colli inarcati.</p>
<p>Allo stesso modo in ogni nuovo amore il suo ineluttabile smorzarsi s’incendia come una fandonia, e vero e duraturo sembra solo il presente – fatto di cui i poeti potrebbero addurre i loro cento esempi – e ciascun esempio varrebbe per sé e per il suo contrario – e ancora in questa opposizione non si esaurirebbe la sua ambiguità. Perché se la Morte non può essere ambigua (ambiguo è solo il modo di parlarne), il Tempo non può invece essere altro che questa ambiguità.</p>
<p>Cosicché, appena capito il nonsenso di ogni sua fatica, Eracle si trovò di fronte al nonsenso di questa dichiarazione.</p>
<p>E potè continuare, senza esitazioni, la serie delle sue battaglie. Ufficialmente volute da Euristeo. In realtà succhiate a sé dallo Zodiaco, come una latte di mammella da un mostro neonato.</p>
<p><span style="color: #003366;">[Questo è il secondo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il Serpente d&#8217;acqua</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; o ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI. La prima fatica di Eracle è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/">qui</a>. Il dipinto in apice è di Dino Valls.]</span></p>
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		<title>Il Leone Zodiacale [Eracle #1]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/il-leone-zodiacale-eracle-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 13:30:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ginevra Bompiani Quando Eracle affrontò la sua prima fatica era già stanco. E molte circostanze legate al Leone erano fonte di perplessità. Il Leone era un leone per tutto tranne che per la nascita e le abitudini. La sua nascita veniva dalla congiuntura di una madre e di un figlio di razze opposte: una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-19321" title="12_only_by_the_night" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/12_only_by_the_night-300x300.jpg" alt="12_only_by_the_night" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/12_only_by_the_night-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/12_only_by_the_night-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/12_only_by_the_night.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Ginevra Bompiani</strong></p>
<p>Quando Eracle affrontò la sua prima fatica era già stanco. E molte circostanze legate al Leone erano fonte di perplessità. Il Leone era un leone per tutto tranne che per la nascita e le abitudini. La sua nascita veniva dalla congiuntura di una madre e di un figlio di razze opposte: una serpe e un cane; abitualmente viveva in fondo a una caverna con una doppia uscita. Eracle bloccò una delle due uscite, chiudendosi così la tentazione alla rinuncia; poi impiegò parecchi giorni a percorrere il cunicolo profondo dove il Leone, che non poteva essere ucciso da altri che da lui, lo aspettava senza muovergli incontro. Come lo affrontò è un mistero che quell’oscurità e quella profondità coprirono. Ma fu una faccenda secondaria perché la vittoria era già scritta.<br />
<span id="more-19282"></span><br />
O piuttosto era già scritta la sua qualità d’eroe. Tanto è vero che all’ultimo uomo cui parlò prima di arrivare a Nemea, Eracle chiese di sacrificargli il trentesimo giorno un ariete come a un Eroe, se non fosse tornato. Ma se fosse tornato avrebbe sacrificato il Leone a Zeus, per suggellare il suo vassallaggio con la prima offerta.</p>
<p>La stanchezza di Eracle dopo l’uccisione non è perciò da attribuire tanto alla fatica, quanto ai suoi pensieri. E anzi, man mano che le fatiche si accalcarono dietro le sue spalle, queste divennero più leggere e la stanchezza si dissipò, come una notte che si avvicina all’alba perde peso. Eracle fu forse il solo in Grecia a non avere la vocazione ma il destino da Eroe.</p>
<p>Quel che dovette affrontare nel Leone Nemeo, continuò poi ad affrontarlo per tutta la vita. Di qui la sua precoce stanchezza. Il leone, infatti, che aveva l’aspetto di leone e la genealogia del mostro, portava già il carattere di tutte le sue battaglie: l’agguato soprannaturale teso dal consueto, il quotidiano. Eracle era un eroe voluto, sospinto dagli uomini, e guardato con pazienza dagli dei. Doveva battersi contro tutte le loro paure, in numero di dodici, &#8211; numero sacro, perciò illimitato, &#8211; annidate nel loro ambiente, intorno a loro.</p>
<p>Questo fu il segno che caratterizzò tutta la sua esistenza: dietro ogni gesto comune, ogni slancio umano, ogni animale da caccia, o da lavoro, o da traino, Eracle doveva snidare e uccidere il residuo divino, per ridare all’ovvio il suo volto antico.</p>
<p>E che tutto ciò fosse destino e non vocazione lo dimostra la sua morte: per meglio sorprenderlo si nascose in un dono amoroso, (il mantello che la moglie gli mandava per riaverlo caldo a sé) e lo uccise con la tenerezza. Quello fu l’ultimo inganno, a cui Eracle non sopravvisse, ma che fin dall’inizio aspettava perché egli per primo, come campione di una umanità credula, doveva sospettare la sacra malizia del profano.</p>
<p>Perciò Eracle impiegò trenta giorni non a uccidere il Leone, ma a scendere nella terra e poi a dormire nel suo fondo, come nella tomba. Non è detto se quel sonno fosse pesante, remoto o visitato da immagini; se figurasse la sua supina acquiescenza alla sorte che lo chiamava, o un estremo tentativo di sfuggirla. Comunque quello fu il suo primo, provvisorio, incontro con la morte.</p>
<p>La ripercorse molte volte in seguito. Ma quella prima volta fu la più amara perché gl’insegnava come tutte quelle diverse paure, nascoste nei cervi, nei cinghiali, nei tori e nei cani, fossero sempre la stessa, contro cui lui non poteva nulla se non ingannarla, una, due, dodici volte come si fa coi bambini che piangono nel buio accendendogli la luce per mostrargli che il buio non c’è, non esiste, o non è per loro. Sapendo bene che il buio c’è, esiste, ed è per loro anche se rimandato di poco.</p>
<p>Della consapevolezza di quanto fosse inutile ogni sua fatica era stanco Eracle. E quel segno in più dello Zodiaco non poteva che ricordargli, durante la sua prima pausa, che tutta questa era faccenda del destino, e non sua.</p>
<p><span style="color: #003300;">[Questo è il primo di tredici racconti sulle dodici fatiche di Eracle e resto. E per dare altri numeri <em>Il Leone Zodiacale</em> è incluso in una raccolta intitolata <em>Le specie del sonno</em> uscita nel millenovecentosettantacinque per i tipi di Franco Maria Ricci e riedita da Quodlibet nel millenovecentonovantotto. Nella prefazione Italo Calvino ha scritto <em>Per i miti una prima volta non c’è mai stata; a ogni geroglifico si sovrappone la storia delle sue decifrazioni; è così che nel nostro confronto col mito, sia la sua immagine che la nostra immagine si moltiplicano come in una stanza foderata di specchi</em>. E specchio sia, anche NI.]</span></p>
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