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	<title>Gabriel Tarde &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Giornata mondiale della salute mentale &#8211; 180 passi indietro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 13:03:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong>  <br /> E' sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il nostro Paese destina alla Salute Mentale un ottavo di quanto allocano Francia e Germania, un quinto del Regno Unito e molto meno di Spagna e Portogallo&#8221;. <a href="https://www.google.com/amp/s/www.lastampa.it/cuneo/2023/10/10/news/salute_mentale_disturbi_in_aumento_e_il_governo_taglia_i_fondi_diritti_negati_doveri_disattesi-13773588/amp/">La Stampa </a></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/psychiatrist-978884_1280.jpg" alt="" width="300" height="700" class="alignleft size-full wp-image-105207" /></p>
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p>Esiste una zona d&#8217;ombra, nel fondale, un buio di silenzio dissotterrato in anni passati e che ora torna a farsi muto. Se negli anni della riforma basagliana la percezione che i muri venissero abbattuti e che l&#8217;<em>abitare la soglia</em> – per usare le parole di Peppe Dell&#8217;Acqua – fosse una direzione possibile, se la percezione era quella di un&#8217;apertura dialettica, critica e dialogica che portava anche all&#8217;emersione di voci fino a quel punto tappate, oggi i muri sono stati nuovamente eretti, e con un materiale forse anche più denso. La densità dell&#8217;ipocrisia, di una patina di chiaro che dice apertura, quando invece, in quella zona d&#8217;ombra non detta perché indicibile, il pensiero dominante e le pratiche dominanti, non si sono (solo) fermate: si sono mosse in direzione contraria, girate di spalle e tornate indietro. </p>
<p>Se il termine “salute mentale” circola di bocca in bocca, dalle dimensioni micro a quelle macro, è pur vero che questo, anche da un punto di vista politico, può torcersi in una vera e propria dispercezione all&#8217;occhio di chi, da fuori, vede o ascolta: <em>se ne parla, è perché ce ne si sta occupando.</em></p>
<p>La realtà, pur con le sue sfaccettature, è però molto diversa: ce ne si sta occupando veramente? E in che modo ce ne si sta occupando?<br />
Non è il significante <em>salute mentale</em>  che dev&#8217;essere messo in discussione, piuttosto l&#8217;uso che ne fa un certo potere politico e sociale, che, in alcuni casi, ad eccezione di zone interstiziali, può utilizzarlo in una ripetizione incessante negli ovunque, per coprire ciò che sta dietro, ciò che non viene visto, ciò che non si vuole vedere, ciò che non può essere mostrato: ciò di cui in realtà, fuori dalle parole, non ci si sta occupando. O ce ne si sta occupando in termini di sottrazione e cancellazione.</p>
<p>I ricordi di Peppe dell&#8217;Acqua e di chi ha vissuto gli anni pre basagliani – il “giro medico” di un professore in camice bianco che illustra con dovizia di particolari i segni osservabili dei malati, destoricizzati e desoggettivati, ad una processione di studenti, le sbarre alle finestre, le porte chiuse a chiave,  elettroshock e uomini legati ai letti, per chi non ha visto le strutture psichiatriche di questo presente, possono apparire come immagini legate ad un passato remoto, ma per chi né ha fatto esperienza diretta o indiretta, quell&#8217;immaginario non suscita stupore (piuttosto angoscia e disperazione): il presente è nuovamente questo e si muove velocemente in direzione di un futuro già presentificato. </p>
<p>Reparti psichiatrici che, anche da un punto di vista territoriale, vengono separati, o presentati come separati, demarcati da un confine tra un <em>noi </em>( malati ospedalizzati per altre patologie) e un <em>voi</em> (malati psichiatrici come oggetto scarto). </p>
