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	<title>Gabriele Merlini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/19/lanno-del-fuoco-segreto-su-monomeri-e-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2021 06:17:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dario valentini]]></category>
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		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
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		<category><![CDATA[l'anno del fuoco segreto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gabriele Merlini</strong>

«E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.»
Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli.]]></description>
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<p><em>La descrizione del progetto</em> <strong>L’Anno del Fuoco Segreto</strong>, <em>si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a>.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-93959 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini.jpg" alt="" width="960" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/13-Copertina-Gabriele-Merlini-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p><strong>di Gabriele Merlini</strong></p>
<p>«E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.»<br />Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli. «Sono tutto orecchi» ripete il giovanotto dal capo opposto del ricevitore quando, come da tradizione, il tono della sua voce si fa dogmatico e condiscendente. Fuori dalla finestra è settembre, <em>l’estate che finisce: tempo di ballare</em>, o almeno così sottolinea la TV in quel servizio patinato sulla bella stagione appena conclusa. In modo del tutto tradizionale lei si misura in una veloce apnea e un sorriso a nessuno prima di riproporre la solita giustificazione che già puzza di soffitta. «Beh» è quanto sibila alla specchiera che andrebbe fissata meglio, «in ogni caso non avevo niente di speciale da dirti. <em>Tutto qui</em>.»<br />«Ah. Tutto qui?»<br />«Sì. Tutto qui.»<br />Dal pianerottolo il suono di un rutto. «Solo boh. Mi sembra <em>tutta</em> una grande montatura. Alcune volte. Non trovi?»<br />Lei trova. Il giovanotto dal capo opposto del ricevitore solleva l’accendino agli occhi scuri come stesse vedendolo per la prima volta, dopodiché allontana dal petto il portacenere con le piramidi egizie. Gratta il ginocchio, ci pensa un altro po’ e tossisce tra le pieghe del calzino appiccicoso. «Sia come sia» va avanti la ragazzina nel momento in cui per innato senso del decoro viene abortito uno sbadiglio, «pensavo ti avrebbe fatto piacere riassumermi la chiacchierata per rinfrescarla anche a te stesso» e il braccio viene teso allo scaffale di legno scuro. Annuisce al flacone di crema idratante, si aggiusta un sopracciglio, incrocia sulle coperte le gambe che restano grissini, quindi torna ad aspettare il segno.</p>
<p>I</p>
<p>D’altronde, a differenza del giovanotto al capo opposto del ricevitore all’estero per un complesso sistema di corsi di lingua destinati a studenti neodiplomati, come al solito lei è in Italia ad ammuffire dentro quell’insulso pigiama a cuoricini e questo la spinge a domande scomode. I capelli colore del miele legati dietro la nuca da una coppia di elastici sfilacciati mentre, oltre il vetro della finestra ogivale, ancora presta la minuziosa, patologica attenzione alle nuvole nere della contadinella timorosa sorpresa dal diluvio in mezzo a un prato. A strane linee elettriche, al buffo pulviscolo, al suono musicale del vento. «Ok. Va bene. Te l’ho già detto» dice lui riannodando il filo della discussione. «Quella matta mi ha proposto un incontro non formale quando tornerò da voi, ché secondo lei sarebbe saggio da parte mia <em>affrontare con serietà</em> il tema del lavoro e…niente. Tutto qui.»<br />Altra minima pausa scenica.<br />«Quella matta?»<br />«Già. <em>Quella matta</em>. Ci sei?»<br />Assaporando il gusto osceno della terminologia, lei c’è.