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	<title>franz krauspenhaar &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>FRANZ KRAUSPENHAAR Sorpasso rituale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/15/franz-krauspenhaar-sorpasso-rituale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Aug 2018 05:00:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Franz Krauspenhaar, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)<br />
Questo articolo è stato pubblicato su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/08/16/sorpasso-rituale/" rel="noopener" target="_blank">Nazione Indiana da Franz Krauspenhaar il 16 agosto 2008</a>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/300px-sorpasso03.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7114" title="300px-sorpasso03" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/300px-sorpasso03.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Il burrone della scogliera. Dove Roberto Mariani, il giovane studente di Giurisprudenza interpretato da Jean-Louis Trintignant, trova la morte nel finale de <em>Il sorpasso</em>. Rivendendolo per l’ennesima volta, mi chiederò perché. Perché a ogni ferragosto, da quasi dieci anni, vedo quel film, dovunque mi trovi. L’idea di questo rito in bianco e nero adesso mi sconvolge.<span id="more-75302"></span> Vengo messo davanti a qualcosa di inquietante che mi riguarda, e che ho fatto per tanto tempo; e al fatto che fosse qualcosa d’inquietante non avevo mai pensato. Mentre scorro le scale del metrò dopo un ottimo pranzo nella casa dei suoceri di Jan a Basiglio, consumato con lui e la sua compagna Francesca, che mi hanno invitato salvandomi per qualche ora dal <em>tedium vitae</em>, penso che lo cominciai, il rito, addirittura nel &#8217;98. Nel &#8217;97, a maggio, era morto Stefano. E dunque mi viene in mente che c’è una certa rassomiglianza tra mio fratello e Roberto: anche mio fratello doveva laurearsi (in economia, lui) ma non finì mai, non ce la fece. Anche lui teneva a riccio dentro di sé un malessere, perché la estrema timidezza del personaggio del film è un malessere grave, anch’io sono stato molto timido, da bambino, so di cosa parlo. Certo, Roberto con le donne era un impiastro e Stefano no, ma certamente era ipersensibile, soffriva, si tormentava addirittura, anche se in silenzio. Morì giovane come Roberto, in un tuffo lungo, profondo, disperato. Ecco, penso che in quel momento di rara sospensione che è il ferragosto italiano, un momento di apnea della vita degli uomini, io, senza volerlo, rivedendo ogni anno quel film proprio in quel giorno (perché i fatti del film avvennero proprio in quel periodo) offici un rito inconsapevole per celebrare la morte di Stefano. E non solo: accanto a lui, lo scampato Bruno Cortona, il quarantenne interpretato da Gassman, è l’immagine di come in qualche modo sono diventato io ormai da parecchio tempo: sfacciato e disincantato, un po’ folle, senza troppi sogni, aggressivo per difesa, nevrotico per disposizione, giovane fuori tempo massimo. E allora, forse, rivedere quel film è anche rivedere me e lui, Stefano, insieme, in un viaggio che non facemmo mai ma che avrei voluto fare con lui senza ovviamente brutti epiloghi, magari in aereo come quello tedesco con papà del luglio dell’89. Eh sì, Bruno sorpassa continuamente le auto sulla via Aurelia lungo la costa non lontano da Livorno, e poi il crash, il crack, il bang definitivo, il tragico scapicollare rimbalzante dell’auto sportiva sulle rocce nere. Quel viaggio che avrei voluto fare finisce male, è finito male, per tutti, nella fantasia di una storia emblematica del nostro cinema del boom economico e nella realtà della mia piccola vita. E se io sono Bruno, allora non è forse che mi sento in colpa, in qualche modo? Uno psicologo potrebbe dirmi che ho bisogno di prendermi un periodo di riposo. Ma non posso riposarmi dalla vita, la vita mi fascia stretto. Non posso prendere la famosa vacanza da me stesso. Anzi: ci sto sempre più dentro, sempre più concentrato, sul dannato me stesso. Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui, si sovrappone in maniera eccessiva a quella di papà. Non so. Vado avanti in questo viaggio – perché questo è un viaggio, ormai è chiaro, è sicuro – a fari spenti nella notte, come in <em>Emozioni</em> di Battisti.</p>
<p>[Da: <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881129124/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881129124&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Era mio padre</a> &#8211; Fazi, 2008</em>. Immagine dal film <em>Il sorpasso</em>, di Dino Risi.]</p>
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		<title>Brasilia: il doppio sogno di Franz Krauspenhaar (no spoiler)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/28/brasilia-doppio-sogno-franz-krauspenhaar-no-spoiler/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 05:55:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Lombardini Accingendomi a scrivere alcune ipotesi di lavoro intorno all’ultimo lavoro di Franz Krauspenhaar (Brasilia, Castelvecchi) emerge evidente la natura proteiforme dell’opera. Romanzo distopico, è stato detto; scrittura in cui si risentono, chiare, le letture “preferite” del nostro: Kafka, Lovecraft, Houellebecq, tra gli altri. Tutto vero ma parziale. C’è di più. Il protagonista, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Lombardini</strong></p>
<p>Accingendomi a scrivere alcune ipotesi di lavoro intorno all’ultimo lavoro di Franz Krauspenhaar (<em>Brasilia</em>, Castelvecchi) emerge evidente la natura proteiforme dell’opera. Romanzo distopico, è stato detto; scrittura in cui si risentono, chiare, le letture “preferite” del nostro: Kafka, Lovecraft, Houellebecq, tra gli altri. Tutto vero ma parziale. C’è di più. Il protagonista, Ernesto, chiamato dal padre in Brasile per l’ultimo saluto (al padre rimane poco da vivere), apprende una verità terribile sul conto del genitore, un segreto che getta retrospettivamente un’ombra malefica su tutta la sua vita, perché sui figli cadrà sempre la colpa dei padri. Ma qual è la colpa del padre, quale il suo terribile segreto? </p>
<p>Si parla, nel romanzo, di un’organizzazione occulta, un Grande Oriente dedito al traviamento delle masse attraverso l’uso di messaggi subliminali. Si parla di esperimenti, ma poco si dice sulla loro intima natura, gli effetti, la verità ultima. A differenza dei romanzi distopici, tuttavia, in cui il protagonista si scopre catapultato e immerso in un mondo altro e alieno ma ben delineato e definito nella narrazione, in Brasilia non si ha mai reale contezza se ciò che l’autore sta descrivendo sia cosa reale o onirica, esperienza o figurazione, fatto o reminiscenza, e il mondo che fa da sfondo al racconto non è mai a fuoco ma piuttosto immerso in una spessa caligine. Qui è la natura proteiforme, cangiante dell’opera: la realtà dei personaggi è continuamente decentrata, infondata, sfumata, sempre a cavallo tra la realtà e qualcosa che sta di là da questa, che non è finzione ma piuttosto sogno, mimesi di una realtà di cui si intuisce la natura ma della quale non si ha vera esperienza ma, appunto, intuizione. </p>
<p>Si sta quindi in uno stato di sospensione narrativa: il racconto prosegue, la prosa continua, ma non se ne capisce la direzione, l’approdo. Anche il tratteggio caratteriale ed emotivo dei personaggi appare talvolta scontornato, talaltra troppo netto. L’amore di Ernesto per la madre morta suicida durante la sua infanzia appare a un tempo sincero e naïf, l’attrazione sessuale per una giovane donna, Denise, ricalca gli stilemi forse un po’ triti della classica infatuazione maschile per un bel corpo, il rapporto col padre improntato alla abituale, difficile e nevrotica relazione edipica. Eppure, nonostante quel tanto di abbozzato e digrossato, il racconto mantiene imperturbabile la sua tenuta narrativa: tout se tient. Questo è il piccolo miracolo di <em>Brasilia</em>. </p>