<p>Corridoi dalle pareti scrostate, le sale fumo impregnate di storie non riconosciute e posaceneri arrugginiti, corpi legati, terapie che, con una sottile manovra che cambia il nome ma non la sostanza, sono tornate in auge (ora <em>terapie elettroconvulsionanti</em> o <em>magnetiche transcraniche</em>, allora  elettroshock), una scansione temporale di un quotidiano che sottrae alla persona  la dimensione del tempo, per trasformarla in un rituale consequenziale di misurazioni e pratiche organizzate, prestabilite, ripetute nel quotidiano: sveglia, colazione, peso, pressione, defecazione, peso, carrello dei farmaci, l&#8217;ora  nei corridoi in attesa che le stanze chiuse a chiave – e sbarrate &#8211;  vengano arieggiate, <em>non stare per terra</em> ma le panchine non ci sono, gli specchi lastre di alluminio, togliere i lacci o le scarpe, “ricevere il dono” del proprio telefono solo a brevi orari del giorno, non fotografare, non dire, solo 5 sigarette al giorno, controllare la comunicazione, sequestrare quell&#8217;effetto personale che poteva dare sicurezza: un profumo, un crocifisso, un braccialetto, una crema da barba: frammenti di “casa” nelle proprie tasche. </p>
<p>Corpi misurati e controllati. Il giro medico in forma di commissione (o confessione), e poi ancora, di nuovo: il carrello delle medicine, la cena, l&#8217;ora dell&#8217;<em>andate a letto</em>.<br />
E in quel “giro” non una domanda alla persona, non alla sua storia: cartelle di dati clinici osservabili, sintomi, risposta al farmaco, ha dormito, non ha dormito, aumentiamo il farmaco, diminuiamo, cambiamo. Non una persona al centro, ma un cervello-macchina  malfunzionante da rimettere a posto. Per una diagnosi data in due giorni.<br />
Il resto è un tempo svuotato, di segno e per cognizione: ridotto all&#8217;andrivieni dei degenti nei corridoi alla richiesta spasmodica di una moneta per un caffè, l&#8217;ennesimo che possa risvegliare dalla sedazione farmacologica. O i giornali: i giornali del giorno prima, o di mesi prima, persino di anni. </p>
<p>Se per Gabriel Tarde, il senso di straniazione nel ritrovarsi in un caffè e accorgersi di leggere il giornale del giorno prima – disconnesso quindi dall&#8217;attorno, dagli altri – è stato un ironico episodio che ha aperto a riflessioni, questo rifilare come scarti agli scarti i quotidiani di un quotidiano passato, fa inchinare la testa con un senso di rossore e vergogna.<br />
Quale pensiero del  “tanto non se ne accorgono” &#8211; o, se se ne accorgono, “così passano il tempo e non si lamentano”.</p>
<p>Piccoli gesti, anche i più minimi, portano il peso di un&#8217;asimmetria non solo di potere, ma anche valoriale della persona ridotta ad oggetto.</p>
<p>Se negli spdc la dimensione è questa, esposta nella sua crudescenza, nelle case di cura private o convenzionate, l&#8217;esterno è: il verde degli alberi, le belle strutture imbiancate, la pulizia, la postura più gentile del personale, un certo fare paterno o materno, una differenziazione di forma che però non tarda a mostrarsi nella similitudine della sostanza: resta il rumore dei carrelli, la scansione del tempo con colazione, spuntino, cena, orario della buonanotte, i farmaci, la misura, regole di buona condotta, se ne infrangi una, anche fosse un bacio: espulsione, ammunizione.</p>
<p>Degenti per mesi o per anni inseriti in una macchina psichiatrica che osserva sintomi, li incasella, e li trasforma in etichettature. Talvolta non osserva nemmeno: lo sguardo è cieco, si limita ad un fotogramma decontestualizzato.</p>
<p>I pazienti appena entrati, tanto più se sono reduci da degenze in reparti psichiatrici ospedalieri, portano in sé un senso (breve, e che durerà per poco) di meraviglia e gratitudine: <em>qui è tutto diverso</em> – dicono ai familiari, facciamo un sacco di cose.<br />
Queste cose possono essere gruppi psicoterapici gestiti da personale specializzato, o attività ricreative. Nulla di male, certamente. Il problema si pone nella misura in cui questi vengono strutturati e proposti, e nella maggioranza dei casi, sfortunatamente, restano nella sfera della soluzione/assoluzione: insegnare ai pazienti come sia giusto essere, comportarsi, relazionarsi, a prescindere dalla singolarità di ciascuno, dove sbagliano, cosa sbagliano, e come  il comportamento e il pensiero possa essere corretto da un allenamento addomesticato alla vita.<br />