<br />«Voglio dire. Die Mutter disporrebbe di una considerevole somma di denaro da investire e troverebbe <em>saggio</em> se riuscissi a inventarmi qualcosa di sensato per il futuro sfruttando, come puoi immaginare, il lascito del nonno.»<br />«Interessante. Quale nonno?»<br />«Quello morto il mese scorso, se ricordi.»<br />«<em>Interessante</em>.»<br />«Non essere cinica.»<br />«Pardon» allorché la vista riprende a smarrirsi nella semioscurità della stanza da letto e ricomincia a borbottarle la pancia. «Questa fissazione di chiunque <em>per il futuro</em>» ripete lui quando verifica l’ora sulla sveglia, ridacchia allo zaino, tortura il piede martoriato dai lividi. I genitori che rientreranno nel breve da una cena e per un istante nella ragazzina si fa spazio il pensiero che ogni cosa nata morirà, separata si unirà e comparsa scomparirà. Tra i pomelli alla fine del materasso, attorno la figura del suo corpo disteso sono sempre le nove di sera e la successiva domanda è inaggirabile in quella scatola cranica così geometricamente, armonicamente, eternamente perfetta: quanti mesi è indietro, il mondo lì fuori?</p>
<p>II</p>
<p>«Circa un secolo. Più o meno.»<br />«Ok. Comunque dicevi. Cosa faccio <em>io </em>adesso? Beh, non faccio niente, sai?»<br />Il disco lunare annerito da una buffa striscia verticale.<br />«Capisco.»<br />«Giusto provo a non farmi sentire dalle spie mentre rovescio la benzina dentro al pianoforte a coda, e ti sto ad ascoltare. Ecco cosa faccio, io. In questo momento: <em>niente</em>. Affascinante. No?»<br />L&#8217;alluce tondeggiante sbatte sul legno del comodino. Operazione non facile, raggiungerlo. «Ché potrebbero inalberarsi da matti, se mi vedessero.»<br />«Ok. Senti. <em>Loro</em> sono a casa?»<br />«Negativo. Ancora no. Piuttosto mi hanno accennato di una festicciola insieme a personaggi illustri arrivati da non so dove con lo scopo di risolvere l’annoso problema della fame nel mondo, o almeno così mi sembra di ricordare. Ma tra poco apriranno la porta sani e salvi, stai tranquillo.»<br />«Dio ti ringrazio.»<br />«Già. Una garanzia per il nostro domani, vero?»<br />«Sì. Per il <em>futuro</em>.»<br />Sull’ombelico del giovanotto dal lato opposto della cornetta un grumo dalle sfumature biancastre in una custodia per occhiali, una bilancia e due mucchi di cenere accatastati.<br />«Comunque, se ti interessa, adesso so cosa farò tra due miliardi di anni. Finito questo strazio della scuola. Te l’avrò detto un milione di volte però sono certa che non ricordi un tubo. Vero?»<br />Verissimo.<br />«Perdonami. La crocerossina?»<br />«No. Genetica. Studiare gli alleli. Idiota.»<br />«Ok. Scusa. Gli <em>alleli</em>.»<br />«La biologia. Le cellule somatiche, i concetti di dominanza e di recessività. Gli equilibri. Se capisci cosa intendo.»<br />Ai piedi del letto il gatto è zuppo di saliva, protetto da un curioso odore di cavolfiore. «I cromosomi. I ribosomi. I <em>qualcosa</em>somi. Mi sa che è più pratico rispetto al ricercare l&#8217;Alta Gioia tra le montagne dell’Indocina. Lo pensi anche tu?»<br />Lui lo pensa. Il calendario sul computer segna la data appena cambiata e le nuvole nel cielo anche dalle sue parti stanno diventando sempre più sbuffi porosi. Mezzanotte trascorsa da poco, ai TG – finiti i videoclip musicali e prima delle telefonie erotiche – i funerali della principessa del popolo e le condoglianze dei capi di stato per la dipartita di quell’assurda, spaventosa suora albanese.<br />«Ma andiamo avanti, se ti resta un po’ di tempo.»</p>
<p>III</p>