<p>La storia è sempre sul punto di rivelare finalmente qualcosa di definitivo, ma ciò non accade mai, neppure alla fine. È un sogno che non si scioglie mai nella veglia e una veglia che non cede definitivamente al sogno. Si sta tra i due mondi in uno stato di continua esitazione, non optando definitivamente né per uno né per l’altro. È come se l’autore volesse suggerirci che nulla ci fonda né che possiamo trovare requie al dolore in un accesso di coscienza ipertrofica o, al contrario, di sogno o deliquio. Forse proprio questo vuole suggerirci Franz Krauspenhaar: come in Doppio sogno di Arthur Schnitzler, ma meglio in <em>Eyes wide shut</em> di Stanley Kubrick, il defatigante sforzo di razionalizzare o, al contrario, di perdersi definitivamente nel sogno non approda a nulla, piuttosto siamo chiamati a farci abitatori mai stanziali di entrambi i mondi, perché, come scrisse Edgar Allan Poe, “All that we see or seem / Is but a dream within a dream”.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da “Il Martirio Dei Poeti”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/14/martirio-dei-poeti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2016 13:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bassani &#160; Luci nel buio Le luci dei lampioni si sono spente. Nella penombra fiorentina prosegue la parata delle anime sognanti. Io vedo la tristezza dove tu non vedi: dietro le maschere, sotto i fondotinta i volti non splendono. Vedo paure, incertezze, colpi di tosse, il suono ansioso dei tacchi che pestano rimorsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bassani<br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Luci nel buio</strong></em></h4>
<p>Le luci dei lampioni si sono spente.<br />
Nella penombra fiorentina prosegue<br />
la parata delle anime sognanti.</p>
<p>Io vedo la tristezza dove tu non vedi:<br />
dietro le maschere, sotto i fondotinta<br />
i volti non splendono.<br />
Vedo paure, incertezze, colpi di tosse,<br />
il suono ansioso dei tacchi<br />
che pestano rimorsi<br />
e il sangue innocente dei ciottoli<br />
che li assorbono.</p>
<p>Vedo ragazzi simili a negozi,<br />
illuminati a giorno da decine di faretti<br />
ma chiusi a chiave,<br />
vuoti di voci e di gente.<br />
E vedo la malinconia,<br />
goccia a goccia dai tetti<br />
scendere giù come vernice,<br />
fino a noi che ne siamo dipinti.</p>
<p>Nell’aria scie chimiche di profumi,<br />
stravaganti vanità, inutili suppellettili,<br />
borse, cappelli, cinture di coccodrillo,<br />
smalti, rossetti, orologi preziosi<br />
e lancette stanche di gridare: “è tempo!”.</p>
<p>Un niente cibernetico è divenuto cupola regnante,<br />
un substrato di cielo insonorizzante.</p>
<p>Una puttana si avvicina,<br />
è cosciente.</p>
<p>Le puttane sanno tutto del buio<br />
e nel buio vedono tutto.</p>
<p>Le puttane sono molto sagge:<br />
sono le sole rimaste sincere<br />
su queste strade di menzogna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Invecchiare</strong></em></h4>
<p>Oggi comprendo cosa sia invecchiare,<br />
davanti al desiderio di un bacio che non avrò,<br />
per i tuoi occhi giovani<br />
davanti ai quali sono trasparente.</p>
<p>La società ti ha insegnato<br />
che sono troppo vecchio per te.<br />
Pertanto apprendo cosa mi aspetta:<br />
oggi comprendo cosa sia invecchiare.<br />
E tremo come l’ombra al calar del lume.</p>
<p>Non ho bisogno di una barba bianca per saperlo,<br />
non più mi occorre un bastone<br />
né devo attendere una dentiera.<br />
Adesso mi è chiaro:<br />
invecchiare è avere freddo<br />
in un caldo pomeriggio d’estate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Ishaan</strong></em></h4>
<p>Ishaan ha smarrito la strada.<br />
Dall’India è partito e va veloce ad occidente.<br />
Vorrebbe perdersi e dimenticare<br />
l’odore di morte, l’oriente,<br />
la bocca ferita d’infante affamata,<br />
gli odori speziati<br />
che saziano soltanto l’ambiente.</p>
<p>Ishaan ha smarrito la strada.<br />
Sotto cortine di lumi infernali<br />
e costumi di scena,<br />
non più corone né mandala,<br />
non più mantra.<br />
Ishaan non indossa più seta,<br />
più giada né ambra.<br />
E il suo giovane cuore lo prega,<br />
lo prega di tornare,<br />
ma Ishaan è cambiato<br />
e non si volta.</p>
<p>Ishaan ha smarrito la strada.<br />
Dall’India è partito e va veloce ad occidente,<br />
e l’anima sua mesta reclama,<br />
silenziosa come i morti del Gange,<br />
e lo spirito esangue rimpiange la casa<br />
costruita sulle rocce di una madre e di un padre.</p>
<p>Eppure Ishaan la sente,<br />
sente che la sua patria chiama.<br />
Ma non vuol più ricordare<br />
né il suo collo risudare<br />
l’aroma del sandalo,<br />
della curcuma, del cumino,<br />
del coriandolo.</p>
<p>Ishaan ha smarrito la strada:<br />
si cerca in un orgasmo<br />
come un perfetto occidentale.<br />
E negli occhi ha la rovina di lontane ricchezze,<br />
e dall’anima scordata<br />
esule si disperde<br />
abbandonato,<br />
tra lapilli d’oblio e un messia dimenticato,<br />
nel suo tanto agognato fumo grigio di Londra.</p>
<p>Benedico con la mano la sua fronte<br />
nonostante il mio peccato,<br />
ma Ishaan non ritorna felice,<br />
non sorride.</p>
<p>Ha perduto il miracolo dal sangue:<br />
non ricorda gli Dei dai volti variopinti;<br />
non ricorda il colore dei venti<br />
né la mano con cui sua madre<br />
offriva i fiori agli altari dei templi.</p>
<p>Ishaan ha smarrito la strada.<br />
Dall’India è partito e va veloce<br />
ad Occidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Un’altra lotta</strong></em></h4>
<p>Se incassare i colpi è combattere<br />
allora stanotte ho lottato.<br />
Mi sono alzato senza forze dal divano<br />
e sono caduto al tappeto.</p>
<p>Non sentivo dolore.<br />
Con la testa avevo solo schivato lo spigolo<br />
e la morte non dava segni di vita.<br />
Volevo arrivare al bagno<br />
ma era troppo distante. Mi scappava forte la pipì.<br />
Sono strisciato fino alla cucina.<br />
Mi sono sollevato<br />
diritto su tutte e due le gambe,<br />
e le gambe tremavano come pilastri di un grattacielo<br />
che sta per crollare su se stesso.<br />
Ho pisciato nel lavabo<br />
tra le tazzine di caffè<br />
sporche del giorno prima.<br />
Poi sono svenuto,<br />
l’occhio appoggiato sul pavimento,<br />
quasi morto e quasi vivo.<br />
Ho atteso l’alba, ammutolito,<br />
senza chiedere aiuto.<br />
Sapevo che il mio “non so chi”<br />
mi avrebbe salvato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Paroxetina</strong></em></h4>
<p>Vogliono che assuma antidepressivi:<br />
Paroxetina per l’esattezza.<br />
Eppure non sono depresso,<br />
sono un uomo deluso.</p>
<p>La società è malata e vogliono curare me.<br />
Tuttavia ho rifiutato anche oggi la compressa,<br />
non per orgoglio né per vergogna,<br />
ma perché voglio essere denunciato.</p>
<p>Se accettassi di passare per depresso<br />
la società ne uscirebbe pulita.<br />
Debbo resistere a professionisti, parenti,<br />
amici, consiglieri, servizi segreti.<br />
Tutti vogliano curare me<br />
che sto male per contrasto,<br />
ammalato di lucidità<br />
in un mondo di pazzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Supermarket</strong></em></h4>
<p>Non ci sono prodotti interessanti<br />
al di là di un collutorio al pompelmo<br />
antibatterico e fluorizzante.</p>
<p>Le persone da queste parti<br />
si muovono a scatti<br />
con i carrelli pieni di rifiuti<br />
e l’isteria nelle orbite.</p>
<p>Mi congelo davanti all’obitorio delle carni.<br />
Nessuna differenza<br />
tra le bistecche umane in piedi<br />
e i filetti di bovino stesi nei freezer.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Il martirio dei poeti</strong></em></h4>
<p>I poeti non scelgono,<br />
lasciano che sia.<br />
La poesia l’accettano.<br />
E si ritrovano ad ardere<br />
una manciata di parole<br />
in un falò fantasioso<br />
che li riscaldi un poco.<br />
Perché i poeti sono quelli<br />
che tremano il gelo<br />
del ghiaccio sociale.</p>
<p>Martiri della pazienza,<br />
strattonati, trascinati, offesi,<br />