Se però non si può negare che in alcuni contesti la figura di uno psicoterapeuta individuale (più raramente di uno psicoanalista), sia prevista e si incarni in una comunicazione con l&#8217;altro soggettivato, all&#8217;interno di un incontro anche significativo, rispetto alle “attività”, là la zona d&#8217;ombra che riduce i soggetti a persone in minore, di serie b, si riapre. </p>
<p>In un passaggio di <em>Asylum</em>, Goffman scrive: </p>
<p>“Negli ospedali psichiatrici c&#8217;è ciò che viene ufficialmente conosciuto come terapia industriale o ergoterapia; i pazienti devono svolgere attività, di solito molto umili, come rastrellare foglie, servire a tavola, lavorare in lavanderia o pulire i pavimenti. Sebbene la natura di questi compiti derivi dalle necessità dell&#8217;istituto, la spiegazione abitualmente data al paziente è che queste attività lo aiuteranno a reinserirsi nella società, e che la capacità e la buona volontà che dimostrerà, sarà presa come evidenza diagnostica del suo miglioramento” [1]</p>
<p>Nonostante Asylum sia stato scritto nel 1961, la realtà delle cliniche psichiatriche non è cambiata. Si aggiungono, alle pratiche nominate da Goffman, altri piccoli “premi”: l&#8217;ora di cucito, la plastilina, una morbida ginnastica di movimenti lenti e goffi “su misura per chi non è capace”. Tant&#8217;è che, dopo un primo periodo di entusiasmo, queste attività, se non obbligatorie, vengono abbandonate presto : perché anche la persona imbottita di dieci pillole al giorno (in alcuni casi si può pure arrivare a venti, comprendendo quelle che servono per tamponare gli effetti collaterali delle prime), se anche non in modo verbalizzato, vive nel proprio corpo una dimensione di indegnità, di penuria, di disagio, talvolta il sospetto (fondato) che siano metodiche “a ribasso”, a misura di incapaci, menomati.</p>
<p>Il richiamo alla terapia industriale o ergoterapica torna poi nei luoghi del fuori, le cooperative per persone con disabilità psichica. Lavorare per committenti, prevalentemente con lavori di assemblaggio, di cucito, manuali. Pazienti addetti all&#8217; <em>autogrill dei matti</em>, la vendita delle <em>borderbag</em>, lo <em>schizocinema</em> – esempi trentini – che anche là dove esiste un intento destigmatizzante, sfortunatamente rincarano una demarcazione noi/loro.<br />
Nessuna retribuzione: siamo <em>noi</em> che stiamo offrendo a <em>voi</em> qualcosa, la possibilità di occupare il tempo. Ma questo tempo – che è lavoro – non viene ripagato com&#8217;è giusto accada per ogni lavoro degno di questo nome. Il risultato è: restare a carico delle famiglie, là dove spesso il disagio è cominciato, con una tendenza alla cronicizzazione. </p>
<p>Secondo due direttrici, queste modifiche graduali ma sempre più problematiche, da un lato hanno subito una percossa a causa dei gravi taglia alla sanità pubblica (drastica riduzione del  personale nei centri diurni e dei servizi di salute mentale, scomparsa degli spazi pubblici che aprivano le porte non solo a un “reinserimento” del malato verso l&#8217;esterno, ma anche ad un&#8217;entrata dell&#8217;altro verso l&#8217;interno creando così una zona di soglia, trasformazione dei centri attivi in centri maltrattati da un aiuto economico statale che, per la presa in carico di persone in difficoltà ,riescono a dedicare pochi minuti al mese in cui viene valutato solo l&#8217;andamento farmacologico in modo sbrigativo – e il concetto di “cura” viene così a scomparire,  ma anche una deriva, tanto più pericolosa, in un senso propriamente teorico e clinico della psichiatria italiana: si è tornati ad una visione dell&#8217;altro non come persona sofferente ma come cervello malato, un altro da raddrizzare e correggere (e qui l&#8217;immaginario richiama l&#8217;opera citata da Foucault, <em>L&#8217;orthopédie ou l&#8217;art de prévenir e de corriger dans les enfants les difformités du corps</em> di N. Andry), e che se non si raddrizza, se sfugge alle caselle, diventa un altro (se di altro si può parlare) problematico, non gestibile: griglie, misure, manuali diagnostici sono rassicuranti. La storia del soggetto non lo è: allora la cancellazione, l&#8217;ammutinazione di ogni segno al singolare, sintomi declinati a fotogrammi che diagnosticano nell&#8217;immediato senza contestualizzalizzazione all&#8217;interno di un tragitto esistenziale al singolare.</p>