<p>A lui ne resta.<br />«Endocrinologia, Peloso Bisonte della Pianura. Mi segui?»<br />Il giovanotto dal lato opposto della cornetta annuisce tenendo ancora il telefono tra orecchio e spalla. Dietro la chiesa il boato di un tuono.<br />«Mo-no-me-ri e roba del genere. Mica lavorare in fonderia. Ecco cosa voglio fare dopo la scuola, <em>tra cinquemila anni</em>. Ma prima un viaggio all’estero…la vedi bene?»<br />Lui la vede bene.<br />«Potrei venirti a trovare vestita da bramina e innaffiare di mattina gli uomini santi sul tuo balcone, se sceglierai di stabilirti lì per tutta la vita. No?»<br />(Quale era poi la dottrina della sofferenza di cui leggevano da piccoli per addormentarsi, quando avvitavano a turno il naso della befana sul comodino? Il giovanotto dal capo opposto della cornetta ogni tanto ci ripensa ma mica la ricorda. L’interlocutrice scuote la testa a tanta distrazione, poi inspira. <em>Duhkha</em> o <em>dukkha</em>, in lingua pāli?) Il dito a trafficare negli slip e la radio che trasmette l’ennesima scemenza commerciale. In parete il primo piano di uno yak, le fiammelle mistiche tibetane del Jokhang, il circuito devozionale del Barkhor e qualcosa che sembra iniziarsi a muovere senza neppure sfiorarla. Un tremolio elettrico che è adesso dentro la stanza, un soffio che non comanda e stenta a comprendere: la prima età adulta inevitabilmente odora di bouquet?<br />«Ad ogni modo un giorno sarò in grado di analizzare tutti i tuoi malatissimi casi, ma adesso devo chiederti un favore. Posso?»<br />«Certo.»<br />«Bene. Lasciami in pace e attacca, visto che domani ho il primo compito dell’anno e mica posso restare sveglia fino all&#8217;alba per le tue idiozie da psicopatico. Non trovi?»<br />Lui trova così, riagganciandosi, il telefono torna a fare quel rumore di oggetti che scoppiano per brutte pressioni dei polpastrelli. Il cornicione affacciato ai rami già secchi degli alberi, sul marciapiede foglie ingiallite che creano spirali concentriche e fischia la grondaia di spifferi. La vasca da bagno divorata dalla ruggine, la siepe spelacchiata e il materasso davanti abbandonato ai cassoni che potrebbe attutire l&#8217;atterraggio. «Ehi. Ma mi ascolti?» quando tuttavia l’umore è già variato in modo inverso alla distanza del suo busto dalle tende sottili. Lo sguardo di lui poco motivato, ché tanto lei ha già attaccato dunque per forza, con i piedi che penzolano in basso, il respiro si fa equanimità, compassione e consapevolezza. Superato il vetro, lungo il viale, tra gli alberi del parco il vento che non si aspettava sorprende le luci spente, le feritoie ossidate, i camini e le onde increspate del fiume mentre la stanza di spalle ancora puzza un po&#8217; di fumo. Come in quelle pubblicità terribili con le piscine lussuose e le collane d’oro che oscillano sulla superfice immobile dell’acqua, alla fine lui aggrotta la fronte borbottando qualcosa alla parete di vernice che piano piano viene giù: <em>io ti ascolto sempre.</em></p>
<p>Epilogo</p>
<p>Ma, anche sulla base del fatto che niente in effetti la sorprende più, nemmeno lei si stupisce poi tanto quando realizza di starsene impettita davanti la finestra semiaperta. Come fosse stata una forza attrattiva mai sperimentata in precedenza a sollevarla, spingerla fuori dalle coperte, renderla impalpabile e trasparente e immobilizzarla. Un tremolio elettrico, un soffio che non comanda e stenta a comprendere. Stanotte che come al solito ha (quasi) sedici anni, sfoggia ancora quella tunica a cuoricini che usa da pigiama e dalla testa le ciondola il residuo di corona hawaiana sfoggiata all’uscita di pallavolo con l’unico scopo di sollevare il morale alle truppe. La luna oscurata e la stasi nei refoli d’aria fredda. Terminata la breve chiacchierata su monomeri e futuro con lui che si trova all’estero per cretini corsi di studio, e atteso il rientro dei genitori; di sua madre che sembrerebbe essersi un po’ ripresa dai problemi che l’hanno afflitta l’anno scorso (ogni tanto lei ci pensa a quante sciagure potrebbe avere ereditato. Le strane ferite sul volto di quella donna, i sanguinamenti e le nottate spese a girovagare in circolo nel buio) o di suo padre, dal quale viceversa avrà preso la propensione all’odioso autocompiacimento e alle menzogne in società. Pensieri sensati e maturi eppure buoni solo a nascondere la domanda più importante e ineludibile di questa sua – al momento – breve esistenza ancorata a terra; la molla che innesca i gesti più assurdi e leggeri ovvero, se vogliamo percepire l’autentica essenza dell’anima, è più saggio ascoltare con pazienza o porsi quesiti in continuazione?