i poeti hanno breve vita<br />
e muoiono a lungo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em><strong>Parlami del presente</strong></em></h4>
<p>Parlami del presente se ne sei capace.<br />
Questo presente che è già tutto passato<br />
e già tutto futuro,<br />
questa frazione di secondo contesa<br />
fra i secoli di ieri e quelli di domani,<br />
questo granello d’illusione, impalpabile,<br />
conficcato come punto di confine<br />
tra le due ere infinite del tempo.</p>
<p>Tu mi dici ti amo e già me l’hai detto:<br />
quando lo scrivo è ricordo.</p>
<p>Ma sarà o è già stato?<br />
“Prevedere il futuro è leggere il passato”,<br />
ti risponde il chiaroveggente.</p>
<p>Adesso è passato. Domani è passato.<br />
Si vive nel passato di un passato già passato.</p>
<p>E ora parlami del presente se ne sei capace.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le belle stagioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/22/le-belle-stagioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2014 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar   da: WINTER  (INVERNO) 2 Sai, sono di una città di fiume, mio nonno mi amava tanto ma non mi vide mai, solo io nel tempo vedo morti che stanno accanto a me, le mani che quasi  toccano le mie. Io sono di una città di fiume dell&#8217;Europa centro-orientale, dove si parlava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>da: WINTER  (INVERNO)</strong></p>
<p>2</p>
<p>Sai, sono di una città di fiume,<br />
mio nonno mi amava tanto<br />
ma non mi vide mai, solo<br />
io nel tempo vedo morti<br />
che stanno accanto a me,<br />
le mani che quasi  toccano le mie.<br />
Io sono di una città di fiume<br />
dell&#8217;Europa centro-orientale,<br />
dove si parlava il tedesco.<br />
Da lì mio padre carezzava<br />
Puch, il suo cane. Io non<br />
parlavo, io non parlavo<span id="more-50173"></span><br />
ancora, lo avrei fatto ben<br />
lontano da quel fiume<br />
e monti industriali. Vengo<br />
dal bianco e nero, dalla carta<br />
che non ricordo non mia,<br />
sempre ci sono stato  sopra,<br />
coi racconti, e la fantasia:<br />
come posso andarci ora,<br />
che tutto è cambiato&#8230;<br />
Il futuro è morto, chiudi<br />
il cassetto delle fotografie<br />
e basta così, esci, nel gelo.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>5</p>
<p>Tu lo sai che nella notte ho visto,<br />
senza cane da portare ma con un filo<br />
di voce della mente, un calciatore<br />
correre nella nebbia e nel gelo.<br />
Era Jair, il campione paulista delle<br />
nostre sere comanche allo stadio<br />
di stelle di San Siro, che è un<br />
quartiere avanti al mio; tu lo sai<br />
che, intabarrato nella notte asca<br />
e sospesa come un lungo poker,<br />
ho visto la freccia nera di Jair<br />
scomparsa e riapparire, freccia<br />
in una flebo preziosa, di sangue.<br />
Stava nel firmamento di dicembre,<br />
poco prima il Natale, e come l’ufo<br />
delle immagini a fumetti veniva<br />
a snodare l’aria e via scendeva,<br />
come un missile di felino per<br />
le foreste umide, e gracidanti, e<br />
venne a correrci tra l’aria pallida,<br />
poco prima dell’alba, quando la nebbia<br />
cominciava a disfarsi, e le auto<br />
a farsi fitto convoglio, per andare<br />
nel <em>non so</em> inconsueto. Jair balzò<br />
dentro l’alba, scendendo sulla piazza<br />
Brescia, e sorvolando frammezzo<br />
alle rotaie del tram, e guardava verso<br />
le stele traverse, tabarrato dalla<br />
divisa dell’Inter, bellissima, eterna.<br />
Dalla cupola folle del cielo, ancora<br />
in attesa di sbiancarsi, come latte versato<br />
su un tavolino, il pallone scende<br />
a velocità folle verso Jair, che al volo<br />
lo rimanda, con un tonfo nel quasi silenzio,<br />
verso altre stelle, stanziali, ferme dal<br />
sempre; e poi naviga, via, nell’aria, risale,<br />
e con un solo colpo di reni sparisce,<br />
verso paradisi e Amazzonie e verdi pascoli<br />
d’ogni tipo di bestia della notte, e del giorno;<br />
mentre anch’io sparisco, a piedi, verso casa,<br />
a poco dallo stadio di San Siro, la testa<br />
insaccata nel sogno, che la luce mi smonta.</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar<em>, Le belle stagioni</em>, Marco Saya Edizioni 2014</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Cogito Argo Sum- la morte ai tempi della rete</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/15/cogito-argo-sum-la-morte-ai-tempi-della-rete/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 10:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[loredana lipperini]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[valter binaghi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani &#8220;La memoria è anche una statua di argilla. Il vento passa e, a poco a poco, le porta via particelle, granelli, cristalli.&#8221; José Saramago, i quaderni di Lanzarote Chiunque abbia avuto dentro il fuoco della scrittura o della lettura sa che non c&#8217;è acqua che possa estinguere le fiamme, fare recedere dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46041" alt="argo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg" width="349" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo.jpg 436w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/argo-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>&#8220;La memoria è anche una statua di argilla. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Il vento passa e, a poco a poco, le porta </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>via particelle, granelli, cristalli.&#8221;</em></p>
<p><strong>José Saramago, i quaderni di Lanzarote</strong></p>
<p>Chiunque abbia avuto dentro il fuoco della scrittura o della lettura sa che non c&#8217;è acqua che possa estinguere le fiamme, fare recedere dal proposito di fare delle proprie scritture e letture qualcosa di simile a un&#8217;eredità necessaria, per chiunque, da destinare a un numero infinito di persone di cui non si conosce né si saprà mai nulla, nemmeno il nome. Solo chi conosce o ha conosciuto bibliofili infaticabili, cercatori di rare e preziose edizioni, combattendo ogni tipo di guerra, a volte negoziando la resa del venditore aggiustando il prezzo dell&#8217;acquisto altre sperimentando ogni forma di veleno in grado di sterminare i maledetti <em>vers de bois</em>, i tarli, che trasformano i versi, le frasi e i  verdetti in polvere finissima intorno ai buchi, può saperlo.  Conosce la delusione delle risposte negative delle biblioteche storiche o universitarie ad accogliere il lascito, il fondo, per non disperderne il disegno. Così come chi scrive si affretta quando la notorietà abbia superato la soglia della celebrità acclamata, a creare una fondazione in grado di tenere unito oltre la morte dello scrittore la vita dello stesso, perpetuandone il racconto attraverso le cose che gli sopravvivono. L&#8217;isola di Lanzarote vale il viaggio per quello che costa il soggiorno e il resto. L&#8217;equivalente di pochi giorni in un lido della costa ligure o siciliana. Un mare così lo trovi solo in Sardegna e la terra sa di vulcano, che un vento che fa da brezza al caldo africano tiene sospeso per chilometri di deserto. Qui Saramago è morto e qui ha voluto creare insieme alla sede di Lisbona, la biblioteca, la casa, la fondazione.</p>