<p>E&#8217; sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.</p>
<p>Ma esiste anche una posizione opposta, ostinatamente contraria a questa, che può però, pur con nobili intenti, esercitare un&#8217;altra riduzione e semplificazione: quella del “ in fondo siamo tutti folli”.<br />
No, non siamo tutti folli: abitare la soglia e comprendere il dolore e la sofferenza psichica dell&#8217;altro malato deve comunque essere riconosciuta in quanto tale, significa non ridurre il soggetto alla malattia e riconoscerlo in quanto essere al singolare, ma rispettarne e ammeterne la condizione drammatica in cui vive, la qualità oggi sempre più penosa della sua vita, le difficoltà di essere ascoltato anche nel suo silenzio: e allora ricordarci che non tutti, per citare la poetessa Amelia Rosselli, vivono e transitano in una <em> Serie Ospedaliera</em>.[2]</p>
<p>[1] Asylum,Goffman, 1961<br />
[2] Serie Ospedaliera, Amelia Rosselli, 1969 </p>
<p>*il testo (qui ampliato) è stato pubblicato precedentemente nel sito http://www.news-forumsalutementale.it</p>
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		<title>Radio Kapital: Peter Sloterdijk</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 07:29:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Per una teoria dell&#8217;intossicazione intervista in rete a Peter Sloterdijk traduzione dal francese di Francesco Forlani La sua diagnosi del nostro tempo inizia con una strana professione di fede. Lei dichiara che, per capire il mondo di oggi, bisogna essere &#8220;leggermente intossicati&#8221;. Cosa ci vuole dire con questo? Peter Sloterdijk: I medici omeopati del diciannovesimo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok-300x278.jpg" alt="" title="radiok" width="300" height="278" class="aligncenter size-medium wp-image-36096" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok.jpg 517w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Per una teoria dell&#8217;intossicazione</strong><br />
<a href="http://www.paris-philo.com/article-36863649.html">intervista in rete</a> a <a href="http://www.petersloterdijk.net/french/"><strong>Peter Sloterdijk</strong></a><br />
traduzione dal francese di <em>Francesco Forlani<br />
</em><br />
<em>La sua diagnosi del nostro tempo inizia con una strana professione di fede. Lei dichiara che, per capire il mondo di oggi, bisogna essere &#8220;leggermente intossicati&#8221;. Cosa ci vuole dire con questo?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: I medici omeopati del diciannovesimo secolo credevano che il professionista dovesse  sperimentare prima su se stesso  le medicine che  avrebbe in seguito prescritto alla clientela. Diciamo allora che  un buon filosofo è una specie di intossicato illuminato e che il suo sapere  consiste in una sorta di polifonia dell&#8217; avvelenamento. Questo per me vuol dire che il sapere filosofico non è solamente il risultato di una riflessione approfondita, nè tanto meno soltanto l&#8217;espressione di sé quale  soggetto, ma il risultato di un tipo di successo immunologico. La verità deve essere interpretata, a mio parere, come un fenomeno immunitario che il discorso  del filosofo contemporaneo porta al termine di una serie di vaccinazioni o addirittura di auto-avvelenamenti. Nelle reazioni del pensatore moderno emerge un nucleo di verità che non è altri che la lotta del sistema in grado di sopravvivere grazie a una serie di produzioni di anticorpi, sia logici che semantici, che fanno da diga all&#8217;invasione di virus ostili.<br />