<br />E chissà perché è sul termosifone in camera da letto, adesso; quello con gli elementi (si chiamano davvero <em>elementi</em>) che gocciolano e i buchi trasparenti sulle giunzioni (la paura dei buchi si chiama invece <em>tri-po-fo-bi-a</em>.) Una forza attrattiva incredibile che le ha permesso di aprire i vetri senza nemmeno toccarli, fino a spalancarli davanti al suo naso e filtra la luce tenue sul giardino dal viale desertico lì davanti. I piedi nudi che si sono del tutto staccati dal tappeto per la meditazione (<em>dandasana</em>) in sospensione, ondulanti tra le piante da interno (<em>monstera deliciosa</em> e <em>maranta leuconeura</em>) che in parallelo – con un cenno del suo dito indice – hanno preso a sfiorire, a spegnersi. Le narici dilatate, ogni lampadina che salta se strizza gli occhi, i capelli nemmeno smossi e lo sguardo che non può distogliere dall’est, lì dove sorge quell’alba che nelle pagine ingiallite del libretto che le veniva letto da piccola sta a simboleggiare l&#8217;Onnipotente Principio di Qualcosa, il <em>Mah</em><em>ā</em><em>y</em><em>ā</em><em>na</em> o Supremo Veicolo di Redenzione. Il sé esteriore e la chiusura che, le è stato garantito, alla fine ci farà tutti secchi.<br />«Ehi. Pronto. Pronto. Sei ancora lì?»<br />L’inchino che ricorda un passo di danza, la sensazione di un nuovo piumaggio – roba più consapevole e adulta, finalmente – lungo la schiena dritta da nuotatrice e le correnti d’aria che prendono a scuoterla dal basso quando, nella fase conclusiva del decollo, le sue labbra sottili, sullo stile di certe bandiere sventolanti a poche dune dalla battigia, dissolvendosi dietro uno spesso cumulonembo nero a sgranocchiare il disco lunare, nemmeno la smettono più di muoversi.</p>
<p><strong>**</strong></p>
<p><strong>Immagine di Francesco D’Isa.</strong></p>
<p><strong>Gabriele Merlini</strong> (Firenze 1978) è autore del romanzo <i>Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa</i> e del saggio <i>No Music On Weekends. Storia di parte della new wave </i>(Effequ 2013 e 2020.) Ha inoltre curato le antologie di racconti <i>Selezione Naturale. Storie di premi letterari </i>e <i>Odi. Quindici declinazioni di un sentimento</i>. Scrive di musica e cultura per il mensile <i>Rockerilla</i>. Sue recensioni, reportage e interviste sono state pubblicati su numerosi magazine, riviste online e quotidiani.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La gente non esiste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/09/la-gente-non-esiste/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2019 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini Tra i refrain più in voga, avendo la sfortuna di trattare di editoria, c&#8217;è senza dubbio questo dei racconti (tirarlo fuori nelle conversazioni non è mai uno sport salutare, tuttavia tornarci potrà aiutare i distratti a orientarsi meglio, funzionando da pratico punto di partenza.) Riassunto: esisterebbe un diffuso, radicatissimo timore nei confronti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gabriele Merlini</strong></p>
<p>Tra i refrain più in voga, avendo la sfortuna di trattare di editoria, c&#8217;è senza dubbio questo dei racconti (tirarlo fuori nelle conversazioni non è mai uno sport salutare, tuttavia tornarci potrà aiutare i distratti a orientarsi meglio, funzionando da pratico punto di partenza.) Riassunto: esisterebbe un diffuso, radicatissimo timore nei confronti delle <em>short stories</em>, delle raccolte, delle antologie. Motivazioni più che note: attirano poco, coinvolgono poco, vendono poco, sono difficili da classificare, in fascetta è un dramma, bisogna scovare un sinonimo accettabile di <em>racconto</em> («otto avvincenti romanzi brevi?») senza contare quanto vantino misteriosi poteri satanici grazie ai quali il lettore tende a smarrirsi, confondersi, incattivirsi. Viceversa è nostro dovere tutelarlo con malloppi lineari e omologati.</p>