<p style="text-align: left;">La cura della moglie Pilar nel rendere leggibili i momenti di felicità, ora l&#8217;ascesa al monte bianco, monte ventoso delle Canarie ora la consegna del Nobel, tra i reali di Svezia, è amore e si trasmette in ognuno dei passaggi che io e Giulia facciamo da una camera all&#8217;altra, dal giardino alla <em>Calle de la Libertad</em> dove la dimora è. C&#8217;è qualcosa che riguarda la vanità dell&#8217;umano, l&#8217;infinitesima sua insorgenza temporale rispetto alle ere planetarie, ai movimenti tellurici, al pianeta. Una memoria che si erode davvero ad ogni colpo di vento e rende raccapricciante, patetico il volere fermare tutto, immobilizzare la vita, e la morte, in un monumento luccicante. E non ci saremmo accorti di quello che stava accadendo se non ci fosse stato il cane, ad accoglierci, il vecchio cane di Saramago. Saremmo rimasti altrimenti come accecati di fronte alla interminabile collezione di vasi, di Cristi, di penne stilografiche, e ci avrebbe divorato il paesaggio che dalla finestra a croce cade a picco sullo scrittoio del navigatore portoghese. Avremmo chiuso in un pugno una delle pietre riposte sopra un ripiano per sentire come lui la vicinanza agli amici lontani, distanti, in altre terre, quelle dei sassi raccolti. Saremmo rimasti come incantati dalla seggiola da pittore en plein air, immobile nel giardino solcato dai melograni e dalle piante grasse, da cui l&#8217;oceano traccia linee di blu e di verde disseminandole tra cumuli di pietra vulcanica e case bianche. Josè si chiama come il padrone, ma vederlo zoppicante, di una vecchiaia insolita per un cane di piccola taglia, ci fa pensare ad Argo. Così riprendo il capitolo dell&#8217;Odissea superbamente tradotto da Daniele Ventre, che recita:</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: right;"><em>Queste parole così scambiavano l’uno con l’altro,</em><br />
<em>ma ecco un cane disteso levare la testa e le orecchie,</em><br />
<em>Argo, di Odìsseo dal cuore costante, che il sire in persona</em><br />
<em>crebbe –ma non ne godette e prima per Ilio la sacra</em><br />
<em>se ne partì. Nel passato, in caccia di capre selvagge,</em><br />
<em>di caprioli e di lepri l’avevano i giovani spinto;</em><br />
<em>ma abbandonato giaceva, allora (era assente il padrone),</em><br />
<em>dentro quel molto letame di mule e di bovi che a mucchi</em><br />
<em>s’accumulava alle porte, perché per il grande podere</em><br />
<em>lo raccogliessero i servi di Odìsseo per farne concime;</em><br />
<em>là il cane Argo giaceva disteso, coperto di zecche.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46042" alt="talismano-copertina-jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg" width="245" height="354" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/talismano-copertina-jpg-207x300.jpg 207w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" /></a>Qualche giorno fa è morto Valter Binaghi. Io gli ho voluto bene. Ci siamo frequentati per circa un anno quando partecipammo a un progetto editoriale, ambizioso, nemmeno più di tanto, e fallimentare oltre ogni più nera previsione. Di lui mi aveva sempre colpito l&#8217;estrema determinazione teoretica, il sapere certo, la tenacia e il rigore delle asserzioni, ancor più ammirevoli, per quanto mi riguarda se calate in una vita da poeta maledetto, musicista blues, di chi porta molto in avanti la soglia dell&#8217;estremo. Così il suo cattolicesimo, la sua conversione radicale quanto il precedente ateismo, cosa di cui non ne sono certo ma che ho sempre sentito  così. da qualche giorno in rete in tanti hanno descritto il proprio dolore ma soprattutto il peso di un&#8217;assenza che qualcosa di così insondabile come la morte aveva deciso di inscrivere nel suo registro. Di tutte le parole spese con estrema attenzione e cura, come quelle che su Micro Mega ha scritto <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/14/per-valter-binaghi/">Marco Rovelli,</a> o di slancio e autentica insofferenza di <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/14/per-valter-binaghi-5/">Franz Krauspenhaar</a>, due testimonianze, da giorni, accompagnano i pensieri che rivolgo a Valter , al fatto che dopo i quarantanni spesso orfani di genitori, ci troviamo faccia faccia con  la matrice più autentica del nostro essere umani, ed avviene attraverso la disparizione dei fratelli, degli amici a noi contemporanei. Come se il grande compilatore delle enigmatiche nostre vite avesse deciso di lasciare le sequenze verticali delle parole per procedere con le orizzontali. Due, dicevo, le testimonianze che mi hanno colpito di più, quella di <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2013/07/12/per-valter/">Giulio Mozz</a>i che di Valter è  l&#8217; Amico- uso il verbo al presente deliberatamente,  e di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/07/12/per-valter-binaghi/">Loredana Lipperini</a> che meglio di chiunque altro ha tirato giù il velo dell&#8217;inimicizia in rete, sancendone l&#8217;inautenticità, innanzitutto e a seguire l&#8217;inutilità  rispetto al grande progetto della rete, delle vite &#8220;virtuali&#8221; in comune. Spesso, il più delle volte, il principio di realtà è nemico dei sogni e dei sognatori, ma a volte ci soccorre, ci sussurra prima e poi lo grida, quando siamo prigionieri di idiosincrasie, di incazzature ad personam o verso gruppi di persone, ora un blog, ora una rivista, un editore, un paese intero, che è ora di svegliarsi dai cattivi sogni perché la vita, soprattutto quando c&#8217;è la morte, è altrove.<br />
Ecco perché leggere in rete, assistere al passaggio di testimone per l&#8217;ultimo omaggio, la firma sul libro virtuale della camera ardente mi è sembrato qualcosa di molto lontano da quello che nelle stesse ore accadeva in una chiesa stracolma nel cuore di una Padania più autentica e dunque più reale del resto.<br />
<strong></strong></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>La recensione messicana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 19:27:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Franz Krauspenhaar Una brava, talentuosa domenicana o messicana di quasi ottant’anni, nata a Santora, una delle città più importanti del Melenghe domenicano o messicano, giornalista professionista: Ester Gutierrez Velva ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico. E’ nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani compiono i primi passi nella scrittura. Come mettere fatti e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p style="text-align: justify">Una brava, talentuosa domenicana o messicana di quasi ottant’anni, nata a Santora, una delle città più importanti del Melenghe domenicano o messicano, giornalista professionista: Ester Gutierrez Velva ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico. E’ nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani compiono i primi passi nella scrittura. Come mettere fatti e commenti rilevanti in un piccolo spazio tipografico? Il giornalismo risponde a questa capitale domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con la necessaria sapienza. A Città del Messico o a Santo Domingo, ora non ricordiamo, Ester apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste molto patinate. E’ dell’65 il suo debutto nella narrativa, con il <em>bestseller</em> La vita ci strappa alla vita, tradotto in trentadue lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: Donne sulla strada in attesa di un uomo galante che le sostituisca il pneumatico (Premio Roditor Salsado 1977), e alcune raccolte di racconti e riflessioni: <em>Puerto corazon</em>, Il mondo pilota, Il cielo dei catenacci. E ora questo Uomini arrivati al caffè (Micragnos Edizioni, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Ruben Adriano Sosa.<span id="more-45653"></span></p>
<p style="text-align: justify">Che romanzo è <em>Uomini arrivati al caffè</em>? Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, della <em>chick literature</em> d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiardi, alla Contessa Garivoni, alla Stela Cambiaghi Morellani. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento, una buona prosa di racconto, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma che nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.</p>