<span id="more-36085"></span><br />
Questo modello è, a mio parere, una buona risposta alla domanda: che cosa è la saggezza contemporanea? Il pensatore contemporaneo, dopo molteplici intossicazioni, forte di una lunga serie di piccole morti e di reazioni immunitarie,  sfugge alla definizione tradizionale  e universitaria di logico del discorso. Vorrei accostarlo alla poesia attuale che pure ha la tendenza  a diventare una reazione di un sistema immunitario che libera la capacità allucinatoria del suo autore. Provare allucinazioni &#8211; e non soltanto sognare &#8211; significa creare  uno spazio autenticamente vivibile  per gli esseri umani. E la questione fondamentale di ogni politica è il modo di sapere come provocare allucinazioni per le persone a ritmi più o meno sincronizzati.</p>
<p><em>Allo stesso tempo, a proposito del crollo del sistema socialista, lei dice che non è da poco aver perso una verità basata su un&#8217;illusione &#8230;</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: C&#8217;era, in quelle società, un sistema che produceva allucinazioni ma che non ha funzionato a sufficienza. Nessuna società può sbarazzarsi del compito di riorganizzare lo spazio allucinatorio in cui gli esseri umani si ritrovano . Spostarsi da un&#8217; allucinazione ad un&#8217; altra, non significa sostituire l&#8217;errore con verità, come si pensava in modo un po&#8217; troppo semplicistico durante l&#8217;Illuminismo &#8230;</p>
<p><em>L&#8217;illusione è una percezione distorta, ma l&#8217;allucinazione è una percezione senza oggetto. In quale categoria si colloca l&#8217; utopia? Non assistiamo a un processo di laicizzazione dell&#8217; utopia, più particolarmente dell&#8217;utopia comunista?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk:</strong> Indubbiamente. Ma laicizzazione significa anche che i flussi dei desideri si riorganizzano attorno a nuovi nuclei di cristallizzazione. Il modo di sognare l&#8217;avvenire  rappresentato dal comunismo classico è stato sostituito da altri modi di sognare. Ma la necessità di gestire i sogni non è affatto scomparso.  Il crollo del sistema comunista non ha agevolato il compito della sinistra classica, che è quello di creare un nuovo ponte tra, da un lato, i sogni, i desideri delle persone e, dall&#8217;altro, lo spazio politico. È un lavoro che deve essere fatto incessantemente sul concetto stesso di lavoro. Vorrei qui  ricordare che tutti i miei riferimenti alla funzione allucinatoria negli esseri umani si rifanno ad un pensatore francese a cui dobbiamo molto, senza rendercene conto, Gabriel Tarde, illustre sconosciuto della sociologia francese, ripubblicato in questi giorni dalle edizioni <em>Synthélabo/ Empêcheurs de penser en rond.</em> Pubblicarlo oggi significa avere cento anni di ritardo, ma fortunatamente abbastanza in tempo per le esigenze teoriche del nostro tempo</p>
<p><em>Usciamo, dice lei,  da due secoli di individualismo, dove ognuno ha avuto la tendenza a rivendicare diritti d&#8217;autore su se stesso e sulle relazioni  con gli altri. A cui aggiunge la rivendicazione che ciascuno fa del copyright sull&#8217;aspetto esteriore. Cosa vuol dire con questo? </em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: Se  passeggia per cinque minuti, in una bella giornata di sole, sul Boulevard Saint-Germain, capisce cosa intendo con questo. Si osservano   sui marciapiedi, persone che hanno trovato  praticamente  quasi tutti i loro diritti d&#8217;autore nell&#8217; aspetto esteriore. Vestirsi è anche una forma di scrittura. Si diventa  autori ogni volta che ci si veste. E questa è una scoperta che contribuisce all&#8217; inflazione della funzione dell&#8217;autore del nostro tempo. La maggioranza degli individui  acquista la loro parola ai grandi magazzini. Non vanno molto lontano nella loro sperimentazione. Eppure, a New York, per esempio, l&#8217;individualismo vestimentario è ben