<p>Per fortuna la faccenda è vera solo in parte, specie in questi tempi di fioritura di realtà specialistiche eccellenti e felici esordi; ma la costante ripetizione del mantra fa sì che qualsiasi uscita nel settore venga all&#8217;inizio salutata come un piccolo, fondamentale miracolo degno di stupore e sbigottimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«<em>Ogni tanto tendeva a balbettare – lui diceva di essere insicuro,</em></p>
<p><em>ma a me piaceva pensare che lo facesse perché aveva</em></p>
<p><em>molto da dire, e la lingua, le labbra, la faringe, non gli stavano dietro.</em>»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo quest&#8217;ottica, dunque, <strong>Paolo Zardi</strong> avrebbe dalla sua la recidività essendo già autore di due libri di racconti (<em>Antropometria</em> e <em>Il giorno che diventammo umani</em>, entrambi pubblicati da Neo Edizioni) oltre alla produzione romanzesca (<em>XXI Secolo </em>è stato candidato allo Strega. <em>Tutto male finché dura</em> è uscito l&#8217;anno scorso per Feltrinelli). La verità è che l&#8217;ultima raccolta dello scrittore padovano – <a href="https://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/la-gente-non-esiste/"><strong><em>La gente non esiste</em></strong></a>, nuovamente con i tipi di Neo – finisce per essere una operazione riuscita sotto vari punti di vista e merita qualche approfondimento.</p>
<p><em>«Il 2015. Sembrava un anno impossibile da immaginare, allora.</em></p>
<p><em>Prima si doveva arrivare al 2000, la fine di un secolo, di un millennio,</em></p>
<p><em>e poi serviva ancora un’altra vita, lunga come quella che aveva appena vissuto.</em></p>
<p><em>Dove sarebbero stati nel 2015?»</em></p>
<p>Non saprei quanta consuetudine con altri autori di racconti italiani o stranieri richieda il libro per comprenderne i punti di forza (immagino poca, giustamente) però tra gli aspetti migliori parrebbe esserci la capacità di restituire chiare le influenze, reinventandole via via affinché risultino il più possibile aderenti alla contemporaneità cui siamo immersi. Ventisette quadri – numero che può spaventare, va ammesso – dalle differenti ambientazioni e protagonisti, esposti secondo una prospettiva personale e poco usuale. Scientifica attenzione ai particolari in apparenza secondari, ai dialoghi e le digressioni, focalizzandosi su quanto di epifanico possa nascondersi in ciò che riteniamo superficiale sbagliandoci di grosso. La quotidianità di individui (non <em>gente</em>: termine che grazie al cielo sta riguadagnando una propria tremenda connotazione) posti davanti le rispettive solitudini, inadeguatezze e paure. Plot nella norma lineari – i testi sono per lo più singole scene dissezionate da molteplici angolature – che restituiscono inediti istanti di scoperta e presa di coscienza e per il lettore, o quantomeno per il lettore che scrive questo pezzo, è curioso il processo di identificazione, di ritorno a un vissuto personale sovrapponibile più o meno con precisione alla situazione descritta: ricordi liceali mitizzati, una evacuazione aziendale, una spiaggia affollata che invita alla riflessione, fotogrammi di vita urbana conditi dal rimorso («quando finiva di lavorare, passeggiava per le strade di Milano, da sola, e guardava i giardini nascosti dietro i portoni imponenti di via Borgonuovo, le luci accese fino a tardi nelle finestre dei palazzi ottocenteschi di piazza Cordusio e non smetteva di immaginare cosa potesse significare avere una vita di successo»: qui temo Zardi mi abbia letteralmente pedinato).</p>
<p>Lo stile, alternando virate umoristiche, sarcastiche e cupe – bastano i titoli eterogenei per provare a farsi un&#8217;idea: <em>Le sottili pareti del cuore</em> unita a<em> Le cyclette non vanno da nessuna parte –</em> è misurato, funzionale al ruolo che sembra prefiggersi: indagare quanto ci circonda e farlo in modo diretto, senza veli. Pagine talvolta dure ma mai banalmente spietate come capita di incontrare in giro, più un diffuso senso di lievità: caratteristiche non frequenti da queste parti, dunque da accogliere positivamente.</p>