<p style="text-align: justify">Ecco, <em>Uomini arrivati al caffè</em> è un libro – come un romanzo di racconti, diremmo – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con immenso decoro. La Gutierrez Velva è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie ci sono donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, qualche minorenne, qualche gigolò, le indispensabili escort, ma tutti più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. E triangoli in<em> paso doble</em>, e tradimenti seducenti, liquidi, soffusi, circonfusi. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Gutierrez Velva, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico per giornali del Caribe ma anche del Cile, dell’ Uruguay, per il celeberrimo Le ore argentino, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, nella rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso un’evanescenza allo champagne, ma senza la stucchevolezza ardita di una Sagan del secondo millennio, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie e tempestose, la scrittrice messicana o domenicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare anche da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda, trafiggendo come una spada i cuori attraverso i secoli, riportando alla luci passioni per troppo tempo sopite, illuminando su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie ivi descritte. E poi i personaggi: la Gutierrez Velva è una specie di complice di ogni persona che abbia amato, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori dal cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisitissima di personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, rissosi, capitalisti, ereditieri, alti, altissimi, sportivi, playboy, notabili, politici, nobili, dunque per tutti i gusti, questi <em>Uomini arrivati al caffè</em> sono finalmente alle prese con queste splendide <em>Donne sulla strada in attesa di un uomo galante che le sostituisca il pneumatico</em>, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici, i protagonisti di questo serpentesco fiume, ma capiente di storie.</p>
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		<title>Travestita estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 00:26:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Ci si avvicina alla fine del viaggio. Ma la fine è un traguardo, non una catastrofe. [George Sand.] Questo caldo infernale mi spinge lentamente alle corde, una volta tanto vorrei camminare nella neve, nel nord della Svezia, e rischiare l&#8217;assideramento dentro una Volvo senza benzina&#8230; prima che arrivi una troupe di Discovery [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<address style="text-align: justify">Ci si avvicina alla fine del viaggio. Ma la fine è un traguardo, non una catastrofe. [George Sand.]</address>
<p style="text-align: justify">Questo caldo infernale mi spinge lentamente alle corde, una volta tanto vorrei camminare nella neve, nel nord della Svezia, e rischiare l&#8217;assideramento dentro una Volvo senza benzina&#8230; prima che arrivi una troupe di Discovery Channel a cercarmi con le prove di un tentato suicidio… ma no, tu dov’eri? Dov’eri quando cercavo di finire le mie pene il mio supplizio col tuo aiuto? Ti chiesi l’offerta della tua mano per tagliarmi le vene, che io non riuscivo a farlo nella solitudine delle ore ultime, e tu mi parlasti del bene della vita. Il perché, il percome, il persopraesotto. La statua di sale quanto basta, pepe macinato al momento. Ho deciso di raccontarti questa estate piena di vuoto, questo calvario sudato, come un sudario senza croci, ma spasmi di vuoto orticario… come? Credi che io stia poetando, con la ferocia dolce dei falliti che s’impennano come motociclette adolescenziali? No, l’ora della poesia l’ho trascorsa. Tornato alle più miti intenzioni della prosa, all’espressione giudiziosa delle frasi che proseguono con una certa libertà sul foglio, più piane, meno sinistre e gocciolanti e spasmodiche, m’inclino come un bombardiere di idee torride, e ti chiamo, ad ascoltare il mio racconto d’un’estate, quella appena svanita, nel vento della fine stagione, come svendita.<span id="more-45264"></span><br />
La pioggia ci fa dimenticare ogni calura. È la mano di bianco, o di spugna rigonfia, come fosse un disco volante senza peso, che diventa impossibile strizzarla. Ma quasi, sì, perché non si vede l’uscita da ciò che è stato, è sempre così, terreo. Col caldo montuoso sulle mani, i calli in salita, le vertebre semiesplose, così che la pelle raggiungeva la velocità di smembramento cellulare delle pustole, dimagrito come un avvoltoio della foresta indiana, ho nelle corde un grido grigio; è afoso come l’aria, riavvolge la nostra storia inenarrabile. È un foglio di carta velina usato per i giornali della notte, letti solo dai gufi universitari. Nascendo nella caduta, a fari spenti, l’auto della polizia del diavolo nelle mani Polistil, il ricordo di gavettoni nella militare abbondanza di camerate. Le masturbazioni spaziali di ragazzi degli anni Ottanta, al sapore di Cacharel, freddo e puntuale come un’esecuzione capitale. Schiaccio la sigaretta sotto il tappeto con le mani, è pesantissima, lo sforzo è quello del vogatore quando mi sposta sui remi. Così mi sfiora il pensiero di quei primi film di Pedro Almòdovar, complicati e inutili, con quelle donne passionali e nevrotiche più di quelle che avevamo conosciuto fin là, bocche da scarafaggi bianchi, e mi vien voglia di indossare quei vestiti da donna, di essere anzi una di quelle trans col naso grosso e lungarno puntato verso le camminate a tacchi spillati di quei giorni gloriosi. Voglio essere una lei e un lui, immembrati nello stesso corpo intenzionale. Non mi sembra una cosa strana, mi dici tu. No, è vero, ora noto che hai i baffi, giuro che non l’avevo mai notato, oh sei matto, mi dici, certo, dico io, sono matto e senza novità di rilievo, a parte quest’estate di travestimenti. Tutta? Chiedi; no, rispondo, ci sarà altro; l’estate è appena andata, è stata lunghissima, estenuante, critica. Impura. Sbattuta in prima pagina, e poi subito dopo asservita ai bagni reconditi, vicino alle docce, armati di guanto adesivo alla mano mortuaria, il guanto-doccia della Postalmarket acquistato nell’86. Dura ancora, il reperto, come sa bene il bagnino Alferne, dei Bagni Poulidor di San Sezze al Terano. Una plage chassidica quasi, con nerofumi di grinzosissime paratie scoglianti su per il budello del colon costiero. Un belinante “Alfredoalfredo” modello Pietro Germi, ma più strizzato nel bodydouble briandepalmico. In ogni senso, dopo quella settimana nell’antimitica San Sezze, ero avvinto alla noia come nelle stolide cassamortuarie anulariche raccorditrici condutture asfaltiche di Roma. Ho vissuto per cent’anni e tre quarti alla Magliana, con la banda a suonare il rock duro pesto e tutto il clangorico scazzonato a base ritmica. Uno sgrillamento di potenza monetaria che letteratura cinema e tv hanno reso noto al granpubblico. Sezze, San Sezze per i cristiani, Sezze-San per gli orientalisti, Sezze upon Thames per gli anglofili, è un borghetuccio impiantato sulla lito verso la coté sudica, passando di appena pelo Formia, così che si napoletanizza tutto il discorso dei parlanti. Una settimana di pesce al sangue, di carne al brucio, di labbra sorte dal nulla di una cannuccia, impiantata come ombrellone miniaturizzato nel limone spremuto di una tonica Schweitzer, abbandonata nella truce calura. Me ne sono andato in prima istanza pensando a nuovi traguardi della menta aerosol, ma il fresco era chimera plena, dunque bisognava andare lontano, verso il nord. Ma lontano, perché? Avevo davvero voglia di urticarmi le salivanti, la memoria sbianchita, la potenza erotique? No e no. Allora tornare a Roma fu naturale conclusione, come vedi. Già, dici tu, sei pigro da fare schifo, si sa. No, che dici, non sono pigro, sono uno che si dà da fare da troppi anni, usurato come un vecchio albero motore; ergo, urgo revisione. Comunque pure in spiaggia avevo notato la bicicletta di Moran, il passo stracco di Gaber, Belacqua coi suoi studi danteschi sotto l’ombrellone, e l’aragosta di Dante sotto l’ascella, tornando al bungalow, come una baguette mezza viva. E l’Innominabile, così deciso a non dirsi nessuno, con Moran che gli reggeva il gioco, e di conseguenza il poker notturno, mentre quell’altro irlandese, alto e coi capelli bianchi, la faccia da marinaio di Moby Dick, insomma del Pequod, scavata da fosse ecologiche