più pronunciato che in Europa. In teoria, questa evoluzione potrebbe essere creatrice. Ma al tempo stesso, è all&#8217;origine di un enorme messa in pericolo esistenziale. Ogni individuo vive la sua vita come se lui (o lei) volesse dirci: &#8220;<em>Sono felice di essere l&#8217;ultimo uomo, l&#8217;ultima donna. Se il mondo dovesse finire dopo di me, sarei stato il consumatore della mia vita,  consumatore finale, il che equivale a dire  che avrò approfittato delle mie possibilità fino all&#8217;ultimo  e non mi pongo la domanda  se ci saranno persone dopo di me ad avere, come me, la possibilità di consumare la loro vita </em>&#8220;. L&#8217;ultimo uomo e il consumatore finale sono in una convergenza profonda. Qui troviamo un elemento apocalittico che è insito nella società dei consumi di se stessi  e del mondo. Siamo entrati in una crisi di consumi assoluta. Le guerre locali del nostro tempo sono da collocarsi in questo contesto. Si dovrebbe ripristinare la coscienza di  ciò che io chiamo processo generativo. Dobbiamo ripensare lo statuto del soggetto a partire dal campo delle  generazioni e reimparare a contare fino a tre. Dobbiamo capire che essere  mediatori, significa essenzialmente occupare una posizione tra la generazione precedente e quella successiva.<br />
<em><br />
Cosa prevarrà secondo la sua constatazione: viviamo in un vecchio mondo  in declino o in un nuovo mondo che emerge? </em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: Declino e la ricostruzione sono, dal mio punto di vista, un solo e unico processo. Ma c&#8217;è un conflitto di interpretazioni. I giovani delle nostre società sono di solito molto più pessimisti degli intellettuali della generazione mediana. Provo ad aprire spazi di riflessione, reazioni immunitarie, che contribuiscano a sconfiggere la cupezza che ci circonda. Oggi, tutto è pensato attraverso miti. La mitologia classica è un sistema di organizzazione dell&#8217;oblio per rimuovere le nuove esperienze, di ridurre il nuovo al vecchio. Il mito è una narrazione che si ripete all&#8217;infinito con piccole variazioni in risposta alla realtà movimentata del reale e ridurlo ancora a  un modello identico di quello che succede, in fondo, al mondo, da sempre. Allo stesso tempo, vi è una mitologia moderna che funziona come un sistema di gestione dell&#8217;oblio collettivo. Vale a dire, organizzare il presente come un bagno di informazione permanente. I nostri informatori sono, da un punto di vista sistemico, i mitologi  che contribuiscono in permanenza alla soppressione della memoria. L&#8217; informazione sul presente  scompare dietro al mito che crea un universo in cui, in fondo, nulla cambia. Racconta una molteplicità di  storie  per non raccontare La Grande Storia, che  è la strada della Rivoluzione.</p>
<p><em>Lei dice però che il mondo moderno ha lasciato lo spazio delle  le rivoluzioni politiche </em><em>per entrare in quello,</em><em> più lento, delle rivoluzioni tecnica e mentale ?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: La rivoluzione è stata sostituita  da correnti multiple,  con i loro stravolgimenti  e ramificazioni. Bisogna  lanciarle, canalizzarle e interpretarle.  il canale e interpretare. Noi abbiamo esportato l&#8217;idea della rivoluzione nei dispositivi. Indubbiamente siamo troppo inerti per una vera rivoluzione. Le macchine, invece,  conoscono un&#8217;evoluzione senza fine. Il che porta il progresso a diventare, sempre più, un epifenomeno di ciò che sta accadendo nel campo della scienza e della tecnologia. Gli intellettuali più avveduti sono quelli che hanno compreso di non essere a capo di un&#8217; evoluzione, ma in una retroguardia avveduta che misura lo scarto e l&#8217;anticipo della tecnologia sull&#8217;umano. Bisogna salvaguardare qualcosa di questo ritardo. Questa è, a mio avviso, l&#8217;attuale definizione di progresso: salvaguardare il nostro status di arretrati rispetto a un progresso non vivibile.</p>
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