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		<title>Cereali al Neon</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/18/cereali-al-neon/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Sep 2018 05:03:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[effequ]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sergio oricci]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini «Il futuro che ci aspetta è diventare bidimensionali?» Ci penso un po&#8217;. La speranza, naturalmente, sarebbe evitare una simile opzione: rimango affezionato alle mie curve e questa blanda idea di tridimensionalità che abbiamo. Tuttavia qualche dubbio è lecito tenerselo, così proseguo nella lettura. Contrarsi. Vibrare. Espandersi: ecco le tre sezioni cui è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gabriele Merlini</strong></p>
<p>«Il futuro che ci aspetta è diventare bidimensionali?»</p>
<p>Ci penso un po&#8217;. La speranza, naturalmente, sarebbe evitare una simile opzione: rimango affezionato alle mie curve e questa blanda idea di tridimensionalità che abbiamo. Tuttavia qualche dubbio è lecito tenerselo<em>,</em> così proseguo nella lettura.</p>
<p><em>Contrarsi</em>. <em>Vibrare</em>. <em>Espandersi</em>: ecco le tre sezioni cui è organizzato <a href="http://www.effequ.it/cereali-al-neon/"><strong><em>Cereali al neon</em></strong>, secondo romanzo di <strong>Sergio Oricci</strong> <strong>(Effequ 2018)</strong> </a>che ha per sottotitolo «cronaca di una mutazione». Poiché di trasfigurazioni, metamorfosi e cambiamenti tratta, anche se da un&#8217;ottica decisamente particolare.</p>
<p><em>Le forme di vita giovani evolvono costantemente per sopravvivere </em>e nel protagonista – che avverte una qualche urgenza di transitare attraverso molteplici stadi di consapevolezza – inciampiamo mentre galleggia dentro una teca di plexiglas con il peso sugli zigomi di un visore. Sassolini di musica elettronica lanciati in un oceano di linee rosse e piramidi traslucide attorno al corpo. Il gioco ultra-tecnologico è fino dall&#8217;incipit un ping-pong di aperture e chiusure con l&#8217;esterno, la materialità di un corpo che diventa qualcosa di nuovo, oppure è la realtà circostante che si plasma in altro. «L’immagine residua di me» a farsi «ricordo sciolto in un&#8217;acqua di cui non ricordo la consistenza. Sono una perla elettrica, nera» scrive Oricci, «con attorno una membrana impazzita. Più simile a una cellula, a un uovo, che a quel sottoprodotto della specie a cui, da qualche parte, ancora appartengo».</p>
<p>Come uno strano videogioco, <em>Cereali al neon</em> è dunque la cronaca di passaggi per livelli crescenti, l&#8217;interazione tra uomo e macchina – settore nelle arti bazzicato da diverso tempo ma che evidentemente presta il fianco a rinnovabili declinazioni – virata alle più attuali tecnologie (social compresi) e suggestioni. Spunti prossimi, la quotidianità più intima fatta di paure e relazioni ingarbugliate, assieme ad argomenti astratti, in apparenza lontani. Chiuso nella bara trasparente cui ogni tanto si ficca, il protagonista Silvano Rei cerca infatti comprensione, amore – «non sesso» sottolinea con specchiata onestà – e contatto con gli altri al fine di riscoprire sé stesso («quando ho perso la capacità di provare tenerezza?» è una tra le domande che si pone nelle fasi di emersione e sulla quale servirebbe riflettere, specie in tempi brutali tipo i nostri.)</p>
<p>Materiale scivoloso affrontato però con dimestichezza, un&#8217;apprezzabile propensione per i dialoghi (alcuni lunghissimi ma raramente faticosi) e capacità descrittiva: dall&#8217;arte classica al pop di più ampio consumo, i riferimenti e i parallelismi tra le pagine finiscono non per essere zavorra quanto utili momenti chiarificatori.</p>
<p><em>Cereali al neon </em>è il flusso di coscienza di un tizio che decide di reinventarsi in profondità e con ciò creare nuove percezioni di quanto lo circonda, il rapporto con una donna che sembra conoscerlo al meglio e provare un piacere particolare a sistemarlo con cura sopra la graticola («è davvero questo, l’amore? Ne avevamo sentite tante, ma mai nessuno ce l’aveva descritto così. Due corpi in fusione, in viaggio verso un rapidissimo e doloroso decadimento. Ci destrutturiamo a velocità supersonica», noi.)</p>