di pelle e gli occhi di ruscello tondo che mulinava su se stesso, occhi vertigo blu, che si chiamava Beckett, ed era lo psichiatra di tutti quei matti irlandesi che avevano preso posto nei bungalow sulla spiaggia, miei vicini di strazio caldissimo; e a volte ci si ritrovava nell’afa della notte a parlare di calcio, di Stanley Matthews, e soprattutto del loro idolo, George Best, tutti morti, come peraltro morto mi sembrava il Beckett, anche se a tutti gli effetti era proclamato vivo soprattutto dal suo muoversi pacato per la spiaggia alla ricerca di lumache (sono conchiglie, Mr. Beckett, conchiglie!) lo redarguivo; e lui mi concedeva quel suo sorriso che mi dissero rarissimo, giusto perché in me aveva trovato un vero interlocutore, forse un Malone che vive, che dunque, se non è zuppa è pan bagnato, non muore più, che vive e sta bene; e nonostante le sofferenze della calura riesce ancora a girare con una polo Ralph Lauren blu, mentre lui e tutti gli altri irlandesi della sua comitiva vanno in giro mezzi nudi anche per San Sezze, al mercato di San Sicario, davanti al municipio, di fronte alle donne grasse del paese, ciccione da film di Anthony Minghella, che girano le teste dall’altra parte, e girano praticamente nudi, coi ciondoli del viro all flesh in evidence, megagalattici, ubriachi di Nastro Azzurro già alle dieci antimeridiane e che dio ci aiuti. La notte, la comitiva di irlandesi si disperde nelle fosse biologiche della spiaggia, Moran batte un bastone contro una vecchia barca dipinta di biancazzurro con la scritta “Forza Lazio”, Molloy fa delle inalazioni dentro a un castello di sabbia, tirando la polvere del mare divenuto nerastro. Io e Beckett ci raccontiamo un sacco di cose, i piedi a tuffo nel mare, seduti sulle conchiglie , le sigarette inglesi London Prick accese contro il nero d’ardesia della notte. E’ un uomo interessante Beckett, mi racconta la sua vita con poche infingarde parole; mentre lavorava come lettore di inglese all’École Normale Supérieure di Parigi, venne messo in contatto con James Joyce grazie all’amico comune Thomas McGreevy. Tra loro, anche questo Joyce era irlandese e forse famoso, iniziò una lunga e tormentata amicizia. Durante l’estate di un anno che il mio nuovo amico non è in grado di ricordare è a Kassel, dagli zii Sinclair, e coglie l’occasione per rompere con Peggy. Nel frattempo Lucia, la figlia di James Joyce, si innamora perdutamente di lui, creando non pochi problemi diplomatici al giovane Beckett, che non ha alcuna intenzione di corrispondere. Com’era questa Lucia? Gli chiedo. Non male, risponde lui. E allora perché non ci sei stato? MI guarda come se fossi un animale, che per un attimo soltanto ha emesso i rari suoni del linguaggio degli umani. Mi piacerebbe vedere la faccia di Lucia Joyce, chiedo a Moran il giorno dopo; lui mi dice: bella ragazza la Lucia, mai capito Beckett con le donne, io le avrei dato la spettanza senza problemi, e si mette a ridacchiare e accende una sigaretta, una King George. Il caldo è terribile. Beckett mi sfugge, come gli altri. Hanno trovato altro da fare, ma non capisco cosa. Beh, dici tu, cosa vuoi che facevano, avranno trovato delle donne, oppure erano in quel buco per spacciare cocaina nascondendola nella sabbia della spiaggia. Mi metto a ridere, tu non capirai mai, non saprai e non capirai mai. Il caldo e la solitudine m’invadono come invase la grande truppa la Normandia, Beckett e i suoi strambi amici a un tratto spariscono senza nemmeno salutare, la spiaggia si svuota quasi del tutto, sono riempito soltanto di un caldo insopportabile e di un paio di scottature color rosso uovo sodomizzato. Così torno qui. La mia idea di travestirmi da trans di un film di Almòdovar prende straordinario piede polifemico. Buttato sul letto, nudo come un vermiciattolo verde bottiglia Folonarifernet, organizzo la mia fuga nel femminile. Voglio fuggire con una donna, ma quella donna voglio essere io. Voglio stare nel mio stesso desiderio, voglio esserlo. Voglio accarezzarmi come fossi un altro che accarezza non me, ma una donna vera, una che desidero anch’io.<br />
Belle pretese, tu dici, e spegni per sempre l’aria condizionata Daitan Drei, che si spande come crema cioccolatosa Piemonte Brand. E’ settembre e l’ora è di migrazione dell’aria verso soffi freschi, dopo il momento climaticamente più osceno arriva quello più bello. E allora cosa hai fatto? Chiedi; e io, beh, da quando mia moglie è morta ho in serbo i suoi vestiti, non li butto per questioni di ricordi felici o roba simile, anche quando felici essi non lo erano per nulla, ma non mi fa cuore di buttarli, o di regalarli ai fratonzoli, i quali a loro volta li regaleranno a una scimmia o a una zingara storpia, a una straniera con le croste di bachelite agli inguini. No, con tutto il rispetto per le etnie dilaganti e l’equo e il solidale e le bandiere delle stupinigi della terra. Poi penso ai film dello spagnolo omo, ne rivedo un paio in streaming, mi rendo conto che sono da farsi anche in rappresentazione solo le donne, non i maschi bosesiani, per dire. A Bosè Miguel sostituire con Victoria Abril. O le altre, compresa la nasona che sembrava pervenuta da un Fellini dell’ultima frontiera erotica, tra Poe e il bordellaro. Le donne, le donne, o mia moglie. Mi travesto da lei, vado in giro come lei, con quegli abitini a fiori, e m’entrano miracolosamente tutti, che era una marcantonia saporosa, m’entrano e però non m’escono, che l’uscita del capovestiario è sempre più affare difficile per le taglie più forti. Mia moglie tu lo sai era una manza vera, giunonica e marziale proletaria dalle spalle larghe alta un metro e 83, gambe fortissime da squat, ex campionessa di nuoto sincronizzato. Lei era tutta la mia vita e anche quest’altra, questa post, quest’assurdo monitoraggio di giornate e nottate una più indivisibile dall’altra, incollate in una sequenza senza scampo e senza piano. Così, sai, alla fine cosa poteva esserci di meglio per vincere l’agosto turbativo che vestirsi e truccarsi da lei e andare in giro e fare e disfare per vincere la calura? Essere un altro, e precisamente la propria vita romantica incarnata nell’altro, quest’altro che ci pareva invincibile e che invece abbiamo perduto per sempre?<br />
Vedi, con travestitismo, o feticismo di travestimento, si fa riferimento a un’eccitazione sessuale ricorrente e intensa, derivante dall’indossare abbigliamento del sesso opposto. La portata del travestitismo può variare dall’indossare biancheria femminile sotto un abbigliamento maschile convenzionale, fino a un totale cross-dressing. Bravo, mi dici, figurati, io dico. E che sono problemi grossi col cross-dressing, credimi; ci credo, dici tu. Beh, meno male, dico io; davvero, ho a cuore la tua storia, dici tu; che fai, ne scrivi un saggio? Non sono uno scrittore, grazie a dio, dici tu; ah sì, dico io, non essere scrittori in questo paese è una salvezza rara, siamo dei privilegiati a non scrivere, perlomeno non per essere pubblicati. Niente racconti, poesie, saggi. Nemmeno io, dici tu, mai scritto neanche una rigo a scopo per così dire artistico, ne sono orgoglioso. Anch’io, dico io. Comunque alcuni, che impersonano ruoli femminili, si esibiscono in locali notturni, parlo ovviamente, ma non troppo, dei travestiti, non degli scrittori. Certo, dici tu, ovviamente: ma non troppo. Tuttavia, a meno che il travestimento non sia associato con l’eccitazione sessuale, questi intrattenitori non soddisfano i criteri per il feticismo di travestimento. Il travestitismo, inoltre, non deve essere confuso con il cross-dressing associato al disturbo dell’identità di genere. Infatti, benché spesso si vestano con abiti tipici dell’altro sesso, e possano persino riferire di provare disagio per certi aspetti della loro mascolinità, gli uomini con travestitismo non identificano se stessi quali membri del sesso opposto. Tanto e vero che quando indossavo gli abitini della mia defunta moglie io non mi identificavo né con lei né con altre, sapevo bene chi ero e la mia identificazione stava sempre dentro di me, maschia e vigile: però allo stesso tempo sentivo lei avvolgermi proprio coi suoi vestiti; quel cotone, quel raso, le scarpe alte che mi portavano a superare il metro e 90, mi facevano sentire abbracciato da lei come se fosse stata una profumo resuscitato, una canzone, un fascio di rose rosse, un ballo sinuoso, come quello di Rita Hayworth in Gilda. Camminavo per la nostra Roma caldissima e stanca, tra grappoli e pustole e nei e minitumori di turisti in formazione balorda, e passavo ogni tanto le mani sudaticce sui miei fianchi, come a controllare che lei ci fosse ancora, che stesse ancora attorno e dentro di me. Mi ero messo una parrucca perfetta quanto basta o q.b., di quel nero lucido che simulava in terital la cascata zampillante dei capelli neri di lei, così setosi e compatti, che ti veniva voglia, sempre, di immergerti con tutta la tua voglia e il tuo amore in quel tardonaturalismo di tessuto. Di solito, lo sai, il travestitismo inizia con travestimenti parziali nell’infanzia o nell’adolescenza, ma a me non successe, cominciò tutto in quest’estate fangosa. (Sempre maschi, in massima parte si travestono in maniera episodica piuttosto che con regolarità.) Per il resto essi tendono a essere mascolini nell’aspetto e nei modi di fare. Molti sono sposati e conducono un’esistenza convenzionale sotto tutti gli altri aspetti. Di solito il travestitismo avviene in segreto. Gli uomini che agiscono il loro feticismo di travestimento possono sentirsi in colpa o provare vergogna per il loro comportamento, e talvolta celano per anni i propri impulsi alle mogli. (Ma questo a me non era mai successo, la voglia quasi brutale di travestirmi da lei era venuta ora, improvvisa e irresistibile, ben dopo la sua uscita di scena.)<br />
Nella pace mortuaria di Villa Borghese, nelle orecchie I pini di Roma del meraviglioso Respighi, me la giro e rigiro, in un caldo mulinante, undercovered. Lucciole spegni e spagni si fanno avanti, mi prendono da lontano per una collega runaway; poi da centimetri di spazio pelle a pelle mi vedono maschione, sono esperte del rilevamento, ahò ma puro li travestiti mo’? ma vedi d’annattene! Sono incavolate al cubo crociato, ne ho paura, sono tante, quasi tutte export virginia, tra negraccione e immacolate albaniert, rumene spallate. A parte le negre o nere a seconda del grado di conoscenza lingua italiana e spartiti musicali e non dell’opportunismo linguistico, che sono dei Guzzi Falcone dopo una passata dal carrozziere dei motocarri, le altre sono valide per il brumbrum ficarolo; tu sais mon ami, saranno disperate e pure stomp, ma son giovani quasi tutte e comunque non sono da buttare nell’umido della differenziata, anzi ti dico che se togli loro il bellettame e il vestito volgarone possono passare, stando mute, per la tua signora… Ah certo, dici tu, bravo bravo bravo, adesso andiamo anche a offendere, la mia signora puoi anche non nominarla, va bene uguale, ecco, sì. Scusa, dico io, scusa davvero. Guardo fuori dalla finestra, piove. L’estate ci ha lasciati da tempo. Basta coi vecchi ricordi, dico. Mentre tu mi saluti ed esci, e io sono sgravato del peso di un segreto, vado con calma verso l’armadio lasciato aperto della mia signora e scovo gli abiti autunnali. Comincio ad accarezzarli ancora dentro, in fila; la voglia è diventata forte di nuovo, forse stasera riprendo.</p>
<p style="text-align: justify">[pubblicato su <em>Achab</em> <em>– scritture solide in transito –</em> rivista letteraria diretta da Nando Vitali, numero 1 (1 gennaio 2013)]</p>
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		<title>Quattro frammenti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/03/quattro-frammenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2013 09:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Biscotti selvaggi]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar se mi togliete il maalox, la sua innocenza, la carezza discreta di sodii vari come oli curanti, se mi togliete quel senso illusorio d&#8217;assenza, come se lo stomaco fosse libero dai fuochi dei nostri inferni a succhi, mi avrete deposto un mito, avrete cacciato il mio allenatore buono e incompetente dalla squadra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>se</strong> mi togliete il maalox,<br />
la sua innocenza, la<br />
carezza discreta di sodii<br />
vari come oli curanti,<br />
se mi togliete quel senso<br />
illusorio d&#8217;assenza,<br />
come se lo stomaco<br />
fosse libero dai fuochi<br />
dei nostri inferni a succhi,<br />
mi avrete deposto<br />
un mito, avrete cacciato<br />
il mio allenatore buono<br />
e incompetente<br />
dalla squadra sconfitta.<span id="more-44522"></span></p>
<p><strong>fare</strong> la spesa mi riduce a una macchina<br />
distributrice di prodotti, i soliti;<br />
ogni volta che metto nel carrello<br />
ammazzo il tempo con un colpo<br />
secco e duro, non posso farci nulla,<br />
è una questione di tempo, tra me<br />
e il dentifricio, nulla che sia uomo<br />
e natura, essere e tempo. temo<br />
un avveniristico bombardamento<br />
di fine del mondo nel giro di pochi<br />
attimi, sparsi e introflessi, come culi<br />
sgonfi di vecchio sedentario.<br />
stamattina mi sento ottimista,<br />
è lunedì, non ho niente da mettermi,<br />
giro per la mia vita passata<br />
col machete selettivo, i ricordi<br />
premono per uscire nel gas<br />
di scarico, e morire travolti<br />
da ingorde auto per femmine<br />
cazzute, dette SUV.</p>
<p><strong>amo</strong> novembre, i fiori recisi e le sue paure,<br />
le nebbie colte come nuovi fiori, i morti<br />
che escono dalle fosse come nuove<br />
e parlano del tempo o di allegrie lontane,<br />
attendo il mio mese di nascita con l&#8217;amore<br />
di un corvo per la sua preda, siamo uccelli<br />
da preda dentro voliere immense, nere<br />
come le nostre piume, e l&#8217;orrore ci fa nulla,<br />
solletica la nostra vanità. il mondo è pieno<br />
di bastardi, di gente invidiosa e meschina,<br />
tira fuori il pane e facciamo un po’ di pasta<br />
mentre questi cani assorbono la crema<br />
dei malati al posto loro, coi soldi collettivi,<br />
con la sabbia negli occhi d&#8217;un solo popolo.<br />
amo novembre e i suoi primi frescori,<br />
i cappotti che ti scendono addosso prima<br />
che un altro anno sia compiuto, la scuola<br />
iniziata ormai da troppo e il tuo quaderno<br />
già folto di segni di ribellione, di fuga.</p>
<p><strong>devono</strong> ammazzarmi per farmi vivere,<br />
in un campo di viole, prima del tramonto,<br />
con una scodella di latte sul muso, nemmeno<br />
fossi un vitello esagerato, gli estrogeni<br />
che girano attorno alle palle. devono darmi<br />
erba cipollina come sul gambero rosso,<br />
dove una principessa mezza scema<br />
sceglie i tagli della carne. la peggiore<br />
vien di notte, una cicciona inglese con otto<br />
fottuti figli, il marito dev&#8217;essere fuggito<br />
con la nurse burrosa; lei mette chili<br />
di spezie su tutto, è un brodo umano<br />
di english breakfast e di porcate d&#8217;india,<br />
ho sempre pensato alle spezie come<br />
a un coprivergogne. vorrei entrare<br />
nella cucina di questa vecchia puttana<br />
multirazziale e tagliarle la gola con la lama<br />
per tagliare il tacchino, basterebbe<br />
per spillarne il sangue con retrogusto<br />
curry. invece qui, con la crisi economica<br />
che ci falcidia precordi e futuri spalmati<br />
sull&#8217;ultimo pane, avanzo con le fette<br />
bene aperte verso una scatola di tonno<br />
comprato al discount, l&#8217;unico posto<br />
nel quale mi sento vero, e capito per quello<br />
che sono, cioè un signor consumatore<br />
di merda. mai stato un opportunista, dunque<br />
non sarò mai uno scrittore, tolgo dalla testa<br />
di essere uno che conta in ogni ramo,<br />
come me in migliaia avanziamo con le fette<br />
di pane verso una scatola di tonno,<br />
ho spremuto l&#8217;acqua di pesce nel cesso<br />
e adesso la poltiglia è pronta per finire<br />
nel pane, tra foglie d&#8217;insalata calmanti<br />
e sborrate gialle di maionese, forse<br />