<p>Da persona vergognosamente ignorante al riguardo, solo di recente ho scoperto un paio di cose: specifici punti fermi del <em>cyberpunk</em> – estetica decadente, linguaggio contaminato, innesti tecnologici artificiali nell&#8217;organico – e l&#8217;esistenza di una filosofia chiamata <em>transumanesimo</em>, abbreviata talvolta con la buffa formula farmaceutica &gt;H o H+ o H-plus.</p>
<p>Com&#8217;è ovvio che sia, non saprei quanta consuetudine Oricci abbia con simili generi, né se pensi o meno di afferirci in qualche misura (a occhio: no) però <em>Cereali al neon </em>si direbbe allo stesso momento opera ben radicata in una tradizione e testo indipendente, ibrido e coraggioso specie in tempi di strazianti discorsi sulla massificazione del prodotto editoriale. Sotto alcuni aspetti distinguibile e attuale, quindi da accogliere (persino per i neofiti di trattazioni similari) come un segnale sul serio positivo.</p>
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		<title>Cometa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/13/cometa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cometa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini Non lavorare. Non aspettare. Non invecchiare. Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni. Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriele Merlini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73661 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<ol>
<li><i></i><i>Non lavorare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non aspettare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non invecchiare.<br />
</i></li>
</ol>
<p>Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni.<br />
Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o assicurarsi l&#8217;eterna giovinezza. Allora meglio affrontare il naturale corso delle cose utilizzando altre modalità tra quelle proposte al lettore dai personaggi di <i>Cometa</i>, seconda prova narrativa di Gregorio Magini per <i>NEO edizioni</i>: ironia, disincanto, una strana forma di passione e slancio verso faccende più o meno assurde. Talvolta sobri, mediamente imprigionati nelle proprie ossessioni, riflessivi. <span id="more-73660"></span><br />
Gli anni dell&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza, la prima età adulta, il liceo, l&#8217;università, le relazioni sentimentali, le scelte occupazionali e le passioni di una variegata, caotica umanità a diramarsi nel corso di tre decadi di storia. Esperienze riconducibili sotto vari aspetti a colui che le ha messe su carta quindi poco usuali ma, c&#8217;è da augurarselo, buone per dirci qualcosa di sensato sul periodo che stiamo vivendo. (Ai tempi ci saremo aggrappati al termine <i>Bildungsroman </i>e forse ancora calza però, annusando la repulsione dei protagonisti di <i>Cometa </i>per le schematizzazioni, la pignoleria e il sarcasmo che dimostrano, meglio mettere da parte le classificazioni e andare nello specifico evitando scivoloni dei quali poi pentirsi è un attimo.)</p>
<p>La prima parte di <i>Cometa </i>si intitola <i>Pseudologia fantastica </i>e già questo aiuta a definire un paio di faccende degne di nota ossia l&#8217;infanzia, per chiunque desideri riviverla a distanza di anni, inevitabilmente si ripresenta sospesa, un materiale fumoso ma dettagliato, una mitologia inquietante di fatti verificabili, reali e fittizi. Un memoriale, la <i>Pseudologia fantastica</i>, in cui si mescolano i primi ricordi sessuali di un neonato – accaduti o meno, poco importa – alle peripezie che ogni bambino vive durante le elementari. Il rapporto con il compagno ritardato, i momenti ludici, gli spogliarelli nei bagni oppure in classe – «normalmente avremo passato il tempo a scambiarci le figurine parlando di Top Gun, e giocando a mosca cieca o al Mago Mangiafrutta. Invece&#8230;» – con dinamiche familiari complesse, filtrate dagli occhi inesperti ma non semplicistici di un preadolescente destinato nel breve a cambiare radicalmente pelle («avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c’è qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perché sono le cose che già fai. L’unico modo per superare se stessi è fare qualcosa che ci fa schifo.»)<br />