solo così è la sborra d&#8217;un rinoceronte<br />
dopo una battaglia per farsi la meno<br />
brutta della savana. intanto la stronza<br />
multimix cucina in piena notte, nel suo<br />
appartamento londinese del centro,<br />
in quei siti dove i ricchi italiani vanno<br />
a farsi leccare il culo da quelli di harrod&#8217;s,<br />
muovendo verdure, manghi, piselli color<br />
verde uforobot, spargendo salse con nomi<br />
di battaglie nelle quali i lancaster subirono<br />
perdite tremende, mentre i figli dormono<br />
e il marito probabilmente si fa inculare<br />
da un giovane indiano con le palle a forma<br />
di campana; ecco che la signora spande<br />
le creme mostruose su terrine di tek e cedro<br />
nero, e sbatte tutto nel frigo spaziale.<br />
noi comuni mortali, nuovi poveri dell&#8217;era<br />
elettronica, che vediamo i ricchi scrofarsi<br />
tra loro nei programmi, possiamo solo<br />
guardare; pensate ai poveri dei secoli<br />
passati, a come poverini dovevano solo<br />
immaginare. ora è tutto più umano, la morte<br />
è appaiata come una fetta di pane<br />
sull&#8217;altra, e il sorriso della notte riusciamo<br />
a vederlo, soddisfatto, con occhiali 3D.</p>
<p>(<em>Questi brani sono stralci dell&#8217;ultimo libro appena pubblicato da Franz Krauspenhaar: </em><strong>Biscotti selvaggi</strong><em>, Marco Saya Edizioni, con prefazione di Federico Federici e postfazione di Susanna Schimperna</em>)</p>
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		<title>Azione Kappa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 02:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[casa editrice zona]]></category>
		<category><![CDATA[effekappa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
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					<description><![CDATA[Effe Kappa. Nuove poesie di Franz Krauspenhaar Editrice ZONA, Una nota di effeffe &#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco, perciò faccio tanto chiasso per la purezza. Nessuno canta con maggiore purezza di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo: ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;. Franz Kafka Quando ho cominciato a leggere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-41346" title="effekappa1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/effekappa1.jpeg" alt="" width="221" height="299" /></p>
<p><strong>Effe Kappa</strong>. <em>Nuove poesie</em><br />
di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<a href="http://www.editricezona.it/">Editrice ZONA</a>,<br />
Una nota di <strong>effeffe</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco,<br />
perciò faccio tanto chiasso per la purezza.</p>
<p style="text-align: right;">Nessuno canta con maggiore purezza<br />
di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo:<br />
ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;.<br />
<strong>Franz Kafka</strong></p>
<p>Quando ho cominciato a leggere il nuovo libro di poesie di Franz, dai primi componimenti fino alla fine, risuonava in me questo passaggio della corrispondenza di Kafka con Milena. Lo avevo  trascritto per la mia tesi di laurea in filosofia dall&#8217;altisonante titolo &#8220;La questione della colpa in Karl Jaspers&#8221;, tesi discussa più di vent&#8217;anni fa e che, ora, leggendo <strong>effekappa</strong>, mi sono andato a riprendere in fondo a un cassetto per ritrovare la citazione, precisa e calzante. Ci sono degli autori in Italia, non tanti in verità, la cui opera non è carriera, ovvero successione di tappe che aspirano a un traguardo, ma  chiasso, <em>vacarme, bruit</em>, rumore. Frequento le pagine di FK da qualche anno ormai e so due cose, almeno. La prima, è che &#8220;tanto rumore&#8221; non è mai per nulla,  come non è <em>per nulla</em> nessuna rivolta per quanto destinata al fallimento, alla sconfitta. Perché uno scrittore che abbia a cuore la letteratura non può che sposare cause perdute, sedurle, desiderare di scoparsele e amarle al punto di farsi detestare per tanto amore, privarsene con un moto d&#8217;odio, certo, ma sempre per quello stesso amore. La seconda è che l&#8217;opera di <strong>effekappa,</strong>  dai romanzi ai racconti, dalle poesie fino alle esternazioni  nei social network sono come una infinitamente aperta <em>correspondance</em> . Franz  scrive a suo padre, al fratello, alla donna amata, ma soprattutto al lettore, ogni volta, facendolo sentire interlocutore imprescindibile. Le sue sono corrispondenze dal carcere, dal baratro, dal buio, perché in letteratura non si può prescindere dall&#8217;inferno, nemmeno quando le pagine più premiate bruciano ai fuochi fatui delle classifiche e  della <em>notorietà </em>a botte di televisione o di illuminati critici, al neon, néant. Delle lettere poetiche che compongono il libro ho scelto quella al suo Alter Ego, Ego Alter, in omaggio all&#8217;amico che sento, di tanto in tanto, Franz e a quello che mi porto dentro dalla più crudele infanzia, Kafka.</p>
<p><strong>Kafka</strong><br />
Franz, quanta disperazione in quell’insetto<br />
che ronzava sulla mia testa, una specie<br />
di mosca viola, la metamorfosi di un sogno<br />
all’apertura di un libro, giovinetto come<br />
l’angoscia di chi non sa, di chi dietro<br />
le curve dell’incanto spegne fuochi<br />
polverizzati, senza un significato.<br />
<span id="more-41345"></span></p>
<p>Franz, da un castello silenzioso,<br />
guardava se stesso girare, là sotto,<br />
cercare l’entrata al labirinto, taglio<br />
netto nella gola; il suono d’urlo<br />
non si emette, il silenzio è fuoco<br />
di maglie strette, di prigione,<br />
l’uomo è vinto al suo secolo<br />
perenne, lento, giunto fin qui.<br />
Franz, in quell’America di fossili<br />
pulsanti e circhi folli e navi nere<br />
e trionfanti come le piattaforme<br />
di un vampiro. Nosferatu nel bianco<br />
del sogno, ottuso, compagno<br />
d’aliti nel viaggio continentale.<br />
Franz al processo, milioni di anime<br />
e danni e colpe scorse come pieghe<br />
dagli anni, la colpa d’un’esistenza<br />
fallita, grigia; sinfonica accettazione<br />
del nulla, della perdita di un senso.</p>
<p>Tornando al cambiamento surreale,<br />
di ritorno da un viaggio sopra pagine<br />
che prima di morire lui voleva nere,<br />
illeggibili nella sparizione; e appare<br />
il mondo – un cupo, lungo risveglio,<br />
un tenebroso abbandono alla calma<br />
irreale. Franz ci abbandona al niente,<br />
a questo dolente interrogarci.<br />
Le iniziali mi fecero spavento, le mie stesse,<br />
F e K e la Boemia terra d’origine<br />
e il padre della lettera, così a trovare<br />
ossa, piantate nelle terre uguali.<br />
Non saprei chi sono se non ci fosse<br />
Franz, a dimostrarmi che fui altro,<br />
prima di poterlo sapere. Franz è il dono<br />
d’un rampicante invincibile,<br />
d’un verbo immenso che tiene ogni frase,<br />
concetto, salto, discesa e origine.<br />
Nei miei quindici anni leggevo i racconti<br />
come resoconti di un fantasma. Cercavo<br />
nelle note il diagramma, la spiegazione<br />
di ciò che era inspiegabile. Leggevo<br />
parole incomprensibili di filosofi attenti,<br />
maniacali, votati per la vita all’esegesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Max Brod lo vedevo pesante, un macigno<br />
sopra di lui e dentro di sé, grasso compresso<br />
dal voto d’infedeltà. Non volle buttare<br />
al vento le nervature del genio, volle invece<br />
trasportare quell’opera già nata postuma<br />
per i lunghi raccordi di pietra della storia.<br />
Di fronte a quelle pagine erette e pulite,<br />
distoniche, assurde, l’esistenza si spiega,<br />
come nessun filosofo può ardire.<br />
Nessuna sentenza certa, ma la fantasia<br />
di ciò che ci è vicino, dentro, tra occhi<br />
e lingua e tatto, di cui tutto ha l’impregno.<br />
Franz tracciò le note oceaniche del moderno<br />
sentire e del procedere senza ore,<br />
bussole, né porti di qualunque attracco salvo.</p>
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