L&#8217;entrata in scena della coscienza civica, il liceo e la facoltà – «la politica dal basso, a cavallo del millennio, era divertente» annuncia un membro del <i>FAP </i>o <i>Frenocomio Autogestione Perenne </i>– poi la laurea. L&#8217;abbandono del nido, l&#8217;epopea dei viaggi e le salutari musate in giro per il continente. «Mi restava solo una certezza: il futuro era nell&#8217;Europa. Annunciai al nonno che partivo per il Gran Tour della fica. Mi diede un bacio in fronte e mi alzò la paghetta da ottocento a mille e duecento euro al mese.»</p>
<p><i>Anelli di crescita</i>, la parte successiva del testo, è insieme uno sviluppo della <i>Pseudologia fantastica </i>e una svolta, specie per il peso crescente di tematiche personali e al tempo stesso universali: computer, MS-DOS, programmazione, <i>Lotus 1 2 3 </i>– «perché si chiamano dischetti se sono quadrati?» –, videogiochi (non male l&#8217;esergo da <i>Monkey Island</i>: «premi CTRL + W per vincere», efficace metafora del presente.) Attorno ai protagonisti il mondo dei progressivi miglioramenti tecnologici che dal Commodore 64 ci hanno condotto alla rete, ai social e le app, entità immateriali vive e pulsanti utilizzabili come grimaldello per forzare nella storia il limite tra reale e fantastico e, persino nei brani in cui <i>Star Trek</i>, <i>Wing Commander</i>, <i>Space Quest III </i>potrebbero apparire semplici fondali ludici, eccellenti strumenti per delineare il pollaio dei trenta-quarantenni cui ancora abitiamo, un virtuoso mix tra nostalgia del passato e proiezioni nel futuro.<br />
Frasi che spingerebbero qualsiasi lettore a fermarsi pensieroso cercando un dizionario adeguato – «scrisse uno scraper in grado di quantificare l&#8217;impatto attrattivo/repulsivo generato da un commento su Slashdot, mappando i grappoli di thread su un toy model gravitazionale semiclassico» – ma che in <i>Cometa </i>funzionano per una caratteristica ammirevole sebbene rara nella gran parte delle lettere nostrane: la certezza di quanto prendersi troppo sul serio sia uno sport assurdo e, al netto delle disquisizioni, ancora l&#8217;ironia rimanga cosa buona se usata con cervello.<br />
(«La regola che mi sono dato è non cercare mai di fare ridere» mi spiega Magini, a occhio stiracchiando le gambe sotto il microscopico tavolino. «Cioè sfrutto il mio umorismo involontario.» Ovviamente non gli credo. «Me l&#8217;hanno detto gli altri che <i>Cometa </i>fa anche ridere, io non me ne ero accorto quando scrivevo.» Piccola pausa. Temo sia evidente il disappunto. «Diciamo che quando mi hanno fatto notare che era un libro buffo ho iniziato a valorizzare gli aspetti buffi, ma senza capire a mia volta perché erano buffi.»)</p>
<p>Ironia e ricerca, <i>plot </i>solido e flusso di coscienza, <i>Cometa </i>sceglie di misurarsi con più registri e ne esce meritoriamente integro; un romanzo ancorato al reale ma non solo – il virtuale, come ogni ossessione, può inglobare e cambiare prospettive salvo poi risputarti a terra con violenza – diretto e ricercato (i capitoli rimanenti si chiamano <i>Epidharmide</i>, <i>Storia di un corpo umano </i>e <i>Entropussy.</i>) Un lavoro nel quale la rilettura dei modelli letterari – il <i>memoir </i>che sfocia nell&#8217;immaginifico, le digressioni, le contaminazioni new-weird e il grottesco humour delle <i>bizzarro fiction </i>anglosassoni – non è puro esercizio di stile ma punto di partenza per sperimentare forme di narrazione che, almeno da queste parti, davvero suonano nuove e, in periodi di prove letterarie sbandierate ovunque come rivoluzionarie, senza dubbio preziose.</p>
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